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giovedì 24 settembre 2026

Rudyard Kipling su Chesterton (e c'è sempre Gertrude Blogg implicata).

Rudyard Kipling



Chesterton ebbe pubblicate le sue prime opere (The Wild Knight, Greybeards at Play, L'Imputato) da Reginald "Rex" Brimley Johnson, giovane editore e fidanzato della povera Gertrude Blogg, di cui abbiamo già parlato ieri. Rex Brimley Johnson gli procurò anche i buoni uffici di uno dei maggiori e più popolari autori dell'età vittoriana, Rudyard Kipling, premio Nobel nel 1907, di cui Gertrude fu segretaria. Kipling frequentava casa Blogg e già aveva letto le prime produzioni del giovane Gilbert.

Michael Ffinch ci racconta dell'altro in proposito, in particolare della pubblicazione di The Wild Knight:

Rex Brimley Johnson ne mandò una copia a Kipling, che gli rispose da Rottingdean il 28 novembre 1900:
Vi ringrazio di cuore per The Wild Knight. Naturalmente conoscevo già alcune poesie, in particolare The Donkey (L’asinel­lo) che mi è rimasta impressa. Concordo con voi sul fatto che l’autore prometta bene e penso che anche il matrimonio gli insegnerà molto. Sarà interessan­te seguire il suo sviluppo nei prossimi anni. All’inizio, tutti scri­viamo del paradiso e dell’inferno, del bene e del male; dopo, mol­to più tardi ci accorgiamo della gente - la gente comune che vive sotto i cieli. 
Ricordando la recente morte di Gertrude (è plausibile che la giovane gli avesse fatto leggere alcune composizioni del fu­turo cognato), Kipling continuava:
Intanto gli auguro tutta la felicità possibile e a voi, Rex, quel conforto che, secondo gli uomini, solo il tempo può recare do­po la scomparsa di una persona cara. È probabile che ci metta un bel po’ per arrivare, ma si va nella direzione giusta per tro­varlo se ci si interessa alla felicità altrui. Anche se la vista di quella felicità è come un coltello rigirato nella piaga.
In un poscritto, Kipling si permetteva una sola critica, quel­ la che definì «una questione del tutto trascurabile»:
Chesterton mostra un preoccupante attacco di aureole. Sono sparse per tutto il libro. Ciascuno di noi usa inconsciamente qual­ che parola favorita, ma aureola era di Rossetti. Ho notato anche esangue sfinimento e molti si scolora e locuzioni quali catturano e avvincono. È troppo bravo per non po­ter far meglio. Cosa ne dite di un rigido corso di Walt Whitman; o il matrimonio gli farà vedere le persone?

Michael Ffinch, Gilbert Keith Chesterton. 

Insomma, anche Kipling ci vide lungo. Aveva intuito la grandezza del nostro eroe e la profondità delle sue prime prove letterarie, in particolare della sua poesia, che forse è un aspetto poco studiato e approfondito, specie qui in Italia. Ma è essenziale registrare questo giudizio, ed evidenziarlo e mostrarlo, al fine di colmare l'inspiegabile vuoto nelle nostre antologie o nella considerazione della critica odierna (quest'uomo si poteva paragonare e di fatto contendeva l'attenzione del pubblico ai maggiori: etterati della sua epoca, come Kipling e Shaw, ed oggi, grazie anche al modesto lavoro delle società chestertoniane del mondo, con fatica sta uscendo da un silenzio incomprensibile ed ingiustificato.

Marco Sermarini

mercoledì 23 settembre 2026

Chesterton, Gertrude, la morte e il dolore, ed idee degne "di un romanzo poliziesco". "Ho giurato di essere spudoratamente sciocco",

Gilbert e Frances
all'epoca dei fatti narrati


Chesterton non ignorò la sofferenza: il suo fu un matrimonio felice, ma la coppia non ebbe figli. Perse una sorellina da molto piccolo, e il padre Edward ne portò in silenzio il dolore per il resto della sua vita. Sua moglie Frances ebbe varie traversie, tra cui il suicidio del fratello Knollys e la morte in un incidente della sorella Gertrude.

Quest'ultima vicenda colpì molto Chesterton e lo indusse anche ad anticipare il matrimonio con Frances ossia a mettere in campo tutte le sue forze per trovare i mezzi per farlo (cosa non da poco per uno come lui, dallo spirito piuttosto svagato...), e lo influenzò a proposito della sua concezione della vita, del dolore, di Dio. Erano anni in cui Gilbert si stava pian piano riavvicinando al cristianesimo grazie a Frances, che era all'epoca una devota anglicana.

Questa vicenda è tratteggiata in alcune delle poche lettere superstiti tra lui e la sua futura moglie (Frances chiese a Dorothy Collins, l'ultima segretaria di Gilbert, di distruggere al momento della propria morte tutte le lettere che si scambiarono i due sposi), che troviamo tra l'altro nella biografia redatta da Michael Ffinch, oltre che in quella importantissima di Maisie Ward.

Ha un valore significativo, come dicevo sopra, perché è l'occasione per riflessioni che condivido e che ritengo utili anche per ciascuno di noi. La concezione del dolore e della sofferenza che Gilbert matura, pur non ancora nella pienezza dell'adesione al cristianesimo, mostra un'idea profondamente e originariamente cristiana, molto lontana dal materialismo triste e da ciò che lui definisce "sontuosa fandonia dei sentimenti mortuari". Il venticinquenne Gilbert, forse ancora arrancante in quanto a cristianesimo, demolisce tutta la rassegnazione dinanzi al dolore e alla morte, che è sentimento non cristiano e soprattutto lentamente distruttivo, a colpi di fiori arancioni e scarlatti e idee degne di un Padre della Chiesa acuto e geniale. Grazie, grazie, Gilbert.

Marco Sermarini

_____________

(...) Nella prima settimana di luglio (1899, ndr), ogni cosa a un tratto cambiò, tragicamente: Gertrude, tornata a casa dal Sussex per una breve vacanza, venne investita da un omnibus men­tre andava in bicicletta. Ferita mortalmente, spirò dopo po­chi giorni. Frances, che era sempre stata legata più a lei che a Ethel, cadde in una profonda depressione. Al funerale, tra la massa di fiori bianchi che ricoprivano la bara, spiccava una corona di corolle arancioni e scarlatte scelte da Gilbert, con l’iscrizione: «Colui che fa dei suoi angeli degli spiriti e dei suoi ministri una fiamma ardente». 
Chesterton non sapeva che fare. Le sue lettere continua­rono virtualmente sullo stesso tono: proseguire come prima gli sembrò la cosa migliore. 
Pochi giorni dopo la morte della sorella, Frances ricevette una lettera. Cominciava così: 

Al momento sono nero ma di aspetto gradevole: è il ciclostile che mi ha annerito. Non temere: mi laverò. Ma ritengo mio dovere fornirti un resoconto accurato del mio aspetto fisico ogni volta che ti scrivo: e sarò felice di qualunque tuo consiglio o suggerimento.

Cosciente che la sua «peregrina frivolezza» avrebbe po­tuto sembrare poco appropriata, Gilbert cercava di spiegare: 

Io, prima di tutto, ho giurato - non esito a dirlo - per la spada di Dio che ci ha colpito e davanti al bel volto della morta, che la prima frase scherzosa mi fosse venuta in mente l’avrei det­ta, la prima poesia assurda avessi pensato l’avrei scritta; ho giu­rato che, tra gli altri doveri, pur con il cuore pesante, avrei as­solto quello di essere spudoratamente sciocco, stravagante, per­fino spudoratamente triviale e, per quanto possibile, divertente. Ho giurato che Gertrude non avrebbe mai dovuto sentire, do­vunque fosse, che lo spirito allegro della commedia aveva lasciato il nostro teatro. Questo, me ne rendo conto, sarà frainteso. Ma da lungo tempo so che, qualunque cosa facciamo, saremo frain­tesi; non è colpa degli altri, poiché, noi lo sappiamo, le nostre migliori motivazioni non sono spiegabili né difendibili. E prefe­rirei ferire coloro che possono gridare anziché colei che tace.

L’11 luglio le scriveva:

Ho fatto una scoperta o, dovrei dire, ho avuto una visione. L’ho avuta tra due tazze di caffè nero in un ristorante francese di Soho; ma non saprei spiegarla, neppure se cercassi di farlo. Comunque, il senso era che tutte le cose buone formano un tutt’uno. Non esiste alcun conflitto tra la lapide di Gertrude e il ritornello di un’opera buffa eseguito da Mildred Wain. Ma esiste un’insanabile conflitto tra la lapide di Gertrude e l’oscena pomposità della prèfica; ed esiste un’insanabile conflitto tra la melodia dell’opera buffa e qualunque testo meschino o volgare a cui venga adattata. Queste cose, che l’uomo ha unito, Dio sicuramente le separerà. Questo è ciò che sento... adesso, a ogni ora del giorno. Tutte le cose buone sono una cosa sola. Tramonti, scuole di filosofia, bambini, costellazioni, cattedrali, opere d’arte, montagne, cavalli, poesie; sono solo travestimenti. Un’entità soltanto si muove sempre tra noi, celandosi sotto il manto grigio della chiesa o nel verde dei prati. Lui c’è sempre, dietro a ogni cosa, soltanto lui può indossare quei travestimenti in modo tan­to splendido. E questo è ciò che gli Ebrei dell’antichità, soli tra gli altri popoli, hanno percepito; per questo il loro rozzo dio tri­bale è stato innalzato sopra le rovine di tutte le civiltà politeiste. Poiché i Greci, i Vichinghi e i Romani videro solo i conflitti del­ la natura e trasformarono il sole in un dio, e così pure il mare, e così pure il vento. Non furono attraversati, come qualche rude israelita, una notte, nella solitudine del deserto, dall’improv­visa, abbagliante idea che tutto il mondo era la manifestazione di un solo Dio: un’idea degna di un romanzo poliziesco.

Frances cercò di accettare il dolore nello spirito del Vangelo. A Gilbert aveva detto che, avendo Dio permesso la morte di Gertrude, essi avrebbero dovuto esclamare, come i disce­poli sul monte della Trasfigurazione: «È bello per noi essere qui». Chesterton le scrisse in risposta: 

Un pensiero che, da laico quale sono, ho sempre avuto è che quell’osservazione di Pietro davanti alla visione di un’ora avrebbe dovuto essere fatta propria da ciascuno di noi, nella contempla­zione di ogni mutamento della lunga visione che chiamiamo vi­ta. «È bello per noi essere qui», una frase che si ripete eterna­mente. E se, dopo molte gioie e feste e frivolezze, il nostro de­stino è di assistere uno di noi che, nel senso più terribile della parola, «si trasfigura davanti ai nostri occhi» - brillando cioè nel biancore della morte - almeno non potremo - credo - immaginare facilmente di non voler essere al suo posto. Non io, di certo. È stato bene per me essere là.

La morte di Gertrude valse a rafforzare la fede di Gilbert. Fu qualcosa di «prezioso», disse a Frances poche settimane dopo; tuttavia, a settembre, si chiedeva ancora: 

Non so in base a quale principio sia governato l’universo; so solo, o sento, che è un principio buono o comunque spirituale. Non so che cosa sia stata la morte di Gertrude; so che è stata bella, perché l’ho vista. Noi non sentiamo così adesso; perché? Perché adesso non vediamo Gertrude. Ciò che ora vediamo è la sua assenza: ma la sua morte non è la sua assenza, bensì la sua presenza altrove. Sapevamo che era bello, poi l’abbiamo visto e non ci è sembrato più tale. Non temere, adorata, per le lente, inevitabili leggi della natura umana; noi torneremo sul monte della Visione; potremo usare quelle parole negli accenti di Whitman. «Disincarnata, trionfante, morta».

(...) In tutte le lettere alla fidanzata, Gilbert cercò di sollevarne il morale, rifiutando di cedere alla «sontuosa fandonia dei sentimenti mortuari». Sulla parola reverenza si era detta «una carrettata di assurdità». Per quanto lo riguardava, «se a qualcuno ne verrà in mente una veramente buona sull’aspetto della mia bara, per tutti i fulmini dovrà dirla all’istante. Se non lo farà, alzerò il coperchio con un calcio e ci penserò io».

Michael Ffinch, Gilbert Keith Chesterton 

(le lettere citate sono tratte da Maisie Ward, Gilbert Keith Chesterton).

venerdì 4 settembre 2026

Un ospite inatteso ma graditissimo al Falò 2026 dei Gruppi Chestertoniani Veronesi...!



Seguendo una consolidata tradizione, i Gruppi Chestertoniani Veronesi hanno celebrato il 29 agosto 2026 la serata del Falò:

- Dal finale di Eretici -

Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro.
Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi d’estate. Noi ci ritroveremo a difendere, non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto.


Il programma, altrettanto consolidato, era questo:

Falò di sabato 29 agosto 2026

Via Nuova, 22 a Quinzano – Verona

Ore 18,30 Arrivo e cena al sacco.
Ore 19,30 Accensione del falò
- lettura dei brani di Chesterton:
quella dell’ordinario da Eretici
quella del proprio commentato dai presenti.
- snudamento delle spade
- taglio e degustazione del formaggio
- distribuzione del rum
- spegnimento del fuoco.
- fumata finale del sigaro ed eventuale ripresa della discussione.

Questa era la cosiddetta lettura del proprio:

Lettura del proprio del Falò del 29 agosto 2026

Da «I Problemi del Divorzio» in «La Serietà non è una virtù»

L’unico metro di giudizio che conosco per valutare un’argomentazione o un’aspirazione è in fin dei conti il seguente: tutte le necessità nobili dell’uomo parlano il linguaggio dell’eternità. Quando un uomo compie tre o quattro azioni per cui è stato mandato sulla terra, allora parla come un individuo destinato a vivere per sempre.

Fin qui tutto bene.

Ma se andate a questo collegamento troverete una presenza assai singolare e stupefacente:


Alla destra si riconosce il nostro Roberto Prisco, alla sinistra due chestertoniani veronesi, ed al centro...?


lunedì 3 agosto 2026

La sintonia di Agatha Christie e G. K. Chesterton sulla creatività umana - dal profilo Facebook di Annalisa Teggi.




"L’uomo è creatore e, come tale, condivide la santità del Creatore Supremo, che ha fatto il mondo e tutto quello che lo abita e ha voluto che fosse bello. 
Ma ha lasciato qualcosa da fare anche all’uomo e, poiché l’aveva fatto a sua immagine e somiglianza, gli ha dato la capacità di creare con le mani e di creare il bello. L’orgoglio del creare è un fenomeno straordinario. 
Persino il falegname che una volta costruì un orrendo appendiasciugamani per una delle nostre case, durante una spedizione, era dotato di spirito creativo. Avendogli chiesto perché avesse fornito il mobile di piedi smisurati, contrariamente alle istruzioni ricevute, si limitò a rispondere con aria di rimprovero: «Li ho fatti così perché erano molto più belli!». 
A noi sembravano orribili, ma per lui erano belli e la sua idea del bello era il criterio che l’aveva guidato nel lavoro. Gli uomini possono essere malvagi, molto più dei loro fratelli animali, ma riescono ad innalzarsi fino al cielo nell’estasi della creazione".

Christie, Agatha. La mia vita.

"Prendendo l'abitazione o la casa come esempio, si possono delineare in modo generale le semplici fondamenta spirituali o il nocciolo di questo ideale. 
Dio è colui che può creare qualcosa dal nulla. L’uomo (si può davvero dire) è colui che crea qualcosa con qualcos’altro. In altre parole, mentre la gioia di Dio è la creazione senza limiti, la gioia particolare dell’uomo è una creazione limitata, la combinazione di creazione e di limiti. 
Per la grande massa degli uomini l’idea della creazione artistica può essere espressa solo attraverso un’idea altamente impopolare nelle presenti discussioni – l’idea di proprietà. L’uomo medio non sa plasmare l’argilla per formare la figura di un uomo, ma può plasmare la terra in forma di giardino; e se è anche solo in grado di sistemare dei gerani rossi e delle patate blu in linee diritte e alternate, lui è un artista perché ha scelto cosa fare. 
L’uomo medio non sa dipingere il tramonto, di cui ammira i colori, ma sa dipingere la sua casa del colore che sceglie e se anche la dipinge di verde pisello a puntini rosa, lui è un artista, perché quella è la sua scelta. La proprietà è semplicemente l’arte della democrazia. Significa che ogni uomo dovrebbe avere qualcosa a cui dar forma a sua immagine, come egli è fatto ad immagine del cielo".

G. K. Chesterton, Cosa c'è di sbagliato nel mondo.

domenica 12 luglio 2026

English Literature - A Knowledge Graph. Un sito del nostro Giovanni Borghi.


Si tratta di una selezione di autori anglosassoni di cui viene riportata sul sito l'opera completa (nella maggior parte dei casi) o parziale (come nel caso di Chesterton), nella forma di testi digitali attualmente ad accesso libero sul web, che vengono collegati tra loro tramite concetti trasversali come archetipi letterari, personaggi, forme letterarie, luoghi, riferimenti storici. Si può immaginare il tutto come una regione geografica in cui diverse città (i testi) stanno alcune sulle pendici della stessa montagna (concetto), altre lungo lo stesso fiume (luogo), o lungo la stessa strada (forma letteraria). Oppure come un popolo che viene descritto non solo come identità dei singoli individui (i testi) ma anche come relazioni tra di essi (i concetti/luoghi/forme letterarie). I testi, i concetti, i personaggi, sono tutti ricercabili tramite barra di ricerca. È come se il sito fosse una specie di "piccola Internet" il cui mondo è delimitato dall'universo letterario che le opere presenti creano. L'aggregazione dei concetti e le traduzioni (dove presenti) in italiano sono state realizzate con l'intelligenza artificiale.





mercoledì 1 luglio 2026

XXIII Chesterton Day - Processo ad un uomo vivo - Una mostra su due gambe.

 


Il nostro obiettivo di quest'anno era quello di far conoscere a tutti chi era veramente Gilbert Keith Chesterton, la sua personalità, la sua umanità, la sua bontà. Superare lo scoglio della sua notorietà, del suo essere un personaggio, per immergerci nella sua anima.

Abbiamo pensato di farlo con l'aiuto di alcuni giovani e meno giovani che hanno messo in scena un processo, uno di quei mock trials che Chesterton amava così tanto. Il copione e tutto quello che si vede in queste immagini è frutto del lavoro di un gruppo di giovani chestertoniani (tra i meno giovani anzi tra i vecchi c'è anche il presidente Marco Sermarini che agiva come presidente della Corte, e così ce lo siamo tolti di mezzo...). 

Qualche nome: Kevin Hertelendy, Silvia Grazioli, Michele Salvatori, Davide Mozzoni, Pier Giorgio Sermarini, Maria Chiara Sermarini, Riccardo Capriotti, Giorgio Pellei, Alessandro Girolami, Giovanni Pellei, Marco Consorti, Lorenzo Di Egidio, Chiara Savelli.

Il testo è stato creato da:

Silvia Grazioli,
Kevin Hertelendy,
Chiara Savelli,
Alessandro Girolami,
Maria Chiara Sermarini,
Marco Sermarini.

I personaggi che si alternano sul palco sono:

Cecil Chesterton (Giovanni Pellei), 
Maurice Baring (Giorgio Pellei), 
Hilaire Belloc (Pier Giorgio Sermarini), 
Edmund Clerihew Bentley (Riccardo Capriotti), 
Frances Blogg (Daniela Alesiani), 
il rappresentante dell'accusa (Michele Salvatori)
il difensore di fiducia di Chesterton (Davide Mozzoni).

I tecnici sono:

Marco Consorti
Lorenzo Di Egidio.

Siamo contenti dell'effetto che tutta la questione ha prodotto in primis in noi coinvolti. È stato poi l'esordio di questo bel gruppetto di persone che stanno lavorando seriamente e per gratitudine su Chesterton. Ora non c'è più un solo pazzo al comando bensì un bel gruppo di squilibrati, alcuni dei quali insospettabili...

domenica 21 giugno 2026

Gilbert Keith Chesterton 90 anni dopo. Un testimone della Fede ancora attuale | Paolo Gulisano sul suo sito.


Novant’anni fa, il 14 giugno del 1936, si spegneva nella sua casa di Beaconsfield, nella campagna inglese, Gilbert Keith Chesterton, uno dei più grandi scrittori del ‘900.

Cantastorie e testimone

Fu un meraviglioso cantastorie, autore di tanti racconti e romanzi. Ma soprattutto fu un testimone della Fede. Ancor di più: un 

difensore della Fede. Il Cristianesimo è da almeno due secoli sotto attacco da parte delle ideologie dominanti, che hanno cercato in tutti i modi di avversarlo, di distruggerlo, di assimilarlo al mondo. Chesterton, invece, lo ha difeso: ha difeso la bellezza della Fede, dell’annuncio della Salvezza che è una persona: Gesù Cristo. E lo ha fatto con passione, con decisione, con simpatia, perfino. Fu un umorista, di un umorismo buono, mai sarcastico, mai cattivo.

Nato in Inghilterra nel 1874 e morto a soli 62 anni, fu veramente un Uomo Vivo (come dice il titolo di un suo celebre romanzo. Un cristiano controcorrente. E per questo dopo tanti anni è ancora attuale: perché il conflitto tra la Chiesa e il Mondo sta assumendo- negli ultimi tempi- dimensioni drammatiche.







Il resto nel collegamento qui sotto:

https://www.paologulisano.com/gilbert-keith-chesterton-90-anni-dopo-un-testimone-della-fede-ancora-attuale/?fbclid=IwY2xjawSfOiJleHRuA2FlbQIxMABicmlkETB0a0w4ZGY1SEF2NTlkSzRHc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHnqleCis2aaAdJrHVKRGc3Kgl7pJKAdvjFddtt6Zc8mrjeRjuXVfuJ_iA1TD_aem_lIZ57xXDbdk5iFIvjhdawg#more-9015

domenica 14 giugno 2026

Gilbert Keith, Jorge Luis e l’arte di conversare con il mondo | Andrea Monda sull'Osservatore Romano.

 Bergoglio gli fece la barba, la sua donna gli disse di spararsi: otto  aneddoti per conoscere meglio Jorge Luis Borges - Linkiesta.it

di ANDREA MONDA

Non è un caso, anche perché il caso non esiste, che Jorge Luis Borges e Gilbert Keith Chesterton siano morti entrambi lo stesso giorno, il 14 giugno, ma a distanza di cinquant’anni uno dall’altro. Non è un caso perché i due scrittori hanno molte cose in comune, al di là dell’apparenza. Da una parte uno, il poeta argentino, un po’ dandy, dalla cultura enciclopedica, dalla raffinata conversazione, affascinato dalla figura di Cristo ma che sempre ha sfoggiato un malinconico scetticismo nei confronti della fede, e dall’altra il gigantesco romanziere e polemista inglese, un tomista col saio francescano, campione della fede cattolica al punto da essere definito defensor fidei da Pio XI. Niente in comune quindi, o molto poco... Ma scavando un po’ oltre l’apparenza si trova sempre qualche sorpresa.

Partiamo da Borges che nei saggi letterari e nelle sue conversazioni cita di continuo alcuni autori come veri punti di riferimento: Wilde, Poe, Kafka, Emerson e, soprattutto, Whitman, Omero e Virgilio, Dante e Cervantes ma, sopra tutti gli altri, Chesterton.

Il punto fondamentale di questa mia riflessione è biografico: io devo proprio al più giovane dei due, l’argentino, la conoscenza del più anziano inglese. Da qui la mia gratitudine immensa verso Borges.

Parliamo quindi di questo poeta che è anche sublime critico letterario e narratore. Il poeta di Buenos Aires sviluppa infatti ben presto una vena narrativa, tutta a favore del racconto breve rispetto al romanzo che non troverà mai congeniale perché «troppo artificiale» (dirà ad Alberto Arbasino in un’intervista del 1977): «I racconti invece sono sempre delle vere storie, e gli uomini hanno sempre amato raccontare e ascoltare storie: per questo amo tanto Kipling (…) e Stevenson (…). Il romanzo è sempre una costruzione, so che io non posso farla; posso fare soltanto dei racconti. E poi, dato che io non sono un lettore di romanzi, perché dovrei scriverne? Io non li leggo, all’infuori di Conrad, che mi piace molto». Questa osservazione contro l’artificiosità del romanzo è singolare in quanto lo stesso Borges sarà poi architetto di sofisticati racconti divenuti famosi per la loro complessità. Non a caso i due, Jorge Luis e Gilbert Keith si dilettarono con il genere giallo, il più “artificiale”, sofisticato e cerebrale dei generi letterari. E nei racconti di fantasia.

Come è noto nel 1938 lo scrittore ha un incidente che lo costringe per parecchio tempo all’immobilità, dopo un attacco di setticemia che ne minaccia gravemente la vita. Negli anni della malattia, lo scrittore argentino concepisce alcuni tra i suoi capolavori: la raccolta di racconti Finzioni (1944) e successivamente L’Aleph (1949) con cui Borges passa al genere fantastico, che per lui è quello principale della letteratura. Gli anni Quaranta, in cui la cecità diventa sempre più minacciosa, sono gli anni in cui il poeta argentino viene consacrato come grande autore di narrativa grazie anche alla realizzazione di una vera e propria mitologia letteraria composta da alcuni elementi simbolici che fino alla fine accompagneranno la poetica borgesiana: la biblioteca, il labirinto, il sonno e il sogno, gli scacchi, la spada, la tigre, la sabbia, lo specchio.

Nel 1955 Borges è ormai cieco quando viene nominato direttore della Biblioteca Nazionale, ciò che aveva sempre sognato di fare. Lo scrittore commenta così la nomina: «È una sublime ironia divina ad avermi dotato di ottocentomila libri e, al tempo stesso, delle tenebre». E nel 1980, nelle Conversazioni Americane, aggiungerà che «è dal 1955 che la mia vista non mi permette più di leggere, e allora non ho più letto nulla di contemporaneo. Penso di non aver mai letto un quotidiano in vita mia. Possiamo conoscere il passato, ma il presente è mistero per noi».

Borges è stato un grande sacerdote del culto dei libri spingendosi ad affermare che l’uomo è ciò che legge, non ciò che scrive. Tale affermazione rivela una vera e propria mistica della lettura che si manifesta nella credenza che fra autori e lettori s’instauri «un dialogo, una forma di relazione», «una collaborazione e quasi una complicità», in una parola, che la lettura sia un atto creativo.

Borges è uno scrittore che ama circondarsi di amici con i quali innanzitutto discute, di tutto, nasce così una vasta e variegata produzione di volumi di conversazioni dove forse Borges, uomo-biblioteca, dà il meglio di sé. Ma con gli amici Borges non solo conversa, ma anche scrive: in collaborazione con Adolfo Bioy Casares scrive nel 1942 Sei problemi per don Isidro Parodi e con Margarita Guerrero il Manuale di zoologia fantastica (1957).

Da una parte quindi il poeta e il narratore lucido e raffinato, dall’altra il saggista e il conversatore appassionato: ovviamente le due anime sono una e si alimentano reciprocamente.

Borges amava la storia (scrive diversi libri di storia, Storia universale dell’infamia, Storia dell’eternità...) ma non ama le date, ad esempio uno dei suoi libri preferiti è L’uomo eterno di Chesterton, un saggio di storia universale senza neanche una data. E riecco qui Chesterton. Proprio su questo tema, proviamo a comparare due affermazioni dei due scrittori; scrive Borges: «Non credo nelle scuole. Non credo nella cronologia. Non credo nel datare le opere. Penso che la poesia dovrebbe essere anonima (...). Che cosa sappiamo dei nomi di quegli uomini che scrissero quel sogno meraviglioso che è Le mille e una notte? Nulla, e non ce ne importa. (...) Credo che per un autore la cosa migliore sia far parte di una tradizione, far parte di una lingua, perché la lingua si evolve mentre i libri possono essere dimenticati». Concetti molto vicini a quanto afferma Chesterton in Ortodossia: «La leggenda è fatta generalmente dalla maggioranza, sana, degli abitanti di un villaggio; il libro è scritto, generalmente da quello, fra gli abitanti del villaggio, che è matto».

Un altro tema, forse quello principale, che unisce i due scrittori è il tema della meraviglia. Difficile trovare una pagina di racconto o romanzo oppure una poesia di Chesterton in cui non sia presente questa dimensione dello stupore. Qualcosa di più preciso possiamo citare di Borges il quale osserva una comune origine della poesia e della filosofia che, come ricordavano Platone e Aristotele, nasce proprio dalla meraviglia. Nel 1976 in un incontro presso l’Università dell’Indiana, Borges afferma: «... senza dubbio, la nostra esistenza è un fatto curioso. (...) il fatto di stupirsi di fronte alla vita può essere l’essenza della poesia. La poesia consiste nel sentire le cose come strane (...). L’unica differenza è che nel caso della filosofia la risposta viene data in maniera logica, mentre per la poesia si usa la metafora».

Dalla meraviglia al mistero il passo è breve. La “stoffa” di cui è fatta la realtà per Borges sembra essere il mistero che circonda ogni atto e attimo dell’esistenza umana. «Ogni poesia è misteriosa» afferma l’argentino, «nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere». Un’altra frase che spesso Borges cita in realtà è proprio di Chesterton e ci ricorda che «tutto passerà, resterà solo lo stupore e lo stupore per le cose quotidiane». È proprio lì, nelle cose quotidiane, che si annida, per entrambi i poeti, la meraviglia, perché: «Non c’è un giorno, neppure di carcere o d’ospedale, che non porti una sorpresa, che non sia, controluce, una rete di minime sorprese» (dal racconto L’attesa di Borges), oppure perché «Chi abbraccia una donna è Adamo. La donna è Eva. / Tutto accade per la prima volta» (dalla poesia La felicità). Lo stupore di Borges è primigenio, è la meraviglia legata all’origine, lo stupore per il bene, quel bene che è l’esistenza stessa. Nella poesia Il mare si chiede: «Ma chi è il mare?» e annota che «Chi lo guarda lo vede per la prima volta, sempre. / Con lo stupore / che le cose elementari lasciano, i pomeriggi / belli, la luna, il fuoco di un falò». Le cose elementari, questo è un nodo centrale nella vita e nell’opera di Borges.

Conversando con Osvaldo Ferrari Borges osserva che: «È così difficile definire le cose. Proprio le più evidenti son quelle che è impossibile definire, giacché definire è esprimere una cosa con altre parole, ma queste possono esprimere meno di quello che va definito. Ciò che è elementare, per esempio non può essere definito; come si può definire il sapore del caffè o la mestizia grata che ci coglie all’imbrunire, o il sentimento di attesa, di speranza, naturalmente illusorio, che si può provare nel destarsi? Niente di questo può essere definito. Le cose astratte sì, possono esser definite; si può dare una definizione astratta di un poligono o di un congresso. Ma dubito che si possa definire un dolore di denti».

Borges e ancora di più Chesterton esprimono spesso i sentimenti che scaturiscono dalla meraviglia, innanzitutto la gratitudine, ma anche lo spaesamento e lo smarrimento che nascono dal sentire strane le cose, dal sentirsi straniero. Questo è un sentimento che accomuna Borges e Chesterton il quale diceva, sempre citato da Borges, che: «La realtà è più strana della finzione. E Chesterton la commenta acutamente e giustamente, credo, quando dice, “...la finzione la creiamo noi, mentre la realtà è molto più strana perché la crea un altro, l’Altro, Dio”».

Nel saggio già citato L’uomo eterno, Chesterton afferma che «La più semplice verità sull’uomo è che egli è un essere veramente strano: strano quasi nel senso che che è straniero a questa terra (…) solo, fra tutti gli animali, è scosso dalla benefica follia del riso; quasi avesse afferrato qualche segreto di una più vera forma dell’universo e lo volesse celare all’universo stesso».

I due oltre che poeti e scrittori, sono straordinari critici letterari. In particolare conoscere Borges equivale a fare la conoscenza con un uomo-biblioteca, una biblioteca ambulante che, con dolcezza e humour, ti accoglie nei suoi meandri labirintici senza farti disorientare e guidandoti per mano a scoprire i mille tesori che contiene. È in quella biblioteca che ho fatto la conoscenza di Chesterton.

Borges critico letterario ma anche cinematografico. I suoi saggi di critica cinematografica sono formidabili soprattutto se si pensa che la sua fu una corsa contro il tempo, man mano che la miopia progressiva aumentava. Narratore, poeta e critico Borges fu però, innanzitutto, un grande conversatore, come Wilde, anche lui molto amato da Borges, e proprio come il suo “maestro” Chesterton. I due avevano una curiosità quasi bambina rispetto praticamente a tutto. E di tutto parlavano. Nei tre volumi curati da Osvaldo Ferrari (non gli unici dedicati alle conversazioni di Borges) si parla veramente di ogni aspetto dello scibile umano: dallo humour ai sogni, dalla poesia di Shakespeare alla mitologia nordica, al «sapore dell’epica», dal cinema westernalla memoria, dalla politica ai dialoghi, dall’amore a Socrate, dalle prefazioni a Melville, dal mare a Thoreau fino all’amato Chesterton che ritorna di continuo. Ecco ad esempio un suo ritratto, appassionato e lucidissimo: «Nella sua scrittura restano marcate tracce pittoriche. I suoi personaggi usano entrare in scena come attori e i suoi paesaggi vivacemente sbozzati s’appiccicano alla memoria. Chesterton visse nel corso degli anni intrisi di malinconia a cui si riferisce con la definizione fin de siecle. Da questo ineliminabile tedio venne salvato da Whitman e da Stevenson. Eppure qualcosa gli rimase attaccato addosso, rintracciabile nel suo gusto per l’orrido. Il più celebre dei suoi romanzi L’uomo che fu Giovedì, ha come sottotitolo Un incubo. Avrebbe potuto essere Poe o magari un Kafka; lui comunque preferì, e gli siamo grati della scelta, essere Chesterton e coraggiosamente optò per la felicità o finse di averla trovata. Dalla fede anglicana passò a quella cattolica, che, secondo lui, è basata sul buon senso. Arguì che la stranezza di tale fede si attaglia alla stranezza dell’universo, come la strana forma di una chiave si adatta perfettamente alla strana forma di una serratura. In Inghilterra il cattolicesimo di Chesterton ne ha pregiudicato la fama, poiché la gente persiste nel ridurlo a un mero propagandista cattolico. Innegabilmente lo fu, ma fu anche un uomo di genio, un gran prosatore e un grande poeta... La letteratura è una delle forme della felicità; forse nessun scrittore mi ha dato tante ore felici come Chesterton».

L’ultima affermazione posso dirla anch’io, e la dico rivolgendomi, con gratitudine, proprio a Borges.

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2026-06/quo-133/gilbert-keith-jorge-luis-e-l-arte-di-conversare-con-il-mondo.html?fbclid=IwY2xjawSaw45leHRuA2FlbQIxMQBicmlkETB0a0w4ZGY1SEF2NTlkSzRHc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHl1a2GxOxpmbCb0QAILK5nTAxKR84KiYIPMgw9DSLtx6zS3YhdD7EgXgzHEc_aem_dA9hmymH4-1YNNept_swZA

lunedì 1 giugno 2026

L'ultimo "Our Note-book" firmato da Chesterton per l'Illustrated London News del 20 giugno 1936.


Iniziamo il mese di giugno 2026, il mese del novantesimo anniversario della morte di Chesterton, a colpi di cannone di un certo calibro. Almeno per me lo sono, cari amici.

GKC era morto da sei giorni quando apparve questo brevissimo fondo e, nelle pagine successive, il suo ultimo contributo alla rubrica che era stata sua per trentun anni. Nell'occasione fu riprodotto anche il primo contributo, pubblicato nel settembre 1905. Successivamente la rubrica fu tenuta da Arthur Bryant per cinquant'anni. Bryant spese per Chesterton parole meravigliose. Qui in quest'altro post trovate altre belle cose di Bryant e anche la sua fotografia (è sempre bello avere in mente le facce di chi parla quando si legge qualcosa, e qui ci sforziamo di aiutarvi in questo). Qui invece trovate la storia della rubrica Our Note Book. Prossimamente proveremo a farvi avere la traduzione dei due articoli, che mi sembra siano del tutto inediti nella lingua di Dante.

Marco Sermarini

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"G. K. C.": THE LATE GILBERT KEITH CHESTERTON, WRITER OF "OUR NOTE-BOOK" FOR THIRTY•ONE YEARS, ESSAYIST, NOVELIST, POET, DRAMATIST, CRITIC, AND PHILOSOPHER.

The death of Mr. Chesterton, which we and our readers have special cause to lament, is a great loss to English literature. On another page of this number appears the last of that inimitable series of articles which he had contributed. week by week, to our pages for nearly thirty-one years— wonderful record!

The first article—reprinted opposite his last-appeared in the number for September 30, 1905, and its beginning struck the characteristic note which he constantly maintained a humorous approach to serious subjects, a genius for paradox, and a logical method of exposing fallacies. Mr. Chesterton was born in 1874 at Kensington, and was educated at St. Paul's School. For a few months he studied art at the Slade School. In his time he played many literary parts and produced a vast output.

His works include essays, poems, historical and biographical studies, plays, novels, detective stories, and books of travel. Above all, he was among the foremost essayists of his time. His last volume in that vein— "As I Was Saying "has just appeared. Recently he completed his autobiography.

(nostra traduzione: "G. K. C.": IL DEFUNTO GILBERT KEITH CHESTERTON, AUTORE DI "OUR NOTE-BOOK" PER TRENTUNO ANNI, SAGGISTA, ROMANZIERE, POETA, DRAMMATURGO, CRITICO E FILOSOFO.

La scomparsa del signor Chesterton, che noi e i nostri lettori abbiamo motivo di lamentare, rappresenta una grande perdita per la letteratura inglese. In un'altra pagina di questo numero compare l'ultimo di quell'inimitabile serie di articoli cui ha contribuito settimanalmente dalle nostre pagine per quasi trentun anni: un record straordinario!

Il primo articolo, ristampato di fronte all'ultimo, apparve nel numero del 30 settembre 1905 e il suo inizio rivelava la sua caratteristica costante: un approccio umoristico a temi seri, un genio per il paradosso e un metodo logico per smascherare le fallacie. Il signor Chesterton nacque nel 1874 a Kensington e studiò alla St. Paul's School. Per alcuni mesi studiò arte alla Slade School. Durante quel periodo si cimentò in numerose attività letterarie e diede vita ad una vasta produzione.

Le sue opere includono saggi, poesie, studi storici e biografici, opere teatrali, romanzi, racconti polizieschi e libri di viaggio. Soprattutto, fu tra i più importanti saggisti del suo tempo. Il suo ultimo volume in questo genere, "As I Was Saying", è appena uscito. Recentemente ha completato la sua autobiografia).


lunedì 4 maggio 2026

Oggi è la memoria dei Martiri Inglesi…

… e Chesterton ne era innamorato. 

Questa è la foto della pala dell’altare della Cappella a loro dedicata, edificata con la parte l’eredità che Chesterton lasciò alla Chiesa cattolica per la parrocchia della sua città, Beaconsfield. La parrocchia è intitolata a Santa Teresina del Bambin Gesù, non Chesterton avrebbe voluto che fosse intitolata ai martiri inglesi. Successivamente quest’intitolazione avvenne, in solido con la Santa francese, assieme ai più noti dei martiri inglesi, San Thomas More e San John Fisher. Come è noto (ne abbiamo parlato in diverse occasioni qui sempre su questo blog), Chesterton beneficò ampiamente la Chiesa cattolica: acquistò assieme alla moglie la statua della Beata Vergine Maria presente nella chiesa, e ancora oggi è presente; lasciò una somma espressamente perché venisse installata una vetrata dedicata a San Francesco d’Assisi, e anch’essa è tuttora visibile, poi la già nominata cappella, e lasciò la sua casa, Top Meadows, alla Chiesa, che ne fece un’abitazione per i pastori anglicani che si convertivano al cattolicesimo, per il tramite della Saint Barnabas Society. Questo avvenne solo dopo la morte di Dorothy Collins, avvenuta nel 1988. Questo perché i Chesterton le avevano lasciato l’usufrutto vita natural durante. La casa fu successivamente venduta alla famiglia che vi abita attualmente, che, come abbiamo già detto sempre qui, la vuole a sua volta cedere.

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lunedì 13 aprile 2026

Riproposizioni - Dieci anni fa tiravamo fuori dal cappello il dibattito Chesterton - Shaw su: gli animali hanno un'anima? Dai, vecchi segugi...



Il collegamento qui sotto riporta ad una notizia che The Guardian, quotidiano "left wing" inglese, pubblicò originariamente il 15 aprile 1925. Centouno anni fa l'articolo, dieci anni fa il nostro post in cui lo segnalavamo.

È corredato anche della foto del ritaglio di giornale che appunto riportava la notizia di questo spettacolare dibattito:


https://uomovivo.blogspot.com/2016/04/dibattito-di-shaw-chesterton-gli.html


La foto allegata all'articolo in inglese è una di quelle arcifamose, di cui abbiamo dato notizia e spiegazione in diverse occasioni negli anni. Ritrae un altro più famoso dibattito che coinvolse Chesterton e Shaw, stavolta sotto la moderazione di Belloc ("la moderazione di Belloc": locuzione che ha qualcosa dell'ossimoro...). È la foto del famoso dibattito "Do We Agree?", ampiamente documentato sul blog (basta mettere "Do We Agree" nel motore di ricerca interno). "Do We Agree?" finì anche in volume, nelle librerie antiche circola liberamente ancor oggi.

Comunque avrete capito che esibirsi in dibattiti pubblici ed assistervi era uno sport molto in voga all'epoca. Come dicemmo qui, il pubblico pagava biglietti per assistervi, e se c'era qualche problema vociava fuori, cazzottava i portoni per entrare, faceva dei numeri...

Altri tempi.

Qui sotto qualche brano che invita alla lettura dell'articolo inglese.

Marco Sermarini

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In a contribution to the second instalment of a symposium on “Have Animals Souls?” which appears in the May number of “Animals,” Mr. George Bernard Shaw says: –

“What is a soul? Unless it is a specific acquisition like a spine, appearing at a certain stage in evolution, it is difficult to regard it as an exclusively human characteristic. However, there is nothing unreasonable or improbable in this view, which is virtually that of the Roman Catholic Church, and is indeed the common view amongst us.

“The line it draws may (if you have a fancy that way) be drawn lower down, to include dogs or even beetles. Survival after death is another matter altogether. A man may believe that he has a soul, and that a dog has a soul, without believing anything so monstrous as that he and the dog as individuals are going to live for ever.”

Mr G.K. Chesterton after stating frankly that the subject is one of the many questions on which he is content to be an agnostic, says: – “About one thing I am quite clear, that it is perfectly right that the two ideas of the immortal man and the immortal mongoose should be treated as quite distinct. The second is simply a speculation about the mystery of nature that lies around us; the first is a practical question affecting the common conscience of a man and the consequences of his own action.

“If there is one thing of which I am convinced it is that even our love of animals should be one sort of thing and our love of man another. I do not mean that our love of animals should not be a real and beautiful sort of thing; by all means let it be if it can, as real and beautiful as it was in St. Francis of Assisi. I mean it is in a different category and on another plane... There enters into the case of the man an element of serious spiritual sympathy and responsibility that does not exist in the case of the dog or the horse, still less of the mongoose or the hyaena.

Il resto lo trovate nel già riportato collegamento.

martedì 10 febbraio 2026

I Dieci Comandamenti del giallo secondo mons. Ronald Knox

Da alcuni giorni stiamo rivalutando l'esperienza chestertoniana alla luce della letteratura poliziesca o gialla. Abbiamo riesumato alcuni vecchi post anche per richiamare le relazioni di Chesterton con alcuni suoi "colleghi gialli" come Agatha Christie, e l'esistenza del Detection Club. Oggi parliamo di mons. Ronald Knox, un grande amico di Chesterton ed un nome d'eccezione per quel che riguarda il giallo, anche se in Italia poco valorizzato. Convertito dall'anglicanesimo al cattolicesimo, fu sacerdote della Chiesa Cattolica, membro fondatore del Detection Club ed amico di lunga data di Chesterton; fu anche traduttore della Vulgata di San Girolamo, la Bibbia in latino, in lingua inglese (posseggo una copia di questa traduzione e vi dico che è un'opera di valore -- essa fu adottata dai Vescovi inglesi come versione ufficiale).

Durante la cosiddetta età d'oro della narrativa poliziesca, gli scrittori cercarono di stabilire delle “regole” per questo genere al fine di garantire il “fair play” ai lettori. Ecco qui di seguito cosa ipotizzò il nostro Ronald Knox (va detto non fu il solo).

I dieci comandamenti di Ronald Knox

Nel 1929 codificò dieci regole. Per cui questi sono i “Dieci Comandamenti” (o “Decalogo”) del giallo secondo Knox:

1) Il criminale deve essere menzionato nella parte iniziale della storia, ma non deve essere qualcuno di cui il lettore abbia potuto conoscere i pensieri.

2) Tutte le forze soprannaturali o preternaturali sono escluse per ovvia ragione.

3) Non è ammessa più di una stanza o di un passaggio segreto.

4) Non possono essere utilizzati veleni finora sconosciuti, né alcun dispositivo che richieda una lunga spiegazione scientifica alla fine.

5) Nessun cinese deve comparire nella storia. (La “regola del cinese” era una reazione e una critica ai cliché razziali prevalenti nella letteratura inglese degli anni '20. Knox spiegò: “Non vedo alcuna ragione per cui un cinese debba rovinare un romanzo poliziesco. Ma in realtà, se sfogliando le pagine di un romanzo sconosciuto in una libreria ti imbatti in qualche riferimento agli occhi stretti e a fessura di Chin Loo, evita quella storia; è brutta”).

6) Nessun caso fortuito deve mai aiutare il detective, né questi deve mai avere un'intuizione inspiegabile che si riveli corretta.

7) Il detective stesso non deve commettere il crimine.

8) Il detective è tenuto a rivelare qualsiasi indizio che possa scoprire.

9) Il “braccio destro” del detective, il Watson, non deve nascondere al lettore alcun pensiero che gli passi per la mente: la sua intelligenza deve essere leggermente, ma molto leggermente, inferiore a quella del lettore medio.

10) I gemelli, e i sosia in generale, non devono apparire a meno che non siamo stati debitamente preparati alla loro presenza.

Come vedete monsignor Knox aveva una decina di assiomi cui, in astratto, diceva di volersi rifare. Chissà cosa ne penseranno gli esperti del giallo. Sarebbe interessante saperlo.

Marco Sermarini

La biografia di Knox a cura di
Evelyn Waugh


sabato 7 febbraio 2026

Agatha Christie: investigare il mistero. Il nostro Paolo Gulisano su Libertà e Persona (riportato da Rassegna Stampa Totus Tuus). Si parla anche di Chesterton.



Cinquant’anni fa, il 12 gennaio 1976, moriva Agatha Christie, la più grande scrittrice di Gialli di tutti i tempi. In realtà, il termine “romanzo giallo” non è una definizione precisa di questo tipo di narrativa. Molto meglio nella lingua inglese, dove è definito “Mystery”, ossia una letteratura del mistero.

Paolo Gulisano

Agatha Christie, che fu una sorta di allieva del grande Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes, fu una scrittrice di eccezionale talento, il cui segreto era il confezionamento di trame assolutamente affascinanti. Le sue perfette trame vanno a dispiegarsi attorno ai suoi due personaggi più fortunati: Hercule Poirot e Miss Marple. Entrambi eccezionali investigatori. 

IL SIGNIFICATO DI INVESTIGARE

La parola “investigare” significa letteralmente – dal latino- “seguire le tracce”. L’investigazione, l’indagine, la ricerca, sono il compito del detective, ma si potrebbe dire che sono il compito di ogni persona che senta nel proprio cuore quella “santa inquietudine” di cui parlò Sant’Agostino.

Il romanzo “Giallo” , o meglio Mystery, dunque, non è semplicemente un genere di nicchia, un piacevole ed emozionante intrattenimento, ma una vera e propria metafora della condizione umana, che è fatta per andare instancabilmente alla ricerca della verità.

Il resto in questo collegamento:


Mi permetto poi di suggerirvi la lettura di alcuni nostri post collegati al Detection Club, di cui Chesterton e la Christie erano membri fondatori; Chesterton ne fu il primo presidente, e il club esiste ancora. Quando penso ad Agatha Christie non posso non immaginare questi consessi presieduti da Nostro in cui si discuteva ma si scherzava anche tantissimo: in uno dei collegamenti c'è anche il testo del giuramento di questi simpatici pazzi. Queste sono notizie che non si possono perdere e che trovate tutte qui. Aiutano a comprendere meglio il Nostro Eroe e le sue variegate gang, e in qualche modo ci confermano la sua natura "sociale", cioè la capacità di legarsi affettuosamente ad i suoi simili, cioè gli uomini, legandoli a sé, un po' come è successo a noi.

Marco Sermarini








Questo è un testo francese
sull'argomento Detection Club,
naturalmente in copertina
c'è Agatha, c'è Ronald Knox
 e c'è pure lui...!




sabato 31 gennaio 2026

Concorso Chesterton 2026 - Annalisa Teggi presenta il tema.

La nostra cara Annalisa Teggi, dalla prima edizione giurata del Concorso Chesterton con Fabio Trevisan e Rodolfo Casadei, presenta in questo bel video il tema dell'edizione 2026 e i motivi di questa scelta: 

Gilbert e san Francesco - Giullari di Dio.



Il Concorso Chesterton si terrà a san Benedetto del Tronto l'8 maggio 2026 presso il Centro Educativo La Contea.

800° anniversario della morte di San Francesco d'Assisi e 90° anniversario della morte di Gilbert Keith Chesterton: temi ricchissimi!

mercoledì 21 gennaio 2026

Ancora su Leonardo Sciascia, il giallo e Chesterton.


 

Leonardo Sciascia (1921 - 1989) fu amante del giallo. Scrisse il libro Il metodo di Maigret e altri scritti sul giallo, in cui annovera tra i "giallisti al lavoro" anche il nostro Chesterton, dedicandogli un capitolo.

In un'altra opera, Breve storia del romanzo poliziesco, fa pure cenno a Chesterton come ci ricorda Nicola Vacca nel post Sciascia nel labirinto del romanzo poliziesco: "Sciascia sostiene che nella sua forma più originale e autonoma, il romanzo poliziesco presuppone una metafisica: l’esistenza di un mondo “al di là del fisico”, di Dio, della Grazia, e di quella Grazia che i teologi chiamano illuminante. Di questa grazia illuminante l’investigatore si può considerare il portatore. Lo scrittore afferma che non a caso la storia del romanzo poliziesco, la nascita dell’investigatore, abbia nella Bibbia le sue origini
. Un grande scrittore cattolico, G. K. Che
sterton, ha scritto una serie di racconti polizieschi in cui il ruolo dell’investigatore è tenuto da un prete cattolico, in odore di santità, padre Brown. 
Sciascia individua il primo racconto poliziesco nella Bibbia e il primo investigatore è il profeta Daniele".