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giovedì 9 aprile 2026

Riproposizioni - Chesterton in altre parole - The Oxford Companion to Charles Dickens, la voce su Chesterton ("considerato da molti dickensiani il miglior critico di Dickens").

Dal nostro blog, 27 aprile 2024 (siccome stiamo proponendo da tempo aforismi tratti dall'inedito in lingua italiana "Charles Dickens. A Critical Study", ci dice molto):


Chesterton, G. K. (1874-1936), considerato da molti dickensiani il miglior critico di Dickens. Scrisse per la prima volta su Dickens in The Bookman (1900, 1903) e pubblicò uno studio completo, Charles Dickens, nel 1906.

Si trattava in parte di una risposta a GISSING, il cui studio del 1898 aveva, secondo Chesterton, enfatizzato eccessivamente il lato oscuro dell'opera di Dickens.

Chesterton si propone di celebrare nel suo stile esuberante la suprema abilità e fecondità comica di Dickens e la sua glorificazione dell'uomo comune, soprattutto nella figura di Sam Weller. Nonostante le occasionali lacune in affermazioni discutibili o in facili battute, Chesterton riesce brillantemente a trasmettere il sapore unico dell'arte di Dickens e offre molte intuizioni penetranti nel funzionamento della sua immaginazione. Tra il 1907 e il 1909 scrisse le singole prefazioni per ciascuno dei libri di Dickens ristampati da J. M. Dent nella sua collana Everyman's Library.

Queste prefazioni, raccolte sotto il titolo Appreciations and Criticisms of the Works of Charles Dickens nel 1911 (ristampato nel 1933 con i primi due sostantivi del titolo invertiti), contengono naturalmente commenti più dettagliati sui singoli romanzi rispetto al libro del 1906, e vi si trovano alcune delle discussioni più interessanti e stimolanti di Chesterton sull'opera di Dickens, come la sua raffinata analisi della struttura centripeta di Bleak House.

In The Victorian Age in Literature (1913), Chesterton diede risalto a Dickens, definendo la sua come “la più squisita delle arti... l'arte di divertire tutti”, e per il resto della sua carriera continuò a sostenere Dickens come un artista supremamente grande in un periodo in cui la maggior parte dei critici accademici considerava i suoi risultati con indifferenza o vero e proprio disprezzo. T. S. Eliot dichiarò (1932), 'Non c'è critico di Dickens migliore del signor Chesterton', e molti illustri studiosi e biografi successivi di Dickens, come Sylvère Monod e Peter Ackroyd, hanno fatto eco a questo elogio.

MS

Chesterton on Dickens, a cura di Alzina Stone Dale (vol. 15 of The Collected Works of Gilbert Keith Chesterton, Ignatius Press; Chesterton on Dickens, ed. M. Slater (1992). The Chesterton Review, 11.4 (special Dickens number) (1985).


Michael Slater, in Paul Schlicke (ed), The Oxford Companion to Charles Dickens

https://uomovivo.blogspot.com/2024/04/chesterton-in-altre-parole-oxford.html


mercoledì 18 marzo 2026

Una vecchia ma interessante recensione di Una gioia antica e nuova uscita su Il Manifesto nel 2011, a cura di Ivan Tassi.



Quando si apre uno dei romanzi che Charles Dickens scrisse tra il 1836 e il 1870, lungo l'arco di una straordinaria carriera, si è costretti a far fronte a un paradosso miracoloso. Dickens, insegnava Nabokov in una delle sue Lezioni di letteratura, resta un magnifico «incantatore»: se si tenta di analizzare il suo metodo narrativo, non si può fare a meno di rilevare un catalogo di «difetti» nelle sue storie, a volte prevedibili o viziate dal sentimentalismo; ma se lo si legge «con la spina dorsale» - sede, per Nabokov, del «piacere artistico» - non resta che «arrendersi» di fronte alle magie illusionistiche della narrazione. La lettura, in ogni caso, «tiene», ci trascina e finisce per lasciare il critico in imbarazzo, a interrogarsi sull'adeguatezza del suo percorso e dell'attrezzatura utilizzata durante l'indagine.
Ma dunque, se non è in grado di spiegare il mistero della scrittura attraverso gli strumenti della ragione, a cosa serve la critica letteraria? Quali sono i suoi limiti e le sue legittime aspirazioni? Se non vogliamo chiudere gli occhi di fronte al problema, possiamo affidarci a Gilbert Keith Chesterton e abbandonarci alle pagine di Una gioia antica e nuova. Scritti su Charles Dickens e la letteratura (a cura di Edoardo Rialti, Marietti). 
Il libro, tradotto oggi per la prima volta in italiano, raccoglie le prefazioni ai romanzi di Dickens che Chesterton allestì per la collana Everyman nel 1911, lo stesso anno in cui diede alla luce L'innocenza di Padre Brown, il primo di una fortunata serie di gialli. La coincidenza cronologica, non casuale, è sintomo di un'ammirazione che rischiò di sconfinare nell'osses
sività e che solo la meravigliosa intelligenza critica di Chesterton riuscì ad addomesticare.

Il resto qui sotto:



venerdì 14 novembre 2025

Un aforisma al giorno - Una perpetua crisi.



Il piacere del matrimonio sta proprio nel fatto che è una crisi perpetua.

Gilbert Keith Chesterton, prefazione a David Copperfield, in Appreciation and Criticism of the Works of Charles Dickens.



domenica 21 luglio 2024

Riproposizioni - Un aforisma al giorno a proposito del cosiddetto progresso.

Progresso è una parola inutile; perché il progresso dà per scontato una direzione già definita: ed è esattamente sulla direzione che non siamo d'accordo.


Gilbert Keith Chesterton, Appreciation and criticism of the works of Charles Dickens


Dice bene Chesterton: questa per esempio
è una nota marca di cibi in scatola americana
-- per noi italici questo è regresso ;-)


sabato 27 aprile 2024

Chesterton in altre parole - The Oxford Companion to Charles Dickens, la voce su Chesterton ("considerato da molti dickensiani il miglior critico di Dickens").

Chesterton, G. K. (1874-1936), considerato da molti dickensiani il miglior critico di Dickens. Scrisse per la prima volta su Dickens in The Bookman (1900, 1903) e pubblicò uno studio completo, Charles Dickens, nel 1906.

Si trattava in parte di una risposta a GISSING, il cui studio del 1898 aveva, secondo Chesterton, enfatizzato eccessivamente il lato oscuro dell'opera di Dickens.

Chesterton si propone di celebrare nel suo stile esuberante la suprema abilità e fecondità comica di Dickens e la sua glorificazione dell'uomo comune, soprattutto nella figura di Sam Weller. Nonostante le occasionali lacune in affermazioni discutibili o in facili battute, Chesterton riesce brillantemente a trasmettere il sapore unico dell'arte di Dickens e offre molte intuizioni penetranti nel funzionamento della sua immaginazione. Tra il 1907 e il 1909 scrisse le singole prefazioni per ciascuno dei libri di Dickens ristampati da J. M. Dent nella sua collana Everyman's Library.

Queste prefazioni, raccolte sotto il titolo Appreciations and Criticisms of the Works of Charles Dickens nel 1911 (ristampato nel 1933 con i primi due sostantivi del titolo invertiti), contengono naturalmente commenti più dettagliati sui singoli romanzi rispetto al libro del 1906, e vi si trovano alcune delle discussioni più interessanti e stimolanti di Chesterton sull'opera di Dickens, come la sua raffinata analisi della struttura centripeta di Bleak House.

In The Victorian Age in Literature (1913), Chesterton diede risalto a Dickens, definendo la sua come “la più squisita delle arti... l'arte di divertire tutti”, e per il resto della sua carriera continuò a sostenere Dickens come un artista supremamente grande in un periodo in cui la maggior parte dei critici accademici considerava i suoi risultati con indifferenza o vero e proprio disprezzo. T. S. Eliot dichiarò (1932), 'Non c'è critico di Dickens migliore del signor Chesterton', e molti illustri studiosi e biografi successivi di Dickens, come Sylvère Monod e Peter Ackroyd, hanno fatto eco a questo elogio.

MS

Chesterton on Dickens, a cura di Alzina Stone Dale (vol. 15 of The Collected Works of Gilbert Keith Chesterton, Ignatius Press; Chesterton on Dickens, ed. M. Slater (1992). The Chesterton Review, 11.4 (special Dickens number) (1985).


Michael Slater, in Paul Schlicke (ed), The Oxford Companion to Charles Dickens



martedì 5 settembre 2023

Un aforisma al giorno - Amare & combattere, non amare o combattere.

 In ogni romanzo autentico ci sono tre personaggi vivi e commoventi. Per amor di logica si possono chiamare San Giorgio e il Drago e la Principessa. In ogni storia d'amore ci devono essere gli elementi gemelli dell'amore e della lotta. In ogni romanzo ci devono essere i tre personaggi: ci deve essere la Principessa, che è una cosa da amare; ci deve essere il Drago, che è una cosa da combattere; e ci deve essere San Giorgio, che è una cosa che ama e combatte allo stesso tempo. Ci sono molti sintomi di cinismo e decadenza nella nostra civiltà moderna. Ma tra tutti i segni della debolezza moderna, della mancanza di comprensione della morale così come deve essere, non ce n'è stato nessuno così sciocco o pericoloso come questo: che i filosofi di oggi hanno iniziato a dividere l'amore dalla lotta e a metterli in campi opposti. Non c'è segno peggiore che si possa trovare un uomo, persino Nietzsche, che dica che dovremmo combattere invece di amare. Non c'è segno peggiore che trovare un uomo, persino Tolstoi, che ci dica che dovremmo amare invece di combattere. Le due cose si implicano a vicenda; si implicano a vicenda nel vecchio romanticismo e nella vecchia religione, che erano le due cose stabili dell'umanità. Non si può amare una cosa senza voler combattere per essa. Non si può combattere senza qualcosa per cui combattere.

Gilbert Keith Chesterton, Appreciations and Criticisms of the Works of Charles Dickens (Prefazione a Nicholas Nickleby).


Paolo Uccello, San Giorgio e il drago (1460),
National Gallery, Londra.


domenica 23 giugno 2019

Un aforisma al giorno

Le Fiabe dicevano che il principe e la principessa vissero felici e contenti in eterno: e così fecero. Vissero felici, anche se è molto probabile che di tanto in tanto si lanciassero i mobili l'uno contro l'altro.

Gilbert Keith Chesterton, Appreciation and Criticism of the Works of Charles Dickens

domenica 2 aprile 2017

La buona battaglia - di Fabio Trevisan - da Riscossa Cristiana


"Amare qualcosa senza desiderare di combattere per averla non è amore, ma lussuria"


Questa frase, rinvenibile nel saggio "Appreciations and Criticism of the Works of Charles Dickens" del 1911, edito in lingua italiana (Marietti 1820) con il titolo "Una gioia antica e nuova. Scritti su Charles Dickens e la letteratura", condensa in modo efficace il pensiero di Chesterton sulla "buona battaglia". In un'epoca, come la nostra, caratterizzata dall'incapacità di mantenere l'obbligo di fedeltà dato e quindi di amare fino in fondo e desiderare conseguentemente di combattere per quella causa e per quel voto assunto da principio, ecco il drammatico epilogo prospettato dal grande scrittore londinese: al posto delle virtù della fedeltà e della magnanimità subentrano i vizi corruttori della lussuria e della meschinità.

Come aveva intuito Chesterton, si innesta nel mondo una nuova specie di miserabili traditori, piccoli uomini senza slanci generosi, preoccupati solamente di compiacersi ambiguamente: "Quando la natura umana è umana, incontaminata da sofismi particolari, esiste un naturale legame di parentela tra guerra e corteggiamento…". Da rilevare quanto insistesse Chesterton sulla "natura umana" e quanto questa natura sia stata erosa, dimenticata, tradita. Per non parlare poi di quel legame di parentela tra guerra e corteggiamento, così malinteso e così vituperato oggi, in un clima ideologico impregnato di pacifismo e sessismo adulterato. L'essenza del vero romanticismo e dell'autentico eroico amore umano era sintetizzato, dal saggista di Beaconsfield, in questa splendida frase: "In un romanzo vero ci sono tre personaggi che vivono e agiscono: Possiamo chiamarli San Giorgio, il Drago e la Principessa. Ogni romanzo deve conoscere il duplice tema dell'amore e della battaglia. Deve esserci una Principessa, l'oggetto da amare; deve esserci il Drago, l'oggetto da combattere, e deve esserci San Giorgio, che è il personaggio che ama e combatte". 

Per Chesterton non era possibile separare il sano amore dalla buona battaglia e per questo inveiva contro la società moderna che stava tralasciando questo indissolubile legame: "La nostra civiltà moderna mostra molti sintomi di cinismo e decadenza, ma di tutti i segnali della fragilità moderna e della mancanza di principi morali, non c'è nessuno così superficiale o pericoloso come questo: che i filosofi di oggi abbiano cominciato a dividere l'amore dalla guerra, e a collocarli in campi opposti". Chesterton alludeva al nodo inestricabile amore-guerra, pensate un po', persino nell'amata Chiesa Cattolica Romana: "Una cosa implica l'altra. Una cosa implicava l'altra nel vecchio romanzo e nella vecchia religione, che erano le due cose permanenti dell'umanità. Non si può amare qualcosa senza voler combattere per essa". Queste frasi mi fanno rabbrividire per l'intensità, la profondità e la stupefacente attualità. Sembra che Chesterton stia parlando adesso a soggetti talmente svirilizzati da non concepirsi quasi più come persone; incapaci di amare e donarsi fino in fondo. Gente così inerme, incapace di lottare e di comprendere il reale significato della vita. Chesterton sapeva invece che amare il mondo equivaleva innanzitutto a combatterlo: "Nello stesso istante in cui si è offerto di amare tutte le persone, egli si è anche offerto di colpirle". Chesterton ammoniva e rilevava, da sano cattolico che si spendeva per la buona battaglia, dell'importanza della salvezza dell'anima: "Niente è più importante del destino dell'anima…tutti i buoni scrittori esprimono lo stato della loro anima". 

Nell'amato Dickens, a cui aveva dedicato anche altri scritti, Chesterton intravedeva la bellezza della sua anima: "La prima cosa da capire di Dickens è proprio questa condizione fondamentale dell'uomo dietro le sue creazioni". A certe condizioni era possibile "dialogare" con Dickens: amandone l'anima, lo spirito delle sue creature e desiderare combattere con lui l'iniquità del male e del peccato. Chesterton promuoveva quindi un ardente combattimento spirituale contro ogni modernismo o progressismo, facendoci assaporare una gioia antica e nuova: "Certamente la parola "progresso" oggi è insignificante, perché il progresso dà per scontata una direzione già definita. Ed è proprio su questa direzione che ci troviamo in disaccordo". 

Egli era perfettamente consapevole che, oltre al connubio amore-guerra, era indispensabile tornare alla salvaguardia del dogma e dell'ortodossia: "Il dogma è l'unica cosa che rende possibile una discussione, o un ragionamento".