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domenica 11 gennaio 2026

La Sindrome di Chesterton | Pedro Gomez Carrizo su Infocatolica - segnalazione e traduzione di Maria Grazie Gotti (grazie!).




Caro presidente,
buon anno a te e ai chestertoniani tutti.

Su Infocatolica (https://www.infocatolica.com) il 5 gennaio Pedro Gomez Carrizo ha pubblicato un articolo molto interessante che parla dall'atteggiamento di Chesterton nella sua prima comunione, al riconoscimento della Presenza Reale di Gesù, e lo confronta con le modalità molto diffuse attualmente, sempre più nei fatti tendenti alla desacralizzazione della Comunione nelle nostre chiese.
Parla della Sindrome di Chesterton, in analogia alla sindrome di Stendhal (ma evidenziando in modo chiaro la distinzione fra le due).

Di seguito la mia traduzione.
 
ci sono anche commenti interessanti in coda 


La "Sindrome di Chesterton"

Chesterton sudò quando per la prima volta fece la comunione: tremore e timore reverenziale di fronte alla Presenza Reale. L’autore riflette su questo turbamento – mysterium tremendum – per evidenziare il suo contrasto con una prassi liturgica oggi sempre più orizontale e banalizzata, dove gesti, mediazioni e silenzio vengono ersi. Recuperare la comunione in bocca, in ginocchio e amministrata da un ministro ordinato non dovrebbe essere un’opzione marginale, ma una pedagogia fondamentale, necessaria, del sacro.

Pedro Gómez Carrizo – 05/01/26 23:32 05/01/26 11:32 PM 

Commuove visualizzare la scena in cui G. K. Chesterton, quarantotto anni di età, e quattordici anni dopo aver scritto Ortodossia, prese per la prima volta la comunione. Successe a Beaconsfield, il 30 luglio 1922, e lo fece accompagnato da padre John O’Connor, che tanto bene aveva fatto per lui. Questo stesso sacerdote raccontò che Chesterton, “perfettamente consapevole dell’immensità della Presenza Reale”, si avvicinò al Santissimo con tremore e paura reverenziale, “ricoperto di sudore”. “Sono spaventato di fronte a quella Realtà tremenda”, gli confessò l’immenso scrittore, quello straordinario polemista che sembrava aver paura di nulla. E dopo aver fatto il sacramento, Chesterton riconobbe di aver trascorso “l’ora più felice” della sua vita.

La scena descritta rimanda a un'altra avvenuta poco più di un secolo prima, a Firenze. Mi riferisco al momento in cui Stendhal visitò la Basilica della Santa Croce. La sua vertigine di fronte all’esuberanza del godimento artistico ha dato il nome alla “sindrome di Stendhal”, ed è facile immaginare la somiglianza con ciò che ha sperimentato Chesterton. Si tratta, ovviamente, di fenomeni diversi, perché la reazione di Chesterton avvenne di fronte al Sacro mentre quella di Stendhal di fronte alla Bellezza, ma in entrambi i casi rimane la stessa commozione di fronte al sublime, di fronte al mistero dell’abisso che ti attrae, ti travolge e ti trascende. Per questo non mi sembra fuori luogo chiamare “sindrome di Chesterton” questo turbamento di fronte alla della Presenza.

Quella “stupore” devoto di Chesterton ha una parentela con un’intuizione antropologica elementare: il sacro appare come il separato, il proibito, che impone la distanza. Durkheim lo formulò con precisione definendo “le cose sante” come quelle “separate e proibite”. Il sacro è pertanto quello di fronte al quale si stabiliscono distanze, gesti e mediazioni. Mary Douglas spiegherà in seguito che il mondo simbolico è sostenuto dai confini, che quando vengono cancellati, non aprono la strada alla libertà, ma alla confusione (o alla profanazione). E Rudolf Otto, nel suo celebre mysterium tremendum et fascinans, ha dato nome a ciò che Chesterton è sembrato sperimentare fisicamente: attrazione e timore di fronte a una Presenza che affascina perché non è addomesticabile. Di fatto, l’uomo, in tutte le culture, anche nelle sue forme più primitive, ha saputo che ci sono realtà che “non si toccano” come si tocca il resto; realtà che rivendicano mani, gesti e parole separate. Il vecchio concetto di tabù denomina proprio quel confine: il divieto di un’azione con la convinzione che qualcosa sia troppo sacro, o troppo maledetto, per uso ordinario, un divieto nato dal riconoscimento di un potere che supera il soggetto.

Ciò che trascende “non si tocca” allegramente, impunemente. Ciò che viene dall’alto impone la distanza e il rispetto in accordo con il sublime. Le ginocchia piegate, l’atteggiamento di non toccare o il silenzio non sono preferenze ornamentali, ma piuttosto la grammatica umana per esprimere il “qui c’è un Altro”. E questa è la liturgia. L'ambito sensoriale – visibile, uditivo, tattile – in cui una fede particolare impara a respirare. La liturgia educa la percezione, affinché non solo esprima la fede pregressa, ma anche la formi. Come la Chiesa decreta in modo incontrovertibilmente: lex orandi, lex credendi, la legge della preghiera stabilisce la legge della fede. Vale la pena ricordare cosa è successo nell'Inghilterra del XVI secolo, quando la grande operazione di de-cattolicizzazione passò attraverso la riscrittura del culto comune. Il progetto di Thomas Cranmer con il suo Libro di Preghiera Comunefu un intervento teologico nel cuore eucaristico dell’azione liturgica. Il credo viene decattolicizzato attraverso la porta del rito, con la naturalezza con la quale una nuova lingua finisce per sostituire quella vecchia: prima sembra una traduzione, poi è una trasformazione. Cambiate i gesti, cambiate il linguaggio sacrificale, cambiate il centro (dall’altare alla tavola), cambiate la direzione della preghiera, da Ad Orientem a Versus Populum, e, nel tempo, avrete cambiato ciò che la gente pensa che accada sull’altare.

Ora chiediamoci perché la “sindrome di Chesterton” risulta oggi quasi inverosimile. Immaginiamo una scena riconoscibile, dove l’“orizzontale” si impone come un’atmosfera, dove l’azione di Ringraziamento sostituisce il Sacrificio, dove gli abbracci occupano più tempo della consacrazione; dove inginocchiarsi non si fa più - o viene visto come eccentrico, quando non proibito-; dove l’Ostia circola come se fosse un simbolo che passa di mano in mano; e dove, spesso, viene amministrato da un ministro straordinario in maniche di camicia. davvero crediamo davvero che questa scenografia non ci dis-educhi? Davvero crediamo che il corpo non impari ciò che l’anima finisce per credere? La risposta a questa domanda è abbastanza scomoda, ma ineludibile: l’evoluzione -degenerazione?- della prassi liturgica post-conciliare ha contribuito in modo decisivo alla desacralizzazione dell’Eucaristia.

È sorprendente, inoltre, constatare che questo modus operandi diffuso e normalizzato non sia nemmeno supportato dalle norme conciliari, se lette senza pregiudizi ideologici. La Redemptionis Sacramentum insiste sul fatto che il ministro "straordinario" è, in breve, straordinario. E aggiunge un criterio che smantella molte scuse per la negligenza: il ministro straordinario può amministrare la Comunione solo in caso di assenza del sacerdote e del diacono, se il sacerdote è impedito per un motivo valido o se il numero dei fedeli è così elevato che la Messa si prolungherebbe indebitamente, osservando che una breve proroga "non è affatto una ragione sufficiente". Il documento fa riferimento alla "profanazione" dell'Ostia come a un rischio molto reale che il rito deve impedire, non facilitare, ordinando la revoca dei permessi di riserva eucaristica laddove esista tale pericolo e ricordando che anche quando si porta la Comunione a una persona malata, si devono evitare "atti profani". E naturalmente – e mentre scrivo questo mi mandano una recente intervista in cui Jonathan Roumie, l’attore che interpreta Gesù in The Chosen, ricorda una messa in cui il sacerdote, vedendolo inginocchiato alla comunione, gli chiese di sollevarsi – rende ben chiaro che non è lecito negare la comunione a un fedele che desidera riceverla in ginocchio e in bocca.

Per valutare la gravità della banalità – se mi si passa l'ossimoro – delle "ragioni" che alcuni sacerdoti adducono per persistere nell'uso e nell'abuso dei ministri straordinari della Santa Comunione, è sorprendentemente utile ricorrere a una lettura liturgica di uno dei più perspicaci contributori alla filosofia morale, Alasdair MacIntyre. In *After Virtue*, MacIntyre definisce una "pratica" come un'attività cooperativa socialmente stabilita in cui i beni interiori si realizzano perseguendo i propri standard di eccellenza. Questi "beni interiori" si ottengono solo eseguendo la pratica con disciplina, forma e virtù, e sono ben distinti dai beni esteriori – status, potere, comodità, efficienza, immagine, successo misurabile – che possono essere conseguiti in molti modi e che, quando prevalgono, corrompono la pratica dall'interno. Abbiamo letto correttamente: "corrompono la pratica dall'interno" perché la distolgono dal fine – la svuotano dai loro fini – per i quali è stata creata.

Non è altro il significato etimologico del termine peccare, “sbagliare il colpo”.

Se la liturgia è, nel senso più vero, una pratica, i suoi valori intrinseci non sono il dinamismo dell'assemblea, il fluire regolare della coda, il comfort del comunicando o l'entusiasmo del sacrestano, ma piuttosto l'adorazione, la riverenza e la consapevolezza corporea che Dio non si misura con criteri umani. Quando prevalgono fattori esterni – che non sia prolungato, che sia comodo, che tutti partecipino, che assomigli a una cena comunitaria – il rito si distorce e, ottimizzando i processi e banalizzando i gesti, ciò che non può essere quantificato finisce per essere sacrificato. Il risultato è una diseducazione teologica del popolo, sotto forma di desacralizzazione pratica. Introdurre criteri "logistici" nella distribuzione della Comunione porta a confondere l'essenziale con lo strumentale e induce la comunità a perdere di vista i suoi valori intrinseci. Così, la comunione in bocca, le ginocchia a terra, e amministrata da un ministro ordinato, non da un laico, è una pedagogia necessaria della Presenza Reale. Se crediamo in essa, il nostro modo di fare la comunione deve manifestarlo, e proclamarlo più che con le parole, con tutto il corpo, con la distanza, con la mediazione ordinata, con il silenzio, con un atteggiamento reverenziale. Il tabù dell’intoccabile, nel suo senso più nobile, non è un residuo pagano, ma la traduzione umana di una verità cristiana: il santo non si tocca, non è nostro.

Chesterton sudava perché si era reso conto che la Realtà non poteva essere contenuta nella sua gola. Speriamo che non siano lontani i giorni di quella "riforma della riforma" avviata da Benedetto XVI e spenta dal suo successore, una riforma che permetta alla "sindrome di Chesterton" descritta all'inizio di questo articolo di cessare di sembrare una mera stranezza letteraria.

-- 

traduzione di Maria Grazia Gotti

lunedì 3 novembre 2025

Segnalazioni di Belloc, grazie a Maria Grazia Gotti.



Ciao, Marco.

Segnalo a te e a tutti i lettori del blog una interessante presentazione di Sebastiano Tassinari del libro "L'Europa e la Fede" di H. Belloc pubblicata sul blog Il Maccabeo.

La presentazione è in due parti e non mancano riferimenti a Chesterton.

Di seguito i link alle due parti:




«La catastrofe della Prima Guerra Mondiale rese ancora più urgente per Belloc l’affermazione della “sola formula di vita del nostro tempo: «L’Europa deve tornare alla Fede, oppure fatalmente si dissolverà»”. Il libro di Belloc cerca nel passato la dimostrazione di questo appello, percorrendo la storia del nostro continente dall’Impero Romano allo Scisma Anglicano per provarne l’anima cattolica. Premessa di tale resoconto storico è il concetto di coscienza cattolica della storia esposto nell’Introduzione: “io dico con intenzione la coscienza cattolica della storia […]. Il cattolico guarda l’Europa dall’interno: non può esistere quindi un punto di vista cattolico della storia europea allo stesso modo che una persona non può avere un punto di vista su se stessa”».




La Conclusione dell’opera sorprende per il suo carattere che rapidamente evolve da quello del saggio storico ad una riflessione veramente filosofica e spirituale sullo stato delle nostre vite. Belloc apre le sue considerazioni con lapidarie parole: “Il grande effetto della Riforma fu l’isolamento dell’anima”, e vale davvero la pena far assaporare ai nostri lettori queste righe...

I rispettivi resti nei due collegamenti qui sopra.



sabato 11 ottobre 2025

Da Maria Grazia Gotti - Notizia sul Congresso Internazionale di Barcellona Fè, Arte y Mito (Tolkien, Lewis e Chesterton).

 



Caro presidente e cari amici chestertoniani tutti,

volevo condividere con voi una interessante notizia proveniente dal mondo di lingua spagnola: dal 17 al 19 ottobre si svolgerà la quarta edizione del Congresso internazionale Fè, Arte y Mito, dedicato a Tolkien, Lewis e Chesterton.

L’edizione 2025 per la prima volta si svolge in Europa e precisamente a Barcellona presso la Universidad Abat Oliba CEU, mentre gli appuntamenti precedenti si sono svolti in Argentina, terra di origine di Juan Tomás Widow, la persona da cui è nata questa bella iniziativa (sul blog sono state segnalate le edizioni 2022 e 2023).

Riporto la traduzione di qualche brano dell’intervista a Juan Tomás pubblicata su Alfa & Omega, un sito di informazione cattolica pubblicato dalla Fundación San Agustín, collegata all’Arcivescovo di Madrid.

Da dove viene l'iniziativa?
Questa è la quarta edizione. Ne sono già state fatte tre in Argentina. Tutto questo è nato da una pagina di Instagram, @srbombadil. È un account che ho creato come hobby personale dal 2018 per condividere frasi -non tutte di Tolkien- e parlare di libri, film e canzoni. La creai in una fase in cui avevo letto Il Signore degli Anelli e altri libri di Tolkien, ma non mi ero ancora introdotto nel significato della sua opera. Quando mi sono imbattuto nelle sue lettere, ho iniziato ad approfondirle. E poi ho scoperto C. S. Lewis e Chesterton.

Quindi tutto è iniziato come un hobby
Nel 2018, quell'account è cresciuto e a marzo 2020 mi sono chiesto se questo non fosse solo un hobby ma anche un progetto di vita. Mi stava prendendo sempre più tempo e volevo fare di questo qualcosa di più che un hobby. Allora abbiamo cominciato a fare dei primi dialoghi su Tolkien con Eduardo Segura Fernández, un accademico di Granada e uno dei grandi esperti in lingua spagnola.

Al primo corso si sono iscritte 500 persone ed è stato un grande incoraggiamento per andare avanti. Poi abbiamo fatto un'agenda di contatti di professori, intellettuali e ricercatori che erano affascinati dallo studio di questi argomenti.

E dopo quello nacque un primo grande congresso nel 2022
Cominciammo a immaginare insieme tutti i relatori per un grande congresso su Tolkien, C. S. Lewis e Chesterton. Lo abbiamo fatto a luglio 2022 e anche nel 2023 e 2024. Tutto cominciava a crescere, anche con un piccolo progetto editoriale e iniziammo ad avere accordi con università in Argentina e una rete di contatti.

Poi ho incontrato la professoressa Teresa Pueyo dell'Università Abat Oliba CEU. Ci fu una sinergia molto importante e aspirammo a farlo a Barcellona. Pensando al futuro, l'idea è di fare ogni anno  un congresso, alternativamente in Argentina e in un altro paese…

Cosa spinge la gente a partecipare a questi incontri?
La gente veniva per Tolkien, C. S. Lewis e Chesterton, ma anche per altro. La nostra idea non è solo generare un ambiente accademico, ma anche uno spazio di divulgazione per diffondere le idee di questi autori e ciò che vogliono diffondere.

Tolkien ha un'arma molto potente: essere trascendente, ma anche molto vicino nel tempo. Ha molto da dirci e vogliamo approfittare di questi autori che, man mano che la loro leggenda cresce, impariamo di più su di loro.

Cosa vi aspettate dal prossimo congresso?
Speriamo di replicare ciò che è stato fatto in Argentina. Una delle cose più sorprendenti è stata l'atmosfera di comunità che abbiamo vissutoa. In Argentina ci è successo che c'era un incontro di molta gente molto diversa che aveva in comune questo interesse per Tolkien, C. S. Lewis e Chesterton.

[…]

Questi scrittori, in particolare Tolkien e C. S. Lewis, sono noti per le loro saghe di fiction, ma il loro lavoro va molto oltre
Questi autori portano la gente in qualcosa di più che un mondo fantastico con diversità di creature e mitologie. Sono autori che arrivano attraverso il mito e i loro racconti e saggi hanno un messaggio molto potente per quanto siano recenti.

Vengono da un'epoca molto oscura e difficile per l'Europa a causa del contesto delle guerre e hanno dato speranza al mondo. E, allo stesso tempo, sotto la bandiera di Cristo e dall'ideale di educare alla bellezza, alla verità e al bene. Credo che abbiano molto da dirci e molto da scoprire. C'è ancora molto da fare in spagnolo su questi autori. In portoghese e italiano è stato detto molto di più, quindi abbiamo la possibilità di un grande campo d'azione.

 

Per chi voglia leggere tutta l’intervista, la trovate qui: contiene anche molti link interessanti (Alfa Y Omega ha pubblicato approfondimenti su Chesterton, Tolkien e Lewis), quindi vale la pena

Il sito della conferenza, dove eventualmente iscriversi, è qui. La “brutta notizia” è che quest’anno sarà possibile seguire solo in presenza.
Gli incontri delle edizioni precedenti, che si potevano seguire anche in remoto, sono registrati e si potrebbero acquistare (anche se da questo punto di vista pare che il sito abbia alcuni problemi al momento).

mercoledì 8 ottobre 2025

Maria Grazia Gotti ci segnala: Vico, Chesterton e la barbarie che ritorna (con i chierici armati di tablet) - da Rodolfo Granafei, Il Sussidiario, 6 ottobre 2025.



Ciao, Marco, buon pomeriggio.

Come stai?

Ti segnalo che il Sussidiario ha pubblicato questa interessante recensione di un libro di Marcello Veneziani su Gianbattista Vico in cui l'autore vede una esemplificazione della la sua teoria dei corsi e ricorsi storici nella Ballata del Cavallo bianco di Chesterton, laddove re Alfred profetizza il ritorno dei barbari. 

Interessante

ciao

Maria Grazia Gotti




lunedì 19 febbraio 2024

Chesterton y la literatura como campo de batalla - Un articolo di Julio Llorente presentato dalla nostra Maria Grazia Gotti.

Ci sono lettori di Chesterton che lamentano la crescente popolarità del loro autore. Ritengono, suppongo con una certa logica, che la popolarità culmini necessariamente in un travisamento. Avrebbero preferito uno scrittore maledetto, perso nelle pieghe della storia, uno il cui pensiero non poteva essere stravolto perché largamente sconosciuto. È comprensibile. Quanto può arrivare a essere irritante, mormorano i chestertoniani puri, che liberali e socialisti citino G.K.C. quando egli combatté le idee di entrambi con uguale passione.

Io comprendo l'irritazione, ma, ottimista almeno in questo concretissimo caso, sono contento che ci siano molti lettori e "parafrasatori" di Chesterton. In primo luogo, perché non credo che la popolarità implichi necessariamente travisamento, ma solo la popolarità. In secondo luogo, perché parto dalla ragionevole premessa che un liberale che non legge Chesterton è peggiore di uno che lo legge: in quest'ultimo caso ci sarà sempre, per quanto flebile, una possibilità di conversione, un motivo di speranza. E, in terzo luogo, perché sono convinto che le citazioni contorte, forse malintenzionate, di liberali e socialisti non facciano altro che esaltare il nostro autore: quanto geniale deve essere stato perché se ne approprino gli uni e gli altri!; quanto deve essere stato grande perché tutti noi possiamo rientrare in lui! 

Per questo motivo festeggio doppiamente Mi hermano Gilbert (Mio fratello Gilbert, ndr), la più recente pubblicazione di Ediciones More....

_______

Caro presidente e cari chestertoniani tutti, quelle che precedono sono le prime righe - tradotte
- di un interessante articolo che parla dell'edizione spagnola del libro Mio fratello Gilbert pubblicato da Cecil Chesterton nel 1907, quando Gilbert non aveva ancora scritto le sue opere più importanti ma aveva già abbozzato la sua visione cosmica. Scritto allo scopo di mettere ordine nelle idee del gigante londinese.

L'autore dell'articolo è un interessante giornalista di Voz Populi, che di nome fa Julio Llorente, ed è un chestertoniano come noi. Il prologo è di Gilbert stesso, e si intitola "Ricordando Cecil".


Maria Grazia Gotti

sabato 23 luglio 2022

Un segnalazione da Maria Grazia Gotti - Padre Brown in edicola...

Ciao, presidente,

Un po' di Padre Brown in edicola (come in libreria) è sempre una bella notizia. E L'oracolo del cane, presente in questo Speciale intitolato Lo zoo del delitto, lo è in sommo grado.

Caterina Maniaci su AciStampa ci ha scritto su un bell'articolo.

Ecco la foto di copertina del libro:



Qui la recensione di Caterina Maniaci:

https://www.acistampa.com/story/letture-loracolo-del-cane-e-il-mondo-che-ha-svenduto-dio-in-cambio-delle-ideologie-20354

Maria Grazia Gotti

Un grazie a Maria Grazia ed un post scriptum, ma del presidente: il ritorno di Chesterton in libreria ed in edicola in Italia è stato segnato nel 2006, giusto allo scadere dei settanta anni dalla sua morte, dalla pubblicazione proprio per i Gialli Mondadori de L'uomo che sapeva troppo. Confesso che ricordo con una certa commozione quel momento perché segnò, grazie all'azione della nostra piccola società, un rinnovato interesse per Chesterton, tante nuove pubblicazioni, vecchie e nuove edizioni, nuove traduzioni, riesumazioni di vecchie traduzioni [in tutto questo abbiamo fatto da protagonisti grazie al Patriota Cosmico, al secolo padre Roberto Brunelli (o Brownelli...)], il Chesterton Day che quest'anno ha visto la ventesima edizione senza interruzioni neppure per la pandemia e ne andiamo orgogliosi, incontri con grandi chestertoniani come Stratford Caldecott, Aidan Mackey, Dale Ahlquist, John Kanu, Stuart McCullough, Nancy Carpentier Brown, e tanti altri, il fiorire di una scuola media e superiore che prende il nome da Chesterton, il ritorno del distributismo, amicizie ed alleanze internazionali nel suo nome. Così, giusto per dire...

Marco Sermarini

giovedì 16 giugno 2022

Il famoso articolo di Jorge Luis Borges in morte di Chesterton.

Questo è il testo originale del famoso articolo di Jorge Luis Borges pubblicato nella rivista argentina Sur nel luglio 1936 in occasione della morte di Chesterton.

È molto noto, e anni fa ne pubblicammo, grazie a Maria Grazia Gotti, la traduzione (eccola qui).

Qui sotto trovate riprodotte alcune pagine del numero della rivista, poi il testo in lingua spagnola.












MODOS DE G. K. CHESTERTON

Ha muerto (ha padecido ese proceso impuro que se llama morir) el hombre G. K. Chesterton, el saludado caballero Gilbert Keith Chesterton: hijo de tales padres que han muerto, cliente de tales abogados, dueño de tales manuscritos, de tales mapas y de tales monedas, dueño de tal enciclopedia sedosa y de tal bastón con la contera un poco gastada, amigo de tal árbol y de tal río. Quedan las caras de su fama, quedan sus proyecciones inmortales, que estudiaré. Empiezo por la más divulgada en esta república:

Chesterton, padre de la iglesia.

Entiendo que para muchos argentinos, el auténtico es ese Chesterton. Desde luego, el mero espectáculo de un católico civilizado, de un hombre que prefiere la persuasión a la intimidación y que no amenaza a sus contendores con el brazo seglar o con el fuego postumo del Infierno, compromete mi gratitud. También, el de un católico liberal, el de un creyente que no toma su fe por un método sociológico. (Es el caso de repetir la buena humorada de Macaulay: Hablar de gobiernos esencialmente protestantes o fundamentalmente cristianos es como hablar de un modo de hacer compotas esencialmente protestante o de una equitación fundamentalmente católica.) Se me recordará que en Inglaterra no hay el catolicismo petulante y autoritario que padece nuestra república —hecho que anula o disminuye los méritos de la urbanidad polémica del Everlasting Man o de Orthodoxy. Acepto la enmienda, pero no dejo de apreciar y de agradecer esos corteses modales de su dialéctica.

Otro evidente agrado: Chesterton recurre a la paradoja y al humour en su vindicación del catolicismo. Eso importa invertir una tradición, erigida por Swift, por Gibbon y por Voltaire. Siempre el ingenio había sido movilizado contra la Igesia. El hecho no es casual. La Iglesia —para decirlo con palabras de Apollinaire— representaba el Orden; la Incredulidad, la Aventura. Más tarde —para decirlo con palabras de Browning o, si se quiere, del charlatán de sobremesa Sylvester Blougram— Canjeamos, a fuerza de negaciones, una vida piadosa con sobresaltos de incredulidad por una vida incrédula con sobresaltos de fe. Antes decíamos que el tablero era blanco; ahora que es negro... La obra apologética de Chesterton corresponde precisamente a ese canje. Desde un punto de vista controversial, corresponde demasiado precisamente. La certidumbre de que ninguna de las atracciones del cristianismo puede realmente competir con su desaforada inverosimilitud es tan notoria en Chesterton, que sus más edificantes apologías me recuerdan siempre el Elogio de la locura o El asesinato considerado como una de las bellas artes. Ahora bien, esas defensas paradójicas de causas que no son defendibles, requieren auditores convencidos de la absurdidad de esas causas. A un asesino consecuente y trabajador, El asesinato considerado como una de las bellas artes no le haría gracia. Si yo ensayara una Vindicación del canibalismo y demostrara que es inocente consumir carne humana, puesto que todos los alimentos del hombre son, en potencia, carne humana, ningún caníbal me concedería una sonrisa, por risueño que fuera. Temo que a los sinceros católicos les suceda algo parecido con los vastos juegos de Chesterton. Temo que les moleste su ademán de ocurrente defensor de causas perdidas. Su tono de bromista cuyo honor está en razón inversa de la verdad de los hechos que afirma.

La explicación es fácil: el cristianismo de Chesterton es orgánico; Chesterton no repite una fórmula con temor evidente de equivocarse; Chesterton está cómodo. De ahí, su empleo casi nulo del dialecto escolástico. Es, además, uno de los pocos cristianos que no sólo creen en el Cielo sino que están interesados en él y que abundan, a su respecto, en inquietas conjeturas y previsiones. El hecho es inusual... No olvidaré la visible incomodidad de cierto grupo de católicos, una tarde que Xul-Solar habló de ángeles y de sus costumbres y formas.

Chesterton —¿quién lo ignora?— fue un incomparable inventor de cuentos fantásticos. Desgraciadamente, procuraba educirles una moral y rebajarlos de ese modo a meras parábolas. Felizmente, nunca lo conseguía del todo.

Chesterton, narrador policial.

Edgar Alian Poe escribió cuentos de puro horror fantástico o de pura bizarrerie; Edgar Allan Poe fue inventor del cuento policial. Ello no es menos indudable que el hecho de que no combinó jamás los dos géneros. Nunca invocó el socorro del sedentario caballero francés Augusto Dupin (de la rué Dunot) para determinar el crimen preciso del Hombre de las Multitudes o para elucidar el modus operandi del simulacro que fulminó a los cortesanos de Próspero, y aun a ese mismo dignatario, durante la famosa epidemia de la Muerte Roja. Chesterton, en las diversas narraciones que integran la quíntuple Saga del Padre Brown y las de Gabriel Gale el poeta y las del Hombre Que Sabía Demasiado, ejecuta, siempre, ese tour de forcé. Presenta un misterio, propone una aclaración sobrenatural y la remplaza luego, sin pérdida, con otra de este mundo. Sus diálogos, su modo narrativo, su definición de los personajes y los lugares, son excelentes. Ello, naturalmente, ha bastado para que lo acusen de "literatura". ¡Aciaga acusación para un literato! Oigo de muchas bocas la leyenda de que Chesterton, si se quiere, escribe con más decoro que Wallace, pero que éste armaba mejor sus intolerables enredos. Prometo a mi lector que están mintiendo los que tal cosa dicen y que el octavo círculo del Infierno será su domicilio final. En los relatos policiales de Chesterton, todo se justifica: los episodios más fugaces y breves tienen proyección ulterior. En uno de los cuentos, un desconocido acomete a un desconocido para que no lo embista un camión, y esa violencia necesaria pero alarmante, prefigura su acto final de declararlo insano para que no lo puedan ejecutar por un crimen. En otro, una peligrosa y vasta conspiración integrada por un solo hombre (con socorro de barbas, de caretas y de seudónimos) es anunciada con tenebrosa exactitud en el dístico:

As all stars sbrivel in the single sun,
The words are many, but The Word is one

que viene a descifrarse después, con permutación de mayúsculas:

The words are many, but the word is One.

En un tercero, la maquette inicial —la mención escueta de un indio que arroja su cuchillo a otro y lo mata— es el estricto reverso del argumento: un hombre apuñalado por su amigo con una flecha, en lo alto de una torre. Cuchillo volador, flecha que se deja empuñar... En otro, hay una leyenda al principio: Un rey blasfematorio levanta con el socorro satánico una torre sin fin. Dios fulmina la torre y hace de ella un pozo sin fondo, por donde se despeña para siempre el alma del rey. Esa inversión divina prefigura de algún modo la silenciosa rotación de una biblioteca, con dos tacitas, una de café envenenado, que mata al hombre que la había destinado a su huésped. (En el número 10 de Sur, he intentado el estudio de las innovaciones y de los rigores que Chesterton impone a la técnica de los relatos policiales).

Chesterton, escritor.

Me consta que es improcedente sospechar o admitir méritos de orden literario en un hombre de letras. Los críticos realmente informados no dejan nunca de advertir que lo más prescindible de un literato es su literatura y que éste sólo puede interesarles como valor humano —¿el arte es inhumano, por consiguiente?—, como ejemplo de tal país, de tal fecha o de tales enfermedades. Harto incómodamente para mí, no puedo compartir esos intereses. Pienso que Chesterton es uno de los primeros escritores de nuestro tiempo y ello no sólo por su venturosa invención, por su imaginación visual y por la felicidad pueril o divina que traslucen todas sus páginas, sino por sus virtudes retóricas, por sus puros méritos de destreza. Quienes hayan hojeado la obra de Chesterton, no precisarán mi demostración; quienes la ignoren, pueden recorrer los títulos siguientes y percibir su buena economía verbal: El asesino moderado, El oráculo del perro, La ensalada del coronel Cray, La fulminación del libro, La venganza de la estatua, El dios de los gongs, El hombre con dos barbas, El hombre que fue jueves, El jardín de humo. En aquella famosa Degeneración que tan buenos servicios prestó como antología de los escritores que denigraba, el doctor Max Nordau pondera los títulos de los simbolistas franceses: Quand les violons sontpartís, Lespalais nómades, Les illuminations. De acuerdo, pero son poco o nada incitantes. Pocas personas juzgan necesario o agradable el conocimiento de Les palais nómades; muchas, el del Oráculo del perro. Claro que en el estímulo peculiar de los nombres de Chesterton obra nuestra conciencia de que esos nombres no han sido invocados en vano. Sabemos que en los Palais nómades no hay palacios nómadas; sabemos que The oracle of the dog no carecerá de un perro y de un oráculo, o de un perro concreto y oracular. Así también, el Espejo de magistrados que se divulgó en Inglaterra hacia 1560, no era otra cosa que un espejo alegórico; el Espejo del magistrado de Chesterton, nombra un espejo real... Lo anterior no quiere insinuar que algunos títulos más o menos paródicos den la medida del estilo de Chesterton. Quiere decir que ese estilo es omnipresente.

En algún tiempo (y en España) hubo la distraída costumbre de equiparar los nombres y la labor de Gómez de la Serna y de Chesterton. Esa aproximación es del todo inútil. Los dos perciben (o registran) con intensidad el matiz peculiar de una casa, de una luz, de una hora del día, pero Gómez de la Serna es caótico. Inversamente, la limpidez y el orden son constantes en las publicaciones de Chesterton. Yo me atrevo a sentir (según la fórmula geográfica de M. Taine) peso y desorden de neblinas británicas en Gómez de la Serna y claridad latina en G. K.

Chesterton, poeta.

Hay algo más terrible y maravilloso que ser devorado por un dragón; es ser un dragón. Hay algo más extraño que ser un dragón: ser un hombre. Esa intuición elemental, ese arrebato duradero de asombro (y de gratitud) informa todos los poemas de Chesterton. Su error (si es que lo tienen) es el haber sido planeados cada uno como una suerte de justificación o parábola. Han sido ejecutados con esplendor, pero se nota demasiado en ellos el argumento. Se nota demasiado la distribución, el andamio. Alguna vez, alguna rara vez, hay un eco de Kipling:

You have weighed the stars in a balance, and grasped the skies in a span:
Take, if you must have answer, the word of a common man.

Creo, sin embargo, que Lepanto es una de las páginas de hoy que las generaciones del futuro no dejarán morir. Una parte de vanidad suele incomodar en las odas heroicas; esta celebración inglesa de una victoria de los tercios de España y de la artillería de Italia no corre ese peligro. Su música, su felicidad, su mitología, son admirables. Es una página que conmueve físicamente, como la cercanía del mar.

Sur, Buenos Aires, Año VI, n° 22, julio de 1936.

mercoledì 2 dicembre 2015

Una segnalazione di Maria Grazia Gotti - Non perdiamo lo spirito del Natale di Chesterton

Ciao Marco, segnalo a te e a tutti gli amici della SCI che sulla rassegna stampa di Tracce di oggi 2 dicembre è segnalato un pezzo inedito sul Natale dal titolo Non perdiamo lo spirito del Natale, pubblicato il 26 dicembre 1925 sulla Illustrated London News.
La traduzione, di Andrea Colombo, è uscita su "I Luoghi dell'infinito". 

Si trova qui

-- 
Maria Grazia Gotti

giovedì 2 giugno 2011

Ancora da Maria Grazia Gotti, su Rodney Stark ripreso da Luca Negri

Mi permetto di segnalare questo articolo dell'ottimo Luca Negri, che
riguarda un nuovo libro di Rodney Stark, grande sociologo delle
religioni, non cattolico, che da un po' di anni si dedica a
distruggere i falsi miti che riguardano la Chiesa cattolica
confutandoli con approfondite analisi sociologiche.
L'articolo senza dubbio merita (come anche il libro).
Luca Negri si è occupato di noi in passato, in un bell'articolo sulla
rinascita chestertoniana.

Maria Grazia Gotti

La Chiesa ha le sue colpe ma non è mai stata un potere totalitario
<http://www.mascellaro.it/print/node/51000>
Un saggio di Rodney Stark fa chiarezza

di Luca Negri

Tratto da L'Occidentale
<http://www.mascellaro.it/linkest.php?linkest=http://www.loccidentale.it>
il 29 maggio 2011

Forse è vero che l'anticristianesimo, o meglio l'anticattolicesimo, è
l'antisemitismo dei colti. Colti mica tanto, però; i pregiudizi e i
luoghi comuni sulla storia della Chiesa paiono fondarsi soprattutto
sull'ignoranza settoriale dei pretesi intellettuali, sul pigro affidarsi
alla propaganda ideologicamente partigiana di certo illuminismo
settecentesco e della massoneria ottocentesca. Diversi luoghi comuni
privi di riscontro scientifico sono stati ereditati di sciatteria in
sciatteria fino a giungere alle bocche dei fanatici che scrivono sul
forum dell'Unione Atei Agnostici Razionalisti e all'anticlericalismo da
classifica di Piergiorgio Odifreddi. Ogni tanto, però, esce qualche
libro che fa un po' di chiarezza, come A gloria di Dio. Come il
cristianesimo ha prodotto le eresie, la scienza, la caccia alle streghe e
la fine della schiavitù, appena edito da Lindau. La lettura di questo
tomo di oltre cinquecento pagine dovrebbe essere imposta ai sacerdoti, i
primi che spesso ignorano la storia dell'istituzione di cui fanno parte
e non si risparmiano castronerie tenendo la predica domenicale. Ma
soprattutto sarebbe un ottimo libro di testo per molti corsi
universitari.
Infatti l'autore, Rodney Stark, è docente di Scienze sociali presso
la Baylor University del Texas. Un particolare non da poco; Stark non è
un apologeta cattolico (nemmeno è di confessione cattolica) né un
libellista che intende stupire con tesi controcorrente ed originali. E'
un sociologo, uno scienziato che lavora su fonti storiche, dati,
statistiche. Raramente offre a lettori e studenti opinioni proprie,
semmai teorie sempre motivate, ed ampie bibliografie per suffragare le
sue conclusioni (quella del libro in questione conta circa cinquanta
pagine). Così è stato per le sue opere precedenti, fra le quali
ricordiamo il fondamentale "Gli eserciti di Dio", dove dimostrava che le
crociate non furono atti di guerra imperialista dell'Europa malvagia
contro il pacifico islam ma "una reazione obbligata all'aggressività di
un'orda che si spingeva sempre più in là e che doveva essere fermata".
Le leggende metropolitane che Stark demolisce per mezzo di questo nuovo
saggio sono in sintesi le seguenti: la civiltà cattolica medioevale e
moderna ha ferocemente sterminato gli eretici, messo sul rogo centinaia
di migliaia, se non milioni, di streghe, impedito il progresso della
scienza, benedetto la politica colonialista e schiavista delle potenze
europee. Però la verità, quella che rende liberi, è un'altra. Così si
deduce volendo leggere veramente la storia, non fermandosi ai
capitoletti dei libri delle scuole medie o alle divulgazioni televisive.
Stark ci ricorda che dal VI secolo fino all'XI inoltrato Roma "non
intraprese alcuna azione nei confronti delle eresie" e fu molto
tollerante nei confronti del paganesimo ancora diffuso in gran parte
dell'Europa. Con quasi tutte le sette passò "secoli in futili tentativi
di compromesso ideologico". Infine diede dimostrazione di gran capacità
nell'assorbire le eresie, nell'"incapsulare l'impulso settario
all'interno della propria struttura istituzionale", soprattutto grazie
agli ordini religiosi. I nemici dell'ortodossia divennero pungolo
inevitabile, stimolo al cambiamento, allo scuotimento del "lassismo nel
gruppo di potere religioso" (proprio il "lassismo dei monopoli"
descritto da Adam Smith). I grandi massacri, come quelli dei catari o
degli ugonotti, ebbero motivi certamente più politici che dottrinali. La
tolleranza cattolica si interruppe al cospetto della seria minaccia
esterna rappresentata dall'islam; la mobilitazione per le imprese in
Terrasanta ridusse gli spazi di libertà ed ispirò le prime stragi di
ebrei; compiute da cavalieri improvvisati, però, e condannata,
ostacolata per quanto possibile dalle gerarchie ecclesiastiche.
Dunque nessun olocausto di eretici. Ma per quanto riguarda le
streghe? "Pochi argomenti hanno generato così tante sciocchezze e
assolute invenzioni come la caccia alle streghe", scrive Stark. "Perfino
l'attuale letteratura abbonda di cifre assurde sul numero delle streghe
condannate". Non furono milioni, ma 60. 000 circa (facendo una stima
abbondante) nel corso di ben tre secoli. Certo non sono poche, ma la
differenza degli zeri è significativa: è quella che corre fra il
controllo sociale della devianza e la tirannia totalitaria. Ma le
sorprese non finiscono qua. Siete affezionati all'immagine
dell'inquisitore medioevale che getta nel fuoco carrettate intere di
belle e conturbanti streghette? Dimenticatela. Prima di tutto, almeno un
terzo dei condannati erano uomini, stregoni insomma. Poi i tribunali
ecclesiastici, in primis la famigerata Inquisizione spagnola, risultano
dai documenti di gran lunga più garantisti e cauti di quelli sotto il
controllo del potere politico o improvvisati dal popolo (oggi diremmo
dalla "società civile"). I cattolici, comunque, assolvevano quasi
sempre, mentre i protestanti erano di gran lunga più severi (il record
della condanne spetta alla Svizzera, seguita dalla Germania, fanalino di
coda una sorprendete Spagna). A proposito di protestanti, furono loro a
scovare un nesso accusatorio fra la pratica della magia naturale e il
satanismo; ossessione invece rarissima nei paesi mediterranei.
Forse queste streghe e stregoni erano proletari che praticavano una
primitiva lotta di classe contro i potenti? Mica tanto. Spesso
appartenevano alla classe media urbanizzata. Senza dubbio ci andarono di
mezzo molti innocenti, ma non è escluso che certe accuse non fossero
completamente infondate e comprendessero altri reati come lo stupro, la
circonvenzione, l'infanticidio. La caccia alle streghe terminò comunque
con la pace di Vestfalia, nel 1648, con la fine della guerra dei
Trent'anni, e della conseguente tensione così simile a quella dell'epoca
delle Crociate che avevano messo nei guai gli eretici di qualche secolo
prima. Quante condanne vi furono in Italia? Poche, nemmeno un centinaio
in tre secoli; il diritto canonico prescriveva la pena di morte solo in
casi eccezionali.
Ma nel Medioevo, tutti credevano che la terra fosse piatta?
Figuriamoci, basterebbe andare a leggersi Tommaso d'Aquino, rileggersi
Dante, scoprire che già nel VII secolo il Venerabile Beda (il padre
della datazione "prima e dopo Cristo") scriveva di trovarsi su di una
sfera rotante e non su di un tavoliere galleggiante nello spazio. Stark
afferma il contrario di Odifreddi e dei sui fan: "non esiste nessun
conflitto intrinseco fra religione e scienza, anzi la teologia cristiana
fu essenziale per la nascita della scienza". Il Medioevo non fu
un'epoca buia d'ignoranza e superstizione, tutt'altro: vi fu un "rapido e
profondo progresso tecnologico" che ci lasciò le ruote idrauliche, i
mulini, gli orologi meccanici, le bussole (inventate anche dai cinesi,
che però non sapevano che farsene). Le principali figure scientifiche
del XVI e XVII, secolo erano poi tutti devoti cristiani e non certo
aspiranti soci dell'UAAR e l'eliocentrismo era un prodotto con sopra il
marchio delle università cattoliche, dall'insegnamento di Ockham a
quello di Copernico. Sulla vera storia del processo a Galileo si sono
sovrapposte un bel po' di esagerazioni, e le omissioni sulla profonda
fede e gli studi teologici di Newton hanno un che di vergognoso. La
scienza moderna, dunque è figlia in gran parte del tomismo e lo stesso
si può dire del concetto stesso di libertà.
"Per l'opposizione morale alla schiavitù fu essenziale la teologia
cristiana", afferma Stark. Il possedere schiavi fu considerato peccato
grave e venne proibito dalla Chiesa durante tutto il Medioevo, dai temi
di Clodoveo (VII secolo d. C.) in poi. Quella deprecabile usanza
conosciuta in tutto il mondo antico, nessuna civiltà esclusa, scomparve
in Europa solo con l'affermarsi del società feudale. Ma l'ultimo dei
marxisti può obbiettare che c'erano comunque i "servi della gleba", no?
Niente a che vedere, come riconoscono tutti gli storici del periodo,
Marc Bloch compreso. I contadini che zappavano all'ombra del castello
"godevano di libertà assolutamente sconosciute agli antichi schiavi":
avevano un'anima, erano persone e non oggetti di proprietà del padrone,
potevano gestirsi i tempi di lavoro, ed avevano diritto a giorni di
riposo santificati. Non erano paria, ma individui pienamente inseriti
nello schema di "obblighi reciproci" tipico della società feudale. Non
appena la vera schiavitù ricomparve nel XV secolo per trovare forza
lavoro diretta nel Nuovo Mondo, cominciò la secolare sfilza di bolle
pontificie che condannavano il fenomeno. L'evidenza storica del fatto
che non fossero inascoltate dal potere politico e da quello economico
dimostra solo quanto poco potere detenesse la stessa Chiesa di Roma.
Furono comunque i gesuiti a mettere in crisi il modello schiavista nel
centro e sud America, mentre altri cattolici fecero la loro parte, in
compagnia dei quaccheri, all'interno del movimento abolizionista
statunitense. Certo rimane la macchia indelebile del turpe commercio di
uomini praticato da europei battezzati, con la complicità però dei
mercanti africani delle coste che catturavano e vedevano gli uomini e le
donne del loro stesso continente. E la macchia è condivisa dal mondo
islamico, che mai smise di schiavizzare, e perfino da alcune tribù
indiane del Nord America. Vi furono europei favorevoli alla schiavitù,
ma non cercateli fra i cattolici. Li trovate nei salotti intellettuali
degli illuministi. I loro nomi? Hobbes, Voltaire, Montesquieu, Mirabeau.

--
Società Chestertoniana Italiana
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"Quando vale la pena di fare una cosa, vale la pena di farla male" (G.K.
Chesterton)