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sabato 26 marzo 2022

Minelli a De Luca: Mi hai fatto fare carnevale in pieno tempo di Quaresima!




[Brescia] 18 Febbraio 1940 - XVIII

Mio carissimo De Luca,

Mi hai fatto fare carnevale in pieno tempo di Quaresima! 

(...)

2) col primo capitolo del Dickens, È del più autentico Chesterton e tua sorella e tu lo state rendendo col tono giusto. Apprezzo le difficoltà dell'opera. È vero che non manca la canzonatura nell'esaltazione della democrazia: pure qua e là si potrebbe attenuare - girar la frase. Ti farò qualche segnetto.

(...)

Posso ricordarti anche il Mc Nabb? 

(...)

Scrivimi appena puoi (e spero presto) altre belle notizie.

(...)

Tuo Fausto

don Giuseppe De Luca - Fausto Minelli, Carteggio, III, 1940 - 1946

mercoledì 9 febbraio 2022

Dal Carteggio De Luca - Minelli: "E' del più autentico Chesterton... Posso ricordarti anche il Mc Nabb?".

[Brescia] 18 Febbraio 1940 - XVIII

Mio carissimo De Luca,

Mi hai fatto fare carnevale in pieno tempo di Quaresima!

1) col dirmi le tue iniziative per i «Confidenziali» e soprattutto per la pubblicazione dell'epistolario Papini - Giuliotti - Ti prego, De Luca, fa di tutto per assicurartelo.

2) col primo capitolo del Dickens. È del più autentico Chesterton e tua sorella e tu lo state rendendo col tono giusto. Apprezzo le difficoltà dell'opera. È vero che non manca la canzonatura nell'esaltazione della
democrazia: pure qua e là si potrebbe attenuare - girar la frase. Ti farò qualche segnetto.

Ma debbo il più vivo grazie e le più vive lodi (per quel che valgono) alla Sig. na Maddalena per l'opera di traduzione - e a lei e a te sarà tanto più grata la «Morcelliana» quanto più presto potrete inviare il seguito.

Posso ricordarti anche il Mc Nabb? E la Deledda poi te la raccomando con tutta l'anima.

Scrivimi appena puoi (e spero presto) altre belle notizie.

Grazie alla Sig. na Maddalena per là sua lettera , Scriverò oggi anche alla Sig. na Romana?, Ho tanto da fare! 

Tuo Fausto

Giuseppe De Luca - Fausto Minelli, Carteggio - III, 1940 - 1946, a cura di Marco Roncalli, Roma 2001.

mercoledì 8 aprile 2020

Il Distributismo possibile già c'è - Breve riassunto.


Da un po' di tempo abbiamo iniziato a valorizzare e sviluppare l'idea che il distributismo è possibile e già esiste. Abbiamo acceso qualche piccola lampadina (riflettori è esagerato!) su delle storie vere, vissute da persone con un nome ed un cognome, un indirizzo fisico (non solo su internet, dove tutto quello che vedete potrebbe non essere...), delle piccole imprese che continuano, che hanno qualcosa o molto o tutto di distributista.

Ora ho voluto mettervele qui tutte di seguito. Ce ne sono altre che sto contattando per farci raccontare la loro storia.

Ho aggiunto anche la premessa ed il ragionamento che c'è, che continuerò a svolgere fino a tutte le conseguenze possibili: qual è la premessa? Il capitalismo è nato morto, come il socialismo, e continuano a spargere la loro violenza. Il coronavirus è solo una delle tante cose che manda in crisi le grandi ideologie che distruggono l'uomo, è un male anch'esso e gira anche in virtù del sistema che sta mettendo in difficoltà.

Io sono certo che un sistema distributistico avrebbe incassato decisamente meglio questa botta. Per quel che mi riguarda, continuo a costruire solo il distributismo, non ho idee di "male minore". Il male è male, maggiore o minore che sia. A casa mia la quercia non fa altri frutti se non le ghiande, mai arance o pere.

Una cosa che stiamo cercando di fare è diffondere e sostenere gli affari di chi, come noi, cerca di costruire un sistema normale. Per cui girarvi queste informazioni, queste segnalazioni ha anche lo scopo di dirvi: se dovete comprare una maglietta andate da Pump Street, per le capre e tutto quello che fanno c'è Jacopo Coccia, per le scarpe c'è Peppe Zappasodi, per fare la spesa c'è Lory, per una bistecca seria ci sono i Giuntoli, lo zafferano per me è Mario Sarritzu...

Un'altra idea che va controcorrente è che l'economia è un'espressione dell'uomo e non una scienza esatta e che prima di calcoli, modelli e grafici su cui tanti hanno costruito laute carriere c'è la realtà. Nulla mi può impedire di comprare un paio di scarpe dove dico io, cioè da Peppe, non dove dice il Signor Mercato, nulla mi può impedire di fare in modo che lo zafferano sardo di Mario venga a nuoto da me in qualche modo anche non convenzionale.

Come pure dobbiamo cominciare a concepire la vita non più con l'utilitarismo ma con il concetto di ciò che vale.

Se ci uniremo e continueremo a credere a quello che stiamo facendo, vedremo la svolta.

Attendo altre segnalazioni.

Marco Sermarini

Capre e distributismo:


Fattoria Giuntoli a Troia:


Lory 91, Bottega di Quartiere a Grottammare:


Mario Sarritzu e il suo zafferano, perché non è tutt'oro quello che luccica...



Costruire un altro mondo in questo mondo - Zappasodi Calzature, a San Benedetto del Tronto:



Pump Street, capolista delle imprese distributiste:



Il virus sta mettendo a nudo tanti problemi del mondo ma noi offriamo di costruire insieme un mondo diverso:





lunedì 23 marzo 2020

Il domenicano che fu maestro di Chesterton: padre Vincent McNabb tra Fede e questione sociale - Luca Fumagalli su Radio Spada.



Un bell'articolo di Luca Fumagalli sul Santo di Hyde Park, Padre Vincent McNabb, uno dei padri del distributismo.

Di padre McNabb trovate ampia traccia nel nostro blog. C'è la biografia di Paolo Gulisano per le Edizioni Studio Domenicano, e il suo La Chiesa e la terra, da acquistare su Pump Street.

Per la cronaca, Padre Vincent circolava con una tonaca tessuta da lui personalmente, gli scarponi militari, la Bibbia, il Breviario e la Summa Theologica. Queste erano le sue "proprietà". Irlandese di razza quasi estinta.

Grazie, Luca.

https://www.radiospada.org/2020/03/il-domenicano-che-fu-maestro-di-chesterton-padre-vincent-mcnabb-tra-fede-e-questione-sociale/?fbclid=IwAR0cndTWXmy4YHNPBkIuA4nZohXRQZd7_oa92ukOrrA321wEX373bEADfJA

domenica 16 febbraio 2020

Un match regolare - Distributismo contro Comunismo.


E' l'avviso di un pubblico dibattito, il 17 Febbraio 1937 (il nostro Gilbert era morto da poco).
I protagonisti furono Padre Vincent McNabb, a noi noto perché tra i padri fondatori del Distributismo, simpatico personaggio di cui trovate ampia traccia nel nostro blog, e John Strachey, personaggio che in quell'epoca era diventato comunista ma in precedenza era stato con Oswald  Mosley (quello che dopo fondò le Blue Shirts, i fascisti inglesi), e successivamente, dopo il comunismo, divenne laburista e fu anche ministro. Aveva studiato ad Eton e al Magdalene College di Oxford (quello dove insegnò anche C. S. Lewis, per capirci), la qual cosa fa pensare che studiare ad Oxford non schiarirà sempre le idee, anzi.
Va bene, comunque questo volantino è interessante perché fa capire che all'epoca si parlava e si dibatteva. Oggi si parla ma non si dibatte.
Poi testimonia che il distributismo aveva una dignità tale da suscitare confronti non da poco.

Della conferenza esiste anche un resoconto scritto:

https://www.amazon.co.uk/Communism-distributism-Strachey-February-Westminster/dp/B0008CJAMY
Padre Vincent McNabb.


John Strachey.

domenica 5 gennaio 2020

Un Chesterton al giorno - 22 - Distributismo 2

Ancora sul distributismo, avversario del socialcomunismo e del capitalismo.

Uno dei suoi capisaldi è che ognuno viva del suo lavoro, che significa: non del lavoro dipendente da qualcun altro ma del proprio lavoro.

Altro caposaldo è la cooperazione, la collaborazione, le famiglie e i singoli che si aiutano.

Non si può dire che non funzioni perché chi ci sta provando dice che funziona...

Per chi vuole capire c'è solo da leggere le fonti dirette (non i racconti di altri sul distributismo che non funziona), parlare con chi lo vive e lo pratica. Trovate tutto su www.pumpstreet.it

Marco Sermarini


https://soundcloud.com/societa-chestertoniana-italiana/un-chesterton-al-giorno-22


lunedì 22 gennaio 2018

La storia del "G. K.'s Weekly" di Chesterton raccontata da padre Brocard Sewell

padre Brocard Sewell
Ci siamo occupati più volte del G. K.'s Weekly, il settimanale che Chesterton diresse e firmò per oltre dieci anni e che seguì al New Witness, fondato dal fratello Cecil. Ora lo facciamo grazie a Luca Fumagalli che ha accettato di approfondire l'argomento secondo la prospettiva che ci giunge dagli scritti di padre Brocard Sewell, singolare religioso che in gioventù partecipò all'avventura chestertoniana e distributista. Il saggio è corredato dall'interessante apparato iconografico che presentiamo, altro motivo di gratitudine verso Luca, perché così si capiscono meglio tante cose.
Ringrazio caldamente Luca per il contributo che spero aumenti l'interesse e l'attenzione per l'esperienza giornalistica del Nostro, fondamentale per capirne tutta la sua peculiarità.

Marco Sermarini



Sei mesi immerso negli archivi di Top Meadow, Beaconsfield, a casa Chesterton, ospite del reverendo Henry Reed e della Converts' Aid Society. Un memorandum preparato da Rex Mawby sulla Distributist League, un pacco di lettere dell'americano Gregory Macdonald, ex membro della redazione del «G. K.'s Weekly», e qualche colloquio con Bryan Keating. 
Queste, in sostanza, le fonti utilizzate da padre Brocard Sewell (1912-2000) per imbastire uno smilzo volumetto, G.K.'s Weekly. An Appraisal, pubblicato nel 1990 dalla Aylesford Press. Dedicato al celeberrimo periodico diretto da G. K. Chesterton, organo ufficiale della Distributist League, il libro di Sewell traccia la storia di una delle imprese editoriali inglesi più curiose e interessanti della prima metà del XX secolo. Lo fa con uno stile piano e gradevole, confezionando un prodotto volutamente orientato al vasto pubblico, stampato anche in De Luxe Edition (100 copie firmate e autografate dall'autore, con una pagina facsimile del «G. K.'s Weekly»). Tra l'altro G.K.'s Weekly: An Appraisal è ancora oggi l'unica monografia sul tema, a parziale eccezione solo di G.K.'s Weekly: a Sempler (Loyola University Press, 1986), una raccolta di una trentina di numeri del periodico corredata da un'interessante introduzione di Lyle W. Dorsett.
Brocard Sewell (al secolo Michael), prima di convertirsi al cattolicesimo e di seguire quella vocazione religiosa che, dopo varie trafile, lo avrebbe condotto tra i carmelitani, aveva lavorato per circa un anno alla redazione del «G. K.'s Weekly». Svolgeva principalmente la mansione di tuttofare, contribuendo di tanto in tanto con qualche recensione o articoletto di complemento. Sewell era pure un frequentatore regolare degli incontri settimanali che la Distributist League teneva al "The Devereux", un pub poco fuori Fleet Street. La sua militanza era iniziata nel 1928, quando, appena sedicenne, aveva organizzato al Weymouth College un incontro con George Heseltine, primo segretario generale della Lega (e suo padrino di battesimo). Arrivò addirittura a ricoprire il ruolo di segretario della sezione del Mid-Sussex. Più avanti il giovane Michael si trovò a lavorare presso la St. Dominic Press di Hilary Pepler, ma continuò comunque a presenziare, seppur sporadicamente, agli incontri al "The Devereux". Ricordi di quei giorni lontani sono contenuti nei lavori autobiografici My Dear Time's Waste (Saint Albert's Press, 1966), The Habit of a Lifetime (Tabb House, 1992) e nel testo miscellaneo, a cura di John Sullivan, G. K. Chesterton: a Centenary Appraisal (Barnes & Noble, 1974). Nel 1990, all'uscita di G.K.'s Weekly: An Appraisal, Sewell era l'unico superstite dello staff del «G. K.'s Weekly».  
Gli studiosi hanno mostrato da sempre un atteggiamento ambivalente nei confronti dell'impresa giornalistica di Chesterton. Molti critici, infatti, hanno messo in discussione il valore del «G. K.'s Weekly», giudicandolo uno spreco di tempo e denaro o, peggio ancora, una distrazione che allontanò lo scrittore inglese dai suoi libri, di gran lunga più interessanti. Gregory Macdonald, e altri con lui, hanno ampiamente smentito tale assunto; del resto lo stesso Chesterton era orgoglioso di essere un giornalista e volentieri si accodò a quella schiera di intellettuali britannici – Defoe, Johnson, Cobbett, William Morris … – che pubblicarono un periodico per promuovere le proprie idee (questa volontà è testimoniata da numerose lettere di Gilbert, comprese quelle scritte a Hilaire Belloc e Maurice Baring). 
Un altro falso mito da sfatare, condiviso da Maisie Ward e da diversi biografi chestertoniani successivi, è che Chesterton non abbia mai voluto dare il via a un giornale, ma l'abbia fatto esclusivamente per onorare la memoria del fratello Cecil, morto al fronte nel 1918. Quest'ultimo era stato infatti il combattivo direttore del «The New Witness», successore del «The Eye-Witness» di Belloc. Anche Frances e Dorothy Collins, rispettivamente moglie e segretaria di Chesterton, nutrivano seri dubbi sulla bontà del progetto. Pur contribuendo al «G. K.'s Weekly», entrambe erano preoccupate per lo stress e la tensione che esso causava all'amato Gilbert, costantemente assillato da malumori redazionali e da problemi economici. 
Il senso di dovere nei confronti del fratello fu certamente una componente importante che condizionò la scelta di Chesterton, ma non fu l'unica. Avere uno spazio autogestito poteva fornire a quello che si definiva iperbolicamente «il peggiore direttore del mondo» – e di sicuro Gilbert mancava, in questo ruolo, delle qualità di Cecil – una libertà di cui mai avrebbe potuto godere sulle colonne degli altri giornali per cui scriveva.  
Fu così che nel 1924 venne fondata la G.K.'s Weekly Limited con un capitale di 20.000 sterline. Tra i membri della società, oltre a Chesterton, figuravano Maurice Baring (defilatosi quasi subito), Lord Howard de Walden, Alderman Cedric Chivers e Maurice Bennington Reckitt. Nel 1929, a seguito della morte di Chivers, l'eccentrico editore Cecil Palmer occupò il posto vacante.
Nel novembre del 1924 venne stampato un numero di prova del «G. K.'s Weekly», e in un articolo, significativamente intitolato Apologia, Chesterton allineò il periodico alle posizioni distrbutiste. Bernard Shaw aveva suggerito di chiamare il foglio «Chesterton's», ma Gilbert non avrebbe mai tollerato una simile manifestazione d'egocentrismo. 
A causa della difficoltà a racimolare i fondi necessari, il primo numero ufficiale vide la luce solamente diversi mesi dopo, il 21 marzo 1925. Fu un peccato ritardarne così tanto l'uscita: l'edizione di prova aveva infatti suscitato grande entusiasmo; si persero così potenziali scrittori e abbonati. Dal punto di vista finanziario, poi, la partenza fu davvero pessima. Il «G. K.'s Weekly» non poté essere pubblicizzato adeguatamente e tale situazione – tamponata solo parzialmente da donazioni, lasciti e dal contributo volontario dei redattori – non migliorò nemmeno in seguito. 
Nell'agosto del 1926 si raggiunse un punto di crisi. Si pensò quindi di organizzare una qualche sorta di associazione per promuovere sia il periodico che, più in generale, il distributismo. Su iniziativa del capitano Harry Stuart Devereux Went, un conservatore anglo-cattolico, nacque la Distributist League (ad aiutarlo l'amico Bill Titterton). Il nuovo progetto venne presentato in occasione di due conferenze, a settembre e ottobre. Da quel momento in avanti il «G. K.'s Weekly» divenne l'organo ufficiale della Lega e George Heseltine prese il posto di membro nell'omonima compagnia. 
Negli anni seguenti sorsero nuove difficoltà che mai permisero al periodico di decollare oltre le poche migliaia di copie vendute.  
Rispetto a Cecil, direttore full-time, presente in redazione sette giorni su sette, che si occupava di ogni singolo aspetto del giornale, dai contenuti agli elementi tipografici, Gilbert era più aleatorio, anche perché non risiedeva a Londra ma a Beaconsfield, distante venti miglia dalla capitale. Le incombenze quotidiane erano di conseguenza gestite da un assistente direttore. Inizialmente l'incarico fu ricoperto da Ada Elizabeth Jones, vedova di Cecil Chesterton e giornalista di grande esperienza. A partire dal quinto o sesto numero venne sostituita da William Reginald Titterton che garantì al «G. K.'s Weekly» forse il suo periodo migliore. A seguito di alcune incomprensioni, Titterton – penna pungente, incline alla polemica – abbandonò la vice-direzione nel 1927 venendo rimpiazzato, anche se non subito, da un comitato redazionale semi-ufficiale. Esso era composto, tra gli altri, da Alan Bland, C. E. Baines, A. M. Currie, Desmond Gleeson, George Heseltine, Van Norman Lucas (facente funzione di Business Manager, già critico musicale del «G. K.'s Weekly») e dai fratelli Edward e Gregory Macdonald (il primo si occupava di tenere i contatti tra la redazione e Beaconsfield, mentre il secondo scrisse quasi tutti gli editoriali non firmati). Pare – ma la questione è ancora dibattuta – che a quel punto Frances Chesterton e Dorothy Collins tentarono senza successo di convincere Gilbert ad abbandonare una nave che era destinata, almeno secondo loro, ad affondare. 
Il comitato redazionale ebbe tuttavia vita relativamente breve, estinguendosi dopo quattro anni: quando Arthur Currie propose di fondare un vero e proprio partito politico di stampo distributista, si scontò con Edward Macdonald, contrario all'ipotesi. Quest'ultimo prese in carico la gestione del periodico, aiutato dal fratello, inaugurando la terza e la più longeva fase del «G. K.'s Weekly»: l'era Macdonald.  
Nel 1936, alla morte di Chesterton, la testata cambiò proprietà e direttore. Mutò anche il nome che diventò «The Weekly Review». Da quel momento in avanti di essa si occuparono Reginald Jebb – genero dei Belloc – e Hilary Pepler. Ma questa, come si suol dire, è un'altra storia. 
Il «G. K.'s Weekly» aveva dalla sua diversi punti di forza, a partire dai collaboratori – occasionali e non –, letterati e studiosi di grande caratura intellettuale. Tra i più noti: Ezra Pound, Eric Blair (alias George Orwell), Walter de la Mare, padre Vincent McNabb, K. L. Kenrick, Eric Gill, Hilaire Belloc, J. C. Squire, A. J. Penty, Conal O'Riordan, John Heron Lepper, Louis Golding, Emile Cammaerts, Mrs Henry Dudeney, Featherstone Hammond, R. McNair Wilson, Bernard Gilbert, il reverendo H. E. G. Rope, Freda Derrick e W. H. Ogston. 
Fino alla fine del 1935 Mrs Cecil Chesterton, celata sotto lo pseudonimo di J. K. Prothero, tenne una rubrica dedicata al teatro, mentre quella politica, "The Scrapbook", per quanto vivace, contò pochi contributi davvero interessanti. "The Cockpit", la pagina della corrispondenza, era invece un luogo di scoppiettante dibattito, anche se col tempo degenerò in un'arena dove si affrontarono più che altro le posizioni interne al distributismo (e molti lettori si lamentarono per questo). 
Inoltre del «G. K.'s Weekly» divennero presto famose le vignette umoristiche disegnate da Will Owen, "Esquire", Powys Evans, Thomas Derrick, Denis Tegetmeier e dall'australiano Will Dyson.
Tra politica, economia e cultura, tra polemiche pubbliche e stilettate sagaci, c'era spazio anche per la voce del direttore, quella più ascoltata e discussa dai lettori. Chesterton dava il suo contributo, ogni settimana, con un articolo a tutta pagina della serie "Straws in the Wind". Per un lungo periodo scrisse in aggiunta anche due pezzi non firmati, di metà pagina ciascuno, intitolati "Top" "And Tail". A volte stendeva articoli anonimi d'attualità per la rubrica "Notes of the Week" oppure recensioni librarie.
L'ultimo numero del «G. K.'s Weekly» che uscì sotto la sua direzione fu quello del 18 giugno 1936 (Chesterton era morto qualche giorno prima, il 14 giugno). Vi comparvero messaggi di tributo da parte del cardinale Hinsley, arcivescovo di Westminster, di Robert Lynd ed E. C. Bentley. All'interno, numerosi articoli a lui dedicati da parte di amici ed estimatori, ne elogiavano lo spirito arguto, la vis polemica e le indubbie qualità giornalistiche. 
Nonostante fosse un periodico piccolo, portato avanti con un capitale esiguo, il «G. K.'s Weekly» ebbe comunque una sua nicchia d'influenza. Da quella minuscola redazione di Little Essex Street – una stanza di medie dimensioni in un edificio del XVIII secolo, arredata con pochi mobili – si tentò di condurre un romantico quanto folle attacco al cuore del corrotto sistema politico ed economico britannico. Solo un novello Don Chisciotte come G. K. Chesterton poteva guidare un'armata Brancaleone destinata inesorabilmente alla sconfitta.
Eppure se ancora oggi il nome della testata da lui diretta non è dimenticato, è perché il «G. K.'s Weekly», al netto dei limiti, ha segnato a suo modo un'epoca, quella della speranza che un nuovo Davide potesse sorgere per sconfiggere una volta per tutte il Golia della modernità.

Luca Fumagalli

venerdì 21 luglio 2017

Chesterton a proposito di padre Vincent McNabb


«È uno dei pochi grandi uomini che ho incontrato nella mia vita; è grande in molte maniere, mentalmente e moralmente e misticamente e praticamente…. Nessuno che abbia incontrato o visto o sentito padre McNabb l'ha mai dimenticato….».

Gilbert Keith Chesterton (nostra traduzione)

More Vincent McNabb...



Siccome ha destato un certo interesse il post su padre Vincent McNabb, eccovi riproposti un certo numero di collegamenti al nostro blog che riportano notizie su di lui.

Ci stupiamo di quanta merce contenga questo blog e vi invitiamo a consultarlo il più possibile, e soprattutto ad evitare "fontane avvelenate" (siti che danno notizie parziali, accomodate e accomodanti). Non ci riferiamo a nulla in particolare ma il web è una grossa trappola. Qui è tutto sano, fresco e autentico, ci potete rimettere l'orologio e viaggiate (come disse uno) sempre in prima classe.

Poi in regalo un aforisma di McNabb e la foto della sua tomba e di altri suoi confratelli.



http://uomovivo.blogspot.it/2010/07/fabio-trevisan-ci-parla-di-padre.html











giovedì 20 luglio 2017

Padre Vincent McNabb, op

Grazie a Luca Fumagalli - Ecco Padre McNabb, con la sua tonaca tessuta da vero distributista con le sue stesse mani (attenzione: non solo cucita, anche tessuta). Si dice che possedesse solo la tonaca, gli scarponi da militare che indossava sempre (necessità?), il suo Breviario e la Summa di San Tommaso d'Aquino in latino. Sono stato ad Hyde Park e l'ho immaginato lì anzi l'ho proprio rivisto con i miei occhi per il mistero della Comunione dei Santi concionare le folle dei miscredenti, atei e adoratori della ragione per convincerli che è molto meglio essere amici di Cristo che di chissà chi.

venerdì 28 ottobre 2016

Il risvolto merita...

Questo lo conoscono in pochi...

È lui, Vincenzo McNabb.
Sì, fascisticamente ed autarchicamente chiamato Vincenzo e non Vincent.
Il testo non è roba di poco. Data il 1943. Presentazione di M. J. Lagrange. Noi ce l'abbiamo...

giovedì 11 agosto 2016

Viaggio in Inghilterra - della nostra Betta

Leggetelo, è un racconto molto simpatico e sincero di un viaggio su alcuni dei luoghi di GKC e di JRRT...


VIAGGIO IN INGHILTERRA

 

Con la colonna sonora del Signore degli Anelli, inizio a scrivere questo resoconto del nostro viaggio in Inghilterra. Mi accorgo di avere una memoria piuttosto labile e non vorrei dimenticare anche solo un frammento di quello che abbiamo vissuto in quei giorni. Siamo stati come cinque hobbit curiosi e avventurieri (sicuramente Baggins ma con un pizzico di Tuc).

Quest'anno le vacanze della famiglia Vagliani sono state un po' diverse. Non è mancato il mare a San Benedetto del Tronto dai nostri amici Tipi Loschi, non mancherà la settimana in montagna sempre con i nostri cari amici ma quest'anno abbiamo voluto concederci una vacanza a Londra e dintorni.

Siamo partiti venerdì 29 luglio dall'aeroporto di Villafranca con sbarco a Gatwick, pronti per una nuova e bellissima avventura. Arrivati, il tempo di prendere i bagagli e ci fiondiamo alla fermata degli autobus del North Terminal per prendere il car rental shuttle che arriva dopo un quarto d'ora. Un signore magro magro ma molto cortese ci trasporta al car rental park dove noleggiamo una macchina e subito siamo pronti a vivere questa incredibile vacanza. Il primo ostacolo è l'autostrada che fa il giro di Londra, una specie di raccordo anulare trafficatissimo dove, ogni tanto, si ferma qualche macchina o c'è qualche incidente. Per percorrere 40 km ci impieghiamo ben due ore e mezza ma nulla può fermare la famiglia Vagliani.

L'arrivo a Beaconsfield capita nel tardo pomeriggio, purtroppo il cimitero dove riposa Gilbertone nostro è già chiuso, andiamo perciò a vedere la chiesa di Santa Teresa dove è presente la cappella dei martiri inglesi voluta da Chesterton e la statua della Vergine Maria. Ci avventuriamo a piedi in questo paesello che sembra di altri tempi, tutto giardini e casette di mattoni. Stiamo cercando il pub preferito dal nostro scrittore preferito: il White Hart, mentre proseguiamo ci ritroviamo casualmente a Top Meadow e, sempre casualmente, vediamo le due case di Gilbert, una di fronte all'altra. Quella dove ha vissuto dal 1909 al 1922 e quella dove ha vissuto dal 1922 al 1936. Il momento è commovente perché abbiamo quasi immaginato Gilbert tra questi giardini, questi prati, parlare, ridere e scherzare con questa gente cordiale, andare al pub e bere una birra in allegria. Ci è sembrato che Chesterton fosse vivo come non mai. Beaconsfield è una perla, lontana dal caos della City, immersa nel verde e, forse, abbiamo capito perché Gilbert è venuto ad abitare qui. I bambini hanno fame, non c'è tempo da perdere, andiamo a mangiare. Vorrei soffermarmi su questo punto: andare in vacanza in cinque è più costoso che viaggiare in due, andare in vacanza con dei bambini, specie se piccoletti, può essere snervante ma noi l'abbiamo fatto perché ci piace che i nostri figli imparino a conoscere i nostri autori, autori che sono nostri amici e che, come hanno formato noi, formeranno anche loro. Entriamo al White Hart, ci accomodiamo e quasi ci sembra di vedere Gilbert che, seduto a uno di questi tavoli, scrive padre Brown, incontra persone, ride. Purtroppo questa sera non fanno da mangiare, hanno poco personale in cucina. I bambini brontolano, meglio trovare qualcosa d'altro. Ci rifugiamo da ZiZì, un ristorante che vorrebbe essere italiano e ordiniamo una pizza a una simpatica ragazzetta con la quale ridiamo e scherziamo. Essere a Beaconsfiel ci mette di buonumore, è come se avessimo incontrato Gilbert davvero.

Si fa tardi, dobbiamo andare a Oxford. Partiamo alla ricerca del nostro Hotel, The Holt, e si sta facendo buio. I bimbi si addormentano mentre la nostra macchina sfreccia in Oxford Street. A un certo punto ci troviamo su questa strada buia nel bel mezzo del nulla e il cellulare esaurisce la batteria spegnandosi miseramente. Persi, nel buio. I bimbi dormono, siamo nel panico. Recito mentalmente un Memorare, facciamo un'inversione e ci fermiamo in un pub lungo la strada. Entro ed esordisco con un: "We're lost", mi viene da piangere ma i gestori ci tranquillizzano. "Andate avanti ancora un po', troverete un semaforo e un distributore di benzina. Il vostro hotel è lì". Li ringraziamo tantissimo e ci sentiamo più lieti. In questo viaggio ho capito che la vita di una persona si basa su tanti piccoli atti di fede: mi fido che questo aereo non cadrà (in linea di massima è così), mi fido che domani il sole sorgerà di nuovo (l'ho sempre visto ed è un miracolo che si ripete ogni giorno), mi fido che queste persone non vogliano ingannarmi (si sono così affannate a consolarmi). E' l'atto di fede dell'uomo comune e del suo common sense, è l'affidarsi a un Destino buono del cristiano, anche nelle piccole cose. Ed infatti, ecco il nostro hotel, dopo il traffic light, come ci avevano detto i due gestori del pub poco prima. Piove, tiriamo fuori i bimbi e li mettiamo a letto. L'hotel è confortevole, tipicamente english, dopo questa avventura possiamo addormentarci sereni con la bellezza delle cose viste ancora negli occhi.

La mattina ci svegliamo già affamati e sognando la tipica english breakfast. Scendiamo nella hall e scopriamo che è arrivata la polizia. Una poliziotta in uniforme, con tanto di manette e fondina che le penzolano dalla cintura, tira un nastro in una parte della sala da pranzo. Improvvisamente mi sembra di essere in una puntata di CSI. Pare che fortunatamente non si sia fatto male nessuno, problemi tra i membri dello staff, ci dicono. Mia figlia Maria Vittoria guarda la scena attonita e, quando le passa vicino, la poliziotta tira fuori dal cinturone delle bolle di sapone e comincia a soffiare. Le bolle volteggiano per la hall sotto gli occhi stupiti di Maria Vittoria. Che gente strana, penso, ed effettivamente i personaggi paradossali di Chesterton non mi sembrano poi così del tutto inventati. Credo che si divertisse un mondo ad osservare la gente comune e a riportarla sulla carta. La realtà è più bella e più varia di quello che si legge nei libri!

Prossima fermata Oxford centro. Cerchiamo subito il Merton College, un college antichissimo dove J R R Tolkien insegnò lingua e letteratura anglosassone. Lo troviamo e per tre pounds possiamo visitarne alcuni ambienti. I giardini sono stupendi, la chapel anche (ci trae in inganno sembra cattolica ma in realtà è anglicana), diciamo una preghiera alla Vergine Maria e al Figlio suo e poi ci intrufoliamo nel refettorio, una stanza sontuosa dove students and fellows consumano i pasti. Io penso all'università di Bologna e alla mensa piena di frittoni rasta con i loro cani: tutto un altro livello. I miei figli esprimono il desiderio di venire a studiare qui, sarebbe bellissimo. Cerchiamo la chiesa di Saint Aloysius, sede della Chesterton Library. In questa chiesa veniva a messa Tolkien. Entriamo, si sente una musica d'organo e la navata è abbellita con dei fiori bianchi: ci sono le prove per un matrimonio. Al suo interno c'è un quadro di Newman e San Luigi Gonzaga che noi conosciamo bene perché è un santo mantovano, ci sentiamo già a casa. Cerchiamo qualcuno che ci apra la Chesterton Library. I Filippini chiamano il grande Father Joseph che, ammette lui, conosce poco Chesterton ma ci farà l'onore di mostrarci la biblioteca. Si apre così il paradiso ai nostri occhi: i libri di Gilbertone nostro! La sua sedia, il suo cappello (con cui io mi faccio pure la foto!), il rosario, le statuine del presepe, i manoscritti. Parliamo, parliamo tanto, parliamo di Marco Sermarini, Dale, di Aidan Mackey che è stato a messa poco prima e di Stratford Caldecott di cui c'è una bella foto. Ci sentiamo a casa ancora di più. Ci diciamo cosa ci piace di Chesterton, gli dico che è semplice, un hobbit come noi, che quando ho la mente immersa nell'oscurità dei miei pensieri, lo leggo, mi faccio una risata e penso: "Ha ragione lui". Ringraziamo padre Joseph e notiamo che si è fatta ora di pranzo: andiamo dritti dritti al The Eagle and the Child, il pub dove si trovavano una volta a settimana gli Inklings. Che emozione! Il pub che ha visto la genesi del Signore degli anelli e delle Cronache di Narnia, dove uomini veri parlavano dei miti che altro non sono se non un modo naturale dell'uomo di avvicinarsi alla storia della Redenzione, perché tutti gli uomini vengono da Dio e questa paternità celeste se la portano dentro come un marchio. La barista è italiana, ci consiglia una birra rossanon pastorizzata (mio marito deve guidare per cui mi sacrifico io) e patate dolci fritte, onion rings, nachos e salsa guacamole. 

Siamo contenti, mangiamo ridiamo di cuore. Prossima tappa: il Wolvercote Cemetery a salutare il professore. Lo troviamo subito, entriamo quasi titubanti. Subito seguiamo le indicazioni per la tomba di Tolkien perché altrimenti ci perderemmo ed alla fine: eccola! Edith Mary Tolkien e John Ronald Reuel Tolkien, eccoli Luthien e Beren. Si sono tanto voluti bene in vita che ora riposano insieme. Dopo qualche foro, ci raccogliamo in preghiera e siamo un po' commossi. Questi grandi uomini hanno percorso la nostra stessa terra e nemmeno tanto tempo fa, questi uomini sono dei maestri: ci confortano nei momenti bui e ci rallegrano e tengono vivo il cuore. Non a caso indosso la maglietta tolkeniana che mi ha fatto Pump Street che recita così: 

"Even darkness must pass, a new day will come and when the sun shines it will shine out the clearer" 

Ci dicono che la gioia e la speranza sono il segreto del cristiano. 

Ci rimettiamo in macchina diretti a Stratford Upon Avon da un altro grande: William Shakespeare. Ho conosciuto questo poeta da ragazzina, sono rimasta incantata dai suoi versi e dalle sue storie. Sembrerà strano perché quando uno vive una circostanza contorta e particolarmente drammatica, si usa dire che vive una tragedia shakespeariana. Ecco, io mi ci sono sempre ritrovata un po' in certe descrizioni di stati d'animo e pensieri. L'ho riscoperto l'anno scorso, quando mio figlio Edoardo ha tirato fuori da un mobiletto della sala, la videocassetta dell'Enrico V e ne è rimasto folgorato. Shakespeare è nato a Stratford upon Avon ma si sa poco di lui, molto di questo poeta è avvolto dal mito e dalla leggenda. Eppure eccoci in questo delizioso paese immerso nel verde. Ci stupisce perché è pieno di famiglie e spettacolari parchi giochi(alcuni con piscina), il centro del paese è antichissimo e oggi c'è un sacco di gente. Andiamo diretti alla casa natale di Shakespeare, ci raccontano dove è nato, che aveva dei fratelli, che suo padre faceva il guantaio e che non gli piaceva nemmeno troppo andare alla grammar school, la scuola del paese, insomma un ragazzetto normale! Mi viene in mente il caro Chesterton che dà un giudizio positivo sul nostro bardo: Shakespeare doveva essere cattolico per Gilbertone, perché, proprio come Tommaso, davanti a un uovo esclamava: "Quello è un uovo". Era un realista. Ed era anche più grande di Nietzsche. Shakespeare, infatti, pensò la morale dell'Ubermensch ben prima del filosofo tedesco ma "ne pesò l'esatto valore, e la collocò nel suo posto preciso: cioè nella bocca di un mezzo scimunito, che parla alla vigilia della sua disfatta". Insomma, non è vero che a Shakespeare non vennero mai in mente i concetti malati che vorrebbero propinarci certe ideologie moderne, gli vennero in mente, eccome! Ma ne trovò subito altri più belli che misero fuori uso quelli nefasti. Insomma un altro grande maestro!

Purtroppo il tempo vola e noi abbiamo due ore di macchina che ci aspettano per raggiungere la City prima che faccia buio e che i cellulari si scarichino del tutto. 

Quando arriviamo nel quartieraccio di Finsbury(ribattezzato da noi: "In the Ghetto") troviamo l'amara sorpresa di un hotel fatiscente (Nb Central Park Hotel, evitatelo) ma, almeno vicino alla stazione della famosissima London Tube. Ci mettiamo d'accordo con il nostro amico Fabrizio per il giorno dopo e ci corichiamo pieni di voglia di avventura, mentre con la mente ritorniamo ai bellissimi incontri fatti durante il giorno: father Joseph, Tolkien, Shakespeare.

Il programma per la mattina dopo prevede il recarsi alla Saint Peter Church dove viene celebrata una messa in italiano ma, purtroppo perdiamo tempo a capire come funziona la metro e i biglietti. Alla fine, scoraggiati, riusciamo andare a Buckingam Palace. I bambini sono entusiasti e facciamo mille foto sulla statua della regina Vittoria. Fabrizio ci aspetta al London Eye, la ruota panoramica. Passiamo per Saint James Park, un parco curatissimo e pieno di scoiattoli, attraversiamo il Tamigi ed ecco il London Eye. Io e Maria Vittoria rimaniamo giù e ci concediamo la giostra dei cavalli e un giro al parco giochi. Arriva anche Fabrizio che ci porta a mangiare in un tipico pub londinese usando la metropolitana con disinvoltura. Dopo pranzo sbuchiamo di fronte al palazzo di Westmister, salutiamo il Big Ben e andiamo diretti alla Westmister Abbey. Più avanti troviamo la chiesa del "Preziosissimo Sangue di nostro Signore Gesù Cristo", ovvero laWestmister Cathedral e finalmente riusciamo a prendere messa. La messa è uguale alla nostra, ci sono anche i canti in latino e questo mi fa sentire parte di una grande famiglia. Capisco poco durante l'omelia perché il prete è un fuoco d'artificio, scherza sul fatto che lui si chiama Tom e il confratello Jerry ma poi ci parla delle missioni e di tanti suoi amici che sono partiti per la Cina e non sono più tornati. Alla fine, questi pretini si mettono sulla soglia per salutare tutti. Conosco Father Tom che viene dall'Irlanda e un prete sudafricano (come Tolkien) che insegna aramaico a Roma ma d'estate viene qui a fare un po' di missione. Questi preti sono dei veri missionari in una città dove c'è di tutto e di più, sono accoglienti e hanno un bellissimo sorriso che gli illumina il volto.

La giornata volge al termine, abbiamo camminato molto. Salutiamo Fabrizio che ci conduce alla metro. E' stato davvero un piacere passare del tempo con lui.

La mattina seguente partiamo di buonora per Hyde Park dove predicava padre Vincent McNabb, amico di GKC ma prima facciamo un salto alla Saint Mary Abbot Church, la chiesa dove il nostro Gilbertone e Frances si sono sposati. E' un'emozione incredibile entrare in quella chiesa ma ci viene un po' da ridere, non riusciamo a non pensare che Chesterton, prima di sposarsi, tracannò un bicchiere di latte, si mise le scarpe nuove (senza togliere il cartellino) e andò a comprare una pistola. La giornata è fredda, Ad Hyde Park tira un venticello fastidioso e nemmeno una tazza di caffè americano riesce a scaldarci. Riprendiamo la metro, è ora di tornare in aeroporto.

Questo viaggio ci ha emozionato non poco e senza nemmeno ricorrere all'Agenzia delle Avventure Romanzesche. Abbiamo visto da vicino i luoghi dei nostri maestri, abbiamo percorso un po' della loro strada sempre leggendo un frammento di qualche opera per aiutarci a capire meglio quello che stavamo vivendo.

Ora in noi c'è una gioia autentica, cerchiamo di custodire nei nostri cuori quello che abbiamo visto e quello che abbiamo udito, siamo partiti come Bilbo, un po' scettici, siamo tornati diversi, un pochetto cambiati. E per questo ringraziamo.

martedì 1 marzo 2016

Un aforisma al giorno (stavolta di Padre Vincent McNabb - grazie, Fabio Trevisan)









Un pezzo di terra può funzionare con un pugno di lavoratori o sostenere più di 2-4 lavoratori per ettaro…può produrre ogni genere di ricchezza reale, dalla pietra con cui è stata costruita la cattedrale di Salisbury alla lana con cui realizzare i migliori tessuti e filati a mano del mondo, fino al grano e all'uva che possono trasformarsi nel Sacrificio di un Mondo Redento.
Vincent McNabb
(La Chiesa e la terra)
Citazione tratta da:
La Chiesa e la terra

Padre Vincent McNabb
Editore: Libreria Editrice Fiorentina


La sapienza moderna incita le persone ad affollare le città o le loro periferie, ad avere pochi figli, a vivere a credito. Insegna a considerare inevitabile l'industrializzazione, a ritenere contemporaneamente normale e desiderabile un'esistenza fatta di velocità, rumore, usa e getta. 
Copertina di 'La Chiesa e la terra'La Chiesa Cattolica insegna il contrario. Essa proclama la gioia di vivere in campagna, formare una famiglia numerosa, possedere ricchezze giuste e reali e non apparenze artificiali e illusorie, interessarsi ai bisogni delle persone e non delle macchine, pensare alla vita oltre la vita e legarsi alla persona di Gesù. Tutto ciò costituisce l'unica via per la vera felicità e la vera realizzazione di sé. Questi profondi insegnamenti animano "La Chiesa e la terra" in una serie di capitoli concisi, penetranti e provocatori.
Vincent McNabb ha scritto 80 anni fa questo libro profetico perfettamente adatto all'epoca che stiamo vivendo e che richiede un cambiamento profondo in tutti gli aspetti della società.