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sabato 27 luglio 2013

Gianfranco Amato sulla vicenda di don Stefano Piccinelli

Da un nostro amico...

Leggiti l'intervista odierna di Tempi.it al nostro portavoce: http://www.tempi.it/legge-omofobia-portavoce-manif-pour-tous-italia-intervista#.UfOHQW2pVNY Non potevamo non far leggere come primo brano in contrasto alla legge discussa alla Camera (che grazie a Dio per ora slitta a settembre)... la grande marcia della distruzione intellettuale...

venerdì 26 luglio 2013

I GIURISTI PER LA VITA - COMUNICATO STAMPA 7-2013


I Giuristi per la Vita esprimono piena solidarietà e vicinanza filiale a don Stefano Piccinelli, Cappellano dell’Ospedale di Cona (FE), che grazie al coraggio della testimonianza non è arretrato dinnanzi alle arroganti minacce di chi ha inteso impedirgli l’esercizio del suo sacrosanto e fondamentale diritto alla libertà di opinione e di credo religioso, esercizio sancito e tutelato dagli articoli 19 e 21 della nostra Costituzione.
Ancora una volta si è rivelato il volto intollerante dei sedicenti tolleranti, e l’intento discriminatorio dei sedicenti discriminati.

I Giuristi per la Vita considerano inqualificabile il giudizio dato dal Presidente nazionale dell’Arcigay, Flavio Romani, al gesto di don Stefano, testualmente definito come «un atto scorretto e inqualificabile per difendere il diritto all’offesa», ed esprimono viva preoccupazione per quando riferito dallo stesso Presidente dell’Arcigay nella lettera inviata alla Direzione dell’Ospedale, parlando a proposito di «discriminazione in un luogo pubblico», e invocando non meglio precisati «provvedimenti».

Se questi sono i segnali premonitori dell’offensiva omosessualista che ci attende, i Giuristi per la Vita sono ancora più convinti della necessità di combattere la campagna contro la proposta di legge per contrastare l’omofobia e la transfobia, e del dovere morale di difendere il diritto alla libertà di pensiero.

Concedere a questa nascente forma di intolleranza la forza della legge e il braccio armato della magistratura militante sarebbe esiziale per quella quota residua che ancora resta di democrazia nel nostro Paese.

Chapeau a don Stefano Piccinelli!


IL PRESIDENTE

Avv. Gianfranco Amato

La Manif Pour Tous Italia: Vegliare sulla libertà di pensiero


Più di 500 i “veglianti” davanti a Montecitorio alla vigilia della discussione del progetto di legge Scalfarotto (PD) e Leone (PDL) contro l’omofobia e la transfobia. Giunti per dare voce ad una protesta che ha già assunto dimensioni internazionali: quella per la libertà di pensiero e di espressione. La manifestazione romana ha trovato, infatti, l’appoggio dei “Manif” francesi i quali contemporaneamente protestavano dinanzi l’ambasciata italiana a Parigi evidenziando un dissenso trasversale ai popoli e alle culture che non ha alcuna intenzione di cessare né diminuire.

L’iniziativa apolitica e aconfessionale si è tenuta a piazza Montecitorio all’indomani dell’inizio dell’iter parlamentare di discussione della proposta di legge sull’integrazione della Legge Mancino-Reale promossa

soprattutto dai parlamentari del PD e di SEL. Tale proposta, lo ricordiamo, andrebbe ad istituire il reato di discriminazione per motivi fondati sull’"omofobia" o "transfobia", in aggiunta a quelli razziali, etnici, nazionali o religiosi, sanzionando i trasgressori con la reclusione fino a quattro anni. Nel reato di discriminazione  rientrano  tutti  quegli  atti  volti  alla  diffusione  di  un’opinione  differente  da  quella  di  quanti

affermano la legittimità del matrimonio omosessuale (e della relativa adozione o produzione mediante fecondazione artificale di figli). L’approvazione della norma darebbe vita all’istituzione di un vero e proprio reato d’opinione. Si tratterebbe quindi di una "legge bavaglio".

A tal fine i “veglianti” de La Manif Pour Tous ITALIA - in linea con gli iniziatori francesi di questo movimento, che si preannuncia di portata europea, con l’imminente adesione di altre nazioni-, hanno voluto ribadire il diritto fondamentale di ogni cittadino a manifestare il proprio pensiero, garantito dall’art. 21 della Costituzione Italiana, la quale “riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata su matrimonio”.

La rilevanza della manifestazione è apparsa fin dalla sua comparsa sul web e nella sua rapida diffusione nei social network. Le adesioni, in pochissimo tempo dalla nascita del movimento La Manif Pour Tous

ITALIA, sono state numerose ed entusiastiche (soprattutto da parte di giovani).

I “veglianti” hanno voluto sottolineare ancora una volta il carattere del tutto aconfessionale e apolitico della manifestazione in particolare e del movimento in generale, evitando l’esposizione di ogni tipo di simbolo religioso o partitico.

mercoledì 1 giugno 2011

Rassegna stampa varia ed eventuale

TI SEI DIMENTICATA DI ABORTIRE CON LA PILLOLA DEL GIORNO DOPO? TRANQUILLA... E' IN ARRIVO ANCHE IN ITALIA LA PILLOLA DEI 5 GIORNI DOPO
Il problema principale è l'uccisione dei bambini, ma se i prolife continuano a porre l'accento sulla salute della donna sono destinati alla sconfitta come una squadra di calcio che sta sempre in difesa anche se sta già perdendo
di Mario Palmaro
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IL BIMBO CHE SI SCEGLIERA' IL SESSO DA SOLO
L'ultima follia della dittatura del relativismo: la libertà assoluta, cioè sciolta dalla realtà, porta a imporre il peggior conformismo unisex
di Rino Cammilleri
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CINQUECENTO PERSONE DA OGNI PARTE D'ITALIA SONO GIUNTE A DESENZANO PER LA MARCIA PER LA VITA
Invece all'altra marcia (organizzata dal Movimento della Vita a Roma una settimana prima) c'erano un decimo dei partecipanti (una cinquantina): non sarebbe più bello che i prolife italiani marciassero insieme?
da La Bussola Quotidiana
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giovedì 2 dicembre 2010

L'articolo che vi avevamo segnalato ieri di Francesco Agnoli sul suicidio


Indagini sul suicidio

Annulla tutti i significati, ma non è senza significato. La fede, il materialismo, l’oriente estremo

Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia”: così scriveva Albert Camus nel “Mito di Sisifo”. Questa frase ritorna attuale oggi con il dibattito sull’eutanasia, che andrebbe a mio avviso affrontato, appunto, insieme al problema del suicidio (e a quello della disgregazione familiare e della solitudine, metafisica e quotidiana).

Non è infatti un caso che la richiesta di legalizzazione dell’eutanasia cresca con il crescere, nel nostro occidente, del ricorso agli anti depressivi e al suicidio. Recentemente l’Oms ricordava che nel 2000 sono morte per suicidio circa un milione di persone, ben più che in tante guerre e calamità messe insieme, mentre “negli ultimi 45 anni il tasso di suicidio è cresciuto del 65 per cento in tutto il mondo, in particolare tra i giovani”. Uno psicoterapeuta come Viktor Frankl, che sperimentò la durezza del lager, disse che quando c’è un perché, tutti i come diventano sopportabili. Se so perché vivo, se la preziosità della vita mi è chiara, se la vita come dono è un’idea radicata, ogni circostanza, benché dura, diventa più facilmente tollerabile.
Scriveva ancora Frankl, il quale definiva il nostro tempo “l’epoca del vuoto esistenziale”: “Se una persona è riuscita a porre le basi del significato che essa cercava, allora è pronta a soffrire, a offrire sacrifici, a dare anche, se fosse necessario, la propria vita per amore di quel significato. Al contrario, se non esiste alcun significato del suo vivere, una persona tende a togliersi la vita ed è pronta a farlo anche se tutti i suoi bisogni, sotto ogni aspetto, sono stati soddisfatti”. L’uomo è capace di adeguarsi a tutto, o quasi: solo che lo spirito sostenga il corpo, e se stesso; solo che lo spirito non sia ancora più debole del corpo. Se c’è un perché, tutti i come  divengono più o meno sopportabili. E non vi è dubbio, a mio parere, che il perché vero sia solo e soltanto Dio, dal momento che tutti gli altri, in un momento o nell’altro, possono cedere. Un Dio personale che ci ha creato, che ci guarda e ci conosce e il cui amore rende preziosa ogni singola esistenza. Un Dio che manca ad esempio ai grandi popoli cinese e giapponese. Che, non a caso, hanno da secoli un triste primato dei suicidi.
In Cina e Giappone infatti il ricorso al suicidio è estremamente diffuso, amplissimo, e, quel che più interessa, accettato culturalmente. Parlando dei cinesi J. J. Matignon scriveva, all’inizio del Novecento, che il suicidio “si riscontra in tutte le classi e a tutte le età”, ed è spesso dettato anche da motivi che per la nostra cultura sono del tutto “futili”: per vendetta, per rancore, per collera  o gelosia, per questioni di onore… “Capita che un mendicante attui la sua vendetta tagliandosi la gola davanti alla vostra porta”. Dall’India alla Cina, ricorda Marzio Barbagli, “darsi la morte per colpire un nemico, immolandosi con lui o facendogli ricadere addosso la colpa della propria morte, è una scelta messa a disposizione per secoli da culture diverse”. In entrambi questi paesi, poi, vi sono dei suicidi, come quello della moglie o della concubina sulla tomba del marito, che sono considerati meritori ed auspicabili. Un altissimo tasso di suicidi si registra anche in Giappone: 24,4 ogni 100 mila abitanti, almeno 4 volte di più che in Italia, visto che il numero reale è in verità ben più alto. Il Giappone ha anche un primato nel numero dei giovani suicidi. Kamikaze e harakiri “sono le parole della lingua giapponese più conosciute nel mondo”. Qualche anno fa la “Guida al suicidio perfetto” dello scrittore Wataru Tsurumi, in cui si spiegava come uccidersi buttandosi dalla finestra o sotto il treno,  divenne un bestseller con 550 mila copie in otto mesi.
Perché questo dramma? A prescindere dalle mille motivazioni che possono stare dietro un suicidio, è difficile non notare che anche nel ricco Giappone, come in Cina, l’uomo non è creatura unica, irripetibile, di un Dio che la ama fino a morire per lei. “I giapponesi – ricorda il nunzio apostolico in Giappone, Alberto Bottari de Castello-, non hanno un rapporto personale con Dio. Il concetto dell’individuo, che è al centro della cultura occidentale, non fa parte del loro Dna culturale. Si identificano con il gruppo, la società, l’azienda, la nazione. Quando un cristiano arriva alla decisione di togliersi la vita sa che sta per infrangere una regola sacra: la vita gliel’ha data Dio e solo Dio gliela può togliere. Il giapponese tentato dal suicidio non ha questo freno. Non ha il concetto del peccato. Non ha nessuno, non ha niente, all’infuori del proprio mondo materiale e culturale, a cui chiedere aiuto. Ma nel suo mondo chiedere aiuto è disonorevole, e allora deve risolvere all’interno di se stesso il dramma della propria infelicità, divenuta insopportabile. I cristiani, anche nei momenti più bui, possono sempre tendere la mano verso Dio. I giapponesi no. Hanno otto milioni di dei, migliaia di meravigliosi templi, santuari, altari, altarini, due religioni ufficiali, il buddismo e lo shintoismo, ma vivono senza il Dio unico onnipotente e misericordioso, senza il concetto di Dio padre di tutta l’umanità e presente in ciascuno di noi, sempre”. Nello stesso tempo in Giappone il buddismo è una religione atea che crede nella reincarnazione, cioè che nega, appunto, l’unicità di una vita personale. Il suicidio quindi non è considerato eticamente negativo, anzi è talora contemplato come possibile “soluzione” ad un determinato problema.
Maurice Pinguet, già direttore dell’Istituto franco-giapponese di Tokyo, nel suo “La morte volontaria in Giappone”, nota anzitutto il profondo immanentismo che caratterizza la cultura di questo popolo, e in secondo luogo mette in luce come in Giappone siano sempre esistite forme di suicidio che la cultura cristiana rifiuta: ad esempio il “suicidio di solidarietà”, in cui i genitori “coinvolgevano i loro figli nella morte, convincendoli, o a loro insaputa”. Infatti alla madre giapponese che uccide il figlio “non viene in mente che il bambino possa rappresentare una esistenza distinta, posta sin dalla nascita, o dal concepimento, sotto la sovranità di Dio”. Vi è poi, sempre nella cultura giapponese, il “suicidio di accompagnamento”: alla morte dell’imperatore, del sovrano, del padrone, funzionari, vassalli, servi lo hanno spesso accompagnato nella morte, eliminandosi. Vi è infine il suicidio come rituale, svolto con precisione e solennità: harakiri è l’atto di uccidersi lentamente, aprendosi il ventre, estraendone le viscere, “senza battere ciglio”. Del resto, se tutta la vita dell’uomo è qui ed ora, come protestare altrimenti la propria innocenza? Come lavarsi di una colpa, che altrimenti rimarrà per sempre? Come cancellare la vergogna? Come salvare l’onore?
Una conferma a questa ipotesi, e che cioè l’ateismo contribuisca a togliere alla vita umana quella sacralità religiosa che è spesso un utile antidoto alla scelta estrema di eliminarsi, viene dai paesi comunisti, in cui l’ateismo è stato imposto e diffuso a tutti i livelli. In un celebre film intitolato “Le vite degli altri” si ricorda che negli anni 70 e 80, Russia, Ungheria e Germania dell’est, tutti e tre paesi comunisti, avevano il primato mondiale dei suicidi, benché i regimi, che pure catalogavano tutto, nascondessero le cifre relative al disastroso fenomeno. Infatti erano stati proprio molti teorici del socialismo a spiegare che, una volta instaurata l’eguaglianza economica e materiale, alcolismo, prostituzione, furti e suicidi, sarebbero spariti. In verità con l’avvento del regime bolscevico i suicidi iniziarono a crescere. Il Partito comunista cercò allora di condannarli come “una forma di individualismo borghese”. Il suicidio, per i comunisti atei, era considerato una appropriazione indebita della vita, che apparteneva non a Dio, come si era detto sino a quel momento, ma al partito, allo stato, alla comunità. Tanto che chi si suicidava subiva l’espulsione postuma dal partito e altre pene, ad esempio riguardo al suo funerale. Ma l’efficacia di queste posizioni fu inesistente. Non uccidersi perché la vita è un dono di Dio, è un messaggio che può essere convincente, come dimostrano i bassi tassi di suicidio del medioevo e sino all’esplosione ottocentesca (vedi: Marzio Barbagli, Congedarsi dal mondo, Il Mulino). Non farlo perché Stalin non vuole, è un dogma meno credibile.
“Nel 1924-25 – scrive Barbagli – vi fu un forte aumento dei suicidi”, non solo tra gli avversari del comunismo, ma “tra gli iscritti al partito”, tra coloro che professavano la fede del regime. Stalin condannò il fatto spiegando che il suicidio era il mezzo più semplice per lasciare il mondo, tradendo il partito e sputando “per l’ultima volta sul partito”. “In ogni caso, continua il Barbagli, il governo smise di pubblicare statistiche e studi sull’argomento”. Possiamo quindi ipotizzare un aumento sempre crescente di suicidi in occasione del terrore, così come c’era stato all’epoca del terrore giacobino e della ghigliottina. Ma con la morte di Stalin la crescita dei suicidi non calò e il numero rimase alto sino alla fine. Il crollo del regime, la morte definitiva della fede comunista segnò un ulteriore incremento. Veniva cioè a mancare anche l’ultima forma di “senso”, per quanto labile. Nel 1994 si arrivò alla cifra impressionante di 43 suicidi per 100.000 abitanti! “Pur essendo diminuito negli anni seguenti, continua Barbagli, nel 2004 il tasso di suicidio in Russia (34 per 100.000 abitanti) era da due a tre volte superiore a quello degli Stati Uniti e dei paesi dell’Europa occidentale”.
Anche oggi le macerie spirituali lasciate dal materialismo ateo sono ben evidenti, visto che gli ex paesi dell’ateismo di stato hanno contemporaneamente il triste primato dei divorzi, degli aborti e quello, appunto, dei suicidi. L’Oms dunque rivela oggi che al primo posto nella classifica dei paesi con il più alto numero di suicidi nel 2009 si trovano la Bielorussia, con 35,1 suicidi ogni 100.000 persone; al secondo posto viene la Lituania, al terzo la Russia, al quarto il Kazakistan, al quinto l’Ungheria, al sesto il Giappone, all’ottavo l’Ucraina… ben 6 dei primi 8 paesi di questa terribile classifica sono ex paesi comunisti (senza contare che mancano le cifre vere per la Cina).
Eppure non è sempre stato così, dal momento che prima della rivoluzione del 1917 “la percentuale dei  suicidi in Russia era una delle più basse al mondo” (Moskovskji Komsomolets). Quanto alla Lituania, seconda nella classifica del 2010, ma prima in quella del 2009, Alvydas Navickas, presidente dell’Associazione lituana di suicidiologia e vicerettore dell’Università di Vilnius, sintetizza così la storia del suo paese: “Prima della Seconda guerra mondiale, si suicidavano 8 lituani su 100.000. La maggior parte della popolazione viveva in campagna, frequentava la chiesa: esisteva una comunità forte con una routine stabile. In seguito scoppiò la guerra e venne il regime sovietico: Stalin deportò gli agricoltori più ricchi e installò la maggior parte nei Kolchoz (cooperative agricole). Vodka e alcol prodotti in casa iniziarono a scorrere come anestesia, quotidianamente. Nella decade degli anni ottanta l’indice crebbe ogni anno fino a 30 suicidi su 100.000 persone. Con la caduta dell’Urss il tasso ha subito un forte rialzo, fino a toccare il tetto, tra il 1994 e il 1995, di 46 su 100.000” (http://www.cafebabel.it/article/33596/stalin-disoccupazione-maltempo-suicidi-lituania.html).
E’ a questo punto inevitabile ricordare quanto scriveva alla fine dell’Ottocento il grande Dostoevskij, nel suo romanzo “I Demoni”, in cui illuminava la mentalità degli atei rivoluzionari del suo tempo. L’autore russo faceva dire ad uno dei suoi personaggi che a frenare la volontà degli uomini di suicidarsi  è anzitutto l’idea di “un altro mondo” dopo la morte (idea che non toglie, ma al contrario conferisce valore, proprio a questo mondo concreto in cui viviamo ogni giorno).

Ma quando l’ateismo trionferà, continuava il rivoluzionario, prefigurazione dei comunisti del 1917, l’uomo, messo da parte Dio, affermerà la sua totale libertà: “La piena libertà ci sarà allora, quando sarà indifferente vivere o non vivere”. Un giorno “vi sarà l’uomo nuovo, felice e superbo. A chi sarà indifferente vivere o non vivere, quello sarà l’uomo nuovo! Chi vincerà il dolore e la paura, quello sarà Dio. Mentre l’altro Dio non vi sarà… Possibile che nessuno su tutto il pianeta, avendola finita con Dio e avendo posto fede nell’arbitrio, osi proclamar l’arbitrio, nel senso più completo?”. Conclusione? “Io sono obbligato a uccidermi, perché il mio arbitrio è uccidere me stesso”.
Dostoevskij aveva visto giusto: la proclamazione di una libertà illimitata da parte dell’uomo, di una sua autonomia morale, di una sua autodeterminazione totale, luciferina, è anche l’affermazione della sua drammatica solitudine, con le ovvie conseguenze.
Ecco perché oggi sono proprio certi atei come Maurizio Mori, il consigliere di Beppino Englaro, a proclamare la fine della “sacralità della vita”, respingendola come un concetto cristiano che non ci appartiene più, e a collegare il presunto diritto all’aborto, con quello all’eutanasia (o “suicidio assistito”). Riaffermando così il principio dell’autodeterminazione assoluta già proclamato dal rivoluzionario di Dostoevskij. Dichiarava qualche anno orsono il socialista francese Jacques Attali, già consigliere del presidente Mitterrand, e oggi di Sarkozy: “La logica socialista è la libertà, e la libertà fondamentale è il suicidio. Di conseguenza il diritto al suicidio diretto o indiretto è dunque un valore assoluto di questo tipo di società”. Qualche anno prima, su California Medicine, aveva affermato, coerentemente, che la vita non è più da considerare un valore assoluto, ma “relativo”, e ciò significa che accanto al “controllo e alla selezione delle nascite” occorrerà porre la “selezione delle morti”, cioè all’eutanasia, per motivi personali, ma anche economici, politici.

Laddove manca Dio, è la vita dell’uomo a perdere valore, e a sfociare più spesso nel suicidio, individuale o legalizzato e statalizzato che sia. Scriveva a ragione il già citato Pinguet, parlando però, stavolta, del nichilismo occidentale: “In un mondo che non ha altra vita che quella quaggiù, altra volontà che quella del soggetto, l’uomo diviene il solo giudice della totalità dell’essere che resta in bilico sul filo di rasoio della sua decisione. Là dove brillava l’onnipotenza divina, una vertiginosa implosione ha scavato il suicidio nichilista, buco nero nel quale l’assolutezza della libertà dovrebbe farsi inghiottire”.

Francesco Agnoli - Il Foglio - 1 Dicembre 2010

mercoledì 3 giugno 2009

A Lugo burocrazia e laicismo al potere: niente croci al cimitero!

Da Avvenire - Un ottimo esempio di provvedimento di sapore cinosovietico in Italia

Via i simboli religiosi dalle lapidi. È questo l’incredibile contenuto del documento uscito dalla giunta del Comune di Lugo, paese romagnolo in provincia di Ravenna, a proposito degli 'arredi' delle tombe nella parte nuova del cimitero. Salvo rettifiche, imbastite un modo po’ confuso dal sindaco del centrosinistra Raffaele Cortesi per precisare che, in realtà, ciò che sta scritto nero su bianco nel testo comunale in realtà non si deve intendere al la lettera.

I fatti. All’inizio di maggio la Giunta approva l’allegato tecnico alla sua delibera numero 102: «Precisazioni operative per la realizzazione delle finiture dei manufatti funerari nel campo di inumazione»; un testo di poche pagine dove si descrive per filo e per segno come devono essere fatte le lapidi della parte nuova del Cimitero, nonché l’arredo dell’area che ospita le inumazioni. Una carrellata di indicazioni minuziosissime sulla grandezza dei caratteri da utilizzare per le scritte (persino il formato tipografico delle lettere, «Arial» o «Futura», da giustificare a destra sopra le date di nascita e di morte), il colore della cornice della foto («rigorosamente in metallo cromato non lucido e di dimensioni massime pari al formato A6») e la posizione da destinare al vaso per i fiori. Il tutto sottoposto ad un’unica, sconvolgente, indicazione generale: «Sulla lapide saranno ammessi solamente i seguenti elementi: dati anagrafici e fotografia». Un avverbio, «solamente » , dal significato chiaro: via qualunque altra cosa. Simboli ed altri elementi religiosi compresi.

Divieto per esclusione. Intenzione reiterata poche righe sotto: «Le scritte ammesse sulla lapide sono 2: nome e cognome; data di nascita e di morte». Il tutto condito con altri scivoloni in qua e in là nel testo, dove si precisa che «per l’intero campo di inumazione non è previsto alcun sistema di illuminazione votiva » e che «l’intera area destinata a sepolture non prevede l’impiego o il posizionamento di altri manufatti di qual si voglia foggia o utilizzo». Una frase, quest’ultima, che presenta poche ambiguità in una regione come l’Emilia Romagna dove il regolamento di Polizia mortuaria, approvato nel 2004, non prevede l’erezione di cappelle nei cimiteri, scaricando spese e responsabilità ai Comuni. Caso probabilmente unico a livello nazionale.

La notizia viene ripresa dai media e mette sotto sopra l’opinione pubblica. Supportata dal caso di una signora lughese rivoltasi ad un avvocato dell’Adiconsum cittadino dopo la risposta arrivata dagli addetti agli uffici del Comune: «Dicono che la scelta di evitare segni sia stata presa per non urtare le diverse sensibilità religiose». Dopo la frittata arriva tuttavia la precisazione del sindaco: non era intenzione della Giunta vietare simboli religiosi. In realtà l’allegato tecnico non sarebbe vincolante, avrebbe assicurato il sindaco direttamente al vescovo di Imola, Tommaso Ghirelli. La vicenda ha tuttavia lasciato l’amaro in bocca a tanti perché rispecchia per lo meno, volendo credere alla buona fede degli attori, un modo burocratico e tecnicistico di intendere le aree di sepoltura; con attenzione nulla alla tutela del sentimento religioso del popolo.

Per Paolo Cavana, docente di Diritto ecclesiastico alla Lumsa di Roma, «il testo fa cogliere una precisa volontà di escludere i simboli religiosi, spingendosi più in là della Francia, notoriamente uno dei Paesi più laicisti d’Europa, dove i rimandi alla religione sono banditi dai luoghi pubblici fatta esclusione proprio per i camposanti. Se si pensa che i cittadini italiani di religione ebraica, secondo l’Intesa con lo Stato, hanno diritto a spazi propri nei Cimiteri, nel rispetto delle proprie modalità di sepoltura, si capisce come si rischi in Italia di discriminare sempre più solo i cattolici, che nel Paese sono la maggioranza ».

Michela Conficcone

domenica 31 maggio 2009

Omelia di Benedetto XVI per la Pentecoste 2009.

Cari fratelli e sorelle!

Ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, viviamo nella fede il mistero che si compie sull’altare, partecipiamo cioè al supremo atto di amore che Cristo ha realizzato con la sua morte e risurrezione. L’unico e medesimo centro della liturgia e della vita cristiana – il mistero pasquale – assume poi, nelle diverse solennità e feste, "forme" specifiche, con ulteriori significati e con particolari doni di grazia. Tra tutte le solennità, la Pentecoste si distingue per importanza, perché in essa si attua quello che Gesù stesso aveva annunciato essere lo scopo di tutta la sua missione sulla terra. Mentre infatti saliva a Gerusalemme, aveva dichiarato ai discepoli: "Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!" (Lc 12,49). Queste parole trovano la loro più evidente realizzazione cinquanta giorni dopo la risurrezione, nella Pentecoste, antica festa ebraica che nella Chiesa è diventata la festa per eccellenza dello Spirito Santo: "Apparvero loro lingue come di fuoco… e tutti furono colmati di Spirito Santo" (At 2,3-4). Il vero fuoco, lo Spirito Santo, è stato portato sulla terra da Cristo. Egli non lo ha strappato agli dèi, come fece Prometeo, secondo il mito greco, ma si è fatto mediatore del "dono di Dio" ottenendolo per noi con il più grande atto d’amore della storia: la sua morte in croce.

Dio vuole continuare a donare questo "fuoco" ad ogni generazione umana, e naturalmente è libero di farlo come e quando vuole. Egli è spirito, e lo spirito "soffia dove vuole" (cfr Gv 3,8). C’è però una "via normale" che Dio stesso ha scelto per "gettare il fuoco sulla terra": questa via è Gesù, il suo Figlio Unigenito incarnato, morto e risorto. A sua volta, Gesù Cristo ha costituito la Chiesa quale suo Corpo mistico, perché ne prolunghi la missione nella storia. "Ricevete lo Spirito Santo" – disse il Signore agli Apostoli la sera della risurrezione, accompagnando quelle parole con un gesto espressivo: "soffiò" su di loro (cfr Gv 20,22). Manifestò così che trasmetteva ad essi il suo Spirito, lo Spirito del Padre e del Figlio. Ora, cari fratelli e sorelle, nell’odierna solennità la Scrittura ci dice ancora una volta come dev’essere la comunità, come dobbiamo essere noi per ricevere il dono dello Spirito Santo. Nel racconto, che descrive l’evento di Pentecoste, l’Autore sacro ricorda che i discepoli "si trovavano tutti insieme nello stesso luogo". Questo "luogo" è il Cenacolo, la "stanza al piano superiore" dove Gesù aveva fatto con i suoi Apostoli l’Ultima Cena, dove era apparso loro risorto; quella stanza che era diventata per così dire la "sede" della Chiesa nascente (cfr At 1,13). Gli Atti degli Apostoli tuttavia, più che insistere sul luogo fisico, intendono rimarcare l’atteggiamento interiore dei discepoli: "Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera" (At 1,14). Dunque, la concordia dei discepoli è la condizione perché venga lo Spirito Santo; e presupposto della concordia è la preghiera.

Questo, cari fratelli e sorelle, vale anche per la Chiesa di oggi, vale per noi, che siamo qui riuniti. Se vogliamo che la Pentecoste non si riduca ad un semplice rito o ad una pur suggestiva commemorazione, ma sia evento attuale di salvezza, dobbiamo predisporci in religiosa attesa del dono di Dio mediante l’umile e silenzioso ascolto della sua Parola. Perché la Pentecoste si rinnovi nel nostro tempo, bisogna forse – senza nulla togliere alla libertà di Dio – che la Chiesa sia meno "affannata" per le attività e più dedita alla preghiera. Ce lo insegna la Madre della Chiesa, Maria Santissima, Sposa dello Spirito Santo. Quest’anno la Pentecoste ricorre proprio nell’ultimo giorno di maggio, in cui si celebra solitamente la festa della Visitazione. Anche quella fu una sorta di piccola "pentecoste", che fece sgorgare la gioia e la lode dai cuori di Elisabetta e di Maria, una sterile e l’altra vergine, divenute entrambe madri per straordinario intervento divino (cfr Lc 1,41-45). La musica e il canto, che accompagnano questa nostra liturgia, ci aiutano anch’essi ad essere concordi nella preghiera, e per questo esprimo viva riconoscenza al Coro del Duomo e alla Kammerorchester di Colonia. Per questa liturgia, nel bicentenario della morte di Joseph Haydn, è stata infatti scelta molto opportunamente la sua Harmoniemesse, l’ultima delle "Messe" composte dal grande musicista, una sublime sinfonia per la gloria di Dio. A voi tutti convenuti per questa circostanza rivolgo il mio più cordiale saluto.

Per indicare lo Spirito Santo, nel racconto della Pentecoste gli Atti degli Apostoli utilizzano due grandi immagini: l’immagine della tempesta e quella del fuoco. Chiaramente san Luca ha in mente la teofania del Sinai, raccontata nei libri dell’Esodo (19,16-19) e del Deuteronomio (4,10-12.36). Nel mondo antico la tempesta era vista come segno della potenza divina, al cui cospetto l’uomo si sentiva soggiogato e atterrito. Ma vorrei sottolineare anche un altro aspetto: la tempesta è descritta come "vento impetuoso", e questo fa pensare all’aria, che distingue il nostro pianeta dagli altri astri e ci permette di vivere su di esso. Quello che l’aria è per la vita biologica, lo è lo Spirito Santo per la vita spirituale; e come esiste un inquinamento atmosferico, che avvelena l’ambiente e gli esseri viventi, così esiste un inquinamento del cuore e dello spirito, che mortifica ed avvelena l’esistenza spirituale. Allo stesso modo in cui non bisogna assuefarsi ai veleni dell’aria – e per questo l’impegno ecologico rappresenta oggi una priorità –, altrettanto si dovrebbe fare per ciò che corrompe lo spirito. Sembra invece che a tanti prodotti inquinanti la mente e il cuore che circolano nelle nostre società - ad esempio immagini che spettacolarizzano il piacere, la violenza o il disprezzo per l’uomo e la donna - a questo sembra che ci si abitui senza difficoltà. Anche questo è libertà, si dice, senza riconoscere che tutto ciò inquina, intossica l’animo soprattutto delle nuove generazioni, e finisce poi per condizionarne la stessa libertà. La metafora del vento impetuoso di Pentecoste fa pensare a quanto invece sia prezioso respirare aria pulita, sia con i polmoni, quella fisica, sia con il cuore, quella spirituale, l’aria salubre dello spirito che è l’amore!

L’altra immagine dello Spirito Santo che troviamo negli Atti degli Apostoli è il fuoco. Accennavo all’inizio al confronto tra Gesù e la figura mitologica di Prometeo, che richiama un aspetto caratteristico dell’uomo moderno. Impossessatosi delle energie del cosmo – il "fuoco" – l’essere umano sembra oggi affermare se stesso come dio e voler trasformare il mondo escludendo, mettendo da parte o addirittura rifiutando il Creatore dell’universo. L’uomo non vuole più essere immagine di Dio, ma di se stesso; si dichiara autonomo, libero, adulto. Evidentemente tale atteggiamento rivela un rapporto non autentico con Dio, conseguenza di una falsa immagine che di Lui si è costruita, come il figlio prodigo della parabola evangelica che crede di realizzare se stesso allontanandosi dalla casa del padre. Nelle mani di un uomo così, il "fuoco" e le sue enormi potenzialità diventano pericolosi: possono ritorcersi contro la vita e l’umanità stessa, come dimostra purtroppo la storia. A perenne monito rimangono le tragedie di Hiroshima e Nagasaki, dove l’energia atomica, utilizzata per scopi bellici, ha finito per seminare morte in proporzioni inaudite.

Si potrebbero in verità trovare molti esempi, meno gravi eppure altrettanto sintomatici, nella realtà di ogni giorno. La Sacra Scrittura ci rivela che l’energia capace di muovere il mondo non è una forza anonima e cieca, ma è l’azione dello "spirito di Dio che aleggiava sulle acque" (Gn 1,2) all’inizio della creazione. E Gesù Cristo ha "portato sulla terra" non la forza vitale, che già vi abitava, ma lo Spirito Santo, cioè l’amore di Dio che "rinnova la faccia della terra" purificandola dal male e liberandola dal dominio della morte (cfr Sal 103/104,29-30). Questo "fuoco" puro, essenziale e personale, il fuoco dell’amore, è disceso sugli Apostoli, riuniti in preghiera con Maria nel Cenacolo, per fare della Chiesa il prolungamento dell’opera rinnovatrice di Cristo.

Infine, un ultimo pensiero si ricava ancora dal racconto degli Atti degli Apostoli: lo Spirito Santo vince la paura. Sappiamo come i discepoli si erano rifugiati nel Cenacolo dopo l’arresto del loro Maestro e vi erano rimasti segregati per timore di subire la sua stessa sorte. Dopo la risurrezione di Gesù questa loro paura non scomparve all’improvviso. Ma ecco che a Pentecoste, quando lo Spirito Santo si posò su di loro, quegli uomini uscirono fuori senza timore e incominciarono ad annunciare a tutti la buona notizia di Cristo crocifisso e risorto. Non avevano alcun timore, perché si sentivano nelle mani del più forte. Sì, cari fratelli e sorelle, lo Spirito di Dio, dove entra, scaccia la paura; ci fa conoscere e sentire che siamo nelle mani di una Onnipotenza d’amore: qualunque cosa accada, il suo amore infinito non ci abbandona. Lo dimostra la testimonianza dei martiri, il coraggio dei confessori della fede, l’intrepido slancio dei missionari, la franchezza dei predicatori, l’esempio di tutti i santi, alcuni persino adolescenti e bambini. Lo dimostra l’esistenza stessa della Chiesa che, malgrado i limiti e le colpe degli uomini, continua ad attraversare l’oceano della storia, sospinta dal soffio di Dio e animata dal suo fuoco purificatore. Con questa fede e questa gioiosa speranza ripetiamo oggi, per intercessione di Maria: "Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra!".

lunedì 4 maggio 2009

Pillola del giorno dopo. Dai medici cattolici no al diktat delle Marche

Da Avvenire.it

Cresce la protesta contro la lettera-direttiva che l’Azienda sanitaria unica delle Marche (Asur) ha diffuso per imporre a tutti i medici l’obbligo di prescrivere la pillola del giorno dopo, quando la donna si trovi in situazioni «di obiettiva gravità e ur­genza ». Alle perplessità dei singoli medici, si aggiungono ora le prese di posizione di associazioni quali Amci (Associazione medici cattolici italiani) e «Medicina e Persona».

La sezione regionale delle Marche dell’Amci ha predisposto una nota, a cura del presidente Sergio Fattorillo (medico legale di Macerata) e di Paolo Marchionni (medico legale di Pesaro, nonché presidente di Scienza&Vita a Pesaro-Urbino), in cui sottolinea l’incompatibilità della richiesta del direttore genera le dell’Asur Roberto Malucelli con la autonomia professionale del medico e con la possibilità di esercitare la clausola di coscienza, visto che il farmaco in que­stione (levonorgestrel), oltre a bloccare l’ovulazione, può anche impedire l’impianto in utero di un ovulo eventualmente fecondato. In più è stata predisposto un modello di lettera da inviare al direttore generale da parte del singolo medico, per comunicare la propria intenzione di avvalersi, se il caso, dell’obiezione di coscienza (secondo la legge 194) o della clausola di coscienza (secondo il Codice deontologico dei medici).

Sul primo punto, scrive l’Amci delle Marche, «come medici, sottolineiamo che la sfera di autonomia pro fessionale non può essere soggetta ad “intromissioni” ed “ingerenze” così pressanti come quelle contenute nella nota del direttore generale», visto che il medico «in ogni circostanza deve operare “secondo scienza e coscienza”». A motivare l’eventuale rifiuto della pre- scrizione, ci sono sia «i rischi per la salute della paziente » che «possono essere molto elevati», sia il fatto che «la somministrazione potrebbe cagionare la morte dell’embrione appena concepito».

Un aspetto che va ricordato, visto che secondo la legge 194, il nostro ordinamento tutela «la vita umana dal suo inizio »: pienamente applicabile quindi la clausola di coscienza prevista dall’articolo 22 del Codice di deon tologia medica. «Del resto – puntualizza la nota del l’Amci Marche – se il “farmaco” in questione può es sere fornito solo dietro presentazione di ricetta me dica, vuol dire che non può essere assunto solo per scelta della donna, ma come conseguenza di un atto medico». Infine, come medici cattolici, «riteniamo che il nostro agire professionale debba contribuire a pro muovere sempre il valore dell’individuo umano, sia esso piccolo e indifeso, come l’embrione appena concepito, sia essa la donna, spesso molto giovane».

L’Amci Marche riafferma la validità degli orientamenti deontologici più accreditati, tutti in favore della li bertà del medico di non prescrivere la pillola del gior no dopo: la nota del Comitato nazionale per la bioe tica del 2004, e quella del 2006 del presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo) Amedeo Bianco. Anche «Medicina e Persona» contesta la disposizione del di rettore generale dell’Asur Marche, sulla base di alcune precisa zioni. Innanzi tutto, la pillola del giorno dopo «non è un farmaco “curativo”: la gravidanza non è una patologia; non rientra inoltre nella categoria dei farmaci “salvavita”, quindi la sua prescrivibilità è discrezionale da parte del medico, sia esso generalista che specialista ginecologo».

«Il punto cardine della nostra contestazione – sottolinea il comunicato – è la libertà da riconoscere alla persona del medico nell’esercizio della professione». «Il lavoro del medico – ricorda “Medicina e Persona” – non può essere ridotto a quello di mero esecutore del le volontà del paziente, né al ruolo di colui che soddisfa ogni richiesta, sempre e comunque, a prescindere dalla sua coscienza personale e clinica».

Enrico Negrotti

mercoledì 11 marzo 2009

E' ripartita la campagna antiproibizionista da Repubblica

Avrete capito tutti che certi temi, quando li si vogliono portare ad una determinata piega e conclusione, debbono essere ripresi adeguatamente da una certa stampa, battuti e ribattuti, urlati, possibilmente con insulti verso chi la pensa diversamente.

Ora, dopo la campagna per l'eutanasia con la strumentalizzazione della povera Eluana Englaro, riparte quella dell'antiproibizionismo nei confronti della droga, con ragioni che faranno impallidire i poveracci come noi.

In questo articolo troverete questa "novità".

L'Uomo Vivo pensa: ma che mondo è quello che accetta di convivere con la droga? Dove crede di andare se pensa che l'antiproibizionismo sia la chiave di volta per sconfiggerne il consumo? Che destino pensa per i propri figli? Che futuro intravede in un mondo dove il consumo dell'hashish, della marijuana e simili è sanzionato solo se ti trovano addosso tre - quattro chili di roba, altrimenti la bilancia neppure la vede?

Spade s'incroceranno per dimostrare che le foglie sono verdi d'estate, disse uno.

lunedì 16 febbraio 2009

Bioetica - Edmund Pellegrino: attenzione alle idee distorte di felicità e libertà.

da IlSussidiario.net

All'indomani del triste epilogo della vicenda di Eluana Englaro rimangono molti gli interrogativi aperti sui temi cruciali della bioetica. Eutanasia, aborto, sperimentazioni genetiche sono temi difficili da normare che interrogano la coscienza individuale e dividono la cosicenza collettiva della società travalicando i vecchi schemi di "destra e sinistra", come di "cattolici e laici". Ilsussidiario.net ha raggiunto Edmund Pellegrino, capo del Consiglio di Bioetica del presidente Barack Obama, e prima di George W. Bush, chiedendogli di rispondere dall'alto della sua esperienza ad alcuni interrogativi. Pubblichiamo in esclusiva il suo intervento.

La Bioetica è una scienza che viene vista spesso come un insieme di divieti e ostacoli all'autodeterminazione dell'essere umano. Qual è la corretta relazione tra la bioetica, la libertà e l'umana ricerca della felicità? Crede che i temi della bioetica (aborto, eutanasia ...) riguardino solo la coscienza personale o l'intera società? Perchè?



La bioetica è un ramo dell’etica e di conseguenza le sue limitazioni alla libertà umana sono limitazioni morali, che non devono essere confuse con la legge, gli usi o le convenzioni sociali. La bioetica non è quindi una nuova disciplina, ma una nuova applicazione di un’antichissima disciplina, l’etica, a quel settore degli atti umani associati all’uso della biotecnologia nelle questioni dell’uomo o più in generale nella biosfera.

Parlare quindi, come implicherebbe il quesito proposto, di “bioetica” che pone “ostacoli alla libera determinazione degli esseri umani” significa spostare la fonte di questi “ostacoli. Questi cosiddetti “ostacoli” derivano dal fatto che la bioetica ha per oggetto, come deve avere ogni sistema etico, ciò che è giusto e sbagliato, ciò che è bene e male nella condotta umana. Un’etica che non ponesse restrizioni alla libertà umana non sarebbe etica, sarebbe semplicemente licenza, autorizzando qualsiasi cosa che si avesse voglia di fare. Questa è delinquenza morale. E conduce solo alla ricerca di un paradiso tecnologico libero da malattia e morte, o di illimitata licenza.

La filosofia morale sulla quale si fonda la bioetica determina la natura, i livelli di flessibilità e di responsabilizzazione derivanti dalle restrizioni morali imposte dalla bioetica. Queste limitazioni possono derivare da varie teorie morali, teoria della virtù, deontologia, consequenzialismo, situazionismo e altre. Le limitazioni alla “libertà” di cui al quesito proposto, sono limitazioni a danneggiare altre persone nel perseguimento senza limiti della propria personale libertà. La bioetica non è stata concepita per limitare la libertà, ma per stabilire se vi devono essere dei limiti, perché e in quale modo le questioni devono essere decise.

Nel 1947, la Dichiarazione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite ha affermato la dignità della persona umana come suo primo principio. Nel 2005, il Comitato Internazionale di Bioetica dell’Unesco ha dichiarato la dignità della persona umana come primo principio della bioetica. Queste due dichiarazioni indicano che, anche nella nostra odierna società secolarizzata, il riconoscimento della intrinseca dignità della persona umana rimane il fondamento per i nostri obblighi e doveri verso gli altri esseri umani.

Piuttosto che “ostacoli” alla libertà umana, le norme etiche sono sforzi per mantenere in equilibrio il bene della ricerca e della tecnologia con il bene degli uomini in quanto uomini. L’etica in generale e la bioetica in particolare sono perciò protezioni della libertà. L’etica in generale e la bioetica in particolare sono quindi non “ostacoli”, bensì guide al giusto uso delle biotecnologie.

Il quesito posto include la relazione tra bioetica e libertà umana e sottintende quindi la questione del miglioramento dell’umano. Di nuovo, le limitazioni non sono imposte dalla “bioetica”, ma dagli aspetti etici che sorgono quando si usano le moderne biotecnologie per andare oltre la terapia. Se questo è un passo verso la “felicità” o la ricerca interminabile di una nozione distorta di felicità è una discussione aperta, che merita una indagine critica e sistematica.

Il Consiglio di Bioetica del Presidente ha affrontato questo tema come materia di importanza etica privata e pubblica1. Il punto in questione non è che la bioetica causa ostacoli alla felicità, ma che non sappiamo se questi miglioramenti promuovono la felicità.

Interventi che correggono deformazioni fisiche, migliorano le capacità funzionali o favoriscono uguaglianza di opportunità sembrerebbero meritare l’approvazione sotto il profilo etico. Quelli diretti a ottenere vantaggi ingiusti, che danneggiano i poveri o nutrono fantasie di superuomini sono eticamente scorretti. La risposta a queste domande va ben oltre la ingenua contrapposizione tra bioetica e ricerca della felicità.

Lo stesso discorso si può applicare ad un altro aspetto, pure implicato, e cioè: vi sono cose o esperimenti che non dovrebbero essere mai fatti? La limitazione della sperimentazione su base etica non è “anti-scienza”, ma è contro lo scientismo. Il potere della biotecnologia è tale che le limitazioni della bioetica sono necessarie, se l’umanità non vuol essere sopraffatta dalla sua stessa ingegnosità.

Infine, è ormai evidente che le questioni di bioetica coinvolgono l’intera società, anzi la società globale, perché i confini nazionali sono permeabili sia all’etica che alla tecnologia. Siamo ora testimoni, e lo saremo ancor più in futuro, di un impegno di tutto il mondo su questi temi. Nella bioetica, in futuro, sarà sempre più necessaria l’attenzione per l’etica altrettanto che per la biologia: se non si raggiungerà una corretta relazione tra questi due elementi, scienza ed etica soffriranno entrambe e diventeremo prigionieri di una inutile guerra tra tecnologia ed etica.

1 Beyond Therapy: Biotechnology and the Pursuit of Happiness, A report of the President’s Council on Bioethics, October 2003

Le opinioni qui espresse sono dell’Autore e non rappresentano le opinioni del President’s Council on Bioethics (Consiglio presidenziale sulla bioetica)

venerdì 30 gennaio 2009

Rassegna stampa del 30 Gennaio 2009

30 Gennaio 2009 - Avvenire
Matrimonio
Benedetto XVI: il matrimonio nella natura umana 83 KB

30 Gennaio 2009 - Messaggero
La solitudine di chi vive in coppia 88 KB

30 Gennaio 2009 - Sole24ore
Politiche Familiari
BONUS FAMIGLIE. I documenti richiesti 70 KB

30 Gennaio 2009 - Avvenire
Eutanasia
ELUANA. Il rifiuto degli infermieri 131 KB

05 Febbraio 2009 - Panorama
Eutanasia
ELUANA. 12 domande e 12 risposte 970 KB

05 Febbraio 2009 - Panorama
Eutanasia
Belpietro: se la morte ce la passa lo Stato 123 KB

30 Gennaio 2009 - Riformista
Fine Vita
Binetti all'attacco 102 KB

30 Gennaio 2009 - OsservatoreRomano
Fine Vita
Una risposta di vita contro il dolore 160 KB

30 Gennaio 2009 - Stampa
Scuola
Gelmini: basta con le gite all'estero 135 KB

30 Gennaio 2009 - Giornale
Il Corpus Domini sfratta il Gay pride 30 KB

30 Gennaio 2009 - Giornale
Messori, cattolico edonista 103 KB

martedì 20 gennaio 2009

Eluana Englaro - Rassegna stampa


20 Gennaio 2009 - Sole24ore
Eutanasia
ELUANA. Sacconi: non mi faccio intimidire 106 KB

20 Gennaio 2009 - Libero
Eutanasia
ELUANA.Rimini chiama 88 KB

20 Gennaio 2009 - Giornale
Eutanasia
ELUANA.Deglutisce e questo annulla la Cassazione 107 KB