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sabato 8 novembre 2025

Racconto di un pellegrinaggio chestertoniano ma non solo.

Per la nostra famiglia l'Inghilterra è ormai un luogo dove andare a trovare amici, e questo è il miracolo o se volete la magia di Chesterton.

Il mese scorso abbiamo avuto la possibilità di fare un'ulteriore breve visita di qualche giorno anzitutto per onorare la memoria del nostro caro amico Aidan Mackey (il blog è ben fornito di post e immagini che lo riguardano), uno dei più grandi amici della nostra Società e della Scuola Libera Chesterton di San Benedetto del Tronto, che ha sostenuto sin da quando la conobbe, nel 2013. Aidan, come saprete, è passato a miglior vita nel maggio 2024 a quasi centodue anni (l'incredulità consisteva nel fatto che tutti lo pensavamo pressoché immortale... disse Dale in un bellissimo articolo che lo commemorava: "I think the most shocking thing about the death of Aidan Mackey was the fact that he died. I simply thought it would never happen"), ed in famiglia, oltre che il capo indiscusso dei chestertoniani del mondo, lo consideravamo uno di noi, uno del nostro clan, lo zio d'Inghilterra. I contatti erano frequenti, anche telefonici da quando aveva più difficoltà a scrivere. Allora ci è sembrato onesto andarlo a trovare anche nella sua nuova casa perché l'amicizia vera non finisce mai e la gratitudine è alla base della felicità, come diceva un signore grosso e grasso a noi molto caro.

Ma non è stata questa l'unica meta del nostro viaggio. Abbiamo girato un paio d'altri cimiteri per visitare C. S. Lewis, che è sepolto ad Oxford nella Holy Trinity Churchyard (in pratica il cimitero annesso alla chiesa anglicana di Holy Trinity), J.R.R. Tolkien e Stratford Caldecott (Wolvercote Cemetery, Oxford) e infine G. K. Chesterton (a Beaconsfield, Shepherds Lane).

La tomba di C. S. Lewis, Oxford,
Headington, Holy Trinity Churchyard.
 
La tomba di Chesterton, Beaconsfield,
Shepherds Lane.

La tomba di Stratford Caldecott
(nel tentativo di decifrare la scritta
in lingua ed alfabeto elfico sul retro).

La tomba di J. R. R. Tolkien.

Direte: in giro per cimiteri? Sì, perché la tradizione è la democrazia dei morti, e per noi i morti contano quanto i vivi. Così ci ha insegnato uno di questi bravi signori, e vediamo se vi ricordate a chi mi riferisco.

Ma abbiamo fatto visita anche ai vivi, perché l'amicizia per Chesterton è e rimane una cosa vera e bella e seria. Siamo andati a trovare Patricia Mackey, una delle sette figlie di Aidan, e siamo stati felicissimi di incontrarla; e poi abbiamo bussato alla porta del Good Counsel Network dove abbiamo salutato anche per voi Stuart McCullough con sua moglie Clare; Stuart è un simpatico compagno d'armi di diverse avventure chestertoniane per me, e l'organizzatore del Pellegrinaggio annuale sulla tomba di Chesterton da Kensington.

Patricia Mackey, figlia di Aidan.

Stuart McCullough, organizzatore del
Pellegrinaggio Kensington - Beaconsfield.


Poi siamo andati alla ricerca della casa di C. S. Lewis sempre a Oxford, e abbiamo sinceramente pensato che sarebbe spuntato il signor Tumnus, o che i signori Castoro ci avrebbero invitato per un tè.

Casa Lewis, Headington, Oxford.

Casa Lewis, Headington, Oxford.


La collina del Cavallo Bianco non è mancata all'appello, ed è bellissimo trovarla sempre lì, e pensare che sia stata una così grande ispirazione per il Nostro Eroe.

La collina del Cavallo Bianco, Uffington,
Oxfordshire.

Abbiamo visitato per voi anche la Chesterton Collection, che abbiamo trovato ben messa (anche se ci piacerebbe fosse ancor più grande) e soprattutto vi campeggiava il ritratto del grande Aidan a fianco alla porta d'ingresso, a Suffolk Street, nel centro del centro di Londra (comunque arrivarci in macchina è una sfida -- guai a lamentarsi del traffico di Roma o di Napoli, zucchero al confronto!).

Il nostro carissimo Aidan
ci aspettava...


L'ingresso della Chesterton Collection
a Londra, Suffolk Street, presso
la sede della Notre Dame University.



Non ci siamo fatti mancare neppure la ricerca di Overstrand Mansions, la seconda casa in cui abitarono i Chesterton appena sposati. Abbiamo anche riletto i racconti di Gibbs che temeva per la sua incolumità e di Cammaerts che vedeva Chesterton salire le scale e fare delle soste in cui scriveva i suoi articoli, e abbiamo riso molto al proposito.

Prince of Wales Drive, dove si
trova Overstrand Mansions.

Overstrand Mansions occupa
buona parte di Prince of Wales
Drive.

Uno degli ingressi agli appartamenti
del complesso.

Una parte rilevante del complesso
di Overstrand Mansions, dove
i Chesterton abitarono dal 1902 sino
al trasferimento a Beaconsfield
nel 1909.


Tutto molto bello, tutto molto vivo. Stuart ci ha annunciato che l'anno prossimo si potrebbe tenere un bellissimo convengo sui novanta anni dalla morte di Chesterton e sui centoventicinque anni dal matrimonio dei Chesterton. Sarebbe bello vedere degli italiani da quelle parti.

Pensate poi che in una pizzeria napoletana di Battersea abbiamo anche incontrato un compaesano che ci ha riconosciuto dall'accento, e abbiamo anche parlato di Sambenedettese Calcio... Ma a prescindere da questo, debbo dire che ci è sembrato di stare a casa in mezzo a tutti questi amici vivi ciascuno a modo proprio, ed è bellissimo.

Marco Sermarini


martedì 28 ottobre 2025

Un aforisma al giorno - Questo enigma ha una sola soluzione.



Alzò gli occhi e vide attraverso il velo di fumo d'incenso e di luci scintillanti che la Benedizione stava volgendo al termine mentre la processione attendeva. Il senso delle ricchezze accumulate dal tempo e dalla tradizione lo travolse come una folla che si muoveva in file ordinate, attraverso secoli infiniti; e sopra di loro, come una ghirlanda di fiamme immortali, come il sole della nostra mezzanotte mortale, il grande ostensorio risplendeva contro l'oscurità delle ombre della volta, come risplende contro il nero enigma dell'universo. Perché alcuni sono convinti che anche questo enigma sia insolubile. Altri hanno la stessa certezza che abbia una sola soluzione.

Gilbert Keith Chesterton, Lo scandalo di padre Brown.



domenica 20 ottobre 2024

Un aforisma al giorno - Il Cavallo Bianco - Così si usa la tradizione...

Immagino (...) che il Wessex di Alfred avesse un sangue davvero eterogeneo; in ogni caso, il valore fondamentale della leggenda è di fondere i secoli preservando il senso, quasi per osservare tutte le epoche in uno scorcio d’effetto. A questo serve la tradizione: a condensare la storia.

Gilbert Keith Chesterton, La Ballata del cavallo bianco, Prefazione.



lunedì 1 aprile 2024

Un aforisma al giorno - Ho un pregiudizio...


Devo innanzitutto dire (...) che se ho avuto un pregiudizio, è sempre stato un pregiudizio a favore della democrazia, e quindi della tradizione.

Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia.

giovedì 10 agosto 2023

Un aforisma al giorno - Invocare l'immaginazione più selvaggia e più alta.

Per cogliere, nell'unico senso ragionevole o possibile, la nota dell'imparzialità, è necessario sfiorare il nervo della novità. Voglio dire che in un certo senso vediamo le cose in modo corretto quando le vediamo per la prima volta. Questo, mi permetto di osservare incidentalmente, è il motivo per cui i bambini hanno generalmente poche difficoltà con i dogmi della Chiesa. Ma la Chiesa, essendo una cosa molto funzionale per lavorare e combattere, è necessariamente una cosa per uomini e non solo per bambini. Per lavorare ci deve essere una grande quantità di tradizione, di familiarità e persino di routine. Finché i suoi fondamenti sono sinceramente avvertiti, questa può anche essere la condizione più sana. Ma quando i suoi fondamenti sono messi in dubbio, come in questo momento, dobbiamo cercare di recuperare il candore e la meraviglia del bambino, il realismo intatto e l'obiettività dell'innocenza. O se non possiamo farlo, dobbiamo almeno cercare di scrollarci di dosso la nube della mera consuetudine e vedere la cosa come nuova, anche solo vedendola come innaturale. Le cose che possono essere familiari finché la familiarità genera affetto è molto meglio che diventino sconosciute quando la familiarità genera rifiuto. Infatti, in relazione a cose così grandi come quelle qui trattate, qualunque sia la nostra opinione su di esse, il rifiuto deve essere un errore. Anzi, il rifiuto deve essere un'illusione. Dobbiamo invocare il tipo di immaginazione più selvaggia e più alta; l'immaginazione che può vedere ciò che c'è.

Gilbert Keith Chesterton, L'Uomo Eterno.

domenica 15 gennaio 2023

Un aforisma al giorno.

Da qui a uno o due secoli lo spiritismo potrà essere una tradizione e il socialismo potrà essere una tradizione e la Christian Science potrà essere una tradizione. Ma il cattolicesimo non sarà una tradizione. Sarà ancora una fastidiosa e pericolosa e nuova cosa.

Gilbert Keith Chesterton, Perché sono cattolico.



sabato 12 giugno 2021

Un aforisma al giorno.

Tradizione non significa che i vivi sono morti ma che i morti sono vivi.

Gilbert Keith Chesterton, Quello che ho visto in America 🇺🇸 

venerdì 16 ottobre 2020

Un aforisma al giorno.

Una tradizione è una cosa viva, non morta.

Gilbert Keith Chesterton, The Daily News, 24 Dicembre 1910.


mercoledì 20 agosto 2014

"Chesterton si trova ancora nelle antiche osterie..." - Intervista a Fabio Trevisan su "Quella cara vecchia pipa" (Edizioni Fede & Cultura) a cura di Marco Sermarini

Un paio di mesi fa Fede & Cultura ha dato alle stampe l'ultimo volume di Fabio Trevisan, "Quella cara vecchia pipa", un libro di schietto sapore chestertoniano che entra ne merito di diverse questioni su cui Chesterton martella piacevolmente il lettore.
Ho pensato di fare alcune domande a Fabio ritenendo che potessero essere utili a tutti, oltre che per dar modo a tutti di appropriarsi del libro e di legg
erlo.
L'intervista merita di essere letta perché Fabio ci illustra le cose, come facevano i maestri della mia infanzia, con semplicità e profondità.
Inoltre, per parafrasare il titolo del libro (della cui ragione qui si dà conto), è un "caro vecchio amico" con cui è sempre piacevole intrattenersi a parlare.

Marco Sermarini

Come e quando ti è sorta l’idea di scrivere "Quella cara vecchia pipa"?

Mi sono sempre chiesto, soprattutto leggendo “L'Osteria volante”, il significato di quelle canzoni che l’oste Humphrey Pump e il marinaio Patrick Dalroy si canticchiavano, nel loro tentativo disperato di salvare ciò che era “piccolo, bello e terribilmente umano”, rappresentate dal barilotto di rum e dalla forma di formaggio rotolata per le strade polverose d’Inghilterra. I due fuggiaschi per la salvaguardia della libertà amavano bere, raccontare  e canticchiare storie, preservando quella tradizione orale che da sempre ha accompagnato la nascita e lo sviluppo di ogni uomo, appresa sulle ginocchia della madre e confermata dall’autorità paterna. Al contrario di loro, la nostra società ha disdegnato o trascurato il canto, quel canto (talvolta anche stonato) che un tempo si udiva nelle case, nelle piazze, nei luoghi di lavoro e che spesso accompagnava le fatiche quotidiane. Quelle canzoni non erano quindi solo delle mere canzonette ma acquisivano un importante valore simbolico  di lotta per un’autentica libertà. Ai giorni nostri non si canta più se non nei cosiddetti “luoghi deputati”: teatri, arene o alla TV. Non ci sono più quegli osti e quei marinai liberi e coraggiosi che possono andare controcorrente, che possono anche cantare ed inneggiare con fierezza nelle pubbliche piazze, nelle osterie, nelle case, ovvero nei luoghi “non deputati” dove germoglia la vita e l’umanità. Quest’intuizione, accompagnata dal mio amore appassionato per il canto, è stata confermata dalla canzone che Chesterton udì negli USA da un lavoratore scozzese. Si trattava di “quella cara vecchia pipa” annotata da Gilbert nel suo taccuino e riportata, con spiegazioni, in “Eugenetica e altri mali”. L’idea di scrivere questo saggio su quegli aspetti solitamente trascurati di Chesterton mi ha fatto sorgere il sospetto che, paradossalmente, quelle canzoni, quelle piccole cose reputate spesso di poco conto, costituissero invece la cifra esatta entro cui scorgere la grandezza e la santità di Gilbert Keith Chesterton. Più che nei convegni e negli studi accademici (senza nulla togliere a questi), Chesterton lo si può ritrovare ancora adesso nelle antiche osterie, assieme a Dalroy e Pump, in quanto egli è uno di loro, che ama conversare davanti a un bicchiere di vino e ad un pezzo di formaggio. In quei posti Chesterton si sentiva davvero, come lui stesso amava definirsi, soltanto un uomo. Credo che dovremmo ricreare occasioni, come il Chesterton Day di Grottammare, affinché egli possa sentirsi bene, a casa, fra amici, bevendo, mangiando, cantando, raccontando storie. L’idea di scrivere “Quella cara vecchia pipa” nasce dalla volontà di parlare di Chesterton ma soprattutto lasciare che sia lui a parlare. Il saggio si conclude infatti con un’intervista postuma impossibile per far sì che egli possa ancora dire l’ultima parola.

Quanto è importante in Chesterton l’idea di tradizione?

Una domanda ben posta, come questa, è già una risposta! Chesterton distingueva tra idee e fatti, come scriveva nel 1929: “I fatti hanno almeno una loro concretezza finché durano: ma l’aspetto fatale che li riguarda è che non durano. Solo le idee durano”. Si arguisce quindi che essendo la tradizione una continuità tra passato, presente e futuro non può essere meramente un “fatto”, poiché i fatti, al contrario delle idee e della tradizione, non durano. Scriveva ancora Chesterton: “Scopriamo che i fatti, che sembrano così concreti, sono le realtà più instabili”. Anni prima, in Ciò che non va nel mondo, Chesterton implorava di disfarsi del proprio agnosticismo quotidiano e tentare di rerum cognoscere causas. Egli voleva che cercassimo le cause, guardando al passato, senza paura: “Sono le generazioni passate, non quelle a venire, che bussano al nostro uscio. Fa comodo scappare in via del Dopo, dove si trova la locanda del Mai… Il risultato di questo atteggiamento moderno è che gli uomini inventano nuovi ideali perché non hanno il coraggio di tentare di perseguire quegli vecchi. Guardano avanti con entusiasmo perché hanno paura di guardare indietro”. Anche in "Ortodossia"  parlava di tradizione come “democrazia dei morti”,  nel senso di collegamento ineludibile con il passato. Non possiamo chiudere al nostro passato la porta in faccia! Chesterton sferzava in questo modo chi rifiutava la tradizione, l’eredità dei nostri predecessori: “Tutti gli uomini che, nel corso della storia, hanno davvero realizzato qualcosa, avevano lo sguardo rivolto al passato… per qualche strana ragione l’uomo pianta sempre i propri alberi da frutto in un cimitero. L’uomo può trovare la vita soltanto in mezzo ai morti. L’uomo è un mostro deforme, con i piedi rivolti in avanti e la testa girata indietro. Può creare un futuro lussureggiante e ciclopico soltanto fintanto che pensa al passato”. Con queste parole magnifiche e chiare, Chesterton insisteva su un gioioso paradosso, apparentemente, ma solo apparentemente, triste: “L’uomo può trovare la vita soltanto in mezzo ai morti”. Dobbiamo però fare attenzione a quella che lui chiamava “Tradizione della Caduta” (il peccato originale) e quelle che denominava tradizioni con la “t” minuscola. Non si tratta di una distinzione aristocratica, che Chesterton avversava, tra tradizioni maggiori o minori: l’una, la Tradizione della Caduta, costituisce la disobbedienza della volontà umana alla Volontà divina e determina il tonfo della Caduta originaria dell’uomo nel peccato; le seconde, le “t” minuscole, sono il retaggio degli uomini in quanto uomini e peccatori, che cercano di ridurre, con la grazia di Dio e con le buone opere, il distacco da quell’Eden in cui Dio li aveva inizialmente collocati. Nell’"Uomovivo" Chesterton ricorda le condizioni di vita dopo la Caduta e fa dire ad Innocenzo Smith: “Mi son fatto pellegrino per guarirmi dall’essere un esiliato”. Nella drammatica (drammatica e non tragica, in quanto redenta da Cristo) condizione della Caduta, il pellegrino cerca una via di guarigione e di redenzione e passa il testimone di questa ricerca a noi tutti: la Tradizione della Caduta, inaugurata dai nostri antenati Adamo ed Eva, viene a collegarsi con tutte quelle sane, democratiche tradizioni che i morti ci consegnano. Chesterton diceva che una delle principali cose sbagliate è la profonda e silenziosa convinzione moderna che le idee del passato siano diventate impossibili. Certo, ci sono tradizioni e tradizioni e non tutte le tradizioni sono buone: “Se il letto che ho costruito è scomodo, a Dio piacendo lo rifarò”. La prima libertà che Chesterton rivendicava era quella di poter restaurare l’idea di tradizione. Le sacre idee del passato potevano diventare possibili ed anche le lancette dell’orologio si potevano spostare all’indietro: i nostri cari defunti potevano ancora una volta prender parola nel consesso dei viventi, o meglio degli uomini vivi.

Qual è il cuore dell’idea di tradizione nel complesso del pensiero di Chesterton?

Nella risposta precedente avevo accennato alle “democratiche tradizioni” ed al concetto di tradizione come “democrazia dei morti”, così come espresso da Chesterton in Ortodossia : “Tradizione significa dare il voto alla più oscura di tutte le classi, quella dei nostri avi. E’ la democrazia dei morti”. Dobbiamo ora precisare, a scanso di equivoci, cosa intendesse Chesterton per “democrazia”. Mi è capitato spesso di veder sgranati gli occhi in segno di disapprovazione dinanzi ad affermazioni che salvaguardassero la democrazia, figuriamoci se presentata, così come la sosteneva Chesterton, in armonia con la tradizione: “Non ho mai capito perché la gente si sia formata la convinzione che la democrazia contrasti, in qualche modo, alla tradizione. E’ ovvio che la tradizione non è che la democrazia estesa nel tempo. E’ la fiducia nel consenso delle voci comuni dell’umanità piuttosto che in qualche nota isolata e arbitraria… Io non posso separare le due idee di tradizione e di democrazia: mi sembra evidente che sono una medesima idea”. Mi verrebbe da dire, parafrasando lo stesso Chesterton, che nessuno osi dividere ciò che Chesterton ha unito! Anch’io non posso osare tanto e preferisco approfondire l’indivisibilità delle due idee, così come suggerita ancora in "Ortodossia": “Tutto il principio della democrazia, come io lo intendo, può essere sancito in due proposizioni. La prima è questa: che le cose comuni a tutti gli uomini sono più importanti di quelle particolari ai singoli uomini. Le cose ordinarie hanno più valore di quelle straordinarie; anzi, sono più straordinarie… Il secondo principio è semplicemente questo: che l’istinto o il desiderio politico è una delle cose che gli uomini hanno in comune”. Da questi principi democratici ne derivava la seguente affermazione: “La fede democratica è questa: che le cose più terribilmente importanti debbono essere lasciate agli uomini ordinari (l’accoppiamento dei sessi, l’allevamento dei giovani, le leggi dello Stato). Questo è la democrazia; e in questo ho sempre creduto”. Anche nell’emblematico volume "L'Uomo comune" Chesterton scriveva: “E’ certo che molti pensatori e scrittori moderni provano un vero disprezzo per l’uomo comune; è altrettanto certo che io stesso provo disprezzo per coloro che provano tale disprezzo”. Senza queste considerazioni non si potrebbe capire l’essenza di alcuni suoi romanzi, come Uomovivo, dove Innocenzo Smith incarna la “democrazia dei morti”, di colui che morto spiritualmente nel pessimistico Brakespeare College rinasce e fa rinascere chi incontra a Casa Beacon con la paradossale pistola che dispensa pallottole per la vita, ovvero pillole salutari per la salvezza dell’anima di ciascun uomo comune; oppure nell’Osteria volante, dove i due eroi sono ancora due umili e gloriose persone ordinarie: un oste e un marinaio. Anche qui contrapposte, non a caso, all’intellettualismo nietzscheano di Lord Ivywood, così come l’uomo vivo era contrapposto al rettore del collegio. Nel suo primo romanzo, Il Napoleone di Notting Hill, Adam Wayne, l’eroe del quartiere londinese che si ribella alla superbia ed all’arroganza del potere centrale, va a chiedere aiuto alle persone comuni: il droghiere, il venditore di giocattoli, il giornalaio, l’antiquario. Sono coloro che incarnano la vera democrazia dell’uomo ordinario, così come indicava nell’Uomo comune: “E’ un fatto storico che le catastrofi che abbiamo vissuto e che stiamo attualmente vivendo non siano state causate dalla gente pratica e prosaica che si ritiene non sappia nulla, bensì quasi sempre dalla gente assolutamente teorica che sapeva di sapere tutto. Il mondo può trarre una lezione dai propri sbagli, ma si tratta soprattutto degli errori di chi impartisce lezioni”. Sarebbe erroneo credere ora, alla stregua del pensiero debole contemporaneo, che Chesterton volesse attaccare i principi, l’autorità, il dogma, la ragione. Nel denunciare in "Ortodossia" l’impotenza intellettuale delle cosiddette élites insuperbite così rifletteva: “L’autorità della ragione ha bisogno di difesa: tutto il mondo moderno è in guerra con la ragione… un grande pericolo minaccia lo spirito umano: un pericolo altrettanto materiale quanto gli scassinamenti dei ladri. Contro questo pericolo fu innalzata, come una barriera, l’autorità religiosa. Il pericolo consiste in questo: che l’intelletto umano è libero di distruggersi”. Fa accapponare la pelle sentire questa acuta osservazione di Chesterton, che sembra riferita ai nostri giorni: “Un gruppo di pensatori può fino a un certo punto impedire alla generazione futura di pensare, insegnando che tutto quello che pensano gli uomini non ha valore alcuno”. La difesa della democrazia e della tradizione era la salvaguardia del pensiero davvero libero, inteso come senso comune appartenente a tutti gli uomini in quanto uomini, ovvero pensiero perpetuato nelle generazioni e custodito dalla nutrice, vera protettrice della tradizione e della democrazia: “Da quando ho lasciato la nutrice, custode della tradizione e della democrazia, non ho più trovato una persona moderna così sanamente radicale e così sanamente conservatrice… mi ci volle del tempo per capire che il mondo moderno aveva torto e la balia aveva ragione”.

Quali sono, secondo te, le idee cardine del pensiero di Chesterton?

In "Ciò che non va nel mondo", Chesterton invitava, da grande pensatore qual era, a porsi le corrette domande, a domandarsi prioritariamente cosa fosse giusto prima di rispondere a cosa c’era di sbagliato nel mondo. Anche per quanto riguardava la “superstizione del divorzio” (qui richiamo un altro titolo di un suo libro) bisognava chiedersi prima cosa fosse davvero il matrimonio. Per rispondere poi in che cosa consistesse la natura dell’uomo, Chesterton ribadiva di avere un punto di vista trascendente, aderendo così esplicitamente alla scuola di pensiero soprannaturale. La cosiddetta “astrattezza” imputata spesso ai metafisici era rivolta da Chesterton, in modo paradossale, agli uomini pratici, ai pragmatici, agli utilitaristi. Il pensiero di Chesterton quindi, nelle due componenti imprescindibili della ragione unita all’immaginazione, coniugava ragione e autorità, natura e sopranatura, carità e verità, dogma e ortodossia, ortodossia e ortoprassi e così via. Il modo di farci capire il suo pensiero era strettamente unito al modo (spesso paradossale) di farcelo vedere: con immagini (ad esempio la piccola proprietà era vista come il bacino limitato di un lago, al contrario il latifondismo o la proprietà illimitata era vista come la cascata anarchica di qualcosa che non si poteva arrestare) oppure con confronti (ad esempio il dogma era contrapposto al pregiudizio così come il matrimonio al divorzio). Cosa poteva, secondo Chesterton, garantire un autentico sviluppo umano che contrastasse gli eventuali ingiustificati abusi? Ancora una volta egli ricorreva al soprannaturale e all’esigenza di una dottrina salda: “Se non disponiamo degli insegnamenti di qualche uomo divino, tutti gli abusi possono essere giustificati, perché l’evoluzione può trasformarli in usi… La dottrina non è causa di dissidi. Anzi, una dottrina può costituire da sola un rimedio contro i dissidi”. L’autore di saggi come "Eretici" e "Ortodossia" partiva da principi sia logici sia concreti, primo fra tutti il vecchio e sempre valido principio della vita domestica: la casa ideale, la famiglia felice, la sacra famiglia della storia. Le idee cardine del pensiero di Chesterton avevano a che fare direttamente con i cardini, anche se sovente arrugginiti, degli usci delle antiche case dove vivevano le famiglie: dall’autorità dei padri e delle madri alla libertà dei figli. Le nobili e antiche tradizioni familiari venivano perpetuate nel momento in cui si sarebbe dovuto rispondere in che tipo di casa avrebbe voluto vivere un uomo, l’uomo comune. Poiché soltanto la plebe aveva tradizioni, al contrario del dio degli aristocratici che si opponeva ad esse con la moda, per Chesterton il mestiere dei ricchi era quello di essere moderni: ecco il motivo per cui osteggiava fieramente i ricchi. Un altro aspetto rilevante del pensiero di Chesterton era quel “realismo dell’Incarnazione” che umilmente non prescindeva dal corpo (“Coloro che non vogliono partire dall’aspetto fisico delle cose sono dei presuntuosi… ogni anima umana, in un certo senso, deve compiere quel gigantesco atto di umiltà che è l’Incarnazione. Ogni uomo deve farsi carne per incontrare i suoi simili”). Il realismo cristiano, non disgiunto dal suo pensiero, doveva farsi carne nelle cose comuni e in tutte quelle sane e ancestrali abitudini, disprezzate spesso come volgari o banali. La democrazia e le sane tradizioni popolari costituivano, come il peccato originale, la vera natura (ferita) dell’uomo: “Nessun uomo deve essere superiore a ciò che gli uomini hanno in comune. Questo tipo di uguaglianza deve per forza essere corporale, grossolana e comica. Non soltanto siamo tutti nella stessa barca, ma abbiamo tutti il mal di mare”. Chesterton contrastava l’alterazione del sentire comune, del vedere comune prodotti dall’industrialismo e dal capitalismo; egli rammentava, per esempio, la perdita della filosofia dei colori ottenuta attraverso un’inondazione di colori falsati dalle luci artificiali e dai manifesti pubblicitari. L’artista antico, secondo le sue parole, si sforzava di trasmettere l’impressione che i colori fossero davvero cose preziose e importanti. Tutte queste ipotetiche nuove trovate, nuove idee non erano che i medesimi errori spesso condannati dalla Chiesa cattolica: “Dogmaticamente la Chiesa difende l’umanità dai suoi peggiori nemici, quei mostri antichi, divoratori orribili che sono i vecchi errori”. Chesterton contrastava il mondo moderno così come si opponeva all’industrialismo e alla pubblicità: “Il mondo moderno, con i suoi movimenti moderni, sta vivendo sul capitale cattolico… ma non possiede un proprio entusiasmo, innovativo. La novità è solo nelle parole e nelle etichette, come nella pubblicità moderna”. Cosa imputava Chesterton di negativo alla modernità? L’incapacità di raccogliere le cose vecchie e farle durare, inaridirle con grande rapidità appena vengono utilizzate. Potremmo dire, in conclusione, che le idee cardine del pensiero di Chesterton sono state riassunte da Chesterton stesso in "Perché sono cattolico": “Io sono normale nel senso corretto della parola: che significa accettare un ordine, un Creatore e la creazione, possedere un senso comune di gratitudine verso la creazione, considerare la vita e l’amore come beni durevoli, il matrimonio e la galanteria come leggi che li controllano, e approvare il resto delle tradizioni comuni al nostro popolo e alla nostra religione”.

venerdì 13 giugno 2014

IL PROGRAMMA DELLA FESTA DEL BEATO PIER GIORGIO FRASSATI 2014 E' ORA ONLINE


Cari amici,
troverete il programma della nostra festa sul sito della Compagnia dei Tipi Loschi del beato Pier Giorgio Frassati http://www.tipiloschi.com/Festa.aspx 
ci sono incontri bellissimi a cui spero non mancherete, e naturalmente c'è anche l'inimitabile XII Chesterton Day (esattamente il 27 Giugno 2014)!



domenica 8 giugno 2014

Programma del XII Chesterton Day

I frequentatori abituali sanno che siamo abbastanza refrattari ai programmi e alle utili informazioni ("ma chi parlerà cosa dirà? quanto parlerà? quando parlerà? come si esprimerà? quanta anidride carbonica emetterà?").

Però qualcosa dobbiamo dirlo, dai. Ci rassegniamo.


Dopo la Santa Messa delle ore 19.00 si troveranno sul palco padre Spencer Howe, sacerdote dell'Arcidiocesi di St. Paul and Minneapolis, USA, chestertoniano socio delle Società Chestertoniana Americana e della Società Chestertoniana Italiana; Fabio Trevisan, dei Gruppi Chestertoniani Veronesi, Giacomo Berchi, collaboratore della Chesterton Review edizione italiana e traduttore.

Il tema è: La democrazia dei morti (il riferimento palese è ad Ortodossia). Come sempre (vedi sopra) capiterà che il tema non sarà esattamente rispettato, fuori programma sicuro, potrebbe starci anche un gruppo musicale e anche qualche ospite inatteso e non programmato assolutamente, quindi chi deciderà di non venire sa già che si perderà qualcosa che sicuramente accadrà ma che adesso non sa.


Non è un raduno per "ragionieri", "funzionari" e "bancari" in senso naturalistico e genetico. E' un raduno di patrioti cosmici.

Spasso assicurato, ci incontreremo tra amici ed eterni rivoluzionari (altro riferimento ad Ortodossia, per chi non l'avesse capito...).

Vi aspettiamo!