mercoledì 21 dicembre 2011
Ecco un bel libro per Natale, l'ultima fatica di mons. Luigi Negri
venerdì 18 marzo 2011
MESSAGGIO DEL SANTO PADRE AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA IN OCCASIONE DEI 150 ANNI DELL’UNITÀ POLITICA D’ITALIA , 16.03.2011
lunedì 7 marzo 2011
Alessandro Banfi sull'unità d'Italia
In questo collegamento un interessante articolo di Alessandro Banfi sull'unità d'Italia.
domenica 18 luglio 2010
Unità d'Italia - I Napolincanto con alcune belle canzoni ci raccontano come sono andate veramente le cose.
martedì 13 luglio 2010
Dal card. Giacomo Biffi
RISORGIMENTO
E l'Unità tradì il popolo
lunedì 26 aprile 2010
Risorgimento - I Mille: una poco gloriosa spedizione
lunedì 15 marzo 2010
«1861, Chiesa nel mirino»
di Angela Pellicciari, Avvenire – 6 marzo 2010
«Tutte le fonti dell’800, sia di parte cattolica che di pare massonica, dicono la stessa cosa: che la fine del potere temporale del papato era l’obiettivo di forze internazionali legate al protestantesimo e alla massoneria per distruggere la Chiesa». Angela Pellicciari, la studiosa che ha riportato alla luce negli ultimi anni una mole di documenti e fatti sulla violenza dell’utopia risorgimentale – da Risorgimento da riscrivere (Ares 1998) a I panni sporchi dei Mille (Liberal 2003) a Risorgimento anticattolico (Piemme 2004) – si dice sconcertata all’idea che ci sia ancora chi, anche nel mondo cattolico, neghi od occulti queste cose».
Non fu dunque, quello contro la Chiesa, un conflitto collaterale all’obiettivo dell’unità d’Italia?
«Pio IX lo disse in decine di interventi e così Leone XIII: la fine del potere temporale era strumentale al crollo del potere spirituale. Liberali e massoni erano convinti che togliendo al Papato le sue ricchezze questo sarebbe crollato anche spiritualmente.Perché proiettavano sulla Chiesa le lorocategorie».
Fu anticattolicesimo o piuttosto anticlericalismo, contro l’invadenza della Chiesa in ambito secolare?
«Non si è trattato di anticlericalismo, ma di anticattolicesimo, che è cosa molta diversa. Una circolare del Grande Oriente del 1888 dice proprio questo ai fratelli: guardatevi bene dal non usare la parola anticattolicesimo, ma di usare la parola anticlericalismo, perché noi non siamo ufficialmente contro Cristo e la Chiesa, siamo solo contro i clericali che la snaturano».
Anche lo Statuto Albertino, infatti, riconosceva, all’articolo 1 quella cattolica come la sola religione di Stato...
«Nell’800 la grande maggioranza degli italiani era alla ricerca di una qualche forma di Stato unitario o federale. Pio IX era favorevole e insieme a lui tutta la Chiesa. Quando di questo progetto si appropriano in modo anti-cattolico i Savoia e i liberali di tutto il mondo – liberali di tutto il mondo unitevi è il vero slogan dell’800, che precede quello marxista – in un tale contesto il papa e i cattolici, ovviamente, si tirano indietro. Ora, qual era la motivazione ufficiale per cui competeva ai Savoia liberare l’Italia? Era che loro erano moralmente migliori degli altri sovrani, perché favorevoli a una monarchia costituzionale in uno Stato cosiddetto liberale. Arriviamo al punto. Nel 1848 è approvato lo Statuto Albertino e nel 1848 il parlamento sabaudo discute di come sopprimere i gesuiti. Ma i gesuiti non sono un ordine della Chiesa cattolica, unica religione di Stato? Fatto sta che i beni della Compagnia di Gesù vengono espropriati mentre i gesuiti sono sottoposti a domicilio coatto perché rei del nome. Sottolineo: uno Stato liberale che mette al domicilio coatto delle persone... perché ree del nome! Nel ’55 allungano il passo e sopprimono gli ordini mendicanti e le monache di clausura: 35 ordini religiosi. Alla fine del Risorgimento, nel ’73, vengono estese a Roma le leggi eversive, ovvero i 57mila membri di tutti gli ordini religiosi (ribadisco: della Chiesa di Stato...) sono messi sulla strada e i loro beni vengono espropriati. Beni donati dal popolo italiano nell’arco di secoli, che finiscono ad arricchire i liberali: migliaia di edifici bellissimi, circa due milioni di ettari di terra, dipinti, sculture, oggetti d’argento, pietre preziose, archivi, biblioteche... Questa operazione la vogliamo chiamare rispettosa della Costituzione? Per non parlare delle 24mila opere pie che operavano in tutta Italia: soppresse. È grazie a provvedimenti di questo tipo che l’Italia si è trasformata – per la prima volta nella sua storia millenaria – in una nazione di emigranti. Il Risorgimento è riuscito nell’impresa di trasformarci in una nazione da nulla: l’Italietta».
Si sono accaniti meno sul clero secolare, tuttavia. Come mai?
«Perché i religiosi non vivevano come i parroci in mezzo alla gente e i liberali volevano evitare una sollevazione di massa. Questo era chiarissimo già dal ’48, nei dibattiti del Parlamento subalpino. Non di meno, il codice penale approvato nel ’59, agli articoli 268, 269 e 270, imponeva al clero di obbedire a tutte le leggi dello Stato e puniva con il carcere di due anni e duemila lire di multa tutti coloro che disobbedivano con 'parole, opere e omissioni'. In sostanza, i preti che si azzardavano in chiesa a ricordare che il governo liberale era scomunicato incorrevano in questo reato di 'parole'... Un prete, ovviamente, non poteva sposare o celebrare il funerale di un liberale scomunicato: qui scattava la disobbedienza per 'omissione'. Questo era il rispetto della 'sola religione di Stato'. Il Risorgimento ha attuato gli stessi provvedimenti anticattolici messi in atto tre secoli prima dalle nazioni protestanti: l’unica differenza è stata che, mentre Lutero, Calvino ed Enrico VIII, agivano in odio dichiarato alla Chiesa cattolica, i liberali italiani erano vincolati al rispetto formale della Costituzione e si professavano più cattolici del papa. Una menzogna radicale che invano Pio IX ha denunciato in decine di encicliche, oggi del tutto dimenticate».
Una 'liberazione' più o meno brutale del Kulturkampf in Germania, per esempio?
«Certamente più violenta del Kulturkampf, che è stato fermato dall’azione del Zentrum, il partito cattolico di centro. Qui sono andati ben oltre e non li ha fermati nessuno. Si sono arrestati, ad un certo punto, solo per la paura dell’ondata socialista». Si cita spesso, per ridimensionare la portata di quegli avvenimenti, la frase di Paolo VI sulla «Provvidenza che tolse al papato le cure del potere temporale perché meglio potesse adempiere la sua missione spirituale nel mondo».
«Una frase strumentalizzata. Intanto dire che è finito il potere temporale, come fanno in molti, è dire un’inesattezza. Il potere temporale è ridotto a un territorio simbolico, ma c’è e questo salva la libertà della Chiesa nella libertà del papa dal non essere suddito/cittadino di nessun altro Stato. Il papa è sovrano in Vaticano. Secondo, Dio è capace di estrarre da un male un bene maggiore. Ma questo è, per l’appunto, opera della sua provvidente onnipotenza. Fosse stato per i liberali, la Chiesa cattolica avrebbe semplicemente cessato di esistere».
lunedì 16 novembre 2009
Gente che non sta al guinzaglio
da Il Sussidiario di venerdì 6 novembre 2009
Esponente di spicco di questa ideologia fu Crispi che nel 1891 giustificò l’espropriazione dei beni ecclesiastici teorizzando il diritto dello Stato di avere il monopolio dell’assistenza ai cittadini. Nessuno disconosce il valore dello stato sociale, i livelli minimi garantiti di assistenza e l’universalità dei servizi ma, come acutamente afferma Pierpaolo Donati, ciò ha significato «rendere irrilevanti le relazioni fra i consociati, sminuire l’importanza delle comunità e formazioni sociali intermedie, anche come soggetti di cittadinanza, limitare il pluralismo sociale, in sintesi svalutare la socialità della persona umana, anche e precisamente come elemento costitutivo del welfare»: è l’avvento dello Stato hobbesiano nel mondo del welfare.
Oggi, quella mentalità da Italietta post risorgimentale continua nello statalismo di una certa destra, in parte del mondo di sinistra svincolato dalla sua tradizione popolare e sociale e in un certo mondo cattolico senza identità e perciò succube della mentalità dominante. Così, in questi ben individuabili ambienti ha continuato a dominare l’idea che qualunque intervento del privato e del privato sociale nell’assistenza, nella sanità, nell’educazione, nel tempo libero sia portatore di interessi particolari in contrasto con il bene comune.
Non si capisce che ci possa essere un pubblico non statale, una capacità di dare un apporto al bene comune anche quando, sotto il profilo giuridico, si appartenga al diritto privato. Misconoscendo la realtà storica e il valore del principio costituzionale della sussidiarietà (art. 118), non si vuole ammettere che esistono ideali della persona che possono essere al servizio di tutti, in quella dimensione di gratuità e di dono sottolineata dall’Enciclica Caritas in Veritate.
Eppure il nostro Paese è popolato di opere sociali di origine religiosa e laica, di centri di formazione professionale, vecchi e nuovi, nati dal privato sociale, di realtà sportive, di associazioni a difesa della natura che nessun ente pubblico saprebbe mai far nascere. Non si vuole ammettere che il desiderio di verità, giustizia, bellezza educato da movimenti ideali, attraverso la costruzione di opere sia in grado di perseguire, almeno insieme allo Stato, il bene comune. Sembra che ci si sia dimenticati della battaglia per l’autonomia delle fondazioni di origine bancaria: realtà di diritto privato che la Corte costituzionale, nelle sentenze nn. 300 e 301 del 2003, ascrive tra «i soggetti dell’organizzazione delle libertà sociali».
Nell’ottica statalista sopra citata, qualunque forma di organizzazione sociale, qualunque movimento, qualunque realtà organizzata deve essere vista con sospetto. Dovrebbero esistere solo l’individuo e lo Stato, e il rapporto tra i due dovrebbe essere mediato solo da qualche padrone del vapore mediatico e da qualche intellettuale illuminato che, come demiurghi tra la terra e il cielo, indicano ai cittadini, ridotti a burattini, quali sono i comportamenti virtuosi da tenere.
Allo stesso modo è vista come una minaccia l’iniziativa di qualche lungimirante e purtroppo ancora isolata amministrazione che, per evitare che i servizi siano erogati da un welfare state inefficiente, inefficace e costoso, e ispirandosi a interventi tipici della sinistra europea di tipo blairista, cerca di rendere le persone e le realtà sociali protagoniste del welfare; e in quest’ottica, attraverso sistemi di voucher, fa sì che i cittadini scelgano gli erogatori di servizi più capaci di rispondere ai loro bisogni tra quelli accreditati in base alla loro qualità.
Questo sistema, che attua una reale democrazia, evidentemente ridà potere reale ai cittadini e impedisce altresì che i politici di turno possano favorire in modo clientelare alcune realtà a loro più vicine, al di là della loro qualità. Dovrebbe essere, questo, un sistema che trova il plauso di intellettuali, politici e operatori dei media che amano davvero il bene comune.
Invece, contro il parere favorevole del popolo (vedi enorme consenso al cinque per mille: nel 2007 lo hanno devoluto 15.618.714 italiani) c’è chi, ideologico o disonesto, considera troppo pericoloso che esista gente che non sta al guinzaglio e per questo, senza alcuna correttezza e verifica reale dei fatti, diffonde notizie scandalistiche.
martedì 3 novembre 2009
Unità d'Italia - Concorso: chi l'ha scritto?
Vogliamo sfidarvi e chiedervi: chi ne è l'autore?
Le risposte le potete mettere tra i commenti.
Militarmente non fu che una grottesca scaramuccia.
Porta Pia fu la piccola, facile vittoria dell'aggressore enormemente superiore all'avversario inerme, come Vittorio Veneto fu la facile vittoria contro un avversario che - militarmente- non esisteva più.
Politicamente, Porta Pia fu semplicemente l'ultimo episodio della costruzione - violenta e artificiale - del Regno d'Italia.
Tutto il resto è chincaglieria retorica.
Le belle frasi come Terza Roma sono completamente vuote di senso.
Roma è città imperiale e città papale: in ciò solo sta la sua grandezza universale.
La "Terza Roma" non è che una sporca città di provincia, un sordido nido di travetti, di albergatori, di bagascie e di parassiti.
Mentre le due fasi della storia di Roma, l'imperiale e la papale, hanno lasciato traccia immortale, la breve parentesi dell'occupazione sabauda lascia, unica traccia di sè, il Palazzo di Giustizia, statue di gesso e grottesche imitazioni decorative: nato fra lo scandalo dei fornitori ladri e dei deputati patrioti corrotti, esso è degno di albergare la decadenza giuridica della sociètà contemporanea.
Per questo la questione romana non è risolta.
Non potevano risolverla le cannonate del re di Savoia.
La violenza militarista non può risolvere i problemi internazionali.
E la questione romana è un problema internazionale...
...Il bisogno religioso, il fatto religioso sono essenzialmente universali, internazionali.
Perciò nonostante tutte le declamazioni della pseudosociologia democratica e di qualche socialista da loggia e da sinagoga, la Chiesa cattolica è SOCIETAS PERFECTA assai più e meglio che lo Stato nazionale, massonico e borghese.
Il potere temporale dei papi, a torto vituperato dai semi-analfabeti del Libero pensiero, è stato un modus vivendi storicamente necessario e inevitabile, è stata l'unica forma che potesse, nei secoli passati, garantire la liberta della chiesa.
L'unita nazionale poteva avere un corso di verso da quello che ha avuto. L'unificazione d'Italia in una monarchia accentratrice non ebbe altra giustificazione che la forza delle armi e gli intrighi diplomatici dei Savoia.
Della serietà dei famosi Plebisciti non è nemmeno il caso di parlarne: roba simile alle acclamazioni dei fiumani a D'Annunzio.
In verità, sarebbe stato più conforme alle esigenze della situazione storica e ai bisogni del popolo italiano il programma federalista repubblicano del Cattaneo o anche il programma federalista del Balbo o quello neoguelfo del Gioberti.
Malgrado le differenze degli storici aulici o democratici, i cattolici italiani erano più patrioti dei patrioti.
La durata dello Stato massonico - nazionale - borghese che secondo i professorelli delle scuole regie doveva durare in eterno, è solo una breve parentesi, un attimo di fronte alla storia.
Un attimo, una parentesi, ciò è stato il dominio dei Savoia; un giorno finirà anche l'attuale regime, sempre e comunque imperniato sulla feccia massonica e la Chiesa Cattolica più grande e potente ritornerà ad illuminare le coscienze in quanto sarà applicato integralmente il verbo del Vangelo".
giovedì 22 ottobre 2009
Come fu fatta l'Unità d'Italia - Un convegno nel Pisano

Stiamo cercando di riaprire la questione, nel nostro piccolo, sulla scorta dell'amore alla verità che abbiamo imparato da Gilbert (che non esitò a prendere pugni in faccia per difendere cause apparentemente indifendibili, come quella dei boeri del Sud Africa, degli Irlandesi, dei Polacchi e altro ancora): oggi nessuno si sogna di mettere seriamente in dubbio l'unità d'Italia, ma non è credibile che non si possa riparlare del come essa è stata ottenuta. Ripetiamo: si è riusciti a parlare delle foibe, degli eccidi nel "triangolo della morte" dell'Emilia, della Resistenza, di Katyn (non senza scomuniche dalla cultura dominante ed anche se ancor oggi argomenti come questi debbono subire un forte ostracismo...), non si può parlare se non venendo bollati come eretici di Unità d'Italia fatta contro la Chiesa.
Ogni anno un gruppo di chestertoniani si reca, attorno al 18 Settembre, nel luogo della Battaglia di Castelfidardo, a rendere onore a chi intese difendere una causa giusta condannata dalla storia, i volontari papalini provenienti da tutto il mondo. Perché non dire come andarono veramente le cose? Ne avrebbe giovamento solo la nostra Patria.
Riparliamone.
Un grazie, dunque, ad Andrea Bartelloni.
L’unità d’Italia, della quale stiamo per festeggiare i 150 anni, è stata fatta contro la Chiesa e il cattolicesimo italiano. La lettura dei documenti dell’epoca e le parole dei vari Cavour, Rattazzi, Cadorna non lasciano dubbi: la Chiesa italiana doveva essere privata di ogni fonte di sostentamento (che, peraltro, derivava da lasciti, donazioni e offerte dei suoi fedeli).
Vana, però, è risultata questa azione perché Dio sa trarre il bene anche dal male.
Questo è stato il tema affrontato dalla prof. Angela Pellicciari, storica, curatrice di una rubrica su Radio Maria e autrice di numerosi saggi sul Risorgimento; tra tutti ricordiamo Risorgimento da riscrivere (Ares ed.), I Papi e la Massoneria (Ares ed.), I panni sporchi dei Mille (Liberal ed.). L’incontro si è svolto venerdì 9 ottobre nella sala dell’Oratorio della Parrocchia di San Frediano a Settimo (Cascina-PI) di fronte ad un pubblico numeroso, attento e partecipe.
Dopo l’introduzione da parte del parroco che ha voluto e organizzato la serata, don Riccardo Nieri, la Pellicciari ha descritto, citando i documenti del parlamento sabaudo, gli atti e la volontà dei politici dell’epoca e gli effetti devastanti sul tessuto sociale dell’Italia. Effetti che si sono evidenziati con i milioni di emigranti che hanno lasciato quello che era considerato il Bel Paese, all’avanguardia nella tecnica nelle arti e nella letteratura fino all’Unità d’Italia.

