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mercoledì 21 dicembre 2011

Ecco un bel libro per Natale, l'ultima fatica di mons. Luigi Negri



Mons. Luigi Negri è il vescovo della diocesi di San Marino - Montefeltro ed è autore di numerosi libri.
Ha il pregio di essere molto ortodosso ed attaccato al Papa, oltre quello di essere un appassionato di Chesterton (sua la prefazione del San Tommaso d'Aquino della Lindau) e di essere nostro amico da sempre.


Il volume che vi proponiamo, edito da Cantagalli, offre importanti e originali spunti di riflessione sul Risorgimento e sulla nostra identità italiana.

Al di là della mitologia e delle immagini retoriche con cui si continua a parlare oggi del Risorgimento l'autore inserisce il fenomeno del Risorgimento, da un punto di vista culturale, all'interno del processo rivoluzionario che segna la modernità, riuscendo così a leggere in profondità gli avvenimenti e a mostrare, superando le immagini distorte di una certa storiografia, la posizione della Chiesa, soffermandosi soprattutto su Pio IX e Leone XIII. Vengono così sottolineati: l'apporto decisivo del cristianesimo per il formarsi della stessa identità italiana; le ragioni dello scontro con lo Stato italiano; il contributo decisivo del Magistero sociale per la difesa della libertà della persona e la promozione di un'autentica democrazia.

venerdì 18 marzo 2011

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA IN OCCASIONE DEI 150 ANNI DELL’UNITÀ POLITICA D’ITALIA , 16.03.2011


I neretti sono nostri!


MESSAGGIO DEL SANTO PADRE AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA IN OCCASIONE DEI 150 ANNI DELL’UNITÀ POLITICA D’ITALIA

Questa mattina, il Santo Padre Benedetto XVI ha inviato un Messaggio al Presidente della Repubblica Italiana, On. Giorgio Napolitano, in occasione dei 150 anni dell’Unità politica d’Italia.
Il Messaggio è stato consegnato all’On. Giorgio Napolitano dall’Em.mo Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, nel corso di una visita al Quirinale.

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
Illustrissimo Signore
On. GIORGIO NAPOLITANO
Presidente della Repubblica Italiana
Il 150° anniversario dell’unificazione politica dell’Italia mi offre la felice occasione per riflettere sulla storia di questo amato Paese, la cui Capitale è Roma, città in cui la divina Provvidenza ha posto la Sede del Successore dell’Apostolo Pietro. Pertanto, nel formulare a Lei e all’intera Nazione i miei più fervidi voti augurali, sono lieto di parteciparLe, in segno dei profondi vincoli di amicizia e di collaborazione che legano l’Italia e la Santa Sede, queste mie considerazioni.
Il processo di unificazione avvenuto in Italia nel corso del XIX secolo e passato alla storia con il nome di Risorgimento, costituì il naturale sbocco di uno sviluppo identitario nazionale iniziato molto tempo prima. In effetti, la nazione italiana, come comunità di persone unite dalla lingua, dalla cultura, dai sentimenti di una medesima appartenenza, seppure nella pluralità di comunità politiche articolate sulla penisola, comincia a formarsi nell’età medievale. Il Cristianesimo ha contribuito in maniera fondamentale alla costruzione dell’identità italiana attraverso l’opera della Chiesa, delle sue istituzioni educative ed assistenziali, fissando modelli di comportamento, configurazioni istituzionali, rapporti sociali; ma anche mediante una ricchissima attività artistica: la letteratura, la pittura, la scultura, l’architettura, la musica. Dante, Giotto, Petrarca, Michelangelo, Raffaello, Pierluigi da Palestrina, Caravaggio, Scarlatti, Bernini e Borromini sono solo alcuni nomi di una filiera di grandi artisti che, nei secoli, hanno dato un apporto fondamentale alla formazione dell’identità italiana. Anche le esperienze di santità, che numerose hanno costellato la storia dell’Italia, contribuirono fortemente a costruire tale identità, non solo sotto lo specifico profilo di una peculiare realizzazione del messaggio evangelico, che ha marcato nel tempo l’esperienza religiosa e la spiritualità degli italiani (si pensi alle grandi e molteplici espressioni della pietà popolare), ma pure sotto il profilo culturale e persino politico. San Francesco di Assisi, ad esempio, si segnala anche per il contributo a forgiare la lingua nazionale; santa Caterina da Siena offre, seppure semplice popolana, uno stimolo formidabile alla elaborazione di un pensiero politico e giuridico italiano. L’apporto della Chiesa e dei credenti al processo di formazione e di consolidamento dell’identità nazionale continua nell’età moderna e contemporanea. Anche quando parti della penisola furono assoggettate alla sovranità di potenze straniere, fu proprio grazie a tale identità ormai netta e forte che, nonostante il perdurare nel tempo della frammentazione geopolitica, la nazione italiana poté continuare a sussistere e ad essere consapevole di sé. Perciò, l’unità d’Italia, realizzatasi nella seconda metà dell’Ottocento, ha potuto aver luogo non come artificiosa costruzione politica di identità diverse, ma come naturale sbocco politico di una identità nazionale forte e radicata, sussistente da tempo. La comunità politica unitaria nascente a conclusione del ciclo risorgimentale ha avuto, in definitiva, come collante che teneva unite le pur sussistenti diversità locali, proprio la preesistente identità nazionale, al cui modellamento il Cristianesimo e la Chiesa hanno dato un contributo fondamentale.
Per ragioni storiche, culturali e politiche complesse, il Risorgimento è passato come un moto contrario alla Chiesa, al Cattolicesimo, talora anche alla religione in generale. Senza negare il ruolo di tradizioni di pensiero diverse, alcune marcate da venature giurisdizionaliste o laiciste, non si può sottacere l’apporto di pensiero - e talora di azione - dei cattolici alla formazione dello Stato unitario. Dal punto di vista del pensiero politico basterebbe ricordare tutta la vicenda del neoguelfismo che conobbe in Vincenzo Gioberti un illustre rappresentante; ovvero pensare agli orientamenti cattolico-liberali di Cesare Balbo, Massimo d’Azeglio, Raffaele Lambruschini. Per il pensiero filosofico, politico ed anche giuridico risalta la grande figura di Antonio Rosmini, la cui influenza si è dispiegata nel tempo, fino ad informare punti significativi della vigente Costituzione italiana. E per quella letteratura che tanto ha contribuito a "fare gli italiani", cioè a dare loro il senso dell’appartenenza alla nuova comunità politica che il processo risorgimentale veniva plasmando, come non ricordare Alessandro Manzoni, fedele interprete della fede e della morale cattolica; o Silvio Pellico, che con la sua opera autobiografica sulle dolorose vicissitudini di un patriota seppe testimoniare la conciliabilità dell’amor di Patria con una fede adamantina. E di nuovo figure di santi, come san Giovanni Bosco, spinto dalla preoccupazione pedagogica a comporre manuali di storia Patria, che modellò l’appartenenza all’istituto da lui fondato su un paradigma coerente con una sana concezione liberale: "cittadini di fronte allo Stato e religiosi di fronte alla Chiesa".
La costruzione politico-istituzionale dello Stato unitario coinvolse diverse personalità del mondo politico, diplomatico e militare, tra cui anche esponenti del mondo cattolico. Questo processo, in quanto dovette inevitabilmente misurarsi col problema della sovranità temporale dei Papi (ma anche perché portava ad estendere ai territori via via acquisiti una legislazione in materia ecclesiastica di orientamento fortemente laicista), ebbe effetti dilaceranti nella coscienza individuale e collettiva dei cattolici italiani, divisi tra gli opposti sentimenti di fedeltà nascenti dalla cittadinanza da un lato e dall’appartenenza ecclesiale dall’altro. Ma si deve riconoscere che, se fu il processo di unificazione politico-istituzionale a produrre quel conflitto tra Stato e Chiesa che è passato alla storia col nome di "Questione Romana", suscitando di conseguenza l’aspettativa di una formale "Conciliazione", nessun conflitto si verificò nel corpo sociale, segnato da una profonda amicizia tra comunità civile e comunità ecclesiale. L’identità nazionale degli italiani, così fortemente radicata nelle tradizioni cattoliche, costituì in verità la base più solida della conquistata unità politica. In definitiva, la Conciliazione doveva avvenire fra le Istituzioni, non nel corpo sociale, dove fede e cittadinanza non erano in conflitto. Anche negli anni della dilacerazione i cattolici hanno lavorato all’unità del Paese. L’astensione dalla vita politica, seguente il "non expedit", rivolse le realtà del mondo cattolico verso una grande assunzione di responsabilità nel sociale: educazione, istruzione, assistenza, sanità, cooperazione, economia sociale, furono ambiti di impegno che fecero crescere una società solidale e fortemente coesa. La vertenza apertasi tra Stato e Chiesa con la proclamazione di Roma capitale d’Italia e con la fine dello Stato Pontificio, era particolarmente complessa. Si trattava indubbiamente di un caso tutto italiano, nella misura in cui solo l’Italia ha la singolarità di ospitare la sede del Papato. D’altra parte, la questione aveva una indubbia rilevanza anche internazionale. Si deve notare che, finito il potere temporale, la Santa Sede, pur reclamando la più piena libertà e la sovranità che le spetta nell’ordine suo, ha sempre rifiutato la possibilità di una soluzione della "Questione Romana" attraverso imposizioni dall’esterno, confidando nei sentimenti del popolo italiano e nel senso di responsabilità e giustizia dello Stato italiano. La firma dei Patti lateranensi, l’11 febbraio 1929, segnò la definitiva soluzione del problema. A proposito della fine degli Stati pontifici, nel ricordo del beato Papa Pio IX e dei Successori, riprendo le parole del Cardinale Giovanni Battista Montini, nel suo discorso tenuto in Campidoglio il 10 ottobre 1962: "Il papato riprese con inusitato vigore le sue funzioni di maestro di vita e di testimonio del Vangelo, così da salire a tanta altezza nel governo spirituale della Chiesa e nell’irradiazione sul mondo, come prima non mai".
L’apporto fondamentale dei cattolici italiani alla elaborazione della Costituzione repubblicana del 1947 è ben noto. Se il testo costituzionale fu il positivo frutto di un incontro e di una collaborazione tra diverse tradizioni di pensiero, non c’è alcun dubbio che solo i costituenti cattolici si presentarono allo storico appuntamento con un preciso progetto sulla legge fondamentale del nuovo Stato italiano; un progetto maturato all’interno dell’Azione Cattolica, in particolare della FUCI e del Movimento Laureati, e dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ed oggetto di riflessione e di elaborazione nel Codice di Camaldoli del 1945 e nella XIX Settimana Sociale dei Cattolici Italiani dello stesso anno, dedicata al tema "Costituzione e Costituente". Da lì prese l'avvio un impegno molto significativo dei cattolici italiani nella politica, nell’attività sindacale, nelle istituzioni pubbliche, nelle realtà economiche, nelle espressioni della società civile, offrendo così un contributo assai rilevante alla crescita del Paese, con dimostrazione di assoluta fedeltà allo Stato e di dedizione al bene comune e collocando l’Italia in proiezione europea. Negli anni dolorosi ed oscuri del terrorismo, poi, i cattolici hanno dato la loro testimonianza di sangue: come non ricordare, tra le varie figure, quelle dell’On. Aldo Moro e del Prof. Vittorio Bachelet? Dal canto suo la Chiesa, grazie anche alla larga libertà assicuratale dal Concordato lateranense del 1929, ha continuato, con le proprie istituzioni ed attività, a fornire un fattivo contributo al bene comune, intervenendo in particolare a sostegno delle persone più emarginate e sofferenti, e soprattutto proseguendo ad alimentare il corpo sociale di quei valori morali che sono essenziali per la vita di una società democratica, giusta, ordinata. Il bene del Paese, integralmente inteso, è stato sempre perseguito e particolarmente espresso in momenti di alto significato, come nella "grande preghiera per l’Italia" indetta dal Venerabile Giovanni Paolo II il 10 gennaio 1994.
La conclusione dell’Accordo di revisione del Concordato lateranense, firmato il 18 febbraio 1984, ha segnato il passaggio ad una nuova fase dei rapporti tra Chiesa e Stato in Italia. Tale passaggio fu chiaramente avvertito dal mio Predecessore, il quale, nel discorso pronunciato il 3 giugno 1985, all’atto dello scambio degli strumenti di ratifica dell’Accordo, notava che, come "strumento di concordia e collaborazione, il Concordato si situa ora in una società caratterizzata dalla libera competizione delle idee e dalla pluralistica articolazione delle diverse componenti sociali: esso può e deve costituire un fattore di promozione e di crescita, favorendo la profonda unità di ideali e di sentimenti, per la quale tutti gli italiani si sentono fratelli in una stessa Patria". Ed aggiungeva che nell’esercizio della sua diaconia per l’uomo "la Chiesa intende operare nel pieno rispetto dell’autonomia dell’ordine politico e della sovranità dello Stato. Parimenti, essa è attenta alla salvaguardia della libertà di tutti, condizione indispensabile alla costruzione di un mondo degno dell’uomo, che solo nella libertà può ricercare con pienezza la verità e aderirvi sinceramente, trovandovi motivo ed ispirazione per l’impegno solidale ed unitario al bene comune". L’Accordo, che ha contribuito largamente alla delineazione di quella sana laicità che denota lo Stato italiano ed il suo ordinamento giuridico, ha evidenziato i due principi supremi che sono chiamati a presiedere alle relazioni fra Chiesa e comunità politica: quello della distinzione di ambiti e quello della collaborazione. Una collaborazione motivata dal fatto che, come ha insegnato il Concilio Vaticano Il, entrambe, cioè la Chiesa e la comunità politica, "anche se a titolo diverso, sono a servizio della vocazione personale e sociale delle stesse persone umane" (Cost. Gaudium et spes, 76). L’esperienza maturata negli anni di vigenza delle nuove disposizioni pattizie ha visto, ancora una volta, la Chiesa ed i cattolici impegnati in vario modo a favore di quella "promozione dell’uomo e del bene del Paese" che, nel rispetto della reciproca indipendenza e sovranità, costituisce principio ispiratore ed orientante del Concordato in vigore (art. 1). La Chiesa è consapevole non solo del contributo che essa offre alla società civile per il bene comune, ma anche di ciò che riceve dalla società civile, come affrerma il Concilio Vaticano II: "chiunque promuove la comunità umana nel campo della famiglia, della cultura, della vita economica e sociale, come pure della politica, sia nazionale che internazionale, porta anche un non piccolo aiuto, secondo la volontà di Dio, alla comunità ecclesiale, nelle cose in cui essa dipende da fattori esterni" (Cost. Gaudium et spes, 44).
Nel guardare al lungo divenire della storia, bisogna riconoscere che la nazione italiana ha sempre avvertito l’onere ma al tempo stesso il singolare privilegio dato dalla situazione peculiare per la quale è in Italia, a Roma, la sede del successore di Pietro e quindi il centro della cattolicità. E la comunità nazionale ha sempre risposto a questa consapevolezza esprimendo vicinanza affettiva, solidarietà, aiuto alla Sede Apostolica per la sua libertà e per assecondare la realizzazione delle condizioni favorevoli all’esercizio del ministero spirituale nel mondo da parte del successore di Pietro, che è Vescovo di Roma e Primate d’Italia. Passate le turbolenze causate dalla "questione romana", giunti all’auspicata Conciliazione, anche lo Stato Italiano ha offerto e continua ad offrire una collaborazione preziosa, di cui la Santa Sede fruisce e di cui è consapevolmente grata.
Nel presentare a Lei, Signor Presidente, queste riflessioni, invoco di cuore sul popolo italiano l’abbondanza dei doni celesti, affinché sia sempre guidato dalla luce della fede, sorgente di speranza e di perseverante impegno per la libertà, la giustizia e la pace.
Dal Vaticano, 17 marzo 2011
BENEDICTUS PP. XVI

lunedì 7 marzo 2011

Alessandro Banfi sull'unità d'Italia

http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=155546

In questo collegamento un interessante articolo di Alessandro Banfi sull'unità d'Italia.

domenica 18 luglio 2010

Unità d'Italia - I Napolincanto con alcune belle canzoni ci raccontano come sono andate veramente le cose.

Nottetempo, ieri sera passata la mezzanotte, l'Uomo Vivo tribolava con due figlie superfebbricitanti. Tra una misurazione e l'altra, tra una tachipirina e un fondatissimo lamento, l'eroe della famiglia vede su Rai Due il programma Mizar e che cosa vede? Questo video qui sotto, in cui gli amici di Napolincanto (in canto e incanto, proprio vero. Napoli è un incanto e lo era molto, molto di più prima dell'arrivo dei Piemontesi o dei cosiddetti Italiani). Guardate ed ascoltate tutto (simpaticissima la storia di San Gennaro e Sant'Antonio Glorioso).
L'Uomo Vivo, che è stato a Napoli e che vive in un luogo che ha avuto una sorte molto simile a quella del Sud Italia borbonico, sa che è tutto vero. E sfida coloro che credono di essere storici a smentire quello che dicono gli amici di Napolincanto (che poi sono pure bravissimi).
E salutate i Savoia, Cavour, Mazzini, Garibaldi e la massoneria italiana e inglese. Salutate tutte le vie italiane intitolate a chi ha voluto la mattanza di centinaia di migliaia di persone e l'impoverimento di una delle parti più belle d'Italia.
Sempre viva l'Italia, ma raccontiamo le cose come sono andate veramente, cioè come in questo video.
Si attendono fondate smentite, carte (e non ideologia) alla mano.

martedì 13 luglio 2010

Dal card. Giacomo Biffi

RISORGIMENTO

E l'Unità tradì il popolo

Nel pomeriggio di domenica 9 aprile 1989 (il giorno indimenticabile della canonizzazione di Clelia Barbieri) Giovanni Paolo II, ricevendo i pellegrini bolognesi nell’Aula Paolo VI, definì la presenza spiritualmente incisiva e feconda della nuova Santa in mezzo alla sua gente «un vero risorgimento al femminile». In quel contesto la parola era insolita e giungeva del tutto inattesa. Metto conto adesso di raccoglierla e di farne oggetto di un po’ di attenzione, perché ci avvii a una miglior conoscenza di questo «candido fiore, che la nostra terra ha regalato al cielo» (Proprio bolognese della Liturgia delle ore). Tanto più che c’è una curiosa coincidenza: i giorni della breve esistenza di questa «figlia del bracciante», assurta agli onori degli altari, si collocano esattamente nello spazio della vicenda nazionale che noi chiamiamo appunto «Risorgimento».

Clelia nasce l’anno prima del turbolento 1848, che è indicato nei libri di storia patria come quello della prima guerra di indipendenza; e muore nel 1870, qualche mese avanti l’ingresso dei bersaglieri in Roma per la breccia di Porta Pia. Dei protagonisti dei radicali sconvolgimenti che portarono all’Unità d’Italia – di Vittorio Emanuele II, di Cavour, di Garibaldi, di Mazzini – la storiografia consueta ci racconta tutto o quasi. Ma non ci dice nulla (o quasi), di come il popolo semplice abbia vissuto quegli avvenimenti. Domandiamoci, allora, per una volta: dell’imponente mutazione di regime la gente persicetana (per esempio alle Budrie) che cosa ha percepito nell’umile concretezza della sua oscura esistenza? Ha assistito con animo più sbigottito che partecipe a tante imprevedute novità, che dovettero sembrare abbastanza inspiegabili. Nelle aule scolastiche l’immagine mite e familiare della Madonna di San Luca fu sostituita dal fiero e baffuto ritratto di un re forestiero. Proprio in quegli anni il giovane stato unitario decise di impadronirsi di molte proprietà che erano a originaria destinazione religiosa. E, come spesso capita in questo mondo, invece dei ladri, si mettevano in prigione i derubati.

Fu così che Clelia e i suoi comparrocchiani ebbero il sorprendente spettacolo dell’arresto e della partenza per il carcere di don Gaetano Guidi, il pastore da tutti benvoluto e stimato. In occasione della guerra del 1866 – Clelia aveva diciannove anni – la chiesa più importante del territorio, la collegiata di San Giovanni, venne requisita e per più di un mese fu adibita a magazzino da parte delle autorità militari che per le loro necessità non avevano proprio saputo immaginare altre soluzioni. Nello stesso torno di tempo, l’arcivescovo di Bologna fu dal nuovo governo impedito per ventidue anni (dal 1860 al 1882) di occupare la sua legittima sede e di esercitare liberamente il suo ministero. In conseguenza della coscrizione obbligatoria, furono sottratti ai lavori dei campi e chiamati alle armi quei poveri contadini, ai quali per altro non era consentito di votare. Per non parlare dell’inaudita ed esecrata tassa sul macinato, a proposito della quale il comando generale di Bologna ebbe il bel pensiero di togliere il batacchio alle campane di quei paesi; campagne colpevoli di avere talvolta accompagnato e incoraggiato gli assembramenti di protesta dei coltivatori esasperati. Si era nel 1869, l’anno prima della morte della nostra Santa.

Questo, o poco più di questo, è stato il Risorgimento nazionale visto dal basso, dalla paziente umanità che stentava la vita sotto l’argine del Samoggia. In questo clima depresso e rannuvolato Clelia è apparsa come un raggio di sole. Questa ragazza, germinata dalla loro anima e dalla loro cultura più vera, è apparsa alle genti di quella terra come il segno di una speranza nuova, come il presentimento che qualcosa potesse davvero cominciare a «risorgere». Ed era, per così dire, un «risorgimento al femminile». Si trattava di una giovane donna che non organizzava rivendicazioni, non pretendeva posti direttivi nella società, non pensava affatto di realizzarsi assumendo compiti e responsabilità tipicamente maschili. Proprio con la sua naturale e intatta femminilità è diventata nel breve spazio della sua esistenza il riferimento più indiscusso, la voce più ascoltata, la «madre» della piccola comunità rurale in cui era inserita. E dopo la morte la sua fede e la sua straordinaria capacità di amare – restando tipicamente e totalmente «femminili» – si sono imposte all’attenzione ammirata di tutta la Chiesa. È un insegnamento prezioso da non dimenticare. Il pieno riscatto della condizione femminile non starà nell’opporre all’egoismo dell’uomo l’egoismo della donna, ma nell’aprirsi senza riserve da parte degli uomini e delle donne all’unico disegno di Dio. Così come la salvezza dei nostri giovani – ed è un altro insegnamento di questa giovane santa – non verrà dalla moltiplicazione degli agi e delle occasioni di godimento (e tanto meno dall’accondiscendenza senza limiti e dal permissivismo), ma dalla seria riscoperta della verità e della bellezza della vita vissuta in obbedienza al progetto eterno del Creatore. Queste sono le più significative lezioni esistenziali che ci vengono da santa Clelia.
Giacomo Biffi

lunedì 26 aprile 2010

Risorgimento - I Mille: una poco gloriosa spedizione

Da L'Ottimista del 22 Aprile 2010

Garibaldi e i suoi uomini commisero crimini efferati eppure la Rai sembra ignorarlo...

di Maurizio Moscone

Il Comitato dei Garanti per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, presieduto dal presidente emerito della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, nella riunione del 25 gennaio scorso ha deciso di coinvolgere le istituzioni pubbliche e la società civile in vista delle celebrazioni che si svolgeranno il prossimo anno.

La TV si è fatta promotrice di un’azione di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla storia del Risorgimento e, durante un recente TG1, ha presentato un servizio sulle dure condizioni in cui vivevano i prigionieri politici italiani nelle carceri austriache dello Spielberg. Non ha però fornito alcuna informazione sulla deportazione di migliaia di soldati borbonici, ordinata da Vittorio Emanuele II nel 1860, un anno prima della proclamazione del Regno d’Italia.
I militari, colpevoli di essere rimasti fedeli al proprio re e alla propria patria, furono imprigionati nei campi di concentramento situati a Milano, Genova, Bergamo, Alessandria, San Maurizio Canavese, Fenestrelle e in altre località del Nord. In questi campi, prefigurazioni dei lager nazisti e dei gulag comunisti, furono fatti perire per fame e malattie migliaia di soldati meridionali, che preferirono morire piuttosto che abiurare il giuramento di fedeltà alla loro patria, il Regno delle Due Sicilie.
Particolarmente crudele era la sorte assegnata a coloro che venivano reclusi nel carcere di Fenestrelle, nel quale, a causa delle gelide condizioni climatiche, la vita non superava i tre mesi e i cadaveri, per non essere identificati, venivano disciolti nella calce viva.
I fatti sopra riportati non sono a conoscenza di gran parte del popolo italiano, poiché i manuali scolastici e i mass media presentano il Risorgimento come una nuova nascita dell’Italia sul piano culturale, politico e civile e pochi sanno, ad esempio, che la spedizione dei Mille del 1860 fu voluta e gestita da Cavour, mentre l’ideatore dell’impresa garibaldina fu Giuseppe La Farina, segretario della Società Nazionale, il partito cavouriano in Italia; fu lui a convincere Garibaldi, inizialmente esitante, a intraprendere la spedizione e a fornirgli le armi (1).
Inoltre, pochi sanno che i gloriosi “mille” in realtà era una formazione paramilitare, così descritta dallo stesso Garibaldi: “Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto” (2).

Garibaldi e la sua soldataglia terrorizzarono con la loro violenza le pacifiche popolazioni meridionali. La Farina, considerato da Garibaldi suo comandante , scrisse una serie di lettere a Cavour, denunciando i crimini compiuti dall'“eroe dei due mondi” e dai suoi seguaci (3).

Gli omicidi furono numerosi e commessi in modo brutale: “Io non debbo a lei celare che all’interno dell’isola gli ammazzamenti seguono in proporzioni spaventose; che nella stessa Palermo in due giorni quattro persone sono state fatte a brani; e che tutto è stato disordinato e messo sossopra con una insensatezza da oltrepassare ogni limite del credibile” (4).

Vennero arruolati con la forza ventimila bambini di età compresa tra gli otto e i quindici anni: “Si assoldano in Palermo bambini dagli 8 e i 15 anni e si dà loro tre tari al giorno!” (5).

ll denaro pubblico venne utilizzato in modo arbitrario: “Si manda al tesoro pubblico a prendere migliaia di ducati, senza né anco indicarne la destinazione!” 6). La magistratura fu sostituita da commissioni militari nell’esercizio dell’attività giudiziaria: “Si lascia tutta la Sicilia senza tribunali né civili, né penali, né commerciali, essendo stata congedata in massa tutta la magistratura! Si creano commissioni militari per giudicare di tutto e di tutti, come al tempo degli Unni” (7).
La Farina lamentò il degrado politico e civile, in cui era costretta a vivere la Sicilia, in alcune lettere scritte a vari conoscenti. Garibaldi era contrario all’azione del parlamento, della magistratura e della polizia: “Garibaldi dichiara pubblicamente che non vuole tribunali civili, perché i giudici e gli avvocati sono imbroglioni; che non vuole assemblea perché i deputati sono gente di penna e non di spada; che non vuole niuna forza di sicurezza pubblica, perché i cittadini debbono tutti armarsi e difendersi da loro” (8).
In Sicilia non esisteva più un governo civile: “Non abbiamo nulla che possa somigliarsi ad un governo civile: non vi sono tribunali, […] non ci è finanza, avendo tutto assorbito l’intendente militare; non v’è sicurezza, non volendo il dittatore né polizia, né guardia nazionale, non v’è amministrazione, essendo sciolte tutte le intendenze” (9).
Ladri e assassini governavano la Sicilia: “I bricconi più svergognati, gli usciti di galera per furti e ammazzamenti [vengono] compensati con impieghi e con gradi militari. La sventurata Sicilia è caduta in mano di una banda di Vandali” (10). La spedizione dei mille fu finanziata, oltre che dalla cavouriana Società Nazionale, dal governo britannico, che, come risulta dalla ricerca condotta da Di Vita, versò a Garibaldi tre milioni di franchi francesi, in piastre d’oro turche (11).
Lo scopo dell’ingente finanziamento era duplice: in primo luogo consisteva nell’aiutare Garibaldi a “colpire il Papato nel centro temporale, cioé l’Italia, agevolando la formazione di uno Stato protestante e laico” (12). Il secondo obiettivo era di carattere più immediato: consentire la corruzione dei generali e dei notabili borbonici: “È incontrovertibile che la marcia trionfale delle legioni garibaldine nel Sud venne immensamente agevolata dalla subitanea conversione di potenti dignitari borbonici alla democrazia liberale. Non è assurdo pensare che questa illuminazione sia stata catalizzata dall’oro” (13).
Come mai, ancora oggi, viene tramandata una visione oleografica e mitologica del Risorgimento e i fatti sopra riportati, che sono noti agli studiosi di storia, non sono portati a conoscenza dell’opinione pubblica? Per quale motivo chi rivela tali fatti viene accusato di revisionismo, come se revisionare la storia passata fosse una colpa e non invece una necessità insita nella ricerca storiografica?
La ricerca storiografica, come sosteneva De Felice, è, per sua natura, revisionista. Lo storico non può accettare passivamente i risultati a cui è pervenuta la storiografia precedente. Egli ha il compito di vagliare accuratamente la ricostruzione dei fatti e di reinterpretare questi ultimi alla luce della scoperta di nuova documentazione. Probabilmente questo metodo storiografico non piace all’intellighenzia di sinistra, che detiene il potere culturale in Italia, timorosa che, con la sua utilizzazione, vengano smascherate le analogie tra nazismo e comunismo, tra lager e gulag, e rivelati i crimini commessi dai partigiani rossi nel periodo successivo alla Liberazione nei confronti di migliaia di innocenti, tra i quali anche molti sacerdoti.

(1) Cfr. G. La Farina, Lettera a Pietro Sbarbato, 14 ottobre 1860.
(2) Cfr. A. Pellicciari, L’altro Risorgimento. Una guerra di religione dimenticata, Piemme, Casale Monferrato (Al) 2000, p. 232.
(3) G. Garibaldi, Lettera a La Farina , 8 gennaio del 1859.
(4) G. La Farina, Lettera a Cavour, 28 giugno 1860.
(5) G. La Farina, Lettera a Cavour, 29 giugno 1860.
(6) Ibidem
(7) Ibidem
(8) G. La Farina, Lettera a Ausonio Franchi, 17 luglio 1860.
(9) G. La Farina, Lettera a Davide Morchio, 2 luglio 1860.
(10) G. La Farina, Lettera a Giuseppe Clementi, 19 luglio 1860.
(11) Cfr. G. Di Vita, Finanziamento della spedizione dei Mille, in Atti del Convegno “La liberazione d’Italia nell’opera della Massoneria”, organizzato dal Collegio dei Maestri Venerabili del Piemonte, Torino, settembre 1988.
(12) Ibidem
(13) Ibidem

lunedì 15 marzo 2010

«1861, Chiesa nel mirino»


di Angela Pellicciari, Avvenire – 6 marzo 2010

«Tutte le fonti dell’800, sia di parte cattolica che di pare massonica, dicono la stessa cosa: che la fine del potere temporale del papato era l’obiettivo di forze internazionali legate al protestantesimo e alla massoneria per distruggere la Chiesa». Angela Pellicciari, la studiosa che ha riportato alla luce negli ultimi anni una mole di documenti e fatti sulla violenza dell’utopia risorgimentale – da Risorgimento da riscrivere (Ares 1998) a I panni sporchi dei Mille (Liberal 2003) a Risorgimento anticattolico (Piemme 2004) – si dice sconcertata all’idea che ci sia ancora chi, anche nel mondo cattolico, neghi od occulti queste cose».
Non fu dunque, quello contro la Chiesa, un conflitto collaterale all’obiettivo dell’unità d’Italia?
«Pio IX lo disse in decine di interventi e così Leone XIII: la fine del potere temporale era strumentale al crollo del potere spirituale. Liberali e massoni erano convinti che togliendo al Papato le sue ricchezze questo sarebbe crollato anche spiritualmente.Perché proiettavano sulla Chiesa le lorocategorie».
Fu anticattolicesimo o piuttosto anticlericalismo, contro l’invadenza della Chiesa in ambito secolare?
«Non si è trattato di anticlericalismo, ma di anticattolicesimo, che è cosa molta diversa. Una circolare del Grande Oriente del 1888 dice proprio questo ai fratelli: guardatevi bene dal non usare la parola anticattolicesimo, ma di usare la parola anticlericalismo, perché noi non siamo ufficialmente contro Cristo e la Chiesa, siamo solo contro i clericali che la snaturano».
Anche lo Statuto Albertino, infatti, riconosceva, all’articolo 1 quella cattolica come la sola religione di Stato...
«Nell’800 la grande maggioranza degli italiani era alla ricerca di una qualche forma di Stato unitario o federale. Pio IX era favorevole e insieme a lui tutta la Chiesa. Quando di questo progetto si appropriano in modo anti-cattolico i Savoia e i liberali di tutto il mondo – liberali di tutto il mondo unitevi è il vero slogan dell’800, che precede quello marxista – in un tale contesto il papa e i cattolici, ovviamente, si tirano indietro. Ora, qual era la motivazione ufficiale per cui competeva ai Savoia liberare l’Italia? Era che loro erano moralmente migliori degli altri sovrani, perché favorevoli a una monarchia costituzionale in uno Stato cosiddetto liberale. Arriviamo al punto. Nel 1848 è approvato lo Statuto Albertino e nel 1848 il parlamento sabaudo discute di come sopprimere i gesuiti. Ma i gesuiti non sono un ordine della Chiesa cattolica, unica religione di Stato? Fatto sta che i beni della Compagnia di Gesù vengono espropriati mentre i gesuiti sono sottoposti a domicilio coatto perché rei del nome. Sottolineo: uno Stato liberale che mette al domicilio coatto delle persone... perché ree del nome! Nel ’55 allungano il passo e sopprimono gli ordini mendicanti e le monache di clausura: 35 ordini religiosi. Alla fine del Risorgimento, nel ’73, vengono estese a Roma le leggi eversive, ovvero i 57mila membri di tutti gli ordini religiosi (ribadisco: della Chiesa di Stato...) sono messi sulla strada e i loro beni vengono espropriati. Beni donati dal popolo italiano nell’arco di secoli, che finiscono ad arricchire i liberali: migliaia di edifici bellissimi, circa due milioni di ettari di terra, dipinti, sculture, oggetti d’argento, pietre preziose, archivi, biblioteche... Questa operazione la vogliamo chiamare rispettosa della Costituzione? Per non parlare delle 24mila opere pie che operavano in tutta Italia: soppresse. È grazie a provvedimenti di questo tipo che l’Italia si è trasformata – per la prima volta nella sua storia millenaria – in una nazione di emigranti. Il Risorgimento è riuscito nell’impresa di trasformarci in una nazione da nulla: l’Italietta».
Si sono accaniti meno sul clero secolare, tuttavia. Come mai?
«Perché i religiosi non vivevano come i parroci in mezzo alla gente e i liberali volevano evitare una sollevazione di massa. Questo era chiarissimo già dal ’48, nei dibattiti del Parlamento subalpino. Non di meno, il codice penale approvato nel ’59, agli articoli 268, 269 e 270, imponeva al clero di obbedire a tutte le leggi dello Stato e puniva con il carcere di due anni e duemila lire di multa tutti coloro che disobbedivano con 'parole, opere e omissioni'. In sostanza, i preti che si azzardavano in chiesa a ricordare che il governo liberale era scomunicato incorrevano in questo reato di 'parole'... Un prete, ovviamente, non poteva sposare o celebrare il funerale di un liberale scomunicato: qui scattava la disobbedienza per 'omissione'. Questo era il rispetto della 'sola religione di Stato'. Il Risorgimento ha attuato gli stessi provvedimenti anticattolici messi in atto tre secoli prima dalle nazioni protestanti: l’unica differenza è stata che, mentre Lutero, Calvino ed Enrico VIII, agivano in odio dichiarato alla Chiesa cattolica, i liberali italiani erano vincolati al rispetto formale della Costituzione e si professavano più cattolici del papa. Una menzogna radicale che invano Pio IX ha denunciato in decine di encicliche, oggi del tutto dimenticate».
Una 'liberazione' più o meno brutale del Kulturkampf in Germania, per esempio?
«Certamente più violenta del Kulturkampf, che è stato fermato dall’azione del Zentrum, il partito cattolico di centro. Qui sono andati ben oltre e non li ha fermati nessuno. Si sono arrestati, ad un certo punto, solo per la paura dell’ondata socialista». Si cita spesso, per ridimensionare la portata di quegli avvenimenti, la frase di Paolo VI sulla «Provvidenza che tolse al papato le cure del potere temporale perché meglio potesse adempiere la sua missione spirituale nel mondo».
«Una frase strumentalizzata. Intanto dire che è finito il potere temporale, come fanno in molti, è dire un’inesattezza. Il potere temporale è ridotto a un territorio simbolico, ma c’è e questo salva la libertà della Chiesa nella libertà del papa dal non essere suddito/cittadino di nessun altro Stato. Il papa è sovrano in Vaticano. Secondo, Dio è capace di estrarre da un male un bene maggiore. Ma questo è, per l’appunto, opera della sua provvidente onnipotenza. Fosse stato per i liberali, la Chiesa cattolica avrebbe semplicemente cessato di esistere».

lunedì 16 novembre 2009

Gente che non sta al guinzaglio

Un interessante intervento di Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà e docente di Statistica all'Università di Milano Bicocca, sul welfare e sul 5 per mille. Parte da un giudizio sulla storia d'Italia.

da Il Sussidiario di venerdì 6 novembre 2009

In un periodo in cui dominano gossip e scandali, sembra particolarmente arduo anche veder descritta con realismo la vita delle realtà sociali e il loro rapporto con il mondo pubblico. L’Italia è purtroppo ancora vittima dei famigerati cinquant’anni successivi alla sua raggiunta unità, in cui l’ideologia massonica e laicista ha cercato di stravolgere una tradizione italiana dove vigeva una mentalità “sussidiaria” capace di valorizzare l’iniziativa diffusa e operosa della gente e dei corpi sociali.

Esponente di spicco di questa ideologia fu Crispi che nel 1891 giustificò l’espropriazione dei beni ecclesiastici teorizzando il diritto dello Stato di avere il monopolio dell’assistenza ai cittadini. Nessuno disconosce il valore dello stato sociale, i livelli minimi garantiti di assistenza e l’universalità dei servizi ma, come acutamente afferma Pierpaolo Donati, ciò ha significato «rendere irrilevanti le relazioni fra i consociati, sminuire l’importanza delle comunità e formazioni sociali intermedie, anche come soggetti di cittadinanza, limitare il pluralismo sociale, in sintesi svalutare la socialità della persona umana, anche e precisamente come elemento costitutivo del welfare»: è l’avvento dello Stato hobbesiano nel mondo del welfare.

Oggi, quella mentalità da Italietta post risorgimentale continua nello statalismo di una certa destra, in parte del mondo di sinistra svincolato dalla sua tradizione popolare e sociale e in un certo mondo cattolico senza identità e perciò succube della mentalità dominante. Così, in questi ben individuabili ambienti ha continuato a dominare l’idea che qualunque intervento del privato e del privato sociale nell’assistenza, nella sanità, nell’educazione, nel tempo libero sia portatore di interessi particolari in contrasto con il bene comune.

Non si capisce che ci possa essere un pubblico non statale, una capacità di dare un apporto al bene comune anche quando, sotto il profilo giuridico, si appartenga al diritto privato. Misconoscendo la realtà storica e il valore del principio costituzionale della sussidiarietà (art. 118), non si vuole ammettere che esistono ideali della persona che possono essere al servizio di tutti, in quella dimensione di gratuità e di dono sottolineata dall’Enciclica Caritas in Veritate.

Eppure il nostro Paese è popolato di opere sociali di origine religiosa e laica, di centri di formazione professionale, vecchi e nuovi, nati dal privato sociale, di realtà sportive, di associazioni a difesa della natura che nessun ente pubblico saprebbe mai far nascere. Non si vuole ammettere che il desiderio di verità, giustizia, bellezza educato da movimenti ideali, attraverso la costruzione di opere sia in grado di perseguire, almeno insieme allo Stato, il bene comune. Sembra che ci si sia dimenticati della battaglia per l’autonomia delle fondazioni di origine bancaria: realtà di diritto privato che la Corte costituzionale, nelle sentenze nn. 300 e 301 del 2003, ascrive tra «i soggetti dell’organizzazione delle libertà sociali».

Nell’ottica statalista sopra citata, qualunque forma di organizzazione sociale, qualunque movimento, qualunque realtà organizzata deve essere vista con sospetto. Dovrebbero esistere solo l’individuo e lo Stato, e il rapporto tra i due dovrebbe essere mediato solo da qualche padrone del vapore mediatico e da qualche intellettuale illuminato che, come demiurghi tra la terra e il cielo, indicano ai cittadini, ridotti a burattini, quali sono i comportamenti virtuosi da tenere.

Allo stesso modo è vista come una minaccia l’iniziativa di qualche lungimirante e purtroppo ancora isolata amministrazione che, per evitare che i servizi siano erogati da un welfare state inefficiente, inefficace e costoso, e ispirandosi a interventi tipici della sinistra europea di tipo blairista, cerca di rendere le persone e le realtà sociali protagoniste del welfare; e in quest’ottica, attraverso sistemi di voucher, fa sì che i cittadini scelgano gli erogatori di servizi più capaci di rispondere ai loro bisogni tra quelli accreditati in base alla loro qualità.

Questo sistema, che attua una reale democrazia, evidentemente ridà potere reale ai cittadini e impedisce altresì che i politici di turno possano favorire in modo clientelare alcune realtà a loro più vicine, al di là della loro qualità. Dovrebbe essere, questo, un sistema che trova il plauso di intellettuali, politici e operatori dei media che amano davvero il bene comune.

Invece, contro il parere favorevole del popolo (vedi enorme consenso al cinque per mille: nel 2007 lo hanno devoluto 15.618.714 italiani) c’è chi, ideologico o disonesto, considera troppo pericoloso che esista gente che non sta al guinzaglio e per questo, senza alcuna correttezza e verifica reale dei fatti, diffonde notizie scandalistiche.

martedì 3 novembre 2009

Unità d'Italia - Concorso: chi l'ha scritto?

Qui sotto trovate un articolato giudizio sull'Unità d'Italia.

Vogliamo sfidarvi e chiedervi: chi ne è l'autore?


Le risposte le potete mettere tra i commenti.

Chi ci azzecca (naturalmente è escluso l'autore della segnalazione, e non facesse il birbo...) sarà fregiato del titolo di fantastico detective storico chestertoniano...


"Porta Pia non fu che un meschino episodio, militarmente e politicamente.
Militarmente non fu che una grottesca scaramuccia.
Porta Pia fu la piccola, facile vittoria dell'aggressore enormemente superiore all'avversario inerme, come Vittorio Veneto fu la facile vittoria contro un avversario che - militarmente- non esisteva più.
Politicamente, Porta Pia fu semplicemente l'ultimo episodio della costruzione - violenta e artificiale - del Regno d'Italia.
Tutto il resto è chincaglieria retorica.
Le belle frasi come Terza Roma sono completamente vuote di senso.
Roma è città imperiale e città papale: in ciò solo sta la sua grandezza universale.
La "Terza Roma" non è che una sporca città di provincia, un sordido nido di travetti, di albergatori, di bagascie e di parassiti.
Mentre le due fasi della storia di Roma, l'imperiale e la papale, hanno lasciato traccia immortale, la breve parentesi dell'occupazione sabauda lascia, unica traccia di sè, il Palazzo di Giustizia, statue di gesso e grottesche imitazioni decorative: nato fra lo scandalo dei fornitori ladri e dei deputati patrioti corrotti, esso è degno di albergare la decadenza giuridica della sociètà contemporanea.
Per questo la questione romana non è risolta.
Non potevano risolverla le cannonate del re di Savoia.
La violenza militarista non può risolvere i problemi internazionali.
E la questione romana è un problema internazionale...
...Il bisogno religioso, il fatto religioso sono essenzialmente universali, internazionali.
Perciò nonostante tutte le declamazioni della pseudosociologia democratica e di qualche socialista da loggia e da sinagoga, la Chiesa cattolica è SOCIETAS PERFECTA assai più e meglio che lo Stato nazionale, massonico e borghese.
Il potere temporale dei papi, a torto vituperato dai semi-analfabeti del Libero pensiero, è stato un modus vivendi storicamente necessario e inevitabile, è stata l'unica forma che potesse, nei secoli passati, garantire la liberta della chiesa.
L'unita nazionale poteva avere un corso di verso da quello che ha avuto.
 L'unificazione d'Italia in una monarchia accentratrice non ebbe altra giustificazione che la forza delle armi e gli intrighi diplomatici dei Savoia.
Della serietà dei famosi Plebisciti non è nemmeno il caso di parlarne: roba simile alle acclamazioni dei fiumani a D'Annunzio.
In verità, sarebbe stato più conforme alle esigenze della situazione storica e ai bisogni del popolo italiano il programma federalista repubblicano del Cattaneo o anche il programma federalista del Balbo o quello neoguelfo del Gioberti.
Malgrado le differenze degli storici aulici o democratici, i cattolici italiani erano più patrioti dei patrioti.
La durata dello Stato massonico - nazionale - borghese che secondo i professorelli delle scuole regie doveva durare in eterno, è solo una breve parentesi, un attimo di fronte alla storia.
Un attimo, una parentesi, ciò è stato il dominio dei Savoia; un giorno finirà anche l'attuale regime, sempre e comunque imperniato sulla feccia massonica e la Chiesa Cattolica più grande e potente ritornerà ad illuminare le coscienze in quanto sarà applicato integralmente il verbo del Vangelo".

giovedì 22 ottobre 2009

Come fu fatta l'Unità d'Italia - Un convegno nel Pisano


Abbiamo chiesto all'amico Andrea Bartelloni, toscanissimo, di documentarci un recente convegno con Angela Pellicciari sulla questione dell'Unità d'Italia e dei suoi 150 anni.

Stiamo cercando di riaprire la questione, nel nostro piccolo, sulla scorta dell'amore alla verità che abbiamo imparato da Gilbert (che non esitò a prendere pugni in faccia per difendere cause apparentemente indifendibili, come quella dei boeri del Sud Africa, degli Irlandesi, dei Polacchi e altro ancora): oggi nessuno si sogna di mettere seriamente in dubbio l'unità d'Italia, ma non è credibile che non si possa riparlare del come essa è stata ottenuta. Ripetiamo: si è riusciti a parlare delle foibe, degli eccidi nel "triangolo della morte" dell'Emilia, della Resistenza, di Katyn (non senza scomuniche dalla cultura dominante ed anche se ancor oggi argomenti come questi debbono subire un forte ostracismo...), non si può parlare se non venendo bollati come eretici di Unità d'Italia fatta contro la Chiesa.

Ogni anno un gruppo di chestertoniani si reca, attorno al 18 Settembre, nel luogo della Battaglia di Castelfidardo, a rendere onore a chi intese difendere una causa giusta condannata dalla storia, i volontari papalini provenienti da tutto il mondo. Perché non dire come andarono veramente le cose? Ne avrebbe giovamento solo la nostra Patria.

Riparliamone.

Un grazie, dunque, ad Andrea Bartelloni.

L’unità d’Italia, della quale stiamo per festeggiare i 150 anni, è stata fatta contro la Chiesa e il cattolicesimo italiano. La lettura dei documenti dell’epoca e le parole dei vari Cavour, Rattazzi, Cadorna non lasciano dubbi: la Chiesa italiana doveva essere privata di ogni fonte di sostentamento (che, peraltro, derivava da lasciti, donazioni e offerte dei suoi fedeli).

Vana, però, è risultata questa azione perché Dio sa trarre il bene anche dal male.

Questo è stato il tema affrontato dalla prof. Angela Pellicciari, storica, curatrice di una rubrica su Radio Maria e autrice di numerosi saggi sul Risorgimento; tra tutti ricordiamo Risorgimento da riscrivere (Ares ed.), I Papi e la Massoneria (Ares ed.), I panni sporchi dei Mille (Liberal ed.). L’incontro si è svolto venerdì 9 ottobre nella sala dell’Oratorio della Parrocchia di San Frediano a Settimo (Cascina-PI) di fronte ad un pubblico numeroso, attento e partecipe.

Dopo l’introduzione da parte del parroco che ha voluto e organizzato la serata, don Riccardo Nieri, la Pellicciari ha descritto, citando i documenti del parlamento sabaudo, gli atti e la volontà dei politici dell’epoca e gli effetti devastanti sul tessuto sociale dell’Italia. Effetti che si sono evidenziati con i milioni di emigranti che hanno lasciato quello che era considerato il Bel Paese, all’avanguardia nella tecnica nelle arti e nella letteratura fino all’Unità d’Italia.

Dopo un’interessante dibattito la Pellicciari ha concluso legando la storia all’attualità: la Porta Pia del 1870 si sta ripresentando ai giorni nostri, nuove forze stanno attaccando le radici cristiane e naturali del nostro popolo. In discussioni non c’è l’unità del paese ma gli attacchi alle frontiere della vita e della morte.