domenica 16 agosto 2026
Un aforisma al giorno - L'apertura mentale e la fratellanza tra le religioni...
sabato 15 agosto 2026
Un aforisma al giorno - "Che cos'è la verità?".
mercoledì 12 agosto 2026
Un aforisma al giorno - Essere stanchi del bene, essere stanchi della gioia.
sabato 8 agosto 2026
Un aforisma al giorno - Straniero sulla terra, scosso dalla bellissima follia della risata...
lunedì 20 luglio 2026
Verrà aperta la causa di canonizzazione di Sigrid Undset, chestertoniana norvegese.
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| Sigrid Undset |
domenica 5 luglio 2026
Un aforisma al giorno - Regole per castelli in aria...
Non esistono regole architettoniche per un castello in aria.
Gilbert Keith Chesterton, L'Uomo Eterno.
domenica 14 giugno 2026
Gilbert Keith, Jorge Luis e l’arte di conversare con il mondo | Andrea Monda sull'Osservatore Romano.

di ANDREA MONDA
Non è un caso, anche perché il caso non esiste, che Jorge Luis Borges e Gilbert Keith Chesterton siano morti entrambi lo stesso giorno, il 14 giugno, ma a distanza di cinquant’anni uno dall’altro. Non è un caso perché i due scrittori hanno molte cose in comune, al di là dell’apparenza. Da una parte uno, il poeta argentino, un po’ dandy, dalla cultura enciclopedica, dalla raffinata conversazione, affascinato dalla figura di Cristo ma che sempre ha sfoggiato un malinconico scetticismo nei confronti della fede, e dall’altra il gigantesco romanziere e polemista inglese, un tomista col saio francescano, campione della fede cattolica al punto da essere definito defensor fidei da Pio XI. Niente in comune quindi, o molto poco... Ma scavando un po’ oltre l’apparenza si trova sempre qualche sorpresa.
Partiamo da Borges che nei saggi letterari e nelle sue conversazioni cita di continuo alcuni autori come veri punti di riferimento: Wilde, Poe, Kafka, Emerson e, soprattutto, Whitman, Omero e Virgilio, Dante e Cervantes ma, sopra tutti gli altri, Chesterton.
Il punto fondamentale di questa mia riflessione è biografico: io devo proprio al più giovane dei due, l’argentino, la conoscenza del più anziano inglese. Da qui la mia gratitudine immensa verso Borges.
Parliamo quindi di questo poeta che è anche sublime critico letterario e narratore. Il poeta di Buenos Aires sviluppa infatti ben presto una vena narrativa, tutta a favore del racconto breve rispetto al romanzo che non troverà mai congeniale perché «troppo artificiale» (dirà ad Alberto Arbasino in un’intervista del 1977): «I racconti invece sono sempre delle vere storie, e gli uomini hanno sempre amato raccontare e ascoltare storie: per questo amo tanto Kipling (…) e Stevenson (…). Il romanzo è sempre una costruzione, so che io non posso farla; posso fare soltanto dei racconti. E poi, dato che io non sono un lettore di romanzi, perché dovrei scriverne? Io non li leggo, all’infuori di Conrad, che mi piace molto». Questa osservazione contro l’artificiosità del romanzo è singolare in quanto lo stesso Borges sarà poi architetto di sofisticati racconti divenuti famosi per la loro complessità. Non a caso i due, Jorge Luis e Gilbert Keith si dilettarono con il genere giallo, il più “artificiale”, sofisticato e cerebrale dei generi letterari. E nei racconti di fantasia.
Come è noto nel 1938 lo scrittore ha un incidente che lo costringe per parecchio tempo all’immobilità, dopo un attacco di setticemia che ne minaccia gravemente la vita. Negli anni della malattia, lo scrittore argentino concepisce alcuni tra i suoi capolavori: la raccolta di racconti Finzioni (1944) e successivamente L’Aleph (1949) con cui Borges passa al genere fantastico, che per lui è quello principale della letteratura. Gli anni Quaranta, in cui la cecità diventa sempre più minacciosa, sono gli anni in cui il poeta argentino viene consacrato come grande autore di narrativa grazie anche alla realizzazione di una vera e propria mitologia letteraria composta da alcuni elementi simbolici che fino alla fine accompagneranno la poetica borgesiana: la biblioteca, il labirinto, il sonno e il sogno, gli scacchi, la spada, la tigre, la sabbia, lo specchio.
Nel 1955 Borges è ormai cieco quando viene nominato direttore della Biblioteca Nazionale, ciò che aveva sempre sognato di fare. Lo scrittore commenta così la nomina: «È una sublime ironia divina ad avermi dotato di ottocentomila libri e, al tempo stesso, delle tenebre». E nel 1980, nelle Conversazioni Americane, aggiungerà che «è dal 1955 che la mia vista non mi permette più di leggere, e allora non ho più letto nulla di contemporaneo. Penso di non aver mai letto un quotidiano in vita mia. Possiamo conoscere il passato, ma il presente è mistero per noi».
Borges è stato un grande sacerdote del culto dei libri spingendosi ad affermare che l’uomo è ciò che legge, non ciò che scrive. Tale affermazione rivela una vera e propria mistica della lettura che si manifesta nella credenza che fra autori e lettori s’instauri «un dialogo, una forma di relazione», «una collaborazione e quasi una complicità», in una parola, che la lettura sia un atto creativo.
Borges è uno scrittore che ama circondarsi di amici con i quali innanzitutto discute, di tutto, nasce così una vasta e variegata produzione di volumi di conversazioni dove forse Borges, uomo-biblioteca, dà il meglio di sé. Ma con gli amici Borges non solo conversa, ma anche scrive: in collaborazione con Adolfo Bioy Casares scrive nel 1942 Sei problemi per don Isidro Parodi e con Margarita Guerrero il Manuale di zoologia fantastica (1957).
Da una parte quindi il poeta e il narratore lucido e raffinato, dall’altra il saggista e il conversatore appassionato: ovviamente le due anime sono una e si alimentano reciprocamente.
Borges amava la storia (scrive diversi libri di storia, Storia universale dell’infamia, Storia dell’eternità...) ma non ama le date, ad esempio uno dei suoi libri preferiti è L’uomo eterno di Chesterton, un saggio di storia universale senza neanche una data. E riecco qui Chesterton. Proprio su questo tema, proviamo a comparare due affermazioni dei due scrittori; scrive Borges: «Non credo nelle scuole. Non credo nella cronologia. Non credo nel datare le opere. Penso che la poesia dovrebbe essere anonima (...). Che cosa sappiamo dei nomi di quegli uomini che scrissero quel sogno meraviglioso che è Le mille e una notte? Nulla, e non ce ne importa. (...) Credo che per un autore la cosa migliore sia far parte di una tradizione, far parte di una lingua, perché la lingua si evolve mentre i libri possono essere dimenticati». Concetti molto vicini a quanto afferma Chesterton in Ortodossia: «La leggenda è fatta generalmente dalla maggioranza, sana, degli abitanti di un villaggio; il libro è scritto, generalmente da quello, fra gli abitanti del villaggio, che è matto».
Un altro tema, forse quello principale, che unisce i due scrittori è il tema della meraviglia. Difficile trovare una pagina di racconto o romanzo oppure una poesia di Chesterton in cui non sia presente questa dimensione dello stupore. Qualcosa di più preciso possiamo citare di Borges il quale osserva una comune origine della poesia e della filosofia che, come ricordavano Platone e Aristotele, nasce proprio dalla meraviglia. Nel 1976 in un incontro presso l’Università dell’Indiana, Borges afferma: «... senza dubbio, la nostra esistenza è un fatto curioso. (...) il fatto di stupirsi di fronte alla vita può essere l’essenza della poesia. La poesia consiste nel sentire le cose come strane (...). L’unica differenza è che nel caso della filosofia la risposta viene data in maniera logica, mentre per la poesia si usa la metafora».
Dalla meraviglia al mistero il passo è breve. La “stoffa” di cui è fatta la realtà per Borges sembra essere il mistero che circonda ogni atto e attimo dell’esistenza umana. «Ogni poesia è misteriosa» afferma l’argentino, «nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere». Un’altra frase che spesso Borges cita in realtà è proprio di Chesterton e ci ricorda che «tutto passerà, resterà solo lo stupore e lo stupore per le cose quotidiane». È proprio lì, nelle cose quotidiane, che si annida, per entrambi i poeti, la meraviglia, perché: «Non c’è un giorno, neppure di carcere o d’ospedale, che non porti una sorpresa, che non sia, controluce, una rete di minime sorprese» (dal racconto L’attesa di Borges), oppure perché «Chi abbraccia una donna è Adamo. La donna è Eva. / Tutto accade per la prima volta» (dalla poesia La felicità). Lo stupore di Borges è primigenio, è la meraviglia legata all’origine, lo stupore per il bene, quel bene che è l’esistenza stessa. Nella poesia Il mare si chiede: «Ma chi è il mare?» e annota che «Chi lo guarda lo vede per la prima volta, sempre. / Con lo stupore / che le cose elementari lasciano, i pomeriggi / belli, la luna, il fuoco di un falò». Le cose elementari, questo è un nodo centrale nella vita e nell’opera di Borges.
Conversando con Osvaldo Ferrari Borges osserva che: «È così difficile definire le cose. Proprio le più evidenti son quelle che è impossibile definire, giacché definire è esprimere una cosa con altre parole, ma queste possono esprimere meno di quello che va definito. Ciò che è elementare, per esempio non può essere definito; come si può definire il sapore del caffè o la mestizia grata che ci coglie all’imbrunire, o il sentimento di attesa, di speranza, naturalmente illusorio, che si può provare nel destarsi? Niente di questo può essere definito. Le cose astratte sì, possono esser definite; si può dare una definizione astratta di un poligono o di un congresso. Ma dubito che si possa definire un dolore di denti».
Borges e ancora di più Chesterton esprimono spesso i sentimenti che scaturiscono dalla meraviglia, innanzitutto la gratitudine, ma anche lo spaesamento e lo smarrimento che nascono dal sentire strane le cose, dal sentirsi straniero. Questo è un sentimento che accomuna Borges e Chesterton il quale diceva, sempre citato da Borges, che: «La realtà è più strana della finzione. E Chesterton la commenta acutamente e giustamente, credo, quando dice, “...la finzione la creiamo noi, mentre la realtà è molto più strana perché la crea un altro, l’Altro, Dio”».
Nel saggio già citato L’uomo eterno, Chesterton afferma che «La più semplice verità sull’uomo è che egli è un essere veramente strano: strano quasi nel senso che che è straniero a questa terra (…) solo, fra tutti gli animali, è scosso dalla benefica follia del riso; quasi avesse afferrato qualche segreto di una più vera forma dell’universo e lo volesse celare all’universo stesso».
I due oltre che poeti e scrittori, sono straordinari critici letterari. In particolare conoscere Borges equivale a fare la conoscenza con un uomo-biblioteca, una biblioteca ambulante che, con dolcezza e humour, ti accoglie nei suoi meandri labirintici senza farti disorientare e guidandoti per mano a scoprire i mille tesori che contiene. È in quella biblioteca che ho fatto la conoscenza di Chesterton.
Borges critico letterario ma anche cinematografico. I suoi saggi di critica cinematografica sono formidabili soprattutto se si pensa che la sua fu una corsa contro il tempo, man mano che la miopia progressiva aumentava. Narratore, poeta e critico Borges fu però, innanzitutto, un grande conversatore, come Wilde, anche lui molto amato da Borges, e proprio come il suo “maestro” Chesterton. I due avevano una curiosità quasi bambina rispetto praticamente a tutto. E di tutto parlavano. Nei tre volumi curati da Osvaldo Ferrari (non gli unici dedicati alle conversazioni di Borges) si parla veramente di ogni aspetto dello scibile umano: dallo humour ai sogni, dalla poesia di Shakespeare alla mitologia nordica, al «sapore dell’epica», dal cinema westernalla memoria, dalla politica ai dialoghi, dall’amore a Socrate, dalle prefazioni a Melville, dal mare a Thoreau fino all’amato Chesterton che ritorna di continuo. Ecco ad esempio un suo ritratto, appassionato e lucidissimo: «Nella sua scrittura restano marcate tracce pittoriche. I suoi personaggi usano entrare in scena come attori e i suoi paesaggi vivacemente sbozzati s’appiccicano alla memoria. Chesterton visse nel corso degli anni intrisi di malinconia a cui si riferisce con la definizione fin de siecle. Da questo ineliminabile tedio venne salvato da Whitman e da Stevenson. Eppure qualcosa gli rimase attaccato addosso, rintracciabile nel suo gusto per l’orrido. Il più celebre dei suoi romanzi L’uomo che fu Giovedì, ha come sottotitolo Un incubo. Avrebbe potuto essere Poe o magari un Kafka; lui comunque preferì, e gli siamo grati della scelta, essere Chesterton e coraggiosamente optò per la felicità o finse di averla trovata. Dalla fede anglicana passò a quella cattolica, che, secondo lui, è basata sul buon senso. Arguì che la stranezza di tale fede si attaglia alla stranezza dell’universo, come la strana forma di una chiave si adatta perfettamente alla strana forma di una serratura. In Inghilterra il cattolicesimo di Chesterton ne ha pregiudicato la fama, poiché la gente persiste nel ridurlo a un mero propagandista cattolico. Innegabilmente lo fu, ma fu anche un uomo di genio, un gran prosatore e un grande poeta... La letteratura è una delle forme della felicità; forse nessun scrittore mi ha dato tante ore felici come Chesterton».
L’ultima affermazione posso dirla anch’io, e la dico rivolgendomi, con gratitudine, proprio a Borges.
venerdì 12 giugno 2026
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giovedì 14 maggio 2026
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mercoledì 24 dicembre 2025
Si avvicina il Santo Natale e allora riproponiamo cose belle natalizie del Nostro Comune Amico... - Riproposizioni - Una forza sconosciuta che regge le stelle.
Ogni ateo o agnostico, che nella sua infanzia abbia conosciuto veramente il Natale, avrà poi sempre, voglia o non voglia, nella sua mente un'associazione di due idee che moltissima gente deve considerare come remote l'una dall'altra: l'idea di un bambino e l'idea di una forza sconosciuta che regge le stelle. Il suo istinto e la sua immaginazione possono ancora connetterle insieme, quando la sua ragione non vede più la necessità della connessione. (...) Ma le due idee non coincidono naturalmente o necessariamente. Non sarebbero necessariamente connesse per un greco antico o per un cinese, fossero pure Aristotele o Confucio. Non è naturale connettere Dio con un infante più di quanto sia naturale connettere la gravitazione con un piccolo gatto.
Gilbert Keith Chesterton, L’Uomo Eterno.
venerdì 12 dicembre 2025
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lunedì 29 settembre 2025
Riproposizioni - Maurizio Serio recensiva L'Uomo Eterno giusto diciassette anni fa...
https://uomovivo.blogspot.com/2008/09/luomo-eterno-su-lsd-magazine.html
martedì 6 maggio 2025
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domenica 20 aprile 2025
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mercoledì 25 dicembre 2024
Riproposizioni Natalizie, allegria da trincea e ancora auguri!
Il Natale, per noi, nel Cristianesimo è diventato una cosa, in un certo senso, semplicissima. Ma, come tutte le verità della tradizione cristiana, esso è, in un altro senso, una cosa assai complessa. La sua unica nota è che esso tocca simultaneamente molte note: umiltà, gaiezza, gratitudine, paura mistica, e anche attesa drammatica. È non soltanto un'occasione per pacifisti come per i gaudenti; è non solo una conferenza pacifista indù o una festa invernale scandinava. C'è in esso anche una sfida; qualche cosa che fa suonare bruscamente le campane a mezzanotte come i cannoni di una battaglia appena vinta. Tutta questa indescrivibile atmosfera natalizia pende in aria come una fragranza non ancora svanita della esultante esplosione di duemila anni fa in quell'ora unica sui colli della Giudea. Ma il sapore è nettamente riconoscibile; è qualche cosa di troppo sottile o di troppo solitario per esser reso da quel che intendiamo con la parola "pace". La gioia della caverna era simile all'allegria di una fortezza o di una tana di briganti; intesa nel suo vero significato, non sarebbe impertinente dire che era l'allegria di una trincea. Non solo è vero che quella stanza sotterranea era un rifugio contro i nemici, e che i nemici già stavano scorrazzando sulla sua volta di pietra. Non solo è vero che gli zoccoli dei cavalli di Erode possono esser passati rintronando sulla testa abbandonata del Cristo. Ma in quella immagine c'è anche l'idea di un posto avanzato, di una feritoia nella roccia, di un'apertura sul territorio nemico.
Gilbert Keith Chesterton, L'Uomo Eterno.










