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domenica 14 giugno 2026

Gilbert Keith, Jorge Luis e l’arte di conversare con il mondo | Andrea Monda sull'Osservatore Romano.

 Bergoglio gli fece la barba, la sua donna gli disse di spararsi: otto  aneddoti per conoscere meglio Jorge Luis Borges - Linkiesta.it

di ANDREA MONDA

Non è un caso, anche perché il caso non esiste, che Jorge Luis Borges e Gilbert Keith Chesterton siano morti entrambi lo stesso giorno, il 14 giugno, ma a distanza di cinquant’anni uno dall’altro. Non è un caso perché i due scrittori hanno molte cose in comune, al di là dell’apparenza. Da una parte uno, il poeta argentino, un po’ dandy, dalla cultura enciclopedica, dalla raffinata conversazione, affascinato dalla figura di Cristo ma che sempre ha sfoggiato un malinconico scetticismo nei confronti della fede, e dall’altra il gigantesco romanziere e polemista inglese, un tomista col saio francescano, campione della fede cattolica al punto da essere definito defensor fidei da Pio XI. Niente in comune quindi, o molto poco... Ma scavando un po’ oltre l’apparenza si trova sempre qualche sorpresa.

Partiamo da Borges che nei saggi letterari e nelle sue conversazioni cita di continuo alcuni autori come veri punti di riferimento: Wilde, Poe, Kafka, Emerson e, soprattutto, Whitman, Omero e Virgilio, Dante e Cervantes ma, sopra tutti gli altri, Chesterton.

Il punto fondamentale di questa mia riflessione è biografico: io devo proprio al più giovane dei due, l’argentino, la conoscenza del più anziano inglese. Da qui la mia gratitudine immensa verso Borges.

Parliamo quindi di questo poeta che è anche sublime critico letterario e narratore. Il poeta di Buenos Aires sviluppa infatti ben presto una vena narrativa, tutta a favore del racconto breve rispetto al romanzo che non troverà mai congeniale perché «troppo artificiale» (dirà ad Alberto Arbasino in un’intervista del 1977): «I racconti invece sono sempre delle vere storie, e gli uomini hanno sempre amato raccontare e ascoltare storie: per questo amo tanto Kipling (…) e Stevenson (…). Il romanzo è sempre una costruzione, so che io non posso farla; posso fare soltanto dei racconti. E poi, dato che io non sono un lettore di romanzi, perché dovrei scriverne? Io non li leggo, all’infuori di Conrad, che mi piace molto». Questa osservazione contro l’artificiosità del romanzo è singolare in quanto lo stesso Borges sarà poi architetto di sofisticati racconti divenuti famosi per la loro complessità. Non a caso i due, Jorge Luis e Gilbert Keith si dilettarono con il genere giallo, il più “artificiale”, sofisticato e cerebrale dei generi letterari. E nei racconti di fantasia.

Come è noto nel 1938 lo scrittore ha un incidente che lo costringe per parecchio tempo all’immobilità, dopo un attacco di setticemia che ne minaccia gravemente la vita. Negli anni della malattia, lo scrittore argentino concepisce alcuni tra i suoi capolavori: la raccolta di racconti Finzioni (1944) e successivamente L’Aleph (1949) con cui Borges passa al genere fantastico, che per lui è quello principale della letteratura. Gli anni Quaranta, in cui la cecità diventa sempre più minacciosa, sono gli anni in cui il poeta argentino viene consacrato come grande autore di narrativa grazie anche alla realizzazione di una vera e propria mitologia letteraria composta da alcuni elementi simbolici che fino alla fine accompagneranno la poetica borgesiana: la biblioteca, il labirinto, il sonno e il sogno, gli scacchi, la spada, la tigre, la sabbia, lo specchio.

Nel 1955 Borges è ormai cieco quando viene nominato direttore della Biblioteca Nazionale, ciò che aveva sempre sognato di fare. Lo scrittore commenta così la nomina: «È una sublime ironia divina ad avermi dotato di ottocentomila libri e, al tempo stesso, delle tenebre». E nel 1980, nelle Conversazioni Americane, aggiungerà che «è dal 1955 che la mia vista non mi permette più di leggere, e allora non ho più letto nulla di contemporaneo. Penso di non aver mai letto un quotidiano in vita mia. Possiamo conoscere il passato, ma il presente è mistero per noi».

Borges è stato un grande sacerdote del culto dei libri spingendosi ad affermare che l’uomo è ciò che legge, non ciò che scrive. Tale affermazione rivela una vera e propria mistica della lettura che si manifesta nella credenza che fra autori e lettori s’instauri «un dialogo, una forma di relazione», «una collaborazione e quasi una complicità», in una parola, che la lettura sia un atto creativo.

Borges è uno scrittore che ama circondarsi di amici con i quali innanzitutto discute, di tutto, nasce così una vasta e variegata produzione di volumi di conversazioni dove forse Borges, uomo-biblioteca, dà il meglio di sé. Ma con gli amici Borges non solo conversa, ma anche scrive: in collaborazione con Adolfo Bioy Casares scrive nel 1942 Sei problemi per don Isidro Parodi e con Margarita Guerrero il Manuale di zoologia fantastica (1957).

Da una parte quindi il poeta e il narratore lucido e raffinato, dall’altra il saggista e il conversatore appassionato: ovviamente le due anime sono una e si alimentano reciprocamente.

Borges amava la storia (scrive diversi libri di storia, Storia universale dell’infamia, Storia dell’eternità...) ma non ama le date, ad esempio uno dei suoi libri preferiti è L’uomo eterno di Chesterton, un saggio di storia universale senza neanche una data. E riecco qui Chesterton. Proprio su questo tema, proviamo a comparare due affermazioni dei due scrittori; scrive Borges: «Non credo nelle scuole. Non credo nella cronologia. Non credo nel datare le opere. Penso che la poesia dovrebbe essere anonima (...). Che cosa sappiamo dei nomi di quegli uomini che scrissero quel sogno meraviglioso che è Le mille e una notte? Nulla, e non ce ne importa. (...) Credo che per un autore la cosa migliore sia far parte di una tradizione, far parte di una lingua, perché la lingua si evolve mentre i libri possono essere dimenticati». Concetti molto vicini a quanto afferma Chesterton in Ortodossia: «La leggenda è fatta generalmente dalla maggioranza, sana, degli abitanti di un villaggio; il libro è scritto, generalmente da quello, fra gli abitanti del villaggio, che è matto».

Un altro tema, forse quello principale, che unisce i due scrittori è il tema della meraviglia. Difficile trovare una pagina di racconto o romanzo oppure una poesia di Chesterton in cui non sia presente questa dimensione dello stupore. Qualcosa di più preciso possiamo citare di Borges il quale osserva una comune origine della poesia e della filosofia che, come ricordavano Platone e Aristotele, nasce proprio dalla meraviglia. Nel 1976 in un incontro presso l’Università dell’Indiana, Borges afferma: «... senza dubbio, la nostra esistenza è un fatto curioso. (...) il fatto di stupirsi di fronte alla vita può essere l’essenza della poesia. La poesia consiste nel sentire le cose come strane (...). L’unica differenza è che nel caso della filosofia la risposta viene data in maniera logica, mentre per la poesia si usa la metafora».

Dalla meraviglia al mistero il passo è breve. La “stoffa” di cui è fatta la realtà per Borges sembra essere il mistero che circonda ogni atto e attimo dell’esistenza umana. «Ogni poesia è misteriosa» afferma l’argentino, «nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere». Un’altra frase che spesso Borges cita in realtà è proprio di Chesterton e ci ricorda che «tutto passerà, resterà solo lo stupore e lo stupore per le cose quotidiane». È proprio lì, nelle cose quotidiane, che si annida, per entrambi i poeti, la meraviglia, perché: «Non c’è un giorno, neppure di carcere o d’ospedale, che non porti una sorpresa, che non sia, controluce, una rete di minime sorprese» (dal racconto L’attesa di Borges), oppure perché «Chi abbraccia una donna è Adamo. La donna è Eva. / Tutto accade per la prima volta» (dalla poesia La felicità). Lo stupore di Borges è primigenio, è la meraviglia legata all’origine, lo stupore per il bene, quel bene che è l’esistenza stessa. Nella poesia Il mare si chiede: «Ma chi è il mare?» e annota che «Chi lo guarda lo vede per la prima volta, sempre. / Con lo stupore / che le cose elementari lasciano, i pomeriggi / belli, la luna, il fuoco di un falò». Le cose elementari, questo è un nodo centrale nella vita e nell’opera di Borges.

Conversando con Osvaldo Ferrari Borges osserva che: «È così difficile definire le cose. Proprio le più evidenti son quelle che è impossibile definire, giacché definire è esprimere una cosa con altre parole, ma queste possono esprimere meno di quello che va definito. Ciò che è elementare, per esempio non può essere definito; come si può definire il sapore del caffè o la mestizia grata che ci coglie all’imbrunire, o il sentimento di attesa, di speranza, naturalmente illusorio, che si può provare nel destarsi? Niente di questo può essere definito. Le cose astratte sì, possono esser definite; si può dare una definizione astratta di un poligono o di un congresso. Ma dubito che si possa definire un dolore di denti».

Borges e ancora di più Chesterton esprimono spesso i sentimenti che scaturiscono dalla meraviglia, innanzitutto la gratitudine, ma anche lo spaesamento e lo smarrimento che nascono dal sentire strane le cose, dal sentirsi straniero. Questo è un sentimento che accomuna Borges e Chesterton il quale diceva, sempre citato da Borges, che: «La realtà è più strana della finzione. E Chesterton la commenta acutamente e giustamente, credo, quando dice, “...la finzione la creiamo noi, mentre la realtà è molto più strana perché la crea un altro, l’Altro, Dio”».

Nel saggio già citato L’uomo eterno, Chesterton afferma che «La più semplice verità sull’uomo è che egli è un essere veramente strano: strano quasi nel senso che che è straniero a questa terra (…) solo, fra tutti gli animali, è scosso dalla benefica follia del riso; quasi avesse afferrato qualche segreto di una più vera forma dell’universo e lo volesse celare all’universo stesso».

I due oltre che poeti e scrittori, sono straordinari critici letterari. In particolare conoscere Borges equivale a fare la conoscenza con un uomo-biblioteca, una biblioteca ambulante che, con dolcezza e humour, ti accoglie nei suoi meandri labirintici senza farti disorientare e guidandoti per mano a scoprire i mille tesori che contiene. È in quella biblioteca che ho fatto la conoscenza di Chesterton.

Borges critico letterario ma anche cinematografico. I suoi saggi di critica cinematografica sono formidabili soprattutto se si pensa che la sua fu una corsa contro il tempo, man mano che la miopia progressiva aumentava. Narratore, poeta e critico Borges fu però, innanzitutto, un grande conversatore, come Wilde, anche lui molto amato da Borges, e proprio come il suo “maestro” Chesterton. I due avevano una curiosità quasi bambina rispetto praticamente a tutto. E di tutto parlavano. Nei tre volumi curati da Osvaldo Ferrari (non gli unici dedicati alle conversazioni di Borges) si parla veramente di ogni aspetto dello scibile umano: dallo humour ai sogni, dalla poesia di Shakespeare alla mitologia nordica, al «sapore dell’epica», dal cinema westernalla memoria, dalla politica ai dialoghi, dall’amore a Socrate, dalle prefazioni a Melville, dal mare a Thoreau fino all’amato Chesterton che ritorna di continuo. Ecco ad esempio un suo ritratto, appassionato e lucidissimo: «Nella sua scrittura restano marcate tracce pittoriche. I suoi personaggi usano entrare in scena come attori e i suoi paesaggi vivacemente sbozzati s’appiccicano alla memoria. Chesterton visse nel corso degli anni intrisi di malinconia a cui si riferisce con la definizione fin de siecle. Da questo ineliminabile tedio venne salvato da Whitman e da Stevenson. Eppure qualcosa gli rimase attaccato addosso, rintracciabile nel suo gusto per l’orrido. Il più celebre dei suoi romanzi L’uomo che fu Giovedì, ha come sottotitolo Un incubo. Avrebbe potuto essere Poe o magari un Kafka; lui comunque preferì, e gli siamo grati della scelta, essere Chesterton e coraggiosamente optò per la felicità o finse di averla trovata. Dalla fede anglicana passò a quella cattolica, che, secondo lui, è basata sul buon senso. Arguì che la stranezza di tale fede si attaglia alla stranezza dell’universo, come la strana forma di una chiave si adatta perfettamente alla strana forma di una serratura. In Inghilterra il cattolicesimo di Chesterton ne ha pregiudicato la fama, poiché la gente persiste nel ridurlo a un mero propagandista cattolico. Innegabilmente lo fu, ma fu anche un uomo di genio, un gran prosatore e un grande poeta... La letteratura è una delle forme della felicità; forse nessun scrittore mi ha dato tante ore felici come Chesterton».

L’ultima affermazione posso dirla anch’io, e la dico rivolgendomi, con gratitudine, proprio a Borges.

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2026-06/quo-133/gilbert-keith-jorge-luis-e-l-arte-di-conversare-con-il-mondo.html?fbclid=IwY2xjawSaw45leHRuA2FlbQIxMQBicmlkETB0a0w4ZGY1SEF2NTlkSzRHc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHl1a2GxOxpmbCb0QAILK5nTAxKR84KiYIPMgw9DSLtx6zS3YhdD7EgXgzHEc_aem_dA9hmymH4-1YNNept_swZA

sabato 17 gennaio 2026

Riproposizioni - Borges ci dice qualcosa di fondamentale del carattere di Chesterton e noi lo riproponiamo dopo dieci anni.

Jorge Luis Borges


Dieci anni fa pubblicavamo questo brano di Borges, tra i tifosi più accalorati di Chesterton.

Fedeli a quanto scrivemmo sul post originale, lo riproponiamo perché oggettivamente è vero che fa ridere e che è istruttivo (avessimo anche noi la stessa leggerezza, la stessa umiltà, la stessa simpatia e la stessa voglia di lottare di Chesterton! ma si può sempre chiedere...).

I letterati che nel nostro solenne paese accondiscendono al
genere autobiografico ci parlano di se stessi con un tono remoto e reverente, come se parlassero di un parente illustre incontrato talvolta alle veglie funebri; Chesterton, invece, è in gioviale intimità con Chesterton e perfino ne ride. 


Jorge Luis Borges

(Ogni tanto va riproposto perché è vero, fa ridere ed è istruttivo per noi!

giovedì 28 agosto 2025

Monumento a Chesterton, lo scrittore che poteva essere Kafka ma optò per la felicità | Andrea Corsi su Pangea.

Qui muore un altro giorno
Durante il quale ho avuto occhi, orecchie, mani
E il grande mondo tutto intorno; e domani
Ne inizia uno nuovo. 
Possibile ne possa avere due?

G. K. Chesterton,  “Sera”, da The Notebook


Scriveva Giuseppe Tomasi di Lampedusa nelle sue lezioni di Letteratura inglese, in “Accenni ad alcuni contemporanei” (come ha spiegato Gioacchino Lanza Tomasi, suo figlio adottivo, lezioni meno “collettive” di quanto si pensi – per lo più scritte e “adoperate soltanto per [Francesco] Orlando, e lette clandestinamente da me in blocchi che mi venivano forniti da Giuseppe sotto la consegna del silenzio”):

“Gli inglesi passano, a giusta ragione, per essere un popolo silenzioso. Però essi hanno prodotto, nel nostro secolo [ventesimo, ndr], quattro dei più grandi e inesauribili conversatori che siano esistiti: Chesterton, Wells, Huxley e Shaw, massimo fra tutti. E intendo dire conversatori non solamente verbali ma gente cui le chiacchiere chilometriche scambiate fra amici non bastano: gente che è stata costretta a scaricare in migliaia di pagine le chiacchiere ancora inevase. A questa favolosa possibilità di chiacchierare, in salotti e in libri, essi dovettero la immensa popolarità che li circondò perché essa dovette apparire come una dote magica a quel popolo taciturno, tanto più che erano chiacchiere di valore, nutrite di cognizioni vastissime e condite dell’humour più genuino. […] ‘Vi è un tempo per parlare e un tempo per tacere.’ Questo enunziato di saggezza salomonica restò loro incomprensibile sulla terra; speriamo che nei Campi Elisi abbiano trovato il tempo del silenzio; speriamolo, voglio dire, per gli altri ché per loro il dover tacere equivarrà all’inferno.”

Il principe di Lampedusa si soffermava sorprendentemente su uno di questi “super-campioni della polemica”, Gilbert Keith Chesterton (1874 – 1936), il “poeta che danza con cento gambe”:

Il resto nel collegamento qui sotto: 

https://www.pangea.news/chesterton-ritratto/




venerdì 3 gennaio 2025

Andrea Monda parla di Borges, di Graham Greene ma anche di Chesterton | Dal sito di Rai Cultura.

Nelle sue amabili e coltissime conversazioni il poeta argentino Jorge Luis Borges, parlando delle opere narrative di Gilbert Keith Chesterton, osservava che: 

Nei suoi racconti è sempre suggerita una spiegazione magica, grazie alla quale, se il genere poliziesco morrà – cosa non impossibile, dato che il destino dei generi letterari è quello di sparire – i racconti di Chesterton saranno ancora letti in virtù di quella poesia che racchiudono, e di quella magia.

Si parla anche di Alfred Hitchcock, insomma, lettura interessante.

Il resto qui di seguito:

https://www.raicultura.it/letteratura/articoli/2019/11/Scandaloso-Greene-a3af85a6-e694-4249-8374-41f05af6cc0a.html




martedì 31 dicembre 2024

Chesterton, il profeta della «stranezza» e dello stupore - Andrea Monda sull'Osservatore Romano.

Il 28 dicembre scorso Papa Francesco nel Pensiero del giorno trasmesso in onda dalla BBC ha parlato di gentilezza, umiltà e gratitudine e quindi ha citato G.K. Chesterton — non era la prima volta — questo grande scrittore britannico, ha detto, molto stimato dal poeta argentino Borges, il quale nel finale della sua Autobiografia ci ricorda saggiamente di prendere i fatti della vita con gratitudine e non con scontatezza.

In due parole il Papa ha colto l’essenza dell’opera del poeta inglese, il grande nemico appunto della scontatezza. Una parola inusuale ma che dice e mette in guardia da quello che forse è il pericolo peggiore per l’uomo di ogni tempo e latitudine, quell’atteggiamento di sentirsi “in credito” nei confronti della vita e impedisce così di aprirsi allo stupore e, infine, alla gratitudine. Proprio nel finale della sua Autobiografia, che uscì postuma nel 1936 dopo la morte dell’autore, Chesterton conclude affermando che «L’esistenza è ancora una cosa molto strana e stupefacente per me e le do il benvenuto come se fosse uno straniero (…). Sento di essere stato approvato nel mio desiderio di capire il miracolo di essere vivi (...). Ho detto che questa religione un po’ grossolana e primitiva della gratitudine non mi ha preservato dall’ingratitudine, dal peggiore dei peccati». Un’affermazione che chiude il cerchio visto che all’inizio del libro aveva dichiarato: «Questo fu il mio primo problema, quello di indurre gli uomini a capire la meraviglia e lo splendore dell’essere vivi».

Il resto nel collegamento qui sotto:

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2024-12/quo-294/il-profeta-della-stranezza-e-dello-stupore.html?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTEAAR1Gaso0q1qTOLXHxIvAy4FCr0Wt_1fixdEy1xvuUZxf23bf2Nbs46xxZaM_aem_4HKigqrOof1Q19XlyxgXQQ



domenica 4 agosto 2024

Chesterton in altre parole... - La Londra delle fate...

Credo che uno degli aspetti affascinanti di Chesterton... sia il fatto che quando si legge la saga di Padre Brown o L'Uomo che fu Giovedì o L'Uomo che sapeva troppo, si ha la sensazione che tutte quelle cose che accadono a Londra non siano nella Londra reale - ammesso che esista una Londra reale - ma nella Londra delle fate.

Jorge Luis Borges, Conversazioni.



venerdì 2 agosto 2024

Chesterton in altre parole - Jorge Luis Borges: Un grande affetto per Chesterton.

Ho anche un grande affetto per Chesterton.

Jorge Luis Borges, Conversazioni.




giovedì 30 maggio 2024

#150volteChesterton - La gratitudine del ranocchio e altre storie | Andrea Monda su L'Osservatore Romano.

 La singolare testata di questa pagina: «150 anni con GKC/1» necessita di una breve spiegazione: queste parole vogliono significare semplicemente che 150 anni fa nasceva Gilbert Keith Chesterton, il famoso scrittore inglese («quello di padre Brown») che merita non uno ma più approfondimenti. Sono dunque 150 anni, dal 29 maggio del 1874 che GKC (così veniva indicato ai suoi tempi da amici e nemici) ci accompagna con il suo acume e il suo amore per l'umanità, amici e nemici.

GKC, ovvero il cantore dello stupore e della gratitudine. E si potrebbe aggiungere: ovvero della felicità. «La misura di ogni felicità è la riconoscenza» scrive nel 1908 nel saggio Ortodossia, «Tutte le mie convinzioni sono rappresentate da un indovinello che mi colpì fin da bambino, L’indovinello dice: che disse il primo ranocchio? La risposta è questa: “Signore come mi fai saltare bene”. In succinto c’è tutto quello che sto dicendo io. Dio fa saltare il ranocchio e il ranocchio è contento di saltellare». Dove il punto focale è quell’aggettivo: “primo”, il primo ranocchio. Lo sguardo di Chesterton è quello di Adamo nel primo giorno della creazione. Da qui la felicità che lo scrittore riesce comunicare al lettore. Uno dei suoi più grandi ammiratori, J.L.Borges dirà infatti: «La letteratura è una delle forme della felicità; forse nessun scrittore mi ha dato tante ore felici come Chesterton». Oltre a Borges tanti scrittori hanno riconosciuto il proprio debito nei confronti di questo artista geniale nato 150 anni fa e oggi, iniziando questa serie, pubblichiamo ampi stralci tratti dagli omaggi che due autori hanno voluto tributargli, C.S. Lewis e Anthony Burgess. (andrea monda)

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2024-05/quo-121/la-gratitudine-del-ranocchio-e-altre-storie.html?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTAAAR027yXyHTfPEXj9nSDGa1kBvMjzvASKyYHyia0GwsdW1KxKiDrY9TW5wyE_aem_ZmFrZWR1bW15MTZieXRlcw



mercoledì 28 febbraio 2024

Una vecchia recensione de La ballata del cavallo bianco, sfuggitaci nel 2009. La riproponiamo.

«Si è dimenticato che Chesterton fu, tra le altre cose, un ammirevole poeta. Nella poesia La ballata del Cavallo Bianco si trovano metafore che Victor Hugo avrebbe ammirate». Così, nelle sue Conversazioni nel 1987, Borges coglieva con il solito acume una profonda verità: se si pensa a Chesterton può venire in mente il giallista o l’apologeta, ma difficilmente si ricorderanno i suoi versi. Almeno fino ad oggi: è appena stato pubblicato dall’editore Raffaelli proprio il poema citato da Borges, che mancava dalle librerie italiane dalla raccolta curata nel 1939 da Alberto Castelli sugli Scrittori inglesi contemporanei, a colmare un vuoto di settant’anni e a dare conferma al giudizio del poeta argentino. Chesterton è (anche) un grande poeta, e la critica su questo punto deve (ri)fare i conti, un’operazione che può essere agevolata dall’uscita di questo poema in otto canti composto nel 1911 e dedicato alla vittoria del mitico re inglese Alfred sugli invasori danesi alla fine del nono secolo. Una figura appunto mitica, che si situa sul labile confine tra la storia e il mito, ma è proprio questo che intriga Chesterton che anni prima, nel saggio Ortodossia, aveva dichiarato, con il suo inguaribile humour, la sua opzione a favore della leggenda rispetto alla pedante e sempre faziosa storiografia: «La leggenda è fatta generalmente maggioranza, sana, degli abitanti di un villaggio; il libro è scritto, generalmente da quello, fra gli abitanti del villaggio, che è matto». Allo scrittore inglese piace la leggenda in quanto fatto popolare, affidato al semplice uomo comune che è grande proprio per la sua capacità di essere umile. Un sentimento espresso mirabilmente in questo verso della Ballata che racchiude tutto il credo poetico chestertoniano: «...quando la lavagna blu del cielo è cancellata/ completamente fino all’ultima stella/ e compaiono nuovi segni potenti da leggere,/ allora, gli occhi si spalancano per incredibile meraviglia,/ come quando un grande uomo vede chiaramente/ qualcosa che è più grande di lui». L’umiltà e la meraviglia sono sorelle nella visione di Chesterton che nel 1911 non è ancora approdato al cattolicesimo, anche se tutto l’impianto e molti versi del poema già rivelano la sua futura conversione, ad esempio quando contrappone gli inglesi convertiti ai danesi pagani: «Gli uomini dell’Est scrutano le stelle,/ per segnare gli eventi e i trionfi,/ ma gli uomini segnati dalla croce di Cristo/ vanno lieti nel buio». In questo verso, apprezzato anche dal filologo russo Averincev, si ritrova sia il gusto di Chesterton per il gioco di parole (la contrapposizione tra il segnare e l’essere segnati) che non è mai fine a se stesso, ma sempre a servizio di una verità più grande da spiegare o illuminare, sia quelle parole finali relativa al camminare «lieti nel buio», anch’esse un’altra piccola summa della poetica dell’autore inglese, capace di parlare con saggezza della luce, proprio perché ben consapevole dell’ombra che attraversa la vita di ogni essere umano.

Andrea Monda

G. K. Chesterton, «La ballata del Cavallo Bianco», Raffelli Editore, Rimini, pp.179, 15 euro.

La Ballata del cavallo bianco in edizione
Methuen (1928) illustrata
da Robert Austin (1895 - 1973).




sabato 7 ottobre 2023

7 Ottobre, festa della Madonna del Rosario, festa della Madonna della Vittoria, festa della Madonna Auxilium Christianorum, festa della Madonna Vincitrice a Lepanto, e Chesterton fu fulminato da questa storia...

Paolo Veronese, La Battaglia di Lepanto.


L'ho detto così spesso che sono quasi stanco di ripeterlo, ma devo continuare a dirlo. Coloro che non vedono il valore di Lepanto sono mezzi morti. Che rimangano così.

Hilaire Belloc

Credo, tuttavia, che Lepanto sia una delle pagine attuali che le generazioni del futuro non lasceranno morire. Una parte di vanità è solita mettere a disagio nelle odi eroiche; questa celebrazione inglese di una vittoria dei terzi di Spagna e dell'artiglieria italiana non corre questo rischio. La sua musica, la sua felicità, la sua mitologia, sono ammirevoli. È una pagina che commuove fisicamente, come la vicinanza del mare.

Jorge Luis Borges

(Lepanto) non è solo una delle più belle poesie di Chesterton, ma anche una delle più belle poesie in lingua inglese. È un intricato arazzo di immagini, un suggestivo racconto di storia, un capolavoro di rima e ritmo e allitterazione che marcia con uno scopo costante e costruisce un crescendo di grida di trionfo.

Dale Ahlquist

Se San Pio V suscitò una mobilitazione quasi come per una vera crociata, questo poema ha risvegliato amore, eroismo e l'idea di difendere le proprie radici in luoghi impensati: John Buchan, uomo d'arme, letterato e politico scozzese, futuro governatore britannico del Canada, il 21 giugno 1915 scrisse a Chesterton, appena riavutosi dal male che stava per ucciderlo, una breve nota dal fronte del seguente tenore: «L'altro giorno nelle trincee gridavamo la tua Lepanto». Nelle trincee in cui si combatteva contro gli Ottomani e i Prussiani, si cantava Lepanto, gente comune mandava a memoria versi che cantavano una battaglia di più di quattro secoli prima, cioè: un poema di Chesterton animava e parlava dell'identità di uomini comuni in guerra, nel fango di una trincea. Cosa desiderare di più per un poeta?

Marco Sermarini (prefazione a Lepanto, ed. Pathos, disponibile su www.pumpstreet.it)

Breve antologia su Lepanto e Chesterton:

https://uomovivo.blogspot.com/2018/10/breve-antologia-su-lepanto-e-gkc-oggi-7.html

La traduzione di Giulio Mainardi del poema:

https://uomovivo.blogspot.com/2021/06/e-uscita-lepanto.html

La traduzione di Rodolfo Caroselli del poema:

https://uomovivo.blogspot.com/2016/10/oggi-e-il-7-ottobre-giorno-della.html

A Spelonga, frazione di Arquata del Tronto, ogni tre anni si festeggia la Vittoria di Lepanto:

https://uomovivo.blogspot.com/2010/07/la-festa-bella-di-spelonga-rievocazione.html

https://uomovivo.blogspot.com/2010/07/la-festa-bella-di-spelonga-rievocazione.html


giovedì 16 giugno 2022

Il famoso articolo di Jorge Luis Borges in morte di Chesterton.

Questo è il testo originale del famoso articolo di Jorge Luis Borges pubblicato nella rivista argentina Sur nel luglio 1936 in occasione della morte di Chesterton.

È molto noto, e anni fa ne pubblicammo, grazie a Maria Grazia Gotti, la traduzione (eccola qui).

Qui sotto trovate riprodotte alcune pagine del numero della rivista, poi il testo in lingua spagnola.












MODOS DE G. K. CHESTERTON

Ha muerto (ha padecido ese proceso impuro que se llama morir) el hombre G. K. Chesterton, el saludado caballero Gilbert Keith Chesterton: hijo de tales padres que han muerto, cliente de tales abogados, dueño de tales manuscritos, de tales mapas y de tales monedas, dueño de tal enciclopedia sedosa y de tal bastón con la contera un poco gastada, amigo de tal árbol y de tal río. Quedan las caras de su fama, quedan sus proyecciones inmortales, que estudiaré. Empiezo por la más divulgada en esta república:

Chesterton, padre de la iglesia.

Entiendo que para muchos argentinos, el auténtico es ese Chesterton. Desde luego, el mero espectáculo de un católico civilizado, de un hombre que prefiere la persuasión a la intimidación y que no amenaza a sus contendores con el brazo seglar o con el fuego postumo del Infierno, compromete mi gratitud. También, el de un católico liberal, el de un creyente que no toma su fe por un método sociológico. (Es el caso de repetir la buena humorada de Macaulay: Hablar de gobiernos esencialmente protestantes o fundamentalmente cristianos es como hablar de un modo de hacer compotas esencialmente protestante o de una equitación fundamentalmente católica.) Se me recordará que en Inglaterra no hay el catolicismo petulante y autoritario que padece nuestra república —hecho que anula o disminuye los méritos de la urbanidad polémica del Everlasting Man o de Orthodoxy. Acepto la enmienda, pero no dejo de apreciar y de agradecer esos corteses modales de su dialéctica.

Otro evidente agrado: Chesterton recurre a la paradoja y al humour en su vindicación del catolicismo. Eso importa invertir una tradición, erigida por Swift, por Gibbon y por Voltaire. Siempre el ingenio había sido movilizado contra la Igesia. El hecho no es casual. La Iglesia —para decirlo con palabras de Apollinaire— representaba el Orden; la Incredulidad, la Aventura. Más tarde —para decirlo con palabras de Browning o, si se quiere, del charlatán de sobremesa Sylvester Blougram— Canjeamos, a fuerza de negaciones, una vida piadosa con sobresaltos de incredulidad por una vida incrédula con sobresaltos de fe. Antes decíamos que el tablero era blanco; ahora que es negro... La obra apologética de Chesterton corresponde precisamente a ese canje. Desde un punto de vista controversial, corresponde demasiado precisamente. La certidumbre de que ninguna de las atracciones del cristianismo puede realmente competir con su desaforada inverosimilitud es tan notoria en Chesterton, que sus más edificantes apologías me recuerdan siempre el Elogio de la locura o El asesinato considerado como una de las bellas artes. Ahora bien, esas defensas paradójicas de causas que no son defendibles, requieren auditores convencidos de la absurdidad de esas causas. A un asesino consecuente y trabajador, El asesinato considerado como una de las bellas artes no le haría gracia. Si yo ensayara una Vindicación del canibalismo y demostrara que es inocente consumir carne humana, puesto que todos los alimentos del hombre son, en potencia, carne humana, ningún caníbal me concedería una sonrisa, por risueño que fuera. Temo que a los sinceros católicos les suceda algo parecido con los vastos juegos de Chesterton. Temo que les moleste su ademán de ocurrente defensor de causas perdidas. Su tono de bromista cuyo honor está en razón inversa de la verdad de los hechos que afirma.

La explicación es fácil: el cristianismo de Chesterton es orgánico; Chesterton no repite una fórmula con temor evidente de equivocarse; Chesterton está cómodo. De ahí, su empleo casi nulo del dialecto escolástico. Es, además, uno de los pocos cristianos que no sólo creen en el Cielo sino que están interesados en él y que abundan, a su respecto, en inquietas conjeturas y previsiones. El hecho es inusual... No olvidaré la visible incomodidad de cierto grupo de católicos, una tarde que Xul-Solar habló de ángeles y de sus costumbres y formas.

Chesterton —¿quién lo ignora?— fue un incomparable inventor de cuentos fantásticos. Desgraciadamente, procuraba educirles una moral y rebajarlos de ese modo a meras parábolas. Felizmente, nunca lo conseguía del todo.

Chesterton, narrador policial.

Edgar Alian Poe escribió cuentos de puro horror fantástico o de pura bizarrerie; Edgar Allan Poe fue inventor del cuento policial. Ello no es menos indudable que el hecho de que no combinó jamás los dos géneros. Nunca invocó el socorro del sedentario caballero francés Augusto Dupin (de la rué Dunot) para determinar el crimen preciso del Hombre de las Multitudes o para elucidar el modus operandi del simulacro que fulminó a los cortesanos de Próspero, y aun a ese mismo dignatario, durante la famosa epidemia de la Muerte Roja. Chesterton, en las diversas narraciones que integran la quíntuple Saga del Padre Brown y las de Gabriel Gale el poeta y las del Hombre Que Sabía Demasiado, ejecuta, siempre, ese tour de forcé. Presenta un misterio, propone una aclaración sobrenatural y la remplaza luego, sin pérdida, con otra de este mundo. Sus diálogos, su modo narrativo, su definición de los personajes y los lugares, son excelentes. Ello, naturalmente, ha bastado para que lo acusen de "literatura". ¡Aciaga acusación para un literato! Oigo de muchas bocas la leyenda de que Chesterton, si se quiere, escribe con más decoro que Wallace, pero que éste armaba mejor sus intolerables enredos. Prometo a mi lector que están mintiendo los que tal cosa dicen y que el octavo círculo del Infierno será su domicilio final. En los relatos policiales de Chesterton, todo se justifica: los episodios más fugaces y breves tienen proyección ulterior. En uno de los cuentos, un desconocido acomete a un desconocido para que no lo embista un camión, y esa violencia necesaria pero alarmante, prefigura su acto final de declararlo insano para que no lo puedan ejecutar por un crimen. En otro, una peligrosa y vasta conspiración integrada por un solo hombre (con socorro de barbas, de caretas y de seudónimos) es anunciada con tenebrosa exactitud en el dístico:

As all stars sbrivel in the single sun,
The words are many, but The Word is one

que viene a descifrarse después, con permutación de mayúsculas:

The words are many, but the word is One.

En un tercero, la maquette inicial —la mención escueta de un indio que arroja su cuchillo a otro y lo mata— es el estricto reverso del argumento: un hombre apuñalado por su amigo con una flecha, en lo alto de una torre. Cuchillo volador, flecha que se deja empuñar... En otro, hay una leyenda al principio: Un rey blasfematorio levanta con el socorro satánico una torre sin fin. Dios fulmina la torre y hace de ella un pozo sin fondo, por donde se despeña para siempre el alma del rey. Esa inversión divina prefigura de algún modo la silenciosa rotación de una biblioteca, con dos tacitas, una de café envenenado, que mata al hombre que la había destinado a su huésped. (En el número 10 de Sur, he intentado el estudio de las innovaciones y de los rigores que Chesterton impone a la técnica de los relatos policiales).

Chesterton, escritor.

Me consta que es improcedente sospechar o admitir méritos de orden literario en un hombre de letras. Los críticos realmente informados no dejan nunca de advertir que lo más prescindible de un literato es su literatura y que éste sólo puede interesarles como valor humano —¿el arte es inhumano, por consiguiente?—, como ejemplo de tal país, de tal fecha o de tales enfermedades. Harto incómodamente para mí, no puedo compartir esos intereses. Pienso que Chesterton es uno de los primeros escritores de nuestro tiempo y ello no sólo por su venturosa invención, por su imaginación visual y por la felicidad pueril o divina que traslucen todas sus páginas, sino por sus virtudes retóricas, por sus puros méritos de destreza. Quienes hayan hojeado la obra de Chesterton, no precisarán mi demostración; quienes la ignoren, pueden recorrer los títulos siguientes y percibir su buena economía verbal: El asesino moderado, El oráculo del perro, La ensalada del coronel Cray, La fulminación del libro, La venganza de la estatua, El dios de los gongs, El hombre con dos barbas, El hombre que fue jueves, El jardín de humo. En aquella famosa Degeneración que tan buenos servicios prestó como antología de los escritores que denigraba, el doctor Max Nordau pondera los títulos de los simbolistas franceses: Quand les violons sontpartís, Lespalais nómades, Les illuminations. De acuerdo, pero son poco o nada incitantes. Pocas personas juzgan necesario o agradable el conocimiento de Les palais nómades; muchas, el del Oráculo del perro. Claro que en el estímulo peculiar de los nombres de Chesterton obra nuestra conciencia de que esos nombres no han sido invocados en vano. Sabemos que en los Palais nómades no hay palacios nómadas; sabemos que The oracle of the dog no carecerá de un perro y de un oráculo, o de un perro concreto y oracular. Así también, el Espejo de magistrados que se divulgó en Inglaterra hacia 1560, no era otra cosa que un espejo alegórico; el Espejo del magistrado de Chesterton, nombra un espejo real... Lo anterior no quiere insinuar que algunos títulos más o menos paródicos den la medida del estilo de Chesterton. Quiere decir que ese estilo es omnipresente.

En algún tiempo (y en España) hubo la distraída costumbre de equiparar los nombres y la labor de Gómez de la Serna y de Chesterton. Esa aproximación es del todo inútil. Los dos perciben (o registran) con intensidad el matiz peculiar de una casa, de una luz, de una hora del día, pero Gómez de la Serna es caótico. Inversamente, la limpidez y el orden son constantes en las publicaciones de Chesterton. Yo me atrevo a sentir (según la fórmula geográfica de M. Taine) peso y desorden de neblinas británicas en Gómez de la Serna y claridad latina en G. K.

Chesterton, poeta.

Hay algo más terrible y maravilloso que ser devorado por un dragón; es ser un dragón. Hay algo más extraño que ser un dragón: ser un hombre. Esa intuición elemental, ese arrebato duradero de asombro (y de gratitud) informa todos los poemas de Chesterton. Su error (si es que lo tienen) es el haber sido planeados cada uno como una suerte de justificación o parábola. Han sido ejecutados con esplendor, pero se nota demasiado en ellos el argumento. Se nota demasiado la distribución, el andamio. Alguna vez, alguna rara vez, hay un eco de Kipling:

You have weighed the stars in a balance, and grasped the skies in a span:
Take, if you must have answer, the word of a common man.

Creo, sin embargo, que Lepanto es una de las páginas de hoy que las generaciones del futuro no dejarán morir. Una parte de vanidad suele incomodar en las odas heroicas; esta celebración inglesa de una victoria de los tercios de España y de la artillería de Italia no corre ese peligro. Su música, su felicidad, su mitología, son admirables. Es una página que conmueve físicamente, como la cercanía del mar.

Sur, Buenos Aires, Año VI, n° 22, julio de 1936.

lunedì 14 giugno 2021

Borges e Chesterton, morti nello stesso giorno per un incrocio superficialmente casuale - Adriano Ercolani su Il Fatto Quotidiano (grazie a Maria Grazia Gotti e a Fabio Trevisan).

Per uno di quegli incroci, solo superficialmente casuali, che entrambi amavano esplorare come squarci di possibile significato ulteriore nella trama dell'esistenza, la data odierna unisce nel ricordo due moderni maestri della meraviglia: Gilbert Keith Chesterton e Jorge Luis Borges, entrambi scomparsi il 14 giugno (il primo nel 1936, il secondo a cinquant'anni di distanza).

Il resto qui:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/06/14/borges-e-chesterton-morti-nello-stesso-giorno-per-un-incrocio-superficialmente-casuale/6228858/


Adriano Ercolani si definì in passato (il collegamento è qui) parte "di una ristretta cerchia di iniziati, benedetti da un inscalfibile privilegio: posso annoverarmi, infatti, tra coloro che fin dall'adolescen
za hanno avuto la grazia di incontrare la scrittura di G.K.Chesterton", oltre che fiero anticlericale, a rischio di convertirsi al cattolicesimo dopo la lettura di Ortodossia. Lo dico perché oggi è la giornata adatta in cui io lo inviti nuovamente a fare quel bel passo. Qui su questo blog ho ripercorso l'ultima o forse la penultima tappa della conversione di Chesterton di ritorno dalla Terrasanta. Ecco, forse quella strada può giovare anche a lui che è troppo innamorato di Chesterton per non essere innamorato del Re di quest'ultimo.

Marco Sermarini






venerdì 16 aprile 2021

Dal blog della Casa Editrice Bietti - Se parliamo di Borges non può non uscire Chesterton e il debito dell'argentino verso il giornalista inglese.

Cinematografo borgesiano

Massimo Zanichelli
Jorge Luis Borges – Il Bibliotecario di Babele n. 12/2017
(...)
Nell’introduzione alla prima edizione della Storia universale dell’infamia lo scrittore confessa i propri debiti nei con­fronti del cinematografo: «Gli esercizi di prosa narrativa che compongono que­sto libro furono scritti dal 1933 al 1934, e derivano, credo, da ripetute letture di Stevenson e Chesterton e anche dai primi film di von Sternberg, e forse da una bio­grafia di Evaristo Carriego. Essi abusano di certi procedimenti: enumerazioni con­trastanti, repentine soluzioni di continu­ità, riduzione dell’intera vita di un uomo a due o tre scene. […] Non sono e non vogliono essere racconti psicologici»(3). Una dichiarazione di poetica che Borges avrebbe in seguito rivisto: per lui, come per molti intellettuali, il rapporto con il cinema rimase dilemmatico, sospeso tra attrazione (per la sua magia) e scetticismo (per le sue derive commerciali).
(...)
Il tema, «metafisico e poli­ziesco», «mitologico e allegorico», è la «ricerca dell’anima segreta di un uomo, attraverso le opere che ha costruito, le pa­role che ha pronunciato, i molti destini che ha spezzato. Il procedimento è quel­lo di Joseph Conrad in Chance (1914) e del bel film The Power and the Glory: la rapsodia di scene eterogenee, senza ordi­ne cronologico. […] In uno dei racconti di Chesterton – The Head of Caesar, credo – l’eroe osserva che nulla è più terrificante di un labirinto senza centro. Questo film è esattamente quel labirinto»(24).
Le citazioni provengono da qui:
http://www.bietti.it/riviste/jorge-luis-borges-il-bibliotecario-di-babele/cinematografo-borgesiano/

venerdì 27 marzo 2020

Chesterton è attuale - Lo stupore di Aldo Maria Valli.

Il giornalista Aldo Maria Valli ama Chesterton, non avevamo dubbi (nel breve volgere di un paio di mesi è la seconda volta che lo chiama in causa, l'ultima volta ha dato voce alla mobilitazione mondiale per salvare la sua casetta chiamata Overroads, dove sono stati scritti molti dei suoi capolavori e dove ricevette la visita del nostro Emilio Cecchi), oggi lo mette al fondo di una riflessione sullo stupore (e chi altri poteva stare lì?), e scatta sulla fascia anche Borges. 

L'articolo è tratto dal suo blog personale:

https://www.aldomariavalli.it/2020/03/27/una-parola-al-giorno-stupore/


domenica 26 gennaio 2020

Un Chesterton al giorno - 24 - Insospettabili... - 1



Un giovane Borges
Il Nostro Eroe...













In questo blog abbiamo parlato tante volte degli ammiratori di Chesterton, ed abbiamo spesso trovato degli... insospettabili, cioè personaggi famosi che nessuno avrebbe sospettato potessero ammirare il Nostro Eroe.

Se volete saperne di più ascoltate il podcast e poi venite a cercare qui sul blog, ci sono delle belle sorprese!

Quest'ammirazione è, comunque, significativa della virtù dell'umiltà di Chesterton, della sua magnanimità, della sua affabilità e del suo amore per la Verità.


Marco Sermarini
Italo Calvino

https://soundcloud.com/societa-chestertoniana-italiana/un-chesterton-al-giorno-24

mercoledì 19 giugno 2019

Chesterton, entre Borges y Unamuno | El Imparcial




Chesterton, entre Borges y Unamuno

En un capítulo de la Pequeña historia de Inglaterra Gilbert Keith Chesterton acusa a los eruditos de descuidar la periferia del alma humana. "Los eruditos presumen de conocerlo todo, pero explican muy poco" -se quejaba-. "Si los propios eruditos son los otros, ¿quiénes son entonces los eruditos? ¿O es que acaso es más sencillo ser erudito que sabio? Sin duda que sí. Para ser erudito basta con una memoria despierta y acaso con un ordenado método de clasificación y disciplina lectora; en tanto que para ser sabio se necesita, además de poseer una gran cantidad de conocimientos, saber usarlos con cierta prudencia; una interconexión entre todo el saber adquirido y la aplicación de la inteligencia en la experiencia propia, obteniendo conclusiones que dan un mayor entendimiento, a la vez que capacitan para reflexionar sobre lo bueno y lo malo.
Chesterton, era un sabio (¿qué duda cabe?). Tenía también del erudito una obsesión por los libros ajenos y la paráfrasis sobre las ideas y los argumentos, cuya variación amplía los horizontes del pensamiento. Pero, conjuntamente Chesterton era un artista, un enorme poeta que ha dejado preciosos versos y magnificas pinturas; además de legarnos al célebre Padre Brown, que ha quedado como uno de los personajes inmortales de la literatura de todos los tiempos.
En el prólogo que don Miguel de Unamuno escribe a la edición española de Sobre el concepto de barbarie (reedición de Espuela de Plata, Sevilla, 2012) lo que más le atrae de la figura de Chesterton es lo que tiene que ver consigo mismo, y no vacila en calificarlo como un "hombre de pelea, un humorista y un poeta".
"Y téngase en cuenta esto: que es tan mundial que ha llegado a nuestra España -aclara don Miguel-. Y que al llamarle humorístico y paradojista, tengo presente que lejos de menguar o embotar su importancia me propongo acrecentarla. Un humorista es lo más serio que puede darse, tomando la seriedad en su más noble y profundo sentido. Es más aún; la seriedad de un humorista suele ser una seriedad trágica, así como la de un abogado, un ingeniero o un feldmariscal (sic) es una seriedad cómica, aunque el abogado arruine mil familias, el ingeniero provoque el reventamiento de un pantano con consiguiente inundación de un pueblo y el feldmariscal, por seguir los preceptos de eso que llaman estrategia, arrase veinte ciudades…"
De este lado del Océano, ha sido sin duda Jorge Luis Borges el escritor de lengua española más interesado en Gilbert Keith Chesterton. Esa influencia, creo, se puede observar claramente en el estilo de Borges y en algunos de los temas desarrollados en sus relatos, comunes a ambos. Si bien es cierto que el tema religioso, por ejemplo, tuvo puntos de vista y tratamientos muy distintos en cada escritor, es innegable que la fascinación por la literatura policial o el deseo de lograr un estilo artístico de escritura les une a los dos.
Recuerdo que ante mí, Borges reflexionó varias veces acerca de la figura y la obra del poeta inglés, pero fue en un breve ensayo titulado "Sobre Chesterton", escrito en los años cuarenta, donde mejor y más ampliamente abordó el tema. En ese texto podemos leer algunas opiniones muy originales sobre Chesterton.
Borges empieza poniendo en contraste las ficciones detectivescas de Edgar Allan Poe con las de Chesterton, y desliza: "Cada una de las piezas de la Saga del Padre Brown presenta un misterio, propone explicaciones de tipo demoníaco o mágico y las reemplaza, al fin, con otras que son de este mundo". Una observación, me parece, muy acertada, ya que los crímenes que suceden en los cuentos del Padre Brown presentan a veces historias llenas de magia y de fantasías imposibles, pero el buen sacerdote se encarga de dar una explicación racional a aquello que se nos mostraba como imposible o irracional.
Como ya quedó señalado, Unamuno ve principalmente a Chesterton como un paradojista y un poeta. "Y es sobre todo un hombre que escribe más bien que un escritor. Con lo cual creo haber dicho que es un hombre de pelea"… En lo que refiere al catolicismo de Chesterton, curiosamente se asombra Unamuno: "Este hombre de las paradojas y antítesis, que es católico, ha escrito un libro titulado Ortodoxia, que es una apología de su credo religioso católico. ¿Sorprende esto? Pues el más formidable acaso de los paradojistas fue San Agustín, el Africano. ¿Y el Evangelio, no es acaso todo él un tejido de metáforas, parábolas y antítesis? Lo que no hay es un solo silogismo. ¡Claro está! Como que los evangelistas no fueron ni abogados ni teólogos (aunque ambas cosas son una misma)
Borges también acertó en señalar un hecho indiscutible, que Chesterton es a menudo juzgado por el credo religioso al que se convirtió. Y analiza: "Los católicos exaltan a Chesterton, los librepensadores lo niegan. Como todo escritor que profesa un credo, Chesterton es juzgado por él, es reprobado o aclamado por él…". Cierto, incluso en estos tiempos hay mucha gente que le juzga como católico empedernido, olvidando que no siempre lo fue y que en muchas circunstancias demostró una comprensión y una amplitud de miras ausente en otros escritores.
Más adelante, Borges comenta el hecho de que el poeta inglés "se hubiera resistido a ser clasificado como un creador de pesadillas", aunque para él lo fue. Y prosigue con tono polémico: "Pregunta si un hombre tiene tres ojos, o un pájaro tres alas; habla, contra los panteístas, de un muerto que descubre en el paraíso que los espíritus de los coros angélicos tienen sin fin su misma cara; habla de una cárcel de espejos; habla de un laberinto sin centro; habla de un hombre devorado por autómatas de metal; habla de un árbol que devora a los pájaros y que en lugar de hojas da plumas...". Esta presencia de lo siniestro, de lo terrible, de lo monstruoso, está en Chesterton, y Borges estuvo muy atinado al saber destacarla como uno de los rasgos distintivos del genial inglés.
En numerosas ocasiones, Borges reconoció la influencia de Chesterton, incluso dentro de sus ficciones. El célebre relato "Tema del traidor y del héroe", publicado en la revista Sur, hacia 1944, empieza con esta frase: "Bajo el notorio influjo de Chesterton (discurridor y exornador de elegantes misterios)…, he imaginado este argumento". Y también en los relatos contenidos en el libro Seis problemas para don Isidro Parodi, escrito conjuntamente, a dos manos, con Adolfo Bioy Casares, se siente la sombra del autor británico, tanto en el estilo de la narrativa como en los argumentos de las historias. Huelga decir que esas influencias no restan ni un ápice de originalidad a la narrativa del imaginativo poeta argentino.
En definitiva, como Borges señaló, Chesterton bien pudo haber sido un escritor como Edgar Poe o como Franz Kafka, pero prefirió ser Chesterton y debemos agradecérselo. "Pudo ser un autor cuya obra estuviera repleta de mundos obsesivos, atroces, perversos o desoladores -conjetura-, pero algo, una especie de esperanza o de fe en lo humano y en lo divino, algo extraño, maravilloso y conciliador brilló siempre en su pensamiento y en su prosa, y ese algo lo distingue de ambos autores, tan atormentados por sus fantasmas."
No dudo en afirmar que Borges supo desentrañar perfectamente la personalidad y la obra de Chesterton, acaso mejor que ningún otro crítico, de forma que podemos leer sus cuentos (historias que él juzgó inmortales, incluso aunque muriese el género policial) bajo el acertado prisma de su genio. Me parece, por consiguiente, que bien vale la pena que leamos las obras de los dos escritores; sin prescindir, por supuesto, del no menos genial que polémico Unamuno. Estoy seguro de que en ningún caso nos dejarán indiferentes, porque son genuinos maestros de la narrativa del siglo XX. La perspectiva de Unamuno, tanto como la de Borges, despeja y da claridad a la obra de Chesterton.
Cierro este comentario con una confesión que me hizo Borges durante las dilatadas mañanas que colaboré con él entre los años 1974 a 1985.
-Mi admiración por Chesterton la heredé de mi padre -comentó feliz de evocar al escritor británico-. Él también fue su devoto lector.
-¡Qué pena que no llegó a conocerlo! -lamenté-; en la época que Chesterton caminaba por la ciudad de Londres ustedes estuvieron por allí!
-Bueno, le comento algo -me respondió Borges con la cara iluminada-. Yo lo conocí, lo vi de cerca, solo que no me animé a hablarle. Fue una mañana en el pub donde Chesterton tomaba hacia el mediodía su cerveza. Él llegó, se sentó a la mesa habitual. Yo estaba a pocos metros, pero mi timidez me impidió hablarle. ¡Quién era yo para dirigirle la palabra al gran Chesterton!