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martedì 28 luglio 2009

Dal dott. Carlo Bellieni - 8

New York TimesScience Is in the Details

Obama chiama a capo dell'Istituto Superiore di Sanità Francis Collins, cristiano, che non trova nessuna contraddizione tra fede e scienza; e lo dice chiaramente. E il NYT fa commentare il fatto a Sam Harris, autore del libro "La fine della fede". Ne viene fuori cheparadossalmente tutte le critiche di Harris rafforzano la figura di Collins. Leggere l'articolo è un interessante esercizio.

Times OnlinePresident Sarkozy’s move to ‘abolish Sunday’ sparks hostility

Col motto "lavorare di più per guadagnare di più", Sarkozy vuole togliere le restrizioni all'apertura domenicale dei negozi. E fortunatamente ha trovato opposizioni non solo da parte della Chiesa, ma anche dei sindacati. Già, perché se il dio è il guadagno tutto è permesso, anche perdere i tradizionali momenti di ritrovo finesettimanali, o magari lasciar guadagnare solo chi può permetersi di lavorare ininterrottamente, a discapito dei piccoli esercizi. Ma il laicismo è così miope?

Census 2010 TopicsAn Aging World: 2008

E uscito in questi giorni il documento della commissione USA sull'invecchiamento globale. In Italia il 15% delle donne sopra i 65 anni non ha figli: chi le curerà? E' la prima volta al mondo che sta per avvenire che le persone sopra i 65 anni sono più di quelle sotto i 5. E se questo vale su scala mondiale, figuriamoci in Europa, dove figli non se ne fanno più. Già, perché mentre si discetta di fecondazione in vitro, la paura fobica di avere un ficlio (paura del cambiamento, paura della responsabilità) è diffusa e cronica. Si fa la fecondazione in vitro, ammettiamolo, perché spesso si aspetta troppoa fare un figlio e questo a una certa età non viene più; e si aspetta troppo per paura e per incomprensione che il figlio non toglie una vita felice, come invece tanti media insegnano. E non è vero che non si fanno più figli per via della povertà, altrimenti i ricchi ne avrebbero 50 a testa e i poveri zero,mentre è proprio il contrario.

mercoledì 3 giugno 2009

A Lugo burocrazia e laicismo al potere: niente croci al cimitero!

Da Avvenire - Un ottimo esempio di provvedimento di sapore cinosovietico in Italia

Via i simboli religiosi dalle lapidi. È questo l’incredibile contenuto del documento uscito dalla giunta del Comune di Lugo, paese romagnolo in provincia di Ravenna, a proposito degli 'arredi' delle tombe nella parte nuova del cimitero. Salvo rettifiche, imbastite un modo po’ confuso dal sindaco del centrosinistra Raffaele Cortesi per precisare che, in realtà, ciò che sta scritto nero su bianco nel testo comunale in realtà non si deve intendere al la lettera.

I fatti. All’inizio di maggio la Giunta approva l’allegato tecnico alla sua delibera numero 102: «Precisazioni operative per la realizzazione delle finiture dei manufatti funerari nel campo di inumazione»; un testo di poche pagine dove si descrive per filo e per segno come devono essere fatte le lapidi della parte nuova del Cimitero, nonché l’arredo dell’area che ospita le inumazioni. Una carrellata di indicazioni minuziosissime sulla grandezza dei caratteri da utilizzare per le scritte (persino il formato tipografico delle lettere, «Arial» o «Futura», da giustificare a destra sopra le date di nascita e di morte), il colore della cornice della foto («rigorosamente in metallo cromato non lucido e di dimensioni massime pari al formato A6») e la posizione da destinare al vaso per i fiori. Il tutto sottoposto ad un’unica, sconvolgente, indicazione generale: «Sulla lapide saranno ammessi solamente i seguenti elementi: dati anagrafici e fotografia». Un avverbio, «solamente » , dal significato chiaro: via qualunque altra cosa. Simboli ed altri elementi religiosi compresi.

Divieto per esclusione. Intenzione reiterata poche righe sotto: «Le scritte ammesse sulla lapide sono 2: nome e cognome; data di nascita e di morte». Il tutto condito con altri scivoloni in qua e in là nel testo, dove si precisa che «per l’intero campo di inumazione non è previsto alcun sistema di illuminazione votiva » e che «l’intera area destinata a sepolture non prevede l’impiego o il posizionamento di altri manufatti di qual si voglia foggia o utilizzo». Una frase, quest’ultima, che presenta poche ambiguità in una regione come l’Emilia Romagna dove il regolamento di Polizia mortuaria, approvato nel 2004, non prevede l’erezione di cappelle nei cimiteri, scaricando spese e responsabilità ai Comuni. Caso probabilmente unico a livello nazionale.

La notizia viene ripresa dai media e mette sotto sopra l’opinione pubblica. Supportata dal caso di una signora lughese rivoltasi ad un avvocato dell’Adiconsum cittadino dopo la risposta arrivata dagli addetti agli uffici del Comune: «Dicono che la scelta di evitare segni sia stata presa per non urtare le diverse sensibilità religiose». Dopo la frittata arriva tuttavia la precisazione del sindaco: non era intenzione della Giunta vietare simboli religiosi. In realtà l’allegato tecnico non sarebbe vincolante, avrebbe assicurato il sindaco direttamente al vescovo di Imola, Tommaso Ghirelli. La vicenda ha tuttavia lasciato l’amaro in bocca a tanti perché rispecchia per lo meno, volendo credere alla buona fede degli attori, un modo burocratico e tecnicistico di intendere le aree di sepoltura; con attenzione nulla alla tutela del sentimento religioso del popolo.

Per Paolo Cavana, docente di Diritto ecclesiastico alla Lumsa di Roma, «il testo fa cogliere una precisa volontà di escludere i simboli religiosi, spingendosi più in là della Francia, notoriamente uno dei Paesi più laicisti d’Europa, dove i rimandi alla religione sono banditi dai luoghi pubblici fatta esclusione proprio per i camposanti. Se si pensa che i cittadini italiani di religione ebraica, secondo l’Intesa con lo Stato, hanno diritto a spazi propri nei Cimiteri, nel rispetto delle proprie modalità di sepoltura, si capisce come si rischi in Italia di discriminare sempre più solo i cattolici, che nel Paese sono la maggioranza ».

Michela Conficcone

mercoledì 27 maggio 2009

Rassegna stampa del 27 Maggio 2009

27 Maggio 2009 - Avvenire
Liberi Per Vivere
SI PARLA DI NOI :: Contrastare il diritto a morire 67 KB

27 Maggio 2009 - Avvenire
SI PARLA DI NOI :: Raccogliamo l'allarme 57 KB

27 Maggio 2009 - SecoloXIX
SI PARLA DI NOI :: La Chiesa vede la crisi 63 KB

27 Maggio 2009 - Avvenire
Crociata: siamo pastori non soggetto politico 131 KB

27 Maggio 2009 - Stampa
ISTAT. In difficoltà una famiglia su cinque 142 KB

27 Maggio 2009 - Libero
ISTAT. I senza lavoro, di mezza età e paasri di famiglia 208 KB

27 Maggio 2009 - CorrieredellaSera
Fecondazione Artificiale
I centri senza regole 388 KB

27 Maggio 2009 - CorrieredellaSera
Omosessuali
California. Ancora no alle nozze gay 140 KB

27 Maggio 2009 - ItaliaOggi
Celli presidente del Ctv 59 KB

giovedì 21 maggio 2009

Uomini e tristezza - 7 - Per ribattere alle tristezze di Gianfranco Fini

LAICITA’/ La legge “vuota” del presidente Fini, ovvero il fascino del niente

Costantino Esposito - da Il Sussidiario

giovedì 21 maggio 2009

L’ideale di una legge che non sia orientata o ispirata da niente è sempre stato il grande sogno del pensiero moderno. Un’universalità puramente formale senza dipendenza da alcun contenuto o da alcuna esperienza di identità storica, culturale o religiosa.
Secondo questa utopia è la legge a fondare la libertà, è il diritto a creare la persona e non viceversa. Una sorta di potere, quello della legge, che non esprime né dà più voce all’esperienza umana, alle identità, al senso comune, ma ha la pretesa di forgiare l’umanità e di costruirla essa stessa.
Storicamente l’ispirazione religiosa e teologica è stata la componente essenziale per la nascita del cosiddetto diritto naturale, ma questo diritto è poi arrivato a mettere tra parentesi se non addirittura a rinnegare la sua ispirazione ribaltando il rapporto tra l’immagine dell’uomo, posta come base di partenza ed ereditata dall’esperienza cristiana, e la norma chiamata a tutelarla e a promuoverla. In altri termini: per il diritto naturale non c’è più un’esperienza concreta dell’umano da cui partire, ma solo un’immagine generale, da costruire appunto attraverso la legge.
Il punto problematico allora non è se la religione possa o non possa interferire con la legislazione o se il legislatore debba o non debba pronunciarsi sulle “cose di religione”; la vera questione è piuttosto quale sia la ratio della legge, cioè, ad un tempo, il suo orientamento, il suo fondamento e la sua misura.
Quella che sembra imporsi sempre più nell’attuale dibattito è una sorta di “ragione grigia”, come una matrice neutra di tutti i diritti il cui unico criterio è la separazione da ogni appartenenza.
Oggi abbiamo innanzi a noi due alternative estreme rispetto al problema: o la legge, e più in generale la norma giuridica, è intesa come la via per realizzare la fede religiosa, ed è il caso del fondamentalismo, oppure ci si trova di fronte alla pretesa di una totale “privatizzazione” in senso giuridico dell’esperienza religiosa stessa, la sua esclusione dagli orientamenti della giurisprudenza.
Ma in entrambi i casi la legge viene caricata di un potere che non è suo proprio, quello cioè di creare l’identità o il diritto che essa regolamenta e tutela, e di sancire l’esclusione di ciò che non è normato.
Tuttavia, come ha scritto ultimamente Jürgen Habermas a proposito della società “post-secolare” (cfr. Tra scienza e fede, Laterza, Roma-Bari 2006), il grande progetto illuminista per cui il potere universale della ragione avrebbe semplicemente reso superflue le tradizioni religiose, relegandole ad un residuo sub-culturale del passato, ha trovato più di una smentita, e non solo o non tanto per il persistere di residui fondamentalisti, ma, molto di più, per la presenza creativa di cittadini religiosi che possono contribuire come una risorsa di senso alla vita sociale e pubblica.
Il che non è né un uso politico della religione né un uso religioso della politica, ma, come la chiama sempre Habermas, una sfida “cognitiva”, un’auto-comprensione chiesta ai “cittadini laici” perché pongano nuovamente il problema di ciò che legittima la loro pretesa di universalità; ma anche una sfida rivolta ai “cittadini religiosi” perché comprendano la rilevanza pubblica (e io aggiungerei: pienamente “laica”) delle loro ragioni nate dalla fede.
Infatti il grande problema di fondo resta sempre quello: può la generalità o l’universalità della legge essere pagata al prezzo di neutralizzare le esperienze storiche particolari; e soprattutto, all’inverso, può un’esperienza storica portare con sé un valore universale?
Solo emergendo nella concretezza di tradizioni e identità storiche l’universale ha dato effettivamente prova di sé, mentre staccato da esse si è ridotto ad essere una generalità astratta. Questa è la sfida che va accettata e anzi riaperta ancora oggi: che l’universale possa essere riscoperto in tutta la sua concretezza, qualcosa che è di tutti non perché non è di nessuno, ma proprio perché è di qualcuno. A patto, s’intende, che questo “qualcuno” riesca a mostrare che si tratta di un’esperienza per tutti, cioè effettivamente secondo ragione.


sabato 18 aprile 2009

Il laicismo, nuova religione del Belgio, viene rintuzzato dal Papa.

La Segreteria di Stato ha replicato ieri con una nota alla protesta ufficiale presentata dal governo belga in seguito a una mozione votata dalla Camera dei rappresentanti di Bruxelles, che aveva definito “inaccettabili” le frasi del Pontefice sul preservativo e la lotta all’Aids. Le critiche del Belgio sono state rispedita al mittente. La Segreteria di Stato ricorda che il Pontefice «ha dichiarato che la soluzione è da ricercare in due direzioni: da una parte nell’umanizzazione della sessualità e, dall’altra, in una autentica amicizia e disponibilità nei confronti delle persone sofferenti, sottolineando anche l’impegno della Chiesa in ambedue gli ambiti. Senza tale dimensione morale ed educativa la battaglia contro l’Aids non sarà vinta».

venerdì 3 aprile 2009

Rassegna stampa del 03 Aprile 2009

03 Aprile 2009 - Libertà
Liberi Per Vivere
SI PARLA DI NOI :: Sottoscriviamo il manifesto 113 KB

03 Aprile 2009 - Cronaca
Liberi Per Vivere
SI PARLA DI NOI :: Il Forum di Piacenza 105 KB

03 Aprile 2009 - Tempo
Liberi Per Vivere
SI PARLA DI NOI :: Chi lotta per vivere sa che nulla è più caro 86 KB

03 Aprile 2009 - Foglio
Liberi Per Vivere
SI PARLA DI NOI :: Andrea's version 41 KB

05 Aprile 2009 - FamigliaCristiana
SI PARLA DI NOI :: Discuto e non urlo 458 KB

03 Aprile 2009 - EcoBergamo
Matrimonio
SI PARLA DI NOI :: Si rompe ma non può essere nullo 385 KB

03 Aprile 2009 - Avvenire
Fecondazione Artificiale
SI PARLA DI NOI :: La legge 40 è salda 234 KB

03 Aprile 2009 - Liberazione
Fecondazione Artificiale
SI PARLA DI NOI :: Cei: far finta che nulla cambi 81 KB

03 Aprile 2009 - Giornale
Fecondazione Artificiale
Sulla legge ora è tutti contro tutti 213 KB

03 Aprile 2009 - Unita
Fecondazione Artificiale
Ora si potranno congelare gli embrioni 91 KB

03 Aprile 2009 - Sole24ore
Fecondazione Artificiale
La correzione solo a fine mese 103 KB

03 Aprile 2009 - Sole24ore
Fecondazione Artificiale
Fini: più giustizia per le donne 124 KB

03 Aprile 2009 - Liberazione
Fecondazione Artificiale
Flamigni: demolito l'impianto della legge 106 KB

03 Aprile 2009 - Repubblica
Fecondazione Artificiale
Buttiglione: basta fughe in avanti 155 KB

03 Aprile 2009 - Messaggero
Fecondazione Artificiale
Mirabelli: la discrezionalità delle Camere è invalicabile 101 KB

03 Aprile 2009 - Foglio
Fecondazione Artificiale
La Consulta crea lo Stato etico 109 KB

giovedì 26 febbraio 2009

Eluana Englaro - Da sinistra un invito: "Beppino, si fermi".

Ritanna Armeni sul "Riformista" non condivide

la scelta politico-ideologica di Englaro

DA SINISTRA UN INVITO
``BEPPINO, SI FERMI``

Un amico saggio e sincero ci aveva suggerito di lasciar perdere Beppino Englaro e le sue giravolte. Dobbiamo dire che aveva ragione, perciò non diciamo quello che pensiamo di lui che è diventato la Madonna pellegrina dei radicali e della variegata compagnia di giro che si affanna nel partito del “diritto di morire”. Però almeno ci sia consentito di fare nostre le parole che Ritanna Armeni, notista della sinistra extraparlamentare, gli ha dedicato sul “Riformista”.

Scrive l’editorialista: “… ci parla della sua ammirazione per Loris Fortuna e per il Psi di Bettino Craxi. Della sua nostalgia per le grandi battaglie laiche. Interviene con la sua voce nella piazza… in cui si cerca di organizzare una battaglia contro la terribile legge sul testamento biologico e dice di non essere contrario a un eventuale referendum che punti alla sua abrogazione. Va in una seguitissima trasmissione televisiva e afferma che contro quelle norme occorre scendere in piazza. Tutto legittimo, per carità. Ma a mio parere inopportuno e sbagliato”. E infine: “…credo che lei debba sottrarsi a una foto di gruppo. In quella foto, per fortuna, possono essere ritratti in molti. In molti intendono proseguire una battaglia iniziata. Ma lei, se posso darle un consiglio, la eviti”.

Che dire? Se pure da sinistra, e quale sinistra, gli si chiede di fare un passo indietro, vorrà dire che qualcosa di stonato ci sarà nell’eccesso di protagonismo politico-ideologico di Beppino Englaro. Riuscirà finalmente a consegnarsi ad un saggio, ponderato, umano silenzio? Staremo, pazientemente, a vedere.

venerdì 3 ottobre 2008

QUÉBEC, LAICISMO E FEDE/1 - interessante servizio di Marina Corradi

da L'Avvenire di ieri, articolo della brava Marina Corradi e sua intervista a John Zucchi.

Viaggio in una terra che fino a 50 anni fa era considerata la più cattolica del Nord America - Una società malata di relativismo

Il nunzio Ventura: si va a costruire una religione laica, il cui dogma è che nessuno ha il monopolio della verità. Un parroco: si ricomincia da una testimonianza

DAL NOSTRO INVIATO A MONTREAL

MARINA CORRADI

Chi passi distrattamente per rue Saint Laurent, a Petite I­talie, nel quartiere italiano, nota un condominio di lusso dalla struttura imponente. Solo alzando gli occhi riconosce, dalle due torri geometriche accanto alla facciata anteriore, che cos’era originaria­mente quel palazzo. Saint Jean de la Croix, vecchia grande chiesa inuti­lizzata in una città dove la frequen­za domenicale alla Messa è del 5%, è stata venduta: rimosse le campa­ne, le navate trasformate in bilocali a migliaia di dollari il metro quadro. Non è la sola, Saint Jean, ad avere su­bito questa sorte, in una città che vantava 300 fra chiese e monasteri, in un Québec considerato fino a cin­quant’anni fa il più cattolico paese del Nord America. Ora le chiese so­no vuote, i giovani convivono senza sposarsi, e raramente battezzano i pochi figli che nascono (la natalità è sotto gli 1,6 figli per donna, meno che in Italia). Nemmeno per il fune­rale si torna in parrocchia : molti or­mai, spiega don Pierangelo Pater­nieri, parroco di Notre Dame de Pompei, preferiscono le «Funeral house». E ci conduce a visitarne u­na. Da fuori, sembra un Mc Donald’s, o un supermercato. Dentro, un im­piegato sorveglia sei camere mor­tuarie in velluto e moquette, com­plete di sala per banchetti e stanza giochi per i bambini. E’ tutto molto bene organizzato, per una tariffa da 20 mila dollari a defunto ('facciamo 50 decessi al mese', spiega con piglio manageriale l’addetto). Però, qui al massimo il morto può avere una ve­loce benedizione, ammesso che sia cristiano. Non un funerale con la messa - si usa sempre meno.

In questo contesto da frontiera post cristiana, l’ultima novità è l’Erc ( Cor­so di etica e cultura religiosa), una legge del Governo provinciale che bandisce, da quest’anno, l’insegna­mento confessionale dalle scuole pubbliche, e costringe anche quelle private a impartire, accanto alla pro­pria dottrina, la nuova dottrina di Stato agli alunni.

Il programma: bre­vi nozioni sulle principali confessio­ni, liceità morale dell’ aborto, figure esemplari del ’900 (fra cui lo stesso promotore della legge sull’aborto in Quebec). I docenti, è prescritto dal­la legge, devono essere rigorosa­mente 'neutrali'.

Insomma un mix di relativismo e politically correct al posto della memoria cristiana nelle scuole, benché l’80 per cento dei pur poco praticanti canadesi continuas­sero a chiedere questo insegnamen­to per i loro figli.

Il primo corso di Etica di Stato di un Paese occidentale , peraltro, è pas­sato via liscio. Solo una antica scuo­la cattolica di Montreal, la Loyola Hi­gh School, ha sporto ricorso per in­costituzionalità alla Corte Superiore; solo il primate del Canada cardina­le Marc Ouellet ha protestato dura­mente contro quella che ha chia­mato 'dittatura del relativismo ap­plicata' (ne riferiremo nella prossi­ma puntata, con un’intervista a Ouellet). Una marcia di protesta dei cattolici è in programma per il 18 ot­tobre, ma non sembra di poter spe­rare in una partecipazione oceani­ca. 'Questa legge - dice monsignor Luigi Ventura, bresciano, nunzio a- postolico in Canada - pare contrad­dire le norme costituzionali, e forse anche la Carta dei diritti dell’uomo, per quanto riguarda la libertà dei ge­nitori a educare. In realtà, si va a co­struire una religione laica. Lo Stato si erge a ente di educazione morale, a maestro di una dottrina il cui dog­ma è: nessuno ha il monopolio del­la verità».
Compri i giornali, e ti aspetti alme­no un dibattito aperto alla doman­da delle famiglie, su questa riforma. Ben poco invece, e quasi solo un mo­nologo favorevole.
L’educazione re­ligiosa pare in Québec cosa del pas­sato, una memoria amara cui si ri­nuncia senza rammarico.
Il nunzio: «Non c’è reazione popolare perché c’è una sorta rassegnazione a un mo­nopolio dell’informazione e degli in­tellettuali, che spesso tacitamente i­gnorano ciò che non rientra nei lo­ro canoni. Viviamo nell’onda di un laicismo radicale, che addossa alla Chiesa ogni responsabilità di ciò che non va, e la addita come ’il nemico’ del progresso e della laicità. Un ran­core che è più negli intellettuali che nella popolazione, in fondo alla qua­le tuttavia, io credo, una domanda religiosa rimane».

Ma, come si vive in questo paese di chiese vendute, dove ai bambini si insegna, obbligatoriamente, la cor­retta etica di Stato? Don Luca Bran­colini, sacerdote della Fraternità San Carlo e parroco della Madonna del­la Difesa a Petite Italie, parla di una «riduzione della domanda di senso». «Perché non è che i ragazzi non portino ancora dentro di sé il desiderio grande, cui risponde il cristiane­simo. Ce l’hanno, questa domanda, ma siccome gior­nali, tv e tutti at­torno implici­tamente ripe­tono che è un desiderio im­possibile, ci si acconten­ta.
Si vive di modeste sod­disfazioni, si sta insieme finchè ci si riesce, non si ri­schia un figlio». La Gazet­te de Montreal riporta i da­ti sulla tenuta delle fami­glie: a 18 anni, un ragazzo su 4 non frequenta più il pa­dre, separato. Incontri per le strade un numero di clo­chard che non ti aspetti, spes­so abbastanza giovani. Sono i dropout, gli 'espulsi' dei ma­trimoni falliti. Il tasso dei suici­di giovanili è fra i più alti del Nord America. Un Paese relativamente benestante, dove un lavoro si trova, esprime in queste statistiche un o­scuro disagio. Ma il nichilismo di Montreal man­tiene all’apparenza un’impronta lie­ve. Al venerdì sera alle cinque folle di impiegati si riversano nei bar del­l’happy hour, l’aperitivo prima del week end, con l’aria di chi dice: ora si vive, finalmente. I vecchi, invece, li incontri quasi sempre soli, con un cane al guinzaglio. Bambini, davve­ro pochi. Trovi, nei negozi del Vieux Port, un giochino curioso: un disco di carta con una freccia con la scelta fra trenta religioni possibili, dall’indui­smo al voodoo . Si gira la freccia e si sceglie la religione più conveniente. È la roulette del multiculturalismo. La religione cattolica è sconsigliata: «niente anticoncezionali, niente di­vorzio e regole severe».
In rue Saint Catherine, in pieno cen­tro, ti colpisce una chiesa metodista. Accanto alla porta, stampato in gran­di caratteri, l’elenco dei servizi: «Bat­tesimi, funerali, matrimoni, concer­ti». Quasi un menu à la carte. Il vo­lantino col numero di telefono pro­mette anche: «unioni civili». Pare d’essere davanti a un centro commerciale in cerca di clienti. La chiesa, peraltro, è vuota. Sul volo Air France un anziano ingegnere di Mon­treal quando gli dici che sei una giornali­sta cattolica reagisce come punto da una vespa: «Ero pratican­te da ragazzo, ma a vent’anni non ne ho potuto più di tanti precetti, e divieti, e moralismi…».
Catholic Times, un mensile della dio­cesi di Montreal, annuncia la chiu­sura di una parrocchia vecchia di cento anni, per mancanza di par­rocchiani. Ti echeggia in testa, per le vie di Montréal, la domanda de 'I co­ri della rocca' di Eliot ('E’ la Chiesa che ha abbandonato l’umanità, o l’u­manità che ha abbandonato la Chie­sa?'). Qualcosa qui si è rotto, come se una fede troppo formale, abitudi­naria, fosse implosa.
Da dove si ri­comincia, ora? Don Brancolini è perentorio: «Si ri­comincia da uno. O da due, o da tre. Da una testimonianza. Qui da noi in pochi anni la frequenza alla messa è raddoppiata, la domenica la chiesa è piena. E cinquanta ragazzi gravi­tano sulla parrocchia. A un battesi­mo ho chiesto ai genitori: quanto vorreste che vivesse il vostro bambi­no? Silenzio, sguardi stupiti. Poi un padre, timidamente: vorrei che vi­vesse per sempre». La domanda, fra le chiese vendute al metro quadro, permane.
La misura è figlia di una mutazione nel segno della secolarizzazione. Solo un istituto cattolico ha fatto ricorso per incostituzionalità. Chiese vuote, rari battesimi. «Funeral house» al posto delle messe in parrocchia.

INTERVISTA

John Zucchi: non c’è soltanto l’offensiva dell’anticlericalismo alla radice di questa mutazione antropologica

«La rivoluzione silenziosa e la ’resa’ dei cattolici»

DAL NOSTRO INVIATO A MONTREAL

E da quest’anno, a scuola, l’Etica di Stato. Per i cattolici uno schiaffo, ma forse anche una sfida.

Marina Corradi

Era un Paese profondamente cattolico. Ogni villaggio, ogni fiume del Québec rurale porta il nome di un santo. Negli anni Venti, dicono le statistiche, addirittura una donna maggiorenne su 11 era suora. Da qui alla frequenza alla messa del 5%, cosa è successo in Québec?

John Zucchi, docente di Sto­ria alla Mc Gill University e traduttore in Canada dei li­bri di don Giussani, spiega: «Prima della guerra, tutto in Québec era in mano alla Chiesa: ospedali, sindacato, scuola, tanto che solo nel ’64 è nato il ministero dell’I­struzione. Tra il 1935 e il 1959 i governi del conserva­tore Maurice Duplessis ave- vano stretto con la Chiesa cattolica un’al­leanza forte, ma anche strumentale. Poi, ne­gli anni Sessanta scoppia quella che noi chia­miamo la 'rivoluzione tranquilla'. L’influs­so della cultura marxista e l’esplosione del­lo statalismo incrociano l’impatto del Con­cilio Vaticano II. Numerosi sacerdoti ab­bandonano la veste. La Chiesa pare ritirarsi su sé stessa. Prende piede, nella generazio­ne che oggi ha 50 anni, un visibile rancore verso ciò che è cattolico. Nel 1985 all’uni­versità io non potevo permettermi di parla­re positivamente della Chiesa, gli studenti, francofoni e cattolici di origine, non lo tol­leravano. La nostra è la generazione più a­mara ».

Quella che, anagraficamente, ora è al go­verno, e nei media, marcati da un netto an­ticlericalismo…

Sì, anche se occorre dire che non tutta la lai­cizzazione del Québec è opera di una cultu­ra radicale. Le leggi su aborto e divorzio so­no dovute a governi liberali, moderati, a po­litici anche cattolici. Fino a questa legge che bandisce l’insegnamento confessionale dal­le scuole, e che pure viene da un governo moderato. Uno degli estensori del progetto del nuovo Corso di etica, George Leroux, as­sume in fondo la tesi kantiana dello Stato che si appropria della religione, per farne u­na religione di Stato.

In Québec con il forte flusso dell’immigra­zione si affronta anche il problema della convivenza religiosa…

Ci sono state molti processi concernenti la 'accoglienza ragionevole', la conciliazione degli usi degli immigrati con quelli tradizio­nali. Poi il Governo ha commissionato una grande indagine nel Paese, alla ricerca di possibili soluzioni. In realtà però i nuovi ar­rivati in genere non mostrano alcun fastidio per le croci sugli edifici. Il multiculturalismo è usato come alibi da una cultura laicista che vuole semplicemente ridurre la fede reli­giosa a uno spazio privato.

L’aggressività del laicismo, soprattutto fra gli intellettuali e nei giornali, basta a spiegare il crollo della pratica cattolica in Québec?

Da un lato, nell’onda della 'rivoluzione tran­quilla' e poi del ’68 la Chiesa qui si è senti­ta messa ai margini, irrilevante. E forse si è andata anche dimenticando del fonda­mento, della sua prima radice. Oggi, gli a­dulti sono ancora spesso ostili. I ventenni, in­vece, del cristianesimo non sanno quasi niente, e sono più disposti ad ascoltare. A volte però il rischio è il pietismo, un cristia­nesimo privato che rinunci a incidere sulla realtà.