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giovedì 16 aprile 2020

Una pagina croata su di noi, Dreher e l’Opzione Benedetto - Benediktova opcija: I Dreher i Sermarini idu u Leteću školu! | Gilbert.hr

https://gilbert.hr/benediktova-opcija-i-dreher-i-sermarini-idu-u-letecu-skolu/?fbclid=IwAR0nHOAAE_sEk6yILWb6uMwMthfB-4SKcRHs9feVTDOPa8R53Rmjs52Eaa4

Nostra traduzione dal croato:

Dopo Dale Ahlquist, Joseph Pearce e Joe Grabowski, mercoledì 8 aprile si uniscono al nostro volo della Scuola Volante i nostri grandi amici, apprendendo le basi dei pensieri di Chesterton: il fondatore della Comunità dei Tipi Loschi Marco Sermarini e un noto giornalista americano, l'autore del bestseller The Benedict Option, Rod Dreher.

L'occasione per questo incontro amichevole è stata la lezione su Skype di Ivo Dzeba sull'argomento dell'Opzione Benedetto. In poco meno di un'ora il nostro docente ha parlato dell'importanza, dell'unicità e della bellezza di vivere quell'opzione. Sebbene fossimo fisicamente lontani gli uni dagli altri, Ivo ci ha riuniti attraverso la sua eccellente conoscenza della materia e la prestazione rilassata, colmando così la nostra distanza.

Marco e Rod, i corifei dell'Opzione Benedetto nel mondo, si sono uniti a noi in una piacevole conversazione, ognuno da casa sua, dopo la conferenza di Ivo. Oltre a rispondere a domande interessanti per oltre un'ora, comprese alcune circa le preoccupazioni degli "assistenti al volo" (della scuola), i nostri amici hanno condiviso con noi i loro pensieri sul perché l'Opzione Benedetto è importante per il momento storico e culturale in cui viviamo, come normali cristiani laici.

Poiché la cultura in cui viviamo è aggressivamente e apertamente anticristiana, la chiave per mantenere la fiamma della fede non solo viva ma luminosa, è proprio l'impegno per l'Opzione Benedetto. Perché è uno stile di vita che ci ispira a costruire la comunione, a vivere nell'immediatezza senza alcun sostituto artificiale e ad essere creativi nel risolvere i problemi che affrontiamo.

Alla fine, se abbiamo lasciato la classe in una buona atmosfera e portato "qualcosa in più" che vale la pena bruciare, allora il nostro volo è stato un successo. E non avrebbe potuto avere altro che successo, quando Marco alla fine ci ha incoraggiato con la sua breve ma eloquente parola piena di amore - "Grande!" È anche la lezione migliore e più grande nel vivere la nostra fede e vita.

giovedì 9 aprile 2020

Un colloquio internazionale durante il virus - Rod Dreher, Marco Sermarini e la Scuola Volante degli amici croati.

 Questa piccola foto è una pallida testimonianza della bella trovata degli amici croati: da loro non si possono fare scuole libere come abbiamo fatto sventatamente qui in Italia ed a San Benedetto del Tronto in particolare, allora questi chestertoniani fieri si sono inventati la Scuola Volante, Leteća Škola nella bella lingua slava dei nostri dirimpettai adriatici.

Ieri sera sono stato loro ospite assieme al carissimo amico Rod Dreher, l'autore del bellissimo volume "The Benedict Option - A Strategy for Christians in a Post-Christian Nation", edito anche in italiano dalle edizioni San Paolo con la mia non indispensabile prefazione e disponibile presso gli amici di Pump Street (che per la cronaca è viva e vegeta ed aspetta tanti vostri ordini di magliette, libri, cocci, ossi, stracci e tende a pallini - da Pump Street tutto ha un sapore diverso, più gustoso che negli altri negozi online non distributisti).

Ecco, per tornare a bomba, ieri sera abbiamo fatto una chiacchiera sull'Opzione Benedetto, della quale sono ogni giorno più convinto per averla cercata e praticata da decenni. E' stato molto bello perché questi giovani hanno un vero desiderio di scelte radicali e con loro mi sento sempre a casa. Ho risentito Rod sempre pimpante, abbiamo messo in cantiere tante altre belle cose.

Questo giusto per darvene notizia: qui non si dorme, si cerca sempre di costruire e di aiutarsi a costruire un mondo buono. Chesterton è un potentissimo lievito per questo scopo. Ecco. Evviva i miei amici.

Marco Sermarini

lunedì 3 febbraio 2020

Sunday With St. Benedict | The American Conservative | Rod Dreher cita il San Francesco d’Assisi di Chesterton...

Rod è a Roma in questi giorni e ieri è stato a Subiaco, il luogo in cui si rifugiò San Benedetto da Norcia per fuggire dal mondo e da cui nacque il suo tentativo ben riusciti di riunire l'uomo aDio. Lì al Sacro Speco c'è un affresco di San Francesco d'Assisi fatto quando probabilmente egli era ancora in vita (non c'è scritto "Sanctus" e non c'è aureola...).

Tutto ciò ha condotto Rod ad una bella riflessione e il nostro Chesterton c'entra.

https://www.theamericanconservative.com/dreher/sunday-with-st-benedict/

martedì 23 aprile 2019

A Dublino

Marco Sermarini, president of the Italian Chesterton Society will give 2 talks in Dublin this week: 

"The Catholic Hobbiton: Creating a Community of Faith." 
Thursday 7 pm at Newman's University Church, 

and 

"G. K.  Chesterton: a saint?" 
Friday 1 pm at the Central Catholic Library.


venerdì 14 settembre 2018

martedì 22 maggio 2018

La trasmissione su Radio Maria del 19 Maggio 2018 su L’Opzione Benedetto

Qui di seguito la registrazione della trasmissione su Radio Maria condotta da Fabio Trevisan con la partecipazione di Marco Sermarini ed Enrico Tiozzo Bon. La trasmissione andata in onda il 19 maggio 2018 ed a riguardato l'uscita del volume L'opzione Benedetto di Rod Dreher.

http://radiomaria-cdn.thron.com/static/F6XG8D_20180519_2100_GLTUDI.MP3?response-content-disposition=attachment

Opzione Benedetto, il manuale per non morire postcristiani - Il timone

Opzione Benedetto, il manuale per non morire postcristiani - Il timone

Opzione Benedetto, il manuale per non morire postcristiani

di Martino Cervo (fonte: La Verità)

Dio, se c'è, c'entra. Rod Dreher ribalta il motto con cui Cornelio Fabro spiegava l'atteggiamento moderno, l'assunto che confina la dimensione religiosa in un ambito privato, o comunque su un piano che mai tocca quello della vita concreta, degli interessi, del lavoro, degli affetti. Se Dio c'è – e per Dreher, intellettuale americano, scrittore, cattolico convertitosi all'ortodossia, c'è eccome – allora c'entra, determina la radice profonda, il criterio con cui l'uomo si tuffa nell'ambiente e negli aspetti del quotidiano.

Esce in Italia, grazie a San Paolo e alla traduzione di Paolo Zanna, L'opzione Benedetto (352 pagine, 25 euro), un libro che nel 2017 ha infiammato a sorpresa il dibattito culturale americano, tanto che il New Yorker lo ha definito «il più discusso e il più importante libro religioso del decennio».

«Opzione Benedetto» è un metodo, un auspicio quasi, che Dreher ha formulato per anni nei suoi articoli e interventi, poi precipitati in questo stupefacente prontuario strategico per cristiani in un mondo postcristiano. Si tratta di un testo formidabile per originalità e pertinenza sui grandi nodi del rapporto tra fede e cultura, che investe l'invito di Gesù ai suoi, quello di «nel mondo ma non del mondo». È difficile non ascoltare nelle pagine di Dreher l'eco di Charles Péguy: «Per la prima volta, per la prima volta dopo Gesù», scriveva il grande francese, «abbiamo visto sorgere un mondo nuovo, se non una città; una società nuova formarsi, se non una città; la società moderna, il mondo moderno; un mondo, una società costituirsi, o almeno assemblarsi, (nascere e) crescere, dopo Gesù, senza Gesù. E ciò che è più tremendo, amico mio, non bisogna negarlo, è che ci sono riusciti». Lo scrittore americano ha una lettura drammatica della modernità, come fondata su forze radicalmente anticristiane, tali da scardinare la tradizionale alleanza tra Occidente e cristianesimo: «Abbiamo perso su tutti i fronti», dice, «le rapide e inarrestabili correnti del secolarismo hanno sbaragliato le nostre deboli barriere. L'ostile nichilismo laico ha conquistato popolarità nel nostro governo centrale, e la cultura si è rivoltata contro le tradizioni cristiane. Ci diciamo che questi sviluppi sono stati imposti da un'élite liberal, perché troviamo intollerabile la verità. Il popolo americano, attivamente o passivamente, approva».

La società liberale, la nostra democrazia, percepita come neutrale per definizione in quanto concepita al servizio dell'autodeterminazione e della soddisfazione dei desideri degli uomini, non è – secondo l'autore – né inevitabile, né antropologicamente ininfluente rispetto all'esperienza cristiana. Anzi, con la fulminante accelerazione degli ultimi anni, i suoi fondamenti complicano la possibilità stessa di vivere il cristianesimo. «Gesù Cristo ha promesso che le porte dell'inferno non avrebbero prevalso contro la Sua chiesa, ma non ha promesso che l'inferno non avrebbe prevalso contro la Sua chiesa in Occidente. Ciò dipende da noi», scrive.

Dreher descrive con lucidità raramente riscontrabile il percorso dell'Occidente da dopo il Medioevo a oggi, bruciando i secoli in poche tappe: «La perdita della fede riguardo al rapporto integrale tra Dio e il Creato, il crollo dell'unità religiosa e dell'autorità religiosa nella Riforma protestante, l'illuminismo del XVIII secolo, che ha sostituito la religione cristiana con il culto della Ragione, ha privatizzato la vita religiosa e inaugurato l'età della democrazia; la Rivoluzione industriale e la crescita del capitalismo nel XIX e nel XX secolo, la Rivoluzione sessuale (1960-presente)». La concezione cristiana esce maciullata, e il punto di vista americano coglie probabilmente derive non ancora toccate in Europa, o in Italia. Dreher vede la fede ridotta a una forma di «deismo moralistico terapeutico», perfetta fusione tra reminiscenze cristiane e ordine liberale in cui, appunto, Dio magari c'è ma di sicuro non c'entra, se non come pensiero devoto a margine della vita.

Dunque? Dreher, sorpreso nella conversione dalla convenienza umana della fede cristiana, propone una «ritirata strategica» – cioè l'opposto logico della vera ritirata – ispirata a due Benedetto: quello da Norcia (480-547) e il Papa emerito Joseph Ratzinger. Ai cristiani spetta un primo riconoscimento realistico, chiarissimamente espresso dal successore di Karol Wojtyla: la battaglia culturale è persa. Questo però non è motivo di sconforto: Dreher esprime una speranza opalescente, cupa ma luminosa, in cui la tempesta è circostanza provvidenziale, purché ci si rimbocchi le maniche e si costruisca un'arca con cui evitare il peggio. Alla inevitabile constatazione di un mondo costruito su idee e prassi che sterilizzano lo spazio della fede, Dreher propone un'opzione ricalcata sulla Regola benedettina.

Agli antipodi della fuga dal mondo, è una corsa verso il senso del mondo, dell'uomo e della vita, che per lui è il fatto cristiano. Come il patrono d'Europa, assistendo alla distruzione di Roma, rifondò un continente ritirandosi a pregare nelle grotte, così Dreher ritiene che, nel mondo contemporaneo, l'unica strada si concentri nella vita di fede, nell'esperienza personale del rapporto con Dio attraverso la realtà. Qui si annida il paradosso di un libro che si presta a banalizzazioni (mesi fa La Civiltà cattolica con perifrasi gesuitiche l'ha di fatto bollato come eretico): l'opzione Benedetto è una lunga, colta, semplice, ardita custodia domestica, educativa, comunitaria, ecclesiastica, dell'esperienza di fede. Fatta di regole, certo, di cura del corpo, del tempo, della preghiera: e nel mondo attuale questa custodia è impossibile fuori da una comunità laica che la tuteli e la renda possibile. L'autore, che ha visitato l'Italia e raccoglie le testimonianze di monaci benedettini, è convinto che qualunque conseguenza culturale, politica, economica, sociale del cristianesimo non possa essere figlia di un progetto di conquista, ma conseguenza di una esperienza personale di rapporto con Dio, di fede praticata e vissuta nelle circostanze della vita.

Dreher è molto capillare nell'«esigere» dal lettore un cambio di mentalità e un rigore altissimo nel vivere questa «opzione», e ritiene che la sfida contemporanea si giochi su sesso e tecnologia, ovvero i due ambiti in cui la mentalità dominante meno ammette eccezioni al dogma liberale dell'autodeterminazione. L'autore ha pagine che potranno suonare moralistiche, ma la sua proposta affetta con un piglio profetico e dunque attualissimo la consistenza delle nostre libertà immaginate. Siamo – davvero – liberi nell'educazione dei figli, nell'uso del tempo, nelle frequentazioni, nel peso da assegnare alle cose, o altri, in ultima analisi più deludenti di Dio, decidono per noi? Dreher lascia il sospetto che Dio esista, e serva all'uomo per abitare il mondo.

Il Timone nel mese di aprile 2018 ha dedicato all'Opzione Benedetto un Primo piano dove intervengono lo stesso Rod Dreher, monsignor Charles Chaput, vescovo di Philadelpia, Costanza Miriano, padre Serafino Tognetti, Giovanni Lindo Ferretti e Marco Sermarini



Inviato da iPhone

sabato 2 dicembre 2017

La Front Porch Republic ha bisogno di te ~ di Matteo Donadoni - da CampariedeMaistre

Mi piace, c'è molta Benedict Option (reale, non quella di chi non l'ha letto), c'è pure Belloc, pure Chesterton...

Commenti liberi.

Marco Sermarini


http://www.campariedemaistre.com/2017/12/la-front-porch-republic-ha-bisogno-di-te.html

venerdì 14 luglio 2017

L'Opzione Benedetto spiegata dal suo autore, cioè Rod Dreher, attraverso un amico giornalista, Rodolfo Casadei

Merita di essere letta, anche per capire il libro quando lo si leggerà.

http://www.tempi.it/lopzione-benedetto-spiegata-dal-suo-autore-intervista-a-rod-dreher#.WWjz78ZaZgd

giovedì 8 giugno 2017

Rod Dreher e la Benedict Option alla Festa del beato Pier Giorgio Frassati

Il 28 Giugno 2017 a San Benedetto del Tronto alle ore 21.15 presso il bel Centro Educativo La Contea (ecco un'immagine!) interverrà Rod Dreher, giornalista e blogger americano, a presentare il bel libro The Benedict Option. Interverrà anche padre Benedetto Nivakoff, priore dei Monaci di Norcia. I monaci, i tipi loschi e i chestertoniani sono alcuni dei maggiori protagonisti di questo libro che prende le mosse da un'intuizione di Rod partita dalla lettura del libro Dopo la virtù di Alasdair Macintyre.

Il Distributismo è molto attinente alla Benedict Option, la Scuola Chesterton anche, il modo in cui i monaci di Norcia vivono, pregano e lavorano altrettanto.

Venite, merita.

mercoledì 19 aprile 2017

Do We Need The Benedict Option? Yes, Says Bishop | The American Conservative

Una ripresa della Benedict Option, cari amici.
Ci piace quest'idea perché è così chestertoniana.
Rod Dreher è l'autore di questo libro che parla anche degli amici di San Benedetto del Tronto (quelli della Scuola Libera Chesterton, tra di essi c'è anche il nostro presidente) e dei Monaci di Norcia.
Vi proponiamo questo articolo perché si menziona mons. Robert Barron, un esperto di Chesterton (ha firmato un bel documentario televisivo su di lui ed ha partecipato via Skype alla Chesterton Conference americana del 2016) ed il nostro presidente e si parla di Chesterton.

Rod verrà in Italia nel prossimo Giugno a presentare il suo libro. Questa è un'anteprima dedicata solo ai nostri fedelissimi lettori.


Do We Need The Benedict Option? Yes, Says Bishop

Well, hello. You didn't hear from me on Monday because I was busy gallivanting around New Orleans with J.D. Vance, Ken Bickford, and others. J.D. really, really wanted to eat at Toups Meatery, but it was closed on Monday. We ended up at Lüke, where they didn't have the charcuterie board (either it wasn't on the lunch menu, or they took it off the menu, period, since I was last there), but we did eat the chicken liver and rabbit pate, which was crazy good. I spent the day fighting off the flu, which has all three of my kids down with fever. We had a good turnout for the event at UNO, and a delicious dinner afterward at Ralph's On The Park. J.D. is as nice as you expect that he would be, and New Orleans is … New Orleans. I don't get down there often enough.

On Tuesday, I slept most of the day, fighting what at this point appears to be a losing battle against the flu. Who the heck gets the flu in April?! My kids do, and I'm thisclose to joining them. So, I apologize for the light posting. Let's hope for a better day today.

I did see that the great Bishop Robert Barron of Los Angeles has written an endorsement, of sorts, of The Benedict Option, which he calls "the most talked-about religious book of 2017." He concludes by saying:

So do we need the Benedict Option now? Yes, I would say. But we should also be deft enough in reading the signs of the times, and spiritually nimble enough to shift, when necessary, to a more open and engaging attitude.

This remark reminds me of this passage from G.K. Chesterton's biography of St. Francis:

[I]t is true to say that what St. Benedict had stored St. Francis scattered; but in the world of spiritual things what had been stored into the barns like grain was scattered over the world as seed. The servants of God who had been a besieged garrison became a marching army; the ways of the world were filled as with thunder with the trampling of their feet and far ahead of that ever swelling host went a man singing; as simply he had sung that morning in the winter woods, where he walked alone.

Similarly, this passage from The Benedict Option, in which Marco Sermarini, standing in his olive grove, reflected:

"I know from the olive trees that some years we will have a big harvest, and other years we will take few," he said. "The monks, when they brought agriculture to this place a thousand years ago, they taught our ancestors that there are times when we have to save seed. That's why I think we have to walk on this road of Saint Benedict, in this Benedict Option. This is a season for saving the seed. If we don't save the seed now, we won't have a harvest in the years to come."

The point, obviously, is that we are in a period of storing-up. As I keep saying, We cannot give what we do not have. Robert Wilken, the historian of the early church, says: 

Nothing is more needful today than the survival of Christian culture, because in recent generations this culture has become dangerously thin. At this moment in the Church's history in this country (and in the West more generally) it is less urgent to convince the alternative culture in which we live of the truth of Christ than it is for the Church to tell itself its own story and to nurture its own life, the culture of the city of God, the Christian republic. This is not going to happen without a rebirth of moral and spiritual discipline and a resolute effort on the part of Christians to comprehend and to defend the remnants of Christian culture.

My sense is that a failure — willful or otherwise — on the part of conservative Christians to comprehend the depths of the current crisis has a lot to do with their knee-jerk rejection of The Benedict Option, especially if they haven't read it. It sounds like it even affected Alasdair MacIntyre, if this account is correct. Excerpt:

MacIntyre heartily criticized this movement during the Q&A after his lecture on "Common Goods, Frequent Evils" on March 27. The central point, MacIntyre emphasized, was that St. Benedict "inadvertently created a new set" of ways of life, when all he intended to do was found a monastic order. The monastery symbiotically supported the "education and liturgy" of the local villagers who provided them with postulants, over decades and centuries "build[ing] up a local community [largely] independent of the feudal order."

Hence, despite the youthful St. Benedict's flee from Rome to become a hermit, his mature work was "not a withdrawal from society into isolation," but rather a "creation of a new set of social institutions which evolved." The new St. Benedict whom we await must offer a "new kind of engagement with the social order now, not any kind of withdrawal from it."

The Benedict Optionas people who have actually read it know, makes it clear that St. Benedict's historic work had sociological effects secondary to his seeking the face of God as a monk. St. Benedict did not go to the forest to Make Rome Great Again; he only went out there to pray and to seek God, and to figure out how to serve Him under the post-imperial conditions in which he found himself. This is how it will have to be with us too.

As I've said over and over — but apparently cannot say often enough — we in the laity are not called to total withdrawal from the world, but only withdrawal sufficient to make possible Wilken's "rebirth of moral and spiritual discipline and a resolute effort on the part of Christians to comprehend and to defend the remnants of Christian culture." As Bishop Barron writes in his piece, the danger we face is that we seek to be so "relevant" to the culture outside the church that we lose what makes us distinct. If the church (by which I mean the people of God, broadly) is to produce the kind of men and women who will be able to go out into the world and convert it, and work for its redemption under God, then it will have to do what Prof. Wilken says it must do.

So, when George Weigel writes, critically:

Yet proponents of the Benedict Option would do well to rethink several things. To begin with, this so-called "Ben-Op," at least as imagined by some, misreads the history of the second half of the first millennium. Yes, the monasteries along the Atlantic littoral helped preserve the civilizational patrimony of the West when public order in Western Europe broke down and the Norsemen wrought havoc along the Atlantic seaboard and beyond. But Monte Cassino, the great motherhouse of St. Benedict's reforming spiritual movement, was never completely cut off from the life around it, and over the centuries it helped educate thinkers of the civilization-forming caliber of Thomas Aquinas.

… he's revealing that he hasn't actually read the book, because in the book, I write about the kind of life that lay Christians are called to lead now requires strategic withdrawal for the sake of culturing ourselves in Christianity, so when we go out into the world — where most of us are called to live — we can represent Christ authentically in a world where the pressures to abandon the faith are very strong. As Prof. Wilken says, this culture is no longer neutral about Christianity; it is positively opposed to it. A Christian who lives as if these are normal times is going to get steamrolled.

The Catholic blogger Dr. Jared Staudt does a real service in this piece of his titled, "Stop Misunderstanding The Benedict Option". Excerpt:

I've heard so many people characterize the Benedict Option as: "We can't just retreat, give up, or bury our heads in the sand." Many people have equated the Benedict Option with disengagement and withdraw.

Here is the real basis of the Benedict Option:

  • Given the profound crisis of culture (which has affected the Church as well), we cannot look to mainstream institutions for our future.
  • Rather, we need to form intentional communities that more fully embody our Christian faith and in which we are willing to face the consequences of going against the stream.
  • It is from such institutions that real cultural change will occur.

Thus, the Benedict Option is all about being active and engaging the problems of society. It recognizes, however, that solutions will begin locally, in the relationships that we can influence. Rebuilding will begin there. Do we really think that our political, educational, and economic institutions will provide a secure future for the practice of our Christian faith?

Dr. Staudt goes on to explain why the particular model given to us by St. Benedict is well-suited to our time and place. He concludes:

I recommend actually reading Rod Dreher's book, The Benedict Option, before forming opinions about it. The strength of the book comes from its description of the Benedictine ideal, primarily through the lens of the monks of Norcia, and from providing other concrete examples such as the Tipi Loschi lay community, also of Italy. The book certainly has its limits. It is a reflection, which should begin a conversation, and—even more that—a process of discernment. We all need to find our own particular way to respond to the crisis of our time. St. Benedict certainly provides an important, and we might even say crucial, witness on how to build a Christian culture, centered on what Pope Benedict described as quaerere Deum, the search for God.

Not everyone may be called to follow the [Benedict] Option, but at least don't misunderstand it.

Read the whole thing. It's a concise summary of the main thrust of the book. For Catholics who think everything is going pretty well with the next generation of the Catholic Church, allow the (Catholic) sociologist Christian Smith to disabuse you of that notion. Except for Mormons, and to some extent Evangelicals (but far fewer than you might imagine), no church in the broad Christian tradition is doing a good job of forming its youth into disciples.

At the J.D. Vance event the other night, someone said to me that he had read The Benedict Option twice, and though he doesn't want to accept its conclusions ("I'm an optimist by temperament," he said), he can't find where my diagnosis is wrong. I've been thinking about that since I was in New Orleans. It is certainly true that some critics of the book dissent from it in good faith, but of course many do not. I am convinced that they refuse to see what's in the book because if I'm right, then they will have to change their lives in ways that they don't want to. Understand me clearly: I concede that I might be wrong! But if I am wrong, then show me where I am wrong; don't satisfy yourself with endless griping about the book you think I have written, or by creating straw men that are easy to knock down.

UPDATE: Another good, explanatory piece by the Protestant scholar Scot McKnight.  One thing he says, though:

When I heard of this book and when I opened it I expected to read about Ave Maria University in Ave Maria FL, a community Kris and I wandered around one day. Not a word. Nor does it seem to me Dreher sees Ave Maria as what he's on about. From my reading he imagines Christians remaining where they are but forming tighter fellowship with other like-minded Christians in their community. Unlike the Essenes of Qumran they are like the Pharisees of Galilee. (I know many see the word "Pharisee" and think "negative." Forgive me, but I don't. The Pharisees remained where they were and lived in their community according to their own rule of life, the Torah interpreted.)

I would have liked to have written about Ave Maria, and a number of other communities, but I simply didn't have the time. I had hoped to have a couple of years to work on the book, but that's not how the deadline worked. Rest assured that I am aware that there are plenty of communities I could have written about.

About the Pharisees, I appreciate McKnight's point. The main problem with the Pharisees (from the perspective of the Gospels) is that they observed the outward form of the Law, but were inwardly corrupt. This is a problem that all of us, Christians and otherwise, can easily develop. The answer for Christians is not to say that we are to have no rule of life, but rather to make sure that our rule of life does not become an idol, but rather serves as a means of deepening our transformative relationship to Jesus Christ. Similarly, the Church is necessary to draw us to Christ, but if it becomes a destination (as opposed to a way), it turns into an idol.

lunedì 25 aprile 2016

I nuovi secoli bui - di G. K. Chesterton


I NUOVI SECOLI BUI


G.K.'S WEEKLY, MAY 21, 1927


Traduzione di Umberta Mesina, 22 aprile 2016

 

Certi critici ci dicono che desideriamo ritornare ai secoli bui, a proposito dei quali loro per primi sono completamente al buio. Sono al buio non solo riguardo a ciò che la frase dovrebbe significare, ma perfino riguardo a ciò che loro stessi intendono dire con essa. Nella migliore delle ipotesi, è un termine ingiurioso per indicare il Medioevo. Più spesso è un guazzabuglio di tutto e di qualunque cosa che vada dall'Età della Pietra all'epoca vittoriana. Un uomo parlava l'altro giorno dell'idea medievale che la nostra propria nazione debba essere favorita contro ogni altra nazione; evidentemente ignaro che quando l'Europa era medievale era assai meno nazionale. Qualcun altro parlava del concetto medievale di una moralità diversa per gli uomini e per le donne; mentre la moralità medievale è una delle poche che si applicasse in maniera quasi identica ad entrambi. 

Se parlano con tanta ignoranza del Medioevo, di cui perfino gli storici stanno cominciando a sapere qualcosa, naturalmente sapranno anche meno dei secoli bui, di cui nessuno sa granché. I secoli bui, in senso proprio, furono quel periodo durante il quale la continuità culturale è quasi annientata tra la caduta di Roma e l'ascesa della società medievale; il tempo delle guerre barbariche e del primo delinearsi del feudalesimo. Naturalmente questo critici sanno assai poco di questo periodo; ne sanno talmente poco da arrivare a dire che lo rivogliamo. E tuttavia la cosa più strana, tra tutte le strane cose che dicono, è il fatto che c'è della verità in ciò che dicono. In un senso del tutto diverso da quello che intendono loro, c'è veramente un'analogia tra la nostra posizione e quella delle genti dei secoli bui. 

Un modo per considerare la cosa è che entrambi siamo di fronte a un possibile trionfo della barbarie. Come ai loro tempi una potenza militare nuova e sproporzionata sorse nelle province, così nel nostro caso una potenza finanziaria nuova e spropositata è sorta nelle colonie. Allora Roma era a volte più debole delle legioni transalpine;  adesso l'Europa è a volte più debole delle banche transatlantiche. Le vie di Londra sono alterate, se non distrutte, da tribù che si potrebbe legittimamente chiamare Vandali; e al posto dell'anarchia oltre il Vallo romano abbiamo l'anarchia di Wall Street. Ma anche se potremmo tracciare paralleli così inconsistenti per divertimento, sarebbe davvero profondamente ingiusto nei confronti dell'America, che ha ereditato alcune tradizioni romane più nettamente di noi; per esempio, la tradizione della repubblica. 

Un modo assai più veritiero di esporre l'analogia è questo: che qui la storia si sta ripetendo, una volta tanto, in relazione a una certa idea, che si può descrivere al meglio come l'idea del santuario. [In inglese, il termine sanctuary significa sia "santuario" sia "rifugio, asilo" perché anticamente chi si rifugiava all'interno di una chiesa non poteva essere arrestato. In italiano questo doppio significato non esiste. N.d.T.]

Nei secoli bui le arti e le science si rifugiarono nei santuari. Questo era vero a quel tempo in un senso particolare e tecnico; perché si rifugiarono nei monasteri. Siccome noi lodiamo la sola cosa che salvò tutto dalla rovina, siamo accusati di lodare la rovina. Siamo accusati di desiderare i secoli bui perché lodiamo le poche candele sparse che furono accese per fugare il buio. Siamo accusati di desiderare il diluvio perché siamo riconoscenti all'Arca. Ma la questione immediata qui è storica prima che religiosa; ed è un fatto attestato da ogni storico che tutta la cultura che si potesse trovare in quel barbarico periodo di transizione, si poteva trovare in massima parte nel riparo degli istituti monastici. Possiamo disprezzare o ammirare la forma che quella cultura prese in quel riparo; ma nessuno nega la tempesta da cui essa fu riparata. Nessuno nega che san Dunstan fosse più colto di un pirata danese o che ci sia più arte negli archi gotici che nelle scorrerie dei Goti. Ed è in questo senso, di scienza e arte che cercano riparo nel santuario, che mi sembra esistere una vera analogia tra l'anarchia barbarica e il progresso di cui godiamo oggi. 

Alcuni, perfino nel mio stesso ambiente morale e religioso, mi hanno chiesto come mai do tanta importanza alla Proprietà, che se è un desiderio umano può anche facilmente essere una bramosia umana. Ammetto che il mio principale impulso non è tanto di impedire che essa sia denunciata per motivi ideali quanto di prevenire che sia difesa per motivi di cinismo. Posso ascoltare pazientemente per ore un comunista che continua a ripetere che la Proprietà non è necessaria perché gli uomini devono sottomettere gli interessi egoistici agli ideali sociali. Comincio a spaccare la mobilia solo quando qualcuno comincia a dimostrare che la Proprietà è necessaria perché gli uomini sono tutti egoisti e ognuno deve pensare a se stesso. La ragione che giustifica la Proprietà non è che un uomo deve pensare a se stesso; ma, al contrario, che un uomo normale deve pensare ad altre persone, fossero solo una moglie e una famiglia. È che questa unità dovrebbe avere una base economica per la sua indipendenza sociale. Se pensasse solo a se stesso, potrebbe essere più indipendente da vagabondo; potrebbe essere più sicuro da servo. Ma il punto che m'interessa ora è che io apprezzo la Proprietà perché è una cosa nobile. Posso rispettare il rivoluzionario che la detesta perché è una cosa ignobile. Ma mi rifiuto di avere a che fare con il cinico che la apprezza perché è una cosa ignobile. Credo però che in questa crisi storica essa sia diventata una cosa non solo giusta ma, in un senso speciale, sacra. La vera proprietà sarà tanto più sacra in quanto sarà piuttosto rara. Sarà un'isola di cultura cristiana in mari di deriva insensata e di mutevoli umori sociali. 

In breve, credo che siamo giunti al tempo in cui la famiglia sarà chiamata a sostenere la parte che anticamente fu del monastero. Vale a dire, si ritireranno in essa non soltanto le virtù caratteristiche che sono sue proprie, ma i mestieri e le pratiche creative che un tempo appartennero a ogni sorta di altre persone. 

Negli antichi secoli bui, era impossibile convincere i capi feudali che aveva più valore coltivare erbe medicinali in un piccolo giardino che devastare una provincia dell'impero; che era meglio decorare l'angolo di un manoscritto con foglia d'oro piuttosto che accumulare tesori e indossare corone d'oro. 

Quelli erano uomini d'azione; erano energici; erano pieni di forza e vigore, di esuberanza ed energia. In altre parole, erano sordi e ciechi e in parte folli, e piuttosto simili a milionari americani. 

E siccome erano uomini d'azione, e uomini del tempo, tutto ciò che fecero è svanito dalla terra come vapore; e nulla rimane di tutto quel periodo se non le piccole immagini e i piccoli giardini fatti dai piccoli monaci gingilloni. 

Come niente avrebbe convinto uno degli antichi barbari che un erbario o un messale potesse essere più importante di un trionfo e di uno strascico di schiavi, così niente potrebbe convincere uno dei nuovi barbari che un gioco di nascondino possa essere più educativo di un torneo di tennis a Wimbledon o che una tradizione locale raccontata da una vecchia balia possa essere più storica di un discorso imperiale a Wembley. Il vero carattere nazionale dovrà rimanere per un po' di tempo un carattere domestico. Come la religione anticamente andò in ritirata, così il patriottismo deve ritirarsi nella vita privata. Questo non significa che sarà meno potente; alla fine può essere più potente, proprio come i monasteri divennero enormemente potenti. 

Ma è ritirandoci in questi forti che possiamo restare in vita e fiaccare l'invasione; è accampandoci su queste isole che possiamo attendere l'abbassarsi della marea. Proprio come nei secoli bui il mondo di fuori fu abbandonato alla vanagloria della pura e semplice rivalità e violenza, così in quest'epoca passeggera il mondo sarà abbandonato alla volgarità e a mode gregarie e a ogni sorta di frivolezza. È come il Diluvio; e non solo perché è instabile come l'acqua. Noè aveva una casa galleggiante che sembra aver contenuto molte altre cose oltre ai comuni animali domestici. E molti uccelli selvatici dal piumaggio esotico e molte bestie selvatiche di una fantasia quasi da favola, molte arti considerate pagane e scienze considerate razionaliste possono venire in tempi così tempestosi ad appollaiarsi o a fare la tana al riparo del convento o del focolare. 




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