Visualizzazione post con etichetta Quella cara vecchia pipa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Quella cara vecchia pipa. Mostra tutti i post

mercoledì 3 aprile 2024

Chesterton - Quella cara vecchia pipa! - Fabio Trevisan sul canale YouTube di Fede e Cultura questa sera alle 18.00.

Un libro chestertoniano di Fabio Trevisan è l'argomento della puntata di stasera.

Ore 18.00, questo è il collegamento:

https://www.youtube.com/watch?v=-BoNCI96neE

“Quella cara vecchia pipa” è una canzone che Chesterton udì e meditò a lungo: “Forse la pipa è una reliquia, oltre che un ninnolo”. Essa è l’emblema del giusto rapporto con le cose, rappresenta la sacralità della persona, della famiglia e si erge a baluardo contro l’insensatezza moderna del sovvertimento dell’ordine naturale e dell’ortodossia cattolica. Il vigoroso valore delle piccole cose, delle favole e della tradizione rimandano all’onnipotenza del Creatore. Alla luce della Rivelazione divina Chesterton trasfigurò il reale senza perderne il contatto, anzi esigendolo come umile roccaforte del pensiero. L’attualità di questo grande “Defensor fidei” (come alla sua morte lo chiamò Pio XI) è resa ancor più visibile dalla crisi innanzitutto dogmatica e dottrinale che stiamo attraversando, com’egli stesso scrisse: “Non ci sfiorava nemmeno il pensiero che il semplice rinnegamento dei nostri dogmi avrebbe portato ad un’anarchia così disumana e demente”. Con questo saggio si scopre un itinerario di salvezza (in primis la salvezza dell’anima come raccomandava Padre Brown) attraverso le riflessioni che Chesterton fece sull’ortodossia e il dogma (L’uomo è un animale che produce dogmi), sull’onore domestico e la salvaguardia della piccola proprietà, sulle antiche tradizioni riguardanti la terra, il focolare e l’altare.



lunedì 4 febbraio 2019

Ogni cosa deve tornare al suo posto. Fabio Trevisan rilegge Chesterton – di Silvio Brachetta (da Riscossa Cristiana)


«Bisogna tornare alle cose», diceva Husserl. A modo suo, aveva ragione, c'è una realtà oggettiva a monte del pensiero, c'è un collegamento tra il fenomeno dell'oggetto e l'oggetto pensato (noumeno platonico). E però c'è un modo sbagliato di tornare alle cose. Posso impazzire davanti a uno schermo. L'atomo è anonimo e non lo posso afferrare. Bere troppo fa male. La serata in discoteca si può trasformare in delitto. C'è la luce, ma anche l'accecamento. C'è la musica, ma anche il rumore.
Bisogna tornare alle cose, ma a quelle «antiche e universali», care a Gilbert Keith Chesterton e che Fabio Trevisan, nel libro Quella cara vecchia pipa. Le piccole cose, le canzoni, le favole e la tradizione in Gilbert Keith Chesterton (Fede & Cultura, 2014, pp. 192, euro 16,00) vuole rimettere al loro posto, dopo essere state deposte o seppellite da mani e menti sgraziate. Non solo, ma l'accesso all'oggetto pensato non ha senso alcuno, se è «superbo», se non è veicolato dall'«uomo comune» chestertoniano, se è un pretesto alla «pretesa razionalistica dell'esegeta moderno».
L'ORIGINE E LA CONCLUSIONE La «cosa» di Chesterton e di Trevisan non è la «cosa» di Husserl, non è 'qualsiasi' cosa. È «il coltello», o «il fuoco sul camino», poiché essi danno un continuo rimando al «valore delle cose», alla «sacralità della vita». Le cose che rivelano concretamente «i contorni precisi del pensiero» non sono le lavatrici fatte in serie o i guanti usa e getta: sono invece «le vecchie pipe, i bastoni, gli ombrelli, i vasi di porcellana, i romanzi d'appendice, le canzonette». Ci sono però anche un paio di altri motivi per cui una vecchia pipa è da preferire alla lavatrice. La vecchia pipa ha uno statuto ontologico «universale», così come il formaggio o il pane. La vecchia pipa, inoltre, è «vecchia», poiché proviene «da una umile e divina origine». Anche il formaggio e il pane, benché freschi, sono «vecchi» quanto la pipa. Derivano dalla notte dei tempi e viaggiano verso la consumazione degli anni.
Chesterton, proprio a motivo d'intuizioni così notevoli, scruta e coglie l'intima realtà metafisica del Tutto, secondo le categorie aristoteliche. La «cosa» di Aristotele, infatti, è l'effetto di quattro cause, delle quali le più importanti sono le ultime due: la causa efficiente e la causa finale, l'Origine e la Conclusione. E su queste Chesterton dipana con sapienza la sua metafisica.
Nitidezza, dunque – cose dai «contorni precisi». Con i suoi gessetti, Chesterton disegnava, ma non al modo degli impressionisti. I contorni dei suoi oggetti sono sempre ben delimitati, mai indistinti. Perché? Perché lo scrittore inglese si accorge che tutto il reale è rifinito, intelligibile, nominabile. Egli fa parte di coloro i quali constatano che pure la nebbia è rifinita, nel momento in cui la distinguo e la conosco. Dio dà le cose complete, non le dà circa, non le dà pressappoco. Intuire ciò significa possedere acutezza filosofica, introspezione divina.
"TEOLOGIA DEL DUBBIO" Il Chesterton di Trevisan, allora, torna alle cose, ma ci torna senza fermarsi al fenomeno o, comunque, trattando il fenomeno da porta che si apre, non da cancello che si fa barriera. Vengono recuperate le cose, nella loro verità, rifinite, vecchie (ma per questo nuove come il formaggio fresco), universali (ma aristotelicamente individuate in enti perfettamente definibili).
Non solo sono delineate le essenze, ma la stessa morale cristiana che, per Chesterton, è «fortemente delineata, caratterizzata, vigorosa». È, anzi, possibile raffigurare questa morale, così come le fiabe o le favole raffigurano il male e il bene, ad esempio, con il mostro o l'unicorno. L'uomo moderno – scrive Trevisan – creatore di ben altri mostri (comunismo, totalitarismi), ha ridotto tutto questo bestiario a «travestimento meschino e farsesco, adatto per i balli mascherati». Sotto questa mannaia è caduto, tra altri, il grifone medievale, sintesi sacra del leone di San Marco (incarnazione della «generosità, del valore, della vittoria») e dell'aquila di San Giovanni (incarnazione della «verità, del desiderio, della libertà intellettuale»).
Si tratta, nel caso delle bestie del mito, della raffigurazione delle virtù, ovvero della parte più nobile della morale. L'unicorno le raccoglie tutte ed è il simbolo del «sublime valore della virtù cristiana nella sua terribile bianchezza». Per l'uomo medievale, la castità – osserva l'autore – è rintracciabile nell'unicorno, come la carità lo è nel pellicano. E a queste figure possenti, reali nella realtà del mito, l'uomo moderno ha sostituito ben poca cosa: «forme sempre più languide e flaccide, a testimonianza di una teologia del dubbio sempre più pervasiva». Laddove la moderna «teologia del dubbio» scaturisce soprattutto dal corpo ecclesiale, indaffarato tra «Cortili dei Gentili» e «cristianesimo adulto».
Chesterton intuì che il suo mondo contemporaneo, prima ancora di essere ateo, era impazzito. Egli scrive, difatti, che «ciò che va perduto in una tale società non è tanto la fede quanto la ragione». Non solo, ma rincara: «Non credevamo che i razionalisti fossero così completamente pazzi fino a quando loro stessi non ce lo hanno chiarito così bene». E intravvede che è solo la fede in grado d'illuminare una ragione tramortita dalle suggestioni del suo (e del nostro) tempo. Per questo Chesterton considera la fede – scrive Trevisan – «un faro nella notte», così come c'insegnano i santi.
CON LA DIFESA DEL TEATRINO SI DIFENDE LA REALTÀ Ma la metafisica chestertoniana va persino oltre queste considerazioni. Se le cose sono rifinite e delimitate, allora nel mistero dell'essere non può non comparire il concetto di «limite». L'arte è «limitata» quando il quadro finisce nella cornice. O quando il teatrino familiare, a lui caro dai tempi dell'infanzia, si riduce al piccolo palcoscenico, racchiuso dal sipario. In altre parole, «sta nel piccolo la radice di ogni cosa grande» – osserva Trevisan. Qua – nel piccolo spazio – si consuma quella che si potrebbe chiamare l'«intuizione immediata dell'essere», che altro non significa se non percepire immediatamente che «una bambola non è un bambino» e che «la statua di un angelo non è un angelo» (nota di Chesterton).
Ancora una volta la modernità stravolge il reale: scompaiono i teatrini e le grandi città si riempiono d'insegne al neon. Il bambino, soprattutto, è sconvolto e nasce in lui uno «spirito inquieto e triste». Si giunge al paradosso: «Il teatro-giocattolo – scrive Chesterton – mostrava al bambino piccole immagini di cose grandi, mentre le insegne delle città oggi gli mostrano grandi immagini di cose piccole». Scompare, in tal modo, la fiaba, il racconto davanti al focolare, la meraviglia tramandata di padre in figlio. E scompare, del pari, l'essenza stessa delle cose.
Con la rottura del «rapporto religioso e mistico con le cose», con la scomparsa della «sacralità domestica» (della casa, come luogo della famiglia), delle cose piccole, universali e antiche, nonché con la sostituzione del «fare» col «produrre», si nega dunque la realtà medesima. La quale realtà, dal momento che non può cessare di esistere, può però venire mal percepita e male utilizzata ed essere causa non di salvezza, ma di dolore per l'uomo, quando non di morte.
Proprio a seguito di questo suo pensiero, Chesterton appoggiò la dottrina economica del Distributismo, a difesa della piccola proprietà privata, allo scopo di realizzare della Dottrina sociale della Chiesa, nata – come disciplina – con la Rerum Novarum di Leone XIII (1891). La proprietà privata domestica, secondo l'Enciclica, doveva essere difesa tanto dalle ideologie socialiste, quanto dal capitalismo disumano e accentratore di ricchezza. Questo voleva Chesterton: difendere la piccola vecchia pipa, l'ombrello, il temperino, perché solo tramite essi – ora lo si capisce – le cose restano cose e la vita resta vita.

mercoledì 20 agosto 2014

"Chesterton si trova ancora nelle antiche osterie..." - Intervista a Fabio Trevisan su "Quella cara vecchia pipa" (Edizioni Fede & Cultura) a cura di Marco Sermarini

Un paio di mesi fa Fede & Cultura ha dato alle stampe l'ultimo volume di Fabio Trevisan, "Quella cara vecchia pipa", un libro di schietto sapore chestertoniano che entra ne merito di diverse questioni su cui Chesterton martella piacevolmente il lettore.
Ho pensato di fare alcune domande a Fabio ritenendo che potessero essere utili a tutti, oltre che per dar modo a tutti di appropriarsi del libro e di legg
erlo.
L'intervista merita di essere letta perché Fabio ci illustra le cose, come facevano i maestri della mia infanzia, con semplicità e profondità.
Inoltre, per parafrasare il titolo del libro (della cui ragione qui si dà conto), è un "caro vecchio amico" con cui è sempre piacevole intrattenersi a parlare.

Marco Sermarini

Come e quando ti è sorta l’idea di scrivere "Quella cara vecchia pipa"?

Mi sono sempre chiesto, soprattutto leggendo “L'Osteria volante”, il significato di quelle canzoni che l’oste Humphrey Pump e il marinaio Patrick Dalroy si canticchiavano, nel loro tentativo disperato di salvare ciò che era “piccolo, bello e terribilmente umano”, rappresentate dal barilotto di rum e dalla forma di formaggio rotolata per le strade polverose d’Inghilterra. I due fuggiaschi per la salvaguardia della libertà amavano bere, raccontare  e canticchiare storie, preservando quella tradizione orale che da sempre ha accompagnato la nascita e lo sviluppo di ogni uomo, appresa sulle ginocchia della madre e confermata dall’autorità paterna. Al contrario di loro, la nostra società ha disdegnato o trascurato il canto, quel canto (talvolta anche stonato) che un tempo si udiva nelle case, nelle piazze, nei luoghi di lavoro e che spesso accompagnava le fatiche quotidiane. Quelle canzoni non erano quindi solo delle mere canzonette ma acquisivano un importante valore simbolico  di lotta per un’autentica libertà. Ai giorni nostri non si canta più se non nei cosiddetti “luoghi deputati”: teatri, arene o alla TV. Non ci sono più quegli osti e quei marinai liberi e coraggiosi che possono andare controcorrente, che possono anche cantare ed inneggiare con fierezza nelle pubbliche piazze, nelle osterie, nelle case, ovvero nei luoghi “non deputati” dove germoglia la vita e l’umanità. Quest’intuizione, accompagnata dal mio amore appassionato per il canto, è stata confermata dalla canzone che Chesterton udì negli USA da un lavoratore scozzese. Si trattava di “quella cara vecchia pipa” annotata da Gilbert nel suo taccuino e riportata, con spiegazioni, in “Eugenetica e altri mali”. L’idea di scrivere questo saggio su quegli aspetti solitamente trascurati di Chesterton mi ha fatto sorgere il sospetto che, paradossalmente, quelle canzoni, quelle piccole cose reputate spesso di poco conto, costituissero invece la cifra esatta entro cui scorgere la grandezza e la santità di Gilbert Keith Chesterton. Più che nei convegni e negli studi accademici (senza nulla togliere a questi), Chesterton lo si può ritrovare ancora adesso nelle antiche osterie, assieme a Dalroy e Pump, in quanto egli è uno di loro, che ama conversare davanti a un bicchiere di vino e ad un pezzo di formaggio. In quei posti Chesterton si sentiva davvero, come lui stesso amava definirsi, soltanto un uomo. Credo che dovremmo ricreare occasioni, come il Chesterton Day di Grottammare, affinché egli possa sentirsi bene, a casa, fra amici, bevendo, mangiando, cantando, raccontando storie. L’idea di scrivere “Quella cara vecchia pipa” nasce dalla volontà di parlare di Chesterton ma soprattutto lasciare che sia lui a parlare. Il saggio si conclude infatti con un’intervista postuma impossibile per far sì che egli possa ancora dire l’ultima parola.

Quanto è importante in Chesterton l’idea di tradizione?

Una domanda ben posta, come questa, è già una risposta! Chesterton distingueva tra idee e fatti, come scriveva nel 1929: “I fatti hanno almeno una loro concretezza finché durano: ma l’aspetto fatale che li riguarda è che non durano. Solo le idee durano”. Si arguisce quindi che essendo la tradizione una continuità tra passato, presente e futuro non può essere meramente un “fatto”, poiché i fatti, al contrario delle idee e della tradizione, non durano. Scriveva ancora Chesterton: “Scopriamo che i fatti, che sembrano così concreti, sono le realtà più instabili”. Anni prima, in Ciò che non va nel mondo, Chesterton implorava di disfarsi del proprio agnosticismo quotidiano e tentare di rerum cognoscere causas. Egli voleva che cercassimo le cause, guardando al passato, senza paura: “Sono le generazioni passate, non quelle a venire, che bussano al nostro uscio. Fa comodo scappare in via del Dopo, dove si trova la locanda del Mai… Il risultato di questo atteggiamento moderno è che gli uomini inventano nuovi ideali perché non hanno il coraggio di tentare di perseguire quegli vecchi. Guardano avanti con entusiasmo perché hanno paura di guardare indietro”. Anche in "Ortodossia"  parlava di tradizione come “democrazia dei morti”,  nel senso di collegamento ineludibile con il passato. Non possiamo chiudere al nostro passato la porta in faccia! Chesterton sferzava in questo modo chi rifiutava la tradizione, l’eredità dei nostri predecessori: “Tutti gli uomini che, nel corso della storia, hanno davvero realizzato qualcosa, avevano lo sguardo rivolto al passato… per qualche strana ragione l’uomo pianta sempre i propri alberi da frutto in un cimitero. L’uomo può trovare la vita soltanto in mezzo ai morti. L’uomo è un mostro deforme, con i piedi rivolti in avanti e la testa girata indietro. Può creare un futuro lussureggiante e ciclopico soltanto fintanto che pensa al passato”. Con queste parole magnifiche e chiare, Chesterton insisteva su un gioioso paradosso, apparentemente, ma solo apparentemente, triste: “L’uomo può trovare la vita soltanto in mezzo ai morti”. Dobbiamo però fare attenzione a quella che lui chiamava “Tradizione della Caduta” (il peccato originale) e quelle che denominava tradizioni con la “t” minuscola. Non si tratta di una distinzione aristocratica, che Chesterton avversava, tra tradizioni maggiori o minori: l’una, la Tradizione della Caduta, costituisce la disobbedienza della volontà umana alla Volontà divina e determina il tonfo della Caduta originaria dell’uomo nel peccato; le seconde, le “t” minuscole, sono il retaggio degli uomini in quanto uomini e peccatori, che cercano di ridurre, con la grazia di Dio e con le buone opere, il distacco da quell’Eden in cui Dio li aveva inizialmente collocati. Nell’"Uomovivo" Chesterton ricorda le condizioni di vita dopo la Caduta e fa dire ad Innocenzo Smith: “Mi son fatto pellegrino per guarirmi dall’essere un esiliato”. Nella drammatica (drammatica e non tragica, in quanto redenta da Cristo) condizione della Caduta, il pellegrino cerca una via di guarigione e di redenzione e passa il testimone di questa ricerca a noi tutti: la Tradizione della Caduta, inaugurata dai nostri antenati Adamo ed Eva, viene a collegarsi con tutte quelle sane, democratiche tradizioni che i morti ci consegnano. Chesterton diceva che una delle principali cose sbagliate è la profonda e silenziosa convinzione moderna che le idee del passato siano diventate impossibili. Certo, ci sono tradizioni e tradizioni e non tutte le tradizioni sono buone: “Se il letto che ho costruito è scomodo, a Dio piacendo lo rifarò”. La prima libertà che Chesterton rivendicava era quella di poter restaurare l’idea di tradizione. Le sacre idee del passato potevano diventare possibili ed anche le lancette dell’orologio si potevano spostare all’indietro: i nostri cari defunti potevano ancora una volta prender parola nel consesso dei viventi, o meglio degli uomini vivi.

Qual è il cuore dell’idea di tradizione nel complesso del pensiero di Chesterton?

Nella risposta precedente avevo accennato alle “democratiche tradizioni” ed al concetto di tradizione come “democrazia dei morti”, così come espresso da Chesterton in Ortodossia : “Tradizione significa dare il voto alla più oscura di tutte le classi, quella dei nostri avi. E’ la democrazia dei morti”. Dobbiamo ora precisare, a scanso di equivoci, cosa intendesse Chesterton per “democrazia”. Mi è capitato spesso di veder sgranati gli occhi in segno di disapprovazione dinanzi ad affermazioni che salvaguardassero la democrazia, figuriamoci se presentata, così come la sosteneva Chesterton, in armonia con la tradizione: “Non ho mai capito perché la gente si sia formata la convinzione che la democrazia contrasti, in qualche modo, alla tradizione. E’ ovvio che la tradizione non è che la democrazia estesa nel tempo. E’ la fiducia nel consenso delle voci comuni dell’umanità piuttosto che in qualche nota isolata e arbitraria… Io non posso separare le due idee di tradizione e di democrazia: mi sembra evidente che sono una medesima idea”. Mi verrebbe da dire, parafrasando lo stesso Chesterton, che nessuno osi dividere ciò che Chesterton ha unito! Anch’io non posso osare tanto e preferisco approfondire l’indivisibilità delle due idee, così come suggerita ancora in "Ortodossia": “Tutto il principio della democrazia, come io lo intendo, può essere sancito in due proposizioni. La prima è questa: che le cose comuni a tutti gli uomini sono più importanti di quelle particolari ai singoli uomini. Le cose ordinarie hanno più valore di quelle straordinarie; anzi, sono più straordinarie… Il secondo principio è semplicemente questo: che l’istinto o il desiderio politico è una delle cose che gli uomini hanno in comune”. Da questi principi democratici ne derivava la seguente affermazione: “La fede democratica è questa: che le cose più terribilmente importanti debbono essere lasciate agli uomini ordinari (l’accoppiamento dei sessi, l’allevamento dei giovani, le leggi dello Stato). Questo è la democrazia; e in questo ho sempre creduto”. Anche nell’emblematico volume "L'Uomo comune" Chesterton scriveva: “E’ certo che molti pensatori e scrittori moderni provano un vero disprezzo per l’uomo comune; è altrettanto certo che io stesso provo disprezzo per coloro che provano tale disprezzo”. Senza queste considerazioni non si potrebbe capire l’essenza di alcuni suoi romanzi, come Uomovivo, dove Innocenzo Smith incarna la “democrazia dei morti”, di colui che morto spiritualmente nel pessimistico Brakespeare College rinasce e fa rinascere chi incontra a Casa Beacon con la paradossale pistola che dispensa pallottole per la vita, ovvero pillole salutari per la salvezza dell’anima di ciascun uomo comune; oppure nell’Osteria volante, dove i due eroi sono ancora due umili e gloriose persone ordinarie: un oste e un marinaio. Anche qui contrapposte, non a caso, all’intellettualismo nietzscheano di Lord Ivywood, così come l’uomo vivo era contrapposto al rettore del collegio. Nel suo primo romanzo, Il Napoleone di Notting Hill, Adam Wayne, l’eroe del quartiere londinese che si ribella alla superbia ed all’arroganza del potere centrale, va a chiedere aiuto alle persone comuni: il droghiere, il venditore di giocattoli, il giornalaio, l’antiquario. Sono coloro che incarnano la vera democrazia dell’uomo ordinario, così come indicava nell’Uomo comune: “E’ un fatto storico che le catastrofi che abbiamo vissuto e che stiamo attualmente vivendo non siano state causate dalla gente pratica e prosaica che si ritiene non sappia nulla, bensì quasi sempre dalla gente assolutamente teorica che sapeva di sapere tutto. Il mondo può trarre una lezione dai propri sbagli, ma si tratta soprattutto degli errori di chi impartisce lezioni”. Sarebbe erroneo credere ora, alla stregua del pensiero debole contemporaneo, che Chesterton volesse attaccare i principi, l’autorità, il dogma, la ragione. Nel denunciare in "Ortodossia" l’impotenza intellettuale delle cosiddette élites insuperbite così rifletteva: “L’autorità della ragione ha bisogno di difesa: tutto il mondo moderno è in guerra con la ragione… un grande pericolo minaccia lo spirito umano: un pericolo altrettanto materiale quanto gli scassinamenti dei ladri. Contro questo pericolo fu innalzata, come una barriera, l’autorità religiosa. Il pericolo consiste in questo: che l’intelletto umano è libero di distruggersi”. Fa accapponare la pelle sentire questa acuta osservazione di Chesterton, che sembra riferita ai nostri giorni: “Un gruppo di pensatori può fino a un certo punto impedire alla generazione futura di pensare, insegnando che tutto quello che pensano gli uomini non ha valore alcuno”. La difesa della democrazia e della tradizione era la salvaguardia del pensiero davvero libero, inteso come senso comune appartenente a tutti gli uomini in quanto uomini, ovvero pensiero perpetuato nelle generazioni e custodito dalla nutrice, vera protettrice della tradizione e della democrazia: “Da quando ho lasciato la nutrice, custode della tradizione e della democrazia, non ho più trovato una persona moderna così sanamente radicale e così sanamente conservatrice… mi ci volle del tempo per capire che il mondo moderno aveva torto e la balia aveva ragione”.

Quali sono, secondo te, le idee cardine del pensiero di Chesterton?

In "Ciò che non va nel mondo", Chesterton invitava, da grande pensatore qual era, a porsi le corrette domande, a domandarsi prioritariamente cosa fosse giusto prima di rispondere a cosa c’era di sbagliato nel mondo. Anche per quanto riguardava la “superstizione del divorzio” (qui richiamo un altro titolo di un suo libro) bisognava chiedersi prima cosa fosse davvero il matrimonio. Per rispondere poi in che cosa consistesse la natura dell’uomo, Chesterton ribadiva di avere un punto di vista trascendente, aderendo così esplicitamente alla scuola di pensiero soprannaturale. La cosiddetta “astrattezza” imputata spesso ai metafisici era rivolta da Chesterton, in modo paradossale, agli uomini pratici, ai pragmatici, agli utilitaristi. Il pensiero di Chesterton quindi, nelle due componenti imprescindibili della ragione unita all’immaginazione, coniugava ragione e autorità, natura e sopranatura, carità e verità, dogma e ortodossia, ortodossia e ortoprassi e così via. Il modo di farci capire il suo pensiero era strettamente unito al modo (spesso paradossale) di farcelo vedere: con immagini (ad esempio la piccola proprietà era vista come il bacino limitato di un lago, al contrario il latifondismo o la proprietà illimitata era vista come la cascata anarchica di qualcosa che non si poteva arrestare) oppure con confronti (ad esempio il dogma era contrapposto al pregiudizio così come il matrimonio al divorzio). Cosa poteva, secondo Chesterton, garantire un autentico sviluppo umano che contrastasse gli eventuali ingiustificati abusi? Ancora una volta egli ricorreva al soprannaturale e all’esigenza di una dottrina salda: “Se non disponiamo degli insegnamenti di qualche uomo divino, tutti gli abusi possono essere giustificati, perché l’evoluzione può trasformarli in usi… La dottrina non è causa di dissidi. Anzi, una dottrina può costituire da sola un rimedio contro i dissidi”. L’autore di saggi come "Eretici" e "Ortodossia" partiva da principi sia logici sia concreti, primo fra tutti il vecchio e sempre valido principio della vita domestica: la casa ideale, la famiglia felice, la sacra famiglia della storia. Le idee cardine del pensiero di Chesterton avevano a che fare direttamente con i cardini, anche se sovente arrugginiti, degli usci delle antiche case dove vivevano le famiglie: dall’autorità dei padri e delle madri alla libertà dei figli. Le nobili e antiche tradizioni familiari venivano perpetuate nel momento in cui si sarebbe dovuto rispondere in che tipo di casa avrebbe voluto vivere un uomo, l’uomo comune. Poiché soltanto la plebe aveva tradizioni, al contrario del dio degli aristocratici che si opponeva ad esse con la moda, per Chesterton il mestiere dei ricchi era quello di essere moderni: ecco il motivo per cui osteggiava fieramente i ricchi. Un altro aspetto rilevante del pensiero di Chesterton era quel “realismo dell’Incarnazione” che umilmente non prescindeva dal corpo (“Coloro che non vogliono partire dall’aspetto fisico delle cose sono dei presuntuosi… ogni anima umana, in un certo senso, deve compiere quel gigantesco atto di umiltà che è l’Incarnazione. Ogni uomo deve farsi carne per incontrare i suoi simili”). Il realismo cristiano, non disgiunto dal suo pensiero, doveva farsi carne nelle cose comuni e in tutte quelle sane e ancestrali abitudini, disprezzate spesso come volgari o banali. La democrazia e le sane tradizioni popolari costituivano, come il peccato originale, la vera natura (ferita) dell’uomo: “Nessun uomo deve essere superiore a ciò che gli uomini hanno in comune. Questo tipo di uguaglianza deve per forza essere corporale, grossolana e comica. Non soltanto siamo tutti nella stessa barca, ma abbiamo tutti il mal di mare”. Chesterton contrastava l’alterazione del sentire comune, del vedere comune prodotti dall’industrialismo e dal capitalismo; egli rammentava, per esempio, la perdita della filosofia dei colori ottenuta attraverso un’inondazione di colori falsati dalle luci artificiali e dai manifesti pubblicitari. L’artista antico, secondo le sue parole, si sforzava di trasmettere l’impressione che i colori fossero davvero cose preziose e importanti. Tutte queste ipotetiche nuove trovate, nuove idee non erano che i medesimi errori spesso condannati dalla Chiesa cattolica: “Dogmaticamente la Chiesa difende l’umanità dai suoi peggiori nemici, quei mostri antichi, divoratori orribili che sono i vecchi errori”. Chesterton contrastava il mondo moderno così come si opponeva all’industrialismo e alla pubblicità: “Il mondo moderno, con i suoi movimenti moderni, sta vivendo sul capitale cattolico… ma non possiede un proprio entusiasmo, innovativo. La novità è solo nelle parole e nelle etichette, come nella pubblicità moderna”. Cosa imputava Chesterton di negativo alla modernità? L’incapacità di raccogliere le cose vecchie e farle durare, inaridirle con grande rapidità appena vengono utilizzate. Potremmo dire, in conclusione, che le idee cardine del pensiero di Chesterton sono state riassunte da Chesterton stesso in "Perché sono cattolico": “Io sono normale nel senso corretto della parola: che significa accettare un ordine, un Creatore e la creazione, possedere un senso comune di gratitudine verso la creazione, considerare la vita e l’amore come beni durevoli, il matrimonio e la galanteria come leggi che li controllano, e approvare il resto delle tradizioni comuni al nostro popolo e alla nostra religione”.

martedì 22 luglio 2014

Quella cara vecchia pipa di Fabio Trevisan recensita da Omar Ebrahime su Il Corriere del Sud

http://www.corrieredelsud.it/nsite/home/cultura/19068-quella-cara-vecchia-pipa.html

sabato 12 luglio 2014

Su Pump Street trovate...

... L'Uomo che fu Giovedì in traduzione nuovissima di Annalisa Teggi, Piccoli Regni del senso comune (ovvero il distributismo tanto per capirci), Eretici che è sempre un classico, Vieni ruota! Vieni forca! di Robert Hugh Benson, sui Martiri Inglesi, Il Miracolo di Padre Malachia di Bruce Marshall (spettacolare!), Quella cara vecchia pipa di Fabio Trevisan, e prendiamo gli ordini per l'imperdibile ed autorevole Chesterton Review che esce col suo terzo volume.

E molto, molto altro ancora.

mercoledì 9 luglio 2014

Consigli di lettura - Chesterton va forte

Qui sotto trovate due articoli, uno di Annalisa Teggi su Tempi:


e uno di Alessandro Gnocchi su Riscossa Cristiana:


Annalisa consiglia ai ragazzi in vacanza di leggere Il Napoleone di Notting Hill, un meraviglioso libro che Chesterton dedica a Belloc. Non è riducibile ad un semplice romanzo, ma è una sorta di manifesto con una precisa idea della società, l'idea di società che aveva in mente Chesterton e di cui era grato a Belloc.  Annalisa parte dallo spunto della notizia di cronaca secondo cui il primo ministro Matteo Renzi avrebbe invitato a leggere questo libro. Annalisa pensa bene di consigliarlo ai ragazzi, e fa bene. Personalmente ho qualche dubbio che il primo ministro ne abbia sposato le ragioni, perché a me sembra che la sua politica vada esattamente nel verso contrario delle idee di Adam Wayne e di quelle di Chesterton. 
Chesterton è un autore che, se preso sul serio (ossia con l'idea di valutare e pesare quello che scrive) non ci lascia come siamo, parola mia e di molti altri molto migliori di me. Non è un autore di cui ci si possa occupare "letterariamente" o per citarlo argutamente. Quindi è ovvio che Annalisa faccia non bene, ma benissimo a invitare tutti i ragazzi, gli scolari a leggerlo.
Venisse a tutti la follia di Adam Wayne...
Penso che molti di voi sapranno che Michael Collins, l'eroe dell'indipendenza irlandese, l'aveva letto ed era partito da lì per fare la rivoluzione che diede l'inizio della libertà all'Irlanda. L'aveva talmente preso sul serio, questo libro, che David Lloyd George, primo ministro inglese, consigliò i negoziatori inglesi al momento dell'apertura delle trattative anglo-irlandesi per gli accordi che portarono al Saorstat Eireann o Irish Free State (dipende dai punti di vista...) di leggere proprio quel volume, Il Napoleone di Notting Hill. Lo scopo era capire Collins di cui non si sapeva quasi nulla. Collins prese molto sul serio questo libro, e nei pochi scritti che lasciò aveva in mente un Irlanda molto Notting Hill. Morì per questo.
Ora io fatico a credere che Matteo Renzi abbia in mente anche questo, oltre il "piccolo è bello", le cinque bottegucce per cui Adam diede la vita, Pump Street, la lotta contro la speculazione ed i grandi poteri che volevano buttare a terra Pump Street e tutto il resto. Questo libro portò al distributismo, e non mi risulta sia nel programma di governo, come pure in quello di nessun partito attuale. Non credo che Adam Wayne avrebbe lottato per la legge sull'omofobia (sicuramente contro questa legge liberticida), non credo che avrebbe messo in programma il matrimonio tra persone dello stesso sesso o cose del genere. Ma sono solo due cose.
Non credo.

Alessandro consiglia il libro di Fabio Trevisan, Quella cara vecchia pipa, che vi abbiamo segnalato e di cui presto parleremo diffusamente. Non è solo giocato attorno a Chesterton, mira ad esporne il cuore delle idee e merita di essere letto.
Parte da un episodio accaduto a Chesterton in America. Davvero anni luce lontano dal politicamente corretto. Davvero un grande, Chesterton.
Ne abbiamo parlato al Chesterton Day 2014, parla di tradizione, di Ortodossia e di ortodossia e di altro ancora.

Bene. Buona lettura. E per leggere bene occorre rifornirsi da www.pumpstreet.it , questo è ovvio.
Sennò non ha senso leggere Notting Hill, ragazzi...
Per chi infiammarsi, sennò? Dai...

Marco Sermarini