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martedì 21 febbraio 2023

Hanna Arendt, Charles Peguy e il Nostro Gilbert.

Ciò a cui aspiravano era la libertà per il popolo e la ragione per le menti. In loro vi era un odio profondo per la società borghese, che sapevano essere essenzialmente antidemocratica e fondamentalmente corrotta. Ciò contro cui si battevano senza requie era l'insidiosa invasione della morale e dei valori borghesi in tutti gli stili di vita e in tutte le classi sociali. In effetti combattevano contro qualcosa di molto sinistro di cui raramente i socialisti - il cui partito politico, secondo Péguy, «era composto unicamente da intellettuali borghesi» - si rendevano pienamente conto, mi riferisco all'influenza onnipervasiva della mentalità borghese nel mondo moderno.

E' un fenomeno degno di nota, e qualcosa che dovrebbe far riflettere i nostri progressisti, che in termini di mera polemica tali cattolici convertiti o neocattolici si sono rivelati i veri vincitori. Non vi sono polemiche più devastanti, divertenti o meglio scritte contro quell'insieme di superstizioni moderne che vanno dalla scienza cristiana alla ginnastica come mezzo di salvezza, dal proibizionismo a Krishnamurti, di quelle contenute nei saggi di Chesterton (…).

Hanna Arendt, in Archivio Arendt, 1. 1930-1948, a cura di Simona Forti, Feltrinelli, Milano. Originariamente pubblicato in The Nation, 161/12, 22 Settembre 1945

Gilbert Keith Chesterton English Photograph by Mary Evans Picture Library
Gilbert Keith Chesterton
Photos de Charles Péguy - Babelio.com
Charles Peguy

  


Hannah Arendt's Insight Applies: Some People Will Not Comply ...
Hanna Arendt

giovedì 21 luglio 2022

Una vecchia edizione de L'innocenza di padre Brown e qualche breve considerazione.

È un'edizione della Città Armoniosa, una piccola battagliera casa editrice nata negli anni '60 a Reggio Emilia e scomparsa purtroppo negli anni '80, che traeva il suo nome da un'opera di Charles Peguy. Pubblicò anche altri titoli di Chesterton.

Ecco L'innocenza di Padre Brown, copertina e quarta di copertina (con un finalmente voluminoso Flambeau: abituati all'idea che avesse le fattezze di Arnoldo Foà, che non era altissimo, a volte ne perdiamo le vere gigantesche proporzioni). Anche graziosa.

Un'edizione in controtendenza, visto che già in quegli anni l'interesse per Chesterton da parte delle grandi case editrici andava scemando. Invece Città Armoniosa, nata dalla volontà di alcune persone riconducibili all'esperienza di Comunione e liberazione negli anni della sua espressione più vivace, riteneva Chesterton un autore da proporre. Bello.

Come vedete, Chesterton, da autore di grande successo anche in Italia (lo hanno pubblicato molte case editrici con l'idea di farne un piatto forte del proprio menù), si era trasformato in un autore con una connotazione molto precisa sul piano culturale.

Marco Sermarini





 

mercoledì 18 luglio 2018

Sulla vita romanzesca - di Fabio Trevisan (da Riscossa Cristiana)

"Niente è stato così irragionevolmente sottovalutato come l'umorismo, anche quando sembra un semplice gioco divertito di parole"
Come scrisse nel saggio: "Ortodossia", per Chesterton la parola "romanzo" conteneva in sé tutto il significato pregnante di Roma, ossia un ritorno a casa da un certo punto di vista drammatico e da un altro affascinante della conversione che lui ebbe. Sulla vita romanzesca, legata quindi ineluttabilmente alle sorti della "città eterna", il grande scrittore inglese ne parlò facendo un breve profilo di Edmond Rostand (1868-1918), poeta e drammaturgo francese, noto soprattutto per quel Cyrano de Bergerac tuttora rappresentato in tante parti del mondo.
Da ottimo critico letterario qual era (ricordiamo qui solo alcuni saggi di Chesterton su Shakespeare, Dickens, Watts, Browning, Blake e molti altri) egli prese le difese di Rostand, il romantico drammaturgo francese: "La fine del XIX secolo fu un periodo caratterizzato dal pessimismo per l'Europa e in particolare per la Francia; infatti si stavano addensando le ombre del prussianesimo. Rostand fu davvero un gallo che cantò prima dell'alba. Quando essa giunse, era rossa come il sangue; eppure il sole si levò". Chesterton alludeva alla prima guerra mondiale, al pericolo prussiano (che spinse anche suo fratello Cecil al fronte ed a morire in uno degli ultimi combattimenti), al fatto che un altro scrittore francese, Charles Peguy (1873-1914), dinanzi alla minaccia prussiana, da pacifista divenne patriota, riscoprendo l'autentico sentimento religioso.
Chesterton, sulla scorta di questa passione letteraria che lo spinse a divorare migliaia e migliaia di libri, aveva scorto in Rostand e nel suo nome medievale di "Chantecler" (letteralmente "canta chiaro", derivava dal nome di un gallo in una raccolta di racconti nel Roman de Renart del XII secolo) un gallo francese che parlava in modo diretto e preciso: "La parola "chiaro" è sempre un'indicazione del paese di Rostand e della sua opera. In tempi di decadenza egli risentì di un errore grossolano: la convinzione che ciò che è chiaro è necessariamente banale". Questa convinzione superficiale era condannata da Chesterton, che affiancava alla metafora del gallo che canta chiaro quella della pozzanghera, utilizzata quest'ultima nel condannare la filosofia pessimistica del rettore del Brakespeare College nel romanzo Uomovivo. I pensieri irrilevanti ristagnavano, secondo Chesterton, in pozzanghere pur sempre poco profonde: "Erano di questo genere le filosofie della Germania settentrionale molto in voga alla fine del XIX secolo; gli uomini erano convinti che la pozzanghera fosse profonda perché non riuscivano a vederne il fondo a causa dell'acqua torbida".
La difesa di Rostand costituiva soprattutto, nella mente di Chesterton, la salvaguardia della lucidità di pensiero contro il decadentismo e il pessimismo: "Quando i critici decadenti derisero la popolarità di Rostand, si presero semplicemente gioco della sua lucidità. Protestarono contro questa sua capacità di comunicare i pensieri nel modo più diretto ed eloquente. Lo biasimarono duramente perché nelle sue affermazioni non risuonava un accento tedesco…". Anche l'umorismo, in quell'epoca belligerante e in quella cornice decadente ricca di proclami altezzosi, era sottovalutato e disprezzato: "L'umorismo viene scartato perché puramente verbale; invece, in realtà, è lo stile solenne a essere soltanto verbale o anzi soltanto verboso. Una battuta ha dietro di sé sempre un pensiero; sono gli scritti seri e formali a non esprimere talvolta nessun concetto". Chesterton si scagliava così contro tutto ciò che il prussianesimo rappresentava: il decadentismo, la superbia, la pretesa scientificità di alcune ricerche o di alcuni assunti filosofici, l'assenza di un sano umorismo.
Rostand rappresentava per lui l'anti prussianesimo nell'arte, nella commedia, nella poesia: "L'opera teatrale di Rostand è piena di soluzioni che ai superficiali sembrano semplicemente spiritosi scambi di battute…Ogni pagina, ogni paragrafo, quasi ogni riga delle opere di Rostand è ricca di giochi di parole, che sono sia verbali sia vitali". Nel celebrato Cyrano de Bergerac il senso dell'umorismo assurgeva, per Chesterton ad eroismo: "Il suo valore aumenterà in un'epoca più positiva, quando l'aria sarà purificata da una grande crociata. Sicuramente la poesia di Rostand rimarrà". Citando un verso del Cyrano, Chesterton concludeva con un'osservazione molto profonda relativa al significato della salvezza dell'anima ed all'uso corretto del tempo che a ciascuno è concesso: "Io ho paura…che l'anima si annienti in passatempi vani e che tutta questa finezza si tramuti in una fine!".

domenica 29 ottobre 2017

C’era una “scuola chestertoniana”? Per Herbert Palmer sì.

Per Herbert Palmer, che vedete nella foto, esisteva una "scuola" letteraria chestertoniana, i cui esponenti, oltre naturalmente il nostro Gilbert, erano Belloc, Wilfred Rowland Childe, W. R. Titterton (il suo caporedattore quando GKC dirigeva il G. K.'s Weekly, primo a far uscire un profilo biografico di Chesterton) e William Kean Seymour

Una scuola singolare perché, a detta di Palmer, si trattava di una scuola «i cui membri si tenevano aggrappati l'un l'altro così strettamente che la loro influenza non fece alcun male ad altre fraternità o a rilevanti individualisti». Niente a che fare con «una fredda cricca o un'ostile ghenga».

«Le sue più evidenti caratteristiche furono la robustezza, l'estasi, Il medievalismo, la cristianità cattolico romana, l'esaltazione dell'umile e del semplice, la musica tradizionale, il culto della taverna, le canzoni di libertà», continua Palmer.

È interessante la tesi, anche perché tutti riconoscono le affinità e in alcuni casi la fraternità tra gli autori annoverati sin qui, però l'idea di una "scuola" non è stata mai sufficientemente esplorata se non da Palmer. Hannah Arendt fa una sorta di accenno a quest'idea, ma la considera una sorta di rinascita cattolica antiborghese (concetto molto interessante ed affascinante, anche se poi la Arendt casca e non capisce che l'amicizia con Belloc non era "strana", ma il motore di tutto! Lo considerava alla stregua di un fascista... ne abbiamo parlato più volte qui sul nostro blog) formata da Chesterton, Charles Pèguy e George Bernanos, quindi non una vera e propria scuola letteraria ma una sorta di "partito filosofico".

In realtà tra quelli che riconoscevano una certa sistematicità a livello letterario tra diversi autori c'è invece il nostro amico Emilio Cecchi. Se ricordate ne abbiamo parlato sempre in questo blog, quando Cecchi presentò per la prima volta il Chesterbelloc al popolo dei lettori de La Ronda.

La tesi in questione è contenuta in un libro di Palmer intitolato Post-Victorian Poetry, editori J. M. Dent & Sons, 1938.

Quindi c'è da approfondire, amici. Giovani studiosi, fatevi avanti.

Marco Sermarini




lunedì 17 ottobre 2011

Nuovamente su Hilaire Belloc - Don Giuseppe De Luca (Il Frontespizio) parla di Belloc e del suo pellegrinaggio a Chestochowa

Tempo fa vi mettemmo a disposizione (avendolo letto in un sito internet, che trovate come collegamento in calce a questo post) un brevissimo brano di un articolo di don Giuseppe De Luca, una delle menti de Il Frontespizio, rivista letteraria edita dalla Libreria Editrice Fiorentina e quindi da Vallecchi cui collaborarono Chesterton e Belloc (di cui negli anni vi abbiamo fornito qualche brano grazie all'interesse di alcuni nostri soci e amici, primo fra tutti Angelo Bottone).

L'articolo in questione parla della Madonna di Chestochowa, in Polonia, e cita proprio il pellegrinaggio che vi fece Belloc, che viene messo a paragone con un altro illustre pellegrino mariano, il francese Charles Péguy. Del Belloc si cita anche il pellegrinaggio a piedi a Roma, il cui resoconto è stato pubblicato proprio in questi giorni da Cantagalli (anche di questo abbiamo già dato conto, più di qualche post fa). L'articolo riporta una poesia di Belloc sulla Madonna di Chestochowa.

Il Frontespizio, per la cronaca, ebbe tra i contributori e sostenitori uomini come Piero Bargellini (ne fu direttore), Giovanni Papini, Carlo Bo, Mario Luzi, Giuseppe Ungaretti ed altri ancora. 



don Giuseppe De Luca con Giuseppe Ungaretti e Alfredo Schiaffini

Questo pezzo uscì su L'Osservatore Romano il 25 Febbraio 1962 nella rubrica Bailamme ed è stato ristampato in forma elegante in anni più recenti. Esiste anche una raccolta degli articoli del De Luca usciti per la medesima rubrica, che trovate anche qui.



«(...) Non appena ho letto che giungeva in Roma in questi giorni il Cardinal Primate di Polonia, mi son tornati in mente quei giorni, quegli uomini, e tutte le avemarie (quante, Madonna mio, quante: ce ne ubriacavamo) che si recitavano spesso insieme alla Madonna di Czestochowa. E mi son tornati in mente inoltre (oh che brutta malattia è la letteratura) uno scrittore e la ballata che egli scrisse e dedicò alla Madonna di Czestochowa.
   Che dico dedicò? Belloc, perché si tratta di lui, si recò in persono nel 1928 in Polonia. Non fu un viaggio, il suo; e lui n aveva fatti tanti, di viaggi, tutti descritti in divertentissimi libri. Fu un pellegrinaggio vero e proprio, come quelli di Pèguy a Chartres. Pèguy pativa, e portava le sue poesie come un ex-voto per i figli malati alla Madonna; Belloc portò una sua ballata, un po’ alla brava, spavaldamente. Era una ballata all’antica. Era venuto qui, nella città eterna, a piedi, dal cuore della Francia; e il suo In via per Roma (The Path to Rome), lo diedi tradotto nell’Illistrazione Vaticana del 1935. Non io dovevo tradurlo, avrebbe dovuto tradurlo uno come Cecchi, a quel modo che tradusseManalive di Chesterton: amico dell’uno e dell’altro, e amico degnissimo di loro, a loro egli ha consacrato pagine parecchio belle.
Narra il biografo del Belloc:

[Nel 1928] Belloc si recò in pellegrinaggio in Polonia; questo pellegrinaggio, per importanza, vien secondo a quello che aveva fatto a Roma. Sua mèta, il santuario della Madonna di Czestochowa; recava con sé la ballata che porta ilnome di Lei.
   Ascoltata la messa nella grande chiesa del monastero, la quale domina tutta la regione per la sua situazione, e domina tutta la Polonia per la sua leggenda, Belloc portò la ballata, montata in un cornice nera, nella cappella dove la fascia dolorosa della Madre di Dio guarda sulla folla che le prega davanti. L’appende alla parete a fianco dell’altare, a destra, in mezzo a spade, medaglie, vascelli d’oro, braccia e gambe, testimonianze della intercessione della Madonna. Dopo, ne fece una traduzione strana in un latino maccheronico, e la depositò negli archivi del monastero. Se oggi un pellegrino polacco guarda un po’ da vicino queste sante mura, vedrà che un poeta inglese fu il primo tra gli amici della sua nazione.

Qual è questa ballata? Eccola, nella traduzione di Augusto Guidi:

Donna, e Regina, e multiplo Mistero,
E Reggitrice dello sgombro cielo,
Madonna che Sant’Ilda vide in sogno,
E una silvestre musica ascoltava;
M’attenderai nell’ora vespertina,
Che le nubi sono alte e rientra il gregge.
Questa è la fede che ho nutrito e nutro,
E questa è quella in cui morire voglio.
Scoscesi sono i flutti, irosi, freddi,
Terribili a tentarsi nei marosi;
Vasta è la steppa nella fredda notte,
Né vi trova una vela alcun riparo.
Ma tu mi guiderai alle luci ed io
T’innegerò in un porto favoloso.
Questa è la fede che ho nutrito e nutro,
E questa è quella in cui morire voglio.
Dei soccombenti ausilio, Casa d’oro,
Eburnea torre, Tempio della Spada;
Raro splendore, raggiante, supremo,
Visione dell’eroe, voce del mondo.
Tu mi restituirai, fedele amica,
Alla vendetta e alle glorie dei forti.
Questa è la fede che ho nutrito e nutro,
E questa è quella in cui morire voglio.
Licenza. Principe d’onta che ti compri e vendi,
Scritti nella tua tana rovinante,
Questi versi proclaman la mia fede,
Proclamano che in lei voglio morire.

   Oh no, non è una gran poesia, forse nemmeno è una poesia. Sarà preghiera? Ne dubito, la pregihiera e la poesia essendo cose estremamente più sfuggenti, segrete. A Belloc, più di una volta, come al suo amico Chesterton, piacevano troppo scrivendo i fuochi artificiali. Come piaceva il vino. Si sarebbero vergognati di dare per soggetto alla poesia, persino alla prosa, la cronaca nera oggi d’uso alla quale preferirono sempre le storielle allegre. Incontrarono, tuttavia, la preghiera e la grazia, tutti e due, e più di una volta.A loro stessa insaputa, ma le incontrarono; e un giorno qualcuno lo dirà, io spero.

   Non è strano, lettore, che questo innamorato di Roma, il suo secondo pellegrinaggio lo abbia fatto proprio alla Madonna di Czestochowa, e a quella Madonna abbia recaro la sua ballata? (...)»

Tratto da http://michele.macchia.tripod.com/ristampa.htm