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domenica 14 giugno 2026

Gilbert Keith, Jorge Luis e l’arte di conversare con il mondo | Andrea Monda sull'Osservatore Romano.

 Bergoglio gli fece la barba, la sua donna gli disse di spararsi: otto  aneddoti per conoscere meglio Jorge Luis Borges - Linkiesta.it

di ANDREA MONDA

Non è un caso, anche perché il caso non esiste, che Jorge Luis Borges e Gilbert Keith Chesterton siano morti entrambi lo stesso giorno, il 14 giugno, ma a distanza di cinquant’anni uno dall’altro. Non è un caso perché i due scrittori hanno molte cose in comune, al di là dell’apparenza. Da una parte uno, il poeta argentino, un po’ dandy, dalla cultura enciclopedica, dalla raffinata conversazione, affascinato dalla figura di Cristo ma che sempre ha sfoggiato un malinconico scetticismo nei confronti della fede, e dall’altra il gigantesco romanziere e polemista inglese, un tomista col saio francescano, campione della fede cattolica al punto da essere definito defensor fidei da Pio XI. Niente in comune quindi, o molto poco... Ma scavando un po’ oltre l’apparenza si trova sempre qualche sorpresa.

Partiamo da Borges che nei saggi letterari e nelle sue conversazioni cita di continuo alcuni autori come veri punti di riferimento: Wilde, Poe, Kafka, Emerson e, soprattutto, Whitman, Omero e Virgilio, Dante e Cervantes ma, sopra tutti gli altri, Chesterton.

Il punto fondamentale di questa mia riflessione è biografico: io devo proprio al più giovane dei due, l’argentino, la conoscenza del più anziano inglese. Da qui la mia gratitudine immensa verso Borges.

Parliamo quindi di questo poeta che è anche sublime critico letterario e narratore. Il poeta di Buenos Aires sviluppa infatti ben presto una vena narrativa, tutta a favore del racconto breve rispetto al romanzo che non troverà mai congeniale perché «troppo artificiale» (dirà ad Alberto Arbasino in un’intervista del 1977): «I racconti invece sono sempre delle vere storie, e gli uomini hanno sempre amato raccontare e ascoltare storie: per questo amo tanto Kipling (…) e Stevenson (…). Il romanzo è sempre una costruzione, so che io non posso farla; posso fare soltanto dei racconti. E poi, dato che io non sono un lettore di romanzi, perché dovrei scriverne? Io non li leggo, all’infuori di Conrad, che mi piace molto». Questa osservazione contro l’artificiosità del romanzo è singolare in quanto lo stesso Borges sarà poi architetto di sofisticati racconti divenuti famosi per la loro complessità. Non a caso i due, Jorge Luis e Gilbert Keith si dilettarono con il genere giallo, il più “artificiale”, sofisticato e cerebrale dei generi letterari. E nei racconti di fantasia.

Come è noto nel 1938 lo scrittore ha un incidente che lo costringe per parecchio tempo all’immobilità, dopo un attacco di setticemia che ne minaccia gravemente la vita. Negli anni della malattia, lo scrittore argentino concepisce alcuni tra i suoi capolavori: la raccolta di racconti Finzioni (1944) e successivamente L’Aleph (1949) con cui Borges passa al genere fantastico, che per lui è quello principale della letteratura. Gli anni Quaranta, in cui la cecità diventa sempre più minacciosa, sono gli anni in cui il poeta argentino viene consacrato come grande autore di narrativa grazie anche alla realizzazione di una vera e propria mitologia letteraria composta da alcuni elementi simbolici che fino alla fine accompagneranno la poetica borgesiana: la biblioteca, il labirinto, il sonno e il sogno, gli scacchi, la spada, la tigre, la sabbia, lo specchio.

Nel 1955 Borges è ormai cieco quando viene nominato direttore della Biblioteca Nazionale, ciò che aveva sempre sognato di fare. Lo scrittore commenta così la nomina: «È una sublime ironia divina ad avermi dotato di ottocentomila libri e, al tempo stesso, delle tenebre». E nel 1980, nelle Conversazioni Americane, aggiungerà che «è dal 1955 che la mia vista non mi permette più di leggere, e allora non ho più letto nulla di contemporaneo. Penso di non aver mai letto un quotidiano in vita mia. Possiamo conoscere il passato, ma il presente è mistero per noi».

Borges è stato un grande sacerdote del culto dei libri spingendosi ad affermare che l’uomo è ciò che legge, non ciò che scrive. Tale affermazione rivela una vera e propria mistica della lettura che si manifesta nella credenza che fra autori e lettori s’instauri «un dialogo, una forma di relazione», «una collaborazione e quasi una complicità», in una parola, che la lettura sia un atto creativo.

Borges è uno scrittore che ama circondarsi di amici con i quali innanzitutto discute, di tutto, nasce così una vasta e variegata produzione di volumi di conversazioni dove forse Borges, uomo-biblioteca, dà il meglio di sé. Ma con gli amici Borges non solo conversa, ma anche scrive: in collaborazione con Adolfo Bioy Casares scrive nel 1942 Sei problemi per don Isidro Parodi e con Margarita Guerrero il Manuale di zoologia fantastica (1957).

Da una parte quindi il poeta e il narratore lucido e raffinato, dall’altra il saggista e il conversatore appassionato: ovviamente le due anime sono una e si alimentano reciprocamente.

Borges amava la storia (scrive diversi libri di storia, Storia universale dell’infamia, Storia dell’eternità...) ma non ama le date, ad esempio uno dei suoi libri preferiti è L’uomo eterno di Chesterton, un saggio di storia universale senza neanche una data. E riecco qui Chesterton. Proprio su questo tema, proviamo a comparare due affermazioni dei due scrittori; scrive Borges: «Non credo nelle scuole. Non credo nella cronologia. Non credo nel datare le opere. Penso che la poesia dovrebbe essere anonima (...). Che cosa sappiamo dei nomi di quegli uomini che scrissero quel sogno meraviglioso che è Le mille e una notte? Nulla, e non ce ne importa. (...) Credo che per un autore la cosa migliore sia far parte di una tradizione, far parte di una lingua, perché la lingua si evolve mentre i libri possono essere dimenticati». Concetti molto vicini a quanto afferma Chesterton in Ortodossia: «La leggenda è fatta generalmente dalla maggioranza, sana, degli abitanti di un villaggio; il libro è scritto, generalmente da quello, fra gli abitanti del villaggio, che è matto».

Un altro tema, forse quello principale, che unisce i due scrittori è il tema della meraviglia. Difficile trovare una pagina di racconto o romanzo oppure una poesia di Chesterton in cui non sia presente questa dimensione dello stupore. Qualcosa di più preciso possiamo citare di Borges il quale osserva una comune origine della poesia e della filosofia che, come ricordavano Platone e Aristotele, nasce proprio dalla meraviglia. Nel 1976 in un incontro presso l’Università dell’Indiana, Borges afferma: «... senza dubbio, la nostra esistenza è un fatto curioso. (...) il fatto di stupirsi di fronte alla vita può essere l’essenza della poesia. La poesia consiste nel sentire le cose come strane (...). L’unica differenza è che nel caso della filosofia la risposta viene data in maniera logica, mentre per la poesia si usa la metafora».

Dalla meraviglia al mistero il passo è breve. La “stoffa” di cui è fatta la realtà per Borges sembra essere il mistero che circonda ogni atto e attimo dell’esistenza umana. «Ogni poesia è misteriosa» afferma l’argentino, «nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere». Un’altra frase che spesso Borges cita in realtà è proprio di Chesterton e ci ricorda che «tutto passerà, resterà solo lo stupore e lo stupore per le cose quotidiane». È proprio lì, nelle cose quotidiane, che si annida, per entrambi i poeti, la meraviglia, perché: «Non c’è un giorno, neppure di carcere o d’ospedale, che non porti una sorpresa, che non sia, controluce, una rete di minime sorprese» (dal racconto L’attesa di Borges), oppure perché «Chi abbraccia una donna è Adamo. La donna è Eva. / Tutto accade per la prima volta» (dalla poesia La felicità). Lo stupore di Borges è primigenio, è la meraviglia legata all’origine, lo stupore per il bene, quel bene che è l’esistenza stessa. Nella poesia Il mare si chiede: «Ma chi è il mare?» e annota che «Chi lo guarda lo vede per la prima volta, sempre. / Con lo stupore / che le cose elementari lasciano, i pomeriggi / belli, la luna, il fuoco di un falò». Le cose elementari, questo è un nodo centrale nella vita e nell’opera di Borges.

Conversando con Osvaldo Ferrari Borges osserva che: «È così difficile definire le cose. Proprio le più evidenti son quelle che è impossibile definire, giacché definire è esprimere una cosa con altre parole, ma queste possono esprimere meno di quello che va definito. Ciò che è elementare, per esempio non può essere definito; come si può definire il sapore del caffè o la mestizia grata che ci coglie all’imbrunire, o il sentimento di attesa, di speranza, naturalmente illusorio, che si può provare nel destarsi? Niente di questo può essere definito. Le cose astratte sì, possono esser definite; si può dare una definizione astratta di un poligono o di un congresso. Ma dubito che si possa definire un dolore di denti».

Borges e ancora di più Chesterton esprimono spesso i sentimenti che scaturiscono dalla meraviglia, innanzitutto la gratitudine, ma anche lo spaesamento e lo smarrimento che nascono dal sentire strane le cose, dal sentirsi straniero. Questo è un sentimento che accomuna Borges e Chesterton il quale diceva, sempre citato da Borges, che: «La realtà è più strana della finzione. E Chesterton la commenta acutamente e giustamente, credo, quando dice, “...la finzione la creiamo noi, mentre la realtà è molto più strana perché la crea un altro, l’Altro, Dio”».

Nel saggio già citato L’uomo eterno, Chesterton afferma che «La più semplice verità sull’uomo è che egli è un essere veramente strano: strano quasi nel senso che che è straniero a questa terra (…) solo, fra tutti gli animali, è scosso dalla benefica follia del riso; quasi avesse afferrato qualche segreto di una più vera forma dell’universo e lo volesse celare all’universo stesso».

I due oltre che poeti e scrittori, sono straordinari critici letterari. In particolare conoscere Borges equivale a fare la conoscenza con un uomo-biblioteca, una biblioteca ambulante che, con dolcezza e humour, ti accoglie nei suoi meandri labirintici senza farti disorientare e guidandoti per mano a scoprire i mille tesori che contiene. È in quella biblioteca che ho fatto la conoscenza di Chesterton.

Borges critico letterario ma anche cinematografico. I suoi saggi di critica cinematografica sono formidabili soprattutto se si pensa che la sua fu una corsa contro il tempo, man mano che la miopia progressiva aumentava. Narratore, poeta e critico Borges fu però, innanzitutto, un grande conversatore, come Wilde, anche lui molto amato da Borges, e proprio come il suo “maestro” Chesterton. I due avevano una curiosità quasi bambina rispetto praticamente a tutto. E di tutto parlavano. Nei tre volumi curati da Osvaldo Ferrari (non gli unici dedicati alle conversazioni di Borges) si parla veramente di ogni aspetto dello scibile umano: dallo humour ai sogni, dalla poesia di Shakespeare alla mitologia nordica, al «sapore dell’epica», dal cinema westernalla memoria, dalla politica ai dialoghi, dall’amore a Socrate, dalle prefazioni a Melville, dal mare a Thoreau fino all’amato Chesterton che ritorna di continuo. Ecco ad esempio un suo ritratto, appassionato e lucidissimo: «Nella sua scrittura restano marcate tracce pittoriche. I suoi personaggi usano entrare in scena come attori e i suoi paesaggi vivacemente sbozzati s’appiccicano alla memoria. Chesterton visse nel corso degli anni intrisi di malinconia a cui si riferisce con la definizione fin de siecle. Da questo ineliminabile tedio venne salvato da Whitman e da Stevenson. Eppure qualcosa gli rimase attaccato addosso, rintracciabile nel suo gusto per l’orrido. Il più celebre dei suoi romanzi L’uomo che fu Giovedì, ha come sottotitolo Un incubo. Avrebbe potuto essere Poe o magari un Kafka; lui comunque preferì, e gli siamo grati della scelta, essere Chesterton e coraggiosamente optò per la felicità o finse di averla trovata. Dalla fede anglicana passò a quella cattolica, che, secondo lui, è basata sul buon senso. Arguì che la stranezza di tale fede si attaglia alla stranezza dell’universo, come la strana forma di una chiave si adatta perfettamente alla strana forma di una serratura. In Inghilterra il cattolicesimo di Chesterton ne ha pregiudicato la fama, poiché la gente persiste nel ridurlo a un mero propagandista cattolico. Innegabilmente lo fu, ma fu anche un uomo di genio, un gran prosatore e un grande poeta... La letteratura è una delle forme della felicità; forse nessun scrittore mi ha dato tante ore felici come Chesterton».

L’ultima affermazione posso dirla anch’io, e la dico rivolgendomi, con gratitudine, proprio a Borges.

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2026-06/quo-133/gilbert-keith-jorge-luis-e-l-arte-di-conversare-con-il-mondo.html?fbclid=IwY2xjawSaw45leHRuA2FlbQIxMQBicmlkETB0a0w4ZGY1SEF2NTlkSzRHc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHl1a2GxOxpmbCb0QAILK5nTAxKR84KiYIPMgw9DSLtx6zS3YhdD7EgXgzHEc_aem_dA9hmymH4-1YNNept_swZA

martedì 27 maggio 2025

Nicea e i venditori di salsicce - Dialogo a distanza tra Giulio Giorello e il «funambolo del paradosso» G.K. Chesterton | Da l'Osservatore Romano del 18 giugno 2020.

La postfazione dell'edizione di Eretici stampata da Piemme nel 1998 fu firmata dal filosofo e matematico Giulio Giorello (1945 - 2020).

L'Osservatore Romano pensò di riprodurla nel numero del 18 giugno 2020, a tre giorni dalla morte del pensatore milanese.

Ve la riproponiamo perché Giorello fu molto colpito dall'accostamento salsicce - Credo di Nicea, e visto che quest'anno ricorre del Concilio che lo partorì il millesettecentesimo anniversario (delle salsicce riteniamo si parli di una nascita ben precedente, ma non si sa con esattezza, per quanto sembra che ne abbia parlato Marco Terenzio Varrone, quindi...) ci pareva bello sfruttare tutto questo in parte giustificato stupore nella ricorrenza.

È lo stesso Chesterton funambolico di Capelli spaccati in quattro, tanto per fare un esempio, che mai passerà di moda perché è uno degli elementi caratterizzanti l'identikit del cattolicesimo e perché ciò che lo muove sempre ci salverà dalle mode, dalla menzogna mascherata da verità "accettabile" o "più comoda", dal vuoto, dalla distanza astrale del pensiero dalla ragione.

Di seguito un estratto ed il collegamento alla pagina:


L’elenco di battute che, staccate dal contesto, sarebbero degli straordinari aforismi, potrebbe continuare a lungo. Ma ce n’è uno che non solo trovo ancor più straordinario degli altri ma anche fornisce, a mio avviso, la chiave (una delle chiavi?) dell’intero Eretici: «Togliete il Credo di Nicea, e farete un qualche strano torto ai venditori di salsicce». Niente, ci insegna Gilbert Keith Chesterton (GKC), è più concreto di un’idea, purché si sappia vivere con essa e, se è il caso, per essa morire. L’esperienza della (umana) finitezza per il creatore di padre Brown è radicale; ma altrettanto radicale è la sua tensione verso l’infinito. «L’uomo non può amare le cose mortali», ci dice. L’uomo «può solo amare cose immortali», anche se «per un istante» — ed è in questo modo che si coniugano insieme il Credo di Nicea e le salsicce.

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2020-06/nicea-e-i-venditori-di-salsicce.html

Giulio Giorello

lunedì 28 aprile 2025

Da L'Osservatore della Domenica del 13 maggio 1956 - G. K. Chesterton, il filosofo dal naso dipinto di verde.

Il 13 maggio 1956 Leone Dogo scrisse un articolo sul Nostro Eroe, nell'imminenza del ventennale della sua morte, intitolato «G. K. Chesterton: il filosofo dal "naso dipinto di verde"», che riprendeva la famosa immagine creata da Emilio Cecchi.

Dice Dogo con stupore: "La traduzione italiana di «Ortodossia», vale a dire di quello che giustamente è ritenuto il capolavoro di Chesterton saggista, ha raggiunto l'anno scorso la sesta edizione, per i tipi della Morcelliana. Sei edizioni in pochi anni di un libro di filosofia! In Italia!!.. Un piccolo miracolo; che però si spiega assai bene".



sabato 26 aprile 2025

Dall'Osservatore della Domenica del 16 aprile 1967 - San Giorgio, di G. K. Chesterton.

Grazie alla segnalazione del nostro Angelo Bottone, abbiamo la possibilità di mostrarvi una pagina dell'edizione del 16 aprile 1967 dell'Osservatore della Domenica, l'edizione domenicale dell'Osservatore Romano, sempre ricca di contenuti culturalmente rilevanti.

L'occasione era la ormai prossima memoria del santo patrono dell'Inghilterra (23 aprile -- era prossima anche per noi alcuni giorni fa, ma lo sapete qual è il motto della nostra società... "se una cosa vale la pena di farla...", il seguito ai migliori conoscitori della filosofia e delle opere del Nostro Eroe).

Per cercare altre cose simili è sufficiente collegarsi al sito dell'Osservatore Romano, cercare nella barra gialla "Archivi" e selezionare "Osservatore della Domenica" (nel collegamento che vi offriamo qui c'è già selezionata la pagina dell'archivio dell'Osservatore della Domenica) e poi con pazienza sfogliare anno per anno e numero per numero. C'è dell'altro su Chesterton, con piacevole pazienza.

Quella che vedete è una foto che ho fatto animalescamente dal sito, non leggibile, ma selezionando anno e numero lo potrete vedere scorrendolo come un comune pdf (è archiviato in questo formato).

Marco Sermarini





mercoledì 1 gennaio 2025

Il paginone che l'Osservatore Romano ha dedicato il 30 dicembre 2024 al nostro amato Chesterton.

L'Osservatore Romano, per scelta del proprio direttore Andrea Monda, ha dedicato a Chesterton diversi interventi nel corso di questo centocinquantenario della nascita, ed ha voluto concludere con un bel paginone dedicato tutto a lui, con un suo articolo di presentazione riportato in un post del 30 dicembre 2024, un articolo di Silvia Guidi, il ricordo di sir Philip Gibbs che abbiamo pubblicato lo scorso 5 novembre sul nostro blog e un'ampia intervista al nostro presidente Marco Sermarini.

Siamo molto grati ad Andrea Monda, che è un chestertoniano storico e ha scritto e parlato del Nostro Eroe molte volte (una volta anche durante uno dei nostri Chesterton Day a Grottammare), per aver dedicato tutto questo spazio del giornale della Santa Sede a Gilbert, e gli siamo ancora più grati per averci dato la possibilità di riprendere e pubblicare i contenuti usciti nel numero del 30 dicembre. Abbiamo voluto aprire l'anno con questa bella iniziativa mettendola a disposizione dei tanti lettori quotidiani del nostro blog perché meritava. Grazie.

Facciamo in modo che Chesterton non perda mai il rapporto con il suo popolo e anzi conquisti una cospicua fetta di nuovi amici che facciano di lui un riferimento per la propria vita.

Dalle due pagine dell'Osservatore è emerso in maniera chiara come Chesterton non sia solo una passione letteraria ma un faro per migliaia di persone in questo mondo e come abbia influenzato ed impressionato tante grandi menti. Noi ci accontenteremmo che desse speranza ai tanti piccoli e grandi lettori delle sue bellissime opere. Il nostro piccolo blog è una bella luce per molti e speriamo che lo diventi sempre più. Alcuni lettori ci esprimono la loro gratitudine per questo spazio. Noi che contribuiamo a costruirlo siamo lieti di fare qualcosa di buono, perché non dubitiamo di fare qualcosa di buono presentando tutti i giorni qualcosa del nostro caro Gilbert, uomo buono e pieno di virtù.

Per cui Buon Anno 2025 a tutti, un buon anno chestertoniano, di nuovi amici chestertoniani, di nuove buone cose chestertoniane.

Lo staff del blog dell'Uomo Vivo



 

martedì 31 dicembre 2024

Chesterton, il profeta della «stranezza» e dello stupore - Andrea Monda sull'Osservatore Romano.

Il 28 dicembre scorso Papa Francesco nel Pensiero del giorno trasmesso in onda dalla BBC ha parlato di gentilezza, umiltà e gratitudine e quindi ha citato G.K. Chesterton — non era la prima volta — questo grande scrittore britannico, ha detto, molto stimato dal poeta argentino Borges, il quale nel finale della sua Autobiografia ci ricorda saggiamente di prendere i fatti della vita con gratitudine e non con scontatezza.

In due parole il Papa ha colto l’essenza dell’opera del poeta inglese, il grande nemico appunto della scontatezza. Una parola inusuale ma che dice e mette in guardia da quello che forse è il pericolo peggiore per l’uomo di ogni tempo e latitudine, quell’atteggiamento di sentirsi “in credito” nei confronti della vita e impedisce così di aprirsi allo stupore e, infine, alla gratitudine. Proprio nel finale della sua Autobiografia, che uscì postuma nel 1936 dopo la morte dell’autore, Chesterton conclude affermando che «L’esistenza è ancora una cosa molto strana e stupefacente per me e le do il benvenuto come se fosse uno straniero (…). Sento di essere stato approvato nel mio desiderio di capire il miracolo di essere vivi (...). Ho detto che questa religione un po’ grossolana e primitiva della gratitudine non mi ha preservato dall’ingratitudine, dal peggiore dei peccati». Un’affermazione che chiude il cerchio visto che all’inizio del libro aveva dichiarato: «Questo fu il mio primo problema, quello di indurre gli uomini a capire la meraviglia e lo splendore dell’essere vivi».

Il resto nel collegamento qui sotto:

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2024-12/quo-294/il-profeta-della-stranezza-e-dello-stupore.html?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTEAAR1Gaso0q1qTOLXHxIvAy4FCr0Wt_1fixdEy1xvuUZxf23bf2Nbs46xxZaM_aem_4HKigqrOof1Q19XlyxgXQQ



domenica 23 agosto 2020

Precisazioni additive.

Entrambi gli articoli precedenti sono tratti da l'Osservatore Romano del 25-26 aprile 2019.

Con essi furono pubblicati il famoso capitolo di Illustrissimi di Albino Luciani (poi Papa Giovanni Paolo I) e l'arcifamoso articolo Capelli spaccati in quattro, che riesumammo grazie ad Angelo Bottone nel 2008.

Marco Sermarini 


martedì 19 aprile 2011

Chesterton in altre parole (e anche San Tommaso d'Aquino...)

"È la vittoria radicale sul manicheismo, che aveva lasciato qualche sua pericolosa traccia nella tradizione cristiana; ed è un atteggiamento appartenente al «talento istintivo», o «caratteriale» del Dottor Comune: il rilievo è del geniale Chesterton, nel suo San Tommaso d'Aquino, che Étienne Gilson considerava «senza possibilità di paragone il miglior libro mai scritto su san Tommaso»".


Inos Biffi in Maestro concreto e passionale, L'Osservatore Romano, 7 Marzo 2010


venerdì 8 gennaio 2010

L'Osservatore Romano omaggia Chesterton


L'Osservatore Romano di oggi pubblica un articolo del direttore Gian Maria Vian tratto da un volume collettaneo. L'articolo riporta una lauta citazione di Chesterton e del suo La Resurrezione di Roma. Bene, benissimo!

L'altare nei ricordi di Gilbert K. Chesterton Bastoncini di liquirizia o alberi tropicali?


Da un articolo del nostro direttore sugli anni santi di Pio XI (in Storia dei giubilei, iv, a cura di F. Margiotta Broglio e G. Fossi, Firenze, Giunti, 2000, pp. 118-133) pubblichiamo stralci con una lunga citazione, relativa al giubileo straordinario del 1929, tratta da The Resurrection of Rome di G. K. Chesterton nella traduzione (1950) di Iride Ballini.

La lettura dei decreti per la beatificazione dei martiri inglesi, avvenuta il 14 dicembre, e la successiva cerimonia in San Pietro ebbero un testimone d'eccezione, Gilbert Keith Chesterton, da sette anni divenuto cattolico, che trasse dall'avvenimento uno dei quadri più suggestivi della sua apologia di Roma pubblicata nel 1930 con il titolo trasparente The Resurrection of Rome. La lunga e affascinante descrizione prende le mosse da alcune battute sullo smarrimento di un ombrello dopo un'udienza durante la quale lo scrittore inglese incontrò il Papa: "Poi qualcuno molto addentro nell'ambiente annunciò con serietà che il papa l'avrebbe certo regalato ai negri. "In questo momento, disse con enfasi l'informatore, un piccolo negro passeggia al sole con il vostro ombrello". E sotto questa scherzosa iperbole scopersi per la prima volta con chiarezza una qualità che si deve aggiungere a quelle di maggiore evidenza in Pio xi; la si definisce "il suo entusiasmo per le missioni", ma è fatta in realtà di un fortissimo antagonismo nei riguardi del disprezzo in cui vengono tenute le razze indigene, e di una immensa fede nella fratellanza di tutte le tribù alla luce della fede. (...) La seconda volta vidi il papa meno da vicino ma lo ascoltai più a lungo e fu quando vennero letti e sottoposti alla sua approvazione definitiva i documenti relativi alle beatificazioni. Ascoltai l'ordinata lettura della lunga lista degli eroi inglesi che resistettero alla dispotica distruzione della religione nazionale, e ascoltai un gran numero di nomi inglesi (pronunciati con accento perfettamente italiano) che assomigliavano a quelli di Smith e di Higgins. Poi parlò il papa, e più che un discorso fu una conversazione non senza movimenti di vivacità prettamente italiana se si fa il paragone con l'andamento abituale di una conversazione inglese. Ciò che più profondamente mi commosse nella mia qualità di inglese lontano dalla patria fu che egli parlasse in lode dell'Inghilterra con particolare calore e vivacità di immagine (...) Pure molta importanza diede al fatto che gli ultimi a dare la suprema testimonianza in Inghilterra furono uomini di ogni classe e condizione sociale, ricchi e poveri, i più grandi nobili e gli ultimi lavoratori dei campi (...) E finalmente lo vidi per l'ultima volta (...) quando venne a proclamare le beatificazioni innanzi a una gigantesca assemblea chiudendo poi la cerimonia con la benedizione dall'altare maggiore. (...) La chiesa storica che abbraccia tutta l'esistenza contiene una parte che non è soltanto storica, ma anche preistorica, contiene quelle cose terribili che sono la prima rivelazione, la caduta e il diluvio. Io vidi tutto questo nelle più barbariche volute del barocco e in San Pietro nel baldacchino che avevo un tempo odiato come opera di pasticceria negra fatta con bastoncini di liquirizia intrecciati. Ma quando, come dirò in seguito, una voce attraversò come un gran vento il tempio che sta al centro del mondo, sentii all'improvviso che quelle spirali oscure erano vertiginose come alberi tropicali presi nel ribollire d'un ciclone, quando qualcosa di indicibile scuote il cuore tenebroso dell'Africa (...) Come portato dal vento mi giunse qualcosa che era come un mormorio e che pure dal tono riconoscevo per delle grida. Era il saluto al papa della gente all'altra estremità della chiesa (...) Con questo suono tutta la costruzione parve ancora espandersi e spalancarsi verso l'eternità sino a che compresi che queste caverne dorate e dipinte sono vaste quanto le profondità dei cieli. (...) Qualunque sia il significato di questo spettacolo esso passò come una visione e se non vi fosse altro da dire su quel significato ci si potrebbe trovar d'accordo nel dire che passò come un sogno. Voglio ancora, con il maggior rispetto, ripetere che nessuno all'infuori di uno sciocco presenterebbe a prova della sua fede queste figure e queste ombre; ma una volta che la fede abbia soddisfatto la ragione sarebbe davvero strano che queste cose non venissero al suo seguito sulle ali di tutte le fantasie. Vediamo che il mondo esteriore non disdegna affatto di venire ispirato dal cerimoniale, esso non si limita che a creare altre cerimonie che non sono ispiratrici quanto queste. Si parla di antiritualisti, ma gli antiritualisti non esistono. Agli uomini viene soltanto concesso di degradare il rito trasformandolo in etichetta. E quando da quel luogo uscimmo nel mondo esteriore pieno di avvisi pubblicitari, di giornali, di livree e di vesti alla moda non ci si potrà troppo biasimare se pensiamo che là dentro il mondo era tanto più vasto del mondo esterno".


(©L'Osservatore Romano - 9 gennaio 2010)