Al momento sono nero ma di aspetto gradevole: è il ciclostile che mi ha annerito. Non temere: mi laverò. Ma ritengo mio dovere fornirti un resoconto accurato del mio aspetto fisico ogni volta che ti scrivo: e sarò felice di qualunque tuo consiglio o suggerimento.
Io, prima di tutto, ho giurato - non esito a dirlo - per la spada di Dio che ci ha colpito e davanti al bel volto della morta, che la prima frase scherzosa mi fosse venuta in mente l’avrei detta, la prima poesia assurda avessi pensato l’avrei scritta; ho giurato che, tra gli altri doveri, pur con il cuore pesante, avrei assolto quello di essere spudoratamente sciocco, stravagante, perfino spudoratamente triviale e, per quanto possibile, divertente. Ho giurato che Gertrude non avrebbe mai dovuto sentire, dovunque fosse, che lo spirito allegro della commedia aveva lasciato il nostro teatro. Questo, me ne rendo conto, sarà frainteso. Ma da lungo tempo so che, qualunque cosa facciamo, saremo fraintesi; non è colpa degli altri, poiché, noi lo sappiamo, le nostre migliori motivazioni non sono spiegabili né difendibili. E preferirei ferire coloro che possono gridare anziché colei che tace.
Ho fatto una scoperta o, dovrei dire, ho avuto una visione. L’ho avuta tra due tazze di caffè nero in un ristorante francese di Soho; ma non saprei spiegarla, neppure se cercassi di farlo. Comunque, il senso era che tutte le cose buone formano un tutt’uno. Non esiste alcun conflitto tra la lapide di Gertrude e il ritornello di un’opera buffa eseguito da Mildred Wain. Ma esiste un’insanabile conflitto tra la lapide di Gertrude e l’oscena pomposità della prèfica; ed esiste un’insanabile conflitto tra la melodia dell’opera buffa e qualunque testo meschino o volgare a cui venga adattata. Queste cose, che l’uomo ha unito, Dio sicuramente le separerà. Questo è ciò che sento... adesso, a ogni ora del giorno. Tutte le cose buone sono una cosa sola. Tramonti, scuole di filosofia, bambini, costellazioni, cattedrali, opere d’arte, montagne, cavalli, poesie; sono solo travestimenti. Un’entità soltanto si muove sempre tra noi, celandosi sotto il manto grigio della chiesa o nel verde dei prati. Lui c’è sempre, dietro a ogni cosa, soltanto lui può indossare quei travestimenti in modo tanto splendido. E questo è ciò che gli Ebrei dell’antichità, soli tra gli altri popoli, hanno percepito; per questo il loro rozzo dio tribale è stato innalzato sopra le rovine di tutte le civiltà politeiste. Poiché i Greci, i Vichinghi e i Romani videro solo i conflitti del la natura e trasformarono il sole in un dio, e così pure il mare, e così pure il vento. Non furono attraversati, come qualche rude israelita, una notte, nella solitudine del deserto, dall’improvvisa, abbagliante idea che tutto il mondo era la manifestazione di un solo Dio: un’idea degna di un romanzo poliziesco.
Un pensiero che, da laico quale sono, ho sempre avuto è che quell’osservazione di Pietro davanti alla visione di un’ora avrebbe dovuto essere fatta propria da ciascuno di noi, nella contemplazione di ogni mutamento della lunga visione che chiamiamo vita. «È bello per noi essere qui», una frase che si ripete eternamente. E se, dopo molte gioie e feste e frivolezze, il nostro destino è di assistere uno di noi che, nel senso più terribile della parola, «si trasfigura davanti ai nostri occhi» - brillando cioè nel biancore della morte - almeno non potremo - credo - immaginare facilmente di non voler essere al suo posto. Non io, di certo. È stato bene per me essere là.
Non so in base a quale principio sia governato l’universo; so solo, o sento, che è un principio buono o comunque spirituale. Non so che cosa sia stata la morte di Gertrude; so che è stata bella, perché l’ho vista. Noi non sentiamo così adesso; perché? Perché adesso non vediamo Gertrude. Ciò che ora vediamo è la sua assenza: ma la sua morte non è la sua assenza, bensì la sua presenza altrove. Sapevamo che era bello, poi l’abbiamo visto e non ci è sembrato più tale. Non temere, adorata, per le lente, inevitabili leggi della natura umana; noi torneremo sul monte della Visione; potremo usare quelle parole negli accenti di Whitman. «Disincarnata, trionfante, morta».
(...) In tutte le lettere alla fidanzata, Gilbert cercò di sollevarne il morale, rifiutando di cedere alla «sontuosa fandonia dei sentimenti mortuari». Sulla parola reverenza si era detta «una carrettata di assurdità». Per quanto lo riguardava, «se a qualcuno ne verrà in mente una veramente buona sull’aspetto della mia bara, per tutti i fulmini dovrà dirla all’istante. Se non lo farà, alzerò il coperchio con un calcio e ci penserò io».
Michael Ffinch, Gilbert Keith Chesterton
(le lettere citate sono tratte da Maisie Ward, Gilbert Keith Chesterton).

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