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sabato 1 agosto 2026

Un aforisma al giorno - Spazzare via il mondo.



Chi uccide un uomo uccide un uomo. Chi si toglie la vita uccide tutti gli uomini. Per quanto lo riguarda, egli spazza via il mondo.

Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia.



mercoledì 3 febbraio 2021

Un aforisma al giorno in lingua originale.

Suicide seems to me the supreme blasphemy against God and man and beast and vegetables; the attack not upon a life but upon life itself; the murder of the universe.

Gilbert Keith Chesterton, Illustrated London News, 16 Aprile 1932.

mercoledì 27 gennaio 2021

Un aforisma al giorno in lingua originale.

Suicide seems to me the supreme blasphemy against God and man and beast and vegetables; the attack not upon a life but upon life itself; the murder of the universe. 

Gilbert Keith Chesterton, Illustrated London News, 16 Aprile 1932.

sabato 16 maggio 2020

Un aforisma al giorno

Non credo che una nazione muoia se non per suicidio. Fino all'ultimo ogni problema è un problema di volontà; e se vogliamo possiamo essere integri

Gilbert Keith Chesterton, The Illustrated London News, 1920-1922

venerdì 20 gennaio 2017

Un aforisma al giorno

Esiste in cielo o in terra qualche matrimonio che sia prudente? Tanto varrebbe metterci a parlare di suicidi prudenti.

Gilbert Keith Chesterton, Uomovivo

giovedì 1 dicembre 2011

Mario Palmaro su La Bussola Quotidiana sul suicidio di Lucio Magri

Qui trovate l'articolo di Mario Palmaro sull'argomento, uscito su La Bussola Quotidiana.

L'articolo di Mario Palmaro ha un pregio inestimabile: quello di ricordare il pensiero di Chesterton e la sua acutezza insuperabile in proposito (per chi volesse imparare qualcosa da GKC, basta sfogliare Ortodossia, ce n'è abbastanza per stroncare qualunque discussione da bar o da pseudofilosofi in proposito).

Bravo, Mario Palmaro.

Giuliano Ferrara sul suicidio di Lucio Magri

Giuliano Ferrara è intervenuto l'altro giorno, nel corso della sua trasmissione RadioLondra sul suicidio assistito di Lucio Magri.



venerdì 3 dicembre 2010

Dal blog di Paolo Rodari - Il Card. Sgreccia contro chi inneggia al suicidio


Sgreccia: “Chi chiede l’eutanasia abusa del corpo di Monicelli”. Parla il neo cardinale e grande esperto di bioetica: rispettare il suicidio in sé e non la persona è ideologia ingiusta


3 dicembre 2010 -

Il neo cardinale Elio Sgreccia, 82 anni, nel suo appartamento all’ultimo piano dell’ex Sant’Uffizio legge i giornali di buon mattino e sobbalza sulla sedia: “Ci risiamo”, dice. In che senso? “Ancora una volta una triste e dolorosa vicenda viene sfruttata da una minoranza per fini politici indebiti. Quanto sto leggendo sui giornali può essere descritto con una sola parola: sfruttamento. E’ sfruttamento del gesto estremo di una persona che, morta suicida, non può nemmeno più dire nulla, difendersi, controbattere”.
La dolorosa vicenda è il suicidio di Mario Monicelli. Il capo dello stato ha detto l’altro ieri che Monicelli “se n’è andato con questa sua ultima manifestazione della sua personalità, con un estremo scatto di volontà, che bisogna rispettare”. In scia a Napolitano si sono sentite tante parole elogiative di questo “ultimo atto di libertà”, una libertà, quella di uccidersi, che dovrebbe essere concessa a tutti per legge. Dice Sgreccia: “Se c’è qualcuno da rispettare, questi è Monicelli. Mi sembra, invece, che ci sia chi non lo rispetti. Perché utilizzare il suo suicidio per perorare l’approvazione di una legge eutanasica come è avvenuto in queste ore significa non rispettare Monicelli, significa appiccicare addosso a Monicelli un manifesto ideologico che non mi sembra lui abbia mai voluto, cercato, richiesto. Credo che al posto di rispettare il suicidio in sé, occorra rispettare fino in fondo Monicelli, la sua persona, e lasciare che sia Dio a giudicare del suo atto il quale, come la dottrina della chiesa ha sempre detto, resta moralmente illecito. Se uno non ha fede può sempre scegliere la strada del silenzio. Anche il silenzio è una profonda forma di rispetto”.
Sgreccia fino a un paio di anni fa era il massimo esperto di bioetica in forza alla curia romana. Ex presidente della Pontificia accademia per la vita, oggi si è “ritirato” all’Istituto di bioetica della Cattolica di Roma dove dirige la storica rivista “Medicina e Morale” fondata nel 1951 da padre Agostino Gemelli. Il 20 novembre Papa Benedetto XVI ha voluto Sgreccia cardinale: “Probabilmente voleva in qualche modo premiare il mio lavoro di questi anni. Sono rimasto stupito ma anche contento”, dice. Un lavoro, quello di Sgreccia, tutto dedicato alle tematiche della vita, “sempre a lottare per mostrare come la posizione della chiesa sulla vita può essere condivisa da tutti ragionevolmente”. Dice: “Mi ha colpito che Monicelli se ne sia andato senza lasciare nulla di scritto. Non una parola, non un biglietto, un messaggio. Non ha comunicato nulla. Forse il suo gesto è stato l’atto finale di una vita divenuta per mille ragioni insopportabile, una vita difficile a quell’età col fisico che non ti sostiene più.
Di certo non è stato il gesto di uno che pubblicamente sbandiera un suo diritto a morire, come è stato invece il caso di Piergiorgio Welby. Monicelli non ha fatto nessuna battaglia ideologica per l’eutanasia, per il suicidio legalizzato. Chi chiede questo diritto oggi compie un abuso sul corpo di Monicelli. E’ un’ingiustizia”. Sul Corriere della Sera il filosofo Giovanni Reale dice che in passato qualche prelato, vittima del paradigma scientistico, ha sbagliato a criticare coloro che tenuti in vita dai macchinari chiedono il diritto alla morte. Dice Sgreccia: “L’atto di togliersi la vita si chiama suicidio. E come tale va criticato e condannato sempre. Ho visto che Reale cita anche Platone il quale sosteneva che la vita non è nelle mani dell’uomo e come tale nessuno ha il diritto di togliersela. Io, oltre a Paltone, citerei Immanuel Kant che diceva che una cosa è lecita soltanto se può essere fatta da tutti. In questo senso secondo Kant il suicidio non è un gesto lecito perché se tutti lo commettessero l’umanità intera scomparirebbe. Se c’è arrivato Kant, se l’ha capito Kant, tutti possono arrivarci”.
Reale parla anche del caso Welby. E spiega che la chiesa ha sbagliato a negargli i funerali. Dice Sgreccia: “Welby pubblicamente non li ha voluti. Se li avesse voluti la chiesa glieli avrebbe concessi. Welby ha fatto come Ugo La Malfa che è morto senza i funerali. La chiesa non è chiusa nei confronti di nessuno. La chiesa non condanna né nega i funerali a nessuno a meno che vi sia chi, di proposito, rifiuti esplicitamente la sua misericordia”. La chiesa di Benedetto XVI è ancora convinta della necessità di lottare per difendere la vita o su certe tematiche etiche può arrivare a dei compromessi? “Non credo che la chiesa possa fare compromessi sulla vita. Perché la battaglia in difesa della vita non è una battaglia cattolica, è una battaglia che ogni uomo può fare propria nel nome della ragione. Su questo non c’è discussione. E nemmeno dubbi”.

Dal prof. Carlo Bellieni

Una volta il grande Gilbert Keith Chesterton disse qualcosa del genere...


Presto salvare un suicida diventerà reato…

December 3rd, 2010

di Carlo Bellieni 

Una volta lo si sarebbe chiamato "gesto inspiegabile"; oggi invece il suicidio di Mario Monicelli è accolto dai media con imbarazzato silenzio se non con approvazione: e silenzio e approvazione non vengono solo dai paladini del suicidio assistito o dell'eutanasia, ma da molte parti inattese echeggia una voce che in qualche modo "spiega" il fatto che un anziano lucido e malato si sia buttato dal quinto piano di un ospedale. Una voce che comprende, che solidarizza. Disinteressandosi forse del fatto che questa "solidarietà" può essere la porta dell'emulazione, come ben spiega la rivista Plos Medicine del 2009 parlando dell'emulazione dei suicidi avvenuti nella metropolitana di Vienna: quante persone malate ora si sentiranno tentate di farla finita, invece di reclamare aiuto, diritti, compagnia, medicine? Quanti penseranno che morire in certe condizioni, quando ci si sente di peso per gli altri o si diventa comuni malati bisognosi di affetto, è approvato socialmente?

Approvazione e silenzio per il gesto purtroppo sono segnale che ormai sta vincendo chi per anni ci ha indottrinato dicendo che il clou della vita è ciò che diciamo nella nostra solitudine. E' probabile. Ma guardiamo bene: dire così in apparenza richiama ad un senso di libertà, di autodecisione slegata da coercizioni; ma in realtà richiama alla paura e alla solitudine. Come ben spiegano i giornali scientifici, tutt'al più il malato può rifiutare cure inutili o dolorose, ma non ci si toglie la vita se non per domandare: il suicidio è un grido disperato: "La richiesta dei parenti o del paziente di affrettare la morte è un modo di esprimere la richiesta di maggiore comunicazione, miglior controllo dei sintomi, migliore comunicazione. E' raro che rappresenti la necessità per il paziente di controllare ora, luogo e modalità della morte"scriveva nel 2008 JL Abraham dell'istituto dei tumori di Boston. Chi chiede di morire torna indietro se trova il modo di cambiare le condizioni ambientali; o se trova una cura adeguata alla depressione che troppo spesso e colpevolmente manca, come ben spiegava il British Medical Journal del gennaio 2010.

Il bivio cui si trovano davanti i legislatori è se dare la "libertà di morire" o se dare "la "libertà":  economica, sociale, clinica, ambientale per vivere. E'questo il crinale che si finge di non voler vedere: la società postmoderna offre solo la libertà di morire, mentre la gente vorrebbe la libertà di vivere; abbandona la gente, la lascia nella disperazione e poi domanda: "preferisci morire o vuoi sentire ancor più il morso della disperazione, perché io ti so offrire solo questa?". Bella alternativa e bella libertà! Darsi la morte è un atto che ci deve far riflettere: è davvero un atto di autodeterminazione o un'ultima richiesta di aiuto?

giovedì 2 dicembre 2010

A proposito di suicidio.

Il gran sparlare suscitato dal suicidio del povero Mario Monicelli ci obbliga a ricordare quello che diceva in proposito il nostro Chesterton, perché sono parole chiare, chiarissime, che ci aiutano a superare la dittatura del relativismo che impera anche nei bar, dal fruttivendolo e dalla parrucchiera (non parliamo negli uffici pubblici), pur essendo fondato sul nulla.

Ciò non toglie che si spera sempre che il povero Monicelli abbia avuto spazio e tempo di pentimento. Noi cattolici siamo fatti così, pensiamo ancora che un suicidio sia una sciagura e non una specie di festa, come molti benpensanti hanno detto con una leggerezza allucinante.

I passi che vi suggeriamo, e che suggeriamo caldamente di diffondere (chi ha un blog, un sito, una newsletter, un account su Facebook o su Twitter, un elenco di indirizzi di posta elettronica di amici e pure di nemici lo faccia! Con la stessa sfacciataggine con cui lo stanno facendo i maitres a penser che imperversano, parlano e chiedono il silenzio a tutti) vengono dal capolavoro di Chesterton, Ortodossia (le pagine sono quelle dell'edizione Lindau). E' una buona occasione per rileggere questo volume tutto intero.




"Il suicidio non è solo un peccato, è il peccato. È il male supremo e assoluto, il rifiuto di qualsiasi interesse per l’esistenza, il rifiuto di prestare fedeltà alla vita. L’uomo che uccide un uomo, uccide un uomo. L’uomo che uccide se stesso, uccide tutti gli uomini: annienta il mondo. Il suo gesto è peggiore (dal punto di vista simbolico) di qualsiasi stupro o attentato dinamitardo. Perché distrugge tutti gli edifici ed offende tutte le donne. Il ladro è appagato dai diamanti, il suicida non lo è: questo è il suo crimine. Non si lascia corrompere nemmeno dalle pietre sfolgoranti della Città Celeste. Il ladro esalta gli oggetti che ruba, se non il loro proprietario. Ma il suicida insulta tutto ciò che esiste al mondo non rubandolo. Rifiutando di vivere per amore di un fiore, guasta tutti i fiori. In tutto l’universo non c’è una sola creatura minuscola per la quale la sua morte non sia una beffa. Quando un uomo s’impicca a un albero, le foglie potrebbero cadere incollerite e gli uccelli volare via furiosi, poiché ognuno di essi ha ricevuto un affronto personale". (pag 102)

"Il fatto di seppellire il suicida separato dagli altri defunti ha un significato. Il crimine di quell’uomo è diverso dagli altri crimini, perché rende impossibili persino i crimini". (pag 103)

"Il suicida, ovviamente, è l’opposto del martire. Un martire è qualcuno che ama così tanto qualcosa che sta fuori di lui da dimenticare la propria vita. Il suicida è un uomo che ama così poco qualsiasi cosa stia fuori di lui da desiderare di vedere la fine di tutto. Il primo vuole che qualcosa cominci, il secondo vuole che tutto finisca. In altre parole, il martire è nobile, proprio perché (per quanto rinunci al mondo o detesti tutta l’umanità) confessa questo estremo legame con la vita e pone il suo cuore fuori da se stesso: muore affinché qualcosa possa vivere. Il suicida è ignobile perché non possiede tale legame con l’esistenza: è un semplice distruttore, personalmente distrugge l’universo". (pag 103)