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mercoledì 8 febbraio 2023
venerdì 21 ottobre 2022
Un aforisma al giorno.
Una cultura non deve esser mai giudicata dalla gente dotta.
Gilbert Keith Chesterton, La letteratura inglese e la tradizione latina.
sabato 26 marzo 2022
domenica 23 gennaio 2022
Aneddoti - Frances, Gilbert, Dorothy e i precipizi.
Dorothy accompagnò Chesterton e signora dall'Inghilterra in Francia, Spagna ed Italia. Guidò la propria autovettura e li portò anche a Firenze per la famosa conferenza al Maggio Fiorentino, quella su letteratura inglese e tradizione latina (edita in Italia da Raffaelli, per la cronaca, e disponibile su Pump Street).
Il viaggio ebbe un buon successo per l'autista, che sostenne che i passeggeri fossero "meravigliosi". Poi c'è questo piccolo aneddoto:
"Una volta Gilbert osservò in modo piuttosto lamentoso: «Frances, vorrei che tu evitassi di continuare a dire a Dorothy di ammirare il panorama quando siamo appesi ai precipizi»".
Dorothy Collins, Recollections, in John Sullivan, G. K. Chesterton - A Centenary Appraisal.
giovedì 15 marzo 2018
I legami latini - di Fabio Trevisan (da Riscossa Cristiana)
"Le fondamenta dell'alleanza latina poggiano sulla nostra storia, ma non sui nostri storici"
Quanto Chesterton fosse inviso dagli storici della sua epoca (quasi tutti, tranne l'amico Hilaire Belloc) è abbastanza deducibile dalla frase riportata sopra in corsivo. Provate a immaginare quanto fosse amato nella sua Inghilterra quando si professava fieramente "cattolico romano"! Eppure la convinzione che egli aveva di questi legami latini non era campata in aria ed era suffragata anche dall'analisi storica di Belloc, suo fraterno amico, autore quest'ultimo di ben 150 titoli di saggi di carattere storiografico e, purtroppo, tradotti pochissimi in italiano.
Chesterton partiva nel distinguere le "leggende" dalle "cronache" e sappiamo che egli prediligeva le prime alle seconde, al punto che nel 1911 scrisse il poema epico: "La ballata del cavallo bianco" andando a raccogliere le tradizione orali e le leggende popolari su Re Alfred e le battaglie del IX secolo direttamente sul posto, ad Uffington, luogo-teatro dello scontro tra i cristiani inglesi ed i pagani danesi. Egli osteggiava l'insegnamento ideologico nelle scuole privilegiando il racconto popolare: "Le nostre cronache ci hanno raccontato che siamo stati teutonici, mentre le nostre leggende che siamo stati romani e, come al solito, le leggende dicono la verità".
Egli infieriva così contro quella scuola di storici che, nel dimenticare la portata delle leggende popolari, aveva falsificato la reale storia d'Inghilterra: "E' davvero un peccato che per un certo periodo il nostro insegnamento della storia sia consistita nel disimpararla, costringendoci a dimenticare la tradizione". Era convinto così che l'alleanza con i francesi e gli italiani andasse sostenuta e rinsaldata grazie a eventi millenari che la presupponevano. Non intendeva soltanto,come debolmente sosteniamo noi europei oggigiorno, il riconoscere le comuni "radici cristiane" ma piuttosto il promuovere la storia della nostra Fede (con la F maiuscola): "Mille filastrocche infantili e sciocchi ritornelli attestano una grandissima tradizione popolare che dimostra come l'Europa meridionale fosse il mondo al quale noi appartenevamo. Facevamo parte di un sistema di cui Roma era il sole e le vecchie province romane erano i pianeti".
Pensate quale effetto avrebbe, anche attualmente, una frase così coraggiosa! Quanto sarebbe "inopportuno" e scomodo per i burocrati e massoni del Parlamento europeo un personaggio come Chesterton! Egli continuava: "La verità è che le antiche tradizioni inglesi, erudite e leggendarie, cavalleresche e plebee, rinviavano tutte alla cultura romana finché sopraggiunse nel XIX secolo una nuova razza di sofisti non sofisticati". Egli rimproverava così gli storici e li richiamava a rivolgersi ad altre fonti ed a perseguire altre finalità: "La storia ha due fini nettamente distinti, quello superiore, ossia il suo utilizzo a beneficio dei bambini, e quello secondario e inferiore, il suo utilizzo a beneficio degli storici". Osservate lo stile, mai volgare, nel menare questi fendenti, nello scoccare queste frecce ironiche e costruttive!
Per chi ha letto qualcosa del grande Tolkien è abbastanza facile rinvenire il pensiero di Chesterton fra le sue righe (come, del resto, lo stesso Tolkien aveva ammesso nel suo splendido saggio : "Sulle fiabe"). Entrambi non ritenevano in contrasto il mondo delle fiabe e del mito con la conoscenza storica: questi mondi, seppur fantasiosi o leggendari, non si contrapponevano alla ragione, come sottolineava ancora Chesterton: "La qualità migliore e più nobile della storia è essere una buona storia. Allora attrae l'anima eroica di ogni generazione, l'eterna infanzia dell'umanità…se è presente questa funzione tipica di una bella storia, la si racconta ai bambini proprio perché è tale. Giovanna d'Arco che bacia la croce astile o Nelson colpito con tutte le sue stellette, tutto questo infiamma in ogni bambino l'animo antico della sua specie".
Per Chesterton questi semplici racconti eroici facevano parte dell'educazione religiosa ed il loro intento (sempre citando sue testuali parole) era insegnarci che abbiamo un'anima e che, se quindi abbiamo un'anima, dobbiamo preoccuparci di salvarla. Al contrario, come osservava il grande scrittore di Beaconsfield, agli storici spettava un altro compito, che era quello di rilevare quanto l'umanità fosse stata debole e sciocca: "Le ricerche degli storici sulle stravaganze di ogni epoca fanno semplicemente parte dell'educazione politica; servono a insegnarci a evitare determinati pericoli o a risolvere determinati problemi nella complessità delle questioni pratiche". Gli storici, concludeva Chesterton, devono spiegare il terribile mistero di come le mode sono state di moda.
venerdì 8 ottobre 2010
Da L'Avvenire di ieri 7 Ottobre 2010
Torna la «processione» di Chesterton
DI FULVIO PANZERI
E' senz’altro Chesterton lo scrittore straniero che ha interessato di più il mercato editoriale italiano in questo 2010. Ora arriva il testo più curioso e sorprendente dello scrittore inglese, un racconto lungo, pochissimo conosciuto. Merita quindi di essere letta questa meravigliosa «visione » che lo scrittore racconta di aver avuto durante una passeggiata nella campagna inglese, un «pellegrinaggio » immaginario che riassume in sé metaforicamente la tesi storica molto cara a Chesterton: quella delle radici cristiane dell’Inghilterra e dell’Europa, tema al centro anche di una conferenza che lo scrittore inglese tenne a Firenze nel 1935 e di cui Raffaelli ha pubblicato il testo lo scorso anno ( La letteratura inglese e la tradizione latina, a cura di Marco Antonellini).
Ora è di nuovo Raffaelli a mandare in libreria il racconto La fine della strada romana (pp. 74, euro 15), sempre a cura di Antonellini, parte di una serie di scritti cui Chesterton si era dedicato dopo una malattia che lo aveva portato in punto di morte. Il ritorno alla letteratura è contrassegnato da un forte desiderio di ricerca storica, tanto che tra il 1914 e il 1917 escono vari testi dedicati all’argomento, tra i quali il più conosciuto è la
Breve storia dell’Inghilterra.
Il racconto viene scritto nel 1919 e pubblicato in volume nel 1924, vale a dire due anni dopo il passaggio al cattolicesimo. Antonellini sottolinea che non è un caso, visto la difesa strenua nel racconto della tradizione della cristianità e di quanto la visione rilegga e istituisca quella che il sottotitolo chiama «una processione di pellegrini», ovvero di chi ha testimoniato la possibilità di un’Europa cristiana, compresa l’Inghilterra che fin allora si era chiamata fuori, visti gli influssi della tradizione prussiana. Ora l’esito della prima guerra mondiale rappresenta per Chesterton un’apertura per un ritorno a quelle tradizioni dimenticate. Non a caso nella «processione» gli ultimi sono i martiri della Grande Guerra, i quali riaprono quella strada interrotta verso Londra che fa da scenario alla visione. Per Antonellini «il loro sacrificio non solo ha impedito all’Inghilterra di essere nuovamente separata dalla latinità e all’Europa di essere spazzata via, ma ha realmente riaperto la strada alla possibilità di un destino di unità. Lo scrittore non è infatti preoccupato di questioni territoriali, ma della minaccia di un’unità sancita nel cielo e manifestatasi in eventi storicamente documentabili ». Così nella processione troviamo i soldati romani, i paladini di Carlo Magno, i crociati, i francescani, l’esercito delle arti e dei mestieri, cioè quei cristiani europei che nel corso della storia si sono recati verso Londra con una missione: testimoniare la cultura cristiana. Stupisce la modernità di Chesterton nel tradurre la complessità di un’analisi storica in una forma che unisce nella visione la tensione teologica e il senso dell’epica, in una situazione narrativa semplicissima, quella di una passeggiata, evento quotidiano che si schiude a rivelazione di una lezione che gli strumenti della poesia rendono più potente.
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