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lunedì 26 ottobre 2026

I Cavalli Bianchi, di Gilbert Keith Chesterton - Traduzione di Marco Sermarini ©.











Qui sopra: le immagini riguardano un breve viaggio
svolto dai collaboratori della Società Chestertoniana Italiana
per celebrare il ventennale del blog dell'Uomovivo
nei luoghi chestertoniani (e non solo -- nei prossimi giorni vedrete...).
La visita alla Collina del Cavallo Bianco è terminata
al White Horse Inn sotto la collina, con la lettura di versi,
parti della prefazione del poema e di un articolo 
di Annalisa Teggi sul tema



Oggi, non tutti lo sanno, per noi cattolici è la festa liturgica di Sant'Alfredo il Grande, cioè il Re Alfred de La Ballata del Cavallo Bianco.

Abbiamo allora pensato di pubblicare la traduzione di un articolo di Chesterton apparso nella raccolta Alarms and Discursions. Descrive la visita alla ricerca dei Cavalli Bianchi e la vista del Cavallo Bianco di Uffington. Fa parte dell'intenso lavorìo che lo portò alla creazione del suo maggior poema, che tanto lo coinvolse e tanto gli diede modo di riflettere. Fu per lui un grande dono, questa creazione, questa poiesis. L'altro punto fermo è costituito dall'articolo Ethandune, uscito sul Daily News il 27 agosto 1910, di cui già tempo fa vi offrimmo l'inedita traduzione in lingua italiana.

Tutto questo ha dato modo anche a noi appassionati di riflettere (e dopo aver riflettuto di costruire tanto): sulla speranza, sulla fede, sulla civiltà cristiana, sull'eroismo, sull'amicizia, sulla vita e sulla morte... 

Per alcuni che leggeranno questo articolo, le parole e i pensieri che ci ha donato Gilbert Keith Chesterton sono pegno di nuove amicizie, di lunghi viaggi addirittura fino in Africa, dove li ha portati uno strano ponte creato da uomini amici del Nostro Eroe ma soprattutto dalla Provvidenza. È una storia lunga da raccontare, le contingenze sono descritte in questo blog (basta inserire "John Kanu" o "Sierra Leone" nel motore di ricerca interno), sarebbe bello descrivere come le contingenze hanno trovato origine, e prima o poi lo faremo. Basterà pensare che uno che ha passato lunghe ore a spiegare questo poema sulle pendici di questa collina, il nostro amico Stratford Caldecott (1952 - 2014), ha dato il la alla grande amicizia tra i chestertoniani d'Italia e quelli della Sierra Leone, primo fra tutti John Kanu.

D'altronde non c'è da stupirsene, Chesterton lo aveva in qualche modo previsto quando disse:

Non so dove e quando la storia sia cominciata. È sufficiente che essa sia cominciata da qualche parte e sia arrivata fino a me; perché io intendo scrivere ciò che la tradizione orale attesta, come fecero gli antichi cantori.

Dunque oggi, festa liturgica di Sant'Alfredo il Grande, uno che di battaglie ne vinse poche ma fondamentali, uno che sapeva cos'era la sconfitta, cos'era il sacrificio, cos'era l'amicizia e quanto valesse battersi perché il cristianesimo rimanesse il collante dell'identità del suo popolo, vi facciamo questo piccolo dono, un dono molto significativo, perché parla di come questo poema sia giunto fino a noi, e quanto significhi pure per noi.

Lo corrediamo di qualche foto scattata venerdì 23 ottobre 2026 proprio sulla Collina del Cavallo Bianco di Uffington, proprio in quell'Ethandune che non sappiamo se stia lì ma che ci piace pensare ci fosse e che comunque è arrivata fino a noi. Chi c'era è coinvolto in ciò che state leggendo, ed è latore di questo dono tanto quanto Chesterton, perché giovi anche a voi.

***

I Cavalli Bianchi


In base alla mia esperienza – che in materia è molto limitata e sporadica – non è affatto facile conversare in automobile. Questo è un caso fortunato: in primo luogo perché, nel complesso, mi dissuade dal viaggiare in auto; e in secondo luogo perché, in qualsiasi momento, mi dissuade dal parlare. La difficoltà non è interamente dovuta alle condizioni fisiche, sebbene queste siano decisamente poco propizie alla conversazione. L’Omar di FitzGerald, essendo un pessimista, era probabilmente ricco, e essendo un tipo pigro, era quasi certamente un automobilista. Se può esserci qualche dubbio al riguardo, basti dire che, parlando degli sciocchi profitti, Omar ha definito le difficoltà della conversazione in auto con una precisione che non può essere casuale. «Le loro parole al vento sono confuse; e le loro bocche sono fermate dalla polvere». Da ciò deriva (come direbbero molti filosofi convenzionali) non un silenzio selvaggio e un’ostilità reciproca, ma piuttosto uno di quei ricchi silenzi che costituiscono la sostanza e il fulcro di ogni amicizia; il silenzio di uomini che remano sulla stessa barca o combattono nella stessa linea di battaglia.


È successo che l’altro giorno ho noleggiato un’automobile, perché volevo visitare in rapida successione i luoghi delle battaglie e i nascondigli di Alfredo il Grande; e per un’impresa del genere l’auto è davvero il mezzo più adatto. Non è certo il modo migliore per ammirare la bellezza del paesaggio; si apprezza meglio camminando, e ancora meglio stando fermi. Tuttavia, è un buon metodo in qualsiasi impresa che implichi una parodia della natura militare o governativa — qualsiasi cosa che richieda di conoscere rapidamente l’intero profilo di una contea o la posizione approssimativa e relativa di persone e città. Durante un viaggio del genere, come un lampo frastagliato, rimasi seduto dalla mattina alla sera accanto all’autista; e non scambiammo quasi una parola per ore. Ma quando nei villaggi comparvero le stelle gialle e nel cielo quelle bianche, credo di aver compreso il suo carattere; e temo che lui abbia compreso il mio.


Era un uomo del Cheshire con un volto aspro, paziente e pieno di umore; era modesto, pur essendo un uomo del nord, e cordiale, pur essendo un esperto. Parlava (quando parlava) con un forte accento del nord; ed era evidentemente nuovo in quella bellissima regione del sud, come risultava chiaro sia dai suoi apprezzamenti che dalle sue lamentele. Ma sebbene provenisse dal nord, era di origini agricole e non commerciali; guardava alla terra piuttosto che alle città, anche se la osservava con un occhio in qualche modo più acuto e utilitaristico. Dopo alcune ore pronunciò la sua prima osservazione. Mentre attraversavamo le alture più ruvide e desolate della pianura di Salisbury, osservò che aveva sempre pensato che la pianura di Salisbury fosse una pianura. Questo da solo dimostrava che era nuovo della zona. Ma aggiunse anche, con un cipiglio critico: «Gran parte di questa terra dovrebbe essere terra abbastanza buona. Perché non la usano?». Rimase poi in silenzio per altre ore.


In corrispondenza di una brusca curva dei pendii che scendono da quella che viene chiamata (con non poco umorismo) la pianura di Salisbury, ho visto all’improvviso, quasi per caso, qualcosa che stavo cercando — cioè qualcosa che non mi aspettavo di vedere. Tutti noi si suppone che cerchiamo di entrare in paradiso; ma ne saremmo straordinariamente stupiti se ci trovassimo improvvisamente lì dentro. Mentre stavo lasciando la pianura di Salisbury (per dirla in parole povere), alzai lo sguardo e vidi il Cavallo Bianco della Gran Bretagna. Uno o due poeti davvero eccellenti di stampo conservatore e protestante, come Swinburne e il signor Rudyard Kipling, hanno celebrato l’Inghilterra attraverso l’immagine dei cavalli bianchi, intendendo con ciò le onde dalla criniera bianca della Manica. Ciò è abbastanza giusto e naturale. Il vero conservatore filosofico risale alle cose antiche perché pensa che siano cose anarchiche. Lo stupirebbe moltissimo se gli venisse detto che in Inghilterra esistono cavalli bianchi artificiali che potrebbero essere più antichi di quei cavalli bianchi selvaggi degli elementi. Eppure è proprio così. Nessuno sa quanti anni abbiano quegli strani geroglifici verdi e bianchi, quei quadrupedi serpeggianti di gesso, che spiccano sui versanti di tante delle Southern Downs. 


Potrebbero essere più antichi dei Sassoni e più antichi dell’epoca romana. Potrebbero benissimo essere più antichi dei Britanni, più antichi di qualsiasi epoca documentata. Potrebbero risalire, per quanto ne sappiamo, ai primi flebili germi di vita umana su questo pianeta. Gli uomini potrebbero aver fatto uscire un cavallo dall’erba molto prima di inciderne l’immagine su un vaso o una terracotta, o di mescolarne e modellarne uno con l’argilla. Questa potrebbe essere la più antica forma d’arte umana — precedente all’edilizia o all’incisione. E se così fosse, potrebbe aver avuto origine in un’altra era geologica, prima che il mare irrompesse dallo stretto di Dover. Il Cavallo Bianco potrebbe aver avuto origine nel Berkshire quando a Folkestone non c’erano cavalli bianchi, oppure potrebbe essere stato creato quando la Gran Bretagna non era ancora un’isola. Dimentichiamo che ci sono molti luoghi in cui l’arte è più antica della natura.


Abbiamo fatto una lunga deviazione attraverso strade un po’ più agevoli, finché non siamo giunti a una breccia o a una voragine nella valle, da cui abbiamo visto ancora una volta il nostro amico, il Cavallo Bianco. Almeno, pensavamo fosse il nostro amico, il Cavallo Bianco; ma dopo alcune domande abbiamo scoperto con nostro grande stupore che si trattava di un altro amico e di un altro cavallo. Lungo i fianchi inclinati della stessa bella valle c’era (così sembrava) un altro cavallo bianco; grezzo e pulito, antico e moderno, proprio come il primo. Questo, almeno, pensai, doveva essere l’originario Cavallo Bianco di Alfredo, che avevo sempre sentito associare al suo nome. Eppure, prima ancora di arrivare a Wantage e di vedere la pittoresca statua grigia di re Alfredo al sole, avevamo già visto un terzo cavallo bianco. 


E il terzo cavallo bianco era così irrimediabilmente diverso da un cavallo che eravamo certi che fosse autentico. L’ultimo e originale cavallo bianco, il cavallo bianco della Valle del Cavallo Bianco, ha quell’aspetto grande e infantile, quella qualità veramente preistorica e assurda tipica dei disegni degli Zulu o degli indigeni neozelandesi. Questo, almeno, era stato sicuramente realizzato dai nostri padri quando erano appena uomini; molto prima che diventassero uomini civilizzati.


Ma perché fu realizzato? Perché i barbari si presero tanta briga per creare un cavallo grande quasi quanto un piccolo villaggio; un cavallo che non poteva portare alcun cacciatore, che non poteva trainare alcun carico? Che cos’era questo titanico, inconscio istinto di rovinare un bellissimo pendio verde con un quadrupede bianco davvero orribile? Che cos’è (per quel che conta) tutta questa azzardata fantasia dell’umanità che domina la terra, che forse è iniziata con i cavalli bianchi e che non finirà affatto con le auto da venti cavalli vapore? Mentre mi allontanavo da quella campagna, stavo ancora considerando nebulosamente come mai degli uomini comuni fossero arrivati a voler creare quei bizzarri cavalli di gesso, quando il mio autista mi fece sobbalzare parlando per la prima volta dopo quasi due ore. All’improvviso lasciò andare una delle manopole e indicò una colossale massa verde e soffice che si ergeva sopra di noi. «Quello sarebbe un buon posto», disse. 


Naturalmente mi riferivo al suo ultimo discorso, tenuto poche ore prima; e pensai che intendesse dire che sarebbe stato promettente per l’agricoltura. In realtà, era tutt’altro che promettente; e questo mi fece capire all’improvviso il tranquillo ardore nei suoi occhi. D’un tratto capii cosa intendesse davvero. Intendeva davvero dire che quello sarebbe stato un posto splendido per tirare fuori un altro cavallo bianco. Non sapeva più di me perché fosse stato fatto; ma egli era immerso in una tradizione preistorica impensabile, semplicemente perché voleva farlo. Divenne così acuto nella sensibilità che non riusciva a sopportare di passare davanti a nessuna ampia collina erbosa e ventosa sulla quale non ci fosse un cavallo bianco. Riusciva a malapena a tenere le mani lontane dalle colline. Riusciva a malapena a lasciare in pace l’erba viva.


Allora smisi di chiedermi perché l’uomo primitivo avesse creato così tanti cavalli bianchi. Smisi di tormentarmi sul senso in cui l’eterno uomo ordinario avesse cercato di sfregiare o sfigurare le colline. Mi bastava sapere che lo voleva; perché l’avevo visto desiderarlo.


Gilbert Keith Chesterton, I Cavalli Bianchi, in Alarms and Discursions.


(traduzione di Marco Sermarini ©)



Stratford Caldecott ed alcuni studenti

sulla Collina del Cavallo Bianco


venerdì 24 luglio 2026

Saluti da Uffington!!!

 




Una famiglia di chestertoniani, nostri carissimi amici, ha raggiunto proprio oggi al completo ed in formazione tipo la Collina del Cavallo Bianco di Uffington, quella che ispirò La Ballata del Cavallo Bianco al nostro amatissimo Gilbertone!!!

Ci teneva a farcelo sapere e noi teniamo ancora di più a farlo sapere a tutti voi, che c'è gente che prende sul serio le poesie, e in particolare le poesie di Chesterton!!!

Infatti ci hanno scritto:

Dopo varie peripezie stamattina siamo riusciti ad arrivare qui! "Dimmi, hai fede senza una speranza?"




Naturalmente sono passati anche da altri due amici, Tolkien e Stratford Caldecott, che li aspettavano al cimitero di Wolvercote ad Oxford.

E non finisce qui...




sabato 20 giugno 2026

Ecco le prime scene del Cavallo Bianco.

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In attesa del Cavallo Bianco!

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Educazione e Cavallo Bianco stasera!!!

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> Carissimi amici, vi ricordiamo l'incontro di OGGI alle ore 17:30 a San Benedetto del Tronto, Contrada Santa Lucia, Centro Educativo La Contea, dal titolo "Il rischio di educare insieme: l'alleanza scuola/famiglia crea buoni frutti". Nell'occasione consegneremo anche le pagelle di fine anno scolastico. Vi invitiamo poi a restare a cena e ad assistere alla proiezione del lungometraggio "Il Cavallo bianco: la visione del re". Vi aspettiamo!

mercoledì 3 giugno 2026

La speranza è una compagnia che ci precede - Chesterton e la difesa di "amici ancora vivi e disposti a morire", contro l’eroismo solitario (l'intervento di Annalisa Teggi al convegno di Fano del 29 maggio 2026).

Dall'account Substack di Annalisa Teggi:

Quella che segue è la trascrizione di una chiacchierata/conferenza che ho tenuto presso l’Associazione culturale Don Luigi Negri di Fano il 29 maggio 2026

1. Spoiler: la speranza comincia da due

Di solito è brutto fare lo spoiler di un film, svelare il finale. Ma infrango questa regola e dico subito qual è il punto di arrivo della mia chiacchierata con voi:


«Accadrà qualcosa che distruggerà questo egoismo, questo isolamento di milioni di persone. Perché non cominciamo noi, tu ed io?»


G. K. CHESTERTON, da Il Napoleone di Notting Hill



Il resto è in questo collegamento:


https://annalisateggi.substack.com/p/la-speranza-e-una-compagnia-che-ci?r=kghqv&utm_id=97758_v0_s00_e233_tv2_tp2_a1dennhbbrkrxa&fbclid=IwY2xjawSLU45leHRuA2FlbQIxMABicmlkETB0a0w4ZGY1SEF2NTlkSzRHc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHmjXBooNvIcm2vNka6r_s9HfhTMv5PK7eZMV_bcOUplO19PyyTA8aiV5YbHm_aem_EsOGZDeAhhx_7MFKgItWBw

Qui qualche immagine dal convegno di Fano (grazie al Centro Culturale Mons. Luigi Negri):








venerdì 22 maggio 2026

Presto il Cavallo Bianco diventerà un film!




La Società Chestertoniana Italiana, affiancata dall’Associazione Asino Piceno, dall’Associazione San Giovanni Paolo II e da Radio Notting Hill, è lieta di presentarvi un nuovo ed ambizioso progetto: una primissima produzione cinematografica ispirata dal libro di Gilbert Keith Chesterton: “La Ballata del Cavallo Bianco”. 

Grazie al progetto N.E.E.T., finanziato dallo Stato, ci è stata data la possibilità di organizzare e avviare le attività necessarie, che coinvolgono ragazzi dai 15 a 29 anni, per realizzare un prodotto cinematografico avente come tema centrale proprio la Ballata del Cavallo Bianco.

Questo articolo ha lo scopo di tenervi aggiornati, assieme alle pubblicazioni di Radio Notting Hill e di Asino Piceno, riguardo l’andamento della produzione, ma soprattutto di farvi conoscere l’opera di G.K.Chesterton ed i motivi dietro la scelta di ispirarsi a quest’ultima.

Per poterci organizzare al meglio, ogni collaboratore di questo progetto ha un compito fondamentale per la riuscita del prodotto. Vi presento in breve i nostri amici e colleghi e di cosa si stanno occupando:

l’Associazione Asino Piceno (un’associazione socio-culturale che propone attività educative e ricreative) sta portando avanti dei corsi di falegnameria che serviranno alla fabbricazione di oggetti di scena, quali spade, scudi, elmi ed altri elementi che si vedono nelle foto qui allegate.

Accanto ad Asino Piceno c’è poi Radio Notting Hill (una radio di giovani universitari con l’obiettivo di raccontare storie tradizionali e moderne con un punto di vista fuori dai soliti schemi) che si sta occupando delle riprese vere e proprie del metraggio, aiutata dall’Associazione San Giovanni Paolo II (che si occupa di progetti nazionali e locali inerenti l’educazione dei minori, la povertà educativa, l'abbandono scolastico e l'affiancamento nella ricerca di occupazione) la quale assiste alle riprese guidando la parte attoriale delle scene.

Infine c’è la Società Chestertoniana Italiana (il cui scopo è quello di far conoscere e diffondere l'immensa opera del grande scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton) che si è preoccupata della stesura del copione, studiando l’opera, comprendendone i temi, non solo attraverso la lettura della Ballata, ma anche di ulteriori scritti di Chesterton come Ortodossia, in modo da poter adattare al meglio la storia sotto forma di copione cinematografico.

Ed ora: di cosa parla la Ballata? E perché abbiamo scelto quest’opera di G. K. Chesterton tra tutte la sua produzione?

La Ballata è un poema epico pubblicato nel 1911 e racconta la storia di Re Alfred, della sua vittoria alla Battaglia di Ethandune e della conversione del suo avversario danese Guthrum. Ma questa non è altro che la solita storia scritta sui libri, invece, ciò di cui parla realmente la Ballata è di un ricco Re che si è dovuto umiliare per poter riacquistare la fiducia del proprio popolo, di amici che di fronte alle parole della Madonna non esitano ad aiutare un loro compagno, di un testardo nei propri pensieri, di un pagano che infine si è convertito, della necessità di un atto di Fede giornaliero, dell’abbandono delle proprie certezze per poter seguire veramente Cristo e moltissimi altri temi, talmente tanti che si fanno fatica a ricordare.

In poche e semplici parole parla di tutti noi dall’inizio del poema fino all’ultimo verso dell’ultimo capitolo.

È questo il motivo per cui l’abbiamo scelta, perché come scrisse Olof Lagercrantz in L’arte di leggere e scrivere:

Un buon libro lascia al lettore l’impressione di leggere qualcosa della propria esistenza personale. 

Quando la lettura è al suo apice ci sembra che d’improvviso ricordiamo qualcosa d’importante che sapevamo, ma abbiamo scordato.

Dalla dedica iniziale alla moglie, alla fiducia con cui Eldred segue Alfred perché sa che è mosso, non dalle sue emozioni, ma dalla parola della Vergine Maria.

Solo otto libri sono bastati a quel geniale scrittore inglese per poter scrivere una storia che non avesse limiti temporali, una storia così umana e cristiana che si fa fatica a credere che la conversione al cattolicesimo di G.K.Chesterton avvenne undici anni dopo la pubblicazione della Ballata.

Nell’articolo successivo parleremo nel dettaglio dello studio fatto sulla figura di Chesterton, dei suoi personaggi all’interno dell’opera e di altri suoi scritti letti ai fini della stesura finale del copione. 

Per rimanere aggiornati:

Instagram

@radionottinghill

@asinopiceno_

Alessandro Girolami







venerdì 31 ottobre 2025

Vico, Chesterton e la barbarie che ritorna (con i chierici armati di tablet) - di Rodolfo Granafei, da Il Sussidiario del 6 ottobre 2025.



La filosofia della storia di Giambattista Vico si rivela ancora oggi preziosissima per capire il presente. Lo capì bene Chesterton

Marcello Veneziani ha scritto un piccolo-grande libro (Vico dei miracoli. Vita oscura e tormentata del più grande pensatore italiano, Rizzoli 2023) su Giambattista Vico e, rivolgendosi prevalentemente ai non addetti ai lavori, ha cercato di restituire in modo leggibile, con una lingua che si spinge fino a qualche coloritura dialettale, non solo il pensiero ma la vita stessa del Napoletano, dall’infanzia agli studi e al suo lavoro di precettore presso una famiglia nobiliare – i Rocca – a Vatolla, alla conquista di una cattedra di retorica, al matrimonio, alla composizione del suo capolavoro – La scienza nuova – riscritto per tre volte e infine alla morte e ai funerali, occasione di conflitto all’interno dell’università.

(...)

Abbiamo un testo perfetto che ci consente di comprendere grazie a un poeta-teologo come funziona il rapporto tra corso storico e ricorso della barbarie. Si tratta de La ballata del cavallo bianco (Raffaelli, 2013) di G.K. Chesterton, che racconta poeticamente la storia di Alfredo il Grande e della sua incredibile vittoria sui Danesi, che fondò l’Inghilterra.

Il resto qui sotto:





mercoledì 8 ottobre 2025

Maria Grazia Gotti ci segnala: Vico, Chesterton e la barbarie che ritorna (con i chierici armati di tablet) - da Rodolfo Granafei, Il Sussidiario, 6 ottobre 2025.



Ciao, Marco, buon pomeriggio.

Come stai?

Ti segnalo che il Sussidiario ha pubblicato questa interessante recensione di un libro di Marcello Veneziani su Gianbattista Vico in cui l'autore vede una esemplificazione della la sua teoria dei corsi e ricorsi storici nella Ballata del Cavallo bianco di Chesterton, laddove re Alfred profetizza il ritorno dei barbari. 

Interessante

ciao

Maria Grazia Gotti




sabato 26 luglio 2025

Ancora su Chesterton e Tolkien - Tolkien’s Reading of Chesterton, di Holly Ordway sul sito della Società Chestertoniana Americana.




Alcune considerazioni di Holly Ordway sul rapporto tra Chesterton e Tolkien sono racchiuse nell'articolo che segue nel collegamento in calce a questo post. Qui di seguito ci siamo permessi di tradurre qualche brevissimo brano per invitarvi a leggerlo:

(...) È (...) opportuno scoprire che Tolkien conosceva bene l'opera di Chesterton - infatti, sua figlia Priscilla disse che era “immerso in essa" - e ne era entusiasta.

Chesterton e Tolkien erano quasi contemporanei. Nati a soli diciotto anni di distanza l'uno dall'altro, Chesterton morì relativamente giovane, a sessantadue anni, quando Tolkien ne aveva quarantaquattro. È possibile che Tolkien abbia persino ascoltato Chesterton parlare di persona, poiché questi tenne una conferenza serale sul tema del “Romanticismo” presso le Oxford Examination Schools nel Trinity term (1) del 1914, quando Tolkien era residente.

(...) Tra le altre poesie di Chesterton, Tolkien aveva un tempo apprezzato La ballata del cavallo bianco. Quando la rilesse per aiutare Priscilla a comprenderla, trovò il poema insoddisfacente a causa della sua inesattezza storica, ma anche dopo una seconda lettura, meno entusiasta, continuò ad apprezzarne «il brillante scintillio delle parole e delle frasi».

L'articolo intero è disponibile qui:

https://www.chesterton.org/tolkiens-reading-of-chesterton/




(1) è il terzo e ultimo trimestre dell'anno accademico a Oxford e in altre università.

giovedì 19 giugno 2025

Materiale per il prossimo Chesterton Day, 28 giugno 2025.

Sul Cavallo Bianco cose recenti e meno recenti, nuove e seminuove:

- Sulla nuova edizione in rima:

https://uomovivo.blogspot.com/2025/05/un-piccolo-saggio-de-la-ballata-del.html

https://uomovivo.blogspot.com/2025/04/e-appena-uscita-una-nuova-edizione.html

https://uomovivo.blogspot.com/2025/04/ecco-la-ballata-del-cavallo-bianco.html

- Vecchi ma sempre validi materiali sul Cavallo Bianco:

https://uomovivo.blogspot.com/2025/04/chestertons-chestertons-ballad-of-white.html

https://uomovivo.blogspot.com/2024/10/un-aforisma-al-giorno-il-cavallo-bianco.html

https://uomovivo.blogspot.com/2022/10/joe-grabowski-rifa-il-cavallo-bianco.html

https://uomovivo.blogspot.com/2021/07/una-riflessione-di-annalisa-teggi-su-la.html

- Un saggio di Chesterton sulla Battaglia di Ethandune:

https://uomovivo.blogspot.com/2024/11/ethandune-di-gilbert-keith-chesterton.html

- Suor Bernadette Sheridan sulla visione di Re Alfred:

https://uomovivo.blogspot.com/2021/10/suor-bernadette-sheridan-sulla-visione.html

- Mons. Alberto Castelli sul Cavallo Bianco:

https://uomovivo.blogspot.com/2021/06/chesterton-in-altre-parole-mons-alberto.html

Sul romanzo poliziesco e l'inedito tradotto da Giovanni D'Andrea:

https://uomovivo.blogspot.com/2024/12/un-articolo-di-qualche-anno-fa-sul.html

https://uomovivo.blogspot.com/2024/12/il-romanzo-poliziesco-storico-di-g-k.html

Il tutto salvo altro...




mercoledì 30 aprile 2025

Breve recensione de La Ballata del Cavallo Bianco tradotta in rima da Giulio Mainardi.

È appena uscita una nuova edizione italiana de La Ballata del Cavallo Bianco, per i tipi delle Edizioni del Faro (Trento). Come promesso ne parliamo insieme.

Giulio Mainardi (che è ormai una vecchia conoscenza nonostante la sua giovane età, ancora nei venti, oltre che un traduttore ormai esperto, avendo tradotto molte opere anche inedite del nostro Chesterton) ha tradotto in rima un’opera anzi un poema certamente impegnativo.

Forse non tutti sono consapevoli della massa critica costituita dall’opera poetica di Chesterton, ampiamente sottovalutata. È poco conosciuta, anche se ha ricevuto il plauso di uomini come John Ronald Reuel Tolkien, nonché la gloria di essere cantata in circostanze decisive della vita, quelle in cui non si scherza, come accadde ai soldati inglesi nelle trincee francesi della Somme durante la Prima Guerra Mondiale (vedi il caso della poesia Lepanto, di cui ho avuto il piacere di scrivere la prefazione; l'opera è stata tradotta anche in questo caso da Giulio Mainardi). Dunque, un’opera così importante, espressa in un genere come quello poetico, non può essere sorvolata. 

Parliamo della scelta di tradurre in rima, perché questa è la novità: è costata cara al traduttore, questa scelta! Si è trattato di una fatica di oltre nove anni, lo dice lui stesso, ma lo ha fatto convinto di compiere un’opera doverosa. Dovete sapere che Chesterton da qualche parte ha scritto che la poesia è ritmo e se non la si fa in rima è come la prosa. Con questo Chesterton voleva semplicemente ribadire un concetto che lo fa assurgere a difensore della classicità. Quest’idea di classicità è il motivo che spinse Emilio Cecchi a invitare lui e Belloc  a scrivere per La Ronda (ne dà conto nel famoso articolo Ospiti di cui abbiamo parlato più volte e che abbiamo pubblicato su questo blog). Non sono certo che Cecchi sapesse di questa riga che esprime con tanta chiarezza il pensiero di Chesterton sulla poesia, però sono certo che, semmai l’abbia letta, l’avrà trovata assolutamente confacenti a quei motivi che lo avevano reso ammiratore e mentore italiano del nostro eroe inglese.

In ogni caso è sempre il traduttore a dare conto di questa scelta: lo fa nella prefazione, riprendendo un pensiero di Chesterton stesso in Fancies versus Fads, e ribadendo la volontà di dare forma poetica anche alla traduzione perché essa integra e costituisce lo spirito dell'opera tradotta.

Pure di rilievo è la bibliografia, in fondo al libro, con cui Mainardi dà conto delle proprie scelte e del proprio lavoro.

Mainardi compie anche un’altra opera: alla maniera di una volta traduce in italiano anche i nomi dei luoghi e delle persone che compongono questo affresco medievale, e dà conto delle scelte. Qualcuno potrebbe rimanere anche piuttosto perplesso, ma in fondo cosa c'è strano? Noi chiamiamo la città tedesca di Mainz col nome italianissimo di Magonza, Gdańsk col nome di Danzica (che per i tedeschi si chiama sempre Danzig, come chiamano Görz la nostra Gorizia), i cronisti della battaglia di Lepanto ribattezzarono Occhialì il capo dell'ala sinistra della flotta ottomana che in realtà si chiamava Uluç Alì (che era il suo nome da rinnegato e significava proprio Alì il Rinnegato, in quanto prima di convertirsi all'islam si chiamava Giovan Dionigi Galeni…). Ho fatto degli esempi banali, però credo che questo incarni il tentativo di ridare dignità e vita alla nostra lingua che la sta perdendo passo dopo passo, perché la crediamo non adatta ad esprimere sentimenti e concetti che vengono da un altro mondo. È una scelta, a volte potrebbe anche disorientare, però io la trovo un gesto di affetto verso la nostra lingua, come se il traduttore volesse rendere più familiare ancora uno scenario che l’autore vuole che ci tocchi fino in fondo. 

D’altronde la traduzione deve sapere della cultura di chi la leggerà. Sarebbe bello rileggere il saggio di Belloc intitolato Sulla traduzione (è edita in italiano e con questo titolo da Morcelliana), lui che aveva due identità culturali, etniche, due tradizioni molto distinte ma non per questo del tutto inconciliabili, nelle sue vene, quella francese e quella inglese. Potremmo fare tantissimi esempi di come a volte siamo costretti a rendere delle espressioni straniere che, se tradotte alla lettera, sarebbero senza senso o ridicole (una su tutte: "alive and kicking" non lo traduciamo "vivo e scalciante", perché sarebbe poco comprensibile e onestamente farebbe un pochino ridere, e facciamo bene se lo traduciamo "vivo e vegeto", che invece in inglese non è immediatamente comprensibile...). 

Inoltre, Mainardi fa anche un grosso lavoro di carattere filologico: cita e dà conto di opere come quella di suor Bernadette Sheridan, dà conto delle proprie scelte, le confronta con quelle di altri traduttori o commentatori (c’è spazio anche per la nostra Annalisa Teggi, che ha fatto la prima traduzione in assoluto - non solo prima in italiano dunque - di quest’opera, e l’ha fatta con scienza e coscienza in prosa). 

Insomma, c’è di che discutere e commentare. Io trovo che sia un’opera bella, tra l’altro contenuta in un oggetto più che dignitoso, visto che il libro è bello ed apprezzabile anche fisicamente, e si tiene in mano con piacere; ha trovato anche delle soluzioni grafiche adeguate per mostrare note e, coraggiosamente, il testo originale a fronte.

Una bella cosa, un tassello in più dell'opera di diffusione e di studio del nostro caro Chesterton, che oggi avrà una voce in più, ed oltretutto musicale, per farsi conoscere in Italia.

Marco Sermarini

Qui sotto trovate alcune delle traduzioni di Giulio Mainardi e i nostri post che le riguardano:


Magia e altri sette drammi