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domenica 14 giugno 2026

Gilbert Keith, Jorge Luis e l’arte di conversare con il mondo | Andrea Monda sull'Osservatore Romano.

 Bergoglio gli fece la barba, la sua donna gli disse di spararsi: otto  aneddoti per conoscere meglio Jorge Luis Borges - Linkiesta.it

di ANDREA MONDA

Non è un caso, anche perché il caso non esiste, che Jorge Luis Borges e Gilbert Keith Chesterton siano morti entrambi lo stesso giorno, il 14 giugno, ma a distanza di cinquant’anni uno dall’altro. Non è un caso perché i due scrittori hanno molte cose in comune, al di là dell’apparenza. Da una parte uno, il poeta argentino, un po’ dandy, dalla cultura enciclopedica, dalla raffinata conversazione, affascinato dalla figura di Cristo ma che sempre ha sfoggiato un malinconico scetticismo nei confronti della fede, e dall’altra il gigantesco romanziere e polemista inglese, un tomista col saio francescano, campione della fede cattolica al punto da essere definito defensor fidei da Pio XI. Niente in comune quindi, o molto poco... Ma scavando un po’ oltre l’apparenza si trova sempre qualche sorpresa.

Partiamo da Borges che nei saggi letterari e nelle sue conversazioni cita di continuo alcuni autori come veri punti di riferimento: Wilde, Poe, Kafka, Emerson e, soprattutto, Whitman, Omero e Virgilio, Dante e Cervantes ma, sopra tutti gli altri, Chesterton.

Il punto fondamentale di questa mia riflessione è biografico: io devo proprio al più giovane dei due, l’argentino, la conoscenza del più anziano inglese. Da qui la mia gratitudine immensa verso Borges.

Parliamo quindi di questo poeta che è anche sublime critico letterario e narratore. Il poeta di Buenos Aires sviluppa infatti ben presto una vena narrativa, tutta a favore del racconto breve rispetto al romanzo che non troverà mai congeniale perché «troppo artificiale» (dirà ad Alberto Arbasino in un’intervista del 1977): «I racconti invece sono sempre delle vere storie, e gli uomini hanno sempre amato raccontare e ascoltare storie: per questo amo tanto Kipling (…) e Stevenson (…). Il romanzo è sempre una costruzione, so che io non posso farla; posso fare soltanto dei racconti. E poi, dato che io non sono un lettore di romanzi, perché dovrei scriverne? Io non li leggo, all’infuori di Conrad, che mi piace molto». Questa osservazione contro l’artificiosità del romanzo è singolare in quanto lo stesso Borges sarà poi architetto di sofisticati racconti divenuti famosi per la loro complessità. Non a caso i due, Jorge Luis e Gilbert Keith si dilettarono con il genere giallo, il più “artificiale”, sofisticato e cerebrale dei generi letterari. E nei racconti di fantasia.

Come è noto nel 1938 lo scrittore ha un incidente che lo costringe per parecchio tempo all’immobilità, dopo un attacco di setticemia che ne minaccia gravemente la vita. Negli anni della malattia, lo scrittore argentino concepisce alcuni tra i suoi capolavori: la raccolta di racconti Finzioni (1944) e successivamente L’Aleph (1949) con cui Borges passa al genere fantastico, che per lui è quello principale della letteratura. Gli anni Quaranta, in cui la cecità diventa sempre più minacciosa, sono gli anni in cui il poeta argentino viene consacrato come grande autore di narrativa grazie anche alla realizzazione di una vera e propria mitologia letteraria composta da alcuni elementi simbolici che fino alla fine accompagneranno la poetica borgesiana: la biblioteca, il labirinto, il sonno e il sogno, gli scacchi, la spada, la tigre, la sabbia, lo specchio.

Nel 1955 Borges è ormai cieco quando viene nominato direttore della Biblioteca Nazionale, ciò che aveva sempre sognato di fare. Lo scrittore commenta così la nomina: «È una sublime ironia divina ad avermi dotato di ottocentomila libri e, al tempo stesso, delle tenebre». E nel 1980, nelle Conversazioni Americane, aggiungerà che «è dal 1955 che la mia vista non mi permette più di leggere, e allora non ho più letto nulla di contemporaneo. Penso di non aver mai letto un quotidiano in vita mia. Possiamo conoscere il passato, ma il presente è mistero per noi».

Borges è stato un grande sacerdote del culto dei libri spingendosi ad affermare che l’uomo è ciò che legge, non ciò che scrive. Tale affermazione rivela una vera e propria mistica della lettura che si manifesta nella credenza che fra autori e lettori s’instauri «un dialogo, una forma di relazione», «una collaborazione e quasi una complicità», in una parola, che la lettura sia un atto creativo.

Borges è uno scrittore che ama circondarsi di amici con i quali innanzitutto discute, di tutto, nasce così una vasta e variegata produzione di volumi di conversazioni dove forse Borges, uomo-biblioteca, dà il meglio di sé. Ma con gli amici Borges non solo conversa, ma anche scrive: in collaborazione con Adolfo Bioy Casares scrive nel 1942 Sei problemi per don Isidro Parodi e con Margarita Guerrero il Manuale di zoologia fantastica (1957).

Da una parte quindi il poeta e il narratore lucido e raffinato, dall’altra il saggista e il conversatore appassionato: ovviamente le due anime sono una e si alimentano reciprocamente.

Borges amava la storia (scrive diversi libri di storia, Storia universale dell’infamia, Storia dell’eternità...) ma non ama le date, ad esempio uno dei suoi libri preferiti è L’uomo eterno di Chesterton, un saggio di storia universale senza neanche una data. E riecco qui Chesterton. Proprio su questo tema, proviamo a comparare due affermazioni dei due scrittori; scrive Borges: «Non credo nelle scuole. Non credo nella cronologia. Non credo nel datare le opere. Penso che la poesia dovrebbe essere anonima (...). Che cosa sappiamo dei nomi di quegli uomini che scrissero quel sogno meraviglioso che è Le mille e una notte? Nulla, e non ce ne importa. (...) Credo che per un autore la cosa migliore sia far parte di una tradizione, far parte di una lingua, perché la lingua si evolve mentre i libri possono essere dimenticati». Concetti molto vicini a quanto afferma Chesterton in Ortodossia: «La leggenda è fatta generalmente dalla maggioranza, sana, degli abitanti di un villaggio; il libro è scritto, generalmente da quello, fra gli abitanti del villaggio, che è matto».

Un altro tema, forse quello principale, che unisce i due scrittori è il tema della meraviglia. Difficile trovare una pagina di racconto o romanzo oppure una poesia di Chesterton in cui non sia presente questa dimensione dello stupore. Qualcosa di più preciso possiamo citare di Borges il quale osserva una comune origine della poesia e della filosofia che, come ricordavano Platone e Aristotele, nasce proprio dalla meraviglia. Nel 1976 in un incontro presso l’Università dell’Indiana, Borges afferma: «... senza dubbio, la nostra esistenza è un fatto curioso. (...) il fatto di stupirsi di fronte alla vita può essere l’essenza della poesia. La poesia consiste nel sentire le cose come strane (...). L’unica differenza è che nel caso della filosofia la risposta viene data in maniera logica, mentre per la poesia si usa la metafora».

Dalla meraviglia al mistero il passo è breve. La “stoffa” di cui è fatta la realtà per Borges sembra essere il mistero che circonda ogni atto e attimo dell’esistenza umana. «Ogni poesia è misteriosa» afferma l’argentino, «nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere». Un’altra frase che spesso Borges cita in realtà è proprio di Chesterton e ci ricorda che «tutto passerà, resterà solo lo stupore e lo stupore per le cose quotidiane». È proprio lì, nelle cose quotidiane, che si annida, per entrambi i poeti, la meraviglia, perché: «Non c’è un giorno, neppure di carcere o d’ospedale, che non porti una sorpresa, che non sia, controluce, una rete di minime sorprese» (dal racconto L’attesa di Borges), oppure perché «Chi abbraccia una donna è Adamo. La donna è Eva. / Tutto accade per la prima volta» (dalla poesia La felicità). Lo stupore di Borges è primigenio, è la meraviglia legata all’origine, lo stupore per il bene, quel bene che è l’esistenza stessa. Nella poesia Il mare si chiede: «Ma chi è il mare?» e annota che «Chi lo guarda lo vede per la prima volta, sempre. / Con lo stupore / che le cose elementari lasciano, i pomeriggi / belli, la luna, il fuoco di un falò». Le cose elementari, questo è un nodo centrale nella vita e nell’opera di Borges.

Conversando con Osvaldo Ferrari Borges osserva che: «È così difficile definire le cose. Proprio le più evidenti son quelle che è impossibile definire, giacché definire è esprimere una cosa con altre parole, ma queste possono esprimere meno di quello che va definito. Ciò che è elementare, per esempio non può essere definito; come si può definire il sapore del caffè o la mestizia grata che ci coglie all’imbrunire, o il sentimento di attesa, di speranza, naturalmente illusorio, che si può provare nel destarsi? Niente di questo può essere definito. Le cose astratte sì, possono esser definite; si può dare una definizione astratta di un poligono o di un congresso. Ma dubito che si possa definire un dolore di denti».

Borges e ancora di più Chesterton esprimono spesso i sentimenti che scaturiscono dalla meraviglia, innanzitutto la gratitudine, ma anche lo spaesamento e lo smarrimento che nascono dal sentire strane le cose, dal sentirsi straniero. Questo è un sentimento che accomuna Borges e Chesterton il quale diceva, sempre citato da Borges, che: «La realtà è più strana della finzione. E Chesterton la commenta acutamente e giustamente, credo, quando dice, “...la finzione la creiamo noi, mentre la realtà è molto più strana perché la crea un altro, l’Altro, Dio”».

Nel saggio già citato L’uomo eterno, Chesterton afferma che «La più semplice verità sull’uomo è che egli è un essere veramente strano: strano quasi nel senso che che è straniero a questa terra (…) solo, fra tutti gli animali, è scosso dalla benefica follia del riso; quasi avesse afferrato qualche segreto di una più vera forma dell’universo e lo volesse celare all’universo stesso».

I due oltre che poeti e scrittori, sono straordinari critici letterari. In particolare conoscere Borges equivale a fare la conoscenza con un uomo-biblioteca, una biblioteca ambulante che, con dolcezza e humour, ti accoglie nei suoi meandri labirintici senza farti disorientare e guidandoti per mano a scoprire i mille tesori che contiene. È in quella biblioteca che ho fatto la conoscenza di Chesterton.

Borges critico letterario ma anche cinematografico. I suoi saggi di critica cinematografica sono formidabili soprattutto se si pensa che la sua fu una corsa contro il tempo, man mano che la miopia progressiva aumentava. Narratore, poeta e critico Borges fu però, innanzitutto, un grande conversatore, come Wilde, anche lui molto amato da Borges, e proprio come il suo “maestro” Chesterton. I due avevano una curiosità quasi bambina rispetto praticamente a tutto. E di tutto parlavano. Nei tre volumi curati da Osvaldo Ferrari (non gli unici dedicati alle conversazioni di Borges) si parla veramente di ogni aspetto dello scibile umano: dallo humour ai sogni, dalla poesia di Shakespeare alla mitologia nordica, al «sapore dell’epica», dal cinema westernalla memoria, dalla politica ai dialoghi, dall’amore a Socrate, dalle prefazioni a Melville, dal mare a Thoreau fino all’amato Chesterton che ritorna di continuo. Ecco ad esempio un suo ritratto, appassionato e lucidissimo: «Nella sua scrittura restano marcate tracce pittoriche. I suoi personaggi usano entrare in scena come attori e i suoi paesaggi vivacemente sbozzati s’appiccicano alla memoria. Chesterton visse nel corso degli anni intrisi di malinconia a cui si riferisce con la definizione fin de siecle. Da questo ineliminabile tedio venne salvato da Whitman e da Stevenson. Eppure qualcosa gli rimase attaccato addosso, rintracciabile nel suo gusto per l’orrido. Il più celebre dei suoi romanzi L’uomo che fu Giovedì, ha come sottotitolo Un incubo. Avrebbe potuto essere Poe o magari un Kafka; lui comunque preferì, e gli siamo grati della scelta, essere Chesterton e coraggiosamente optò per la felicità o finse di averla trovata. Dalla fede anglicana passò a quella cattolica, che, secondo lui, è basata sul buon senso. Arguì che la stranezza di tale fede si attaglia alla stranezza dell’universo, come la strana forma di una chiave si adatta perfettamente alla strana forma di una serratura. In Inghilterra il cattolicesimo di Chesterton ne ha pregiudicato la fama, poiché la gente persiste nel ridurlo a un mero propagandista cattolico. Innegabilmente lo fu, ma fu anche un uomo di genio, un gran prosatore e un grande poeta... La letteratura è una delle forme della felicità; forse nessun scrittore mi ha dato tante ore felici come Chesterton».

L’ultima affermazione posso dirla anch’io, e la dico rivolgendomi, con gratitudine, proprio a Borges.

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2026-06/quo-133/gilbert-keith-jorge-luis-e-l-arte-di-conversare-con-il-mondo.html?fbclid=IwY2xjawSaw45leHRuA2FlbQIxMQBicmlkETB0a0w4ZGY1SEF2NTlkSzRHc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHl1a2GxOxpmbCb0QAILK5nTAxKR84KiYIPMgw9DSLtx6zS3YhdD7EgXgzHEc_aem_dA9hmymH4-1YNNept_swZA

martedì 26 agosto 2025

The Diabolist, ovvero: il satanista. Traduzione e note di Marco Sermarini ©.

Vorrei proporvi la traduzione, inedita in lingua italiana, di un articolo di Chesterton apparso il 9 novembre 1907 sul The Daily News, il quotidiano liberale su cui Gilbert scrisse fino al 1913, di proprietà di Lord Cadbury. Si tratta di un articolo tutto sommato breve ma denso e significativo, di cui danno conto i migliori biografi di Chesterton, in primis Maisie Ward; ho pensato di anteporre alla traduzione le parole con cui William Oddie collocava l'episodio nella biografia di Chesterton. Sono tratte da Chesterton and the Romance of Orthodoxy. The Making of GKC. 1874 - 1908, anch'esso inedito in lingua italiana. Ne estrapolo un brano ritenendolo estremamente significativo, rimandando i lettori alla consultazione del seguito per non appesantire questo lavoro. Tuttavia la continuazione della lettura delle riflessioni filologiche e filosofiche di Oddie sarebbe estremamente proficua perché l'articolo, scritto nel 1907, si colloca nel periodo della compilazione del capolavoro di Chesterton, Ortodossia, che costituisce la sintesi del suo pensiero. Ad ogni modo ritengo che già questo non brevissimo assaggio dello scritto del compianto William Oddie aiuterà i lettori a comprendere l'importanza dell'articolo.

Perché è importante l'articolo che propongo? Perché è la testimonianza di Chesterton sul suo giovanile ritorno all'ortodossia, il primo abbozzo di quel sunto della sua filosofia che egli costituì scrivendo L'Uomo che fu Giovedì e Ortodossia in particolare, Eretici e Uomovivo più in generale, Ancora, testimonia la maturità del pensiero di Chesterton anzi la sua compiutezza già nella giovane età a cui si riferisce l'episodio.

Marco Sermarini

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(...) L'episodio risale al periodo in cui Chesterton frequentava la Slade, ovvero l'anno accademico 1893-94, circa un anno dopo la pubblicazione de Il ritratto di Dorian Gray. Riguarda un giovane chiaramente identificabile come un prodotto del movimento estetico. L'influenza sul suo pensiero di Walter Pater stesso o di qualche discepolo di Pater, forse Wilde, o semplicemente dell'ampio ethos estetico/decadente/fin de siècle dell'epoca, è piuttosto evidente. Egli crede, come Pater, che l'esperienza, e non il frutto dell'esperienza, sia la priorità assoluta. È totalmente contrario a qualsiasi nozione etica oggettiva di giusto e sbagliato e sostiene con veemenza una particolare linea di condotta perché dopo di essa non saprà più distinguere tra i due. Le sue convinzioni sono distruttive prima per gli altri e poi per se stesso: come Dorian Gray, incarna la tragedia dell'estetismo commettendo di fatto suicidio. Infine (e, per il nostro scopo, cosa più importante), lui - o comunque la reazione di Chesterton nei suoi confronti - stabilisce chiaramente il legame tra il movimento decadente e la risposta intellettuale di Chesterton ad esso, ovvero l'identificazione della lotta contro l'eresia come il campo di battaglia su cui combattere il male. (...) I parallelismi con la storia di Dorian Gray sono sorprendentemente evidenti; e qui abbiamo sicuramente tutta la spiegazione che ci serve del disgusto di Chesterton per il fin de siècle wildiano, che giunse a una fine così brusca con la rovina dello stesso Wilde a metà del decennio. Un'altra possibile risonanza - o almeno un parallelo illuminante - con le opinioni dei satanisti sui piaceri estetici della seduzione e della rovina morale si trova in Confessions of a Young Man (1888) di George Moore (ammiratore di Pater e influente membro del corpo docente della Slade e, chissà, forse anche di uno dei suoi studenti, il “satanista”). Scrivendo del dipinto "La Source" di Ingres, il cui “prezzo” fu la seduzione e la morte della modella attraverso l'alcol, egli osserva languidamente che “la consapevolezza che è stato commesso un torto... che una ragazza o mille ragazze sono morte in ospedale per quella cosa virginale, è un piacere in più di cui non potevo fare a meno”. Era a questo passaggio che Chesterton si riferiva nel suo taccuino Slade quando scrisse che “anche il vizio richiede vergini”? Qualunque sia la risposta, non sorprende che in Eretici Chesterton, in modo insolito, scrivesse di George Moore con un disprezzo personale così assoluto. A proposito di “The Diabolist”, Michael Coren pone la domanda: “Quanto è reale questo incontro e quanto è invece una costruzione artificiale?” Chesterton lo ha sicuramente presentato come un incontro reale e intendeva che fosse preso sul serio come tale. “Quello che sto per raccontare”, ha scritto, "è realmente accaduto..." (...). Possiamo sicuramente essere certi che si sia trattato di "un vero incontro". (...)

William Oddie, Chesterton and the Romance of Orthodoxy. The Making of GKC. 1874 - 1908





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Ogni tanto ho introdotto nei miei saggi un elemento di verità. Sono state menzionate cose realmente accadute, come l'incontro con il Presidente Kruger (1) o l'essere buttato fuori da un taxi. Ciò che ora devo riferire è realmente accaduto; eppure non vi era alcun elemento di politica pratica o di pericolo personale. È stata semplicemente una tranquilla conversazione che ho avuto con un altro uomo. Ma quella tranquilla conversazione è stata di gran lunga la cosa più terribile che mi sia mai capitata in vita mia. È successo così tanto tempo fa che non posso essere certo delle parole esatte del dialogo, solo delle principali domande e risposte; ma c'è una frase di cui posso rispondere assolutamente e parola per parola. È stata una frase così terribile che non potrei dimenticarla se lo volessi. È stata l'ultima frase pronunciata, e non è stata rivolta a me.

La cosa mi è successa ai tempi in cui frequentavo una scuola d'arte. Una scuola d'arte è diversa da quasi tutte le altre scuole o collegi sotto questo aspetto: che, essendo di nuova e rozza creazione e di disciplina lassista, presenta un contrasto particolarmente forte tra l'industrioso e l’ozioso. Le persone in una scuola d'arte fanno un'atroce quantità di lavoro o non lavorano affatto. Io appartenevo, insieme ad altre persone affascinanti, a quest'ultima classe; e questo mi ha fatto entrare spesso nella società di uomini che erano molto diversi da me, e che erano oziosi per ragioni molto diverse dalle mie. Ero inoperoso perché ero molto occupato; all'epoca ero impegnato a scoprire, con mio estremo e duraturo stupore, che non ero ateo. Ma ce n'erano anche altri che erano impegnati a scoprire ciò che Carlyle (2) chiamava (penso con inutile delicatezza) il fatto che lo zenzero è piccante in bocca.

Apprezzo quel tempo, in breve, perché mi ha permesso di fare la conoscenza di un buon numero rappresentativo di furfanti. A questo proposito ci sono due cose molto curiose che il critico della vita umana può osservare. Il primo è il fatto che c'è una netta differenza tra uomini e donne; il fatto che le donne preferiscono parlare in due, mentre gli uomini preferiscono parlare in tre. Il secondo è che quando si trovano (come spesso si fa) tre giovani mascalzoni e idioti che girano insieme e si ubriacano insieme ogni giorno, in genere si scopre che uno dei tre mascalzoni e idioti non è (per qualche motivo straordinario) un mascalzone né un idiota. In questi piccoli gruppi dediti ad una dissipazione spasmodica c'è quasi sempre un uomo che sembra aver accondisceso alla sua compagnia; un uomo che, pur potendo parlare di fallace banalità con i suoi compagni, può anche parlare di politica con un socialista, o di filosofia con un cattolico. 

Era proprio un tale uomo che venni a conoscere bene. Era strano, forse, che apprezzasse la sua società sporca e ubriaca; era ancora più strano, forse, che gli piacesse la mia società. Per ore del giorno parlava con me di Milton (3) o dell'architettura gotica; per ore della notte andava dove non ebbi mai voglia di seguirlo, anche solo per speculazione. Era un uomo dal viso lungo e ironico, con i capelli raccolti e rossi; era un gentiluomo per classe, e poteva camminare come uno da solo, ma preferiva, per qualche motivo, camminare come uno sposo che portava due secchielli. Sembrava una sorta di super-fantino; come se qualche arcangelo fosse finito sul prato. E non dimenticherò mai la mezz'ora in cui lui ed io abbiamo discusso di cose reali per la prima ed ultima volta.

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Lungo la facciata del grande edificio di cui la nostra scuola faceva parte correva un’enorme rampa di gradini di pietra, più alta, credo, di quella che conduce alla Cattedrale di Saint Paul (4). In una nera serata d'inverno lui ed io eravamo in giro su queste fredde altezze, che sembravano tetre come una piramide sotto le stelle. L'unica cosa visibile sotto di noi nel buio era un fuoco che bruciava e soffiava; perché qualche giardiniere (suppongo) stava bruciando qualcosa nel terreno, e di tanto in tanto le scintille rosse ci passavano davanti come uno sciame di insetti scarlatti nel buio. Anche sopra di noi regnava la tenebra; ma se si fissava abbastanza a lungo quella oscurità superiore, si vedevano strisce verticali di grigio nel nero e poi si diventava consapevoli della facciata colossale dell'edificio dorico, fantasmagorica, ma che riempiva il cielo, come se il cielo fosse ancora pieno del gigantesco fantasma del paganesimo.

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L'uomo mi chiese bruscamente perché stessi diventando ortodosso. Fino a quel momento non mi ero reso conto di esserlo, ma non appena lo disse capii che era letteralmente vero. Il processo era stato così lungo e denso che gli risposi immediatamente attingendo alle mie riserve di spiegazioni.

«Sto diventando ortodosso», dissi, «perché sono giunto, a torto o a ragione, dopo aver stirato il mio cervello fino a farlo esplodere, alla vecchia convinzione che l'eresia è persino peggiore del peccato. Un errore è più minaccioso di un crimine, perché un errore genera crimini. Un imperialista è peggiore di un pirata. Perché un imperialista gestisce una scuola per pirati; insegna la pirateria disinteressatamente e senza un salario adeguato. Un amante libero è peggio di un libertino. Perché un libertino è serio e spericolato anche nel suo amore più breve, mentre un fautore dell'Amore Libero è cauto e irresponsabile anche nella sua devozione più lunga. Odio il dubbio moderno perché è pericoloso».

«Intendi pericoloso per la moralità», disse con voce meravigliosamente gentile. «Immagino che tu abbia ragione. Ma perché ti interessa la moralità?».

Gli lanciai una rapida occhiata al volto. Aveva proteso il collo, come era sua abitudine, e così il suo viso si trovò improvvisamente illuminato dalla luce del falò sottostante, come un volto sotto i riflettori. Il mento lungo e gli zigomi alti erano illuminati in modo infernale dal basso, tanto che sembrava un demone che fissava la fossa ardente. Ebbi una sensazione insensata di essere tentato in un territorio selvaggio; e proprio mentre mi fermavo, una raffica di scintille rosse mi sfiorò.

«Non sono splendide quelle scintille?», dissi.

«Sì», rispose lui.

«Questo è tutto ciò che ti chiedo di ammettere», dissi. «Dammi quei pochi puntini rossi e io ne dedurrò la morale cristiana. Una volta pensavo come te, che il piacere che si prova davanti a una scintilla volante fosse qualcosa che poteva andare e venire con quella scintilla. Una volta pensavo che il piacere fosse libero come il fuoco. Una volta pensavo che quella stella rossa che vediamo fosse sola nello spazio. Ma ora so che la stella rossa è solo l'apice di una piramide invisibile di virtù. Quel fuoco rosso è solo il fiore su uno stelo di abitudini viventi, che non puoi vedere. Solo perché tua madre ti ha insegnato a dire “grazie” per un panino, ora sei in grado di ringraziare la Natura o il caos per quelle stelle rosse di un istante o per le stelle bianche di tutti i tempi. Solo perché eri umile davanti ai fuochi d'artificio del cinque novembre (5), ora ti godi qualsiasi fuoco d'artificio che ti capita di vedere. Ti piacciono solo perché sono rosse, perché ti è stato raccontato del sangue dei martiri; ti piacciono solo perché sono luminose, perché la luminosità è gloria. Quella fiamma è sbocciata dalle virtù e svanirà con le virtù. Seduci una donna e quella scintilla sarà meno luminosa. Spargi sangue e quella scintilla sarà meno rossa. Sii davvero cattivo e saranno per te come le macchie sulla carta da parati».

Possedeva una terribile lucidità intellettuale che mi faceva disperare della sua anima. Un ateo comune e innocuo avrebbe negato che la religione producesse umiltà o che l'umiltà fosse una semplice gioia: ma lui ammetteva entrambe le cose. Diceva solo: «Ma non troverò forse nel male una vita propria? Ammesso che per ogni donna che rovino una di quelle scintille rosse si spegnerà: il piacere crescente della rovina non...». 

«Vedi quel fuoco?» gli chiesi. «Se avessimo una vera democrazia combattiva, qualcuno ti brucerebbe lì dentro, come l'adoratore del diavolo che sei».

«Forse», rispose con il suo solito tono stanco e gentile. «Solo che quello che tu chiami male, io lo chiamo bene».

Scese da solo la grande scalinata e io sentii che volevo che fosse spazzata e pulita. Lo seguii più tardi e, mentre andavo a cercare il mio cappello nel corridoio basso e buio dove era appeso, sentii improvvisamente di nuovo la sua voce, ma le parole erano incomprensibili. Mi fermai, sorpreso: poi sentii la voce di uno dei suoi compagni più vili che diceva: «Nessuno può saperlo». E poi sentii quelle due o tre parole che ricordo in ogni sillaba e che non posso dimenticare. Sentii il Satanista dire: «Ti dico che ho fatto tutto il resto. Se faccio questo, non saprò più distinguere il bene dal male». Mi precipitai fuori senza osare fermarmi; e mentre passavo davanti al fuoco non sapevo se fosse l'inferno o l'amore furioso di Dio.

Da allora ho saputo che è morto: si può dire, credo, che si sia suicidato, anche se lo ha fatto con strumenti di piacere, non con strumenti di dolore. Dio lo aiuti, conosco la strada che ha percorso, ma non ho mai saputo, né ho mai osato pensare, quale fosse il luogo in cui si è fermato e si è trattenuto.

Gilbert Keith Chesterton, The Daily News, 9 novembre 1907; 
successivamente raccolto in Tremendous Trifles.


(1) Stephanus Johannes Paul Kruger (1825 – 1904), noto anche come Oom Paul (“Zio Paul”) fu leader di spicco della resistenza boera contro il governo britannico del Sudafrica, e divenne presidente della Repubblica del Transvaal.

(2)  Thomas Carlyle (1795 - 1881), saggista, storico e filosofo scozzese, tra i maggiori dell’età vittoriana.

(3) John Milton (1608 - 1674), scrittore e poeta inglese, tra i più influenti dell'età post shakespeariana; fu l'autore del Paradiso Perduto.

(4) Una delle due cattedrali anglicane di Londra, che sorge nella City, opera dell'architetto Christopher Wren. L'altra si trova a Southwark.

(5) il riferimento è alla Guy Fawkes Night, in cui in Inghilterra si commemora il 5 novembre 1605 quando Guy Fawkes, cattolico, tentò in una congiura di uccidere re Giacomo I con un attentato dinamitardo (the Gunpowder Plot). La congiura non ebbe esito positivo e allora da quel giorno si celebra questa ricorrenza.

Traduzioni  e note di Marco Sermarini - tutti i diritti sono riservati ©.


Una parte della Slade School of Fine Arts



martedì 8 luglio 2025

Un aforisma al giorno - Possiamo pagare i tramonti.



Oscar Wilde diceva che i tramonti non erano apprezzati perché non si potevano pagare. Ma Oscar Wilde si sbagliava: possiamo pagare i tramonti. Possiamo pagarli non essendo Oscar Wilde.

Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia.