domenica 27 febbraio 2022

Chesterton in altre parole - Scrittori più maschi e divertenti.

Quanto a me, ho sempre pensato che la razza di scrittori più maschi e divertenti oggi in Inghilterra s'abbia a ricercare fra questi polemisti, giornalisti e controversisti: Belloc, Chesterton, Shaw, etc. gente "impura", insomma, dal punto di vista dell'arte pura.

Emilio Cecchi, Lettere Inglesi, in La Ronda, I, n° 1, Aprile 1919.

La Ronda, I, n° 1, Aprile 1919,
Lettere Inglesi.


sabato 26 febbraio 2022

venerdì 25 febbraio 2022

Novità editoriale - Rubbettino pubblica La barbarie di Berlino e Lettere a un vecchio garibaldino.

Con la traduzione e la cura di Martino Cervo escono in un unico volume quelli che, molti non lo sanno, sono i primi scritti di Chesterton usciti in lingua italiana. 

Presto ne parleremo.

Marco Sermarini

giovedì 24 febbraio 2022

Un aforisma al giorno.

Un uomo con una convinzione precisa, inoltre, appare sempre bizzarro, perché non muta col mondo; egli si è issato fino a una stella fissa, e la terra rotea sotto di lui come uno zootropo. Milioni di miti uomini in giacchetta nera si dichiarano sani di mente e ragionevoli solo perché afferrano al volo la fola del momento, perché vengono sospinti da una pazzia all’altra dal maelstrom del mondo.

Gilbert Keith Chesterton, Eretici.

Aforismi in lingua originale.

The act of defending any of the cardinal virtues has today all the exhilaration of a vice.

Gilbert Keith Chesterton, The Defendant.

martedì 22 febbraio 2022

Riproposizioni - Un aforisma al giorno che illumina la vera natura del capitalismo.

Il comunismo è l'unico modello funzionante di capitalismo, nella sua completezza e logica.


Gilbert Keith Chesterton, Il pozzo e le pozzanghere



Sempre geniale, lucido, vero, "avanti" e sano. Mai a mettere le pezze ma sempre in rivolta.


lunedì 21 febbraio 2022

Come Cecchi agganciò Chesterton nel 1929 e lo invitò pure a pranzo...

Finalmente il giornale comincio a riprendere fiato e a riorganizzarsi con proprie iniziative. Provvide, ad esempio, ad intervistare nel novembre del 1929 il saggista cattolico inglese Gilbert Keith Chesterton, che era di passaggio a Roma. La persona adatta per l’intervista si trovò nel collaboratore Emilio Cecchi, acquisto recente del giornale. Lo stesso Cecchi, del resto, si era messo a disposizione del redattore capo Oreste Rizzini*.

* “Bottazzi, dell’ufficio di Roma [redattore del Corriere], mi comunicò che è a Roma G. K. Chesterton; e mi pregò se pensavo io ad intervistarlo. Perché lo Chesterton non parla che inglese. Io scrissi dello Chesterton su giornali italiani, dal 1909; lo conobbi di persona a Londra (e Beaconsfield) nel 1919; e lo rividi a Roma nel 1921. Son stato poi il suo primo traduttore italiano, fino dal 1920. Spererei, dunque, che lo Chesterton mi desse modo di fare un’intervista non banale… Ma ci sono guai. Lo Chesterton è venuto per scrivere un libro sulla Questione Romana (come farà poi? Perché non sa l’italiano). Sta tappato in casa di amici inglesi. Non se ne sa l’indirizzo. La polizia non dà l’indirizzo senza autorizzazione del Consolato. Il Consolato, naturalmente, mantiene la consegna, affidatagli dallo scrittore, di non dire dove sta. Per consiglio dell’Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio, mandai un telegramma di saluto allo Chesterton, presso il Consolato; per vedere di innescarlo; ma finora niente. Alla Presidenza del Consiglio, non risulta, finora, abbia chiesto di vedere l’on. Mussolini. Non trascuriamo, io e Bottazzi, altre strade; per esempio nell’ambiente Vaticano. So che lo Chesterton, fra una diecina di giorni, vedrà i giornalisti, tutti insieme; e farà delle dichiarazioni. Ma ho fatto sapere che, al Corriere, questo poco può interessare; e che ci vuole un’intervista speciale. Di tutto questo ho voluto avvertirla; perché sappia che non trascuriamo la cosa…“. Lettera, datata Roma 2 novembre 1929, in ACS. Cecchi pochi giorni dopo riuscire ad agganciare e Chesterton che lo invitò a pranzo e gli concesse l’intervista.

Glauco Licata, Storia del Corriere della Sera.

Bella questa testimonianza, di cui abbiamo una conferma di primissima mano: una pagina del diario di Leonetta Cecchi Pieraccini, moglie di Emilio Cecchi, che racconta l'episodio della visita di Chesterton e signora a Casa Cecchi nel Novembre 1929:

https://uomovivo.blogspot.com/2017/10/echi-di-chesterton.html


Il resoconto fu pubblicato anche sulla Chesterton Review Edizione Italiana:

https://uomovivo.blogspot.com/2014/07/la-scheda-della-chesterton-review.html

Ci feci anche un post per me simpatico e divertente qualche annetto dopo aver ascoltato quel bel resoconto (le cose si apprezzano anche con il tempo):

https://uomovivo.blogspot.com/2017/09/arrovesciare-arrovesciamo.html

Marco Sermarini


Leonetta Cecchi Pieraccini è seduta vicino
a Giuseppe Ungaretti, e suo marito Emilio Cecchi
è il secondo da destra.

domenica 20 febbraio 2022

2.054.959, grazie a tutti.


2.054.959: cos'è?

È il numero delle visite effettuate al nostro blog dalla sua nascita, ossia dal 17 ottobre 2006, quasi sedici anni fa. 


Due milioni cinquantaquattromila novecentocinquantanove.

Anzi: Duemilionicinquantaquattromilanovecentocinquantanove.

Che ancora siamo in piedi è un bel risultato, che nel frattempo abbiamo fatto tante cose, ringraziando Dio che ce l'ha fatte fare, è un altro bel risultato, che qualcuno preghi Chesterton e pensi che la Chiesa Cattolica dovrebbe farlo santo è un'altra bella cosa, che molti lo leggano proprio qui (scorrevo qualche vecchio post e c'è gente che dice di consultare questo blog tutti i giorni, la qual cosa mi commuove un pochino; altri ci ringraziano, altri si divertono e ridono, beh, bello, no?) va pure benissimo, anche perché tutto questo lo abbiamo sempre fatto per la gloria di Dio. Non volevamo fondare una società letteraria nell'agosto del 2002... ah, e allora sono pure venti anni che andiamo in giro... altra bella storia.

Conservo ancora la veste che gli diedi alcuni anni fa proprio perché chi ci viene non venga alla ricerca di effetti speciali, e poi perché c'è il dente di leone, quello di cui parla Gilbert quando vuole dire una cosa insignificante che insignificante non è mai, quello della foto con la bambina, quello che tappezza i giardini e le strade di Beaconsfield attorno a Top Meadows e a Overroads (provare per credere, ci siamo stati, la mia famiglia, la nostra scuola ed io).

Ecco, vi ripropongo il primo post che scrissi quel giorno. È da infanti, e infante rimasi in tutti questi anni, nonostante le rughe, la canizie e i tic degli anziani che ormai ho contratto. Però il programma rimane valido ed è immutato, inclusa l'interpretazione politicamente scorretta (l'unica possibile, sostengo a spada tratta) della frase politicamente scorretta "se una cosa vale la pena di farla, vale la pena di farla male" (vi confesso che ancora litigo come il primo giorno quando incontro qualcuno che si scandalizza di fronte alle cose "fatte male"... vabbè, dai...).

Qualcuno che legge ancora il nostro blog, c'è. C'è qualcuno che confessa di trovarvi speranza, e questo mi rallegra come un bimbo! La paura non c'è venuta, per cui... possiamo andare tranquillamente avanti.

Marco Sermarini

Cari Amici,

in maniera come al solito tumultuaria e fermamente ancorata all'adagio del Nostro Caro Gilbert ("se una cosa vale la pena di farla, vale la pena di farla male"), ecco a voi il blog dell'Uomo Vivo!

Cercheremo di dare nuovamente voce a Gilbert, in un mondo strano che lo vede attualissimo, profetico e sempre lucido, ma stranamente e ingiustamente dimenticato.

Occupiamo con la pachidermica mole fisica, intellettuale, umana del Nostro Caro Gilbert un pezzettino di quell'immenso Hyde Park che è la rete, nella speranza che questa piccola soap box gli doni nuova notorietà e che soprattutto gli faccia incontrare tanta gente bisognosa delle sue parole di speranza, di senso comune, di intelligenza cattolica.

Quanto bene può fare Gilbert Dio solo lo sa!

Ecco cominciata, allora, la singolar tenzone.

Fatevi avanti, allora! Siamo per la Vita, e pussa via al nulla gaio cui ci vorrebbero sprofondare. Non abbiamo paura.

Un aforisma al giorno.

È una consuetudine diffusa lamentarsi della frenesia e del dinamismo della nostra epoca. Ma in verità, le caratteristiche principali della nostra epoca sono una profonda indolenza e stanchezza, e il fatto che questa effettiva indolenza sia la causa dell’apparente frenesia. Prendiamo un esempio chiaramente esteriore: nelle strade c’è un rumoroso viavai di taxi e automobili, ma ciò non è dovuto all’attività umana, bensì al riposo umano. Ci sarebbe meno trambusto se ci fosse più attività, se la gente andasse semplicemente a piedi. Il nostro mondo sarebbe più silenzioso se fosse più dinamico.

Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia. 

Dove avvenne la conversione al cattolicesimo di Chesterton?

Il 30 Luglio 2022 ricorreranno i cento anni dalla conversione di Chesterton al cattolicesimo.

Chesterton, pur essendo stato battezzato anglicano, fu nuovamente battezzato sub condicione il 30 Luglio 1922 a Beaconsfield.

Qui un articolo dell'Osservatore Romano dell'epoca sulla conversione di Chesterton:

https://uomovivo.blogspot.com/2020/08/lannuncio-della-conversione-di.html

Qui l'annuncio che quest'anno proprio il 30 Luglio il Vescovo di Northampton assisterà ad una santa messa per ricordare la conversione di Chesterton (grazie al nostro amico Stuart McCullough!):

https://uomovivo.blogspot.com/2021/07/un-bellissimo-annuncio-per-tutti-noi.html

La notizia di cui sopra, dal sito della diocesi:

https://uomovivo.blogspot.com/2021/08/anche-la-diocesi-di-northampton-da-la.html

La conversione fu un lungo travaglio, preceduto da una promessa fatta proprio in Italia, a Brindisi:

https://uomovivo.blogspot.com/2020/04/a-cento-anni-dalla-promessa-di-gilbert.html

Due parole di Hilaire Belloc sulla conversione di Chesterton:

https://uomovivo.blogspot.com/2020/05/belloc-sulla-conversione-di-chesterton.html

E qui un mio post sui dettagli di quel 30 Luglio di cento anni fa (lì, grazie a Maisie Ward, troverete tutto, e anche di più):

https://uomovivo.blogspot.com/2019/07/oggi-30-luglio-2019-sono-esattamente.html

La chiesa non era stata ancora edificata, sicché la messa e le altre cose venivano svolte in una sala del Railway Hotel, all'epoca gestito da una signora cattolica irlandese, di cognome Borlase.

Oggi l'hotel non c'è più, al suo posto c'è il Walrose Supermarket, un supermercato di una catena, ed è poca distanza dalla Chiesa di Santa Teresa, di San Giovanni Fisher, San Tommaso Moro e dei Martiri Inglesi, la parrocchia cattolica. Ecco un po' di foto:

L'hotel grosso modo ai tempi di Chesterton

L'hotel molti anni dopo, quando prese il nome
di Earl of Beaconsfield Hotel.

Il supermercato oggi.

Non sapevo di questa... coincidenza. 

Racconto allora qualcosa di personale: l'ultima volta che sono stato da quelle parti, nel 2018, decidemmo, i professori, gli alunni della Scuola Chesterton ed io, di portare dei fiori sulla tomba dei Chesterton, a Shepherds Lane, lì vicino. Non sapevamo dove andarli a comprare, allora entrai nel supermercato nella speranza di avere un'indicazione di un fioraio (mai visto da quelle parti, in verità), ed invece avevano proprio lì nel supermercato dei coloratissimi vasetti pronti per essere messi dinanzi alla pietra tombale di Gilbert, Frances e Dorothy. Che soddisfazione! Li portammo con tanta gioia. 

Oggi non credo più che fosse una semplice coincidenza.

Marco Sermarini

sabato 19 febbraio 2022

La mauvaise forme - Padre Brown in francese.



(...)

A propos de l'auteur : Gilbert Keith Chesterton (18741936) est une figure majeure de la littérature anglaise, auteur d'une oeuvre prolifique d'essayiste, de polémiste, de biographe, et de romancier. Nul mieux que lui sut marier le paradoxe et l'art du contrepied. Il fut, dès 1901, l'un des premiers théoriciens du roman policier avec un article demeuré célèbre, A Defense of Detective Stories.

https://actualitte.com/livres/403023/la-mauvaise-forme

venerdì 18 febbraio 2022

Si parte da Tommaso Moro e si finisce a casa di Chesterton e non solo...

Caterina Maniaci su AciStampa 

Letture, la sobria allegria di Tommaso Moro, medicina per l'oggi 

Una raccolta di fantasie, scherzi e racconti da rileggere

(...)

Ridere, o sorridere, non è segno di superficialità. Anzi, la leggerezza è la testimonianza di uno spirito forte e capace di diffondere speranza. Lo sapeva bene Chesterton che lo ha icasticamente definito, com’era sua abitudine. Il richiamo a questa convinzione chestertoniana lo abbiamo trovato nell’ultimo saggio di Paolo Gulisano dedicato a Robert Louis Stevenson. Scrive infatti Gulisano: “ In un suo saggio su Stevenson, di cui fu uno dei più acuti esegeti, Gilbert Keith Chesterton scriveva che nello scenario culturale contemporaneo (si era agli albori del novecento) si sentiva la mancanza di una Letteratura della gioia, ovvero di una letteratura che trasmettesse non solo le angosce esistenziali dell’uomo moderno, le sue domande a volte disperate di significato, ma anche le risposte, quella positività che è dentro l’esperienza umana che può aiutare a essere felici. Una letteratura che esprima gioia, a costo di rischiare di sembrare infantile, dato che la gioia è da molti vista come un sentimento puerile”.

(...)

Il resto nel collegamento qui sotto:

https://www.acistampa.com/story/letture-la-sobria-allegria-di-tommaso-moro-medicina-per-loggi-19090

giovedì 17 febbraio 2022

Un aforisma al giorno.


La sola semplicità che conta è la semplicità del cuore. Una volta che sia scomparsa, nessuna rapa e nessun abito di tessuto cellulare potrà riportarla; ma solo le lacrime e il terrore e le fiamme che non si possono spegnere.
 

Gilbert Keith Chesterton, Eretici.

mercoledì 16 febbraio 2022

Alla ricerca delle tracce italiane di Chesterton e Belloc.


Stiamo acquistando i numeri delle principali riviste ancora reperibili ove furono pubblicati articoli di Chesterton e Belloc. Ci siamo dati questo compito per salvaguardare la traccia e la testimonianza del rapporto vivo e fecondo avuto dai nostri due eroi con la nostra cara Italia, prima che queste tracce scompaiano per consunzione, per incuria, per dimenticanza, per ignoranza.

Chi volesse contribuire liberamente può mandare un'offerta libera alla Società rivolgendosi alla Segreteria Volante. Il compito ancora è da concludere e stiamo cercando anche testimonianze più rare.

È bello conservare queste riviste, averle tra le mani, poterne mostrare a voi il contenuto. È una forma di riconoscenza verso chi amò il nostro paese, ne amò l'arte e soprattutto la fede.

Marco Sermarini

lunedì 14 febbraio 2022

La vita di Chesterton dal sito Chilterns Area of Outstanding Natural Beauty.

Anni fa avevo trovato questa breve ma colorita scheda biografica su Chesterton, ma l'avevo dimenticata. È reperibile nel sito di Chilterns Area of Outstanding Natural Beauty, una sorta di associazione di promozione locale di rilievo pubblico denominata Chilterns Conservation Board. I Chilterns sono delle colline che si trovano tra Beaconsfield e Oxford, una sorta di grande scarpata di gesso. Non ho idea di chi l'abbia scritta ma è affidabile e riporta molte notizie reperibili sulla principale biografia di Chesterton, quella di Maisie Ward, ed anche notizie di prima mano.

Mi piacevano certe annotazioni, che confermano quello che abbiamo sempre saputo, e cioè che i Chesterton erano due bravissime e buonissime persone, semplici e di buona compagnia con tutti, molto umili.

Ho pensato allora di tradurla e di condividerla con voi. Sono certo che la leggerete e la gradirete molto.

Marco Sermarini

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G.K. CHESTERTON: UNA VITA


Gilbert Keith Chesterton nacque a Kensington nel 1874, educato alla St. Paul's School e alla Slade School of Art dove si scoprì che i suoi talenti primari erano verso la scrittura. Il suo primo lavoro venne svolto nella casa di famiglia e più tardi negli uffici degli editori Redway e T Fisher Unwin, e nel trambusto di Fleet Street. Fu il suo matrimonio con Frances Blogg nel 1901 che rivolse i suoi pensieri verso una casa stabile dove avrebbe potuto continuare a scrivere e trovare un po' di tranquillità dall'intensa vita da giornalista.


I primi anni di matrimonio trascorsero a Kensington e a Overstrand Mansions a Battersea, e fu proprio da qui che un giorno partirono per un secondo viaggio di nozze a Slough da una stazione che avevano raggiunto per caso con un autobus che portava la scritta 'Hanwell'. Da Slough camminarono attraverso i boschi di faggi fino a Beaconsfield, alloggiando al White Hart Hotel e decisero "Questo è il genere di posto dove un giorno faremo la nostra casa". Ciò fu possibile nel 1909 quando affittarono Overroads, che era appena stata costruita a Grove Road.


Le loro speranze di avere figli erano ormai svanite e si dedicavano a intrattenere i figli dei loro amici. Sciarade e altri giochi del genere erano una scusa per mettere insieme mantelli e cappelli, tirare fuori spade dai portaombrelli o lenzuola dai letti. Nonostante la delusione, i bambini avevano una grande parte nella loro vita e molti bambini del posto si facevano fare dei disegni, abilmente ma frettolosamente disegnati e pieni di umorismo.


Fu presto chiaro che una casa più grande di Overroads sarebbe diventata necessaria e l'opportunità venne nel 1912 di acquistare il campo dall'altra parte della strada. Fu chiamato Top Meadow e su di esso fu costruito “the studio” con ad un'estremità un piccolo ufficio, The Green Room. Nel 1922 furono in grado di costruire l'alloggio a Top Meadow e finalmente di risiedere nella loro casa. Il palco ora serviva come sala da pranzo e le due stanze in soffitta come camere da letto per la cameriera e la cuoca, che avevano anche il loro piccolo salotto sul davanti della casa. Poco prima che Dorothy Collins entrasse a far parte della famiglia come segretaria nel 1926, fu costruita una camera da letto con finestre ad arco che si affacciava sul prato - ma anche, come è tipico dei Chesterton, sul cortile posteriore. 


La maggior parte della scrittura di Chesterton dal 1922 al 1935 fu fatta nella Green Room. GK ha voluto costruire una tipica casa inglese - con travi di quercia e con accessori in ferro battuto seguendo il modello di Overroads. Ci sono cinque piccoli battenti nella casa. “Sono lì", dice Chesterton, "per dire che l'incontro tra una delle immagini di Dio e un'altra è una questione grave e terribile da iniziare con un tuono".


Il giardino fu progettato da Frances per permetterle di uscire di casa e per dare la possibilità a Gilbert di brandire il suo bastone da spada quando si aggirava per il giardino in cerca di ispirazione. Un rametto di caprifoglio del bouquet di nozze di Frances fu piantato e questo crebbe in un enorme cespuglio. Si dice che l'unico fiore che GK conosceva fosse la violacciocca, ma molti altri sono menzionati nei suoi scritti, e in particolare quelli che dovremmo chiamare selvatici - il dente di leone, la digitale, il nontiscordardime. Uno stagno per i pesci era il centro del giardino e da questo si irradiavano sentieri di pietra di York fiancheggiati da aiuole di rose. Una parte del terreno era lasciata a prato e qui l’asino dei Chesterton, di nome Trotsky, divertiva i visitatori. Nell'orto c'era spazio per la coltivazione della prelibatezza dei Chesterton, la patata.


Si può avere l'impressione che la vita dei Chesterton a Top Meadow fosse una vita tranquilla e pacifica. Questo era ben lontano dal caso. Quando GK arrivò a Beaconsfield il suo nome era già noto come scrittore. Aveva scritto recensioni su argomenti letterari e artistici per dieci anni. Aveva pubblicato “Il Cavaliere Selvaggio e altre poesie”, “Robert Browning”, “Il Napoleone di Notting Hill”, “Eretici”, “Charles Dickens” e “Ortodossia”. Scrisse anche saggi su riviste e la rubrica Our Note Book dell'Illustrated London News, così come la rubrica del sabato mattina del Daily News.

A Top Meadow arrivarono molti amici e conoscenti dal mondo del giornalismo, della letteratura e delle arti - George Bernard Shaw, Walter de La Mare, Hilaire Belloc, Maurice Baring (corrispondente di guerra e molti altri ruoli), i Garvin (direttore del The Observer dal 1908 al 1942), "Beachcomber" del Daily Express (pseudonimo di JB Morton), e anche Padre John O'Connor, la causa di padre Brown, il detective immaginario di GK. Col passare degli anni, i Chesterton crebbero nella comunità locale e il rettore locale, il medico e il Players Club divennero visitatori regolari. G.K. apparve come Teseo in “Sogno di una notte di mezza estate” a Hall Barn e come Doctor Johnson in un carnevale locale.


Le famiglie di molte delle case di Beaconsfield erano frequentatrici regolari, e sappiamo che le vicende di queste famiglie hanno fornito una buona quantità di materiale per il volume biografico di Maisie Ward del 1944. In quel libro, i barbieri di Beaconsfield hanno un posto d'onore. Chesterton usava il negozio del barbiere John Harding a London End. Era riluttante a parlare quando gli altri erano nel salone, "ma se eri da solo", dice uno dei barbieri, "ed eri interessato ad argomenti diversi come la guerra o la storia del vetro, ti avrebbe raccontato la storia fino in fondo". Quando GK era malato, il signor Springell, anche lui barbiere, lo trovò "sdraiato nel letto come un enorme elefante". Non era imbarazzato dai suoi centoventisette chilogrammi di peso, il suo aspetto e il suo umorismo erano il tema dei ricordi dell’uomo da parte di molte persone - vestito con un mantello nero che camminava per la città. Ecco come avrebbe voluto che lo ricordassero. “Quando mi siedo sul ciglio della strada", disse "gli abitanti del villaggio mi guardano e mi prendono per una delle due cose: lo scemo del villaggio o uno dei furgoni delle consegne di Harrods”.


Le locande locali erano spesso miniere per la penna di GK; “L’Osteria Volante” pubblicato nel 1914 si riferisce specificamente a The Saracens Head. Dello stesso periodo è “The Rolling English Road”. Le Four Ends di Beaconsfield si trovano in rime improvvisate, così come Candlemas Pond e il Cricket Club.


La prima guerra mondiale portò un cambiamento nella vita di Chesterton. Nel 1915 soffrì di una grave malattia, dopo la quale suo fratello Cecil partì per la guerra, lasciando Gilbert a curare "The New Witness", un settimanale sociale e politico fondato nel 1911, per propagandare le opinioni della Lega Distributista, secondo cui la proprietà delle imprese dovrebbe essere diffusa il più ampiamente possibile tra la popolazione comune, piuttosto che essere centralizzata sotto il controllo di pochi burocrati statali (socialismo) o ricchi individui privati (capitalismo). Per il resto della vita di Gilbert questo, e il suo successore "GK's Weekly", occuparono la maggior parte del suo tempo - secondo Frances, in un periodo, quattro giorni alla settimana. Tuttavia, durante questi ultimi venti anni, lui e Frances viaggiarono due volte negli Stati Uniti, a Roma, Gerusalemme, Spagna e Polonia.


L'anno 1922 segnò l’ingresso di Gilbert nella Chiesa Cattolica Romana in un edificio adiacente al pub Earl of Beaconsfield. Le influenze cristiane nella sua vita risalgono all'infanzia, ma il suo matrimonio con Frances Blogg, una devota anglo-cattolica, lo portò in contatto con la Christian Social Union e Henry Scott-Holland, e da quel momento è abbastanza chiaro che il cristianesimo, e in particolare la risposta del cristianesimo all'enigma dell'universo dal lato sociale, costituì la molla principale della vita e del pensiero di Chesterton. La decisione del 1922 non era inaspettata, e Frances lo avrebbe seguito quattro anni dopo. Questi, gli anni in cui G.K. aveva cinquant'anni, videro la pubblicazione del “San Francesco d’Assisi”, “L’Uomo Eterno”, una biografia di Chaucer, molti altri racconti di Padre Brown, articoli per giornali cattolici e, nel 1932, la sua prima trasmissione radiofonica per la BBC.


Quando Gilbert e Frances raggiunsero la tarda età, ricevettero un grande sostegno da Dorothy Collins che non solo si occupò della segreteria di Gilbert, ma li accompagnò in auto in Inghilterra e all'estero. Nel 1935 la loro casa ricevette la sua ultima estensione - lo studio fu ampliato, il bovindo in cui G.K. scriveva fu incorporato nella nuova stanza. Qui, dice Dorothy, Gilbert non riusciva a trovare molte delle sue carte perché c'erano diciassette armadi di quercia, molti provvisti di scaffali a piccioniera per un'archiviazione ordinata!


Nel maggio 1936 GK parlò ad una festa per l'apertura della nuova casa di cura St. Joseph, che aveva iniziato prima in una casa nel terreno. Questa fu la sua ultima apparizione pubblica. Il 14 giugno 1936, dieci giorni dopo essere tornato da una breve vacanza in Francia, e dopo aver cantato Gilbert e Sullivan sulla via del ritorno dalla costa, Gilbert Chesterton morì a Top Meadow. Fu sepolto nel cimitero di Shepherds Lane e la tomba fu indicata da una lapide scolpita da Eric Gill.

domenica 13 febbraio 2022

The Good Woman, il testo originale del primo articolo di Belloc su La Ronda.


Come preannunciato, ecco il testo originale dell'articolo La buona donna (The Good Woman) uscito nel primo numero de La Ronda (Aprile 1919) a firma di Hilaire Belloc e tradotto da Emilio Cecchi.



sabato 12 febbraio 2022

Il primo articolo "inglese" su La Ronda è di Hilaire Belloc, La buona donna.

Il primo articolo uscito su La Ronda dei nostri eroi Chesterton e Belloc fu di quest'ultimo, dal titolo The Good Woman, tradotto da Emilio Cecchi con La buona donna.

Uscì col primissimo numero de La Ronda, nell'Aprile 1919.

Nel numero III del 1919 della rivista Emilio Cecchi dà conto della scelta di pubblicare proprio questi scrittori inglesi, e del fatto che essi incarnavano bene il programma rondesco. Presto pubblicheremo anche questo bell'articolo dal titolo Ospiti.

Ecco qui sotto, cari amici, il nostro Belloc, con grande piacere. Di esso vi daremo anche la versione inglese, che posseggo grazie all'amico padre Spencer Howe.

Marco Sermarini









venerdì 11 febbraio 2022

De Luca e i suoi progetti (con l'aiuto di Chesterton e Belloc, tramite Papini).

Questa lettera, che ho scelto di riportare per intero ma con solo alcune delle note che la curatrice del carteggio intese formulare, spiega bene quali fossero le idee di don Giuseppe De Luca su Il Frontespizio e sul suo progetto culturale. Giuste o sbagliate (su di esse ebbe un peso rilevante anche la personalità tutt'altro che semplice di don De Luca), avevano un certo respiro e degli scopi affermati (il confronto con la cultura non cristiana, l'uscita dalle proprie mura della cultura cristiana). Egli ne parla a Piero Bargellini, che era il direttore della rivista, con le sue idee e le sue vedute non sempre coincidenti con quelle di De Luca (Bargellini era leader di uno dei tre gruppi espressivi che si contrapponevano, quello più culturalmente "tradizionalista"; uno di essi scelse l'abbandono della rivista, quello di Carlo Bo, dopo la pubblicazione del famoso articolo La letteratura come vita, e successivamente si giunse alla chiusura della rivista stessa nel 1940), e De Luca, pur nella sua discrezione, ha un progetto ben preciso che afferma espressamente; in esso hanno un ruolo fondamentale, nella mente di don De Luca, i nostri Chesterton e Belloc, che avrebbero dovuto finire anche in un'idea di quaderni del Frontespizio che non vide mai la luce (si vedano l'ultimo paragrafo della lettera e l'ultima nota). Al di là dell'organicità dei nostri Chesterton e Belloc al progetto di De Luca (sulla qual cosa ho più di qualche dubbio), è significativo che essi fossero scelti e ritenuti validi termini di paragone per chi dall'esterno volesse confrontarsi con la cultura cattolica. In altre parole, la loro solidità e riconoscibilità come cattolici era ritenuta un dato utile e caratteristico. E' interessante anche la scelta di De Luca di tradurre The Path to Rome di Belloc, un racconto di viaggio così chiaro nella sua identità e nel suo paesaggio religioso e culturale. In ogni caso i nostri cattolici inglesi erano ritenuti una punta di diamante nel rappresentare la cultura cattolica. Papini, forse lo scrittore più "appuntito" del Frontespizio, è ritenuto idoneo tramite per raggiungere gli inglesi. Più avanti osserveremo Chesterton e Belloc nel progetto rondesco, ben illustrato in un noto scritto di Emilio Cecchi su La Ronda di cui riportai anni fa un brano. L'Italia cercava questi cattolici inglesi per dare a se stessa una forma valida.

Marco Sermarini

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Roma, 30 ottobre 1930

via Barnaba Tortolini, 4

Caro Bargellini,

d'accordo. Io le mando via via della carta scritta, della quale è arbitro lei. Si tratterà quasi sempre, come vede anche dalle accluse spuntature, di "materiale": grezzo, il più delle volte. E non tema io mi dolga di soppressioni, aggiunte, ecc., rinvii, cestinamenti, ecc. Ella vede come io stesso mi tolga di mezzo, con pseudonimi. Il più delle volte, anzi, può mancare anche la sigla m(atteo) r(omito). Il criterio che seguo, è bene tuttavia che glielo manifesti. Cerco, pur nelle menome occasioni, insinuare idee e voglie nuove. Stimolar l'appetito di pensare. E lei lo può riscontrare da sé, che non mentisco. Per es., dicendo del N.T. [Nuovo Testamento] della Fiorentina, in fondo c'è una osservazione che a me pare capitale, seppure a prima vista sembri estranea all'occasione. Alludendo alla rivista missionaria con l'immagine del fronte di guerra, vorrei far comprendere di quale facilità e di quale necessità elementare sia per un cristiano interessarsi ai confini del Regno. Scrivevo a Papini che il Fr. lo sogno come una rivista la quale faccia infine crollare, o almeno mini, la muraglia cinese tra coltura contemporanea e coltura cattolica, poi tra coltura e ricerca scientifica di dotti e coltura della massa fra i cattolici stessi, infine tra le varie "sette" in cui la Chiesa (pare incredibile!), società una (lo dice il credo) è praticamente scissa: chiesa e coltura domenicana, chiesa e coltura gesuitica, ecc. ecc.

Infine, con quella fraterna cordialità a cui le sue stesse lettere m'invogliano, non le nego che io - personalmente - non sono strapaesano*. Amo il paese, ma più il mondo; e più il mondo invisibile, che non questa pallottola che gira e gira senza posa in cielo. Non credo, anzi, che un cattolico lo possa essere. La Chiesa non è il campanile, fosse anche il campanile di Giotto. E son proprio i fiorentini gli spiriti più universali che abbia avuto l'Italia. Tra la Toscana Granducale, campanilistica e pettegola, e la Toscana sino all'assedio di Firenze, non esito a scegliere: non mi sembra che lo strapaesanismo sia qualcosa di molto accademico, granducale... Con questo non dico d'essere stracittadino: io son nato "cafone": cerco d'essere cristiano. Quindi, mentre sottoscrivo a due mani al garbo, alla finezza, alla sensatezza della sua passeggiata in diligenza, non sottoscrivo a quella tacita condanna di chi vuol vedere ciò che avviene fuori d'Italia*. Cristo è in ogni latitudine e longitudine, e se non c'è, ce n'è il desiderio; e se neppur questo, dobbiamo farcelo nascere. Mi pare che i cattolici si sian troppo chiusi. Io seguo, con amici che non credono, il sistema di leggere io per primo ciò che loro leggeranno, e risolvere in me le obiezioni di quella lettura. Ella non immagina, quando poi me ne parlano, la sorpresa di trovarmi sempre cristiano e prete, nonostante quelle letture: sorpresa che li scuote e fa riflettere. Si pongono il problema: ma dunque anche di questo il cristiano si rende conto, senza danno e anzi con aumento della sua Fede e del suo Amore. Ed è utilissimo, nei profani, scoprire l'ansia latente, la brama di Cristo. In Joyce ritrovo s. Agostino. Huxley mi dà una nuova prova che l'uomo è anima e corpo, due elementi diversissimi, e per disgrazia (la disgrazia del peccato originale) in conflitto. Siamo a s. Paolo. Ma ci sono delle pagine immonde! precisamente. È la perversione dell'uomo singolo, dell'artista: ma la verità è più grande di lui, e non la copre con la sua stoltezza e immondezza. Cosi non si ripete la stessa verità, allato e dietro i moderni: ma la si rivive con loro e la si fa rivivere. Cosi si esce un poco dalla posizione di "arte pura", e c'è il caso d'infondere nella nostra anemica letteratura italiana qualche poco di vita interiore. Per me Bontempelli, che non è stato mai altro che uno stilista, è il caso tipico di questo desiderio di problemi profondi, di qualcosa che scuota l'intimo. Se si rifugia in capestrerie fantastiche, come Pirandello in capestrerie dialettiche, è che non sanno quale inesplorata grandezza e terribilità è nel sentirsi e vivere cristiano. Io ho una incommensurabile ammirazione a Papini, proprio per questo: che fa rientrare, da pari suo, la vita umana e cristiana nella letteratura, e ne ridà gli accenti dolorosi ed estatici.

Perdoni lo sfogo, caro Bargellini. Ma io rammento quella sera che si uscì insieme da casa Papini, che poco ci si conosceva e intanto non riuscivamo a smettere di chiacchierare. Me ne ritorna spesso nell'animo il ricordo, e, vicino al ricordo, il desiderio. Ho piacere non le dispiaccia Ivanöv. A me piace moltissimo. Viene a noi con una ricchezza di pensiero e d'arte, che è più su, parecchio più su dell'ordinario. Allievo di Mommsen a Berlino, e dei migliori allievi; passò poi a vivere la Grecia alla maniera tragica di Nietzsche, e la visse assai più profondamente e vivamente che il nostro superficiale d'Annunzio; dalla Grecia idolatra e artistica passò alla Grecia religiosa dei misteri, e dal mistero del "deus patiens" riscoperse Cristo. E lo amò. E conosce il mondo bizantino e la Russia, da filologo e da poeta. Or non le pare che tra noi cattolici d'Italia tante e tali esperienze, vissute e sofferte, non possano giovare?

Gli mandi subito le copie che mi dice: io gli scrivo. E ringrazi Papini della premessa splendida: credo sia Papini, infatti. E perché non fa chiedere da Papini qualcosa a Belloc e Chesterton, a Baumann e a Maritain**, tanto per dire dei nomi? Io anzi gli ho scritto se non era il caso di aprire una serie di Cahiers del Fr.: piccoli volumetti, vivi e nuovi***. Io gli darei, oltre qualche saggio d'Ivanov (sull'Umanesimo, su l'idea russa...), una splendida lettera di s. Agostino a un giovane che voleva studiare: lettera breve - una ventina di pagine - ma che è un capolavoro d'ironia e d'impeto, di rovente intelligenza ». Le dico ciò che mi passa per l'anima. Veda lei, e se c'è da perdonarmi, tutto mi perdoni. E non mi voglia male, ché io non gliene voglio e non so come gliene potrei volere.

Suo

Giuseppe De Luca

_______________

* Nella Passeggiata in diligenza sul «Frontespizio», a. II, n. 9, 1930, Bargellini (firma Il Vetturale) criticava Longanesi perché nell'ultimo numero de «L'Italiano»; «contro due italiani, pubblica quattro stranieri di cui non si sentiva davvero bisogno». Del resto Bargellini continuerà su questo tono anche nella "Scarrozzata" del numero di gennaio 1931, dove critica Longanesi per aver portato la vignetta «a una esasperazione grottesca punto italiana» mentre Pietro Parigi, illustratore del «Frontespizio» «ritrovava il gusto dell'illustrazione nostrana senza ricorrere a modelli stranieri.». Tendenzialmente strapaesano Bargellini era stato e, tutto sommato, rimaneva, Nel 1920, con Nicola Lisi, Carlo Betocchi e Pietro Parigi, aveva edito il «Calendario dei pensieri e delle pratiche solari» definito da «Il Ragguaglio» del 1931 «la prima rassegna strapaesana», Precedeva di molto infatti «Il Selvaggio», nato nel 1924. Per il movimento strapaesano si veda anche lettera 18 n. 1. Al movimento strapaesano si contrapponeva quello detto stracittadino, il cui massimo assertore era lo scrittore Massimo Bontempelli (1878-1960), fondatore nel 1926, con Curzio Malaparte, della rivista «900» (1926-1929). Gli stracittadini, opponendosi ai pericoli di provincialismo e di limitatezza piccolo borghese insiti nel movimento strapaesano, aperti a tutte le esperienze dell'arte novecentesca europea, indirizzavano la propria ricerca espressiva verso un realismo magico di derivazione tedesca e impostavano l'interpretazione del reale attraverso una nuova mitologia. Si veda MA, cit., pp. 121 sgg e Anna Panicali, Le riviste del periodo fascista, cit. 

** Hilaire Belloc (1870-1953) e Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) scrittori rappresentativi del movimento cattolico inglese. Saggista brillante, Belloc fu anche storico e scrittore per ragazzi. Chesterton, assai noto per la sua serie di romanzi imperniati sul personaggio di padre Brown, espresse le sue idee religiose in Heretics (1905), Horthodoxy (1909) e del romanzo paradossale Manalive (1912). Emile Baumann (1868-194i) romanziere francese d'ispirazione


cattolica. Per Maritain vedi lettera 54 n. 3.

*** In una lettera del 21 ottobre 1930 (ADL) De Luca scriveva a Papini: «[...] mi dica se non sarebbe il caso d'iniziare da noi qualcosa come il Roseau d'or, e magari in fascicoli minori» e seguitava proponendo, tra i testi da pubblicare, saggi di Ivanov da lui appena tradotti, articoli o interviste di Papini non raccolte in volume, qualcosa di Chesterton, di Giuliotti, il Path to Rome di Belloc, libro di cui la traduzione (1902) di De Luca, uscì a puntate sull'«Illustrazione Vaticana» n
el 1935 con il titolo In cammino verso Roma
. (vedi DL-PA, I, cit. p. 7 n.), un'antologia di mistici russi.

Piero Bargellini - Giuseppe De Luca, Carteggio, vol. I, 1929 - 1932, a cura di Giuliana Scudder.

giovedì 10 febbraio 2022

Dal Carteggio De Luca - Minelli - "... è inglese arduo a tradursi in buon italiano...".

Caro Minelli,

rinvio a) contrattino firmato; b) ricevuta.

Mi dica se sta bene.

Quel che mi dice di Manacorda mi fa piacere, e lei mi scriva subito come devo fare: devo cominciare a scrivere?

Le è piaciuto quel Chesterton dell'ultimo Fr(ontespizio)? e quell'altro brano che c'era di Chesterton nell'ultimo Fides? e non sarebbe il caso di far tradurre il libro da cui sono estratti: THE THING (ed. Sheed and Ward) (1), le uniche difficoltà mie in riguardo, sono che è inglese arduo a tradursi in buono italiano (a me è venuto miserando, quel capitolo), e che ci son troppe cose solo per gl'inglesi, e ci vorrebbero note d'un conoscitore dell'Inghilterra. Se no, sarebbe un buon volume per i libri della Preservazione della Fede (2)?

(...)

Salutissimi, o veramente per me FAUSTO: suo


De Luca


(1) Gilbert Keith Chesterton, The thing, Londra 1929, poi in versione italiana con il titolo La Chiesa viva, Alba 1955, Il pezzo sul «Frontespizio», intitolato «Perché sono cattolico», di G.K. Chesterton, era uscito sul numero di aprile 1932.

(2) La collana «Il Pensiero cattolico moderno», curata - per l'appunto - dalla Pontificia Opera per la Preservazione della fede.


Giuseppe De Luca - Fausto Minelli, Carteggio - I, 1930 - 1934.

Un aforisma al giorno.

 Per ogni piccolo luogo e città Iddio ha creato stelle speciali.

Gilbert Keith Chesterton, Il Napoleone di Notting Hill.



Un aforisma al giorno.

Se poi qualcuno finisse per dire che ho fondato tutta la mia filosofia sociale su queste stravaganze di bambino, sarei ben contento di inchinarmi, e di sorridere.

Gilbert Keith Chesterton, Autobiografia.



mercoledì 9 febbraio 2022

Dal Carteggio De Luca - Minelli: "E' del più autentico Chesterton... Posso ricordarti anche il Mc Nabb?".

[Brescia] 18 Febbraio 1940 - XVIII

Mio carissimo De Luca,

Mi hai fatto fare carnevale in pieno tempo di Quaresima!

1) col dirmi le tue iniziative per i «Confidenziali» e soprattutto per la pubblicazione dell'epistolario Papini - Giuliotti - Ti prego, De Luca, fa di tutto per assicurartelo.

2) col primo capitolo del Dickens. È del più autentico Chesterton e tua sorella e tu lo state rendendo col tono giusto. Apprezzo le difficoltà dell'opera. È vero che non manca la canzonatura nell'esaltazione della
democrazia: pure qua e là si potrebbe attenuare - girar la frase. Ti farò qualche segnetto.

Ma debbo il più vivo grazie e le più vive lodi (per quel che valgono) alla Sig. na Maddalena per l'opera di traduzione - e a lei e a te sarà tanto più grata la «Morcelliana» quanto più presto potrete inviare il seguito.

Posso ricordarti anche il Mc Nabb? E la Deledda poi te la raccomando con tutta l'anima.

Scrivimi appena puoi (e spero presto) altre belle notizie.

Grazie alla Sig. na Maddalena per là sua lettera , Scriverò oggi anche alla Sig. na Romana?, Ho tanto da fare! 

Tuo Fausto

Giuseppe De Luca - Fausto Minelli, Carteggio - III, 1940 - 1946, a cura di Marco Roncalli, Roma 2001.

Riproposizioni - Domenico Giuliotti su Ortodossia.


Ripropongo una bellissima riflessione di Domenico Giuliotti (uno di quelli che contribuirono a portare il pensiero e l'opera di Chesterton in Italia, in questo caso attraverso Il Frontespizio) su Ortodossia.

Stanato da padre Roberto Brunelli, ecco il Giuliotti-pensiero su Chesterton.

Avessero continuato a parlarne altri, oggi staremmo tutti meglio. C'era un vero e proprio movimento culturale attorno alle posizioni degli scrittori cattolici inglesi Chesterton e Belloc, e qui in Italia eravamo una bella punta di diamante.

Leggete, merita.

Marco Sermarini

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LA FILOSOFIA DELLE FATE

Inutile fantasticare su questo titolo fantastico.

La Filosofia delle Fate, ovvero filosofia del «se», o del «veto», che deriva dall'antichissimo principio della «gioia condizionale» e fu insegnata da Dio stesso, con un solo avvertimento (non osservato) ai Protoparenti, nel Paradiso Terrestre, non è dunque, come qualcuno (qualche linee della « terza pagina ») potrebbe credere, una spiritosa invenzione del celebre « umorista » inglese Gilberto Chesterton.


Esso (questo strano, profondo e piacevolissimo scrittore), nel suo libro fondamentale Orthodoxy (tradotto in italiano — e bene — da Raffaello Ferruzzi, Roma, Casa Editrice Ausonia, 1927) non ha fatto altro che riscoprirla nei « racconti della nutrice » o — come noi diremmo — nelle « novelle della nonna », a quel modo che il poeta (ed egli lo è radiosamente) ritrova in sé e intorno a sé, smatassandone i significati nascosti, il lontano ed arcano e divino mondo dell'infanzia.


Ma, prima di ricredere nelle Fate (ossia — per intenderci — nella dipendenza della natura dal soprannaturale, della Creazione dal Creatore — dal gran Mago invisibile, com'egli lo chiama, di questo incantato Universo), anch'egli come tanti, essendosi impaniato e spaniate tra le zirlanti uccelliere del pensiero moderno, né trovando ancora dove posarsi (il Cattolicismo, a quel tempo, doveva sembrargli una cosa da non pigliarsi sul serio), aveva voluto vedere se gli fosse stato possibile di fabbricare, col proprio cervello, una nuova eresia.


Senonchè (Dio è talvolta provvidenzialmente ironico) era successo a lui come ad uno (son presso a poco le sue parole) che, partitosi dall'Inghilterra con l'intenzione di scoprire un'isola non segnata sulle carte geografiche, aveva trovato, sì, dopo una lunga navigazione, l'isola del suo desiderio, ma essa altro non era che il luogo di partenza, era... l'Inghilterra; e, pure essendo l'Inghilterra, era proprio (oh prodigio!) quella dolce, incantevole e non più abbandonabile isola per la quale, avventurosamente, s'era messo in viaggio.

In altre parole, l'eretico infastidito delle eresie già esistenti, l'uomo che voleva inventare, come s'è detto, un'eresia nuova che lo soddisfacesse, era riuscito, infatti, ad inventarla, ma, dopo averla inventata, s'era dovuto accorgere che esisteva già, che esisteva, anzi, da venti secoli e che, per di più, non era un'eresia, ma la già disprezzata ed ora ammirabile ortodossia.


Fino allora questo mondo era apparso a Chesterton come un'immensa macchina paurosa e farraginosa, che girasse a scosse, a fatica e stridendo (e, peggio ancora, senza scopo), e ciò perché doveva avere — introvabile e inesplicabile — qualche imperfezione o mancanza nel proprio interno.


Ma dopo la comica e fortunata scoperta egli s'accorse, al tempo stesso, di due cose: primo, che nella macchina del mondo c'era un foro; secondo, che una specie di punta dura (il dogma cristiano) sembrava fatto apposta per incastrarsi ed ingranare in quel foro. E allora — avendo, infatti, la punta e il foro, combaciato l'una nell'altro — « tutte le altre parti ingranarono perfettamente, con meravigliosa esattezza.


Tutto il macchinario, pezzo per pezzo, si mise a posto col rumore caratteristico dell'assestamento. Messa a posto una parte, tutte l'altre parti ripeterono il movimento, con la stessa esattezza con cui tutti gli orologi battono mezzogiorno. E, istinto per istinto, dottrina per dottrina, tutto ricevè la sua risposta ».


Il Cattolicismo, dunque, (per uscir di metafora) gli appariva, in tal modo, come l'unica vera spiegazione dell'enigma cosmico.


Esso, col suo Dio personale, trascendente e creatore, con la sua Dottrina della Caduta, che ci offre il perché delle evidenti tracce d'un antico e generale naufragio, e col fatto storico — centrale e universalmente riparatore dell'Incarnazione — (un Dio-Uomo che rinsalda in sé la già spezzata catena spirituale) - chiariva tutto, armonizzava tutto, vivificava tutto ed era come un immenso radioscopio, pel quale il nostro sguardo, al di là delle apparenze e delle ipotesi, poteva penetrare, oltre la scorza, nell'intimo degli uomini e delle cose.


I creduti e sè credenti savi (per esempio) — scienziati, filosofi, letterati ed altre vessiche — che, osservati con la lente del Vangelo (che è quella stessa girata continuamente dalla Chiesa, sulla storia umana, per giudicarla), apparivano, quali erano in realtà, dei pazzi; e, viceversa, i creduti pazzi (i « pazzi di Cristo ») risplendevano in tutta la loro misconosciuta sapienza.


Gli ignoranti, gli umili, quella parte del popolo, non contagiata, che crede ancora nel soprannaturale, le « pastorelle » di Lourdes o della Salette, Giovanna d'Arco con le sue « voci » aeree, tutti coloro, radicati nella tradizione cristiana e digiuni di teorie o di sistemi, che affermavano, pronti anche a morire per ciò che affermavano, d'essere stati testimoni di questo o quel miracolo, dicevano, non potevano non dire, la verità.


Chi non diceva invece la verità, o la diceva deformata, frammentaria e irriconoscibile, era il « sacerdote laico » delle varie Sorbone che, mentre si sarebbe amaramente vergognato di credere in Dio, non provava il benché minimo ribrezzo a credere nell'inerranza del proprio vuoto dipinto.


C'era, per esempio, tra questi savi-pazzi, il « materialista » ; il quale s'era messo in testa — o non so dove — che il mondo fosse una specie di girarrosto a moto perpetuo: un girarrosto che si fosse fatto da sé, che non s'incantasse mai, perfettamente meccanico, perfettamente lubrificato, perfettamente girante con tutta l'umanità infilata nello spiede e, perciò, (dico io) perfettamente stupido come il suo inventore.


C'era poi l'« immanentista », animale religioso quant'altri mai, ma che poteva burlarsi dei due Testamenti e della Chiesa, anzi di qualunque chiesa, perché lui, Dio l'aveva trovato da sé, in sé stesso, e per ciò si gloriava d'essere il luminoso ostensorio ambulante d'un Dio natante nel suo dilatatissimo io.


C'era anche il «panegoista» — altra specie di quadrumane auto-divinizzato — che diceva d'essere « al di là del bene e del male », che faceva sé centro ed àpice del mondo, che assicurava che tutto incominciava in lui e che « non dubitava neppure d'aver creato suo padre e sua madre ».


Questo sott'uomo si chiamava anche con un altro nome: egli era il Superuomo.


Senonchè Nietzsche — il santo padre di tutto il cucciolume egoarchico, — nonostante « il desiderio dei galoppi sfrenati sui grandi cavalli », nonostante « gli appelli alle armi », un giorno (dice Chesterton) mentre passeggiava, meditando, in aperta campagna, vide, ben cornuta e a testa bassa, una vacca; e Zarathustra (incredibile ma vero) si battè le gambe dans le derrière.


Ebbene: ci fu, invece, una volta, una povera ragazza contadina, quella tale Giovanna d'Arco (già sbavata, in orribili versi, dall'orribile vecchio di Ferney e riprofanata, in forbita prosa, dall'ormai defunto Anatolio e teatralizzata, ultimamente, con intenzioni non perfide, dal saltimbanco Shaw) la quale non ebbe mai paura (che si sappia) né di vacche, né di leoni, né di tutti i diavoli. Essa « non solo esaltò il combattimento, ma combattè », non solo non finì presunta luetica nel manicomio, ma vergine, sul rogo; e non solo fu un'eroina, ma è Santa.


Tale la differenza tra chi s'appoggia a Cristo e chi s'appoggia alla propria mota farneticante.

« Di quanto la religione s'allontana da noi, di altrettanto s'allontana la ragione ».

« Nell'atto di distruggere l'idea dell'autorità divina, abbiamo distrutto in gran parte l'idea dell'autorità umana... Con una fune lunga e resistente abbiamo cercato di rovesciare la mitra di sulla testa dell'uomo pontificante, ed è venuta giù anche la testa ».


Quindi, «il suicidio del pensiero».


«Penso, dunque sono», disse il pio-empio Cartesio. E gli echi innumerevoli e sempre più deformati di quella celebre eresia hanno portato la gente in pazzeria.

Invece si doveva dire: «Dipendo da Colui che è, dunque, in quanto dipendo, sono; e sono finché dipendo».

Ma l'uomo moderno non ha voluto capire ciò che è successo e sta succedendo ogni giorno: che cioè « l'isolamento del pensiero nell'orgoglio conduce all'idiozia e che tutti gli uomini che hanno il cuore duro finiscono col cervello tenero».


Ma ecco, lasciati al loro destino i savi-pazzi, le meraviglie che vedono i pazzi-savi, nel paese delle Fate che è questo mondo, creato e retto dal gran Mago invisibile che è Dio:


«Il mondo è una cosa che colpisce, ma non è soltanto questo; l'esistenza è una sorpresa, ma è una sorpresa (per chi dice : «dipendo, dunque sono») piacevole».


«Tutte le mie convinzioni (parole testuali di Chesterton) sono rappresentate da un indovinello che mi colpì fin da bambino. L'indovinello dice : — Che disse il primo ranocchio? — E la risposta è questa: — Signore, come mi fai saltar bene! — In succinto, c'è tutto quello che sto dicendo io. Dio fa saltellarè il ranocchio, e il ranocchio è contento di saltellare ».


Ma che insegnano di diverso tutti i Santi e tutta la sapienza cristiana?


Questo mondo chestertoniano delle Fate è quello stesso della dipendenza da Dio, dell'obbedienza e dell'abbandono a Dio, e, soprattutto, della gioia che proviamo, come il ranocchio dell'indovinello ed esser fatti saltellare da Dio.


Non solo, ma, nel dominio delle Fate, accade questa cosa paradossale: Rinunziando alla libertà si acquista la libertà. Una cosa ti è proibita. Se non la farai, vedrai e opererai prodigi.


«Di tutti i frutti d'ogni albero del Giardino (disse il supremo Mago al primo abitante del primo regno delle Fate) puoi mangiarne, ma del frutto dell'Albero della scienza del Bene e del Male non mangiarne, perché, in qualunque giorno ne mangerai, indubbiamente morrai ».


Pensate alla nostra potenza, alla nostra intelligenza, alla nostra felicità, alla nostra innocente libertà, se non avessimo infranto, in Adamo, quel primo «veto»!


Chesterton, quando parla scherzosamente, ma profondissimamente, del paese incantato delle Fate, in cui la felicità dipende da un « se », da una condizione (« tu puoi vivere in un palazzo d'oro e di zaffiro se non dirai mai la parola vacca », « ti è concesso vivere felicemente con la figliola del Re, se non le mostrerai una cipolla »), vuol fermare la nostra attenzione, attraendoci col suo iridescente linguaggio figurato, su questa elementare verità cristiana: Obbedisci, senza cercare di voler comprendere, al tuo Creatore e Signore e comprenderai tutto; obbedisci a Lui e in Lui solo (che ti aprirà i tesori della sua sapienza per ricompensarti della tua obbedienza), potrai rallegrarti di tutto.


Perché sarai stato umile diventerai grande, perché sarai stato obbediente diventerai libero, perché avrai rinunziato a sapere il perché della condizione strana o stranissima che ti fu imposta, lo saprai; e saprai anche infinitamente più di tutto ciò che desideravi sapere.


È la posizione spirituale del cristiano, diametralmente opposta a quella del « pensatore » moderno ; il quale, edificando col fumo e accecandosi, diventa la scimmia impotente e ripugnante della «Simia Dei»; in cui, come in Dio, l'infelice non crede.


Il pensiero moderno si stacca da Dio, deifica sé e non capisce più nulla; il pensiero cattolico pensa in Dio, abbraccia tutto in Dio e d'ogni cosa trova la spiegazione nel Libro di Dio.


Ora, questo Libro è letto e commentato dalla Chiesa, ch'è illuminata, perché non erri, dallo Spirito Santo. E ciascuno di noi, se lo legge e commenta dentro la Chiesa e con la Chiesa, può dar fuoco, se l'ha, alla propria biblioteca; perché, letto e compreso quel libro, tutti gli altri libri son carta sporca.


Ma Chesterton vede nell'ortodossia, vale a dire nel Cattolicismo, (oltre al paese delle Fate, in cui si può abitare sottostando, come abbiamo visto, ad una conditio sine qua non) anche la coesistenza e la conciliazione dei contrari.


Il Cattolicismo, infatti, è conservatore e rivoluzionario, statico e dinamico, pacifico e guerriero, aristocratico, e democratico, gerarchico e capovolgitore, tradizionalista e avvenirista. E perciò (sebbene i suoi raggi multicolori partano, per ritornarvi, da un unico centro, che è Cristo) esso par fatto apposta per essere, come il suo divino fondatore, accettato e rifiutato in ogni tempo, in ogni luogo e da tutti gli uomini.

Ma gli accusatori — vari e fra loro in contrasto — del Cristianesimo in genere e del Cattolicismo in ispecie, ne dimostrano involontariamente e, per di più, eloquentemente, la ricchezza, la complessità, la vitalità e l'origine non terrestre.


Succede alla Chiesa sposa di Cristo (e, dopo Chesterton, lo dimostrò un altro inglese convertito: Benson) come al suo Sposo divino.


Gli uni dicono: Essa prende gli uomini e li trasforma in pecore. E gli altri : Essa, con la sua intransigenza e violenza, sovverte le basi della famiglia, dello stato, della società. Gli uni: Essa è antiumana, perché predica la castità, la santità e la rinunzia ai piaceri. E gli altri: Essa è troppo umana, troppo terrestre, troppo interessata e mescolata alle cose del mondo. Gli uni : Essa si veste di sacco, va a piedi scalzi, digiuna, si batte il petto, disprezza « le nobili gioie della vita » e dice che i ricchi difficilmente entreranno nel Regno dei Cieli. E gli altri: Essa, fondata, secondo vuol far credere, da Cristo, il quale « non aveva una pietra dove posare il capo », ostenta un fasto, un lusso, una pompa e una ricchezza che sorpassano qualunque scandalo più scandaloso. Gli uni: Essa è cosi squilibratamente spiritualista da considerare la carne e il mondo come i due massimi nemici dell'uomo. E gli altri : Essa è tanto materialista da insegnare, nel suo Credo, che non solo le anime ma perfino i corpi entreranno un giorno nella Vita Eterna.


Così, da opposte parti e con armi diverse, la Chiesa è attaccata dai suoi nemici. Senonchè, mentre questi balbettano e ribalbettano, monotoni, fastidiosi e, in fondo, sempre sconfitti, le stesse cose, Essa, nella sua concordia discorde, nel suo miracoloso equilibrio, nel suo pauroso oscillamento, come un campanile troppo alto squassato da un continuo doppio di campane suonanti a gloria, Essa sola, in mezzo e al disopra delle tempeste, domina, illumina, prega, benedice, canta, adora.


Taluni, dice Chesterton, chiusi gli occhi dinanzi a questo singolare spettacolo, « hanno preso la stupida abitudine di parlare dell'ortodossia come di qualche cosa di pesante, di monotono e di sicuro. Non c'è invece niente di così pericoloso e di così eccitante come l'ortodossia: l'ortodossia è la saggezza, e l'esser saggi è più drammatico che l'esser pazzi; è l'equilibrio di un uomo dietro cavalli che corrono a precipizio, che pare si chini da una parte, si spenzoli dall'altra, e pure, in ogni atteggiamento conserva la grazia della statuaria e la precisione dell'aritmetica. La Chiesa, nei primi tempi, fu superba e veloce come un cavallo da guerra; ma è assolutamente antistorico dire che essa seguì puramente il dirizzone d'un'idea — come un volgare fanatismo. Essa deviò a destra e a sinistra con tanta esattezza da evitare enormi ostacoli; lasciò da un lato la grande mole dell'arianesimo, sostenuta da tutte le forze del mondo, per mettere il Cristianesimo più a contatto col mondo; un momento dopo doveva scansare l'orientalismo che l'avrebbe troppo allontanata dal mondo. La Chiesa ortodossa non scelse mai le strade battute né accettò i luoghi comuni; non fu mai rispettabile. Sarebbe stato facile accettare la potenza terrena degli ariani, sarebbe stato facile, nel calvinistico diciassettesimo secolo, cadere nel pozzo senza fondo della predestinazione.


È facile esser pazzi; è facile essere eretici; è sempre facile che un'epoca metta a capo a qualche cosa, difficile è conservare il proprio capo; è sempre facile essere modernisti, com'è facile essere snob.


Cadere in uno dei tanti trabocchetti dell'errore e dell'eccesso, che, da una moda all'altra, da una setta all'altra, sono stati aperti lungo il cammino storico del Cristianesimo, questo sarebbe stato semplice. È sempre semplice cadere; c'è un'infinità di angoli a cui si cade, non ce n'è che uno a cui ci si appoggia. Perdersi in un qualunque capriccio, dallo gnosticismo alla scienza cristiana, sarebbe stato ovvio e volgare. Ma averli evitati tutti è l'avventura che conturba; e, nella mia visione, il carico celeste vola sfolgorante attraverso i secoli, mentre le stolide eresie si contorcono prostrate, e l'augusta verità oscilla, ma resta in piedi».


Spero che nessuno vorrà rimproverarmi questa lunghissima citazione. Essa era necessaria per far vedere con quale e quanto calore (e colore) Chesterton difenda la Chiesa, nella quale ha ritrovato la via, la verità e la vita.


Ma è dunque il suo libro una vera e propria apologia del Cattolicismo?


Un giorno l'autore passeggiava con un amico (un editore celebre) per le vie di Londra. A un tratto l'amico, a conclusione del suo discorso, disse : « È certo che il tal dei tali farà carriera: egli crede in se stesso ».


In quel momento lo sguardo di Chesterton si posò sopra un omnibus che passava e che portava scritto: Hanwel! (È il luogo di cura per gli ammalati di mente). Perciò rispose: «Ti devo dire dove sono gli uomini che più credono in se stessi? Te lo dico subito... Gli uomini che veramente credono in se stessi sono tutti nei manicomi ».


L'amico storse la bocca e ribattè qualche cosa.


Ma Chesterton : «Il credere in se stessi è la caratteristica più comune degli imbecilli».


L'amico, il cui naso s'era allungato più d'un palmo, obiettò, lasciandosi cadere le braccia : « Ma allora, se l'uomo non deve credere in sé stesso, mi dici in che cosa dovrà credere? »


Chesterton pensò un poco, poi disse: « Vo a casa a scrivere un libro per rispondere al tuo quesito ».


E, dalla promessa mantenuta, saltò fuori « L'Ortodossia ».


Dunque Orthodoxy, che vuol dimostrare che l'uomo, invece di credere in se stesso, deve credere nel Credo, è, sì, un'apologia del Cattolicismo, ma come (fortunatamente!) più viva, più fresca, più agile, più pugnace, più acuta e più persuasiva delle solite apologie, scritte, di solito, con la proboscide, da certi elefanti ecclesiastici!


Con ciò non si vuol dire (ben inteso) che in questa Ortodossia — uscita, sfavillando, dalla penna d'un sottilissimo dialettico, d'un umorista prestigiatore e d'un poeta magico, quando stava con un piede sulla soglia della Chiesa e con l'altro, già alzato, per entrarvi — tutto sia impeccabilmente ortodosso.


Ortodossi sono, senza dubbio, moltissimi degli innumerevoli paradossi che crepitano, scintillando, lungo la muraglia dell'ortodossia; ma qualcuno, più grosso, e che, per ciò, scoppia più forte, vi produce, talvolta, sebbene inconsapevolmente, qualche crepa o spacco; e tuttavia, neppur lì, la muraglia frana.


Chesterton (per esempio) che si dichiara un seguace del liberalismo infastidito dei liberali, un democratico a tutta oltranza, cristianamente entusiasta del suffragio universale, ma in disaccordo coi democratici, e un ortodosso in religione eterodosso in politica, non esita ad affermare nel capitolo intitolato «La Rivoluzione eterna» (ossia, nel suo concetto, la rivolta cristiana contro le conseguenze [peccati] della Caduta) che Cristo, condannato « dall'autorità costituita » e dagli « aristocratici » (?!), «è l'eterna gloria di tutti i ribelli» (?!).


E qui (cosa inesplicabile, se si pensa al suo squisito buon gusto) par di sentir concionare un cialtrone in cravatta rossa, ritto sopra un tavolino, in mezzo al « popolo sovrano ».


Oppure, nel capitolo seguente («Il romanzo dell'Ortodossia») — del resto bellissimo, — dopo aver detto che, nel Getsemani, l'Uomo-Dio, tentato da Dio, ossia da se stesso, « dovè passare sommariamente attraverso il nostro umano errore del pessimismo » e che, poi, dall'alto della Croce, oscurandosi il sole e tremando la terra, confessò, con un grido, che Dio era abbandonato da Dio, così continua : « Ed ora lasciate che i rivoluzionari scelgano un credo fra tutti i credi e un Dio fra tutti gli dèi del mondo... Essi non ne troveranno un altro che sia stato in rivolta anche lui. Anzi (il tema si fa sempre più difficile per esser trattato in termini umani) lasciate che gli atei stessi si scelgano un Dio. Essi non troveranno che una divinità che abbia manifestato il suo isolamento; non troveranno che una religione in cui Dio sia apparso per un istante ateo ».


È chiaro che qui il paradosso, contorto fino all'assurdo, assume le proporzioni d'una bombarda e fa cadere parecchie pietre. Ma, lo ripeto, quando Chesterton scriveva queste cose, sebbene sul limitare della Chiesa, non era ancora, com'è oggi, un membro vivo del corpo mistico di Cristo.


In conclusione, Ortodossia, tardi conosciuta dagli italiani — ma meglio tardi che mai — (pochissimi i lettori del testo inglese, pochi più quelli della traduzione francese, qua è là inesatta, del Grolleau) è un grande, originale, e a volte strano o stranissimo ma sempre profondo libro.


E dunque non facile; e soprattutto non facilmente riassumibile. Malgrado la forma brillante, la cristallina chiarezza e iridescenza delle immagini, e quel continuo caprioleggiamento del pensiero, che sembra un giuoco ed è, invece, un modo bizzarro di procedere a zig-zag, verso o dentro la Verità, è un libro non già oscuro, ma luminosamente laberintico. (L'autore stesso lo chiama « caotico » — e non è —). Eppure, con un filo tra le dita, il cui capo ci viene offerto all'ingresso, possiamo, passando di meraviglia in meraviglia, girarlo tutto ed uscirne più agguerriti contro l'errore, più fiduciosi nella Provvidenza e più tranquilli e sereni, per continuare (fino all'apparizione della piena luce sul limitare della morte) il n
ostro breve viaggio su questo magico ed enigmatico mondo.


Le altre opere (le novelle poliziesche soprattutto, notissime all'estero e relativamente note, benché tradotte, in Italia) non ci danno, come qui, tutto Chesterton.


«Eretici » (un volume polemico e già filocattolico) aveva preceduto e quasi preparato il terreno per «L'Ortodossia»; poi, dopo «L'Ortodossia» (scritta, come abbiamo visto quando l'autore era, rispetto a ciò che è, mezzo topo e mezzo uccello, sebbene più uccello che topo) apparvero — perfettamente ortodosse, ma non per ciò meno chestertoniane — l'opere del cattolico praticante e militante; e, fra queste, «La Sfera e la Croce» (un romanzo-film di apologetica in azione, che è somma vergogna non conoscere) e quel recente « San Francesco », cui molto nuoce, a mio parere, un'eccessiva acrobazia dialettica intorno al «Concrocifisso», già troppo abbeverato d'inchiostro, dai suoi spietati ammiratori.


Ma «Ortodossia», fino ad oggi, anche con qualche pustola eterodossa, resta, come dicevo, il suo libro massimo e fondamentale. Libro che contiene, in germe, altri venti libri; tanto è ricco di pensieri, intuizioni ed accenni, tutti suscettibili di schiudersi in meravigliosi fiori di meditazioni e di poesia.

E perciò sia qui ringraziato Raffaello Ferruzzi, per avercene data una traduzione ch'è, insieme, fedele al difficilissimo testo e — com'è costume in riva ad Arno — splendidamente italiana.


[da Le due luci (santità-poesia), 1933; originariamente un articolo uscito in due puntate su L'Avvenire d'Italia, 20 e 21 Aprile 1927]