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venerdì 16 settembre 2022

La beatificazione di Giovanni Paolo I, papa chestertoniano...


(...) 
Fu un estimatore del convertito Gilbert Keith Chesterton, al quale scrisse una lettera, nella quale si legge: «Il progresso con uomini che non riconoscono in Dio un unico padre, diventa un pericolo continuo: senza un parallelo processo morale, interiore e personale, esso – quel progresso – sviluppa, infatti, i più selvaggi fondacci dell’uomo, fa di lui una macchina posseduta da macchine, un numero maneggiatore di numeri» (Giovanni Paolo I (Albino Luciani), Illustrissimi. Lettere ai Grandi del passato, pp. 29-31). (...)

Il resto qui:

https://www.corrispondenzaromana.it/la-beatificazione-di-giovanni-paolo-i/

Sull'argomento in passato anche recentissimo il blog ha dato molto per valorizzare questo pontefice chestertoniano (si può dire):

https://uomovivo.blogspot.com/2022/08/la-lettera-del-cardinale-albino-luciani.html

https://uomovivo.blogspot.com/2012/11/riesce-illustrissimi.html

https://uomovivo.blogspot.com/2008/04/i-papi-e-chesterton.html

https://uomovivo.blogspot.com/2012/11/scusate-guardate-la-quarta-di-copertina.html

ed altro ancora...

domenica 28 agosto 2022

La lettera del cardinale Albino Luciani a Chesterton ha una traduzione inglese.

I chestertoniani italiani sanno bene che il cardinale Albino Luciani, poi papa Giovanni Paolo I, scrisse un libro intitolato Illustrissimi, una raccolta di lettere a personaggi e autori della letteratura; tra di esse ce anche una bella lettera indirizzata a Chesterton:

https://uomovivo.blogspot.com/2006/11/illustrissimi.html

(qui sopra trovate il testo della lettera);

a questo argomento abbiamo dedicato negli anni diversi post tra cui questi:

https://uomovivo.blogspot.com/2012/11/scusate-guardate-la-quarta-di-copertina.html

https://uomovivo.blogspot.com/2012/11/riesce-illustrissimi.html

Tempo fa abbiamo scoperto che l'articolo in questione (o meglio il capitolo, o lettera) è stata anche tradotta in inglese ed è uscita niente di meno che sulla Chesterton Review nel 2010:

https://www.pdcnet.org/chesterton/content/chesterton_2010_0036_40606_0186_0190

Il traduttore fu William Weaver, di cui trovate traccia in questo post:

https://uomovivo.blogspot.com/2022/08/speciale-elezioni-perche-non-esistono.html

in quanto fu il traduttore del pressoché ignoto articolo di Chesterton di cui il post tratta (complimenti alla redazione di Pangea.news che lo ha scovato).

William Weaver (1923 - 2013) fu poeta e traduttore americano che, appena ventenne, si trovava di stanza a Salerno durante la guerra cui partecipò come obiettore di coscienza  guidando le ambulanze; Weaver piantò le tende in Italia e tradurrà per gli Stati Uniti opere di Giorgio Bassani, Italo Calvino, Umberto Eco, Carlo Emilio Gadda, Italo Svevo e Oriana Fallaci, tra gli altri. Weaver alla sua morte sarà ricordato anche dal New York Times in un obituary.

Marco Sermarini




domenica 23 agosto 2020

Precisazioni additive.

Entrambi gli articoli precedenti sono tratti da l'Osservatore Romano del 25-26 aprile 2019.

Con essi furono pubblicati il famoso capitolo di Illustrissimi di Albino Luciani (poi Papa Giovanni Paolo I) e l'arcifamoso articolo Capelli spaccati in quattro, che riesumammo grazie ad Angelo Bottone nel 2008.

Marco Sermarini 


Profeta dell’allegria di SILVIA GUIDI - da L’Osservatore Romano.


«Ho fatto a tempo a conoscere Chesterton» scriveva Carlo Bo negli anni Novanta del Novecento, introducendo un'edizione italiana di La sfera e la Croce (Città Armoniosa, 1991), commentata in questa pagina dal futuro Giovanni Paolo I, Albino Luciani. 
«Ogni tanto capitava a Firenze e lo si poteva trovare vicino al Ponte Vecchio, in moto perpetuo tra la casa e una mescita di vino. All'aspetto — continua Bo — era l'inglese tipico, così come veniva rappresentato cinquant'anni fa: grasso, viso acceso, grande sorriso. Direi che dei tre segni questo è il più significativo, quello che restituisce meglio la sua natura di scrittore. Papini aveva giustamente osservato che Chesterton aveva voluto riportare l'allegria nel cristianesimo e c'era riuscito». 
L'Italia ha sempre esercitato un grande fascino su G.K.C. Nel 1929 venne a Roma con sua moglie Frances e restò nella città eterna per circa tre mesi, da novembre fino al gennaio dell'anno successivo. I coniugi Chesterton soggiornarono all'Hotel Hassler, sopra piazza di Spagna; durante le loro vacanze romane vennero ricevuti da Papa Pio XI, lettore e ammiratore di G.K.C., e rimasero folgorati dai mosaici di San Clemente. «La chiesa superiore nella quale ascoltai la Messa — scrive Chesterton nel libro La risurrezione di Roma — è per diverse ragioni la corona della rinascita e del trionfo delle cose cristiane, e l'antica decorazione dell'abside esprime questo concetto con un'armonia addirittura impressionante. L'abside è formata dalla solita mezza luna dorata e al sommo di essa vi è una nube dalla quale la mano di Dio si tende verso il crocifisso ma non con un semplice gesto di benedizione; è come se afferrasse la croce impugnandola come l'elsa d'una spada e come una spada la scagliasse giù sulla terra. Eppure si tratta di cosa che è l'opposto stesso della spada poiché il suo tocco non dà la morte ma la vita che scoppia e germoglia e s'innalza nell'aria affinché il mondo abbia la vita e sia una vita sovrabbondante». 
È impossibile, continua G.K.C., rendere con sufficiente violenza l'effetto di questa rappresentazione di vita. «Non si tratta di un normale sviluppo di rami e di radici, è più come uno zampillare di sangue generoso da una prima ferita aperta nelle arterie della terra. I germogli vivi si scagliano nello spazio con moto turbinoso così da ricoprire tutto lo sfondo con anelli e mulinelli, quasi sino a raggiungere e imprigionare le stelle. Questo disegno antichissimo esprime veramente ciò che tanti esperimenti futuristi e tante violente e pazzesche decorazioni tentarono inutilmente di esprimere: la creazione di un diagramma dinamico esprimente per mezzo del disegno l'immediatezza dell'azione. La sproporzione stessa fra le larghe curve e i vasti cerchi che si spiegano dappertutto e la croce sottile al cui tocco essi balzarono alla vita, non fa che aggiungere forza alla potenza di quel magico legno. Al centro di ognuno di quei cerchi, come in un rifugio che è insieme un nido e un mondo nuovo e distinto, sta un uccello diverso per la specie e il colore». 
Difficile mettersi di fronte a queste immagini e sostenere ancora che la fede cristiana è «un credo di morte». Neanche la croce, nei mosaici di San Clemente, comunica a chi guarda un'impressione luttuosa. 
«Il volto del crocifisso, che nella maggioranza delle immagini è necessariamente tragica — continua lo scrittore che McLuhan definì "un mistico pratico" — qui è radiosa come nella luce di un pieno meriggio, come esprimesse le parole che non è stato necessario incidere come motto o iscrizione: "Io sono la risurrezione e la vita"». 
Per Chesterton la città di Roma, al contempo locus di favola e teatro di fatti concreti, evoca uno speciale mistero unito a un significato antico tutto da riscoprire, e diventa l'occasione privilegiata per una profonda riflessione sulla natura umana e il senso della storia. 
A «Roma e la fede che ci aiuta a essere umani» la Pontificia università della Santa Croce ha dedicato recentemente una giornata di studio, che ha avuto come protagonista proprio l'umanesimo cristiano del defensor fidei inglese. Avendo come ingrediente principale la materia incandescente, scoppiettante e zampillante del re dei paradossi non poteva trattarsi di un convegno "normale", del tutto convenzionale, o comunque prevedibile in tutte le sue componenti: e infatti così è stato.
L'11 aprile scorso le relazioni di Susan Hanssen (Rome, Chesterton and the Historical Imagination), padre Giulio Maspero (Tutti abbiamo bisogno di essere trovati. Narrazione grazia e umanità secondo G.K. Chesterton) e padre John P. Wauck (Roma, romanzo e ortodossia) sono state seguite da un laboratorio teatrale — «Declinare Chesterton oggi: L'uomo vivo dal vivo» tenuto da Giampiero Pizzol e Laura Aguzzoni, pensato proprio per incarnare il pensiero di Innocent Smith (protagonista del libro Manalive e alter ego di Chesterton) dandogli volto e voce. 
La prosa del funambolo delle sfide dialettiche più azzardate è ancora viva e vegeta, scriveva Bo nella sua prefazione a La sfera e la Croce (ma è un commento che potrebbe adattarsi bene anche alle pagine di Manalive): «Viva la fantasia, straordinariamente viva la capacità di tessere dei fili in grado di andare molto al di là delle nostre stanche abitudini. Insomma, Chesterton ha conservata intatta la sua carica di novità epperò sta a noi recuperarlo, intenderlo e gustarlo. Il libro sembra fatto apposta per consentire questa operazione e allora avanti: Chesterton è un profeta familiare, uno che sa parlare di cose gravi e importanti con le parole di tutti i giorni e che ha la sola preoccupazione di non tradire la verità. Come si vede, ce n'è abbastanza per riprendere una strada che ha perduto ben poco del suo fascino».
L'apparente leggerezza del profeta dell'allegria non deve trarre in inganno il lettore; anche nelle sue battute, come nelle barzellette ebraiche, l'umorismo — ha sottolineato padre Maspero — ha una funzione teologica. In fondo, si può ridere di tutto proprio perché nulla è Dio tranne Dio. 
Di tutto, d'altra parte, ci si dovrebbe stupire, perché l'intera creazione è una fonte di infinita meraviglia. Ci si può commuovere anche davanti alla copertina del Bradshaw, ovvero davanti all'orario dei treni inglesi, scrive G.K.C. in L'uomo che fu giovedì: «Tenete per voi il vostro Byron che commemora le disfatte degli uomini. Io verserò lacrime d'orgoglio leggendo l'orario delle ferrovie». Nessun uomo, in realtà, ha mai veramente misurato la vastità del debito verso quel qualsiasi essere che l'ha creato «e che lo ha reso capace di chiamarsi qualcosa — scrive in Autobiografia — Dietro il nostro cervello, per così dire, v'era una vampa o uno scoppio di sorpresa per la nostra stessa esistenza: scopo della vita artistica e spirituale era di scavare questa sommersa alba di meraviglia, cosicché un uomo seduto su una sedia potesse comprendere all'improvviso di essere veramente vivo, ed essere felice». 
Per infondere nuova vita alle stanche abitudini di cui parlava Bo nelle sue note a margine — tentazione permanente per chiunque, in ogni epoca — Chesterton ha composto una serie di antidoti, da leggere o (ancora meglio) da interpretare nel rito antico e sempre nuovo della scena. Tra questi, uno dei più efficaci è proprio Manalive, un romanzo scritto nel 1912 che si presenta già — scrive Pizzol nelle note di regia dell'adattamento scritto per i suoi attori, la Compagnia Bella — come una commedia con colpi di scena ben studiati, uno stile impeccabile da teatro, una conversazione irta di battute pungenti, modulata sui registri comico-drammatici, e un intreccio degno di Shakespeare.
Si tratta di un giallo senza delitto, ma con un vero processo che tiene viva l'attenzione del pubblico; non abbiamo sul banco d'accusa solo i fatti, ma l'interpretazione dei fatti, o, meglio ancora, l'interpretazione della vita stessa. «In certe epoche particolari, è necessaria una specie di preti, chiamati poeti, per ricordare agli uomini che non sono morti» ripete G.K.C. Ovvero, bisogna imparare di nuovo quel vangelo di meraviglia che consiste nel vivere intensamente l'istante. Per questo, Mr. Smith è il prototipo dell'uomo che non si accontenta di sopravvivere, e accetta il compito di svegliare tutti gli altri; dopo il suo arrivo, nota uno dei personaggi di Manalive, «a casa Beacon è scoppiata la salute. E la salute è più contagiosa della malattia».

giovedì 16 novembre 2006

Illustrissimi...


Chesterton e Albino Luciani

Il compianto Papa Giovanni Paolo I scrisse un volumetto di lettere immaginarie a personaggi famosi. Una la dedicò al nostro Gilbert. Per gentile concessione dell'editrice Messaggero di Padova eccone il testo.
Merita.

A Gilbert K. Chesterton

In che razza di mondo...


Caro Chesterton,

sul video della televisione italiana è apparso nei passati mesi Padre Brown, imprevedibile prete-poliziotto, creatura tipicamente tua. Peccato che non siano anche apparsi il professor Lucifero e il monaco Michele. Li avrei visti volentieri, come tu li hai descritti ne "La sfera e la croce", viaggianti in aeroplano, seduti l'uno di fronte all'altro, Quaresima davanti a Carnevale.
Quando l'aereo è sopra la cattedrale di Londra, il professore scaglia una bestemmia all'indirizzo della Croce.
- Sto pensando se questa bestemmia ti giovi - gli dice il monaco. - Senti questa storia: io ho conosciuto un uomo come te; anche lui odiava il crocifisso; lo bandì da casa sua, dal collo della sua donna, perfino dai quadri; diceva che era brutto, simbolo di barbarie, contrario alla gioia e alla vita. Diventò più furioso ancora: un giorno s'arrampicò sul campanile di una chiesa, ne strappò la croce e la scagliò dall'alto.
Andò a finire che questo odio si trasformò in delirio prima e poi in furiosa pazzia. Una sera d'estate s'era fermato, fumando la pipa, davanti ad una lunghissima palizzata; non brillava una luce, non si muoveva una foglia, ma egli credette di vedere la lunga palizzata tramutata in un esercito di croci, legate l'una all'altra su per la collina, giù per la valle. Allora, roteando il bastone, mosse contro la palizzata, come contro una schiera di nemici; per quanto era lunga la strada, strappò, spezzò, sradicò tutti i pali che incontrava. Odiava la croce ed ogni palo era per lui una croce. Arrivato a casa, continuò a veder croci dappertutto, pestò i mobili, appiccò il fuoco e l'indomani lo trovano cadavere nel fiume.
A questo punto, il professore Lucifero guarda il vecchio monaco mordendosi le labbra e dice: "Questa storia te la sei inventata!". "Sì, risponde Michele, l'ho inventata adesso; ma essa esprime bene quello che state facendo tu ed i tuoi amici increduli. Voi cominciate con lo spezzare la croce e finite col distruggere il mondo abitabile.
La conclusione del monaco, che è poi la tua, caro Chesterton, è giusta. Togliete Dio, cosa resta, cosa diventano gli uomini? in che razza di mondo ci riduciamo a vivere? - Ma è il mondo del progresso, sento dire, il mondo del benessere! - Sì, ma questo famoso progresso non è tutto quel che si sperava: esso porta con sé anche i missili, le armi batteriologiche e atomiche, l'attuale processo di inquinamento, tutte cose che - se non si provvede in tempo - minacciano di portare l'umanità intera a una catastrofe.
In altre parole il progresso con uomini che si amino, ritenendosi fratelli e figli dell'unico Padre Dio, può essere una cosa magnifica. Il progresso con uomini che non riconoscono in Dio un unico Padre, diventa un pericolo continuo: senza un parallelo processo morale, interiore e personale, esso - quel progresso - sviluppa, infatti, i più selvaggi fondacci dell’uomo, fa di lui una macchina posseduta da macchine, un numero maneggiatore di numeri, “un barbaro in delirio - direbbe Papini - che invece della clava può servirsi delle immense forze della natura e della meccanica per soddisfare i suoi istinti predaci, distruttori ed orgiastici”.
Lo so: molti pensano a rovescio di te e di me. Pensano che la Religione sia un sogno consolatore: l’avrebbero inventata gli oppressi, immaginando un altro mondo inesistente, dove trovare più tardi ciò che oggi rubano loro gli oppressori; l’avrebbero organizzata, tutta a loro favore, gli oppressori, per tenere ancora sottom i piedi gli oppressi e addormentare in essi quell’istinto di classe, che, senza la Religione, li spingerebbe alla lotta.
Inutile ricordare che proprio la Religione cristiana ha favorito il risveglio della coscienza proletaria, esaltando i poveri e annunciando una giustizia futura. - Sì, rispondono, il Cristianesimo risveglia la coscienza dei poveri, ma poi la paralizza, predicando la pazienza e sostituendo alla lotta classista la fiducia in Dio e le riforme graduali della società!
Molti pensano anche che Dio e la Religione. incanalando speranze e sforzi verso un paradiso futuro e lontano, alienino l’uomo, lo distolgano dall’impegnarsi per un paradiso vicino, da realizzare qui in terra.
Inutile ricordar loro che, secondo il recente Concilio, un cristiano, proprio perché cristiano, deve sentirsi più che mai impegnato nel favorire un progresso, che è bene per tutti e una promozione sociale, che sia di tutti. - Resta, dicono, che voi pensate al progresso per un mondo transitorio, in attesa di un paradiso definitivo, che non verrà. Noi, il paradiso lo vogliamo qui, sbocco di tutte le nostre lotte. Di esso già intravediamo il sorgere, mentre il vostro Dio dai teologi della secolarizzazione viene chiamato “morto”. Noi siamo con Heine, che scrisse: “Senti la campanella? In ginocchio! Portano gli ultimi sacramenti a Dio che muore”!
Caro Chesterton, tu ed io ci mettiamo bensì in ginocchio, ma davanti a un Dio più attuale che mai. Lui solo, infatti, può dare una risposta soddisfacente a questi tre problemi, che sono per tutti i più importanti: - Chi sono io? Donde vengo? Dove vado?
Quanto al paradiso, che si godrà sulla terra e sulla terra soltanto, e in un futuro prossimo a conclusione delle famose “lotte”, vorrei fosse sentito uno che è più bravo di me e - senza offuscare i tuoi meriti - anche di te: Dostoevskij.
Tu ricordi il dostoevskijano Ivan Karamazov. E’ un ateo, pur amico del diavolo. Ebbene, egli protesta, con tutta la sua veemenza di ateo, contro un paradiso ottenuto mercé gli sforzi, le fatiche, i patimenti, il martirio d’innumerevoli generazioni. I nostri posteri felici grazie all’infelicità dei loro antecessori! Questi antecessori che “lottano” senza ricevere il loro acconto di gioia, senza, spesso, neppure il conforto d’intravedere il paradiso uscito dall’inferno che attraversano! Sterminate moltitudini di piagati, di sacrificati che sono, semplicemente, il terriccio che serve a far crescere i futuri albero della vita! E’ impossibile!, dice Ivan, sarebbe un’ingiustizia spietata e mostruosa.
Ed ha ragione.
Il senso di giustizia che è in ogni uomo, di qualunque fede, esige che il bene fatto, il male sofferto siano premiati, che la fame di vita in tutti insita sia soddisfatta. Dove e come, se non in un’altra vita? E da chi se non da Dio? E da quale Dio, se non da quello, di cui Francesco di Sales scriveva: “Non temete punto Dio, che non vuole farvi del male, ma amatelo molto, perché vi vuol fare molto bene”?
Quello che molti combattono non è il vero Dio, ma la falsa idea che di Dio si sono fatta: un Dio che protegga i ricchi, che solo chieda e pretenda, che sia invidioso del nostro avanzamento nel benessere, che dall’altro spii continuamente i nostri peccati per procurarsi il piacere di castigarli!
Caro Chesterton, tu lo sai, Dio non è così: ma giusto e buono insieme; padre anche dei figli prodighi, che vuole non meschini e miseri, ma grandi, liberi, creatori del proprio destino. Il nostro Dio è talmente poco rivale dell’uomo che l’ha voluto suo amico, chiamandolo a partecipare alla propria natura divina e alla propria eterna felicità. E non è vero che Egli pretenda da noi esageratamente: si contenta invece di poco, perché sa bene che non abbiamo molto.
Caro Chesterton, io sono convinto con te: questo Dio si farà conoscere e amare sempre più, da tutti, compresi coloro che oggi lo respingono non perché siano cattivi (forse sono buoni più di noi due!), ma perché lo guardano da un punto di vista sbagliato! Essi continuano a non credere in Lui? E Lui risponde: - Sono ben io che credo in voi!
Giugno 1971

(tratto da Albino Luciani, Illustrissimi, Edizioni Messaggero Padova, 1978,
pubblicato per gentile concessione della Casa Editrice)