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mercoledì 4 gennaio 2012

L'articolo di Luca Negri è bello e quindi lo mettiamo per esteso, anche perché un po' risponde anche a Melloni... Bravo, Luca

Regalo di Natale

Chesterton, il Santa Claus con la penna in mano che creò l'"uomo vivo"

1 Gennaio 2012
gk_chesterton.jpg

Da qualche anno abbiamo accantonato lo sterile antiamericanismo giovanile e ci siamo riconciliati con uno dei prodotti più riusciti dell'immaginario statunitense: il Babbo Natale grassoccio e vestito in rosso, inventato per pubblicizzare la coca cola. Sicuramente in qualche parte del mondo, anche d'Italia, c'è chi non sa o non ricorda che il 25 dicembre si celebra la nascita di Cristo. Però tutti sanno chi è Babbo Natale. Figura doppiamente paganeggiante, dunque: un prodotto di marketing diventato l'icona di una "festa d'inverno" che tocca i cuori e i portafogli in tutto il pianeta.

Ma, dicevamo, ci siamo riconciliati con la figura del nonnetto generoso che vive fra i ghiacci e porta i doni ai bimbi, un re magio casalingo e un po' fumettistico. Dietro c'è la tradizione di Santa Claus, dunque San Nicola, patrono di fanciulli e marinai. Poi c'è un motivo più frivolo e assurdo, di quell'assurdità che sarebbe piaciuta a Gilbert K. Chesterton. Il motivo, infatti, è Chesterton stesso. Quale fra gli scrittori somiglia più di tutti a Babbo Natale? Chi lo ha visto in foto, non avrà dubbi. Era grasso, dall'aria gioviale, tonico e perfetto per sfoggiare una barba candida. Non ci stupiremmo troppo di vederlo sbucare dalla cappa del camino; anche perché il suo genio partorì un meraviglioso personaggio, l'"uomo vivo" chiamato Innocent Smith, che si concedeva spuntini sui tetti. E poi abbiamo sempre immaginato la risata di Chesterton simile a quella attribuita a Babbo Natale (oh-ho-ho).

Non per nulla ha scritto molto a proposito del Natale, oseremmo dire che non ha fatto altro, in ogni sua opera. Ovunque troviamo lo spirito del Natale, o meglio, spirito più carne ed ossa, e sangue e pancia. Troviamo l'abbondanza che dona, il supremo paradosso del Dio che si fa uomo. O come minimo, troviamo quel calore che serve per sopravvivere alle gelide notti del solstizio invernale. Lo cercano tutti, anche gli atei.

Chi vuole leggere qualche considerazione più precisa dello scrittore sul Natale, le deve cercare in La serietà non è virtù (pubblicato da Lindau), una raccolta di pezzi giornalistici scritti nell'arco di vent'anni. Tutti vivamente consigliati: quello che ispira il titolo italiano ci ricorda quanto "la serietà sia antireligiosa", anzi "vezzo di tutte le false religioni" (come l'animalismo, oggetto di burla dell'articolo), quello sui futuristi è assolutamente da far leggere agli ultimi intellettuali finiani. Inoltre, Chesterton non manca di istruirci e divertirci su libri "pseudoscientifici", divorzio ed altre "idiozie" assortite.

Nei pezzi sul Natale, invece, sentiamo il calore del focolare domestico, il luogo dove deve riunirsi la famiglia per incarnare il "cuore della politica". Più che ai bambini, il Natale serve ai grandi, a "gentiluomini attempati" che hanno dimenticato quanto l'essere umano abbia bisogno del dono, oltre che di libertà ed autonomia. Serve a chi rifiuta le radici, senza accorgersi che solo grazie alle radici possiamo fare frutti. E' un invito a non estirpare le nostre, allo sforzo di tramandare cosa va celebrato il 25 dicembre, qual è il vero dono portato da Babbo Natale, anche se è quello della coca cola.

Possiamo dunque fidarci e gioire dei doni di Chesterton. Anche se Alberto Melloni, storico della Chiesa, partigiano della cosiddetta "esegesi della discontinuità" riguardo al Concilio Vaticano II, ha preferito metterci in guardia, proprio dopo Natale, dalle pagine del Corriere della Sera. Secondo Melloni, nei saggi dello scrittore inglese c'è un vero serbatoio di argomenti per "una polemica antimoderna" utile alle "pulsioni illiberali e fascistoiodi" risorgenti in Europa. Peccato che offra prove poco convincenti di questa tesi, anzi incorra in qualche errore, speriamo non fazioso.

Ad esempio, accostare Chesterton alla "destra europea e mussoliniana" degli anni '30, è poco corretto. Vero che espresse stima nei confronti del Duce (quando non mancava Churchill fra gli estimatori) però non ebbe simpatie per il nazismo degli esordi (morì nel 1936, risparmiandosi il peggio). Era notoriamente ben poco filoprussiano e molto democratico. Chi ha letto le sue opere può confermare che nemmeno si trattava di un antisemita. Mai polemizzò con Dickens, suo maestro riconosciuto, al contrario di quanto sostiene Melloni. E se la sua "profondità dottrinale" fosse stata "modestissima", Pio XI non avrebbe salutato con il titolo di "Defensor Fidei". Nemmeno i tanti chestertoniani italiani dovrebbero allarmare troppo Melloni: non sono per forza lefebvriani intransigenti né militanti di Forza Nuova. In ogni caso, leggendo il Corriere da lassù dove si trova, Chesterton si sarà fatto una grassa risata.

Oh-oh-oh.

domenica 20 novembre 2011

Luca Negri si chiede cosa avrebbe detto Chesterton sul governo Monti

Qui la risposta.

Comunque è un'ottima scusa per parlare de I delitti dell'Inghilterra uscito da poco per Raffaelli con la traduzione della nostra amica Marica Ferri.

Ma attenti: non è solo quello...

http://www.loccidentale.it/node/111501

martedì 25 ottobre 2011

I due articoli di Luca Negri su GKC e HB su Il Giornale di sabato 22 Ottobre 2011

Qui i due pezzi di Luca Negri su Il Giornale di sabato scorso 22 Ottobre 2011.

Grazie a Maria Grazia Gotti.

lunedì 19 settembre 2011

Luca Negri recensisce il Dickens di Chesterton su L'Occidentale - "Di Dickens non si può dire che fosse più interessato all'Umanità che all’uomo"


Forse è vero che i critici letterari sotto sotto non sono altro che letterati mancati o frustrati. Sarà dunque probabile che i migliori fra di loro siano stati i grandi romanzieri e i sommi poeti. Ad esempio, T S. Eliot, autore di eccelse poesie e di preziosi studi critici, sosteneva che “non esiste miglior critico dickensiano del signor Chesterton”. Infatti Gilbert Keith Chesterton, poeta, romanziere, saggista e giornalista, scrisse, a partire dal 1911, anche le prefazioni a tutte le opere di Charles Dickens pubblicate in edizione economica per il grande pubblico britannico. E non è del solo Eliot il parere che la migliore introduzione al mondo dickensiano la si debba proprio a Chesterton.
L’inventore di Padre Brown offrì quelle annotazioni “come dei biscotti da consumare assieme al porto invecchiato della grande commedia inglese”. Allora si tratta di alta pasticceria, giacché Chesterton aveva il dono di incantare il lettore qualsiasi cosa scrivesse, forse anche con le liste della spesa.
Fortunatamente le prefazioni dickensiane sono ora raccolte in volume, Una gioia antica e nuova, edito da Marietti 1820, irrinunciabile per tutti gli appassionati di letteratura britannica. Oltre il fulgore del talento dickensiano e la sua grandezza d’animo si ha modo di incontrare il Dickens politico, molto più complesso e difficilmente classificabile di quanto si possa pensare. È noto che concentrasse il suo lavoro nella descrizione dei poveri, ma non era certo assimilabile al rozzo realismo socialista che si sarebbe imposto nel secolo successivo. Secondo Chesterton “studiava i poveri individualmente, mentre tutta la letteratura moderna tende a trattarli in gruppo”, a farne un’astrazione. Era insomma interessato all’uomo e non all’Umanità. Appare evidente in “Oliver Twist” come la sua battaglia non fosse “quella del bottegaio contro il feudatario, o del nonconformista contro l’uomo di chiesa, del liberoscambista contro il protezionista, o del liberale contro il conservatore”. Era “la rivolta eterna: la rivolta del debole contro il forte”; Dickens attaccava quindi “l’errore di fondo”, possiamo dire che per mezzo dei cattivi dei suoi romanzi faceva indagini sul peccato originale, sebbene non fosse credente.
La sua “satira che mirava sempre all’attacco e non faceva prigionieri” era una pietosa arma morale, proprio come la sferzante allegria dei suoi poveri. A proposito, ci ricorda Chesterton che “per il povero in Inghilterra scherzare è vitale, come il grano” e che “una buona battuta è l’ultima cosa sacra”.
Leggendo “Tempi difficili” si scopre che il suo autore, pur amando tutti gli uomini, “rifiutava di amare tutte le opinioni”; in primo luogo quelle degli utilitaristi, liberisti o socialisti che fossero. Anche nelle questioni economiche il problema lo vedeva a monte, nella “spregevole concezione moderna di lasciare ambigua la morale”.
È vero che nel compilare il suo diario di viaggio negli Stati Uniti, “America”, pecca di paternalismo nei confronti della vecchia colonia, ma non risparmia osservazioni profetiche, vicine a quelle di Tocqueville nel timore che “gli ideali repubblicani si alleassero a un’anarchia sociale”, nella consapevolezza che “il popolo può trasformarsi nel peggiore dei tiranni”. Dickens era sinceramente democratico, ma abbastanza aggredito dalla realtà da riuscire a comprendere “che era in arrivo il momento in cui il popolo avrebbe pregato lo Stato di salvarlo dalla libertà”.
L’argomento centrale delle sue narrazioni rimane comunque la speranza, la virtù teologale da lui non riconosciuta confessionalmente. Nella prefazione a “Grandi speranze”, opera della tarda maturità, Chesterton nota che in ogni suo romanzo “l’aspettativa è su tutto: sulla prossima persona che parlerà, sul prossimo comignolo da cui uscirà fumo, sul prossimo evento, sulla prossima estasi”.

giovedì 25 agosto 2011

Un bell'articolo di Luca Negri parla di noi, della Review e ovviamente di GKC!

http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-una-rivista-dedicataal-grande-chesterton-2818.htm

Un grazie sentito a Luca Negri, oramai inossidabilmente chestertoniano.

giovedì 28 luglio 2011

Luca Negri recensisce I paradossi del signor Pond

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2011-07-28/chesterton-negri-libri-190318.shtml?uuid=Aa3nn3rD

Qui sopra Luca Negri (che si sta guadagnando sul campo la patente di giornalista chestertoniano) recensisce I paradossi del signor Pond su Il Sole 24 Ore.

L'articolo si chiude così:

"Parrebbe forse ad una lettura superficiale che manchi in questi racconti il grande tema toccato da Chesterton nelle sue opere principali, ovvero l'apologia del cristianesimo e della Chiesa cattolica "dove tutte le verità si danno appuntamento". Eppure se consideriamo l'essenza fondamentalmente paradossale della religione in cui Dio si fa uomo e l'unità è al contempo trinità, il signor Pond non ci appare meno devoto di Padre Brown".

giovedì 2 giugno 2011

Ancora da Maria Grazia Gotti, su Rodney Stark ripreso da Luca Negri

Mi permetto di segnalare questo articolo dell'ottimo Luca Negri, che
riguarda un nuovo libro di Rodney Stark, grande sociologo delle
religioni, non cattolico, che da un po' di anni si dedica a
distruggere i falsi miti che riguardano la Chiesa cattolica
confutandoli con approfondite analisi sociologiche.
L'articolo senza dubbio merita (come anche il libro).
Luca Negri si è occupato di noi in passato, in un bell'articolo sulla
rinascita chestertoniana.

Maria Grazia Gotti

La Chiesa ha le sue colpe ma non è mai stata un potere totalitario
<http://www.mascellaro.it/print/node/51000>
Un saggio di Rodney Stark fa chiarezza

di Luca Negri

Tratto da L'Occidentale
<http://www.mascellaro.it/linkest.php?linkest=http://www.loccidentale.it>
il 29 maggio 2011

Forse è vero che l'anticristianesimo, o meglio l'anticattolicesimo, è
l'antisemitismo dei colti. Colti mica tanto, però; i pregiudizi e i
luoghi comuni sulla storia della Chiesa paiono fondarsi soprattutto
sull'ignoranza settoriale dei pretesi intellettuali, sul pigro affidarsi
alla propaganda ideologicamente partigiana di certo illuminismo
settecentesco e della massoneria ottocentesca. Diversi luoghi comuni
privi di riscontro scientifico sono stati ereditati di sciatteria in
sciatteria fino a giungere alle bocche dei fanatici che scrivono sul
forum dell'Unione Atei Agnostici Razionalisti e all'anticlericalismo da
classifica di Piergiorgio Odifreddi. Ogni tanto, però, esce qualche
libro che fa un po' di chiarezza, come A gloria di Dio. Come il
cristianesimo ha prodotto le eresie, la scienza, la caccia alle streghe e
la fine della schiavitù, appena edito da Lindau. La lettura di questo
tomo di oltre cinquecento pagine dovrebbe essere imposta ai sacerdoti, i
primi che spesso ignorano la storia dell'istituzione di cui fanno parte
e non si risparmiano castronerie tenendo la predica domenicale. Ma
soprattutto sarebbe un ottimo libro di testo per molti corsi
universitari.
Infatti l'autore, Rodney Stark, è docente di Scienze sociali presso
la Baylor University del Texas. Un particolare non da poco; Stark non è
un apologeta cattolico (nemmeno è di confessione cattolica) né un
libellista che intende stupire con tesi controcorrente ed originali. E'
un sociologo, uno scienziato che lavora su fonti storiche, dati,
statistiche. Raramente offre a lettori e studenti opinioni proprie,
semmai teorie sempre motivate, ed ampie bibliografie per suffragare le
sue conclusioni (quella del libro in questione conta circa cinquanta
pagine). Così è stato per le sue opere precedenti, fra le quali
ricordiamo il fondamentale "Gli eserciti di Dio", dove dimostrava che le
crociate non furono atti di guerra imperialista dell'Europa malvagia
contro il pacifico islam ma "una reazione obbligata all'aggressività di
un'orda che si spingeva sempre più in là e che doveva essere fermata".
Le leggende metropolitane che Stark demolisce per mezzo di questo nuovo
saggio sono in sintesi le seguenti: la civiltà cattolica medioevale e
moderna ha ferocemente sterminato gli eretici, messo sul rogo centinaia
di migliaia, se non milioni, di streghe, impedito il progresso della
scienza, benedetto la politica colonialista e schiavista delle potenze
europee. Però la verità, quella che rende liberi, è un'altra. Così si
deduce volendo leggere veramente la storia, non fermandosi ai
capitoletti dei libri delle scuole medie o alle divulgazioni televisive.
Stark ci ricorda che dal VI secolo fino all'XI inoltrato Roma "non
intraprese alcuna azione nei confronti delle eresie" e fu molto
tollerante nei confronti del paganesimo ancora diffuso in gran parte
dell'Europa. Con quasi tutte le sette passò "secoli in futili tentativi
di compromesso ideologico". Infine diede dimostrazione di gran capacità
nell'assorbire le eresie, nell'"incapsulare l'impulso settario
all'interno della propria struttura istituzionale", soprattutto grazie
agli ordini religiosi. I nemici dell'ortodossia divennero pungolo
inevitabile, stimolo al cambiamento, allo scuotimento del "lassismo nel
gruppo di potere religioso" (proprio il "lassismo dei monopoli"
descritto da Adam Smith). I grandi massacri, come quelli dei catari o
degli ugonotti, ebbero motivi certamente più politici che dottrinali. La
tolleranza cattolica si interruppe al cospetto della seria minaccia
esterna rappresentata dall'islam; la mobilitazione per le imprese in
Terrasanta ridusse gli spazi di libertà ed ispirò le prime stragi di
ebrei; compiute da cavalieri improvvisati, però, e condannata,
ostacolata per quanto possibile dalle gerarchie ecclesiastiche.
Dunque nessun olocausto di eretici. Ma per quanto riguarda le
streghe? "Pochi argomenti hanno generato così tante sciocchezze e
assolute invenzioni come la caccia alle streghe", scrive Stark. "Perfino
l'attuale letteratura abbonda di cifre assurde sul numero delle streghe
condannate". Non furono milioni, ma 60. 000 circa (facendo una stima
abbondante) nel corso di ben tre secoli. Certo non sono poche, ma la
differenza degli zeri è significativa: è quella che corre fra il
controllo sociale della devianza e la tirannia totalitaria. Ma le
sorprese non finiscono qua. Siete affezionati all'immagine
dell'inquisitore medioevale che getta nel fuoco carrettate intere di
belle e conturbanti streghette? Dimenticatela. Prima di tutto, almeno un
terzo dei condannati erano uomini, stregoni insomma. Poi i tribunali
ecclesiastici, in primis la famigerata Inquisizione spagnola, risultano
dai documenti di gran lunga più garantisti e cauti di quelli sotto il
controllo del potere politico o improvvisati dal popolo (oggi diremmo
dalla "società civile"). I cattolici, comunque, assolvevano quasi
sempre, mentre i protestanti erano di gran lunga più severi (il record
della condanne spetta alla Svizzera, seguita dalla Germania, fanalino di
coda una sorprendete Spagna). A proposito di protestanti, furono loro a
scovare un nesso accusatorio fra la pratica della magia naturale e il
satanismo; ossessione invece rarissima nei paesi mediterranei.
Forse queste streghe e stregoni erano proletari che praticavano una
primitiva lotta di classe contro i potenti? Mica tanto. Spesso
appartenevano alla classe media urbanizzata. Senza dubbio ci andarono di
mezzo molti innocenti, ma non è escluso che certe accuse non fossero
completamente infondate e comprendessero altri reati come lo stupro, la
circonvenzione, l'infanticidio. La caccia alle streghe terminò comunque
con la pace di Vestfalia, nel 1648, con la fine della guerra dei
Trent'anni, e della conseguente tensione così simile a quella dell'epoca
delle Crociate che avevano messo nei guai gli eretici di qualche secolo
prima. Quante condanne vi furono in Italia? Poche, nemmeno un centinaio
in tre secoli; il diritto canonico prescriveva la pena di morte solo in
casi eccezionali.
Ma nel Medioevo, tutti credevano che la terra fosse piatta?
Figuriamoci, basterebbe andare a leggersi Tommaso d'Aquino, rileggersi
Dante, scoprire che già nel VII secolo il Venerabile Beda (il padre
della datazione "prima e dopo Cristo") scriveva di trovarsi su di una
sfera rotante e non su di un tavoliere galleggiante nello spazio. Stark
afferma il contrario di Odifreddi e dei sui fan: "non esiste nessun
conflitto intrinseco fra religione e scienza, anzi la teologia cristiana
fu essenziale per la nascita della scienza". Il Medioevo non fu
un'epoca buia d'ignoranza e superstizione, tutt'altro: vi fu un "rapido e
profondo progresso tecnologico" che ci lasciò le ruote idrauliche, i
mulini, gli orologi meccanici, le bussole (inventate anche dai cinesi,
che però non sapevano che farsene). Le principali figure scientifiche
del XVI e XVII, secolo erano poi tutti devoti cristiani e non certo
aspiranti soci dell'UAAR e l'eliocentrismo era un prodotto con sopra il
marchio delle università cattoliche, dall'insegnamento di Ockham a
quello di Copernico. Sulla vera storia del processo a Galileo si sono
sovrapposte un bel po' di esagerazioni, e le omissioni sulla profonda
fede e gli studi teologici di Newton hanno un che di vergognoso. La
scienza moderna, dunque è figlia in gran parte del tomismo e lo stesso
si può dire del concetto stesso di libertà.
"Per l'opposizione morale alla schiavitù fu essenziale la teologia
cristiana", afferma Stark. Il possedere schiavi fu considerato peccato
grave e venne proibito dalla Chiesa durante tutto il Medioevo, dai temi
di Clodoveo (VII secolo d. C.) in poi. Quella deprecabile usanza
conosciuta in tutto il mondo antico, nessuna civiltà esclusa, scomparve
in Europa solo con l'affermarsi del società feudale. Ma l'ultimo dei
marxisti può obbiettare che c'erano comunque i "servi della gleba", no?
Niente a che vedere, come riconoscono tutti gli storici del periodo,
Marc Bloch compreso. I contadini che zappavano all'ombra del castello
"godevano di libertà assolutamente sconosciute agli antichi schiavi":
avevano un'anima, erano persone e non oggetti di proprietà del padrone,
potevano gestirsi i tempi di lavoro, ed avevano diritto a giorni di
riposo santificati. Non erano paria, ma individui pienamente inseriti
nello schema di "obblighi reciproci" tipico della società feudale. Non
appena la vera schiavitù ricomparve nel XV secolo per trovare forza
lavoro diretta nel Nuovo Mondo, cominciò la secolare sfilza di bolle
pontificie che condannavano il fenomeno. L'evidenza storica del fatto
che non fossero inascoltate dal potere politico e da quello economico
dimostra solo quanto poco potere detenesse la stessa Chiesa di Roma.
Furono comunque i gesuiti a mettere in crisi il modello schiavista nel
centro e sud America, mentre altri cattolici fecero la loro parte, in
compagnia dei quaccheri, all'interno del movimento abolizionista
statunitense. Certo rimane la macchia indelebile del turpe commercio di
uomini praticato da europei battezzati, con la complicità però dei
mercanti africani delle coste che catturavano e vedevano gli uomini e le
donne del loro stesso continente. E la macchia è condivisa dal mondo
islamico, che mai smise di schiavizzare, e perfino da alcune tribù
indiane del Nord America. Vi furono europei favorevoli alla schiavitù,
ma non cercateli fra i cattolici. Li trovate nei salotti intellettuali
degli illuministi. I loro nomi? Hobbes, Voltaire, Montesquieu, Mirabeau.

--
Società Chestertoniana Italiana
Via San Pio X, 4/C
63039 San Benedetto del Tronto (AP)
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"Quando vale la pena di fare una cosa, vale la pena di farla male" (G.K.
Chesterton)