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domenica 14 giugno 2026

Gilbert Keith, Jorge Luis e l’arte di conversare con il mondo | Andrea Monda sull'Osservatore Romano.

 Bergoglio gli fece la barba, la sua donna gli disse di spararsi: otto  aneddoti per conoscere meglio Jorge Luis Borges - Linkiesta.it

di ANDREA MONDA

Non è un caso, anche perché il caso non esiste, che Jorge Luis Borges e Gilbert Keith Chesterton siano morti entrambi lo stesso giorno, il 14 giugno, ma a distanza di cinquant’anni uno dall’altro. Non è un caso perché i due scrittori hanno molte cose in comune, al di là dell’apparenza. Da una parte uno, il poeta argentino, un po’ dandy, dalla cultura enciclopedica, dalla raffinata conversazione, affascinato dalla figura di Cristo ma che sempre ha sfoggiato un malinconico scetticismo nei confronti della fede, e dall’altra il gigantesco romanziere e polemista inglese, un tomista col saio francescano, campione della fede cattolica al punto da essere definito defensor fidei da Pio XI. Niente in comune quindi, o molto poco... Ma scavando un po’ oltre l’apparenza si trova sempre qualche sorpresa.

Partiamo da Borges che nei saggi letterari e nelle sue conversazioni cita di continuo alcuni autori come veri punti di riferimento: Wilde, Poe, Kafka, Emerson e, soprattutto, Whitman, Omero e Virgilio, Dante e Cervantes ma, sopra tutti gli altri, Chesterton.

Il punto fondamentale di questa mia riflessione è biografico: io devo proprio al più giovane dei due, l’argentino, la conoscenza del più anziano inglese. Da qui la mia gratitudine immensa verso Borges.

Parliamo quindi di questo poeta che è anche sublime critico letterario e narratore. Il poeta di Buenos Aires sviluppa infatti ben presto una vena narrativa, tutta a favore del racconto breve rispetto al romanzo che non troverà mai congeniale perché «troppo artificiale» (dirà ad Alberto Arbasino in un’intervista del 1977): «I racconti invece sono sempre delle vere storie, e gli uomini hanno sempre amato raccontare e ascoltare storie: per questo amo tanto Kipling (…) e Stevenson (…). Il romanzo è sempre una costruzione, so che io non posso farla; posso fare soltanto dei racconti. E poi, dato che io non sono un lettore di romanzi, perché dovrei scriverne? Io non li leggo, all’infuori di Conrad, che mi piace molto». Questa osservazione contro l’artificiosità del romanzo è singolare in quanto lo stesso Borges sarà poi architetto di sofisticati racconti divenuti famosi per la loro complessità. Non a caso i due, Jorge Luis e Gilbert Keith si dilettarono con il genere giallo, il più “artificiale”, sofisticato e cerebrale dei generi letterari. E nei racconti di fantasia.

Come è noto nel 1938 lo scrittore ha un incidente che lo costringe per parecchio tempo all’immobilità, dopo un attacco di setticemia che ne minaccia gravemente la vita. Negli anni della malattia, lo scrittore argentino concepisce alcuni tra i suoi capolavori: la raccolta di racconti Finzioni (1944) e successivamente L’Aleph (1949) con cui Borges passa al genere fantastico, che per lui è quello principale della letteratura. Gli anni Quaranta, in cui la cecità diventa sempre più minacciosa, sono gli anni in cui il poeta argentino viene consacrato come grande autore di narrativa grazie anche alla realizzazione di una vera e propria mitologia letteraria composta da alcuni elementi simbolici che fino alla fine accompagneranno la poetica borgesiana: la biblioteca, il labirinto, il sonno e il sogno, gli scacchi, la spada, la tigre, la sabbia, lo specchio.

Nel 1955 Borges è ormai cieco quando viene nominato direttore della Biblioteca Nazionale, ciò che aveva sempre sognato di fare. Lo scrittore commenta così la nomina: «È una sublime ironia divina ad avermi dotato di ottocentomila libri e, al tempo stesso, delle tenebre». E nel 1980, nelle Conversazioni Americane, aggiungerà che «è dal 1955 che la mia vista non mi permette più di leggere, e allora non ho più letto nulla di contemporaneo. Penso di non aver mai letto un quotidiano in vita mia. Possiamo conoscere il passato, ma il presente è mistero per noi».

Borges è stato un grande sacerdote del culto dei libri spingendosi ad affermare che l’uomo è ciò che legge, non ciò che scrive. Tale affermazione rivela una vera e propria mistica della lettura che si manifesta nella credenza che fra autori e lettori s’instauri «un dialogo, una forma di relazione», «una collaborazione e quasi una complicità», in una parola, che la lettura sia un atto creativo.

Borges è uno scrittore che ama circondarsi di amici con i quali innanzitutto discute, di tutto, nasce così una vasta e variegata produzione di volumi di conversazioni dove forse Borges, uomo-biblioteca, dà il meglio di sé. Ma con gli amici Borges non solo conversa, ma anche scrive: in collaborazione con Adolfo Bioy Casares scrive nel 1942 Sei problemi per don Isidro Parodi e con Margarita Guerrero il Manuale di zoologia fantastica (1957).

Da una parte quindi il poeta e il narratore lucido e raffinato, dall’altra il saggista e il conversatore appassionato: ovviamente le due anime sono una e si alimentano reciprocamente.

Borges amava la storia (scrive diversi libri di storia, Storia universale dell’infamia, Storia dell’eternità...) ma non ama le date, ad esempio uno dei suoi libri preferiti è L’uomo eterno di Chesterton, un saggio di storia universale senza neanche una data. E riecco qui Chesterton. Proprio su questo tema, proviamo a comparare due affermazioni dei due scrittori; scrive Borges: «Non credo nelle scuole. Non credo nella cronologia. Non credo nel datare le opere. Penso che la poesia dovrebbe essere anonima (...). Che cosa sappiamo dei nomi di quegli uomini che scrissero quel sogno meraviglioso che è Le mille e una notte? Nulla, e non ce ne importa. (...) Credo che per un autore la cosa migliore sia far parte di una tradizione, far parte di una lingua, perché la lingua si evolve mentre i libri possono essere dimenticati». Concetti molto vicini a quanto afferma Chesterton in Ortodossia: «La leggenda è fatta generalmente dalla maggioranza, sana, degli abitanti di un villaggio; il libro è scritto, generalmente da quello, fra gli abitanti del villaggio, che è matto».

Un altro tema, forse quello principale, che unisce i due scrittori è il tema della meraviglia. Difficile trovare una pagina di racconto o romanzo oppure una poesia di Chesterton in cui non sia presente questa dimensione dello stupore. Qualcosa di più preciso possiamo citare di Borges il quale osserva una comune origine della poesia e della filosofia che, come ricordavano Platone e Aristotele, nasce proprio dalla meraviglia. Nel 1976 in un incontro presso l’Università dell’Indiana, Borges afferma: «... senza dubbio, la nostra esistenza è un fatto curioso. (...) il fatto di stupirsi di fronte alla vita può essere l’essenza della poesia. La poesia consiste nel sentire le cose come strane (...). L’unica differenza è che nel caso della filosofia la risposta viene data in maniera logica, mentre per la poesia si usa la metafora».

Dalla meraviglia al mistero il passo è breve. La “stoffa” di cui è fatta la realtà per Borges sembra essere il mistero che circonda ogni atto e attimo dell’esistenza umana. «Ogni poesia è misteriosa» afferma l’argentino, «nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere». Un’altra frase che spesso Borges cita in realtà è proprio di Chesterton e ci ricorda che «tutto passerà, resterà solo lo stupore e lo stupore per le cose quotidiane». È proprio lì, nelle cose quotidiane, che si annida, per entrambi i poeti, la meraviglia, perché: «Non c’è un giorno, neppure di carcere o d’ospedale, che non porti una sorpresa, che non sia, controluce, una rete di minime sorprese» (dal racconto L’attesa di Borges), oppure perché «Chi abbraccia una donna è Adamo. La donna è Eva. / Tutto accade per la prima volta» (dalla poesia La felicità). Lo stupore di Borges è primigenio, è la meraviglia legata all’origine, lo stupore per il bene, quel bene che è l’esistenza stessa. Nella poesia Il mare si chiede: «Ma chi è il mare?» e annota che «Chi lo guarda lo vede per la prima volta, sempre. / Con lo stupore / che le cose elementari lasciano, i pomeriggi / belli, la luna, il fuoco di un falò». Le cose elementari, questo è un nodo centrale nella vita e nell’opera di Borges.

Conversando con Osvaldo Ferrari Borges osserva che: «È così difficile definire le cose. Proprio le più evidenti son quelle che è impossibile definire, giacché definire è esprimere una cosa con altre parole, ma queste possono esprimere meno di quello che va definito. Ciò che è elementare, per esempio non può essere definito; come si può definire il sapore del caffè o la mestizia grata che ci coglie all’imbrunire, o il sentimento di attesa, di speranza, naturalmente illusorio, che si può provare nel destarsi? Niente di questo può essere definito. Le cose astratte sì, possono esser definite; si può dare una definizione astratta di un poligono o di un congresso. Ma dubito che si possa definire un dolore di denti».

Borges e ancora di più Chesterton esprimono spesso i sentimenti che scaturiscono dalla meraviglia, innanzitutto la gratitudine, ma anche lo spaesamento e lo smarrimento che nascono dal sentire strane le cose, dal sentirsi straniero. Questo è un sentimento che accomuna Borges e Chesterton il quale diceva, sempre citato da Borges, che: «La realtà è più strana della finzione. E Chesterton la commenta acutamente e giustamente, credo, quando dice, “...la finzione la creiamo noi, mentre la realtà è molto più strana perché la crea un altro, l’Altro, Dio”».

Nel saggio già citato L’uomo eterno, Chesterton afferma che «La più semplice verità sull’uomo è che egli è un essere veramente strano: strano quasi nel senso che che è straniero a questa terra (…) solo, fra tutti gli animali, è scosso dalla benefica follia del riso; quasi avesse afferrato qualche segreto di una più vera forma dell’universo e lo volesse celare all’universo stesso».

I due oltre che poeti e scrittori, sono straordinari critici letterari. In particolare conoscere Borges equivale a fare la conoscenza con un uomo-biblioteca, una biblioteca ambulante che, con dolcezza e humour, ti accoglie nei suoi meandri labirintici senza farti disorientare e guidandoti per mano a scoprire i mille tesori che contiene. È in quella biblioteca che ho fatto la conoscenza di Chesterton.

Borges critico letterario ma anche cinematografico. I suoi saggi di critica cinematografica sono formidabili soprattutto se si pensa che la sua fu una corsa contro il tempo, man mano che la miopia progressiva aumentava. Narratore, poeta e critico Borges fu però, innanzitutto, un grande conversatore, come Wilde, anche lui molto amato da Borges, e proprio come il suo “maestro” Chesterton. I due avevano una curiosità quasi bambina rispetto praticamente a tutto. E di tutto parlavano. Nei tre volumi curati da Osvaldo Ferrari (non gli unici dedicati alle conversazioni di Borges) si parla veramente di ogni aspetto dello scibile umano: dallo humour ai sogni, dalla poesia di Shakespeare alla mitologia nordica, al «sapore dell’epica», dal cinema westernalla memoria, dalla politica ai dialoghi, dall’amore a Socrate, dalle prefazioni a Melville, dal mare a Thoreau fino all’amato Chesterton che ritorna di continuo. Ecco ad esempio un suo ritratto, appassionato e lucidissimo: «Nella sua scrittura restano marcate tracce pittoriche. I suoi personaggi usano entrare in scena come attori e i suoi paesaggi vivacemente sbozzati s’appiccicano alla memoria. Chesterton visse nel corso degli anni intrisi di malinconia a cui si riferisce con la definizione fin de siecle. Da questo ineliminabile tedio venne salvato da Whitman e da Stevenson. Eppure qualcosa gli rimase attaccato addosso, rintracciabile nel suo gusto per l’orrido. Il più celebre dei suoi romanzi L’uomo che fu Giovedì, ha come sottotitolo Un incubo. Avrebbe potuto essere Poe o magari un Kafka; lui comunque preferì, e gli siamo grati della scelta, essere Chesterton e coraggiosamente optò per la felicità o finse di averla trovata. Dalla fede anglicana passò a quella cattolica, che, secondo lui, è basata sul buon senso. Arguì che la stranezza di tale fede si attaglia alla stranezza dell’universo, come la strana forma di una chiave si adatta perfettamente alla strana forma di una serratura. In Inghilterra il cattolicesimo di Chesterton ne ha pregiudicato la fama, poiché la gente persiste nel ridurlo a un mero propagandista cattolico. Innegabilmente lo fu, ma fu anche un uomo di genio, un gran prosatore e un grande poeta... La letteratura è una delle forme della felicità; forse nessun scrittore mi ha dato tante ore felici come Chesterton».

L’ultima affermazione posso dirla anch’io, e la dico rivolgendomi, con gratitudine, proprio a Borges.

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2026-06/quo-133/gilbert-keith-jorge-luis-e-l-arte-di-conversare-con-il-mondo.html?fbclid=IwY2xjawSaw45leHRuA2FlbQIxMQBicmlkETB0a0w4ZGY1SEF2NTlkSzRHc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHl1a2GxOxpmbCb0QAILK5nTAxKR84KiYIPMgw9DSLtx6zS3YhdD7EgXgzHEc_aem_dA9hmymH4-1YNNept_swZA

venerdì 24 settembre 2021

Aforismi in lingua originale - Autobiografia.


I
n truth, the story of what was called my Optimism was rather odd. When I had been for some time in these, the darkest depths of the contemporary pessimism, I had a strong inward impulse to revolt; to dislodge this incubus or throw off this nightmare. But as I was still thinking the thing out by myself, with little help from philosophy and no real help from religion, I invented a rudimentary and makeshift mystical theory of my own. It was substantially this; that even mere existence, reduced to its most primary limits, was extraordinary enough to be exciting. Anything was magnificent as compared with nothing. Even if the very daylight were a dream, it was a day-dream; it was not a nightmare. The mere fact that one could wave one's arms and legs about (or those dubious external objects in the landscape which were called one's arms and legs) showed that it had not the mere paralysis of a nightmare. Or if it was a nightmare, it was an enjoyable nightmare. In fact, I had wandered to a position not very far from the phrase of my Puritan grandfather, when he said that he would thank God for his creation if he were a lost soul. I hung on to the remains of religion by one thin thread of thanks. I thanked whatever gods might be, not like Swinburne, because no life lived for ever, but because any life lived at all; not, like Henley for my unconquerable soul (for I have never been so optimistic about my own soul as all that) but for my own soul and my own body, even if they could be conquered. This way of looking at things, with a sort of mystical minimum of gratitude, was of course, to some extent assisted by those few of the fashionable writers who were not pessimists; especially by Walt Whitman, by Browning and by Stevenson; Browning's "God must be glad one loves his world so much", or Stevenson's "belief in the ultimate decency of things". But I do not think it is too much to say that I took it in a way of my own; even if it was a way I could not see clearly or make very clear. What I meant, whether or no I managed to say it, was this; that no man knows how much he is an optimist, even when he calls himself a pessimist, because he has not really measured the depths of his debt to whatever created him and enabled him to call himself anything. At the back of our brains, so to speak, there was a forgotten blaze or burst of astonishment at our own existence. The object of the artistic and spiritual life was to dig for this submerged sunrise of wonder; so that a man sitting in a chair might suddenly understand that he was actually alive, and be happy.


Gilbert Keith Chesterton, Autobiography.

mercoledì 29 maggio 2019

Antefatto di una conversione - di Paolo Pegoraro

«Tutta la mia giovinezza è stata pervasa, come da un'aurora, dall'ardore fiducioso di Walt Whitman. (...) Mi emozionavo nell'udire il racconto di qualcuno che riferiva di averlo incontrato per strada; era quasi come se Cristo fosse redivivo». A ricordarlo è il cinquantacinquenne Gilbert K. Chesterton in uno dei saggi che aprono The Thing: Why I am a Catholic. L'incontro con il padre della poesia americana ha tutto il sapore di una conversione, un'autentica svolta che rivoluzionò gli anni della sua giovinezza e ne indirizzò la vita su altri cammini. «Senti, m'informò l'anima, / Scriviamo per il corpo (siamo infatti una cosa)»... l'incipit di Foglie d'erba dovette piombare come una folgore sul dinoccolato diciottenne inglese, smarrito nelle torpide brume dello spiritualismo vittoriano.

È l'estate del 1892, e Chesterton si trova in vacanza a West Kensington, nella camera del suo compagno di studi Lucian Oldershaw, che stringe tra le mani l'edizione ridotta di Leaves of Grass, curata da Ernest Rhys per la popolare collana Canterbury Poets. Cupo e silenzioso, prigioniero di un'introversione immaginativa chiusa a doppia mandata dagli autori decadenti in voga alla Slade School of Fine Arts, il giovane Chesterton aveva fatto preoccupare i propri amici.

Il resto qui sotto:

http://www.osservatoreromano.va/it/news/antefatto-di-una-conversione?fbclid=IwAR3QdeyTrpFjZYHprWA2bNqQ3nuzRJpvizYYG6utkF3rAaDQHD6MM767kGs