ho il piacere di presentarvi la traduzione dell'ultimo articolo prodotto da Chesterton per l'Illustrated London News, la testata a cui aveva collaborato sin dal settembre 1905 ininterrottamente sino a questo numero uscito il 20 giugno 1936, cioè sei giorni dopo la morte di Chesterton.
La direzione pensò di ripubblicare anche il primissimo articolo del 1905 a fianco dell'articolo di cui segue la traduzione, mi auguro accettabile.
Del giornale abbiamo parlato diverse volte in questo blog, ed è una delle fonti più citate degli aforismi che proponiamo pressoché ininterrottamente da venti anni.
L'articolo fu pubblicato nella solita maniera, preceduto sotto alla caratteristica immagine che presentava la rubrica di Chesterton, dal seguente titolo in maiuscolo:
By G. K. CHESTERTON-HIS LAST "NOTEBOOK" FOR "THE ILLUSTRATED LONDON NEWS."
Mi limito a ripetere ciò che sostengo da sempre, e cioè che questa rubrica ha dato modo a Chesterton di produrre forse le sue cose più belle; forse il vezzo tipicamente inglese di dover evitare di toccare temi religiosi (vincolo che gli aveva dato la direzione) lo obbligò ad essere ancora più bravo e sottile nel reperire il Mistero buono di Colui che fa tutte le cose ovunque si trovasse, un po' come successe per la sua collaborazione alla BBC. In ogni caso le numerose raccolte di articoli che costituiscono una fetta non trascurabile della sua produzione bibliografica traevano il loro contenuto in molti casi da questi articoli.
Ho raccontato in giro, tra conferenze ed inutili prefazioni, l'ansia di cui erano intessuti questi articoli, che dovevano partire entro una certa ora di un certo giorno della settimana: la semplice scadenza gli creava un patema ancor maggiore dell'idea di scrivere di un articolo. Questo obbligava spesso la povera segretaria di turno (massimamente Dorothy Collins) a partire di corsa in bicicletta per consegnare al macchinista dell'ultimo treno in partenza da Beaconsfield per la stazione di Paddington a Londra l'involto di carta con l'articolo, solitamente scritto a macchina dalla segretaria, che Chesterton aveva prodotto alla stregua di una partoriente, non senza aver ripetuto più volte agli astanti (moglie, segretaria, personale domestico...) frasi del tipo "ma per una volta faranno a meno di questo articolo", o che i lettori non si sarebbero persi nulla di importante non leggendolo...
Quella che vi presento oggi è l'ultima fatica per il popolo e per il mondo, il suo caro mondo da cui aveva scelto di estrarre con i suoi articoli "la struttura sacramentale", come diceva padre Ian Boyd, cioè tutto ciò che del mondo riporta al Mistero di Dio che lo ha fatto, quel mondo che aveva deciso fosse cosa buona, cosa che lo spinse a dirlo a tutti facendo il mestiere del giornalista così come qualcuno decide di ascoltare la chiamata al sacerdozio.
Sei giorni dopo la sua morte Chesterton parla ancora, con la stessa voce divertita e cristallina di quando era un bambino, e questo continua ancora oggi. Noi gli offriamo questo modesto ma onesto pulpito.
Marco Sermarini
***
La vera obiezione contro il mondo capovolto, o un mondo in cui tutto sta a testa in giù, è che un uomo vi non può stare a testa in giù. Nel regno dell’anarchia, l’anarchico svanisce in modo più totale rispetto ai governanti o ai saggi razionali; e non c’è nulla di sfacciato, nulla di irriverente, nella semplice inversione dell’inversione. Ecco perché è sempre difficile far risaltare qualcosa da una descrizione di pura e sconcertante irragionevolezza; e persino gli effetti grotteschi della deformità si perdono in una totale perdita di forma.
Una stravaganza può essere una forma d'arte molto raffinata: ma corre il rischio particolare di diventare noiosa. Le sue proporzioni devono essere gestite con ancora più abilità e lungimiranza rispetto al tipo più formale di bellezza classica.
Far emergere il pazzo dal manicomio è un trionfo ben più raro per un romanziere che limitarsi a lasciare il pazzo nel manicomio; o risolvere la questione, come troppo spesso si fa oggi, rinchiudendo anche il romanziere nello stesso manicomio a vita.
È tanto più memorabile quando ci imbattiamo in una tale montagna di mostruosità che spicca persino in un mondo mostruoso. Ho appena letto quello che si può giustamente definire un libro di pazzi: e quasi tutti i suoi racconti e le sue immagini sono folli. Eppure in esso c'è solo un momento selvaggio di perfetta follia che mi fa dimenticare tutto il resto.
Il libro non è un romanzo, ma una testimonianza molto realistica, attendibile e ben scritta su alcuni dei fanatici più famosi che, a intervalli regolari nel corso degli ultimi due o tre secoli, hanno rivendicato in questo Paese onori più o meno divini. Si intitola “English Messiahs: Studies of Six English Religious Pretenders, 1656 - 1927” (Messia inglesi: studi su sei sedicenti religiosi inglesi, 1656-1927), scritto da Ronald Matthews e pubblicato da Methuen and Co. I fatti raccolti dal signor Matthews sono molto illuminanti e istruttivi, e la sua visione storica generale e il suo commento sono molto equi. L'impressione generale che ne ricavo, almeno per quanto mi riguarda, è che questi strani scoppi di egoismo spirituale, in persone come James Nayler (1) o Joanna Southcott (2), avessero un elemento che era una fonte continua di debolezza e un altro che era in un certo senso una vera fonte di forza. Il primo era che in questo tipo di religione interamente individualistica, non istruita e non guidata, c'era un gioco perpetuo di emozioni sessuali, tanto più pericoloso e fonte di distrazione in quanto mascherato sotto altri nomi. Il secondo era che il risveglio religioso aveva generalmente un legame reale con autentici malcontenti sociali, i cui istinti erano in gran parte generosi e giusti, ma che erano tanto più facilmente ignorati in quanto identificati con teologie folli ed effimere.
Sembra chiaro che Nayler il quacchero non fosse in origine, in senso negativo, un «falsario religioso»: e che non sarebbe mai stato nemmeno un Messia inglese se non fosse stato spinto da una donna sfrenata e ignorante, che lo circondò di pubblicità profana, culminata in una parodia pantomimica della Domenica delle Palme.
Egli stesso era per natura, immagino, un idealista intellettuale e sensibile. È superfluo aggiungere che, come molti altri idealisti intellettuali, era uno sciocco: e praticamente permise alla donna di renderlo ridicolo in ogni modo. Un simile tipo di romanticismo soffocato sembra covare sotto la cenere in tutta la storia di Joanna Southcott, che fornì l'indizio tardivo della propria turbolenta carriera annunciando, al sessantacinquesimo anno di vita, che stava per diventare madre di un essere che sembrava essere identico allo Spirito Santo.
Eppure, è proprio in questo punto della narrazione, che sembra essere diventata troppo stravagante per qualsiasi paragone in termini di stravaganza, che emerge la stravaganza suprema che mi sconvolge come un terremoto di risate. A quel punto immaginavo di aver letto così tante folli esternazioni di pazzi da non riuscire più a reagire a nessun oltraggio alla ragione, né tantomeno a distinguere tra follia e sanità mentale. Eppure fu proprio allora che il grande scherzo si ergeva come un gigante sul mio cammino. Posso solo riportarlo con la solennità che uno scherzo del genere merita:
«L’Onnipotente Shiloh, terzo rappresentante della Divinità», doveva essere anche «il giovane tutore del Principe Reggente (3), nei cui palazzi il fanciullo trascorrerà i suoi primi sei anni, e dal quale il Principe riceverà per primo le lezioni di riforma e temperanza».
Non so come delle semplici parole possano rendere l'idea di una cosa del genere. Mi sono spesso chiesto a cosa servisse davvero il Padiglione di Brighton (4). Posso solo supporre che fosse una sorta di approssimazione azzardata dello scenario e dell'ambientazione adatti a uno scherzo del genere.
Povero vecchio Principe Reggente! Aveva ammirato molte donne; non sempre con saggezza, ma nemmeno sempre con imprudenza.
Era stato uno dei primi, ad esempio, ad ammirare Jane Austen.
Era infatti un uomo dotato di arguzia generosa e genuina, di gusto e di amore per le lettere, e persino per la cultura. Aveva ammirato anche Perdita. Aveva ammirato la signora Fitzherbert (5), e lo aveva fatto con una nobile ammirazione degna di una donna così sana e ammirevole. D'altra parte, aveva palesemente fallito nell'ammirare Carolina d'Ansbach (6); e non credo che avrebbe ammirato con tutto il cuore Joanna Southcott; anche se penso che, tra le due, avrebbe preferito lei. Aveva il limite o lo svantaggio di detestare la volgarità: ma la maggior parte degli uomini che detestano la volgarità la preferiscono quando è cordiale, umana e popolare, e la odiano di più quando è orgogliosa, pretenziosa e plutocratica.
Ma l'immagine di quel povero vecchio epicureo, dandy, ubriacone e gentiluomo per eccellenza, che barcolla lungo il suo ultimo, oscuro cammino verso il suo cupo e grottesco Padiglione; e lì riceve improvvisamente le sue prime lezioni di riforma e temperanza da un bambino che sembra non aver ancora compiuto sei anni... davvero non sembra esserci nulla di adeguato che si possa dire al riguardo.
Inutile dire che non c'è mai stato nulla di così falso, appariscente o fuorviante come l'abile tentativo di Thackeray di trasformare la tragedia di Giorgio IV in una farsa.
Nulla potrebbe essere meno vero dell'idea che il dandy fosse solo un manichino: che sotto la Star and Garter (7), il colletto di pelliccia e il bel cappotto non ci fosse altro che gilet, sottogilet e un grande vuoto.
George era ormai alla fine della sua vita; all’apparenza, un vecchio aristocratico tory gonfio, rabbiosamente reazionario e autocraticamente autoindulgente, così ben abbottonato e mascherato da ingannare l’intera generazione emergente dei liberali facendoglielo sembrare superficiale… come Thackeray. Ma il suo segreto era che sotto quella Star and Garter e quel cappotto con il collo di pelliccia si nascondeva qualcosa di molto più oscuro e sconcertante dei gilet. Sotto quel cappotto c'erano uomini morti: un amante morto, un liberale morto, un amico morto degli amanti della libertà, un amico morto dell'Irlanda; e quello che avrebbe potuto essere un grande re d'Inghilterra. Se la sua giovinezza e il suo onore non fossero stati spezzati da un atto di bigottismo piuttosto brutale, in occasione del suo primo matrimonio, avrebbe potuto davvero guidare la gioventù del suo tempo e il ritorno a molte cose umane e storiche: rinascite, riconciliazioni e riforme. Avrebbe potuto entrare in contatto con la vera politica popolare; e forse avrebbe avuto qualcosa da dire in sintonia persino con la religione popolare. Perché in quel momento in Inghilterra erano in moto forze molto più profonde del semplice ritocco dei politici; e questo, come ho detto, è illustrato molto vividamente nell'interessante libro del signor Matthew. Echi della grande voce di Cobbett si possono talvolta udire nei discorsi impetuosi del signor John Tom, che si definiva il «Salvatore» dei contadini.
Gilbert Keith Chesterton, Illustrated London News, 20 giugno 1936.
(traduzione di Marco Sermarini ©)
Note:
(1) Fu un riformatore inglese (1617 - 1660). Servì nell'esercito parlamentare sotto Th. Fairfax e J. Lambert; entrò tra i quaccheri ove si procurò molti discepoli, che lo onoravano come un nuovo Cristo; arrestato sotto accusa di blasfemia fu condannato dal parlamento ad avere la lingua trafitta da un ferro rovente e la fronte marcata.
(2) Visionaria (1750 - 1814); inizialmente metodista, predicò poi presentandosi come profetessa e descrivendosi come colei che avrebbe dato al mondo un nuovo Cristo. Scrisse libri di visioni e profezie ed ebbe seguaci. Chesterton la chiama in causa anche in Ortodossia.
(3) Qui si allude a Giorgio IV (1762 - 1830), che detenne il titolo di Principe reggente durante la malattia mentale di suo padre, Giorgio III.
(4) Il Royal Pavilion (noto anche come Padiglione di Brighton) è una costruzione che assomma diversi stili di gusto orientale, voluta da Giorgio IV. Chesterton lo richiama anche in Ortodossia.
(5) Maria Anne Smythe (1756 - 1837) fu moglie morganatica di Re Giorgio IV. Il matrimonio fu in seguito annullato perché avvenuto senza il consenso di Re Giorgio III.
(6) Carolina d'Ansbach (1683 - 1737) fu regina consorte del Regno Unito perché moglie di Giorgio II; fu donna molto influente.
(7) La Star and Garter è l'emblema di un antico ordine cavalleresco inglese, secondo solo alla Victoria Cross e alla George Cross. Fu istituito tra gli altri da re Edoardo III e dal Principe Nero.
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