G. K. Chesterton - Il blog dell'Uomo Vivo
Società Chestertoniana Italiana
lunedì 2 novembre 2026
domenica 1 novembre 2026
Un aforisma al giorno - "... Qui termina la mia vita precedente. Prendila. Mi ha portato fino a te".
Ci sono quattro ragioni per cui G. K. Chesterton ringrazia sempre, prima ancora di sentirsi grato per la sua stessa vita: prima di tutto il suo Creatore, per averlo creato dalla stessa terra e averlo messo nello stesso mondo in cui si trova una donna come te. La seconda ragione è che, malgrado tutti i suoi difetti, non si è perduto dietro a strane donne. La terza, che ha provato ad amare ogni cosa viva: un’oscura preparazione per amare te. E la quarta… non ci sono parole per esprimerla. Qui termina la mia vita precedente. Prendila. Mi ha portato fino a te.
Gilbert Keith Chesterton, lettera dell'estate 1898 a Frances Blogg.
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Un aforisma al giorno
sabato 31 ottobre 2026
Un aforisma al giorno - Chesterton e Belloc si incontrano per la prima volta a Soho... "... una corrente di simpatia tutta speciale..."
I miei amici erano appena tornati da Oxford, Bentley da Merton e Oldershaw da «the House», dove si erano distinti in un gruppo di giovani liberali in rotta con il dilagante imperialismo. Era un gruppo composto da giovani destinati a diventare più o meno famosi: John Simon, ora uomo di stato e avvocato affermato e Francis Hart, il celebre economista. Subito dopo esserci rivisti a Londra, avevo un appuntamento con Lucian Oldershaw in un piccolo ristorante di Soho. Allora, i locali di Soho non erano ancora alla moda e quei modesti ritrovi alla francese erano apprezzati solo da pochi gourmet, che li giudicavano tra i pochi luoghi dove il cibo avesse un vero significato. (...) Ci andai un giorno per incontrare il mio amico, che entrò con un uomo corpulento, che si calcava sugli occhi una di quelle pagliette rigide, allora alla moda, quasi a far risaltare meglio il suo lungo mento sporgente. Aveva uno strano modo di indossare la giacca, tenendo le spalle sollevate al punto da farla sembrare un cappotto, il che mi ricordò i quadri di Napoleone e, chissà perché, Napoleone a cavallo. Lo sguardo irrequieto aveva quella singolare distante intensità che si scorge, talvolta, negli occhi dei marinai e c’era, nella sua andatura, qualcosa del rollio marinaro. Molto tempo dopo, le parole si fusero in alcuni versi che mostravano la sua consapevolezza di questi accostamenti e il connubio di razze del suo sangue:
Iddio certamente dirà:
san Michele, chi è costui,
con l’Irlanda negli occhi dubbiosi,
il Perigord tra le mani,
sulle braccia le cinghie delle staffe,
l’andatura persa del marinaio,
i canti di Borgogna sulle labbra
e i Pirenei nel cuore?
Si lasciò cadere su una panca e cominciò a parlare fitto fitto di una qualche questione: credo si trattasse di sapere se re Giovanni fosse stato il miglior re d’Inghilterra. No di certo, concluse, e poi, visti i criteri della signorina Markham e della sua Storia d’Inghilterra, stabilì che il Plantageneto se la cavava a buon mercato. Giovanni era stato un reggente e nessun reggente del Medioevo era stato un granché. Continuò a parlare e, con mio sommo piacere e diletto, da allora non la smise più. Era Hilaire Belloc, già celebre a Oxford come oratore, dove si contendeva gli allori con un altro talentuoso conversatore, il signor F.E. Smith. Belloc incarnava il radicalismo e Smith sosteneva i Tories: ma il conflitto che esisteva tra di loro era più profondo e sarebbe continuato, anche se si fossero invertiti i ruoli. I due personaggi e le loro carriere sarebbero un bell’esempio per uno studio sul significato del successo e del fallimento. Mentre proseguiva nel suo chiacchiericcio, Belloc ogni tanto apriva provocatorie parentesi sul problema religioso. Disse che un famoso avvocato della California stava per venire in Inghilterra a trovare la famiglia, e aveva acceso un grosso cero a san Cristoforo pregando per riuscire nel suo viaggio. Belloc intendeva accendere un cero ancora più grosso perché il visitatore non vi si cimentasse. «Ci si chiede a cosa può servire,» ruggì, «a cosa serva non so, so solo che è una cosa che va fatta… dicono che non serve a niente, ed ecco il dogma bell’e pronto». Queste sue scaramucce mi divertivano assai e già provavo una segreta corrente di simpatia tutta speciale, che altri, che pur si divertivano, non provavano affatto. Quando, quella sera e molte altre sere, giungemmo a parlare della guerra, scoprii che quell’inconscia simpatia aveva una base reale. Ho già detto altrove che sono un anti-vivisezionista e un anti-anti-vivisezionista. Lo stesso mistero univa le nostre menti: eravamo filo-boeri che non sopportavano i filo-boeri. Forse era più corretto dire che erano gli antimilitaristi che non sopportavamo, privi di immaginazione, anacronistici e troppo pedanti per definirsi filo-boeri. Ma non sarebbe più esatto dire che erano loro che non sopportavano noi? Quello fu comunque il primo anello della nostra alleanza. La sua immaginazione guerresca se ne volava via lontano, spaziando dalle legioni romane agli ultimi particolari dei cannoni di Gravelotte, e la mia fantasia si arroccava dietro i limiti angusti di un’utopia parrocchiale concentrata su un’impossibile battaglia a Notting Hill: ma la morale della favola era la stessa e anche i fatti nudi e crudi. Quando la mia fantasia cockney fu terminata, è a lui che la dedicai. Da quel localino equivoco di Soho, come da un covo di streghe, ecco materializzarsi il mostro biforme a quattro zampe che il signor Shaw ha soprannominato Chesterbelloc.
Gilbert Keith Chesterton, Autobiografia.
venerdì 30 ottobre 2026
Un aforisma al giorno - Io ero enfaticamente filo-boero.
Mi tacciarono di essere filo-boero, ma, a differenza di tanti altri che lo erano davvero, io di quell’epiteto ero molto fiero. Esprimeva con esattezza il mio pensiero, meglio di tanti sinonimi idealizzanti. Alcuni intellettuali rifiutavano il termine sdegnosamente e sostenevano di non essere affatto filo-boeri, ma soltanto amanti della pace o pacifisti. Io ero enfaticamente filo-boero e con la stessa enfasi non ero pacifista. Ero convinto che i boeriavessero ragione a combattere e che non tutti quelli che lottano hanno torto. Pensavo che i loro agricoltori avessero tutti i diritti di usare il cavallo e il fucile per difendere la loro piccola colonia agricola, visto che erano stati invasi da un impero cosmopolita, assoldato da finanzieri altrettanto cosmopoliti. Con la stessa autorevolezza del signor Discobolus nelle Nonsense Rhymes di Lear, allora io la pensavo così e la penso così ancora adesso. Questa sorta di simpatia militante, tuttavia, separava quelli che la pensavano come me dai colleghi che erano semplicemente antimilitaristi. La conseguenza non fu priva di peso per me personalmente: il fatto è che appartenevo alla minoranza di una minoranza. Coloro che simpatizzavano con gli inglesi, disapprovavano che parteggiassimo per i boeri e quelli che prendevano le parti dei boeri, pensavano con disappunto che li difendessimo per le ragioni sbagliate. Chi offendessimo o scandalizzassimo di più, se i jingo o i pacifisti, io non lo so. Era una situazione talmente sconcertante che mi fu del tutto naturale sentirmi attratto da un’amicizia che, da allora, ebbe un ruolo fondamentale nella mia vita, pubblica e privata.Gilbert Keith Chesterton, Autobiografia.
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Un aforisma al giorno
giovedì 29 ottobre 2026
Un aforisma al giorno - Le prime occhiate sono le migliori.
Se chiunque di noi riporta la mente alla propria infanzia, ricorderà che il senso del sovrannaturale era ancorato il più delle volte a qualche oggetto del tutto banale e concreto, a un particolare pianerottolo delle scale, a un determinato albero nel parco, a un modo di tagliare il cartoncino o ai capelli di una bambola giapponese. Il bambino non ha bisogno del nonsense: per lui l’intero universo è privo di senso, nel significato più nobile di quella già nobile espressione. Un albero è qualcosa di sproporzionato e bizzarro, un asino è emozionante quanto un drago. Tutti gli oggetti vengono visti attraverso una enorme lente di ingrandimento: la margherita nel prato è ampia come un albero delle Esperidi, e i ciottoli disseminati in una pozzanghera fungeranno da Isole dei Beati. Un bambino è inferiore a noi sotto molti punti di vista: non ha il senso dell’esperienza, della padronanza di sé; soprattutto non ha alcuna conoscenza dell’emozione profonda, o di quei grandi dolori che rendono la vita degna di essere vissuta. Possiede però un peculiare grado di superiorità. Noi scopriamo costantemente nuovi mondi estetici, e l’ultima scoperta che abbiamo compiuto è questo universo del nonsense. Ma il bambino ha apprezzato questo mondo alla prima occhiata, e le prime occhiate sono le migliori.Gilbert Keith Chesterton, La biblioteca della nursery, in Lettura e follia.
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Un aforisma al giorno
mercoledì 28 ottobre 2026
Un aforisma al giorno - Il valore del nonsense.
La grande letteratura del nonsense ha un enorme valore, ma si può almeno ragionevolmente asserire che è valido principalmente per gli adulti. Il nonsense è un concetto di una sottigliezza “meredithiana”. Non sono i bambini a dover leggere le parole di Lewis Carroll: fanno molto meglio a passare il tempo a preparare torte di fango; al contrario, saggi e filosofi brizzolati dovrebbero stare seduti tutta la notte a leggere Alice nel paese delle Meraviglie per studiare quel problema molto oscuro della metafisica, la terra di confine tra ragione e irrazionalità, e la natura della più imprevedibile delle forze spirituali, l’umorismo, che danza in eterno tra quei due poli. Il fatto che noi traiamo piacere in certe storie lunghe ed elaborate, in certe forme complicate e curiose di dizione, che non hanno alcun significato comprensibile, non è un argomento con cui far giocare i bambini, è “un argomento con cui far impazzire gli psicologi. Siamo noi persone mature, con il nostro gusto per ciò che esula dalle regole, ad aver inventato il nonsense. Ci siamo concessi il piacere di Ciciarampa e dello Yonghy-Bonghy-Bo, così come ci siamo immersi nello spiritualismo e nelle fiabe celtiche, perché avevamo una perenne impazienza verso la nostra stessa monotona terra. Ma il bambino si trova in una posizione nettamente superiore. Per lui la terra non è monotona, per lui non vi è necessità di libri. Quell’elemento del selvatico e del poetico che ci viene suscitato dal Dong con il naso luminoso, in lui è suscitato da un normale parente. Per il bambino non è necessario risvegliare il senso di straniamento e umorismo dotando un uomo di un naso luminoso. Per il bambino (prototipo del vero filosofo, che non è ancora nato) è già sufficientemente strano e divertente avere un naso.
Gilbert Keith Chesterton, La biblioteca della nursery, in Lettura e follia.
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Un aforisma al giorno
martedì 27 ottobre 2026
Un aforisma al giorno - Il G. K.'s Weekly, uno slancio di libertà.
Questo giornale esiste per difendere i diritti dell’uomo; per difendere diritti che rivestono un’importanza politica ben maggiore rispetto al principio “un uomo, un voto”. Sono favorevole al principio “un uomo, una casa”, “un uomo, un campo”; anzi, ho persino avanzato il paradosso “un uomo, una moglie”. Ma sono quasi tentato di aggiungere l’idea ancora più ideale di «un uomo, una rivista»… per dire che ogni cittadino dovrebbe avere un settimanale di questo tipo in cui sfogarsi… una sorta di album di ritagli che lo tenga tranquillo.
Gilbert Keith Chesterton, G.K.’s Weekly, 4 aprile 1925, citato in Maisie Ward, Gilbert Keith Chesterton.
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