mercoledì 23 settembre 2026

Chesterton, Gertrude, la morte e il dolore, ed idee degne "di un romanzo poliziesco". "Ho giurato di essere spudoratamente sciocco",

Gilbert e Frances
all'epoca dei fatti narrati


Chesterton non ignorò la sofferenza: il suo fu un matrimonio felice, ma la coppia non ebbe figli. Perse una sorellina da molto piccolo, e il padre Edward ne portò in silenzio il dolore per il resto della sua vita. Sua moglie Frances ebbe varie traversie, tra cui il suicidio del fratello Knollys e la morte in un incidente della sorella Gertrude.

Quest'ultima vicenda colpì molto Chesterton e lo indusse anche ad anticipare il matrimonio con Frances ossia a mettere in campo tutte le sue forze per trovare i mezzi per farlo (cosa non da poco per uno come lui, dallo spirito piuttosto svagato...), e lo influenzò a proposito della sua concezione della vita, del dolore, di Dio. Erano anni in cui Gilbert si stava pian piano riavvicinando al cristianesimo grazie a Frances, che era all'epoca una devota anglicana.

Questa vicenda è tratteggiata in alcune delle poche lettere superstiti tra lui e la sua futura moglie (Frances chiese a Dorothy Collins, l'ultima segretaria di Gilbert, di distruggere al momento della propria morte tutte le lettere che si scambiarono i due sposi), che troviamo tra l'altro nella biografia redatta da Michael Ffinch, oltre che in quella importantissima di Maisie Ward.

Ha un valore significativo, come dicevo sopra, perché è l'occasione per riflessioni che condivido e che ritengo utili anche per ciascuno di noi. La concezione del dolore e della sofferenza che Gilbert matura, pur non ancora nella pienezza dell'adesione al cristianesimo, mostra un'idea profondamente e originariamente cristiana, molto lontana dal materialismo triste e da ciò che lui definisce "sontuosa fandonia dei sentimenti mortuari". Il venticinquenne Gilbert, forse ancora arrancante in quanto a cristianesimo, demolisce tutta la rassegnazione dinanzi al dolore e alla morte, che è sentimento non cristiano e soprattutto lentamente distruttivo, a colpi di fiori arancioni e scarlatti e idee degne di un Padre della Chiesa acuto e geniale. Grazie, grazie, Gilbert.

Marco Sermarini

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(...) Nella prima settimana di luglio (1899, ndr), ogni cosa a un tratto cambiò, tragicamente: Gertrude, tornata a casa dal Sussex per una breve vacanza, venne investita da un omnibus men­tre andava in bicicletta. Ferita mortalmente, spirò dopo po­chi giorni. Frances, che era sempre stata legata più a lei che a Ethel, cadde in una profonda depressione. Al funerale, tra la massa di fiori bianchi che ricoprivano la bara, spiccava una corona di corolle arancioni e scarlatte scelte da Gilbert, con l’iscrizione: «Colui che fa dei suoi angeli degli spiriti e dei suoi ministri una fiamma ardente». 
Chesterton non sapeva che fare. Le sue lettere continua­rono virtualmente sullo stesso tono: proseguire come prima gli sembrò la cosa migliore. 
Pochi giorni dopo la morte della sorella, Frances ricevette una lettera. Cominciava così: 

Al momento sono nero ma di aspetto gradevole: è il ciclostile che mi ha annerito. Non temere: mi laverò. Ma ritengo mio dovere fornirti un resoconto accurato del mio aspetto fisico ogni volta che ti scrivo: e sarò felice di qualunque tuo consiglio o suggerimento.

Cosciente che la sua «peregrina frivolezza» avrebbe po­tuto sembrare poco appropriata, Gilbert cercava di spiegare: 

Io, prima di tutto, ho giurato - non esito a dirlo - per la spada di Dio che ci ha colpito e davanti al bel volto della morta, che la prima frase scherzosa mi fosse venuta in mente l’avrei det­ta, la prima poesia assurda avessi pensato l’avrei scritta; ho giu­rato che, tra gli altri doveri, pur con il cuore pesante, avrei as­solto quello di essere spudoratamente sciocco, stravagante, per­fino spudoratamente triviale e, per quanto possibile, divertente. Ho giurato che Gertrude non avrebbe mai dovuto sentire, do­vunque fosse, che lo spirito allegro della commedia aveva lasciato il nostro teatro. Questo, me ne rendo conto, sarà frainteso. Ma da lungo tempo so che, qualunque cosa facciamo, saremo frain­tesi; non è colpa degli altri, poiché, noi lo sappiamo, le nostre migliori motivazioni non sono spiegabili né difendibili. E prefe­rirei ferire coloro che possono gridare anziché colei che tace.

L’11 luglio le scriveva:

Ho fatto una scoperta o, dovrei dire, ho avuto una visione. L’ho avuta tra due tazze di caffè nero in un ristorante francese di Soho; ma non saprei spiegarla, neppure se cercassi di farlo. Comunque, il senso era che tutte le cose buone formano un tutt’uno. Non esiste alcun conflitto tra la lapide di Gertrude e il ritornello di un’opera buffa eseguito da Mildred Wain. Ma esiste un’insanabile conflitto tra la lapide di Gertrude e l’oscena pomposità della prèfica; ed esiste un’insanabile conflitto tra la melodia dell’opera buffa e qualunque testo meschino o volgare a cui venga adattata. Queste cose, che l’uomo ha unito, Dio sicuramente le separerà. Questo è ciò che sento... adesso, a ogni ora del giorno. Tutte le cose buone sono una cosa sola. Tramonti, scuole di filosofia, bambini, costellazioni, cattedrali, opere d’arte, montagne, cavalli, poesie; sono solo travestimenti. Un’entità soltanto si muove sempre tra noi, celandosi sotto il manto grigio della chiesa o nel verde dei prati. Lui c’è sempre, dietro a ogni cosa, soltanto lui può indossare quei travestimenti in modo tan­to splendido. E questo è ciò che gli Ebrei dell’antichità, soli tra gli altri popoli, hanno percepito; per questo il loro rozzo dio tri­bale è stato innalzato sopra le rovine di tutte le civiltà politeiste. Poiché i Greci, i Vichinghi e i Romani videro solo i conflitti del­ la natura e trasformarono il sole in un dio, e così pure il mare, e così pure il vento. Non furono attraversati, come qualche rude israelita, una notte, nella solitudine del deserto, dall’improv­visa, abbagliante idea che tutto il mondo era la manifestazione di un solo Dio: un’idea degna di un romanzo poliziesco.

Frances cercò di accettare il dolore nello spirito del Vangelo. A Gilbert aveva detto che, avendo Dio permesso la morte di Gertrude, essi avrebbero dovuto esclamare, come i disce­poli sul monte della Trasfigurazione: «È bello per noi essere qui». Chesterton le scrisse in risposta: 

Un pensiero che, da laico quale sono, ho sempre avuto è che quell’osservazione di Pietro davanti alla visione di un’ora avrebbe dovuto essere fatta propria da ciascuno di noi, nella contempla­zione di ogni mutamento della lunga visione che chiamiamo vi­ta. «È bello per noi essere qui», una frase che si ripete eterna­mente. E se, dopo molte gioie e feste e frivolezze, il nostro de­stino è di assistere uno di noi che, nel senso più terribile della parola, «si trasfigura davanti ai nostri occhi» - brillando cioè nel biancore della morte - almeno non potremo - credo - immaginare facilmente di non voler essere al suo posto. Non io, di certo. È stato bene per me essere là.

La morte di Gertrude valse a rafforzare la fede di Gilbert. Fu qualcosa di «prezioso», disse a Frances poche settimane dopo; tuttavia, a settembre, si chiedeva ancora: 

Non so in base a quale principio sia governato l’universo; so solo, o sento, che è un principio buono o comunque spirituale. Non so che cosa sia stata la morte di Gertrude; so che è stata bella, perché l’ho vista. Noi non sentiamo così adesso; perché? Perché adesso non vediamo Gertrude. Ciò che ora vediamo è la sua assenza: ma la sua morte non è la sua assenza, bensì la sua presenza altrove. Sapevamo che era bello, poi l’abbiamo visto e non ci è sembrato più tale. Non temere, adorata, per le lente, inevitabili leggi della natura umana; noi torneremo sul monte della Visione; potremo usare quelle parole negli accenti di Whitman. «Disincarnata, trionfante, morta».

(...) In tutte le lettere alla fidanzata, Gilbert cercò di sollevarne il morale, rifiutando di cedere alla «sontuosa fandonia dei sentimenti mortuari». Sulla parola reverenza si era detta «una carrettata di assurdità». Per quanto lo riguardava, «se a qualcuno ne verrà in mente una veramente buona sull’aspetto della mia bara, per tutti i fulmini dovrà dirla all’istante. Se non lo farà, alzerò il coperchio con un calcio e ci penserò io».

Michael Ffinch, Gilbert Keith Chesterton 

(le lettere citate sono tratte da Maisie Ward, Gilbert Keith Chesterton).

martedì 22 settembre 2026

Un aforisma al giorno - Amare le fatiche più dei frutti.

Un uomo deve amare profondamente una cosa se la pratica senza alcuna speranza di fama o di guadagno, ma la pratica persino senza alcuna speranza di riuscirci bene. Un uomo del genere deve amare le fatiche di quel lavoro più di quanto qualsiasi altro uomo possa amare i suoi frutti.

Gilbert Keith Chesterton, Robert Browning.



lunedì 21 settembre 2026

Un aforisma al giorno - Paura di guardare al passato.



Gli uomini inventano nuovi ideali perché non osano perseguire quelli vecchi. Guardano al futuro con entusiasmo, perché hanno paura di guardare al passato.

Gilbert Keith Chesterton, Cosa c’è di sbagliato nel mondo.



domenica 20 settembre 2026

Un aforisma al giorno .Un avventura vertiginosa...

È sempre facile cadere; ci sono un’infinità di angoli dai quali si cade, ma solo uno dal quale si rimane in piedi. Essere caduto in una qualsiasi delle mode, dallo gnosticismo alla Scienza Cristiana, sarebbe stato davvero ovvio e banale. Ma averle evitate tutte è stata un’avventura vertiginosa; e nella mia visione il carro celeste vola fragorosamente attraverso i secoli, le ottuse eresie si distendono, prostrate, mentre la verità selvaggia vacilla ma rimane eretta.

Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia.



sabato 19 settembre 2026

Un aforisma al giorno - Stabiliamo cos'è bene...



Ci piace parlare di “libertà”; ma il modo in cui finiamo per parlarne in realtà è un tentativo di evitare di discutere di ciò che è “buono”. Ci piace parlare di “progresso”; questo è un espediente per evitare di discutere di ciò che è buono. Ci piace parlare di “istruzione”; questo è un espediente per evitare di discutere di ciò che è buono.

L’uomo moderno dice: «Lasciamo da parte tutti questi criteri arbitrari e abbracciamo la libertà in forma pura». Ciò, tradotto in termini logici, significa: «Non decidiamo cosa sia il bene, ma consideriamo un bene il fatto di non deciderlo».

Dice: «Via i vostri vecchi standard morali; io sono per il progresso». Questo, espresso logicamente, significa: «Non stabiliamo cosa sia il bene; ma stabiliamo se ne stiamo ottenendo di più».

Dice: «Né nella religione né nella moralità, amico mio, risiedono le speranze del genere umano, ma nell’istruzione». Questo, espresso chiaramente, significa: «Non possiamo decidere cosa sia il bene, ma diamo l’istruzione ai nostri figli».

Gilbert Keith Chesterton, Eretici.



venerdì 18 settembre 2026

Un aforisma al giorno - I buoni sono pazzi e i sani sono malvagi...

Questo pomeriggio qui ci sono moltissime persone buone e moltissime persone sane di mente. Purtroppo, per una sorta di coincidenza, tutte le persone buone sono pazze, mentre tutte quelle sane di mente sono malvagie.

Gilbert Keith Chesterton, Il Club dei Mestieri Stravaganti.




giovedì 17 settembre 2026

Un aforisma al giorno - La grossolanità e magnificenza della follia.



Esiste un precetto apostolico che ci esorta a sopportare gli stolti con gioia. Noi poniamo sempre l’accento sulla parola “sopportare” e interpretiamo il passo come un invito alla rassegnazione. Forse sarebbe meglio porre l’accento sulla parola “con gioia” e trasformare la nostra familiarità con gli stolti in una delizia, quasi in un divertimento. Né è necessario che il nostro piacere nel rapportarci agli stolti (o almeno agli stolti grandi e divini) sia meramente satirico o crudele. Il grande stolto è colui in cui non riusciamo a distinguere quale sia l’umorismo consapevole e quale quello inconsapevole; ridiamo con lui e di lui allo stesso tempo. Un esempio lampante è quello del matrimonio ordinario e felice. Un uomo e una donna non possono vivere insieme senza avere l’uno verso l’altro una sorta di scherzo eterno. Ciascuno ha scoperto che l’altro è un buffone, ma un grande buffone. Questa grandezza, questa grossolanità e magnificenza della follia è ciò che tutti noi riscontriamo in coloro con cui siamo in stretto contatto; ed è l’unica base duratura dell’affetto, e persino del rispetto. Quando conosciamo un individuo di nome Tomkins (1), sappiamo che ha avuto successo dove tutti gli altri hanno fallito; è riuscito a essere Tomkins. Proprio così ha avuto successo il signor Toots (2); è stato sconfitto in tutti gli esami scolastici, ma è stato il vincitore in quella battaglia immaginaria in cui concorrenti sconosciuti hanno tentato invano di essere Toots.

Gilbert Keith Chesterton, Charles Dickens. A Critical Study.

(1) Tomkins: personaggio della commedia dickensiana The Strange Gentleman. A Comic Burletta.

(2) Signor Toots: È un giovane goffo, distratto, gentile ma perennemente in imbarazzo, celebre per la sua frase ricorrente: "È di nessuna conseguenza".

Un'immagine del Rochester Dickens Festival