lunedì 18 maggio 2026

Inedito in lingua italiana - Illustrated London News, 4 dicembre 1909 (Edizione inglese). Critica del Futurismo e di Marinetti. Traduzione e note di Marco Sermarini ©.

Filippo Tommaso Marinetti

Qualche tempo fa mi è capitato di leggere su un quotidiano un annuncio pubblicitario alquanto assurdo intitolato «La Dichiarazione del Futurismo» (1). 

Il numero del 20 febbraio 1909
del Figaro, con in prima pagina
il Manifesto citato nell'articolo

L'annuncio descriveva i vari modi in cui un certo signor Marinetti (2) e i suoi amici avrebbero esaltato il futuro e calpestato il passato. Per citare uno scrittore ben più vivace del signor Marinetti (mi riferisco al signor W. W. Jacobs) (3): «Erano idee sciocche, per lo più; e più erano sciocche, più sembravano piacere al vecchio Sam». Allo stesso modo, più erano stravaganti, più sembravano piacere al signor Marinetti. Un modo era quello di distruggere i musei e tutto ciò che contenevano; il che mi sembra molto lungo e laborioso: ridurre, diciamo, una statua di granito di Memnon in polvere fine richiederebbe più tempo e fatica che crearne un'altra, con le più recenti innovazioni. 

William Wymark Jacobs

Un altro modo (come dicono i libri di magia) era quello di spingere le automobili ad andare ovunque e a fare qualsiasi cosa. Il signor Marinetti desiderava, per così dire, scagliare le automobili contro gli immobili, come San Pietro, le Piramidi o il Partenone. 

Suggerisco che il signor Marinetti – che ha ovviamente un'immaginazione travolgente e un po' orientale – organizzi un grande conflitto allegorico su queste linee. Facciamo in modo che nell'arena del deserto (un'arena letterale) si svolga un grande torneo tra il Passato e il Futuro. 

Il signor Marinetti salga sulla sua automobile a dieci miglia di distanza, a tutta velocità, e si scagli contro una piramide. Allora vedremo chi vincerà. 

Nell'articolo a cui alludo, mi sono limitato esclusivamente a sottolineare quello che ritenevo essere l'errore fondamentale di tutto questo culto del Futuro – un errore che non si limita affatto al signor Marinetti e ai suoi amici pazzi sulle loro auto. C'è un'obiezione piuttosto semplice al Futuro come ideale. L'obiezione è che il Futuro non esiste. Il Futuro è inesistente; quindi il Futuro è morto. È «le Néant», come diceva Danton. Il Passato esiste, e quindi il Passato è vivo. Chi vive nelle vicende del passato vive in vicende vivide e variegate, in vicende turbolente, polemiche e democratiche. Chi vive nel futuro vive in un vuoto senza caratteristiche; vive nell'impersonalità: vive nel Nirvana. 

Il passato è democratico, perché è un popolo. 

Il futuro è dispotico, perché è un capriccio. Ogni uomo è solo nelle sue previsioni, proprio come ogni uomo è solo in un sogno. Se volgo lo sguardo al passato, mi ritrovo immediatamente al cospetto di Fidippide, che potrebbe superarmi nella corsa; di Cuor di Leone, che potrebbe abbattermi; di Erasmo, che potrebbe migliorare notevolmente il mio latino; di Newton, che potrebbe spiegarmi molto chiaramente cose che io non potrei capire; di Robin Hood, che potrebbe battermi in una gara di tiro con l’arco; o di William Shakespeare, che potrebbe forse superarmi in una gara di bouts-rimes. Ma quando volto lo sguardo al futuro, allora tutti si inchinano davanti a me; allora tutti si prostrano; perché lì non c’è nessuno tranne me stesso. 

Poiché desidero passare al seguito della storia, mi fermerò solo un momento per indicare l’applicazione dei miei principi al signor Marinetti e alla sua automobile. 

L’applicazione, in effetti, è chiara: il signor Marinetti pronuncia una contraddizione in termini quando dice che gli piacciono le automobili ma non gli piacciono i musei. 

Se gli uomini non studiano la scienza che li ha preceduti, non potranno certamente inventarne di nuova. L'automobile del poeta è stata costruita grazie allo studio più approfondito e persino meticoloso del passato. La scultura o la musica potrebbero forse nascere spontaneamente; ma se c'è una cosa, più di ogni altra, che dipende dal passato, questa è la scienza meccanica. 

Le automobili sono probabilmente state inventate da persone che trascorrono metà della loro vita nei musei. 

È almeno evidente che lo scrittore italiano ha scelto un esempio davvero infelice per dimostrare la sua indipendenza dai padri che lo hanno generato. 

Se dovesse essere un selvaggio nudo, avrebbe almeno solo la vita per cui ringraziarli. Ma se vuole essere un lussuoso automobilista moderno in pelliccia e occhiali protettivi, allora deve inginocchiarsi e ringraziare ogni uomo che sia mai vissuto, dal primo barbaro che ha strappato la pelliccia di un animale all'ultimo ottico che ha inventato un sistema di lenti. 

Quando il signor Marinetti avrà inventato un'automobile davvero moderna, un'auto che non preveda l'antica istituzione delle ruote né consenta la postura antiquata di stare seduti, mi interesserà moltissimo sentirne parlare. 

Ma non ci salirò, anche se me lo chiedesse. Beh, ho scritto il mio articolo in cui attaccavo i futuristi, e il risultato è che mi hanno mandato in regalo tre bei libri voluminosi; una cosa forse un po’ folle, ma molto leggibile, e presumibilmente fatta con buone intenzioni. 

Forse se continuo a scrivere contro i futuristi mi ritroverò con un'intera biblioteca di futurismo. Una delle cose che non riesco a capire del signor Marinetti è se sia un autore francese o un autore italiano. Uno di questi tre libri è in italiano, quindi non posso leggerlo. Due sono in francese, quindi posso leggerli; e, per quanto ragionevolmente possibile, li leggo. Sono piuttosto strani. Ammetto che sia ingiusto tradurre la poesia alla lettera, ma, tenendo conto di ciò, penso che il lettore ammetterà che una poesia che finisce così ha qualcosa di decisamente più strano di qualsiasi idioma straniero. Traduco in modo abbastanza fedele le ultime otto righe di una poesia piuttosto ingegnosa intitolata “La Folie des Maisonnettes”. 

Il tramonto schiacciò l'intero villaggio 

sotto le sue ginocchia possenti e sanguinanti. 

Poi, sollevando di nuovo il suo maestoso tronco 

con un gesto splendido e sfrontato, 

scagliò oro sui cadaveri 

e si allontanò a grandi passi verso le montagne 

per mordere – là, dove tremavano – le labbra pure 

delle stelle. 

Ora, per correttezza nei confronti del signor Marinetti, va detto che nelle sue pagine deliranti si trova una certa quantità di buona poesia; anche nei versi che ho citato c’è quella bella immagine del tramonto sprezzante che getta oro sulle città morte. Non posso dire di aver mai visto un tramonto inginocchiarsi sulla mia casa e schiacciarla con le sue ginocchia insanguinate; né ho mai visto un tramonto che sembrasse in qualche modo pronto a mordere le labbra pure delle stelle, alla prima occasione. Ma ho visto un effetto simile a polvere d’oro sparsa a tratti su strade livide e sepolcrali alla sera: e rendo al diavolo ciò che gli spetta. Riconosco al signor Marinetti il suo oro sparpagliato. 

Con un gesto bello e sfrontato scaglio questa concessione sul cadavere del signor Marinetti; e proseguo a grandi passi per mordere le labbra pure di qualche altro soggetto. 

Ma in realtà il soggetto importante è ben altro; poiché non riguarda solo questi futuristi, ma molte persone ben più prospere e ben meno divertenti, che commettono questo errore morale primario di voltare le spalle al presente e al passato, che sono pieni di fatti, per rivolgersi al futuro, che è privo persino di verità astratta. La vera morale della questione è questa: che la decadenza, nel suo senso più pieno di fallimento e impotenza, si trova ora tra coloro che vivono nel futuro, non tra coloro che vivono nel passato. Noi associamo ancora vagamente la decadenza all’archeologia, e senza dubbio c’è una giustificazione dell’idea. 

Ho incontrato illustri storici e antiquari, parlando con i quali veniva spontaneo ricordare che i demoni hanno sempre vissuto tra le tombe. 

Ma guardare indietro non è l’unica forma di debolezza. Anche guardare avanti, in tutta la nostra esperienza concreta, è una forma di debolezza. Il futurista non invade realmente il futuro come un conquistatore: vola verso il futuro solo come un fuggitivo vola verso un rifugio. Nella via del Chissà quando (4), diceva Henley (5), sorge la Locanda del Mai. E in effetti questo è più di quanto egli intendesse. L’amore per l’inesplorato è in verità l’amore per il Nulla: il Futurismo è molto vicino al Nichilismo. 

William Ernest Henley

La via del Chissà quando, dove il signor Marinetti ha la sua casa editrice, si trova in una zona della città che non ha nulla di straordinario, né per quanto riguarda il merito né per quanto riguarda il successo ottenuto. In ogni ambito concreto che tu ed io abbiamo conosciuto, il Futurismo è stato un nome altisonante per indicare il fallimento. La via del Chissà quando si trova all’angolo con via dello Strano. 

Ma al di là di ogni debolezza esterna, il culto del futuro è debole. È, anzi, qualcosa di ancora più debole della debolezza stessa. Perché la debolezza è sempre stata, almeno, intesa come compensata e giustificata dalla passione, che è di per sé forte. C'è passione nel passato. Si dice addirittura che gli uomini si innamorino di statue antiche o di regine morte da tempo. Ma non c'è passione nel futuro — solo vuoti asfissianti di utopia scientifica e di economia ineluttabile. Non c'è nulla nel futuro, Pertanto, mi dispiace vedere coloro che avrebbero potuto essere poeti diventare pedanti.

Gilbert Keith Chesterton (Our Notebook, Illustrated London News, 
edizione inglese, 4 dicembre 1909).

Traduzione e note di Marco Sermarini ©

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Note

(1) Chesterton allude al Manifesto del Futurismo, pubblicato da Filippo Tommaso Marinetti su Le Figaro del 20 febbraio 1909.
(2) Filippo Tommaso Marinetti (1876 - 1944), scrittore italiano caposcuola del futurismo, noto per le sue istrioniche performances artistiche.
(3) William Wymark Jacobs (1863 - 1943), scrittore inglese di racconti e romanzi brevi di argomento umoristico.
(4) letteralmente Street of Bye-and-Bye.
(5) William Ernest Henley (1849 - 1903), scrittore, poeta, critico ed editore inglese, autore della poesia Invictus ed ispirazione per R. L. Stevenson del personaggio di Long John Silver.

domenica 17 maggio 2026

Il nonsense secondo il chestertoniano Giuseppe Tomasi di Lampedusa.


Un francobollo comme-
morativo di Tomasi di
Lampedusa.

Edward Lear.



Vi proponiamo, allo scopo di aprire maggiormente il focus sull'argomento del nonsense che stiamo riscoprendo in Chesterton, un brano tratto dall'opera di Giuseppe Tomasi di Lampedusa "Letteratura Inglese", esattamente dal volume II (L’Ottocento e il Novecento).

Di Tomasi di Lampedusa abbiamo già esposto le "virtù chestertoniane", la sua ammirazione per il Nostro Eroe, il suo tornare spesso a lui, l'interesse indubbio ed affettuoso che lo portò a ribattezzare lo scrittore inglese "Cestertonio", come si fa con uno di casa.

Ora abbiamo trovato un ulteriore punto di contatto dato dall'interesse per il nonsense, e soprattutto per Edward Lear, pari a quello di Chesterton, come pure per Lewis Carroll. Questo breve excursus critico sulla questione riecheggia moltissimo le idee di Chesterton cui recentemente abbiamo dato spazio in questo blog (qui la prima parte e qui la seconda parte dell'articolo).

Lo spirito che muove Tomasi di Lampedusa in questo breve contributo è quasi speculare a quello di Chesterton. Le considerazioni dei due letterati si incontrano e sono davvero molto simili. Penso ad un'importante influenza di Chesterton sul pensiero e sulla poetica di Tomasi, e questo mi rallegra.

Marco Sermarini


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La letteratura italiana è la più seria delle letterature. Un libro che sia nello stesso tempo ben scritto e umoristico si può quasi dire non esista. Siamo costretti a fingere di sbellicarci per l'umorismo con il quale è disegnato Don Abbondio e a trovare Ariosto divertentissimo. L'italiano, se gli capita un guaio, non ci ride mai sopra: sale sullo scoglio di Leucade e impreca contro i fati. Se vuol ridere un po' non gli restano che le barzellette sudice o le scemenze delle "Cartoline del pubblico". è superfluo ripetere quanto sia ricca di humour la letteratura inglese. Ma occorre anche dire che grandi scrittori, scrittori sul serio, non disdegnarono di collaborare a giornali umoristici: Thackeray fondò addirittura il «Punch». Dickens, Trollope, e financo (horribile dictu!) Hardy ci collaborarono con brevi articoli che poi ritroviamo incorporati nelle loro opere maggiori. Il riso, insomma, forse perché più decente che da noi, non è al bando dalle lettere. 

Ma oltre agli umoristi troviamo nella letteratura inglese gli scrittori comici professionali: i quali naturalmente rimangono un po' al disotto della letteratura vera e propria, non già però perché siano scrittori comici ma perché si rinchiudono in un genere voluto e che non può esser perennemente spontaneo. Rimangono fuori della letteratura tal e quale come lo scrittore volutamente lacrimoso o come quello volutamente eroico. Questa sub-letteratura è abbastanza importante perché, popolarissima, si riflette in direzione della grande produzione e numerose allusioni rimarrebbero incomprensibili se non se ne avesse un'idea. Quante volte in Kipling, in Galsworthy, in Joyce non troviamo l'espressione «gallumping» o un accenno alla «Queen of Spades»? Il lettore, rigidamente chiuso nel gusto della togata letteratura, non ne capirà niente o crederà che si tratti di stranezze del suo illustre autore. 

In Inghilterra lo scrittore comico ha da circa cento anni scelto la strada del nonsense, della cosa scritta che non ha senso alcuno, formata da un (apparentemente) fortuito accozzamento di associazioni le quali, suscitando una serie di immagini disparate, riescono ad un effetto talvolta fortemente umoristico. 

Re del nonsense verse fu Edward Lear (1812-1888), che fu poi nella vita un uomo serio, pittore, viaggiatore e financo maestro di disegno della regina Vittoria. I versi nonsense sono stati riuniti in un bellissimo volume da lui stesso illustrato e consistono soprattutto in favole (favole senza morale) nelle quali gli animali più fuor di mano si amano, si odiano e si sposano dopo aver scambiato le conversazioni più assurde nel tono della più grande gravità; il tutto in versi fortemente rimati e assai solidamente composti. Del resto di questi nonsense verses ne troviamo parecchi in Shakespeare e negli altri Elisabettiani. 

Lear è stato anche l'inventore del limerick, forma poetica (comica) del tutto particolare composta da quattro versi d'ineguale misura, fortemente accentuati e ripetutamente rimati, che terminano con un verso lunghissimo, zeppo di «rime al mezzo» che sbuca dopo i primi saltellanti tre con un effetto stranissimo. è una forma moderna dell'epigramma e ve ne sono di deliziosi. 


There was an old lady in Grantley
who kept all the crumbs in her pantry,
and when neighbours came and offered her game
off she went, made a crumb pie for Lent, that clever old lady in Grantley 

(Questo non è delizioso perché l'ho composto io sull'istante per darvi un'idea della cosa.) 

Chi non è capace di ridere di un limerick in fondo non capirà mai nulla dell'Inghilterra e della sua letteratura: l'Inghilterra è il paese dell'irrazionale nel quale la logica val pochino. Pickwick in fondo è un lunghissimo Iimerick e così lo è Browning. E quanti limerick vi sono in Amleto, intendo dire proprio sulla bocca del principe di Danimarca? 

Il limerick è la brama dell'avventura trasportata nel campo verbale. 

Persona ancor più seria di Edward Lear era Charles Dodgson (1832-1898), che era addirittura professore di matematica al Christ Church di Oxford. Egli è più conosciuto e amato sotto lo pseudonimo di Lewis Carroll col quale pubblicò la sua immortale Alice in Wonderland e Through the Looking-Glass. Ouesti sono dei libri interi di nonsense, che narrano le avventure di una bimba sperduta in un mondo ben più irreale che quello abituale delle Fate. Del resto il matematico vi si rivela nella precisione rigorosissima del suo nonsense e nelle deduzioni logiche che conducono alle conclusioni più assurde. Notevolissimi anche i versi di Lewis Carroll in The Hunting of the Snark, in cui si narrano i complicatissimi preparativi e le assurde peripezie di una compagnia di scienziati che parte per lontani paesi alla caccia dello Snark, pericolosissima belva che del resto si viene a sapere essere un pacifico micio. 

Sono sicuro che questa mia incitazione al nonsense letta ad un certo numero di giovani palermitani sui quali pesa ancora la nube di fumo dei roghi della Controriforma non avrà nessun risultato. Il nonsense qui non può aver successo. Come dice France, «nous sommes sérieux comme des ânes». 

sabato 16 maggio 2026

Un aforisma al giorno - Il voto fatto con maggiore libertà è mantenuto con più fermezza.



Il voto è un impegno volontario; e il voto matrimoniale si distingue dai comuni giuramenti di fedeltà per il fatto che anche la fedeltà è una scelta. L’uomo non è solo un cittadino della città, ma anche il fondatore e il costruttore della città...

Non è difficile capire perché il voto fatto con maggiore libertà sia quello mantenuto con maggiore fermezza. Ad esso sono legate, per la natura stessa delle cose, conseguenze così enormi che nessun contratto può reggere il confronto. Non esiste alcun contratto, a meno che non sia quello che si dice sia firmato con il sangue, in grado di evocare spiriti dalle profondità infinite, o di far sì che cherubini (o folletti) abitino una piccola villa moderna. Non esiste alcun tratto di penna che crei corpi e anime reali, o che dia vita ai personaggi di un romanzo. L'istituzione che tanto sconcerta gli intellettuali può essere spiegata dal semplice fatto materiale (percepibile anche agli intellettuali) che i figli sono, in generale, più giovani dei loro genitori. «Finché morte non ci separi» non è una formula irrazionale, poiché quasi certamente moriranno prima di vedere più della metà delle cose incredibili (o allarmanti) che hanno fatto.

Gilbert Keith Chesterton, La superstizione del divorzio.


venerdì 15 maggio 2026

Un aforisma al giorno - Gli eroi della nostra religione non avevano difetti eroici.



Un uomo può davvero essere un martire senza essere affatto un santo. La verità più sottile è che può persino essere un santo e avere comunque quel tipo di imperfezione. Il primo dei santi cristiani fu, in questo senso, un martire molto imperfetto. Alla fine subì il martirio per un Maestro che aveva maledetto e rinnegato. Ciò segna l’enorme realismo della nostra religione: i suoi eroi non avevano difetti eroici. Non avevano quei vizi byroniani che possono apparire quasi come virtù. Quando dicevano di essere miserabili peccatori, era perché osavano davvero confessare i miserabili peccati. La tradizione narra che il santo in questione abbia effettivamente chiesto di essere crocifisso a testa in giù, quasi a volersi trasformare in una mera parodia di un martire. E c’è qualcosa dello stesso sacro capovolgimento in quella strana fantasia per cui egli è perseguitato in tutta l’arte agiografica e la leggenda dal simbolo del suo fallimento. Il canto del gallo, che è diventato sinonimo di insolenza, in questo caso è effettivamente diventato un emblema di mitezza. Roma ha innalzato il gallo di Pietro più in alto dell'aquila di Cesare, non per predicare l'orgoglio ai re, ma per predicare l'umiltà ai pontefici. Il gallo canta per sempre affinché il santo non canti mai.

Gilbert Keith Chesterton, William Cobbett.


giovedì 14 maggio 2026

Un aforisma al giorno - L'unica giustificazione del mistero dell'amore di Dio.



Se c'è una questione che gli illuminati e i liberali hanno l'abitudine di deridere e di additare come un terribile esempio di dogma sterile e di insensata contesa settaria, è proprio questa questione atanasiana della coeternità del Figlio divino. D'altra parte, se c'è una cosa che gli stessi liberali ci propongono sempre come un esempio di cristianesimo puro e semplice, privo di controversie dottrinali, è la singola frase: «Dio è amore». Eppure le due affermazioni sono quasi identiche; almeno una è quasi priva di senso senza l'altra. Il dogma sterile è solo il modo logico di esprimere il bellissimo sentimento. Infatti, se esiste un essere senza principio, preesistente a tutte le cose, poteva amare quando non c'era nulla da amare? Se in quella inconcepibile eternità Egli è solo, che senso ha dire che Egli è amore? L'unica giustificazione di un tale mistero è la concezione mistica secondo cui nella Sua stessa natura vi era qualcosa di analogo all'espressione di sé; qualcosa che genera e contempla ciò che ha generato. Senza un'idea del genere, è davvero illogico complicare l'essenza ultima della divinità con un'idea come quella dell'amore.

Gilbert Keith Chesterton, L'Uomo Eterno.



mercoledì 13 maggio 2026

Un aforisma al giorno - Riflessioni sul passato e sul futuro.



La foto del numero da cui è tratto l'articolo
citato (edizione inglese - quella americana
usciva circa quattordici giorni dopo ed aveva
lo stesso contenuto dell'inglese).

C'è un'obiezione piuttosto semplice al Futuro inteso come ideale. L'obiezione è che il Futuro non esiste. Il Futuro è inesistente; pertanto il Futuro è morto. È «le Néant», come diceva Danton. Il Passato esiste, e pertanto il Passato è vivo. Chi vive negli affari del passato vive in affari vividi e vari, in affari turbolenti, controversi e democratici. Chi vive nel futuro vive in un vuoto senza caratteristiche; vive nell’impersonalità; vive nel Nirvana. Il passato è democratico, perché è un popolo. Il futuro è dispotico, perché è un capriccio. Ogni uomo è solo nella sua previsione, proprio come ogni uomo è solo in un sogno. Se volto lo sguardo al passato mi ritrovo immediatamente in presenza di Fidippide, che potrebbe superarmi nella corsa; di Cuor di Leone, che potrebbe abbattermi; di Erasmo, che potrebbe migliorare notevolmente il mio latino; di Newton, che potrebbe spiegarmi molto chiaramente cose che non riesco a capire; di Robin Hood, che potrebbe battermi in una gara di tiro con l’arco; o di William Shakespeare, che potrebbe forse superarmi in una gara di bouts-rimés. Ma quando volto lo sguardo al futuro, allora tutti si inchinano davanti a me; allora tutti si prostrano; perché lì non c’è nessuno tranne me stesso.

Gilbert Keith Chesterton, The Illustrated London News, 4 dicembre 1909 (edizione inglese), 18 dicembre 1909 (edizione americana).


martedì 12 maggio 2026

Un aforisma al giorno - Generalmente siamo ancora più stupidi delle persone per cui scriviamo.



All Things Considered,
edizione Sheed & Ward,
1956.

Possiamo quindi ammettere che i politici abbiano contribuito in qualche modo al degrado del giornalismo. Non è stata tutta colpa nostra, dei giornalisti. Tuttavia, in gran parte sì. È stato soprattutto il frutto del nostro primo e più naturale peccato: l’abitudine di considerarci prestigiatori piuttosto che sacerdoti, poiché per definizione il prestigiatore è separato dal suo pubblico, mentre il sacerdote ne fa parte. Il prestigiatore disprezza la sua folla
; se il sacerdote disprezza qualcuno, deve essere se stesso. La maledizione di tutto il giornalismo, ma specialmente di quel giornalismo scandalistico che è la vergogna della nostra professione, è che ci riteniamo più intelligenti delle persone per cui scriviamo, mentre, in realtà, siamo generalmente ancora più stupidi. [. . .] Il giornalismo è popolare, ma lo è principalmente come romanzo. La vita è un mondo, e la vita vista sui giornali è un altro; il pubblico apprezza entrambi, ma è più o meno consapevole della differenza. … Ma la gente sa nel profondo del cuore che il giornalismo è un’arte convenzionale come qualsiasi altra, che seleziona, esalta e falsifica. Solo che la sua Nemesi è la stessa delle altre arti: se perde ogni cura per la verità, perde allo stesso modo ogni forma.

Gilbert Keith Chesterton, All Things Considered.