Una stravaganza può essere una forma d'arte molto raffinata: ma corre il rischio particolare di diventare noiosa. Le sue proporzioni devono essere gestite con ancora più abilità e lungimiranza rispetto al tipo più formale di bellezza classica.
Far emergere il pazzo dal manicomio è un trionfo ben più raro per un romanziere che limitarsi a lasciare il pazzo nel manicomio; o risolvere la questione, come troppo spesso si fa oggi, rinchiudendo anche il romanziere nello stesso manicomio a vita.
È tanto più memorabile quando ci imbattiamo in una tale montagna di mostruosità che spicca persino in un mondo mostruoso. Ho appena letto quello che si può giustamente definire un libro di pazzi: e quasi tutti i suoi racconti e le sue immagini sono folli. Eppure in esso c'è solo un momento selvaggio di perfetta follia che mi fa dimenticare tutto il resto.
Il libro non è un romanzo, ma una testimonianza molto realistica, attendibile e ben scritta su alcuni dei fanatici più famosi che, a intervalli regolari nel corso degli ultimi due o tre secoli, hanno rivendicato in questo Paese onori più o meno divini. Si intitola “English Messiahs: Studies of Six English Religious Pretenders, 1656 - 1927” (Messia inglesi: studi su sei sedicenti religiosi inglesi, 1656-1927), scritto da Ronald Matthews e pubblicato da Methuen and Co. I fatti raccolti dal signor Matthews sono molto illuminanti e istruttivi, e la sua visione storica generale e il suo commento sono molto equi. L'impressione generale che ne ricavo, almeno per quanto mi riguarda, è che questi strani scoppi di egoismo spirituale, in persone come James Nayler (1) o Joanna Southcott (2), avessero un elemento che era una fonte continua di debolezza e un altro che era in un certo senso una vera fonte di forza. Il primo era che in questo tipo di religione interamente individualistica, non istruita e non guidata, c'era un gioco perpetuo di emozioni sessuali, tanto più pericoloso e fonte di distrazione in quanto mascherato sotto altri nomi. Il secondo era che il risveglio religioso aveva generalmente un legame reale con autentici malcontenti sociali, i cui istinti erano in gran parte generosi e giusti, ma che erano tanto più facilmente ignorati in quanto identificati con teologie folli ed effimere.
Sembra chiaro che Nayler il quacchero non fosse in origine, in senso negativo, un «falsario religioso»: e che non sarebbe mai stato nemmeno un Messia inglese se non fosse stato spinto da una donna sfrenata e ignorante, che lo circondò di pubblicità profana, culminata in una parodia pantomimica della Domenica delle Palme.
Egli stesso era per natura, immagino, un idealista intellettuale e sensibile. È superfluo aggiungere che, come molti altri idealisti intellettuali, era uno sciocco: e praticamente permise alla donna di renderlo ridicolo in ogni modo. Un simile tipo di romanticismo soffocato sembra covare sotto la cenere in tutta la storia di Joanna Southcott, che fornì l'indizio tardivo della propria turbolenta carriera annunciando, al sessantacinquesimo anno di vita, che stava per diventare madre di un essere che sembrava essere identico allo Spirito Santo.
Eppure, è proprio in questo punto della narrazione, che sembra essere diventata troppo stravagante per qualsiasi paragone in termini di stravaganza, che emerge la stravaganza suprema che mi sconvolge come un terremoto di risate. A quel punto immaginavo di aver letto così tante folli esternazioni di pazzi da non riuscire più a reagire a nessun oltraggio alla ragione, né tantomeno a distinguere tra follia e sanità mentale. Eppure fu proprio allora che il grande scherzo si ergeva come un gigante sul mio cammino. Posso solo riportarlo con la solennità che uno scherzo del genere merita:
«L’Onnipotente Shiloh, terzo rappresentante della Divinità», doveva essere anche «il giovane tutore del Principe Reggente (3), nei cui palazzi il fanciullo trascorrerà i suoi primi sei anni, e dal quale il Principe riceverà per primo le lezioni di riforma e temperanza».
Non so come delle semplici parole possano rendere l'idea di una cosa del genere. Mi sono spesso chiesto a cosa servisse davvero il Padiglione di Brighton (4). Posso solo supporre che fosse una sorta di approssimazione azzardata dello scenario e dell'ambientazione adatti a uno scherzo del genere.
Povero vecchio Principe Reggente! Aveva ammirato molte donne; non sempre con saggezza, ma nemmeno sempre con imprudenza.
Era stato uno dei primi, ad esempio, ad ammirare Jane Austen.
Era infatti un uomo dotato di arguzia generosa e genuina, di gusto e di amore per le lettere, e persino per la cultura. Aveva ammirato anche Perdita. Aveva ammirato la signora Fitzherbert (5), e lo aveva fatto con una nobile ammirazione degna di una donna così sana e ammirevole. D'altra parte, aveva palesemente fallito nell'ammirare Carolina d'Ansbach (6); e non credo che avrebbe ammirato con tutto il cuore Joanna Southcott; anche se penso che, tra le due, avrebbe preferito lei. Aveva il limite o lo svantaggio di detestare la volgarità: ma la maggior parte degli uomini che detestano la volgarità la preferiscono quando è cordiale, umana e popolare, e la odiano di più quando è orgogliosa, pretenziosa e plutocratica.
Ma l'immagine di quel povero vecchio epicureo, dandy, ubriacone e gentiluomo per eccellenza, che barcolla lungo il suo ultimo, oscuro cammino verso il suo cupo e grottesco Padiglione; e lì riceve improvvisamente le sue prime lezioni di riforma e temperanza da un bambino che sembra non aver ancora compiuto sei anni... davvero non sembra esserci nulla di adeguato che si possa dire al riguardo.
Inutile dire che non c'è mai stato nulla di così falso, appariscente o fuorviante come l'abile tentativo di Thackeray di trasformare la tragedia di Giorgio IV in una farsa.
Nulla potrebbe essere meno vero dell'idea che il dandy fosse solo un manichino: che sotto la Star and Garter (7), il colletto di pelliccia e il bel cappotto non ci fosse altro che gilet, sottogilet e un grande vuoto.
George era ormai alla fine della sua vita; all’apparenza, un vecchio aristocratico tory gonfio, rabbiosamente reazionario e autocraticamente autoindulgente, così ben abbottonato e mascherato da ingannare l’intera generazione emergente dei liberali facendoglielo sembrare superficiale… come Thackeray. Ma il suo segreto era che sotto quella Star and Garter e quel cappotto con il collo di pelliccia si nascondeva qualcosa di molto più oscuro e sconcertante dei gilet. Sotto quel cappotto c'erano uomini morti: un amante morto, un liberale morto, un amico morto degli amanti della libertà, un amico morto dell'Irlanda; e quello che avrebbe potuto essere un grande re d'Inghilterra. Se la sua giovinezza e il suo onore non fossero stati spezzati da un atto di bigottismo piuttosto brutale, in occasione del suo primo matrimonio, avrebbe potuto davvero guidare la gioventù del suo tempo e il ritorno a molte cose umane e storiche: rinascite, riconciliazioni e riforme. Avrebbe potuto entrare in contatto con la vera politica popolare; e forse avrebbe avuto qualcosa da dire in sintonia persino con la religione popolare. Perché in quel momento in Inghilterra erano in moto forze molto più profonde del semplice ritocco dei politici; e questo, come ho detto, è illustrato molto vividamente nell'interessante libro del signor Matthew. Echi della grande voce di Cobbett si possono talvolta udire nei discorsi impetuosi del signor John Tom, che si definiva il «Salvatore» dei contadini.