Visualizzazione post con etichetta Gertrude Blogg. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gertrude Blogg. Mostra tutti i post

martedì 6 ottobre 2026

Un aforisma al giorno - Chesterton, Gertrude, la morte e il dolore, altre emergenze.




Rileggere la biografia di Maisie Ward, dalla quale erano tratte le lettere che vi suggerivo di leggere nella biografia di Michael Ffinch, è servito a estrarre altre testimonianze significative della potente riflessione scaturita in Chesterton a seguito della morte della sorella della moglie, Gertrude Blogg. Ricordo che Gertrude Blogg era stata la segretaria di Rudyard Kipling, e l'abbiamo segnalato in quest'altro post di alcuni giorni fa.

In un'altra lettera, non datata ma ragionevolmente della medesima estate del 1899, epoca della morte della giovane donna, Chesterton scava ancora dentro di sé alla ricerca della verità a proposito della morte e della sofferenza. Cerca parole adeguate per esprimere quello che succede nell'animo e nella vita di una persona quando accade qualcosa di doloroso come la morte, e le trova. Ed immancabilmente torna alla positività di ogni cosa nonostante il dolore, anzi: anche la morte è qualcosa che ha un valore incalcolabile, qualcosa di prezioso.

Questa "grammatica" che suggerisce Chesterton è assolutamente cristiana, così cristiana che spesso non la riconosciamo come tale perché siamo talmente abituati alla visione pagana della morte e della sofferenza che pensiamo che debba essere per forza "così" come dice il materialismo pagano che pratichiamo di fatto. Non c'è un salto tra la morte di Gertrude e le stelle, le foglie e ogni goccia di sangue, come non c'è rispetto ai tramonti, alle scuole di filosofia, ai bambini, alle costellazioni, alle cattedrali, alle opere d’arte, alle montagne, ai cavalli e alle poesie che egli citava nell'altra lettera richiamata nel post del 23 settembre scorso. Chesterton va al funerale e deposita un mazzo di fiori degli sgargianti colori arancione e rosso proprio per marcare quest'intuizione, col rischio di essere frainteso o preso per matto. Un Chesterton non ancora pienamente cristiano ci dà, ripeto, una lezione degna di un Padre della Chiesa. Aveva ragione Emilio Cecchi quando lo definì così.

Marco Sermarini

_________________

"Preziosa" – non potremmo dire che la morte di Gertrude sia felice, provvidenziale, dolce o, forse, nemmeno buona. Ma è qualcosa. 

"Bella" è una bella parola, ma "preziosa" è l’unica parola giusta. 

È questo senso appassionato del valore delle cose: della ricchezza del tesoro cosmico – il mondo in cui ogni stella è un diamante, ogni foglia uno smeraldo, ogni goccia di sangue un rubino – è questo senso di preziosità che viene veramente risvegliato dalla morte dei Suoi santi. In qualche modo sentiamo che anche la loro morte è una cosa di valore incalcolabile e di misteriosa dolcezza: è terribile, tragica, desolante, disperatamente difficile da sopportare — ma comunque «preziosa». 

... Perdonate la verbosità di chi ha come mestiere di esprimere l’inesprimibile. 

Gilbert Keith Chesterton, lettera a Frances Blogg da Felixstowe, 
senza data ma verso il 1899 dopo la morte di Gertrude Blogg (luglio 1899), 
citata in Maisie Ward, Gilbert Keith Chesterton.


giovedì 24 settembre 2026

Rudyard Kipling su Chesterton (e c'è sempre Gertrude Blogg implicata).

Rudyard Kipling



Chesterton ebbe pubblicate le sue prime opere (The Wild Knight, Greybeards at Play, L'Imputato) da Reginald "Rex" Brimley Johnson, giovane editore e fidanzato della povera Gertrude Blogg, di cui abbiamo già parlato ieri. Rex Brimley Johnson gli procurò anche i buoni uffici di uno dei maggiori e più popolari autori dell'età vittoriana, Rudyard Kipling, premio Nobel nel 1907, di cui Gertrude fu segretaria. Kipling frequentava casa Blogg e già aveva letto le prime produzioni del giovane Gilbert.

Michael Ffinch ci racconta dell'altro in proposito, in particolare della pubblicazione di The Wild Knight:

Rex Brimley Johnson ne mandò una copia a Kipling, che gli rispose da Rottingdean il 28 novembre 1900:
Vi ringrazio di cuore per The Wild Knight. Naturalmente conoscevo già alcune poesie, in particolare The Donkey (L’asinel­lo) che mi è rimasta impressa. Concordo con voi sul fatto che l’autore prometta bene e penso che anche il matrimonio gli insegnerà molto. Sarà interessan­te seguire il suo sviluppo nei prossimi anni. All’inizio, tutti scri­viamo del paradiso e dell’inferno, del bene e del male; dopo, mol­to più tardi ci accorgiamo della gente - la gente comune che vive sotto i cieli. 
Ricordando la recente morte di Gertrude (è plausibile che la giovane gli avesse fatto leggere alcune composizioni del fu­turo cognato), Kipling continuava:
Intanto gli auguro tutta la felicità possibile e a voi, Rex, quel conforto che, secondo gli uomini, solo il tempo può recare do­po la scomparsa di una persona cara. È probabile che ci metta un bel po’ per arrivare, ma si va nella direzione giusta per tro­varlo se ci si interessa alla felicità altrui. Anche se la vista di quella felicità è come un coltello rigirato nella piaga.
In un poscritto, Kipling si permetteva una sola critica, quel­ la che definì «una questione del tutto trascurabile»:
Chesterton mostra un preoccupante attacco di aureole. Sono sparse per tutto il libro. Ciascuno di noi usa inconsciamente qual­ che parola favorita, ma aureola era di Rossetti. Ho notato anche esangue sfinimento e molti si scolora e locuzioni quali catturano e avvincono. È troppo bravo per non po­ter far meglio. Cosa ne dite di un rigido corso di Walt Whitman; o il matrimonio gli farà vedere le persone?

Michael Ffinch, Gilbert Keith Chesterton. 

Insomma, anche Kipling ci vide lungo. Aveva intuito la grandezza del nostro eroe e la profondità delle sue prime prove letterarie, in particolare della sua poesia, che forse è un aspetto poco studiato e approfondito, specie qui in Italia. Ma è essenziale registrare questo giudizio, ed evidenziarlo e mostrarlo, al fine di colmare l'inspiegabile vuoto nelle nostre antologie o nella considerazione della critica odierna (quest'uomo si poteva paragonare e di fatto contendeva l'attenzione del pubblico ai maggiori: etterati della sua epoca, come Kipling e Shaw, ed oggi, grazie anche al modesto lavoro delle società chestertoniane del mondo, con fatica sta uscendo da un silenzio incomprensibile ed ingiustificato.

Marco Sermarini

mercoledì 23 settembre 2026

Chesterton, Gertrude, la morte e il dolore, ed idee degne "di un romanzo poliziesco". "Ho giurato di essere spudoratamente sciocco",

Gilbert e Frances
all'epoca dei fatti narrati


Chesterton non ignorò la sofferenza: il suo fu un matrimonio felice, ma la coppia non ebbe figli. Perse una sorellina da molto piccolo, e il padre Edward ne portò in silenzio il dolore per il resto della sua vita. Sua moglie Frances ebbe varie traversie, tra cui il suicidio del fratello Knollys e la morte in un incidente della sorella Gertrude.

Quest'ultima vicenda colpì molto Chesterton e lo indusse anche ad anticipare il matrimonio con Frances ossia a mettere in campo tutte le sue forze per trovare i mezzi per farlo (cosa non da poco per uno come lui, dallo spirito piuttosto svagato...), e lo influenzò a proposito della sua concezione della vita, del dolore, di Dio. Erano anni in cui Gilbert si stava pian piano riavvicinando al cristianesimo grazie a Frances, che era all'epoca una devota anglicana.

Questa vicenda è tratteggiata in alcune delle poche lettere superstiti tra lui e la sua futura moglie (Frances chiese a Dorothy Collins, l'ultima segretaria di Gilbert, di distruggere al momento della propria morte tutte le lettere che si scambiarono i due sposi), che troviamo tra l'altro nella biografia redatta da Michael Ffinch, oltre che in quella importantissima di Maisie Ward.

Ha un valore significativo, come dicevo sopra, perché è l'occasione per riflessioni che condivido e che ritengo utili anche per ciascuno di noi. La concezione del dolore e della sofferenza che Gilbert matura, pur non ancora nella pienezza dell'adesione al cristianesimo, mostra un'idea profondamente e originariamente cristiana, molto lontana dal materialismo triste e da ciò che lui definisce "sontuosa fandonia dei sentimenti mortuari". Il venticinquenne Gilbert, forse ancora arrancante in quanto a cristianesimo, demolisce tutta la rassegnazione dinanzi al dolore e alla morte, che è sentimento non cristiano e soprattutto lentamente distruttivo, a colpi di fiori arancioni e scarlatti e idee degne di un Padre della Chiesa acuto e geniale. Grazie, grazie, Gilbert.

Marco Sermarini

_____________

(...) Nella prima settimana di luglio (1899, ndr), ogni cosa a un tratto cambiò, tragicamente: Gertrude, tornata a casa dal Sussex per una breve vacanza, venne investita da un omnibus men­tre andava in bicicletta. Ferita mortalmente, spirò dopo po­chi giorni. Frances, che era sempre stata legata più a lei che a Ethel, cadde in una profonda depressione. Al funerale, tra la massa di fiori bianchi che ricoprivano la bara, spiccava una corona di corolle arancioni e scarlatte scelte da Gilbert, con l’iscrizione: «Colui che fa dei suoi angeli degli spiriti e dei suoi ministri una fiamma ardente». 
Chesterton non sapeva che fare. Le sue lettere continua­rono virtualmente sullo stesso tono: proseguire come prima gli sembrò la cosa migliore. 
Pochi giorni dopo la morte della sorella, Frances ricevette una lettera. Cominciava così: 

Al momento sono nero ma di aspetto gradevole: è il ciclostile che mi ha annerito. Non temere: mi laverò. Ma ritengo mio dovere fornirti un resoconto accurato del mio aspetto fisico ogni volta che ti scrivo: e sarò felice di qualunque tuo consiglio o suggerimento.

Cosciente che la sua «peregrina frivolezza» avrebbe po­tuto sembrare poco appropriata, Gilbert cercava di spiegare: 

Io, prima di tutto, ho giurato - non esito a dirlo - per la spada di Dio che ci ha colpito e davanti al bel volto della morta, che la prima frase scherzosa mi fosse venuta in mente l’avrei det­ta, la prima poesia assurda avessi pensato l’avrei scritta; ho giu­rato che, tra gli altri doveri, pur con il cuore pesante, avrei as­solto quello di essere spudoratamente sciocco, stravagante, per­fino spudoratamente triviale e, per quanto possibile, divertente. Ho giurato che Gertrude non avrebbe mai dovuto sentire, do­vunque fosse, che lo spirito allegro della commedia aveva lasciato il nostro teatro. Questo, me ne rendo conto, sarà frainteso. Ma da lungo tempo so che, qualunque cosa facciamo, saremo frain­tesi; non è colpa degli altri, poiché, noi lo sappiamo, le nostre migliori motivazioni non sono spiegabili né difendibili. E prefe­rirei ferire coloro che possono gridare anziché colei che tace.

L’11 luglio le scriveva:

Ho fatto una scoperta o, dovrei dire, ho avuto una visione. L’ho avuta tra due tazze di caffè nero in un ristorante francese di Soho; ma non saprei spiegarla, neppure se cercassi di farlo. Comunque, il senso era che tutte le cose buone formano un tutt’uno. Non esiste alcun conflitto tra la lapide di Gertrude e il ritornello di un’opera buffa eseguito da Mildred Wain. Ma esiste un’insanabile conflitto tra la lapide di Gertrude e l’oscena pomposità della prèfica; ed esiste un’insanabile conflitto tra la melodia dell’opera buffa e qualunque testo meschino o volgare a cui venga adattata. Queste cose, che l’uomo ha unito, Dio sicuramente le separerà. Questo è ciò che sento... adesso, a ogni ora del giorno. Tutte le cose buone sono una cosa sola. Tramonti, scuole di filosofia, bambini, costellazioni, cattedrali, opere d’arte, montagne, cavalli, poesie; sono solo travestimenti. Un’entità soltanto si muove sempre tra noi, celandosi sotto il manto grigio della chiesa o nel verde dei prati. Lui c’è sempre, dietro a ogni cosa, soltanto lui può indossare quei travestimenti in modo tan­to splendido. E questo è ciò che gli Ebrei dell’antichità, soli tra gli altri popoli, hanno percepito; per questo il loro rozzo dio tri­bale è stato innalzato sopra le rovine di tutte le civiltà politeiste. Poiché i Greci, i Vichinghi e i Romani videro solo i conflitti del­ la natura e trasformarono il sole in un dio, e così pure il mare, e così pure il vento. Non furono attraversati, come qualche rude israelita, una notte, nella solitudine del deserto, dall’improv­visa, abbagliante idea che tutto il mondo era la manifestazione di un solo Dio: un’idea degna di un romanzo poliziesco.

Frances cercò di accettare il dolore nello spirito del Vangelo. A Gilbert aveva detto che, avendo Dio permesso la morte di Gertrude, essi avrebbero dovuto esclamare, come i disce­poli sul monte della Trasfigurazione: «È bello per noi essere qui». Chesterton le scrisse in risposta: 

Un pensiero che, da laico quale sono, ho sempre avuto è che quell’osservazione di Pietro davanti alla visione di un’ora avrebbe dovuto essere fatta propria da ciascuno di noi, nella contempla­zione di ogni mutamento della lunga visione che chiamiamo vi­ta. «È bello per noi essere qui», una frase che si ripete eterna­mente. E se, dopo molte gioie e feste e frivolezze, il nostro de­stino è di assistere uno di noi che, nel senso più terribile della parola, «si trasfigura davanti ai nostri occhi» - brillando cioè nel biancore della morte - almeno non potremo - credo - immaginare facilmente di non voler essere al suo posto. Non io, di certo. È stato bene per me essere là.

La morte di Gertrude valse a rafforzare la fede di Gilbert. Fu qualcosa di «prezioso», disse a Frances poche settimane dopo; tuttavia, a settembre, si chiedeva ancora: 

Non so in base a quale principio sia governato l’universo; so solo, o sento, che è un principio buono o comunque spirituale. Non so che cosa sia stata la morte di Gertrude; so che è stata bella, perché l’ho vista. Noi non sentiamo così adesso; perché? Perché adesso non vediamo Gertrude. Ciò che ora vediamo è la sua assenza: ma la sua morte non è la sua assenza, bensì la sua presenza altrove. Sapevamo che era bello, poi l’abbiamo visto e non ci è sembrato più tale. Non temere, adorata, per le lente, inevitabili leggi della natura umana; noi torneremo sul monte della Visione; potremo usare quelle parole negli accenti di Whitman. «Disincarnata, trionfante, morta».

(...) In tutte le lettere alla fidanzata, Gilbert cercò di sollevarne il morale, rifiutando di cedere alla «sontuosa fandonia dei sentimenti mortuari». Sulla parola reverenza si era detta «una carrettata di assurdità». Per quanto lo riguardava, «se a qualcuno ne verrà in mente una veramente buona sull’aspetto della mia bara, per tutti i fulmini dovrà dirla all’istante. Se non lo farà, alzerò il coperchio con un calcio e ci penserò io».

Michael Ffinch, Gilbert Keith Chesterton 

(le lettere citate sono tratte da Maisie Ward, Gilbert Keith Chesterton).

domenica 18 gennaio 2015

Greybeards at play, ovvero: gli inizi di un grande scrittore e di un grande uomo

Chesterton scrisse questo volume (uscito in Italia col simpatico titolo Burloni Barbagrigia e la traduzione della cara Annalisa Teggi, per i tipi del bravo editore Raffaelli) nel 1900, dotandolo della copertina e dei suoi fantastici disegni all'interno.

Sono versi giocosi, per cui sono molto seri: il Chestertonbimbo (padre O' Connor lo chiamava così, "Chestertonchild") a ventisei anni era così amante della vita come lo rimase fino alla prematura dipartita a sessantadue. Sono clerihew, poesiole di quattro righe che come una freccia lucente colpiscono nel segno e descrivono una realtà, una persona, un fatto, un'idea. Clerihew perché l'inventore e maestro del genere fu il suo compagno di scuola e amico di sempre Edmund Clerihew Bentley, giornalista, scrittore e avvocato che gli rimase amico dall'età di quattordici anni (che bello! Oggi le mamme dicono ai figli che "ogni tanto si deve cambiare compagnia"... folle idea quella di non mettere mai radici! Buona solo per morire presto!).

Questi versi sono anche l'incarnazione di una delle passioni più radicate e costantemente riemergenti nel Nostro Eroe, il nonsense, quel nonsense in cui, diceva, bisogna essere seri perché è un'arte.

Gilbert le scriveva per gioco per Rhoda Bastable, la cuginetta della sua futura moglie Frances, e questa bella bambinesca (nel miglior senso) amicizia durò per tutta la vita. Ci sono tanti disegni in giro per Rhoda, io personalmente ne ho visti diversi.

Il libretto fu pubblicato da R. Brimley Johnson, il promesso sposo della sorella di Frances, Gertrude, morta prematuramente investita da un'automobile. Questa morte lasciò un grande segno nella vita di Frances e accelerò in qualche modo il matrimonio con Gilbert. Gertrude tra l'altro fu la segretaria di Rudyard Kipling.

Gilbert parlava della pubblicazione di queste poesie più o meno così: è come se il mondo si fermasse a Kensington a vedermi fumare sigarette... 

Benedetta umiltà, direbbe il mio amico Andrea Monda! 

Il volumetto, arricchito dalla postfazione di Annalisa, merita la vostra lettura e l'acquisto, naturalmente su www.pumpstreet.it e non altrove!

Marco Sermarini 



mercoledì 23 ottobre 2013

E' uscito Greybeards at play, o se preferite Burloni Barbagrigia, di Chesterton, traduzione di Annalisa Teggi, Raffaelli Editore


«Questa raccolta di versi giovanili fu per Chesterton una cosa seria, il che – come lui stesso ci insegna – è tutt'uno con divertente. Sono versi che non vogliono suonare comici o satirici o semplicemente scanzonati; hanno la pretesa di giocare con le cose, dopo aver imparato a mettere in disordine il mondo interno nel modo in cui un bambino riduce in un campo di battaglia la sua cameretta. Nella fattispecie Gilbert compone questi versi per una bimba, una giovane cugina di Frances che si chiamava Rhoda. Anche attraverso la leggerezza di questi versi è capace di suggerirci che il disegno del mondo non è un meccanismo astruso, ma è qualcosa che attende ogni bimbo curioso che voglia mettersi a giocare.»
Annalisa Teggi


Questo volumetto, la cui copertina fu disegnata dal giovane Gilbert, ha una sua importanza nella vita di Chesterton. Uscì nell'ottobre 1900 a spese di suo padre, il fantastico Mr. Ed, l'uomo che costruiva lanterne colorate e teatrini di marionette per i suoi bambini.
Fu il suo primo libro in assoluto.

L'editore era R. Brimley Johnson, che fu il fidanzato di Gertrude Blogg, la sorella di Frances prematuramente scomparsa a causa di un incidente stradale (a proposito di questo triste avvenimento della vita di Frances e di Gilbert, trovate qui sul blog - mediante il motore di ricerca - una splendida lettera che Gilbert indirizza alla futura moglie per dirle tante cose belle sulla sorella e sul valore della vita e sul suo senso; grazie a Paolo Pegoraro che ce la segnalò).

Si tratta di versi nonsense e il libro vendette molto, tanto che W. H. Auden li considerava i migliori di Chesterton. Chesterton non doveva pensarla così visto che non li inserì nei Collected Poems che invece raccoglievano altri suoi componimenti giovanili.

Il libro, nonostante il successo, non ebbe molte recensioni. Va segnalata quella dell'amico Edmund Clerihew Bentley, maestro in materia tanto che un certo tipo di versi nonsense verrà appunto battezzato clerihew. Bentley recensì l'opera su The Speaker (il giornale dove da qualche tempo scriveva anche GKC) nel numero del 6 Ottobre 1900.

Ma bisogna che io dia qualche notizia sulla persona per cui Gilbert compose questi originali versi.

La Rhoda di cui si parla è Rhoda Bastable, cui Chesterton dedicherà in seguito anche dei disegni e caricature spassosissime e lettere piene di affetto.

The Fish Poem presente in questo libro era parte di una vera e propria comica campagna esercitata da Gilbert insieme alla giovane Rhoda "contro" Frances. Gilbert amava nubi e temporali, Frances il sole ardente, allora Gilbert e Rhoda fondarono una Società per la Promozione della Pioggia. Furono create anche delle schede di adesione, Presidente Rhoda Bastable, Segretario G. K. Chesterton, eterno nemico la signorina Blogg (Frances, futura moglie di Gilbert e cugina di Rhoda). Si tennero riunioni "sulla Piana di Salisbury" (luogo decisamente evocativo e senza alcun riparo), dove sotto il segno di un ombrello i membri del singolare sodalizio furono invitati a prendere parte di dolci e caffè sotto la pioggia (quest'ultima notizia l'abbiamo liberamente tratta e tradotta da Maisie Ward, Return To Chesterton).

Un giorno Rhoda scrisse una lettera a Chesterton temendo di essere ipocrita. Chesterton rispose così:

«Mia cara Rhoda,
gli ipocriti non chiamano se stessi ipocriti. Il solo fatto che tu usi una tale parola a proposito di te prova che tu non la meriti...».

Questo per dire l'affetto paterno e la serietà che Gilbert metteva nell'amicizia verso questa giovane.

La giovane Rhoda servì talvolta anche da segretaria a Gilbert, prima dell'arrivo dell'inimitabile Dorothy Collins.

Marco Sermarini

Lingua italiano
Pagine 96
Formato 12,5 x 17,5
Anno di pubblicazione 2013
ISBN 9788867922017
€ 12.00

Qui sotto c'è il collegamento alla presentazione dell'edizione cartacea:

http://www.raffaellieditore.com/greybeards_at_play_1


e qui sotto a quella dell'edizione ebook in formato pdf:

http://www.raffaellieditore.com/burloni_barbagrigia_pdf


Lingua italiano
Pagine 94
Formato pdf
Anno di pubblicazione 2013
ISBN 9788867922017
€ 1.90