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mercoledì 3 agosto 2022

Un aforisma al giorno (ecco il drago 🐉!).

Le fiabe… non hanno colpa di infondere paura nei bambini, o qualunque forma di paura; non sono le fiabe a formare nei bambini il concetto del male o del brutto: esiste già, nel bambino, perché già esiste nel mondo. Non sono le fiabe a dare al bambino la sua prima idea di orco. Ciò che le fiabe gli danno è la prima idea chiara della possibile sconfitta dell'orco. Il bimbo ha conosciuto intimamente il drago fin da quando possiede l'immaginazione. Ciò che la fiaba gli offre è un san Giorgio che uccida il drago.

Gilbert Keith Chesterton, Tremendous Trifles.

martedì 5 giugno 2012

Corvi in Vaticano, sciacalli sul terremoto, api in condominio. Ma ora passa lo zoo della famiglia - Annalisa Teggi su Tempi. Da Tremende Bazzecole

Da Tempi - 31 Maggio 2012

Qualcuno dice che il Papa farebbe bene a non andare a Milano il prossimo fine settimana. Perché c’è del marcio nella Chiesa, e perché i soldi spesi per l’organizzazione dell’incontro mondiale delle famiglie sarebbero molto meglio spesi per i terremotati dell’Emilia.
Crollano le case e c’è chi è pronto a scommettere che anche la casa della Chiesa si stia sgretolando pericolosamente. Ma la verità è che da sempre la casa della Chiesa ha portato sulle sue spalle le fondamenta delle nostre case, delle nostre famiglie e continua a farlo. E in questa circostanza spetta alle famiglie mostrare a volto scoperto e con voce chiara che la casa della Chiesa è ancora una dimora accogliente e sana per l’uomo.
Penso sia decisivo, in mezzo alla cronaca di questi giorni, che l’incontro delle famiglie a Milano entri prepotentemente sulla scena come «festa»; contravvenendo al buon gusto di sobrietà che sembra essere l’imperativo dominante. La sobrietà è forse una forma di autentico rispetto all’uomo? Se sì, in che senso? Io non l’ho ancora capito.
Sta di fatto che la famiglia non è un istituto sobrio. È rumoroso e disordinato, perché è solido. La pianta che ha radici forti fiorisce selvaggiamente; quella secca, invece è molto sobria e composta.
Nelle trasmissioni televisive si interpellano i vaticanisti per difendere le posizioni del Santo Padre, ma le vere carte segrete della Cristianità – o se vogliamo – i suoi assi nella manica se ne stanno alla luce del sole e camminano impunemente in mezzo a tutti.
La banda delle mogli e dei mariti, dei padri e madri e figli ha qualcosa di incoraggiante da dire alla cronaca del mondo, e non è un’opinione teologica. È una truppa di operai affaccendati, per nulla migliori o peggiori di altri, che hanno piantato una bandiera in mezzo al campo, ben in vista. La bandiera del matrimonio è una coercizione a tutti gli effetti, ma coercizione è sinonimo di incoraggiamento e non di schiavitù: «In ogni cosa che vale la pena fare su questa terra, c’è una fase in cui ognuno l’abbandonerebbe, eccetto che per ragioni di necessità o di onore. È da questo punto in poi che l’istituzione sostiene l’uomo e lo aiuta ad appoggiare i piedi sul terreno solido che ha davanti. La coercizione è una forma di incoraggiamento e l’anarchia (o ciò che alcuni chiamano libertà) è fondamentalmente oppressiva, perché è fondamentalmente scoraggiante. Se tutti galleggiassimo in aria come bolle, liberi di andare qua e là in ogni momento, il risultato pratico sarebbe che nessuno avrebbe il coraggio di cominciare una conversazione» (da Cosa c’è di sbagliato nel mondo).
Twitter non assomiglia forse tanto alle bolle di sapone? Non contesto che sia uno strumento utile, ma è un megafono e non una conversazione. E quest’idea delle bolle diventa pericolosa quando bussa alle nostre porte e s’intrufola anche dentro casa. La famiglia si fonda sull’idea che il tutto dell’altro mi riguarda; si converge gli uni con gli altri e perciò si conversa, ma non lo si fa cinguettando come le signore inglesi davanti al tè: si ride sguaiatamente, si litiga e ci s’interrompe vicendevolmente, spesso senza cortesia.
Per un eccesso di supposta cortesia, invece, noi vediamo gli effetti di quello che all’inizio del Novecento il poeta Eugenio Montale chiamava «solitudine di gruppo». Noi non siamo più semplicemente quelli che in una qualsiasi carrozza di treno o della metro si sentono soli nella massa. Siamo quelli che stanno pensando che sia legittimo tutelare uno spazio di inviolabile solitudine anche nei rapporti affettivi, anche quando il vincolo sessuale ha dichiaratamente unito un uomo e una donna: la venerazione del “corpo della donna” e la consacrazione del suo diritto insindacabile alla scelta dell’aborto, ci ha portato alla sobria solitudine di una pillola, che si deglutisce con un sorso d’acqua. E vogliamo ammettere che trattare la donna da libera bolla di sapone sia un meritevole traguardo di civiltà?
Noi siamo quelli che sono arrivati a pensare che sia giusto interpretare «bene comune» non più come «il nostro bene», ma «il mio e il tuo bene». Con l’implicita deduzione che è doveroso inchinarsi di fronte alla singola diversità di tutti. Un rispettoso e sobrio sciame indistinto.
È l’idea dell’alveare – diceva il signor Chesterton – e si può benissimo chiamare anche teoria del condominio: siamo insieme, ma tutti sacrosantamente separati.
Nella famiglia tutta questa specie di dignitoso rispetto non c’è, perché, anche quando vive in un appartamento, la famiglia costruisce una casa. Con l’implicita deduzione che ci sono spazi comuni attorno a cui ruota tutto il resto. Ci sono corridoi con i muri scarabocchiati dai bambini; cucine con i fornelli sporchi e bicchieri lasciati qui e là; bagni con spazzolini da denti di colore diverso. Non è l’immacolato appartamento da rivista.
In mezzo all’alveare dei condomini, la famiglia passa con il fragoroso frastuono delle bande di paese: quelle che avanzano intonando le marce popolari, con il rimbombo di tamburi e grancasse. Quelle che cantano un ritornello facile, che tutti conoscono e molti si sono stancati di ascoltare. Sono i canti popolari o tradizionali. E non c’è parola più fastidiosa da sentire che tradizione, perché suona stantio e bigotto. Invece, la tradizione – diceva il signor Chesterton – non è altro che la democrazia prolungata nel tempo.
La banda delle mogli e dei mariti, dei padri e madri e figli ha qualcosa di incoraggiante da dire alla cronaca del mondo e sono i due elementi che tengono in piedi una sana idea democratica: «Ciò che accomuna gli uomini è più importante delle peculiarità che caratterizzano il singolo individuo. Le cose ordinarie valgono più di quelle straordinarie» (da L’etica del paese delle fate, in Ortodossia). La moglie che tiene il broncio al marito, il figlio che sbatte la porta di camera in faccia ai genitori sono testimoni attendibili di tutto ciò. Perché lavano i propri panni sporchi in famiglia, e non in una lavanderia a gettoni.
L’industriosità degli insetti sociali, come l’ape, è una metafora accattivante in questo tempo in cui ci viene chiesto rigore e impegno. Ma l’immagine di quel tipo di operosità toglie all’umano un tratto essenziale; gli insetti, infatti, non hanno la spina dorsale. L’idea di comunità che oggi la famiglia deve mettersi a cantare è l’antidoto alla venerazione della solitudine del condominio, che può solo portare a un rannicchiamento che intorpidisce gli arti. Un’atrofia generale dell’umano.
Al tiepido ronzio delle api noi contrapponiamo quello che accade la sera attorno a un tavolo da cucina: le risate, le litigate, il tramestio dei piatti, il pianto dei bambini, gli odori forti, le luci accese sono indizi che parlano di una vivace casa abitata. Questa è costruita sulla roccia.
I corvi appollaiati potranno continuare a sbirciare dalle finestre e constatare che specie di animali abitano tra queste quattro solide mura: «Nel fare resistenza a questa orribile teoria dell’Anima dell’Alveare noi Cristiani non difendiamo solo noi stessi, ma tutta l’umanità; perché il tratto distintivo ed essenziale della nostra idea umana è che un uomo buono e felice è un fine in se stesso, è che ogni anima vale. Anzi, per quelli che amano quel tipo di fantasie biologiche possiamo anche dire che noi siamo i comandanti e i campioni di un’intera porzione di natura, siamo i principi di quella casa che si regge sulla spina dorsale, quelli che difendono il latte di ogni madre e il coraggio del cucciolo sperduto, che rappresentano la commovente generosità del cane, l’ironia e la perfidia del gatto, l’affetto del cavallo pacifico, la solitudine del leone» (da Cosa c’è di sbagliato nel mondo).

mercoledì 16 maggio 2012

Annalisa Teggi - Tremende Bazzeccole -Intransigente discorso chestertoniano sul suicidio. «Occorre amare ciò che si biasima»

Grande Teggi e grande Chesterton su Tempi

Il suicida non è un martire, anche quando gli assomiglia molto.
Ci sono momenti in cui ci si può concedere di parlare dei fatti usando perifrasi e giri di parole; ma in altri la cosa migliore è affondare il coltello. Il tono generale che si usa in questo periodo per parlare dei numerosi suicidi – si dice – causati dalla crisi è compassionevole. E c'è qualcosa di sbagliato, perché il tono compassionevole implica il ragionamento: "Io capisco perché quell'uomo ha compiuto quel gesto e condivido con lui il dolore che lo ha spinto a farlo". Lo abbiamo ascoltato nelle scorse sere dalla voce di Roberto Saviano, che è un bravo narratore. Non siamo forse capaci di immedesimarci con l'imprenditore integerrimo che paga fino all'ultimo centesimo i suoi lavoratori e le tasse, poi, subissato da debiti e da prospettive cupe sul futuro, sceglie di togliersi la vita dentro il capannone della sua azienda – quel luogo che, magari, pietra per pietra ha costruito? Siamo capaci di compassione di fronte a tutto ciò, patiamo con lui. E proprio nei momenti in cui sentiamo viva in noi la compassione (non come mero sentimentalismo) dovremmo renderci conto che essa non può essere un punto d'arrivo, ma semmai è la premessa autentica per un giudizio più comprensivo sul nostro quotidiano vivere.
Dobbiamo diventare talmente interessati alla vita, da essere capaci di dare giudizi disinteressati. Così il signor Chesterton introduce una riflessione sul suicidio in un capitolo di Ortodossia intitolato "La bandiera del mondo". Lui, che era uomo dolce e ironico, capace di giochi di parole sensatissimi (anche quando sembravano solo bazzecole), nel parlare del suicidio è duro e freddo come la lama di una spada: «Il suicidio non solo è un peccato, ma è il peccato. È il male supremo e assoluto, il rifiuto di qualsiasi interesse per l'esistenza, il rifiuto di prestare il giuramento di fedeltà alla vita. L'uomo che uccide un uomo, uccide un uomo. L'uomo che uccide se stesso, uccide gli uomini: annienta il mondo. Il suo gesto è peggiore (dal punto di vista simbolico) di qualsiasi stupro o attentato dinamitardo. Perché distrugge tutti gli edifici e offende tutte le donne. Il ladro è appagato dai diamanti, il suicida non lo è: questo è il suo crimine. Non si lascia nemmeno corrompere dalle pietre sfolgoranti della Città Celeste. Il ladro esalta gli oggetti che ruba, e pure il loro proprietario. Ma il suicida insulta tutto ciò che esiste al mondo non rubandolo. Rifiutando di vivere per amore di un fiore, guasta tutti i fiori. In tutto l'universo non c'è una sola creatura minuscola per la quale la sua morte non sia una beffa».
Spesso alla Chiesa è stato imputata la colpa di essere intransigente nei confronti di questo peccato, come intransigenti sono queste parole. Ma occorre chiedersi cosa ci stiamo guadagnando dall'essere meno intransigenti; cosa ci stiamo guadagnando dalla compassione svincolata dall'idea che la vita è sacra – in ogni caso, senza compromessi di sorta. Siamo capaci di con-patire abbastanza uno sconosciuto (eppure così simile a noi) che si è suicidato da dire ad alta voce che ha sbagliato? Il passo della compassione è facile, perché è umanamente comprensibile; ma il passo dell'intransigenza, proprio perché è difficile, è un passo di amore più incondizionato. Il compromesso per cui la vita è un misto di bene e male, da accettare con dignitosa soddisfazione e dignitosa pazienza è l'illusorio pregiudizio che il signor Chesterton riteneva sommamente erroneo.
Non possiamo semplicemente compatire un uomo, senza voler combattere fino all'ultimo respiro per il suo bene. Da intransigenti. E la risposta non è – in prima istanza – che lo Stato istituisca degli sportelli a cui si possa rivolgere chiunque, operaio o imprenditore che sia, si trovi in situazioni economiche disperate.
Per problemi così drammatici e urgenti non occorrono – in prima istanza – soluzioni pratiche. È il momento in cui a sirene spiegate si deve gridare un solido ideale umano. Dunque, è vero che un uomo si trova ad appartenere a questo mondo, prima di potersi domandare se sia bello appartenervi o no. E poi entra nella giostra degli eventi; ma non è neutrale, perché, in qualche modo, non sente il mondo semplicemente come qualcosa di estraneo, infatti ne fa la sua casa. In molti modi, non solo materiali. Il mondo diventa Pimlico.
Pimlico è un quartiere di Londra che nel periodo storico in cui visse Chesterton attraversava un momento di degrado e declino. Chiamiamolo Scampia; anzi no, chiamiamolo col nome del quartiere in cui viviamo – che sia o meno degradato. Pimlico è la nostra condizione politica di abitanti del mondo; il nostro esserci, in un contesto urbano preciso e definito. Pimlico ci piace – perché ci viviamo, ma in molti casi Pimlico non va bene così com'è. E c'è chi condanna Pimlico, e vorrebbe fuggire e trasferirsi altrove. E c'è chi vorrebbe cambiarlo, passandoci sopra una bella mano di bianco così che non sia più riconoscibile. E in entrambi i casi Pimlico scompare. L'unica via d'uscita, afferma Chesterton, sembra quella di affezionarsi a Pimlico. «Forse l'esempio più frequente riguardo a tale punto è quello delle donne. Le stesse donne che sono pronte a difendere i loro uomini nelle cose piccole e grandi sono quasi morbosamente lucide circa la fragilità delle loro scuse o la grossolanità delle loro menti. Un amico, per quanto affezionato all'uomo, lo lascia così com'è; la moglie invece lo ama, e cerca di cambiarlo».
La cosa urgente da fare è gridare a sirene spiegate la nostra affezione e fedeltà alla vita. È una premessa tutt'altro che teorica; perché le cose che sembrano più ovvie sono proprio quelle che dobbiamo ricordarci più spesso. Non basta semplicemente amare la vita. Oppure, non serve semplicemente biasimare la vita. La contraddizione del vivere richiede una proposta umana altrettanto contraddittoria: occorre amare ciò che si biasima. «La mia accettazione dell'universo – afferma Chesterton riferendosi a Pimlico – non è ottimista, è qualcosa che assomiglia di più al patriottismo. È questione di fedeltà primaria. Il mondo non è una pensione di Brighton, da cui vogliamo andarcene perché è troppo deprimente. È la fortezza della nostra famiglia, con la bandiera che sventola sulla torre, e più è miserabile meno la abbandoniamo».

mercoledì 2 maggio 2012

1° maggio, auguri ai lavoratori. Auguri doppi a chi se ne sta a letto


Da Tempi - Tremende Bazzeccole (della nostra Annalisa Teggi)

Il lavoro è sacrosanto, e il riposo? Non è stato un semplice sfizio ironico quello che mi ha fatto ricordare in occasione della Festa del Lavoro che il signor Chesterton scrisse due articoli intitolati rispettivamente Dello stare coricati a letto e Intorno all’abolizione del riposo domenicale (dalla raccolta La nonna del drago e altre serissime storie).

Pur scrivendo in tempo che pare anni luce da noi (i due articoli sono del 1909 e del 1930), già allora era evidente che la logica brutalmente utilitaristica legata alla fantomatica “idea di Progresso” avrebbe debordato nel regno libero della vita privata dell’uomo. A Chesterton, però, fu evidente che chi ne usciva schiacciato era l’uomo comune e non semplicemente il lavoratore.
Premetto questo perché, verisimilmente, nei due articoli in questione certe argomentazioni addotte dal signor Chesterton in difesa di una certa idea di lavoro risulterebbero risibili dal semplice punto di vista sindacale.
Partiamo dal primo esempio. Chesterton protestò perché, anche a quell’epoca, era stata avanzata l’ipotesi di abolire la domenica come giorno settimanale di riposo (e questo trovava d’accordo il collettivismo russo e il capitalismo americano). L’ipotesi era quella – e non ci è affatto estranea – di dare un diverso giorno di riposo infrasettimanale ai lavoratori, e di stabilire dei turni per non interrompere la catena produttiva e garantire un margine di profitti maggiore. Mi pare evidente che in un qualunque serio tavolo di trattativa tra parti sociali, le parole di disapprovazione di Chesterton sarebbero suonate fuori luogo: «I comunisti si dicono a favore dei turni di lavoro e anche di frequenti vacanze; e allo stesso modo anche i capitalisti. Dicono che il lavoro dovrebbe essere organizzato per tutti, e che le ferie dovrebbero essere date di volta in volta a ciascun individuo; ma lo stesso vorrebbero i capitalisti. Viene concessa all’individuo una vacanza, ma essa non ha nulla di individuale. È data da una forza impersonale con rotazione meccanica, e su questa l’individuo stesso non può esercitare alcun potere. Non gli viene offerta nel giorno del suo compleanno, o nella ricorrenza del suo santo patrono, né in alcun altro giorno di sua preferenza. Dio non voglia! – o meglio, la non-esistenza di Dio non voglia!».
Nessuno si sognerebbe di difendere i diritti del lavoratore, reclamando che bisognerebbe concedergli di potersi riposare nel giorno del suo compleanno. Perché quando lo si pensa come lavoratore, solitamente si sta pensando in modo serio – e cioè si smette di pensarlo come uomo. O meglio, lo si pensa ancora come uomo, ma solo nel senso di soggetto-produttivo-a-cui-spettano-certi-diritti. Chesterton, invece, non è proprio in grado di pensare al lavoratore, senza pensarlo anche come uomo.
L’impercettibile (ai nostri occhi) differenza di prospettiva sta nell’intuire che solo difendendo l’uomo nel suo complesso risulterà anche più evidente come difenderlo meglio in quanto lavoratore. E per uomo s’intende l’uomo comune e il tutto di cui è fatto; ma tutto tutto. Anche il semplice fatto è lieto di ricordarsi in un certo giorno dell’anno di essere venuto al mondo.
È altrettanto evidente che la battuta sul diritto a festeggiare il proprio compleanno è tale (cioè, dice qualcosa di vero, ma senza pretese). Non ha, infatti, alcuna pretesa di attuabilità; ma ha la pretesa di dire che certe risibili argomentazioni appaiono ultimamente molto più ragionevoli di quelle su cui si basa la prevalente difesa del lavoratore. E risultano più ragionevoli perché trattano l’uomo umanamente, vale a dire dentro l’orizzonte complessivo delle sue esigenze naturali, affettive e intellettive. Cosa che, guarda caso, fanno anche le religioni.
Sempre Chesterton: «Comunque è altamente significativo nei confronti di un bisogno umano universale il fatto che le tre maggiori religioni, pur essendo in disaccordo intorno alla scelta della giornata sacra, siano d’accordo nella necessità di averla. Esse si sono combattute, perseguitate, oppresse e sfruttate nei modi più diversi, ma hanno conservato il profondo istinto umano di una Tregua di Dio in cui gli uomini debbano, se possibile, cessare di combattere, e anche (se mai l’idea è concepibile) smettere di sfruttarsi». E, proprio ascoltando nelle scorse ore la notizia di un’altra strage di cristiani in Nigeria durante la celebrazione della messa domenicale, queste parole che parlano di unità tra le religioni sulla base di un bisogno umano universale sono ancor più vere.
Se l’idea relativa al giorno di ferie per il compleanno è solo una battuta, Chesterton non scherza però sulla necessità che il giorno di riposo settimanale non sia generico e casuale e diverso per ciascuno. Perché l’idea della Domenica – o del Sabato, o del Venerdì – non è l’idea di un diritto alla pausa, ma è l’idea del riposo non svincolata dall’idea del compimento. L’idea della Domenica si basa sull’immagine di Dio, che il settimo giorno si riposò: e questa immagine custodisce da una parte il senso del lavoro come progetto e non come efficienza produttiva, dall’altra afferma (e ci ricorda) l’istinto umano alla pienezza, al compimento. Il lavoro non è esecuzione, ma opera e questo implica anche un momento in cui fermarsi a godere di ciò che è stato compiuto – riposandosi (e non prendendosi una tregua regolamentata su turni). Togliere questo ritmo ciclico dal lavoro è togliere la memoria della nostra radice umana legata al ciclo vitale del mondo. E non c’è da stupirsi se questo tipo di argomentazione manca nei tavoli di trattativa tra le parti sociali.
Comunque, anche in questo caso il giudizio che il signor Chesterton dà su una questione limitata ha sempre la portata di un orizzonte totale sull’uomo e, dunque, il vero senso del suo discorso non è un battibecco sulle pause e sulle ferie, ma il tentativo di spostare il soggetto del discorso su qualcosa di veramente interessante e degno: è vero che l’uomo è un lavoratore, ma la verità prima è che l’uomo è un essere creativo che partecipa all’opera (al progetto) della Creazione. E lo fa sempre, anche dedicandosi al suo hobby preferito la domenica; non dovrebbe essere scandaloso dire che lo fa anche quando se ne sta a letto a dormire.
Ridurre questa visione generale – cioè ridurre la natura creativa dell’uomo a una mera faccenda produttiva o anche di carriera – comporta che uno non possa più essere sinceramente libero anche in merito al riposo. Anche lo starsene a letto deve essere ricondotto a qualcos’altro che non sia puro e semplice riposo. Può essere una nuova pratica spirituale, magari l’ultimo ritrovato in merito di diete, ma non si può più dire che sia puro e semplice riposo. E qui entra in gioco il secondo articolo citato, per cui volentieri lascio la parola al signor Chesterton: «Il tono oggi comunemente usato verso la pratica di stare coricati a letto è ipocrita e malsano. Le azioni e le disposizioni secondarie dell’uomo devono essere libere, agili, creative, mentre immutabili devono essere i suoi principi e i suoi ideali. Ma da noi è vero il contrario: cambiano continuamente i punti di vista, ma il menu della colazione è sempre uguale. Da parte mia vorrei che gli uomini avessero opinioni forti e ben radicate, ma per quanto riguarda la colazione, la facciano qualche volta in giardino, qualche volta a letto, qualche volta sul tetto e qualche volta sopra un albero. Per chi studiasse la grande arte dello stare a letto vi è da aggiungere un’importante avvertenza cautelativa. Se rimanete a letto, badate bene di farlo senza motivo o giustificazione di alcun genere. Non parlo, naturalmente, per chi sia ammalato sul serio. Ma se un uomo sano se ne sta a letto, lo faccia senza addurre la minima scusa, e allora s’alzerà più sano di prima».

lunedì 2 aprile 2012

Tempi - Tremende bazzeccole (di Annalisa Teggi): I 94 embrioni "andati persi" sono mammiferi come noi (chi osa ricordarlo?)

Grazie, Annalisa.

L'Uomo Vivo

Da Tempi

Cosa direbbe Chesterton dell'incidente capitato all'ospedale San Filippo Neri di Roma? Ci ricorderebbe con uno dei suoi paradossi che quella era vita e che la vita è qualcosa di ben diverso "dall’accademia delle mode e dei capricci" cui ci vuole abituare la moderna mentalità. Annalisa Teggi torna su un episodio di cronaca (poco) commentato.

02 Aprile 2012

La cronaca è la narrazione dei fatti. È capace di mettere esattamente le carte sul tavolo, ma non è detto che sia sempre chiaro e univoco quel che c'è da vedere.
Mi ha colpito, ad esempio, il tono prevalente con cui ci è stata presentata la vicenda dell'ospedale San Filippo Neri di Roma: il 27 marzo per un errore tecnico nell'impianto di congelamento sono "andati persi" 94 embrioni nel centro di procreazione medicalmente assistita. Un tono misurato e tecnico, questioni mediche e legali. Ho sentito, invece, toni molto più drammatici e forti nel raccontare la protesta di chi, a una settimana dal giorno di Pasqua, ci ricorda quanto è disumano macellare gli agnelli.


Questo stridore, che forse solo io ho avvertito, non mi pare una nota isolata. L'umano che emerge dalle righe della cronaca è uno strano calderone. Si passa con soluzione di continuità dalla notizia sulla commercializzazione della pillola dei "cinque giorni dopo" alla notizia sulla crescita del senso di colpa tra i genitori, che pare ultimamente vadano molto in depressione per timore di aver dato un nome sbagliato ai propri figli. E dall'esame comparato di questi dati emerge lo spessore del nostro alto grado di civiltà: o schiacciamo la vita o ci mettiamo a idolatrarla. In nessun caso c'inchiniamo di fronte ad essa.



Poi c'è il dibattito sul matrimonio che riemerge con prepotenza, su chi ne ha diritto e chi no. E gli illuminati eterosessuali, che da tempo sono quella razza evoluta che ha santificato il divorzio, tendono le braccia agli omosessuali per farli loro compagni di strada verso quel regno del libero amore, dove ogni relazione è lecita ed è altrettanto lecito liberarsi di ogni relazione a proprio gusto.



In mezzo a questo polverone si fa fatica a vederci chiaro, l'unica chiarezza è che tutti ronzano ossessivamente attorno ai propri desideri e questo ronzare ha tutto l'aspetto di una dittatura silenziosa. Allo scrittore canadese Michael O'Brien è passata per la testa l'idea che Erode sia ancora tra di noi. Ma se c'è, ha messo da parte il bagliore delle spade.



Scrive il signor Michael O'Brien: «Una strana società, la nostra. Leggi assolutamente bizzarre e leggi profondamente scellerate vengono attualmente discusse in molti circoli, come se fossero opinioni ragionevoli. Tutta questa retorica fa sì che l'uomo moderno cerchi dappertutto e affannosamente delle soluzioni per questioni umane basilari, cioè le cerca ovunque tranne che nell'unico posto dove la vera risposta può essere trovata. Si affida a facili rimedi per evitare il sacrosanto privilegio della vita, che al Signore sembrò perfetto rivestire della carne, e per evitare tutte le responsabilità che derivano da ciò. L'uomo è arrivato a credere, consciamente o meno, che la salute, la fertilità, la generosità siano problemi che occorre limitare, cambiare o controllare ad ogni costo. Questa impostazione mentale, sia a livello personale sia come pensiero dominante del paese, è la ricetta di un disastro» (da L'attesa).



Ma c'è ancora un branco di sconclusionati che in mezzo al polverone deve - e dovrebbe proprio - alzare la voce in nome di quel mammifero che è l'uomo. E l'unico che può difendere la santità dell'uomo in quanto mammifero è il cristiano.

«Il posto in cui una madre è considerata qualcosa di più di un mammifero è anche il posto in cui è considerata davvero un mammifero. In un posto simile le persone sono ancora animali sani, sani abbastanza da prenderti a pugni se li chiami animali». Questa definizione di famiglia è un altro degli altri sacrosanti paradossi con cui il signor Chesterton è capace di riportare il discorso umano alle sue fondamenta.


E nessuno più di lui fu netto e chiaro nell'intuire che il vero bersaglio di tutta l'esuberante macchina del progresso moderno sarebbe stata la famiglia. Quella basata sul sacramento del matrimonio, quella fondata su un uomo e una donna che si impegnano di fronte a Dio rispondendo alla domanda: «Siete disposti ad accogliere con amore i figli che Dio vorrà donarvi?». Non è una domanda semplice come sembrerebbe. Perché non si parla affatto di un patto equilibrato tra i progetti di Dio e i desideri dell'uomo. È un po' più brutale la questione: sei disposto ad accogliere la vita se te ne farò dono?



Chi, tra le molte possibilità di legame affettivo che oggi esistono, sceglie ancora il vincolo del sacramento apra bene occhi e orecchi. Non è un patto alla pari e non ci sono margini di accordo. Il termine che spetta all'uomo riguarda la sua disponibilità ad accogliere, la Vita è affare di Dio.



Il punto di forza di questo vincolo è che, nella vertigine di questa insicurezza, c'è un'umiliazione benedetta. Quella, appunto, per cui l'umiltà ha a che fare con lo stare a tu per tu con la terra. E il fronte della battaglia che oggi si combatte è sulle cose terrene, infatti «si può notare che i pedanti sono contrari alle cose terrene quanto se non più che a quelle celesti. Non sono le cose sovrannaturali a disgustarli, ma quelle naturali. E chi di noi ha assistito alla distruzione, da parte di speculatori avventati, delle comuni regole e relazioni umane, quasi fossero abusi illeciti o questioni contingenti, comprenderà perché gli uomini hanno sempre cercato il divino per riuscire a conservare qualcosa di umano; comprenderà perché il buonsenso, respinto da quel lussuoso manicomio che è l’accademia delle mode e dei capricci, ha da sempre cercato rifugio nella sapienza di un sacramento» (G. K. Chesterton, La superstizione del divorzio).

giovedì 8 marzo 2012

L'esordio della nostra cara Annalisa Teggi (Il Cavallo Bianco, nome di battaglia...) su Tempi - Una splendida rubrica chestertoniana dal titolo Tremende Bazzeccole- Diffondetela! E' dei nostri!

Evviva Chesterton onnipresente, evviva i chestertoniani ovunque siano, evviva!

Evviva la nostra Annalisa Teggi!

E poi, tra l'altro, c'è un link al nostro piccolo blog...!

Grazie...!

http://www.tempi.it/festa-della-donna-storia-chestertoniana-di-mamme-pidocchi-e-dio



Festa della donna. Storia chestertoniana di mamme, pidocchi e Dio

Auguri a tutte le donne che sanno esprimere il genio di un amore incondizionato. Capace di tener conto di tutto, anche della bellezza effimera di un ricciolo. Perché non si può amare un figlio se non si è disposti a sacrificarsi per il più frivolo dei suoi dettagli. Infatti «anche i capelli del vostro capo sono contati».
in Tremende bazzecole
08 Mar 2012







Alla fine è stato un fatto banale a convincermi che il signor Gilbert Chesterton aveva ragione: la donna è un'irresponsabile. E tale affermazione è da considerarsi un complimento; forse il più sinceramente devoto che sia mai stato fatto alla donna.

Anch'io inizialmente credevo a una mia svista di lettura o di traduzione. Si tratta, invece, di uno di quegli scherzi linguistici di cui solo il signor Chesterton è capace; quegli scherzi per cui una parola apparentemente brutta, improvvisamente diventa la definizione perfetta di quelle semplici occasioni in cui gli esseri umani si lasciano sfuggire un gesto di impensabile grandezza.

Capita di rado a noi mamme - ma capita - di trovarsi ad arrivare con 5 minuti di anticipo di fronte all'aula di musica (o alla porta della palestra) a prendere i propri figli. Invece di arrivare col respiro corto, c'è quella volta in cui sei in orario, anzi c'è anche il tempo di scambiare due parole con gli altri genitori. E così una sera ho avuto il privilegio di ascoltare una mamma lasciarsi andare a uno sfogo dirompente, motivato dal fatto che nella scuola materna di sua figlia si era verificata un'epidemia di pidocchi. Il suo tono preoccupato non riguardava minimamente questioni di igiene scolastica. No. Il terrore era interamente legato ai capelli della bambina. L'ho ascoltata raccontare con quale dedizione adorasse quei lunghi boccoli biondi, cha aveva acconciato, intrecciato e pettinato fin dalla nascita; e il solo pensiero di doverli in qualche modo tormentare (… essendo l'eventualità del taglio da non considerarsi neppure tra le cose pronunciabili), lasciava presagire che avrebbe fatto cose inconsulte. Le aveva già fatte, in effetti: senza tener conto dell'opinione di marito, suoceri, genitori, zii e vicine di casa, da quasi un mese non mandava a scuola la bambina e, anche se il pericolo di contagio era ampiamente rientrato, lei era ancora intenzionata a prolungare questo tipo di sciopero. Aveva persino risposto per le rime al suo capo che si lamentava delle troppe assenze sul lavoro per motivi familiari; cosa assai pericolosa di questi tempi.

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Io sarei stata spontaneamente portata a giudicare un comportamento del genere come esagerato e frivolo. Forse perché ho figli maschi o forse perché lo è davvero. Infatti, proprio riguardo a questa sfacciata e spontanea frivolezza affettiva è entrato in gioco il signor Chesterton e mi sono ricordata che lui stesso (a inizio Novecento) si oppose alla legge che, in caso di pidocchi, imponeva nelle scuole inglesi il taglio a zero dei capelli a tutti i bambini. Laddove tutti noi vedremmo in questo provvedimento un gesto ragionevole e civile (considerata l'epoca), Chesterton ci vide una clamorosa inciviltà: a quel salutare, asettico e democratico provvedimento lui contrappose la banale evidenza che ogni brava mamma, piuttosto che vedere la sua bimba senza più un capello, si sarebbe messa a toglierle i pidocchi ad uno ad uno. Ogni genitore farebbe di tutto per i propri figli, ma è più tipico della donna mostrare il suo affetto incondizionato con un puntiglio che si fa addirittura più caparbio nelle frivolezze. Ecco: la donna è un'irresponsabile; perché per lei i figli non sono tutto, ma «ciascuna-singola-piccola-parte» di quel tutto; e allora (etimologicamente) lei non risponde più a niente e nessuno se una qualsiasi-piccola-parte dei figli è in pericolo … anche in leggero pericolo.

E fu proprio in questo tratto dell'istintivo affetto femminile che Chesterton vide un riflesso commovente dell'amore di colui che è stato il più irresponsabile della storia - il nostro Creatore. Da assoluto irresponsabile diede la vita di suo Figlio. E si può dire che lo ha fatto stando a guardare il capello; perché se c'è qualcosa di eroico in chi dà la vita «per tutti», c'è, invece, qualcosa di davvero irresponsabile nel gesto di chi lo ha fatto non tanto in nome della grandezza dell'Uomo, ma per un amore infinito che non è indefinito: una tenerezza che adora commossa anche le frivolezze, i dettagli magari balzani - ma così meravigliosi - di ciascuna delle sue creature.

E così, mentre nel guazzabuglio del pensiero dominante le grandi bandiere della democrazia e dell'uguaglianza continuano a sventolare, spinte da quel ragionevole venticello che sussurra cose del tipo «la legge è uguale per tutti - mal comune mezzo gaudio», c'è ancora nascosta tra di noi una testarda paladina, che difende e proclama la democrazia divina.



Quell'irresponsabile della madre di famiglia ci ricorda che dire «siamo tutti uguali di fronte a Dio» dovrebbe stimolare la nostra fantasia a spaziare in uno sfolgorante tripudio universale di boccoli biondi, trecce nere, ciuffi castani, rotonde pelate - anziché in quella desolata distesa di teste identiche coi capelli rasati a zero che è la più comune e deprimente visione democratica a cui siamo abituati. Insomma, alla donna scappa, in qualche momento di bizzarra follia quotidiana, di mostrare indizi clamorosi dell'idea di uguaglianza che ha chi ha detto di noi che ogni nostro capello è stato contato.

Probabilmente anche il signor Chesterton indugiò in pensieri di questo tipo vedendo dalla finestra di casa sua una bimbetta che giocherellava per strada, e poi mise per iscritto in poche righe un capolavoro di politica internazionale ed economica (per nulla utopico, bensìdistributista): "Io sostengo che dobbiamo immediatamente cominciare tutto da capo, e cominciare dalla parte opposta. Comincio con i capelli della bimba. Che sono in ogni caso una cosa bella. Qualsiasi altra cosa può essere cattiva, ma l’orgoglio di una brava madre per la bellezza della propria figlia è una cosa buona. Questa è una di quelle tenerezze purissime che sono le pietre angolari di ogni epoca e razza. Se ci sono altre cose che si oppongono a ciò, queste altre cose devono sparire. Se i grandi padroni, le leggi e le scienze si oppongono a ciò, i grandi padroni, le leggi e le scienze devono sparire. Con i capelli rossi di una monella dei sobborghi io darei fuoco a tutta la civilizzazione moderna. Lei è la sacra immagine dell'uomo; attorno a lei la fabbrica sociale vacillerà, si spaccherà e crollerà; le colonne della società tremeranno e le volte della storia si sgretoleranno, e non uno dei suoi capelli sarà toccato" (daCosa c'è di sbagliato nel mondo).

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