Visualizzazione post con etichetta Una gioia antica e nuova. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Una gioia antica e nuova. Mostra tutti i post

mercoledì 18 marzo 2026

Una vecchia ma interessante recensione di Una gioia antica e nuova uscita su Il Manifesto nel 2011, a cura di Ivan Tassi.



Quando si apre uno dei romanzi che Charles Dickens scrisse tra il 1836 e il 1870, lungo l'arco di una straordinaria carriera, si è costretti a far fronte a un paradosso miracoloso. Dickens, insegnava Nabokov in una delle sue Lezioni di letteratura, resta un magnifico «incantatore»: se si tenta di analizzare il suo metodo narrativo, non si può fare a meno di rilevare un catalogo di «difetti» nelle sue storie, a volte prevedibili o viziate dal sentimentalismo; ma se lo si legge «con la spina dorsale» - sede, per Nabokov, del «piacere artistico» - non resta che «arrendersi» di fronte alle magie illusionistiche della narrazione. La lettura, in ogni caso, «tiene», ci trascina e finisce per lasciare il critico in imbarazzo, a interrogarsi sull'adeguatezza del suo percorso e dell'attrezzatura utilizzata durante l'indagine.
Ma dunque, se non è in grado di spiegare il mistero della scrittura attraverso gli strumenti della ragione, a cosa serve la critica letteraria? Quali sono i suoi limiti e le sue legittime aspirazioni? Se non vogliamo chiudere gli occhi di fronte al problema, possiamo affidarci a Gilbert Keith Chesterton e abbandonarci alle pagine di Una gioia antica e nuova. Scritti su Charles Dickens e la letteratura (a cura di Edoardo Rialti, Marietti). 
Il libro, tradotto oggi per la prima volta in italiano, raccoglie le prefazioni ai romanzi di Dickens che Chesterton allestì per la collana Everyman nel 1911, lo stesso anno in cui diede alla luce L'innocenza di Padre Brown, il primo di una fortunata serie di gialli. La coincidenza cronologica, non casuale, è sintomo di un'ammirazione che rischiò di sconfinare nell'osses
sività e che solo la meravigliosa intelligenza critica di Chesterton riuscì ad addomesticare.

Il resto qui sotto:



martedì 8 dicembre 2020

Oliver Twist prefato da GKC...

Questa edizione dell'Oliver Twist di Charles Dickens, edita da Everyman's Library (Dent/Dutton) e ristampata nel 1929, reca la prefazione del nostro caro Gilbert. 
Il testo della prefazione è stato incluso nell'edizione italiana di Appreciations and Criticism of the Works of Charles Dickens che si intitola Una gioia antica e nuova - Scritti su Charles Dickens e la letteratura, edito da Marietti nel 2011.
Chesterton scrisse due volumi su Dickens, ed uno è proprio la raccolta delle prefazioni che scrisse nei primi anni della sua carriera, mentre l'altro è una vera e propria critica su Dickens.



domenica 2 aprile 2017

La buona battaglia - di Fabio Trevisan - da Riscossa Cristiana


"Amare qualcosa senza desiderare di combattere per averla non è amore, ma lussuria"


Questa frase, rinvenibile nel saggio "Appreciations and Criticism of the Works of Charles Dickens" del 1911, edito in lingua italiana (Marietti 1820) con il titolo "Una gioia antica e nuova. Scritti su Charles Dickens e la letteratura", condensa in modo efficace il pensiero di Chesterton sulla "buona battaglia". In un'epoca, come la nostra, caratterizzata dall'incapacità di mantenere l'obbligo di fedeltà dato e quindi di amare fino in fondo e desiderare conseguentemente di combattere per quella causa e per quel voto assunto da principio, ecco il drammatico epilogo prospettato dal grande scrittore londinese: al posto delle virtù della fedeltà e della magnanimità subentrano i vizi corruttori della lussuria e della meschinità.

Come aveva intuito Chesterton, si innesta nel mondo una nuova specie di miserabili traditori, piccoli uomini senza slanci generosi, preoccupati solamente di compiacersi ambiguamente: "Quando la natura umana è umana, incontaminata da sofismi particolari, esiste un naturale legame di parentela tra guerra e corteggiamento…". Da rilevare quanto insistesse Chesterton sulla "natura umana" e quanto questa natura sia stata erosa, dimenticata, tradita. Per non parlare poi di quel legame di parentela tra guerra e corteggiamento, così malinteso e così vituperato oggi, in un clima ideologico impregnato di pacifismo e sessismo adulterato. L'essenza del vero romanticismo e dell'autentico eroico amore umano era sintetizzato, dal saggista di Beaconsfield, in questa splendida frase: "In un romanzo vero ci sono tre personaggi che vivono e agiscono: Possiamo chiamarli San Giorgio, il Drago e la Principessa. Ogni romanzo deve conoscere il duplice tema dell'amore e della battaglia. Deve esserci una Principessa, l'oggetto da amare; deve esserci il Drago, l'oggetto da combattere, e deve esserci San Giorgio, che è il personaggio che ama e combatte". 

Per Chesterton non era possibile separare il sano amore dalla buona battaglia e per questo inveiva contro la società moderna che stava tralasciando questo indissolubile legame: "La nostra civiltà moderna mostra molti sintomi di cinismo e decadenza, ma di tutti i segnali della fragilità moderna e della mancanza di principi morali, non c'è nessuno così superficiale o pericoloso come questo: che i filosofi di oggi abbiano cominciato a dividere l'amore dalla guerra, e a collocarli in campi opposti". Chesterton alludeva al nodo inestricabile amore-guerra, pensate un po', persino nell'amata Chiesa Cattolica Romana: "Una cosa implica l'altra. Una cosa implicava l'altra nel vecchio romanzo e nella vecchia religione, che erano le due cose permanenti dell'umanità. Non si può amare qualcosa senza voler combattere per essa". Queste frasi mi fanno rabbrividire per l'intensità, la profondità e la stupefacente attualità. Sembra che Chesterton stia parlando adesso a soggetti talmente svirilizzati da non concepirsi quasi più come persone; incapaci di amare e donarsi fino in fondo. Gente così inerme, incapace di lottare e di comprendere il reale significato della vita. Chesterton sapeva invece che amare il mondo equivaleva innanzitutto a combatterlo: "Nello stesso istante in cui si è offerto di amare tutte le persone, egli si è anche offerto di colpirle". Chesterton ammoniva e rilevava, da sano cattolico che si spendeva per la buona battaglia, dell'importanza della salvezza dell'anima: "Niente è più importante del destino dell'anima…tutti i buoni scrittori esprimono lo stato della loro anima". 

Nell'amato Dickens, a cui aveva dedicato anche altri scritti, Chesterton intravedeva la bellezza della sua anima: "La prima cosa da capire di Dickens è proprio questa condizione fondamentale dell'uomo dietro le sue creazioni". A certe condizioni era possibile "dialogare" con Dickens: amandone l'anima, lo spirito delle sue creature e desiderare combattere con lui l'iniquità del male e del peccato. Chesterton promuoveva quindi un ardente combattimento spirituale contro ogni modernismo o progressismo, facendoci assaporare una gioia antica e nuova: "Certamente la parola "progresso" oggi è insignificante, perché il progresso dà per scontata una direzione già definita. Ed è proprio su questa direzione che ci troviamo in disaccordo". 

Egli era perfettamente consapevole che, oltre al connubio amore-guerra, era indispensabile tornare alla salvaguardia del dogma e dell'ortodossia: "Il dogma è l'unica cosa che rende possibile una discussione, o un ragionamento".