E. C. B. (Edmund Clerihew Bentley, ndr) , il mio primo amico e il più originale.
Gilbert Keith Chesterton, Autobiografia.
E. C. B. (Edmund Clerihew Bentley, ndr) , il mio primo amico e il più originale.
Gilbert Keith Chesterton, Autobiografia.
La storia del ritrovamento di questo manoscritto (si veda in proposito il commento di Dale Ahlquist caricato nel blog) è a tal punto rocambolesca e piena di coincidenze da parere inverosimile. Eppure, oltre al riscontro calligrafico, l’ironia e l’autoironia che trasudano da tutto il testo, il procedere amabilmente polemico e il gusto per i giochi di parole non lasciano spazio a dubbi di sorta: chi scrive è proprio Chesterton. Si tratta di un breve editoriale di una rivista, mai in realtà pubblicata, che nelle intenzioni doveva raccogliere il pensiero e il lavoro del Detection Club (a proposito del Detection Club si veda anche qui e qui), un gruppo ancora oggi attivo, fondato nel 1930 e composto dai più importanti giallisti dell’epoca, tra cui, ovviamente, lo stesso Gilbert. In esso l’autore invita a riflettere i suoi compagni giallisti su quanto i romanzi polizieschi siano diventati monotoni: tra morte di milionari in case sperdute, maggiordomi che non la raccontano giusta e falsi indizi è ormai difficile accontentare il lettore sempre più esigente. Un problema che per qualcuno potrebbe essere solo di ordine estetico, assume per Chesterton ben altri contorni, perché nel suo modo di vedere le cose il giallo non è un semplice genere di intrattenimento ma “l’unica storia decentemente morale che viene ancora raccontata”, il luogo dove l’uomo si confronta in modo franco e diretto con il bene e con il male, senza infingimenti. Come salvare, dunque, tale tesoro dalla monotonia? Ci vuole “un cambio di scena”: perché anziché in una casa moderna il delitto non può avvenire in un vecchio castello medievale? Chesterton non poteva forse prevedere quanto la sua intuizione si sarebbe rivelata felice, visto che nel corso del Novecento il giallo storico diverrà un vero e proprio sottogenere amato da tanti lettori. Probabilmente lui stesso si sarà dimenticato di queste pagine, una volta che il progetto è naufragato, preso da altre mille incombenze a cui rispondere. O forse invece un giorno saremo così fortunati da leggere di quella volta che Padre Brown, insieme all’inseparabile Flambeau, sventò il famoso complotto ordito contro Riccardo Cuor di Leone…
Giovanni D'Andrea
__________________
Dal momento che in questo periodo mi trovo sfortunatamente impossibilitato a produrre un qualche lavoro degno di questa rivista periodica di epocale importanza (1), mi ritirerò nel rifugio dell’incompetente e tenterò energicamente di scaricare il lavoro su altre persone. Diventerò un grande datore di lavoro, esattamente come tanti altri uomini che non sono abbastanza istruiti per essere lavoratori. Diletterò la mia fantasia col pensiero di camminare avanti e indietro, osservando tutti i miei proletari, il signor Bentley, il signor Berkeley, la signorina Sayers e la signora Christie, affaccendati al lavoro, mentre segano, martellano e posano mattoni per realizzare un progetto partorito interamente dalla mia mente, probabilmente abbastanza incomprensibile, e che potrebbero abbastanza energicamente disapprovare. Questo perché ho un piccolo suggerimento da proporre, magari per un articolo di questa prima edizione, oppure per una attività o una formalità della società ad essa connessa, oppure ancora per una variazione sui molti esperimenti nella pubblicazione dei libri nel Detection Department. Si tratta di un suggerimento davvero piccolo, nulla di straordinario, ma ritengo che intercetti una certa critica che viene spesso avanzata a proposito della monotonia del romanzo poliziesco.
Ovviamente, se diventassi un grande datore di lavoro, potrei immediatamente essere assassinato nel primissimo capitolo, e farei anche il mio primo omaggio alla compagnia come cadavere, ottemperando così alle leggi del romanzo poliziesco, non sempre rispettate, ahimè, nella realtà. In seguito, il mio corpo verrebbe trovato dal mio maggiordomo (assunto appositamente per l’occasione) nella mia biblioteca (che sarebbe costruita in fretta e furia come ampliamento della mia attuale dimora, che di certo non possiede alcuna dependance), e dunque il dottore e il detective osserverebbero i miei lineamenti sottili, forti e piuttosto rapaci. A quel punto il detective chiederebbe se io avessi per caso avuto dei nemici e il dottore risponderebbe piuttosto stancamente (dal momento che lo avrebbe già detto centinaia di volte), “Un uomo non guadagna dodici milioni di sterline al minuto, come in effetti Chesterton guadagnava, senza farsi dei nemici”. Infine, inizierebbero a disquisire a proposito di tutti i rivali che avrei annichilito nel mio spietato cammino verso il successo, e così via. Pochi scrittori di romanzi polizieschi sono riusciti del tutto a evitare questa scena o cerimonia, ed è proprio a proposito di questa scena o cerimonia – o comunque di elementi simili – che la critica avanzata in un recente articolo sul The London Mercury fondamentalmente si basava.
Il critico, prendendo le mosse da un magnifico articolo della signorina Dorothy Sayers, nella stessa rivista, voleva mostrare come il romanzo poliziesco tenda per sua natura a fossilizzarsi in alcune forme convenzionali: in particolare in questa faccenda della morte di un milionario, ma anche nell’inossidabile abitudine del milionario di farsi assassinare nella sua piccola dimora di campagna. Lo scrittore sosteneva, in un certo senso abbastanza assennatamente, che lo spirito divino dell’uomo provi un più intenso piacere nell’uccidere un uomo ricco rispetto a un uomo povero e che una casa di campagna sia una tra i pochi spazi sufficientemente isolati e chiusi per accogliere le poche dramatis personae direttamente implicate nel dramma.
Mi pare un’esagerazione affermare che ciò debba sempre avvenire, e ancor più un’esagerazione suggerire che ciò debba sempre essere monotono. Accade, esattamente nello stesso modo qui descritto, con inimitabile freschezza e vigore in Trent’s Last Case di E. C. Bentley, ma è eccessivo dichiarare che un omicidio possa avvenire solamente durante una festa privata in una casa di campagna. Ci sono altre forme di catastrofe, desolazione e isolamento disumano oltre a quella di passare il fine settimana nella casa di un milionario in compagnia di persone intelligenti. C’è una barca, c’è un’isola deserta, c’è un gruppo d.i alpinisti ricoperti di neve in un rifugio di montagna (di chi sono le tracce invertite sulla neve?), c’è il cortile interno di un college con gli studenti riuniti a un certa ora (urla disumane dalle stanze del professore di Teologia Morale) e chiunque tra i miei più brillanti compagni potrebbe suggerirne cinquanta ancora; molto più racchiusi nella struttura, o regolari, rispetto alla natura labirintica e contorta di Gobblegrave Grange, banalmente bucherellata da nascondigli per preti e grotte di contrabbandieri (2). Ho io stesso commesso non meno di cinquantadue omicidi, in senso distaccato e poetico, e credo che solo circa tre di essi fossero omicidi di un milionario e difficilmente qualcuno di essi era ambientato in ordinarie case di campagne.
Eppure, anche se ritengo che il critico ingigantisca il destino ferreo e inevitabile che spinge noi tutti a tali orribili soluzioni, ammetto che c’è qualcosa di vero in quello che dice, almeno in questo senso: che è molto complicato evitare la ripetizione, o meglio l’assenza di originalità, per quanto riguarda i dettagli della morte di un uomo moderno, che sia o no un milionario, perlomeno se è abbastanza importane da mettere in moto l’intero apparato moderno: la routine di autopsia, indagine, polizia locale e intervento di Scotland Yard. Mi limiterei solo a suggerire un modo possibile per procedere senza questo apparato, preservando comunque la moralità vivace del romanzo poliziesco.
Perché il romanzo poliziesco è quasi l’unica storia decentemente morale che viene ancora raccontata. Solo in racconti di sangue e di tuono vi è qualcosa di tanto cristiano come il sangue che grida giustizia al tuono del giudizio; ma ora, dunque, il romanzo poliziesco che dovrebbe essere sensazionale è ormai l’unico romanzo che non sorprende più (3).
Secondo me dovremmo tentare un po’ di più la strada di quello che potrebbe essere chiamato il romanzo poliziesco storico. Il gioco di maschere e facce e il misterioso cuore dell’uomo rimarrebbero esattamente gli stessi, ma potremmo adoperare centinaia di variazioni e ottenere qualche libertà, intervenendo sugli aspetti secondari dell’azione. Quando venne messo in scena Amleto in abiti del tutto moderni, non c’è dubbio che si fece fatica a immaginarselo in altro modo che come un uomo abituato a portare una spada, dal momento che, in molti dei suoi gesti impulsivi, sguainare una spada è tanto naturale quanto muovere un dito. Concediamoci la stravaganza di immaginare che, invece che Amleto vestito in abiti moderni, siano i personaggi di Trent’s Last Case, vestiti in abiti elisabettiani. Una lotta tra uomini abituati a tal punto alla spada e al pugnale da esserne noncuranti che si conclude in un omicidio non davvero premeditato o colposo sarebbe molto più semplice da immaginare. Non sto suggerendo che si dovrebbe cambiare in questo caso specifico: sarebbe complicato eliminare l’episodio del telefono e temo che sarebbe difficile anche mantenere il magnifico episodio del dente falso. Ma la moralità del rapporto tra Marlowe e Manderson (4) avrebbe potuto benissimo essere la stessa del rapporto tra un qualche giovane poeta e il suo protettore durante il Rinascimento. Ipocrisia e segretezza sono il mantello e la maschera di quel ballo in maschera che è il romanzo poliziesco, ma il mantello può essere di diversi tagli e stili, e non c’è carenza di ipocriti nella storia.
Per certi versi, ciò ribalterebbe l’argomentazione del critico del Mercury contro di lui. Un vecchio castello sarebbe, ancor più che una casa di campagna, un ambiente chiuso e compatto e la malvagità dell’uomo ricco in tempi più semplici era nient’affatto più malvagia ma senza dubbio meno monotona. Non voglio dire, ovviamente, che dovremmo convertire tutti i nostri racconti polizieschi in spettacoli di costume; dico solamente che se ogni tanto lo facessimo, tanto per cambiare, ci imbatteremo in alcune nuove libertà e in alcune nuove limitazioni. Se mi è concesso un altro po’ di egocentrismo, potrei ricordare che una volta ho scritto un breve racconto chiamato All'insegna della spada spezzata: è estremamente melodrammatico e inverosimile per essere un episodio militare moderno per il semplice motivo che originariamente avevo ipotizzato una trama sulla base di qualche schermaglia medievale, con lance e asce da battaglia, e solo in seguito l’avevo adattata alla vita moderna, con l’obiettivo di renderla contemporanea a quel Padre Brown che, se non ricordo male, la signora Helen Parry Eden aveva definito molto sinceramente come un “piccolo fannullone ficcanaso”.
Credo che un tentativo possa essere fatto, ad esempio, con qualcuno dei misteri davvero accaduti, come quelli che sono diventati oggetto di studio da parte di Andrew Lang (5).
Supponiamo di prendere un episodio sconcertante e ancora enigmatico, come il Campden Wonder (6) o la Gowrie Conspiracy (7), e, dopo un’introduzione in cui si dichiarano i fatti noti, proporre, a turno, una soluzione dello storico enigma, nella forma di un breve romanzo storico. Ciò offrirebbe allo stanco detective quello che viene sempre consigliato dal dottore: un cambio di scena. Lo scrittore non si sentirebbe come l’assassino, ritornando non solo sulla sua scena del crimine ma sulla scena di centinaia di crimini esattamente simili. Non proverebbe la terribile sensazione di lasciare in eterno le proprie tracce e di sfogliare un documento troppo familiare ricoperto dalla sue impronte. Sarebbe allietato e ravvivato dal poter utilizzare nuovi strumenti, anche se fossero strumenti di tortura. Troverebbe qualsiasi tipo di novità tra le antichità.
Prendiamo, per esempio, la questione di cui si è parlato prima: l’antica usanza di portare una spada. Supponiamo di avere scelto lo strano caso della morte di Sir Edmund Godfrey, all’inizio della questione del Complotto Papista (8). Si tratta di qualcosa di identico a un racconto poliziesco dal momento che vi sono tre verosimili ipotesi di omicidio e una di suicidio.
Ma ciò che mi interessa ora è questo: il fatto che Godfrey venne ritrovato in un fosso ad Hyde Park, se non sbaglio, con segni di strangolamento da corda ma anche con la sua spada conficcata nel corpo. Per il detective si tratta di una classica complicazione, o contraddizione, da risolvere. Ma ciò che importa è che presenta, in una forma inusuale e pittoresca, qualcosa che ci ha tutti un po’ stancato nella sua forma familiare e moderna. Non abbiamo forse un po’ troppo spesso letto che Sir Gorlias Guttlebury che all’inizio sembrava essere stato pugnalato, alla fine venne scoperto essere stato avvelenato? Non leggiamo forse, in modo abbastanza meccanico, di come la polizia ha provato a rintracciare il pugnale e di come i dottori hanno intuito l’avvelenamento prima del coroner? In questo caso invece non c’è necessità di rintracciare l’arma, poiché è l’arma stessa del morto, e non c’è bisogno di strani veleni orientali, perché l’omicidio può essere eseguito con qualsiasi vecchia corda. Ma perché è stato fatto? Perché vennero utilizzati due metodi? Quale dei due per primo?
Lascio questo caso tra i tanti possibili, più che altro come esempio o esperimento, ai miei compagni del Detection Club. Potremmo pubblicare un libro o una serie di libri con sette diverse spiegazioni per la morte di Sir Edmund Berry Godfrey?
___________
Note
Come si legge nel primo post di oggi, Chesterton ebbe una spinta determinante ad intraprendere il mestiere di giornalista proprio dal suo compagno di studi (studi mai finiti, per il Nostro Eroe) John Ernest Hodder-Williams. Fu una spinta determinante, perché - come scrisse il compianto William Oddie - fu lo spunto per il "long journey round the world" di Chesterton. Senza di lui probabilmente non sarebbe mai partito per il suo viaggio lungo tutto una vita per dire al mondo che è meglio essere vivi ed è meglio essere grati. In molti ricorderete le difficoltà e le ubbie che si sciolsero definitivamente un bel giorno del 1894 grazie anche alla lettura di alcuni libri (L'Isola del Tesoro di Stevenson, alcune poesie di Walt Whitman e il Libro di Giobbe) e che culminarono in una specie di esperienza mistica.
Ma chi è l'uomo a cui dobbiamo tanto?
Sir John Ernest Hodder-Williams (1876 - 1927) fu uno scrittore ed editore britannico comproprietario della casa editrice Hodder & Stoughton di Londra (oggi acquisita dalla casa editrice francese Hachette ma ancora in vita col suo marchio), che fu la prima casa editrice che pubblicò lavori di Chesterton, per l'appunto le note recensioni sul periodico The Bookman che gli diedero la prima notorietà assieme agli articoli usciti su The Speaker e su altri periodici.
The Bookman veniva pubblicato la prima settimana di ogni mese e si proponeva di raccontare "la vita letteraria del giorno"e di essere "la migliore guida illustrata ai migliori libri del momento".
Qui trovate il testo integrale con le illustrazioni del volumetto su Thomas Carlyle, che si presenta firmato sia da Chesterton che da Hodder-Williams. Al volume dedicammo parte di un altro post circa un anno fa.
Ma torniamo al nesso tra Chesterton e questo distinto signore e al contesto in cui questo rapporto si colloca. Vedremo come non fu l'unico ad creare la "bomba Chesterton", anche se di certo possiamo dire che ne costituì l'innesco.
Troviamo traccia di questo primo innesco, come accennato nel precedente post, nell'Autobiografia, in cui Chesterton afferma, a proposito dei suoi anni giovanili:
"(...) il centro di gravità della mia vita si era spostato da ciò che (per amor di cortesia) chiameremo Arte a ciò che (per amor di cortesia) chiameremo Letteratura. L'intermediario di questo cambiamento di intenzioni fu innanzitutto il mio amico Ernest Hodder Williams, più tardi a capo della ben nota casa editrice (Hodder & Stoughton, ndr). Frequentava le lezioni di inglese e latino all'University College (di Londra, ndr), mentre io frequentavo, o fingevo di farlo, i corsi alla Slade School. Seguii con lui il corso di inglese e, per questo motivo, ho l'onore di essere tra i numerosi allievi che sono grati all'insegnamento straordinariamente vivo e stimolante del professor W. P. Ker. In genere, gli studenti studiavano per l'esame, ma io non avevo neppure quello, di scopo, in quel periodo della mia vita così privo di scopi. Mi conquistai così la reputazione, del tutto immeritata, di coltivare una devozione disinteressata e gratuita per la cultura, e una volta ebbi l'onore di rappresentare da solo l'intero pubblico del professor Ker. In quell'occasione, fece una lezione esauriente e traboccante di idee come non avevo mai sentito, riservandosi soltanto uno stile più familiare. Mi fece qualche domanda sulle mie letture e, al mio vago accenno alla poesia di Pope, rispose soddisfatto: «Ah, vedo che è stato educato bene». Pope non riceveva neppure il minimo riconoscimento dalla generazione di ammiratori di Shelley e di Swinburne. Hodder Williams e io parlavamo spesso di letteratura, durante il corso, e lui si mise in testa che io potessi davvero scrivere, illusione che gli rimase fino al giorno della morte. Di conse-guenza, e in rapporto ai mie studi, mi passò alcuni libri d'arte, perché ne facessi la recensione sul «Bookman», la celebre rivista della casa editrice e della sua famiglia. Non mi dilungherò a raccontare che, non essendo riuscito a imparare né l'arte né il disegno, fui invece capace di buttar giù qualche riga critica sui punti deboli di Rubens o sui talenti non sfruttati di Tintoretto: avevo scoperto la più facile tra tutte le professioni e da allora non l'ho mai abbandonata. Se mi guardo indietro e contemplo questi momenti e, in generale, le vicende della mia vita, a colpirmi è la mia fortuna straordinaria. Mi sono già schierato a difendere i pregi della Favola con Morale, ma è contro ogni sano principio il fatto che i doni generosi della fortuna fossero prodigati all'Apprendista Ozioso. Nel caso del mio rapporto con Hodder Williams, è illogico che una persona tanto negata negli affari potesse intendersi con un'altra invece così versata. Nel caso della scelta di un mestiere, era scandaloso che uno riuscisse a diventare giornalista solo perché aveva fallito come artista. Ho detto mestiere, non professione, perché l'unica cosa che posso dire a mia difesa, sia per un lavoro che per l'altro, è che non mi sono mai montato la testa. Forse ho avuto una professione, ma non sono mai stato professore. Ma, in un altro senso, c'era in questa prima fase un elemento di fortuna e perfino di caso. Intendo dire che la mia mente rimaneva svagata, stupefatta quasi, e queste opportunità erano solo accadimenti che mi capitavano, quasi delle disgrazie. Dire che non ero ambizioso sembra alludere a una virtù, mentre in realtà era solo un difetto, neppure tanto grave: era quella cecità singolare tipica della gioventù, che siamo capaci di scorgere negli altri, ma incapaci di spiegare in noi stessi. Ne parlo qui, perché è in relazione con il perdurare di quell'enigma irrisolto della mente, di cui ho parlato all'inizio del capitolo. Il fatto è che i miei occhi erano rivolti verso l'interno piuttosto che verso l'esterno, conferendo alla mia personalità morale, io credo, uno sgradevole strabismo. Ero ancora gravato dall'incubo metafisico di negazioni dell'anima e della materia, dalle morbose rappresentazioni del male, dal fardello del mio corpo e del mio cervello, stranamente misteriosi. Eppure, già mi rivoltavo e tentavo di elaborare una versione più costruttiva della vita cosmica, per quanto peccassi di un eccesso di positività. Mi definivo ottimista, perché tendevo pericolosamente al pessimismo: è l'unica scusa che posso dare" (1).
A titolo meramente informativo il professor W. P. Ker fu negli interessi e nella stima anche di J. R. R. Tolkien.
Chesterton iniziò allora questa collaborazione con Hodder & Stoughton nel 1899.
Ci spiega William Oddie che
"naturalmente non era il suo primo articolo su artisti o storici dell'arte (la sua prima recensione pubblicata, su The Academy, era stata quella di una raccolta di estratti dalle opere di John Ruskin), e non fu nemmeno l'ultimo: nel corso dell'anno successivo, insieme a Ernest Hodder Williams (che aveva conosciuto come compagno di studi all'University College di Londra), avrebbe scritto, per The Bookman, un lungo studio in tre parti sulla scena artistica contemporanea; e nel dicembre del 1900 contribuì con un importante articolo su G. F. Watts, che abbiamo visto essere il suo primo articolo su G. F. Watts, che possiamo considerare il precursore del suo studio completo sull'artista, pubblicato nel 1904" (2).
Oddie ci dice poi che questo primo articolo sul Bookman colpiva
"non solo per la fluidità dello stile, ma anche per l'audacia intellettuale - come tutto ciò che scriverà nella sua maturità. Mostra già alcune delle qualità che lo avrebbero reso uno dei più grandi critici della sua epoca: la capacità di fare analogie sorprendenti; la comprensione del mezzo in cui opera l'oggetto della critica; l'abilità analitica scientifica che sapeva impiegare per eliminare una falsa percezione; il modo in cui, al meglio, usava sempre l'umorismo come mezzo di discernimento serio piuttosto che come semplice intrattenimento leggero" (3).
I primi pezzi di Chesterton per il Bookman (in particolare quelli firmati con Ernest Hodder Williams) ci danno l'occasione per ricordare il ruolo svolto dagli amici nel lancio della carriera letteraria del nostro eroe. Abbiamo visto che era stato Hodder Williams (con cui Chesterton aveva frequentato le lezioni di letteratura inglese del professor Ker dal 1893 al 1895) che aveva suggerito a Gilbert di scrivere per la testata letteraria quando la Hodder & Stoughton l'aveva lanciata nel 1899. Ma ancora più importante fu il sostegno ricevuto - e la pressione e l'incoraggiamento - dei suoi amici dei tempi della scuola superiore. Il suo futuro cognato Lucian Oldershaw affermò in seguito che
“non fece nulla per se stesso finché non scendemmo da Oxford e lo spingemmo” (4).
Quest'opera di persuasione e di incoraggiamento degli amici portarono all'ingaggio da parte di The Speaker, testata rilevata da un gruppo di giovani liberali antimperialisti di Oxford e da loro trasformato in uno dei principali organi di opposizione alla guerra boera. Di questo gruppo facevano parte appunto i vecchi compagni di scuola ed amici di sempre Lucian Oldershaw e Edmund Clerihew Bentley, che iniziarono subito a convincere il direttore J. L. Hammond e il redattore letterario F. Y. Eccles a pubblicare articoli e recensioni di libri scritte da Chesterton.
Questo marchio d'amicizia sarà tanto amato da Chesterton fino alla fine, e su quest'esperienza baserà tante sue riflessioni sul tema delle relazioni sincere. Tutto questo non è trascurabile nella storia di quest'uomo e va quindi raccontato.
Marco Sermarini
(1) Gilbert Keith Chesterton, Autobiografia, Lindau, Torino 2010, pp. 110 - 112.
(2) William Oddie, Chesterton and the Romance of Orthodoxy. The Making of GKC 1874 - 1908, Oxford University Press, Oxford 2008, p. 173 (mia traduzione).
(3) ibidem.
(4) William Oddie, Chesterton and the Romance of Orthodoxy. The Making of GKC 1874 - 1908, p. 176 (mia traduzione).
(riproduzione riservata ©)
![]() |
| John Ernest Hodder - Williams |
![]() |
| Ecco una delle prime creazioni... |
Come i lettori assidui del nostro blog sapranno, Lucian Oldershaw fu uno dei compagni di classe di Gilbert a St. Paul, la scuola superiore che frequentò assieme a Edmund Clerihew Bentley. I tre rimasero amici tutta la vita e non si persero mai di vista. Oldershaw ebbe la ventura di essere anche il cognato di Chesterton perché marito della sorella superstite di Frances Blogg. Fu lui che invitò Chesterton dai Blogg per il “Tea and Lively Conversation” che si svolgeva la domenica a casa di questa famiglia, a Londra nel quartiere creativo di Bedford Park (era il luogo di residenza di William Butler Yeats, frequentatore anch'egli di casa Blogg). Chesterton seguì l'invito del compagno di scuola, andò e si innamorò a prima vista di una delle ragazze Blogg, cioè Frances. Lucian invece sposò Ethel. Quindi Lucian ha un certo peso in tutta la vicenda, anche perché sembra, secondo una versione, di essere stato lui a presentare Hilaire Belloc a Chesterton, ma su questo esiste anche un'altra storia.
L'Esposizione Universale del 1900 si tenne sulla spianata degli Invalides, nel Campo di Marte, sul Trocadéro e sulle rive della Senna, con una sezione nel Bois de Vincennes, e fu visitata da migliaia e migliaia di persone, tra cui il Nostro Eroe e suo cognato. Nell'ambito dell'esposizione si svolsero numerosi congressi internazionali e pure le Olimpiadi del 1900.
Gilbert si sposò l'anno dopo, Lucian sposò Ethel nel 1902.
Qui di seguito altre notizie e cenni su Lucian Oldershaw:
https://uomovivo.blogspot.com/2023/01/the-speaker-il-giornale-che-lancio.html
https://uomovivo.blogspot.com/2022/03/chi-e-il-bimbetto-nella-foto.html
https://uomovivo.blogspot.com/2020/12/lidillio.html
https://uomovivo.blogspot.com/2016/06/due-cari-amici-di-chesterton.html
Inwardly speaking, I have had a funny time. A meaningless fit of depression, taking the form of certain absurd psychological worries, came upon me, and instead of dismissing it and talking to people, I had it out and went very far into the abysses, indeed. The result was that I found that things, when examined, necessarily spelt such a mystically satisfactory state of mind, that without getting back to earth, I saw lots that made me certain it is all right. The vision is fading into common day now, and I am glad. The frame of mind was the reverse of gloomy, but it would not do for long. It is embarrassing, talking with God face to face, as a man speaketh to his friend.
Gilbert Keith Chesterton to Edmund Clerihew Bentley, letter, Summer 1894, in Michael Ffinch, G. K.Chesterton: A Biography.
Nicholas Clerihew Bentley fu un illustratore, giornalista e scrittore, ed era il figlio di Edmund Clerihew Bentley, amico d’infanzia e per sempre del nostro caro Gilbert (Edmund pronunciò un breve ed incisivo profilo di Gilbert la sera della sua morte dai microfoni della BBC, leggibile su Radio Chesterton).