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domenica 19 luglio 2026

Chesterton in altre parole - Bentley racconta la loro gioventù.

Chesterton, ai tempi della scuola, era il punto di riferimento di un piccolo gruppo di ragazzi. Costoro fondarono un club sotto la sua presidenza… il Junior Debating Club, così chiamato per distinguerlo dalla School Union Society, che era appannaggio dei ragazzi più grandi. Come egli stesso afferma nelle sue memorie, a scuola non svolse mai alcun lavoro in senso accademico, e quindi non raggiunse mai la posizione di ragazzo modello. Gli studenti modello non lo capivano e lo consideravano un tipo strano, che difficilmente avrebbe portato onore alla scuola. Era così eccezionalmente disordinato e distratto, persino all’età in cui un ragazzo normale inizia a curare il proprio aspetto, che non si adattava affatto al panorama circostante; e ci volle l’intuito di Walker, il preside di allora, per comprendere che in lui c’era la stoffa del genio e per decidere (come racconta G. K. con la sua consueta modestia) che, sulla base di una poesia premiata di notevole valore... l’unica cosa «regolare» che avesse mai fatto a scuola… fosse «classificato nell’ottava classe», la più alta, alla quale non avrebbe mai potuto accedere in base al suo rendimento scolastico. Pochissimi dei ragazzi che vedeva più spesso fecero qualcosa nel campo delle lettere nella vita successiva.

Edmund Clerihew Bentley, citato in 
Cyril Clemens, Chesterton as seen by his contemporaries.



domenica 7 giugno 2026

L'Uomo che fu Giovedì, Gilbert Keith Chesterton, 1908.





Ecco che vi presentiamo il romanzo forse più famoso di G. K. Chesterton: un racconto subito accolto positivamente dalla critica e che dal 1908, data della sua pubblicazione, non fu mai mandato fuori stampa, ma è sempre stato presente negli scaffali delle librerie. 

Quella de L’Uomo che fu Giovedì sembra iniziare come una storia già vista ala maniera del classico poliziesco, ma con lo scorrere delle pagine il mistero si infittisce fino ad arrivare a discutere di un mistero molto più grande dei protagonisti: quello della Creazione. 

Il nostro Chesterton, maestro dei paradossi, inizia il racconto proprio così: Gabriel Syme, poeta improvvisatosi detective della polizia, si infiltra in una riunione privata e segreta di anarchici e si fa eleggere nel consiglio, formato da sette membri, sette come i giorni della settimana, assumendo la veste di “Giovedì”, ovvero uno dei componenti dell’Alto Consiglio degli Anarchici; ed ecco il primo paradosso: la necessità di un organo di governo costituito da soggetti che si dedicano a distruggere i governi; una gerarchia per far saltare in aria le gerarchie, commenta giustamente Dale Ahlquist. A questo proposito si può aggiungere anche che Syme stesso diventa detective perché in fondo è un ribelle, ma contro la ribellione. 

Gabriel Syme viene reclutato da un agente che gli spiega la differenza tra anarchici veri e fasulli, anzi innocenti che credono solamente che le regole siano cattive. I veri anarchici sono peggiori: Chesterton, che spesso parla per bocca dei suoi personaggi, ci dice che significano la morte, e quando dicono che l’umanità sarà finalmente libera, intendono dire che l’umanità si suiciderà. Quando parlano di paradiso senza giusto né sbagliato, intendono la tomba. Hanno solo due oggetti: distruggere l'umanità e poi se stessi.

Mentre la storia si dipana, Syme scopre di non essere l’unico infiltrato e, in un libro che è una cascata di sorprese, con maschere che cadono e misteri che s'infittiscono, in forza di questa consapevolezza insorge nel lettore e nei personaggi stessi questa domanda (e sotto di essa la voragine del dubbio): e se Domenica, il capo supremo dell’Alto Consiglio Anarchico, uno che indossa a sua volta una maschera? Qual è la vera identità del personaggio più ingombrante del libro e della vita dei suoi personaggi? 

Non vi diremo mai chi è Domenica, ma ce lo dirà Chesterton stesso con il suo modo di scrivere travolgente. Ma non sarà facile lo stesso, tanto che Chesterton tornerà sull'interpretazione di questo giallo metafisico (è sua la definizione, assieme a quella ancor più densa di "autobiografia romanzata") nella sua vera Autobiografia

Possiamo aggiungere: lungo tutta la storia, GKC ci proporrà un assaggio della sua filosofia sociale: non sono solo i lanciatori di bombe ad essere degli anarchici e dei nemici, ma ne esiste un’altra di categoria di malvagi dediti alla distruzione della società nella maniera più ingannevole: questi sono i ricchi. “I poveri si oppongono a essere governati male. I ricchi si oppongono all'essere governati".

Questo romanzo è il Chesterton più pirotecnico che abbiamo a disposizione: la trama è avvincente, la scrittura è un continuo rimando alle idee fondamentali della sua filosofia, pieno di affermazioni degne di essere incorniciate, una delle fonti più fornite dei suoi proverbiali aforismi. Gli echi fortissimi del Libro biblico di Giobbe si fanno sentire, inclusa l'idea che serpeggia per cui la realtà è un mistero buono ma che va compreso amandolo.

Una parte da non sorvolare assolutamente, anche se per comprenderla appieno occorrerà accostarsi ai momenti giovanili della vita di Chesterton e del suo amico e compagno di scuola Bentley, è la dedica in forma poetica: essa è appunto indirizzata a Edmund Clerihew Bentley, che aveva condiviso con lui domande, arcani dubbi e le strade per uscire dal vicolo chiuso del non senso (Whitman, Bunyan, Stevenson...).

Un vero capolavoro che Chesterton annovera tra le sue opere più importanti e fondative, assieme ad Ortodossia, uscita non a caso nello stesso anno, per il valore riepilogativo del suo pensiero. 


mercoledì 4 dicembre 2024

Il romanzo poliziesco storico, di G. K. Chesterton - Traduzione di Giovanni D'Andrea © dell'inedito recentemente ritrovato in Canada.


Qui sopra, alcune delle produzioni romanzesche
del Detection Club



Il romanzo poliziesco storico 

di G. K. Chesterton - Traduzione e commento di Giovanni D’Andrea ©.


La storia del ritrovamento di questo manoscritto (si veda in proposito il commento di Dale Ahlquist caricato nel blog) è a tal punto rocambolesca e piena di coincidenze da parere inverosimile. Eppure, oltre al riscontro calligrafico, l’ironia e l’autoironia che trasudano da tutto il testo, il procedere amabilmente polemico e il gusto per i giochi di parole non lasciano spazio a dubbi di sorta: chi scrive è proprio Chesterton. Si tratta di un breve editoriale di una rivista, mai in realtà pubblicata, che nelle intenzioni doveva raccogliere il pensiero e il lavoro del Detection Club (a proposito del Detection Club si veda anche qui e qui), un gruppo ancora oggi attivo, fondato nel 1930 e composto dai più importanti giallisti dell’epoca, tra cui, ovviamente, lo stesso Gilbert. In esso l’autore invita a riflettere i suoi compagni giallisti su quanto i romanzi polizieschi siano diventati monotoni: tra morte di milionari in case sperdute, maggiordomi che non la raccontano giusta e falsi indizi è ormai difficile accontentare il lettore sempre più esigente. Un problema che per qualcuno potrebbe essere solo di ordine estetico, assume per Chesterton ben altri contorni, perché nel suo modo di vedere le cose il giallo non è un semplice genere di intrattenimento ma “l’unica storia decentemente morale che viene ancora raccontata”, il luogo dove l’uomo si confronta in modo franco e diretto con il bene e con il male, senza infingimenti. Come salvare, dunque, tale tesoro dalla monotonia? Ci vuole “un cambio di scena”: perché anziché in una casa moderna il delitto non può avvenire in un vecchio castello medievale? Chesterton non poteva forse prevedere quanto la sua intuizione si sarebbe rivelata felice, visto che nel corso del Novecento il giallo storico diverrà un vero e proprio sottogenere amato da tanti lettori. Probabilmente lui stesso si sarà dimenticato di queste pagine, una volta che il progetto è naufragato, preso da altre mille incombenze a cui rispondere. O forse invece un giorno saremo così fortunati da leggere di quella volta che Padre Brown, insieme all’inseparabile Flambeau, sventò il famoso complotto ordito contro Riccardo Cuor di Leone…

Giovanni D'Andrea

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Dal momento che in questo periodo mi trovo sfortunatamente impossibilitato a produrre un qualche lavoro degno di questa rivista periodica di epocale importanza (1), mi ritirerò nel rifugio dell’incompetente e tenterò energicamente di scaricare il lavoro su altre persone. Diventerò un grande datore di lavoro, esattamente come tanti altri uomini che non sono abbastanza istruiti per essere lavoratori. Diletterò la mia fantasia col pensiero di camminare avanti e indietro, osservando tutti i miei proletari, il signor Bentley, il signor Berkeley, la signorina Sayers e la signora Christie, affaccendati al lavoro, mentre segano, martellano e posano mattoni per realizzare un progetto partorito interamente dalla mia mente, probabilmente abbastanza incomprensibile, e che potrebbero abbastanza energicamente disapprovare. Questo perché ho un piccolo suggerimento da proporre, magari per un articolo di questa prima edizione, oppure per una attività o una formalità della società ad essa connessa, oppure ancora per una variazione sui molti esperimenti nella pubblicazione dei libri nel Detection Department. Si tratta di un suggerimento davvero piccolo, nulla di straordinario, ma ritengo che intercetti una certa critica che viene spesso avanzata a proposito della monotonia del romanzo poliziesco.

Ovviamente, se diventassi un grande datore di lavoro, potrei immediatamente essere assassinato nel primissimo capitolo, e farei anche il mio primo omaggio alla compagnia come cadavere, ottemperando così alle leggi del romanzo poliziesco, non sempre rispettate, ahimè, nella realtà. In seguito, il mio corpo verrebbe trovato dal mio maggiordomo (assunto appositamente per l’occasione) nella mia biblioteca (che sarebbe costruita in fretta e furia come ampliamento della mia attuale dimora, che di certo non possiede alcuna dependance), e dunque il dottore e il detective osserverebbero i miei lineamenti sottili, forti e piuttosto rapaci. A quel punto il detective chiederebbe se io avessi per caso avuto dei nemici e il dottore risponderebbe piuttosto stancamente (dal momento che lo avrebbe già detto centinaia di volte), “Un uomo non guadagna dodici milioni di sterline al minuto, come in effetti Chesterton guadagnava, senza farsi dei nemici”. Infine, inizierebbero a disquisire a proposito di tutti i rivali che avrei annichilito nel mio spietato cammino verso il successo, e così via. Pochi scrittori di romanzi polizieschi sono riusciti del tutto a evitare questa scena o cerimonia, ed è proprio a proposito di questa scena o cerimonia – o comunque di elementi simili – che la critica avanzata in un recente articolo sul The London Mercury fondamentalmente si basava. 

Il critico, prendendo le mosse da un magnifico articolo della signorina Dorothy Sayers, nella stessa rivista, voleva mostrare come il romanzo poliziesco tenda per sua natura a fossilizzarsi in alcune forme convenzionali: in particolare in questa faccenda della morte di un milionario, ma anche nell’inossidabile abitudine del milionario di farsi assassinare nella sua piccola dimora di campagna. Lo scrittore sosteneva, in un certo senso abbastanza assennatamente, che lo spirito divino dell’uomo provi un più intenso piacere nell’uccidere un uomo ricco rispetto a un uomo povero e che una casa di campagna sia una tra i pochi spazi sufficientemente isolati e chiusi per accogliere le poche dramatis personae direttamente implicate nel dramma. 

Mi pare un’esagerazione affermare che ciò debba sempre avvenire, e ancor più un’esagerazione suggerire che ciò debba sempre essere monotono. Accade, esattamente nello stesso modo qui descritto, con inimitabile freschezza e vigore in Trent’s Last Case di E. C. Bentley, ma è eccessivo dichiarare che un omicidio possa avvenire solamente durante una festa privata in una casa di campagna. Ci sono altre forme di catastrofe, desolazione e isolamento disumano oltre a quella di passare il fine settimana nella casa di un milionario in compagnia di persone intelligenti. C’è una barca, c’è un’isola deserta, c’è un gruppo d.i alpinisti ricoperti di neve in un rifugio di montagna (di chi sono le tracce invertite sulla neve?), c’è il cortile interno di un college con gli studenti riuniti a un certa ora (urla disumane dalle stanze del professore di Teologia Morale) e chiunque tra i miei più brillanti compagni potrebbe suggerirne cinquanta ancora; molto più racchiusi nella struttura, o regolari, rispetto alla natura labirintica e contorta di Gobblegrave Grange, banalmente bucherellata da nascondigli per preti e grotte di contrabbandieri (2). Ho io stesso commesso non meno di cinquantadue omicidi, in senso distaccato e poetico, e credo che solo circa tre di essi fossero omicidi di un milionario e difficilmente qualcuno di essi era ambientato in ordinarie case di campagne. 

Eppure, anche se ritengo che il critico ingigantisca il destino ferreo e inevitabile che spinge noi tutti a tali orribili soluzioni, ammetto che c’è qualcosa di vero in quello che dice, almeno in questo senso: che è molto complicato evitare la ripetizione, o meglio l’assenza di originalità, per quanto riguarda i dettagli della morte di un uomo moderno, che sia o no un milionario, perlomeno se è abbastanza importane da mettere in moto l’intero apparato moderno: la routine di autopsia, indagine, polizia locale e intervento di Scotland Yard. Mi limiterei solo a suggerire un modo possibile per procedere senza questo apparato, preservando comunque la moralità vivace del romanzo poliziesco. 

Perché il romanzo poliziesco è quasi l’unica storia decentemente morale che viene ancora raccontata. Solo in racconti di sangue e di tuono vi è qualcosa di tanto cristiano come il sangue che grida giustizia al tuono del giudizio; ma ora, dunque, il romanzo poliziesco che dovrebbe essere sensazionale è ormai l’unico romanzo che non sorprende più (3).

Secondo me dovremmo tentare un po’ di più la strada di quello che potrebbe essere chiamato il romanzo poliziesco storico. Il gioco di maschere e facce e il misterioso cuore dell’uomo rimarrebbero esattamente gli stessi, ma potremmo adoperare centinaia di variazioni e ottenere qualche libertà, intervenendo sugli aspetti secondari dell’azione. Quando venne messo in scena Amleto in abiti del tutto moderni, non c’è dubbio che si fece fatica a immaginarselo in altro modo che come un uomo abituato a portare una spada, dal momento che, in molti dei suoi gesti impulsivi, sguainare una spada è tanto naturale quanto muovere un dito. Concediamoci la stravaganza di immaginare che, invece che Amleto vestito in abiti moderni, siano i personaggi di Trent’s Last Case, vestiti in abiti elisabettiani. Una lotta tra uomini abituati a tal punto alla spada e al pugnale da esserne noncuranti che si conclude in un omicidio non davvero premeditato o colposo sarebbe molto più semplice da immaginare. Non sto suggerendo che si dovrebbe cambiare in questo caso specifico: sarebbe complicato eliminare l’episodio del telefono e temo che sarebbe difficile anche mantenere il magnifico episodio del dente falso. Ma la moralità del rapporto tra Marlowe e Manderson (4) avrebbe potuto benissimo essere la stessa del rapporto tra un qualche giovane poeta e il suo protettore durante il Rinascimento. Ipocrisia e segretezza sono il mantello e la maschera di quel ballo in maschera che è il romanzo poliziesco, ma il mantello può essere di diversi tagli e stili, e non c’è carenza di ipocriti nella storia.

Per certi versi, ciò ribalterebbe l’argomentazione del critico del Mercury contro di lui. Un vecchio castello sarebbe, ancor più che una casa di campagna, un ambiente chiuso e compatto e la malvagità dell’uomo ricco in tempi più semplici era nient’affatto più malvagia ma senza dubbio meno monotona. Non voglio dire, ovviamente, che dovremmo convertire tutti i nostri racconti polizieschi in spettacoli di costume; dico solamente che se ogni tanto lo facessimo, tanto per cambiare, ci imbatteremo in alcune nuove libertà e in alcune nuove limitazioni. Se mi è concesso un altro po’ di egocentrismo, potrei ricordare che una volta ho scritto un breve racconto chiamato All'insegna della spada spezzata: è estremamente melodrammatico e inverosimile per essere un episodio militare moderno per il semplice motivo che originariamente avevo ipotizzato una trama sulla base di qualche schermaglia medievale, con lance e asce da battaglia, e solo in seguito l’avevo adattata alla vita moderna, con l’obiettivo di renderla contemporanea a quel Padre Brown che, se non ricordo male, la signora Helen Parry Eden aveva definito molto sinceramente come un “piccolo fannullone ficcanaso”. 

Credo che un tentativo possa essere fatto, ad esempio, con qualcuno dei misteri davvero accaduti, come quelli che sono diventati oggetto di studio da parte di Andrew Lang (5). 

Supponiamo di prendere un episodio sconcertante e ancora enigmatico, come il Campden Wonder (6) o la Gowrie Conspiracy (7), e, dopo un’introduzione in cui si dichiarano i fatti noti, proporre, a turno, una soluzione dello storico enigma, nella forma di un breve romanzo storico. Ciò offrirebbe allo stanco detective quello che viene sempre consigliato dal dottore: un cambio di scena. Lo scrittore non si sentirebbe come l’assassino, ritornando non solo sulla sua scena del crimine ma sulla scena di centinaia di crimini esattamente simili. Non proverebbe la terribile sensazione di lasciare in eterno le proprie tracce e di sfogliare un documento troppo familiare ricoperto dalla sue impronte. Sarebbe allietato e ravvivato dal poter utilizzare nuovi strumenti, anche se fossero strumenti di tortura. Troverebbe qualsiasi tipo di novità tra le antichità. 

Prendiamo, per esempio, la questione di cui si è parlato prima: l’antica usanza di portare una spada. Supponiamo di avere scelto lo strano caso della morte di Sir Edmund Godfrey, all’inizio della questione del Complotto Papista (8). Si tratta di qualcosa di identico a un racconto poliziesco dal momento che vi sono tre verosimili ipotesi di omicidio e una di suicidio. 

Ma ciò che mi interessa ora è questo: il fatto che Godfrey venne ritrovato in un fosso ad Hyde Park, se non sbaglio, con segni di strangolamento da corda ma anche con la sua spada conficcata nel corpo. Per il detective si tratta di una classica complicazione, o contraddizione, da risolvere. Ma ciò che importa è che presenta, in una forma inusuale e pittoresca, qualcosa che ci ha tutti un po’ stancato nella sua forma familiare e moderna. Non abbiamo forse un po’ troppo spesso letto che Sir Gorlias Guttlebury che all’inizio sembrava essere stato pugnalato, alla fine venne scoperto essere stato avvelenato? Non leggiamo forse, in modo abbastanza meccanico, di come la polizia ha provato a rintracciare il pugnale e di come i dottori hanno intuito l’avvelenamento prima del coroner? In questo caso invece non c’è necessità di rintracciare l’arma, poiché è l’arma stessa del morto, e non c’è bisogno di strani veleni orientali, perché l’omicidio può essere eseguito con qualsiasi vecchia corda. Ma perché è stato fatto? Perché vennero utilizzati due metodi? Quale dei due per primo? 

Lascio questo caso tra i tanti possibili, più che altro come esempio o esperimento, ai miei compagni del Detection Club. Potremmo pubblicare un libro o una serie di libri con sette diverse spiegazioni per la morte di Sir Edmund Berry Godfrey?

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Note

(1) Il Detection Club avrebbe dovuto pubblicare una rivista periodica. Che si sappia, non è mai stata pubblicata.

(2) I nascondigli per preti (priest holes) erano nicchie segrete costruite all’interno di abitazioni inglesi, con lo scopo di nascondere i membri del clero cattolico dalla persecuzione governativa, iniziata con l’avvento al trono di Elisabetta I e portata avanti per buona parte del XVII secolo.

(3) La frase originale inglese è “And the shocker is now the only novel that is not shocking”. Non è semplice tradurla mantenendo sia il suo senso sia il gioco di parole. Con ‘shocker’ in inglese si intende un genere di romanzi (tra cui lo stesso romanzo poliziesco) che mira a sorprendere il lettore, con colpi di scena e altri contenuti emotivamente intesi. Chesterton sta quindi dicendo che proprio il genere che ha come fine quello di sorprendere il lettore non riesce a raggiungere il suo intento a causa della monotonia di certe situazioni convenzionali presenti al suo interno.

(4) Sono due personaggi di Trent’s Last Case.

(5) Lang fu uno storico scozzese del XIX secolo. 

(6) Campden Wonder è il nome dato agli eventi misteriosi che riguardo il ritorno di un uomo che si pensava fosse stato assassinato nella città di Chipping Campden, nel Gloucestershire, nel XVII secolo. Il servo dell’uomo, con la madre e il fratello furono impiccati per omicidio. Tempo dopo, però, l’uomo presunto morto ricomparve in paese misteriosamente. 

(7) Nel XVII secolo, in Scozia John Ruthven Terzo conte di Gowrie morì in circostanze misteriose legate a un supposto tentativo di congiura nei confronti di Re Giacomo VI. 

(8) Godfrey fu un magistrato inglese, immischiato in una congiura antipapista e trovato morto nel 1678. Nessuno ha mai accertato il motivo.

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Giovanni D'Andrea si è laureato in lettere moderne all'Università Statale di Milano e ha insegnato in una scuola superiore. Vive a Milano.

sabato 17 agosto 2024

Ma chi era John Ernest Hodder-Williams, a cui dobbiamo essere molto, molto grati? E come arrivò Chesterton a fare il giornalista? ©

Come si legge nel primo post di oggi, Chesterton ebbe una spinta determinante ad intraprendere il mestiere di giornalista proprio dal suo compagno di studi (studi mai finiti, per il Nostro Eroe) John Ernest Hodder-Williams. Fu una spinta determinante, perché - come scrisse il compianto William Oddie - fu lo spunto per il "long journey round the world" di Chesterton. Senza di lui probabilmente non sarebbe mai partito per il suo viaggio lungo tutto una vita per dire al mondo che è meglio essere vivi ed è meglio essere grati. In molti ricorderete le difficoltà e le ubbie che si sciolsero definitivamente un bel giorno del 1894 grazie anche alla lettura di alcuni libri (L'Isola del Tesoro di Stevenson, alcune poesie di Walt Whitman e il Libro di Giobbe) e che culminarono in una specie di esperienza mistica.

Ma chi è l'uomo a cui dobbiamo tanto?

Sir John Ernest Hodder-Williams (1876 - 1927) fu uno scrittore ed editore britannico comproprietario della casa editrice Hodder & Stoughton di Londra (oggi acquisita dalla casa editrice francese Hachette ma ancora in vita col suo marchio), che fu la prima casa editrice che pubblicò lavori di Chesterton, per l'appunto le note recensioni sul periodico The Bookman che gli diedero la prima notorietà assieme agli articoli usciti su The Speaker e su altri periodici. 

The Bookman veniva pubblicato la prima settimana di ogni mese e si proponeva di raccontare "la vita letteraria del giorno"e di essere "la migliore guida illustrata ai migliori libri del momento".

Qui trovate il testo integrale con le illustrazioni del volumetto su Thomas Carlyle, che si presenta firmato sia da Chesterton che da Hodder-Williams. Al volume dedicammo parte di un altro post circa un anno fa.

Ma torniamo al nesso tra Chesterton e questo distinto signore e al contesto in cui questo rapporto si colloca. Vedremo come non fu l'unico ad creare la "bomba Chesterton", anche se di certo possiamo dire che ne costituì l'innesco.

Troviamo traccia di questo primo innesco, come accennato nel precedente post, nell'Autobiografia, in cui Chesterton afferma, a proposito dei suoi anni giovanili: 

"(...) il centro di gravità della mia vita si era spostato da ciò che (per amor di cortesia) chiameremo Arte a ciò che (per amor di cortesia) chiameremo Letteratura. L'intermediario di questo cambiamento di intenzioni fu innanzitutto il mio amico Ernest Hodder Williams, più tardi a capo della ben nota casa editrice (Hodder & Stoughton, ndr). Frequentava le lezioni di inglese e latino all'University College (di Londra, ndr), mentre io frequentavo, o fingevo di farlo, i corsi alla Slade School. Seguii con lui il corso di inglese e, per questo motivo, ho l'onore di essere tra i numerosi allievi che sono grati all'insegnamento straordinariamente vivo e stimolante del professor W. P. Ker. In genere, gli studenti studiavano per l'esame, ma io non avevo neppure quello, di scopo, in quel periodo della mia vita così privo di scopi. Mi conquistai così la reputazione, del tutto immeritata, di coltivare una devozione disinteressata e gratuita per la cultura, e una volta ebbi l'onore di rappresentare da solo l'intero pubblico del professor Ker. In quell'occasione, fece una lezione esauriente e traboccante di idee come non avevo mai sentito, riservandosi soltanto uno stile più familiare. Mi fece qualche domanda sulle mie letture e, al mio vago accenno alla poesia di Pope, rispose soddisfatto: «Ah, vedo che è stato educato bene». Pope non riceveva neppure il minimo riconoscimento dalla generazione di ammiratori di Shelley e di Swinburne. Hodder Williams e io parlavamo spesso di letteratura, durante il corso, e lui si mise in testa che io potessi davvero scrivere, illusione che gli rimase fino al giorno della morte. Di conse-guenza, e in rapporto ai mie studi, mi passò alcuni libri d'arte, perché ne facessi la recensione sul «Bookman», la celebre rivista della casa editrice e della sua famiglia. Non mi dilungherò a raccontare che, non essendo riuscito a imparare né l'arte né il disegno, fui invece capace di buttar giù qualche riga critica sui punti deboli di Rubens o sui talenti non sfruttati di Tintoretto: avevo scoperto la più facile tra tutte le professioni e da allora non l'ho mai abbandonata. Se mi guardo indietro e contemplo questi momenti e, in generale, le vicende della mia vita, a colpirmi è la mia fortuna straordinaria. Mi sono già schierato a difendere i pregi della Favola con Morale, ma è contro ogni sano principio il fatto che i doni generosi della fortuna fossero prodigati all'Apprendista Ozioso. Nel caso del mio rapporto con Hodder Williams, è illogico che una persona tanto negata negli affari potesse intendersi con un'altra invece così versata. Nel caso della scelta di un mestiere, era scandaloso che uno riuscisse a diventare giornalista solo perché aveva fallito come artista. Ho detto mestiere, non professione, perché l'unica cosa che posso dire a mia difesa, sia per un lavoro che per l'altro, è che non mi sono mai montato la testa. Forse ho avuto una professione, ma non sono mai stato professore. Ma, in un altro senso, c'era in questa prima fase un elemento di fortuna e perfino di caso. Intendo dire che la mia mente rimaneva svagata, stupefatta quasi, e queste opportunità erano solo accadimenti che mi capitavano, quasi delle disgrazie. Dire che non ero ambizioso sembra alludere a una virtù, mentre in realtà era solo un difetto, neppure tanto grave: era quella cecità singolare tipica della gioventù, che siamo capaci di scorgere negli altri, ma incapaci di spiegare in noi stessi. Ne parlo qui, perché è in relazione con il perdurare di quell'enigma irrisolto della mente, di cui ho parlato all'inizio del capitolo. Il fatto è che i miei occhi erano rivolti verso l'interno piuttosto che verso l'esterno, conferendo alla mia personalità morale, io credo, uno sgradevole strabismo. Ero ancora gravato dall'incubo metafisico di negazioni dell'anima e della materia, dalle morbose rappresentazioni del male, dal fardello del mio corpo e del mio cervello, stranamente misteriosi. Eppure, già mi rivoltavo e tentavo di elaborare una versione più costruttiva della vita cosmica, per quanto peccassi di un eccesso di positività. Mi definivo ottimista, perché tendevo pericolosamente al pessimismo: è l'unica scusa che posso dare" (1).

A titolo meramente informativo il professor W. P. Ker fu negli interessi e nella stima anche di J. R. R. Tolkien.

Chesterton iniziò allora questa collaborazione con Hodder & Stoughton nel 1899.

Ci spiega William Oddie che

"naturalmente non era il suo primo articolo su artisti o storici dell'arte (la sua prima recensione pubblicata, su The Academy, era stata quella di una raccolta di estratti dalle opere di John Ruskin), e non fu nemmeno l'ultimo: nel corso dell'anno successivo, insieme a Ernest Hodder Williams (che aveva conosciuto come compagno di studi all'University College di Londra), avrebbe scritto, per The Bookman, un lungo studio in tre parti sulla scena artistica contemporanea; e nel dicembre del 1900 contribuì con un importante articolo su G. F. Watts, che abbiamo visto essere il suo primo articolo  su G. F. Watts, che possiamo considerare il precursore del suo studio completo sull'artista, pubblicato nel 1904" (2). 

Oddie ci dice poi che questo primo articolo sul Bookman colpiva 

"non solo per la fluidità dello stile, ma anche per l'audacia intellettuale - come tutto ciò che scriverà nella sua maturità. Mostra già alcune delle qualità che lo avrebbero reso uno dei più grandi critici della sua epoca: la capacità di fare analogie sorprendentila comprensione del mezzo in cui opera l'oggetto della critica; l'abilità analitica scientifica che sapeva impiegare per eliminare una falsa percezione; il modo in cui, al meglio, usava sempre l'umorismo come mezzo di discernimento serio piuttosto che come semplice intrattenimento leggero" (3).

I primi pezzi di Chesterton per il Bookman (in particolare quelli firmati con Ernest Hodder Williams) ci danno l'occasione per ricordare il ruolo svolto dagli amici nel lancio della carriera letteraria del nostro eroe. Abbiamo visto che era stato Hodder Williams (con cui Chesterton aveva frequentato le lezioni di letteratura inglese del professor Ker dal 1893 al 1895) che aveva suggerito a Gilbert di scrivere per la testata letteraria quando la Hodder & Stoughton l'aveva lanciata nel 1899. Ma ancora più importante fu il sostegno ricevuto - e la pressione e l'incoraggiamento - dei suoi amici dei tempi della scuola superiore. Il suo futuro cognato Lucian Oldershaw affermò in seguito che

 “non fece nulla per se stesso finché non scendemmo da Oxford e lo spingemmo” (4). 

Quest'opera di persuasione e di incoraggiamento degli amici portarono all'ingaggio da parte di The Speaker, testata rilevata da un gruppo di giovani liberali antimperialisti di Oxford e da loro trasformato in uno dei principali organi di opposizione alla guerra boera. Di questo gruppo facevano parte appunto i vecchi compagni di scuola ed amici di sempre Lucian Oldershaw e Edmund Clerihew Bentley, che iniziarono subito a convincere il direttore J. L. Hammond e il redattore letterario F. Y. Eccles a pubblicare articoli e recensioni di libri scritte da Chesterton.

Questo marchio d'amicizia sarà tanto amato da Chesterton fino alla fine, e su quest'esperienza baserà tante sue riflessioni sul tema delle relazioni sincere. Tutto questo non è trascurabile nella storia di quest'uomo e va quindi raccontato.

Marco Sermarini

(1) Gilbert Keith Chesterton, Autobiografia, Lindau, Torino 2010, pp. 110 - 112.

(2) William Oddie, Chesterton and the Romance of Orthodoxy. The Making of GKC 1874 - 1908, Oxford University Press, Oxford 2008, p. 173 (mia traduzione).

(3) ibidem.

(4) William Oddie, Chesterton and the Romance of Orthodoxy. The Making of GKC 1874 - 1908, p. 176 (mia traduzione). 

(riproduzione riservata ©)

John Ernest Hodder - Williams

Ecco una delle prime creazioni...

lunedì 25 marzo 2024

Il Nostro Eroe e Lucian Oldershaw all'Esposizione Universale di Parigi.


Qui sopra: Lucian Oldershaw e il nostro Chesterton all’Esposizione di Parigi (l'evento si tenne tra il 15 aprile e il 12 novembre 1900). Non sappiamo molto altro di questa visita a Parigi del nostro Eroe e di Oldershaw.

Come i lettori assidui del nostro blog sapranno, Lucian Oldershaw fu uno dei compagni di classe di Gilbert a St. Paul, la scuola superiore che frequentò assieme a Edmund Clerihew Bentley. I tre rimasero amici tutta la vita e non si persero mai di vista. Oldershaw ebbe la ventura di essere anche il cognato di Chesterton perché marito della sorella superstite di Frances Blogg. Fu lui che invitò Chesterton dai Blogg per il “Tea and Lively Conversation” che si svolgeva la domenica a casa di questa famiglia, a Londra nel quartiere creativo di Bedford Park (era il luogo di residenza di William Butler Yeats, frequentatore anch'egli di casa Blogg). Chesterton seguì l'invito del compagno di scuola, andò e si innamorò a prima vista di una delle ragazze Blogg, cioè Frances. Lucian invece sposò Ethel. Quindi Lucian ha un certo peso in tutta la vicenda, anche perché sembra, secondo una versione, di essere stato lui a presentare Hilaire Belloc a Chesterton, ma su questo esiste anche un'altra storia.


L'Esposizione Universale del 1900 si tenne sulla spianata degli Invalides, nel Campo di Marte, sul Trocadéro e sulle rive della Senna, con una sezione nel Bois de Vincennes, e fu visitata da migliaia e migliaia di persone, tra cui il Nostro Eroe e suo cognato. Nell'ambito dell'esposizione si svolsero numerosi congressi internazionali e pure le Olimpiadi del 1900.


Gilbert si sposò l'anno dopo, Lucian sposò Ethel nel 1902.


Qui di seguito altre notizie e cenni su Lucian Oldershaw:


https://uomovivo.blogspot.com/2023/01/the-speaker-il-giornale-che-lancio.html


https://uomovivo.blogspot.com/2022/03/chi-e-il-bimbetto-nella-foto.html


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giovedì 2 marzo 2023

Saggi scelti, di G. K. Chesterton - Una vecchia edizione molto significativa.

Dietro il titolo che in italiano suona generico (sa un po' di raccolta libera formata motu proprio dall'editore italiano...), in realtà si cela una delle opere collettanee edite da Dorothy Collins dopo la morte di Chesterton. Confesso di non essermene mai accorto sino adesso che ho sfogliato il volume tirandolo fuori lieto da uno scatolone nello sforzo di dargli una degna collocazione.

È la traduzione italiana di Selected Essays, e raccoglie ben sessantuno saggi messi insieme appunto da Dorothy Collins nel 1949 ed introdotti da Edmund Clerihew Bentley, l'amico degli anni giovanili e di tutta una vita di Chesterton, il compagno di scuola a cui dedicherà L'Uomo che fu Giovedì. L'editore inglese era Methuen, quello italiano le Paoline (che sfoggiarono per anni un'attenzione speciale verso Chesterton), la traduttrice Frida Ballini, autrice di altre versioni italiane del Nostro Eroe.

I saggi coprono un arco di tempo che va dal 1908 al 1936; spiccano tra gli altri Splendore del grigio, Il libro di Giobbe, Quello che mi sono trovato in tasca, Un pezzo di gesso, Dello stare coricati a letto, che abbiamo inserito anni fa nella nostra opera collettanea La Nonna del Drago ed altre serissime storie.

Insomma, è molto significativo che in Italia si pubblicasse anche una raccolta postuma di saggi di Chesterton, quindi non una delle opere più note e navigate come Ortodossia, Padre Brown, Uomovivo, Eretici, eccetera. Ciò dimostra il consolidato interesse, non casuale, non commerciale, per l'opera di Chesterton. Non a caso, come ho detto tempo fa in un altro post, le Paoline pubblicarono altre sue opere. Una conferma di quanto sto sostenendo è data dal fatto che anche L'Uomo Comune, raccolta di saggi anch'essa postuma, trovò ampio spazio, con diverse edizioni.

Tra l'altro l'edizione che vi mostro non è di quelle economiche: ha la copertina dura con una bella sovraccoperta, ed il risvolto reca una sorta di breve introduzione al Nostro Eroe che trae spunto con intelligenza dalle personali notizie che ci dà Bentley nella bella Introduzione che firma; il compagno di scuola ci informa subito che "eravamo scolaretti quando conobbi Gilbert Chesterton; diventammo subito amici, ed egli aveva già incominciato a scrivere saggi...", dandoci l'idea della profondità del rapporto che li legò per tutta la vita (Chesterton dal canto suo non esitò a dargli uno spazio rilevante nella sua Autobiografia, oltre che nella poesia dedicatoria introduttiva del già ricordato Giovedì).

Vedendo questo bel libro (che il nostro carissimo Padre Roberto Brunelli alias Il Patriota Cosmico ha donato, assieme ad altri, alla Società andando a costituire parte del nucleo di una biblioteca sociale che mi auguro si estenda in larghezza, altezza e profondità) ho pensato al tanto impegno di Chesterton nel suo lavoro ed al tanto interesse che suscitava in Italia anche in quegli anni. Oggi siamo tornati a parlarne, grazie a Dio, e allora volevo dimostravi, cari amici, che c'è sempre bisogno di geni di questo genere, e che nel curarcene facciamo un bene a noi e un po' anche all'umanità che abbiamo attorno a noi.

Marco Sermarini






 

venerdì 15 aprile 2022

Aforismi in lingua originale - La famosa lettera a Bentley, "parlare con Dio faccia a faccia..."

Inwardly speaking, I have had a funny time. A meaningless fit of depression, taking the form of certain absurd psychological worries, came upon me, and instead of dismissing it and talking to people, I had it out and went very far into the abysses, indeed. The result was that I found that things, when examined, necessarily spelt such a mystically satisfactory state of mind, that without getting back to earth, I saw lots that made me certain it is all right. The vision is fading into common day now, and I am glad. The frame of mind was the reverse of gloomy, but it would not do for long. It is embarrassing, talking with God face to face, as a man speaketh to his friend.


Gilbert Keith Chesterton to Edmund Clerihew Bentley, letter, Summer 1894, in Michael Ffinch, G. K.Chesterton: A Biography.

domenica 15 agosto 2021

Nicholas Bentley, un altro amico di Chesterton, a quarantatré anni dalla morte.

Nicholas Clerihew Bentley fu un illustratore, giornalista e scrittore, ed era il figlio di Edmund Clerihew Bentley, amico d’infanzia e per sempre del nostro caro Gilbert (Edmund pronunciò un breve ed incisivo profilo di Gilbert la sera della sua morte dai microfoni della BBC, leggibile su Radio Chesterton).


Ebbene, anche Nicholas, come era prevedibile, ebbe a che fare con Chesterton. L’amicizia di Gilbert con suo padre durò tutta la vita dai tempi della scuola superiore ed era talmente importante che il nostro non esitò a darle uno spazio rilevante nella sua Autobiografia, oltre che nella imprescindibile ed altamente significativa poesia introduttiva de L’Uomo che fu Giovedì.

Nicholas nacque il 14 giugno 1907 a Highgate, Londra. Fu educato al University College School che lasciò all'età di 17 anni, avendo deciso che le sue capacità accademiche non lo avrebbero portato all'università. Si iscrisse poi alla Heatherleys School of Fine Art, un prestigioso college privato, ma lo lasciò dopo pochi mesi. Dopo aver lasciato la Heatherleys, il giovane Bentley lavorò gratuitamente come clown in un circo. Quando questo lavoro finì, fece la comparsa in un film e durante lo sciopero generale del 1926 lavorò nella metropolitana di Londra.

Fu in questo periodo che Bentley vendette il suo primo disegno al suo padrino, ed indovinate chi era? Gilbert Keith Chesterton! E’ bello vedere come Chesterton, in questo come in molti altri casi, ebbe un’attitudine di affetto concreto e visibile per tutte le persone con cui ebbe un rapporto amichevole (Chesterton tenne a battesimo diverse persone, tra l’altro). Aiutò sempre tutti quelli che in un certo senso gli vennero a tiro. Questo è un aspetto poco esplorato e valorizzato della sua vita.

Evidentemente questo atto di affetto e fiducia ebbe un certo effetto sul talento di Nicholas, perché poco dopo, nel 1928, questi ebbe l’incarico di disegnare illustrazioni per un giornale commerciale dal titolo Man and his clothes; il suo primo lavoro regolare come illustratore fu nel dipartimento pubblicitario della Shell, ove lavorò per tre anni, perché non gli piacque l’idea di lavorare nella pubblicità. Nel 1930, Hilaire Belloc (eccolo, anche lui!) gli chiese di illustrare il suo libro New Cautionary Tales. La buona accoglienza critica di questo libro e delle sue illustrazioni gli permise di mettersi definitivamente in proprio, cioè di avventurarsi nel mondo della libera professione di illustratore.

Artista, sì, ma anche scrittore e giornalista, e pure con una carriera nell'editoria. Dal 1950 fu direttore di Andre Deutsch. Poi lavorò come editore per Mitchell Beazley Ltd, per Sunday Times Publications dal 1962 al 1963 e per Thomas Nelson dal 1963 al 1967.

Durante gli anni ’30 Bentley illustrò opere di J. B. Morton e Damon Runyon. I suoi disegni più famosi furono quelli che illustrano l'Old Possum's Book of Practical Cats di Thomas Stearns Eliot. Nel complesso illustrò più di settanta libri nel corso della sua felice carriera. 

Normalmente si firmava così: "Nicolas Bentley ha disegnato le immagini". Ciò che preferì maggiormente era di illustrare i propri libri. Tra questi, uno dei più noti, Ready Refusals, o, The White Liar's Engagement Book fornisce una citazione per ogni giorno dell'anno, tratta da una gamma amplissima di fonti, insieme ad un'illustrazione adatta. Scrisse e illustrò anche Golden Sovereigns e Da Boadicea a Elisabetta II (1970), un libro umoristico sulla monarchia britannica.

Il 17 ottobre 1934 sposò Barbara Hastings (1908-1989), scrittrice di libri per bambini e figlia di Sir Patrick Gardiner Hastings; ebbero una figlia, Arabella, nata nel 1943.

Bentley si arruolò come pompiere ausiliario nel 1938 e servì nella London Fire Brigade (i pompieri di Londra) durante la Seconda Guerra Mondiale. Insieme al lavoro di clown è una delle cose che più mi ha colpito di quest’uomo dal sorriso simpatico.

Dopo la guerra assunse alcuni lavori regolari di cartooning, di cui alcuni su Time and Tide (1952-54) e fu commissionato di disegnare vignette tascabili per il Daily Mail dal 1958. Rinunciò a questo lavoro nel 1962, sostenendo che lo affaticasse eccessivamente. In seguito fu l'illustratore del Diario di Auberon Waugh (il primo figlio di un altro chestertoniano, Evelyn) su Private Eye e contribuì con altre vignette alla rivista.

Si trasferì a Downhead, vicino a Shepton Mallet nel Somerset. Morì il 14 agosto 1978, nel Royal United Hospital di Bath, nel Somerset.

La sua autobiografia, A Version of the Truth, fu pubblicata nel 1960. Alla sua morte, Auberon Waugh scrisse su Private Eye: "Nick era un uomo gentile, modesto, umoristico, con nessuna delle solite caratteristiche del genio altamente individuale che ispirava la sua tranquilla professionalità e la sua suprema abilità tecnica”.

Marco Sermarini

 







Nelle illustrazioni: Nicholas Clerihew Bentley, una delle illustrazioni per il libro d T. S. Eliot e la copertina di New Cautionary Tales di Belloc.

sabato 5 dicembre 2020

Un aforisma al giorno - L’Idillio.



È pronto il tè; le nebbie rosse si chiudono intorno alla casa ma il gas brucia
Vorrei avere in questo momento intorno al tavolo
Una compagnia di belle persone.
Due di loro sono a Oxford e uno in Scozia e due in altri posti.
Ma vorrei che entrassero tutti adesso, perché il tè è pronto.

Gilbert Keith Chesterton, citato in Maisie Ward, Chesterton.

È una breve poesia, un idillio, in cui il giovanissimo Chesterton esprime la nostalgia per gli amici all'università. È databile alla fine del 1894. Gli oxoniani sono il futuro cognato Lucian Oldershaw che era al Christ Church College, e Bentley al Merton. Quegli amici gli mancavano, ma grazie a Dio l'oscurità era già passata dalla sua vita. Questi versi esprimono il profondo e affettuoso senso di amicizia che attraversò tutta la vita di Chesterton.

Marco Sermarini

sabato 23 maggio 2020

Chesterton in altre parole in lingua originale - Bentley citato da Conlon.





Edmund Clerihew Bentley citato in Denis J. Conlon, G. K. Chesterton - A Half Century of Views

venerdì 9 ottobre 2015

Stiamo tutti come i falchi - Maria Grazia Gotti scova questo libro...

Maria Grazia Gotti, che continua a collaborare con il nostro blog, tra le altre cose meriterebbe anche il titolo di Grande Detective Chestertoniana (vi ricordate? Ogni tanto facevamo questi giochetti qui sul blog…), visto ciò che scova. E' il libro di un Bentley che pochi conoscono, che incontrò Gilbert e la sua immensa e umanissima bontà.
Maria Grazia ci fa (ri)scoprire delle cose belle che vogliamo che tutti sappiano.

Ripeto, qui si viaggia sempre in prima classe…

Grazie, Maria Grazia (suona strano ma è giusto così)!

Marco Sermarini
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L' autore, Nicolas Clerihew Benthley, é figlio di Edmund, l'amico di sempre di GKC al quale è  dedicato L'uomo che fu Giovedì.
Apprendo da Wikipedia che lo Zio Gilbert, il suo padrino, gli ha comprato il primo disegno e... ha dato il via alla sua carriera di illustratore. Credo che abbia scritto un solo giallo, questo (in ogni caso questo sembra l'unico pubblicato in italiano).
... non potevo lasciarlo alla bancarella...
Alla prossima