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mercoledì 29 maggio 2024

#150volteChesterton - Un aforisma al giorno - Da piccolo esistevano già le premesse del Chesterton grande...

(...) La mia vita si dischiuse all'epoca dell'evoluzionismo, il quale vuol dire proprio dischiudersi, manifestarsi. Per molti evoluzionisti di quell'epoca sembrava invece significare il manifestarsi di ciò che non c'era. Da allora, in un certo senso, ho cominciato a credere allo sviluppo, che significa il manifestarsi di ciò che c'è. Sarebbe una vanteria tracotante e di dubbio gusto dire che nella mia infanzia c'era già tutto. Almeno, molti di coloro che mi conobbero, ne dubiterebbero. Intendo soltanto dire che esistevano già le premesse delle distinzioni fondamentali: non ne ero consapevole, ma le avevo interiorizzate. Vivevano in me di una loro esistenza infantile, in una condizione che si definisce implicita, anche se sicuramente non si esprimevano nella cosiddetta ubbidienza implicita.

Gilbert Keith Chesterton, Autobiografia.



mercoledì 14 marzo 2012

Cristiani licenziati - di Lorenzo Albacete (da Il Sussidiario)

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2012/3/14/Cristiani-licenziati/255223/

martedì 29 novembre 2011

Conoscere Chesterton per capire Darwin, di Enzo Pennetta

Vi proponiamo questo contributo su Chesterton e Darwin a firma di Enzo Pennetta, che ringraziamo.

Enzo Pennetta è l'autore di un volume che abbiamo già segnalato qualche tempo fa dal titolo Inchiesta sul darwinismo - Come si costruisce una teoria - Scienza e potere dall'imperialismo britannico alle politiche ONU, uscito per i tipi di Cantagalli (Siena).

E' interessante sapere che Enzo Pennetta conosce Chesterton e attribuisce un grande valore al suo pensiero e alla sua opera proprio a riguardo della questione darwiniana.

Torniamo sull'argomento, che paradossalmente è più caldo che mai nonostante Charles Darwin sia morto da molto tempo, proprio per l'interesse che gli dedicò Chesterton e per il rango che il darwinismo ha assunto oggi nella mente di molti, pari quasi a quello di una religione rivelata.
Gilbert Keith Chesterton nacque nel 1874, otto anni prima della morte di Darwin, nella sua vita poté quindi respirare l’aria della rivoluzione darwiniana e verificare quali conseguenze ebbe sulla società il pensiero di quel suo grande connazionale le cui opere si erano così diffuse in tutto il mondo. 
Le implicazioni sociali e antropologiche dell’evoluzione per selezione naturale erano all’epoca al centro di intensi dibattiti e confronti in tutta Europa, ma era solo nella società inglese che l’opera di Darwin poteva essere pienamente compresa nelle sue profonde radici e implicazioni, e fu proprio in Inghilterra che il dibattito uscì dall’ambito scientifico e filosofico per approdare a quello letterario. 
E quando questo avvenne si trattò di un confronto tra giganti.
Nei primi anni del ‘900 Chesterton prese posizione contro la teoria del superuomo nietzschiano che allora era sostenuta da Bernard Shaw, alle sue opere egli rispose con Eretici, in cui negava che per l’uomo potesse valere il principio della competizione. Ma era proprio nella teoria darwiniana che pochi decenni prima la competizione era stata eletta a legge di natura e affermata con il nome di selezione naturale. 
Per Chesterton ciò che è prezioso nell’uomo non è nella sua capacità di perfezionarsi, ma quello che in un’ottica evoluzionista sarebbe eliminato come “difetto”, come leggiamo proprio in Eretici (1905):


Il signor Shaw non riesce a capire che ciò che è prezioso e degno d'amore ai nostri occhi è l'uomo, il vecchio bevitore di birra, creatore di fedi, combattivo, fallace, sensuale e rispettabile. E le cose fondate su questa creatura restano in perpetuo; le cose fondate sulla fantasia del Superuomo sono morte con le civiltà morenti che sole le hanno partorite.
Sempre in Eretici, Chesterton si rivolgeva anche a H.G. Wells nei cui scritti la tensione verso il superuomo si realizzava con l’eugenetica (fondata dal cugino di Darwin, Francis Galton) e nell’utopia di un governo mondiale. 
Ma il confronto nella letteratura tra darwinismo e antropologia cristiana avrebbe coinvolto in seguito anche lo scrittore Aldous Huxley che fu fortemente criticato da Chesterton in un articolo apparso su The Illustrated London News il 17 luglio 1920. Successivamente anche C.S. Lewis si unì alle posizioni di Chesterton accusando A. Huxley e H.G. Wells di scientismo.
A. Huxley nel 1932 avrebbe poi scritto il romanzo Brave New World, nel quale si prefigurava una società governata dai principi dell’eugenetica.
Ma l’opposizione ad un’antropologia darwiniana, basata su una natura “con i denti e gli artigli insanguinati” per usare un’espressione di Tennyson, si intreccia in Chesterton con la storia britannica, come emerge nel saggio Una breve storia dell’Inghilterra, dove egli si rivolge ancora a H.G. Wells e a G.B. Shaw indicando nella loro ideologia qualcosa di simile all’utopia di Thomas More, ma più ingenua e al tempo stesso più irriverente, soffermandosi in particolare sugli aspetti di quest’ultima che potevano rimandare all’eugenetica.
Ed è così che giungiamo ad un’affermazione che potrebbe apparire incomprensibile per chi si è formato sui manuali scolastici: se per conoscere la teoria dell’evoluzione bisogna studiare gli scritti di Darwin, per avere la giusta comprensione di quel complesso fenomeno, che non è solo scientifico, e che va sotto il nome di “darwinismo”, bisogna invece passare attraverso la lettura di Chesterton.

giovedì 21 ottobre 2010

Evoluzionismo - Attizziamo un po' questa sana polemica...

TUTTO QUELLO CHE PIERO ANGELA HA NASCOSTO A MILIONI DI TELESPETTATORI
Gli esempi illuminanti del picchio, del limulo e dell'uomo di Neanderthal (parola del più famoso fisico italiano)
di Antonino Zichichi

L'evoluzionismo sostiene che nel DNA avvengono di continuo mutazioni accidentali.
Il genetista James Shapiro ricorda invece che le mutazioni del DNA, la "scrittura della vita" ... sono rarissime. (...) Di fatto, il DNA è la struttura più stabile dell'universo.
Nei secoli, le lapidi egizie di granito diventano illeggibili; il DNA, fatto di proteine, si riproduce sempre uguale, opponendosi in modo attivo al degrado di tutte le cose. (...)
Le sole mutazioni frequenti sono provocate dall'uomo su animali di laboratorio, con radiazioni nucleari o con agenti chimici, che sconvolgono brutalmente la struttura del DNA.
E’ il caso del moscerino della frutta (Drosophila Melanogaster), l'insetto preferito dai genetisti perché produce una generazione nuova ogni mese. Studiato da 80 anni in tutti i laboratori del pianeta, il moscerino è stato costretto a subire milioni di mutazioni.
Tutte, nessuna esclusa, diminuiscono la sua attitudine alla vita (mancanza di occhi, di ali, di zampe); gli animaletti mutanti possono vivere solo in laboratorio, grazie alle cure degli sperimentatori; in natura sarebbero morti prima di trasmettere il loro patrimonio genetico ai discendenti.
Meno che mai la drosofila ha dato luogo ad altra specie.
Tutto ciò induce una nuova generazione di scienziati a sostenere, ormai apertamente, che gli esseri viventi sono il frutto di una "progettazione intelligente" (intelligent design). "è una teoria pienamente scientifica che formuliamo come tale", ha scritto William Dembski, logico-matematico della Notre Dame University.
Perché? Perché troppi apparati delle creature viventi presentano una complessità irriducibile, risponde Michael Behe, biochimico della Leighton University.
Come esempio di "complessità irriducibile", Behe porta il caso della trappola per topi. Costituita di cinque pezzi - una molla, la fagliela, il gancetto che tiene la tagliola in posizione, l'esca, la tavoletta su cui il tutto è inchiodato - è una macchina molto semplice.
Ma la sua semplicità "non può essere ridotta". Se manca un solo pezzo, non è che la trappola funzioni meno bene; non funziona affatto.
Dunque, non può essersi formata a poco a poco, con aggiunte e miglioramenti; la trappola è stata progettata fin dall'inizio così.
Molti apparati di esseri viventi sono ugualmente "irriducibili". Non funzionano se mancano anche solo di un componente.
La lingua del picchio è una "complessità irriducibile".
Il noto uccellino ha una lingua lunga 15 centimetri, quanto il suo corpo. Dove la tiene? La tiene arrotolata attorno al cranio, come una fionda. La cosa stupefacente è che la lingua parte dal becco all'indietro, gira attorno al cranio e ritorna al becco dalla parte opposta.
Ora, non è possibile che una lingua così straordinaria si sia "evoluta" per gradi.
Il solo fatto che sia rivolta all'indietro avrebbe reso impossibile la nutrizione a generazioni di progenitori del picchio, finché l'apparato non avesse raggiunto la necessaria lunghezza.
Altro caso: il limulo, una specie di granchio corazzato che vive sulle coste dell'Atlantico. Essere "primitivo", cugino degli antichissimi trilobiliti (estinti da milioni di anni), è considerato un fossile vivente, presente in strati fossili da 300 milioni di anni (e sempre uguale).
Di recente s'è scoperto che gli occhi del limulo, di notte, aumentano il loro potere visivo di un milione di volte.
Non sono affatto occhi "primitivi". Al contrario: sono più sofisticati degli apparecchi elettronici a visione notturna usati per scopi militari.
Ciò che vediamo in natura è uno scoppio di fantasia progettistica. Anche l'evoluzione dell'Uomo è in discussione. L'albero genealogico fornitoci dagli evoluzionisti viene sconvolto da sempre nuove scoperte. (...)
L'uomo di Neanderthal, estintosi "solo" 25 mila anni fa (già esisteva l'uomo moderno), non solo ha perso il posto di nostro "antenato", ma anche quello di parente collaterale. Due studi recenti hanno ricavato il DNA del Neanderthal: è cosi diverso dal nostro, che le due specie non potevano unirsi ed avere prole (...).
Nel novembre 1999, l'autorevole rivista National Geographic ha pubblicato in pompa magna la foto di una lastra minerale dove si vedeva un dinosauro con ali e piume: "è la prova che gli uccelli si sono evoluti da questi antichi rettili", ha esultato il biologo Barry A. Palevitz nell'articolo che accompagnava la scoperta.
Subito dopo, s'è appurato che "il fossile" era un falso, composto da due fossili diversi (un uccello e un sauro) incollati assieme, opera dei contadini cinesi della zona di Liaoning, che sfruttano e vendono (sul mercato nero) i fossili di un giacimento locale. Uno "scandalo" molto chiacchierato in Usa. Piero Angela non ce lo ha raccontato.
Diciamo subito che la Teoria dell'Evoluzione Biologica della specie umana non è Scienza galileiana. Essa pretende di andare molto al di là dei fatti accertati (...).
Una teoria con anelli mancanti, sviluppi miracolosi, inspiegabili estinzioni, improvvise scomparse non è Scienza galileiana. (...)
Se l'uomo dei nostri tempi avesse una cultura veramente moderna, dovrebbe sapere che la teoria evoluzionistica non fa parte della Scienza galileiana.
A essa mancano i due pilastri che hanno permesso la grande svolta del milleseicento: la riproducibilità e il rigore.
Insomma, mettere in discussione l'esistenza di Dio, sulla base di quanto gli evoluzionisti hanno fino a oggi scoperto, non ha nulla a che fare con la Scienza. Con l'oscurantismo moderno, si".

Antonino Zichichi
da Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo (ed. Il Saggiatore)

lunedì 26 aprile 2010

Dal prof. Carl Bellieni - Qualcosa sul neodarwinismo...

di Carlo Bellieni -l'Occidentale 25 aprile 2010

Luigi Cavalli Sforza ha pubblicato pochi giorni fa sul CdS un articolo pro-Darwin. Per Charles Darwin, spiega, solo una parte della prole arriva a maturità e a riprodursi perché la maggior parte muore; e questo “permette ad una specie di migliorare il suo adattamento all’ambiente, grazie ad un meccanismo del tutto automatico che chiamò selezione naturale”. La selezione naturale, continua, permette la sopravvivenza del più adatto; e chi è il più adatto? “Il tipo che si riproduce di più e quindi mantiene ed espande la vita”. E’ un argomento classico, classicista quasi, che dà un’interpretazione della vita come un ambito in cui causalmente avvengono delle mutazioni che non riescono ad espandersi perché non sono adatte e lasciano spazio a quelle che non sono “automaticamente” schiacciate dall’ambiente; e in cui l’ambiente agisce da selezionatore e la vita è una casuale competizione alla riproduzione. L’ambiente come nemico, che accetta solo chi è conforme a sé.

Questo ragionamento classico, oggidì deve fare i conti con la nuova acquisizione della biologia chiamata
“epi-genetica”, ovvero l’importanza dell’influsso dell’ambiente sull’espressione del DNA. In base a questa visione l’ambiente e la natura non sono solo spietati selezionatori, ma utili collaboratori nel migliorare una specie. Lo studio dell’epigenetica ha permesso a Michael Skinner, direttore del Centre for Reproductive Biology di Washington, di osservare che i cambiamenti fisici non avverrebbero solo per mutazioni casuali del Dna, ma anche in seguito a inibizioni da parte dell’ambiente sull’espressione di alcuni geni e a Didier Raoult sulla rivista “Lancet” (gennaio 2010) di spiegare che addirittura il patrimonio genetico può nei secoli mutare per l’interazione con altre specie viventi.

Eva Jablonka, genetista israeliana nel suo libro “Evolution in four dimentions” è su questa lunghezza d’onda, così come il premio Prigogine 2004, Enzo Tiezzi, ch sostiene che “Gli ecosistemi si evolvono per co-evoluzione e auto-organizzazione”, nel suo Steps Towards an Evolutionary Physics (2006) indicando che l’evoluzione non è cieca, o perlomeno non è una folle corsa: “L’avventura dell’evoluzione biologica è un’avventura stocastica, dal greco, che significa, “mirare con la freccia al centro del bersaglio”": come le frecce arrivano in ordine sparso sul bersaglio, ma tutte protese verso il centro da parte dell’arciere, così anche l’evoluzione appare avere un’armonia di base. La questione non è di poco conto, perché posto che mutamenti formali nella vita sulla terra ci sono stati, sta emergendo che non tutto è lotta, ma molto è cooperazione. Tutto questo non ci dispiace, e non deve disturbare che la visione classicista venga messa in crisi, perché un mondo fatto “per chi è più adatto” a molti di noi sta stretto: se tutto è selezione se ne può derivare una visione che lascia poco spazio alla solidarietà, o almeno non la vede come forza trainante; e la solidarietà non è un retaggio da beghine, ma è il perno morale su cui si sono basati gli ultimi due millenni di storia umana nei quali l’uomo ha fatto i più alti passi di acquisizioni culturali e tecnologiche, ovviamente cadendo spesso nella dimenticanza di questo valore che, tuttavia resta alla base delle costituzioni delle principali democrazie.

Certo, se tutto fosse lotta e selezione ne prenderemmo atto; ma sembra che così non sia. E ci sentiamo più sereni.

http://carlobellieni.com


venerdì 9 aprile 2010

Chiese e sette del neodarwinismo

Solo per aprire una discussione sull'argomento. Ovviamente per chi ne avesse voglia.

Mappa dei pasdaran evoluzionisti (più i laicisti del Sole e gli ecclesiastici)

di Giulio Meotti - da Il Foglio dell'8 Aprile 2010.


Nei quattromila metri quadrati di barocco lombardo dove sorge l’Università San Raffaele Vita-Salute si è formata buona parte della chiesa neodarwinista. Dalla scuola di don Verzé, sacerdote e imprenditore della sanità privata, provengono i principali custodi del darwinismo, come il fisico Enrico Bellone, fustigatore dell’arretratezza scientifica italiana (leggi “oscurantismo cattolico”), il biologo Edoardo Boncinelli, il genetista Luigi Luca Cavalli-Sforza e il teo-evoluzionista Vito Mancuso. La chiesa darwiniana è da giorni in fibrillazione per l’uscita del saggio di Massimo Piattelli Palmarini e Jerry Fodor, “Gli errori di Darwin” (Feltrinelli). Il bersaglio inquisitorio di questa ideologia neodarwinista ha un profilo accademico puro e prestigioso. Piattelli Palmarini proviene dal loro stesso mondo, in quanto è stato docente ad Harvard proprio al fianco di Stephen Jay Gould, quel Gould “umanista dell’evoluzione” le cui tesi anticonformiste finirono sotto gli attacchi di quelli che lui definì “i fondamentalisti del darwinismo”. Gli stessi che oggi accusano di “creazionismo” il libro “Gli errori di Darwin”.

Laurea in Fisica a Roma, specializzazione in chimica fisica e biologia molecolare, Piattelli Palmarini ha lavorato al fianco di Jacques Monod all’Istituto Pasteur di Parigi. Quel Monod autore de “Il caso e la necessità”, la bibbia dell’evoluzionismo secondo cui “soltanto il caso, il caso puro, il solo caso, libertà assoluta ma cieca, è all’origine di ogni creazione nella biosfera”. E l’uomo? “Il nostro numero è uscito alla roulette”. E’ proprio questa dogmatica darwinista che Piattelli Palmarini rimette oggi in discussione. “Artigiano della mente”, Piattelli Palmarini è stato accademico all’Ecole des hautes études en sciences sociales di Parigi, prima di approdare in Arizona. Celebri i suoi corsivi sul Corriere della Sera contro il fideismo darwinista.

Della chiesa evoluzionista, che Avvenire commentando il libro di Piattelli Palmarini ha chiamato senza tanti giri di parole “pasdaran del darwinismo”, fanno parte nomi blasonati della stampa italiana, come il militante ateista Piergiorgio Odifreddi (suo “In principio era Darwin”) e l’epistemologo Giulio Giorello, che fa di Darwin un’icona libertina. Ma ci sono anche filosofi su posizioni più moderate come lo studioso dell’Università La Sapienza di Roma Orlando Franceschelli, uno dei pochi a dedicare attenzione ai “teisti evoluzionisti che con Darwin vogliono dialogare”.
Uno dei più militanti è il genetista ultradarwiniano Guido Barbujani, che ha stroncato con fredda e scostante eleganza “Gli errori di Darwin” sul Sole 24 Ore. La pagina della scienza del quotidiano di Confindustria è curata dal filosofo empirista e ateista Armando Massarenti, che insieme agli scientisti Carlo Flamigni e Maurizio Mori ha scritto il “Manifesto di bioetica laica”. Sul Sole 24 Ore scrive di Darwin un altro della filiera di Don Verzé, lo psicologo Michele Di Francesco. Bioeticista darwiniano è anche Gilberto Corbellini, mentre Michele Luzzatto è autore del libro “Preghiera darwiniana” e scrive per la rivista MicroMega. La rivista è da anni portabandiera del giacobinismo darwiniano e in cima alla lista dei nemici figura ovviamente Benedetto XVI per la sua scettica considerazione, nel lavoro di studioso e di teologo, delle tesi evoluzioniste (l’uomo non si scopre usando la vanga del paleontologo, ha scritto).

Un anno fa MicroMega ha dedicato a Darwin un intero focoso volume. Fu Telmo Pievani a firmare l’attacco al Papa, titolo: “L’evoluzione addomesticata”. Pievani del neodarwinismo è il volto più televisivo (è apparso anche nella trasmissione “Turisti per caso”). Studi solidi negli Stati Uniti, accademico alla Bicocca di Milano e teorico di una “etica senza dio”, Pievani ha una verve che spinge a pensare all’evoluzione più in termini di fede che di scienza. Su MicroMega scrive anche Massimo Pigliucci, che sulla rivista scientifica britannica Nature ha stroncato il libro. Non ha concesso mediazioni: “Fodor e Piattelli Palmarini errano orribilmente”. Per MicroMega si occupano di neuroscienze, delle “radici biologiche della fede e della morale”, i professori Giorgio Vallortigara e Vittorio Girotto, che spiegano la fede religiosa con Darwin. Sono i sostenitori italiani della teoria dei “memi” di Richard Dawkins, attaccato proprio da Piattelli Palmarini. Il meme è un gene culturale che passa per imitazione da un individuo all’altro, un virus che contagia i cervelli: sono i memi più forti ad affermarsi a spese dei più deboli. Dio è il più robusto tra i “memi”. Si legge su MicroMega che “se abbiamo una legge morale in noi, non dobbiamo cercarne l’origine nel cielo stellato sopra di noi”. La fede è nel Dna.

Arroccato sull’ortodossia è il biologo riduzionista Edoardo Boncinelli, docente al San Raffaele e autore di “Perché non possiamo non dirci darwiniani”. Nei suoi libri Boncinelli spiega perché gli esseri umani funzionano come gli insetti (“l’uomo è un animale e come tale si conforma alle leggi generali della biologia”). Celebre il suo paragone tra l’ala del pollo e il braccio dell’uomo. Il decano darwiniano è Luigi Luca Cavalli-Sforza, pioniere della genetica che su Repubblica scrive spesso assieme al figlio, anche lui al San Raffaele. All’Accademia dei Lincei il darwinista militante è Carlo Alberto Redi, l’illustre biologo che subì, per interessamento dell’allora ministro della Sanità, Rosy Bindi, una visita dei carabinieri per aver clonato un topolino. Redi ritiene la teoria darwiniana “il massimo contributo della scienza alla storia dell’uomo”. Dal 2004 si celebra in Italia il Darwin Day, “Natale” secolarista a opera dell’Unione degli Atei di Carlo Flamigni e Margherita Hack. Senza dimenticare Eugenio Scalfari: “Non credo che il ruolo della specie alla quale appartengo sia superiore a quello delle api o delle formiche o dei passeri”.
In ambito cattolico aleggia il cosiddetto “darwinismo ecclesiastico”. C’è Fiorenzo Facchini, paleoantropologo. Sempre in ambito vaticano svettano Giuseppe De Rosa, scrittore della rivista dei gesuiti Civiltà Cattolica, e Gianfranco Basti, direttore del Progetto Stoq (scienza, teologia e ricerca ontologica) promosso dal pontificio Consiglio per la Cultura.

lunedì 20 aprile 2009

Evoluzionismo - Il moscerino della frutta sfida Darwin: è davvero tutto scritto nel DNA?


Da IlSussidiario.net

Mario Gargantini intervista Carlo Soave

Non ci sono solo celebrazioni e dibattiti in questo anno darwiniano: ci sono anche scoperte, risultati di ricerche, nuove ipotesi esplicative del fenomeno dell’evoluzione. Come è accaduto, ad esempio, nei laboratori del Department of Biosystems Science and Engineering del celebre ateneo ETH di Zurigo dove opera l’equipe di Renato Paro, professore di biosistemi. Il gruppo è impegnato a condurre esperimenti nei quali dei moscerini vengono incrociati per sei generazioni e sottoposti a diverse condizioni ambientali per verificare l’effetto di queste ultime sull’ereditarietà. Si parte da un ceppo di Drosophila melanogaster - il moscerino della frutta che ha fatto la fortuna sia della genetica classica che di quella moderna - che ha gli occhi bianchi. Se la temperatura alla quale sono allevati gli embrioni (di norma 25 °C) è portata per breve tempo a 37 °C, i moscerini che si sviluppano hanno gli occhi rossi. E non basta. I figli di questi moscerini hanno anch’essi gli occhi rossi.
«Sembra di rivedere Lamarck, vivo e vegeto: – così commenta la notizia Carlo Soave, docente di fisiologia vegetale all’università degli studi di Milano - un carattere indotto da una modificazione ambientale viene trasmesso alla progenie. Siamo di fronte al fenomeno dell’ereditarietà dei caratteri acquisiti». Si tratta di un’eventualità proibita dal darwinismo classico. Ma non è tutto: il gene, cioè il DNA, che codifica per il fattore “colore degli occhi” è rimasto tale e quale come era nei moscerini con gli occhi bianchi. Cosa è cambiato allora e come questo cambiamento si trasmette alla progenie?
«Quello che cambia è ciò che sta intorno al DNA, le proteine che lo avvolgono, in aggiunta a metilazioni reversibili di alcune basi del DNA: in una parola, è quello che oggi si definisce un cambiamento epigenetico». Questo termine, epigenetico, sta diventando di grande attualità in biologia: con esso si indicano quei caratteri dei viventi che non hanno un corrispettivo di tipo genetico, quel set di informazioni che non si trovano nelle sequenze del DNA. Fino a qualche tempo fa l’informazione epigenetica poteva essere studiata in modo solo descrittivo; oggi invece è possibile individuare quali strutture molecolari vi sono implicate. Si è visto che un ruolo importante è svolto proprio dai componenti che circondano il DNA, denominati istoni, e che agiscono come una sorta di packaging, necessario per immagazzinare il DNA in una forma ordinata e con occupazione di spazio ottimizzata. Si tratta di proteine che hanno anche ulteriori funzioni: a seconda della loro natura chimica, cioè se sono acetilate o metilate, esse possono attivare o disattivare i geni. Nuovi metodi di indagine riescono ora a rivelare direttamente quali geni sono stati attivati o disattivati dagli istoni.
«In fondo non c’è nulla di sostanzialmente nuovo: anche una cellula di pelle è diversa da una cellula di fegato anche se hanno lo stesso identico DNA; le cellule però sono diverse per le loro marcature epigenetiche e queste marcature specifiche sono trasmesse alle cellule figlie: una cellula di fegato produce cellule di fegato e una di pelle, cellule di pelle. Quindi le marcature epigenetiche sono trasmissibili. Inoltre gli organismi viventi si adattano durante la loro vita ai cambiamenti ambientali e gli adattamenti si ottengono tramite modificazioni epigenetiche. L’esperimento del gruppo di Zurigo, insieme a numerosi analoghi esperimenti precedenti, dimostra che modificazioni epigenetiche indotte dall’ambiente sono trasmissibili alla progenie e sono stabili, cioè si mantengono nelle generazioni future anche in assenza della condizione ambientale che le ha indotte».
Ma tutto ciò colpisce al cuore la teoria neodarwiniana? Paro si è affrettato a dichiarare che la teoria di Darwin non è messa in discussione, che siamo di fronte solo ad aspetti complementari e che i meccanismi evolutivi sono i medesimi sia nel caso di caratteri generati e trasmessi per via epigenetica che per quelli di origine genetica. Soave tuttavia si mostra più critico. «In fondo cosa c’è di diverso tra una mutazione genetica classica (come quelle indotte dai raggi X) e una mutazione epigenetica, un’epimutazione? Una differenza importante c’è: è che una particolare situazione ambientale induce in molti individui sempre la stessa epimutazione e quindi i contesti ambientali hanno un ruolo non marginale nell’evoluzione; mentre le mutazioni classiche sono casuali, indipendenti da ciò che la situazione ambientale richiede e diverse in ciascun individuo. Tutto ciò fa vacillare uno dei pilastri della teoria neodarwiniana dell’evoluzione».

lunedì 12 maggio 2008

Evoluzione, anche l’ornitorinco smentisce Darwin

Un interessante articolo di Mario Gargantini, fisico e giornalista scientifico, sull'evoluzionismo. Eccovi l'incipit, il resto lo trovate cliccando il nostro titolo, da cui verrete riportati alla pagina di www.ilsussidiario.net:

"Si scaldano i motori in vista del Gran Prix dell’evoluzione: l’anno prossimo sarà il bicentenario della nascita di Charles Darwin e il 150esimo della pubblicazione del celebre L’origine delle specie. Tutto quindi deve essere a posto per celebrare i fasti della scienza leader del terzo millennio, la biologia; per fugare ogni dubbio sulla autenticità dei modelli del neo-darwinismo e sulla credibilità dei suoi profeti. Soprattutto per allontanare il rischio che qualcuno trovi un modo convincente per parlare di creazione e renda esplicito quello che la semplice ragionevolezza sembra indicare: cioè che il caso cieco, tanto caro ai fan di Richard Dawkins, non spiega un bel niente".