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lunedì 13 ottobre 2025

Chesterton e gli ebrei - Philip Roth.




Spesso Chesterton viene ingiustamente tacciato di antisemitismo. L'argomento, vedrete, è stato da noi ampiamente trattato. In ogni caso Dale Ahlquist, nell'ultimo numero di Gilbert, ha tirato fuori questa interessante citazione di uno scrittore di origini ebraiche molto famoso.

Anzitutto scopriamo che Philip Roth (1933–2018) apprezzava Chesterton, e poi che ne aveva una grande stima. Egli, romanziere di successo americano di origini ebraiche, disse a proposito di Chesterton e del proprio essere ebreo: 

«Penso ai miei amici gentili. Se sentissi gli stivali militari sulle scale, mi nasconderebbero? Non ho mai dubitato che G.K. Chesterton mi avrebbe nascosto».

Sul rapporto tra Chesterton e gli ebrei ecco un'antologia dei nostri post in proposito:



Il giudizio di Ann Farmer, autrice di Chesterton and the Jews, sull'accantonamento da parte dal vescovo emerito di Northampton della causa di canonizzazione di Chesterton (da leggere):


Dale Ahlquist recensisce il libro della Farmer e ci aiuta:


La buonanima di William Oddie sull'argomento:


ma nel blog c'è tanto altro sull'argomento. Leggetelo perché ogni tanto qualcuno riparte nel dire cose inesistenti sull'argomento.

Marco Sermarini

martedì 26 agosto 2025

The Diabolist, ovvero: il satanista. Traduzione e note di Marco Sermarini ©.

Vorrei proporvi la traduzione, inedita in lingua italiana, di un articolo di Chesterton apparso il 9 novembre 1907 sul The Daily News, il quotidiano liberale su cui Gilbert scrisse fino al 1913, di proprietà di Lord Cadbury. Si tratta di un articolo tutto sommato breve ma denso e significativo, di cui danno conto i migliori biografi di Chesterton, in primis Maisie Ward; ho pensato di anteporre alla traduzione le parole con cui William Oddie collocava l'episodio nella biografia di Chesterton. Sono tratte da Chesterton and the Romance of Orthodoxy. The Making of GKC. 1874 - 1908, anch'esso inedito in lingua italiana. Ne estrapolo un brano ritenendolo estremamente significativo, rimandando i lettori alla consultazione del seguito per non appesantire questo lavoro. Tuttavia la continuazione della lettura delle riflessioni filologiche e filosofiche di Oddie sarebbe estremamente proficua perché l'articolo, scritto nel 1907, si colloca nel periodo della compilazione del capolavoro di Chesterton, Ortodossia, che costituisce la sintesi del suo pensiero. Ad ogni modo ritengo che già questo non brevissimo assaggio dello scritto del compianto William Oddie aiuterà i lettori a comprendere l'importanza dell'articolo.

Perché è importante l'articolo che propongo? Perché è la testimonianza di Chesterton sul suo giovanile ritorno all'ortodossia, il primo abbozzo di quel sunto della sua filosofia che egli costituì scrivendo L'Uomo che fu Giovedì e Ortodossia in particolare, Eretici e Uomovivo più in generale, Ancora, testimonia la maturità del pensiero di Chesterton anzi la sua compiutezza già nella giovane età a cui si riferisce l'episodio.

Marco Sermarini

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(...) L'episodio risale al periodo in cui Chesterton frequentava la Slade, ovvero l'anno accademico 1893-94, circa un anno dopo la pubblicazione de Il ritratto di Dorian Gray. Riguarda un giovane chiaramente identificabile come un prodotto del movimento estetico. L'influenza sul suo pensiero di Walter Pater stesso o di qualche discepolo di Pater, forse Wilde, o semplicemente dell'ampio ethos estetico/decadente/fin de siècle dell'epoca, è piuttosto evidente. Egli crede, come Pater, che l'esperienza, e non il frutto dell'esperienza, sia la priorità assoluta. È totalmente contrario a qualsiasi nozione etica oggettiva di giusto e sbagliato e sostiene con veemenza una particolare linea di condotta perché dopo di essa non saprà più distinguere tra i due. Le sue convinzioni sono distruttive prima per gli altri e poi per se stesso: come Dorian Gray, incarna la tragedia dell'estetismo commettendo di fatto suicidio. Infine (e, per il nostro scopo, cosa più importante), lui - o comunque la reazione di Chesterton nei suoi confronti - stabilisce chiaramente il legame tra il movimento decadente e la risposta intellettuale di Chesterton ad esso, ovvero l'identificazione della lotta contro l'eresia come il campo di battaglia su cui combattere il male. (...) I parallelismi con la storia di Dorian Gray sono sorprendentemente evidenti; e qui abbiamo sicuramente tutta la spiegazione che ci serve del disgusto di Chesterton per il fin de siècle wildiano, che giunse a una fine così brusca con la rovina dello stesso Wilde a metà del decennio. Un'altra possibile risonanza - o almeno un parallelo illuminante - con le opinioni dei satanisti sui piaceri estetici della seduzione e della rovina morale si trova in Confessions of a Young Man (1888) di George Moore (ammiratore di Pater e influente membro del corpo docente della Slade e, chissà, forse anche di uno dei suoi studenti, il “satanista”). Scrivendo del dipinto "La Source" di Ingres, il cui “prezzo” fu la seduzione e la morte della modella attraverso l'alcol, egli osserva languidamente che “la consapevolezza che è stato commesso un torto... che una ragazza o mille ragazze sono morte in ospedale per quella cosa virginale, è un piacere in più di cui non potevo fare a meno”. Era a questo passaggio che Chesterton si riferiva nel suo taccuino Slade quando scrisse che “anche il vizio richiede vergini”? Qualunque sia la risposta, non sorprende che in Eretici Chesterton, in modo insolito, scrivesse di George Moore con un disprezzo personale così assoluto. A proposito di “The Diabolist”, Michael Coren pone la domanda: “Quanto è reale questo incontro e quanto è invece una costruzione artificiale?” Chesterton lo ha sicuramente presentato come un incontro reale e intendeva che fosse preso sul serio come tale. “Quello che sto per raccontare”, ha scritto, "è realmente accaduto..." (...). Possiamo sicuramente essere certi che si sia trattato di "un vero incontro". (...)

William Oddie, Chesterton and the Romance of Orthodoxy. The Making of GKC. 1874 - 1908





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Ogni tanto ho introdotto nei miei saggi un elemento di verità. Sono state menzionate cose realmente accadute, come l'incontro con il Presidente Kruger (1) o l'essere buttato fuori da un taxi. Ciò che ora devo riferire è realmente accaduto; eppure non vi era alcun elemento di politica pratica o di pericolo personale. È stata semplicemente una tranquilla conversazione che ho avuto con un altro uomo. Ma quella tranquilla conversazione è stata di gran lunga la cosa più terribile che mi sia mai capitata in vita mia. È successo così tanto tempo fa che non posso essere certo delle parole esatte del dialogo, solo delle principali domande e risposte; ma c'è una frase di cui posso rispondere assolutamente e parola per parola. È stata una frase così terribile che non potrei dimenticarla se lo volessi. È stata l'ultima frase pronunciata, e non è stata rivolta a me.

La cosa mi è successa ai tempi in cui frequentavo una scuola d'arte. Una scuola d'arte è diversa da quasi tutte le altre scuole o collegi sotto questo aspetto: che, essendo di nuova e rozza creazione e di disciplina lassista, presenta un contrasto particolarmente forte tra l'industrioso e l’ozioso. Le persone in una scuola d'arte fanno un'atroce quantità di lavoro o non lavorano affatto. Io appartenevo, insieme ad altre persone affascinanti, a quest'ultima classe; e questo mi ha fatto entrare spesso nella società di uomini che erano molto diversi da me, e che erano oziosi per ragioni molto diverse dalle mie. Ero inoperoso perché ero molto occupato; all'epoca ero impegnato a scoprire, con mio estremo e duraturo stupore, che non ero ateo. Ma ce n'erano anche altri che erano impegnati a scoprire ciò che Carlyle (2) chiamava (penso con inutile delicatezza) il fatto che lo zenzero è piccante in bocca.

Apprezzo quel tempo, in breve, perché mi ha permesso di fare la conoscenza di un buon numero rappresentativo di furfanti. A questo proposito ci sono due cose molto curiose che il critico della vita umana può osservare. Il primo è il fatto che c'è una netta differenza tra uomini e donne; il fatto che le donne preferiscono parlare in due, mentre gli uomini preferiscono parlare in tre. Il secondo è che quando si trovano (come spesso si fa) tre giovani mascalzoni e idioti che girano insieme e si ubriacano insieme ogni giorno, in genere si scopre che uno dei tre mascalzoni e idioti non è (per qualche motivo straordinario) un mascalzone né un idiota. In questi piccoli gruppi dediti ad una dissipazione spasmodica c'è quasi sempre un uomo che sembra aver accondisceso alla sua compagnia; un uomo che, pur potendo parlare di fallace banalità con i suoi compagni, può anche parlare di politica con un socialista, o di filosofia con un cattolico. 

Era proprio un tale uomo che venni a conoscere bene. Era strano, forse, che apprezzasse la sua società sporca e ubriaca; era ancora più strano, forse, che gli piacesse la mia società. Per ore del giorno parlava con me di Milton (3) o dell'architettura gotica; per ore della notte andava dove non ebbi mai voglia di seguirlo, anche solo per speculazione. Era un uomo dal viso lungo e ironico, con i capelli raccolti e rossi; era un gentiluomo per classe, e poteva camminare come uno da solo, ma preferiva, per qualche motivo, camminare come uno sposo che portava due secchielli. Sembrava una sorta di super-fantino; come se qualche arcangelo fosse finito sul prato. E non dimenticherò mai la mezz'ora in cui lui ed io abbiamo discusso di cose reali per la prima ed ultima volta.

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Lungo la facciata del grande edificio di cui la nostra scuola faceva parte correva un’enorme rampa di gradini di pietra, più alta, credo, di quella che conduce alla Cattedrale di Saint Paul (4). In una nera serata d'inverno lui ed io eravamo in giro su queste fredde altezze, che sembravano tetre come una piramide sotto le stelle. L'unica cosa visibile sotto di noi nel buio era un fuoco che bruciava e soffiava; perché qualche giardiniere (suppongo) stava bruciando qualcosa nel terreno, e di tanto in tanto le scintille rosse ci passavano davanti come uno sciame di insetti scarlatti nel buio. Anche sopra di noi regnava la tenebra; ma se si fissava abbastanza a lungo quella oscurità superiore, si vedevano strisce verticali di grigio nel nero e poi si diventava consapevoli della facciata colossale dell'edificio dorico, fantasmagorica, ma che riempiva il cielo, come se il cielo fosse ancora pieno del gigantesco fantasma del paganesimo.

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L'uomo mi chiese bruscamente perché stessi diventando ortodosso. Fino a quel momento non mi ero reso conto di esserlo, ma non appena lo disse capii che era letteralmente vero. Il processo era stato così lungo e denso che gli risposi immediatamente attingendo alle mie riserve di spiegazioni.

«Sto diventando ortodosso», dissi, «perché sono giunto, a torto o a ragione, dopo aver stirato il mio cervello fino a farlo esplodere, alla vecchia convinzione che l'eresia è persino peggiore del peccato. Un errore è più minaccioso di un crimine, perché un errore genera crimini. Un imperialista è peggiore di un pirata. Perché un imperialista gestisce una scuola per pirati; insegna la pirateria disinteressatamente e senza un salario adeguato. Un amante libero è peggio di un libertino. Perché un libertino è serio e spericolato anche nel suo amore più breve, mentre un fautore dell'Amore Libero è cauto e irresponsabile anche nella sua devozione più lunga. Odio il dubbio moderno perché è pericoloso».

«Intendi pericoloso per la moralità», disse con voce meravigliosamente gentile. «Immagino che tu abbia ragione. Ma perché ti interessa la moralità?».

Gli lanciai una rapida occhiata al volto. Aveva proteso il collo, come era sua abitudine, e così il suo viso si trovò improvvisamente illuminato dalla luce del falò sottostante, come un volto sotto i riflettori. Il mento lungo e gli zigomi alti erano illuminati in modo infernale dal basso, tanto che sembrava un demone che fissava la fossa ardente. Ebbi una sensazione insensata di essere tentato in un territorio selvaggio; e proprio mentre mi fermavo, una raffica di scintille rosse mi sfiorò.

«Non sono splendide quelle scintille?», dissi.

«Sì», rispose lui.

«Questo è tutto ciò che ti chiedo di ammettere», dissi. «Dammi quei pochi puntini rossi e io ne dedurrò la morale cristiana. Una volta pensavo come te, che il piacere che si prova davanti a una scintilla volante fosse qualcosa che poteva andare e venire con quella scintilla. Una volta pensavo che il piacere fosse libero come il fuoco. Una volta pensavo che quella stella rossa che vediamo fosse sola nello spazio. Ma ora so che la stella rossa è solo l'apice di una piramide invisibile di virtù. Quel fuoco rosso è solo il fiore su uno stelo di abitudini viventi, che non puoi vedere. Solo perché tua madre ti ha insegnato a dire “grazie” per un panino, ora sei in grado di ringraziare la Natura o il caos per quelle stelle rosse di un istante o per le stelle bianche di tutti i tempi. Solo perché eri umile davanti ai fuochi d'artificio del cinque novembre (5), ora ti godi qualsiasi fuoco d'artificio che ti capita di vedere. Ti piacciono solo perché sono rosse, perché ti è stato raccontato del sangue dei martiri; ti piacciono solo perché sono luminose, perché la luminosità è gloria. Quella fiamma è sbocciata dalle virtù e svanirà con le virtù. Seduci una donna e quella scintilla sarà meno luminosa. Spargi sangue e quella scintilla sarà meno rossa. Sii davvero cattivo e saranno per te come le macchie sulla carta da parati».

Possedeva una terribile lucidità intellettuale che mi faceva disperare della sua anima. Un ateo comune e innocuo avrebbe negato che la religione producesse umiltà o che l'umiltà fosse una semplice gioia: ma lui ammetteva entrambe le cose. Diceva solo: «Ma non troverò forse nel male una vita propria? Ammesso che per ogni donna che rovino una di quelle scintille rosse si spegnerà: il piacere crescente della rovina non...». 

«Vedi quel fuoco?» gli chiesi. «Se avessimo una vera democrazia combattiva, qualcuno ti brucerebbe lì dentro, come l'adoratore del diavolo che sei».

«Forse», rispose con il suo solito tono stanco e gentile. «Solo che quello che tu chiami male, io lo chiamo bene».

Scese da solo la grande scalinata e io sentii che volevo che fosse spazzata e pulita. Lo seguii più tardi e, mentre andavo a cercare il mio cappello nel corridoio basso e buio dove era appeso, sentii improvvisamente di nuovo la sua voce, ma le parole erano incomprensibili. Mi fermai, sorpreso: poi sentii la voce di uno dei suoi compagni più vili che diceva: «Nessuno può saperlo». E poi sentii quelle due o tre parole che ricordo in ogni sillaba e che non posso dimenticare. Sentii il Satanista dire: «Ti dico che ho fatto tutto il resto. Se faccio questo, non saprò più distinguere il bene dal male». Mi precipitai fuori senza osare fermarmi; e mentre passavo davanti al fuoco non sapevo se fosse l'inferno o l'amore furioso di Dio.

Da allora ho saputo che è morto: si può dire, credo, che si sia suicidato, anche se lo ha fatto con strumenti di piacere, non con strumenti di dolore. Dio lo aiuti, conosco la strada che ha percorso, ma non ho mai saputo, né ho mai osato pensare, quale fosse il luogo in cui si è fermato e si è trattenuto.

Gilbert Keith Chesterton, The Daily News, 9 novembre 1907; 
successivamente raccolto in Tremendous Trifles.


(1) Stephanus Johannes Paul Kruger (1825 – 1904), noto anche come Oom Paul (“Zio Paul”) fu leader di spicco della resistenza boera contro il governo britannico del Sudafrica, e divenne presidente della Repubblica del Transvaal.

(2)  Thomas Carlyle (1795 - 1881), saggista, storico e filosofo scozzese, tra i maggiori dell’età vittoriana.

(3) John Milton (1608 - 1674), scrittore e poeta inglese, tra i più influenti dell'età post shakespeariana; fu l'autore del Paradiso Perduto.

(4) Una delle due cattedrali anglicane di Londra, che sorge nella City, opera dell'architetto Christopher Wren. L'altra si trova a Southwark.

(5) il riferimento è alla Guy Fawkes Night, in cui in Inghilterra si commemora il 5 novembre 1605 quando Guy Fawkes, cattolico, tentò in una congiura di uccidere re Giacomo I con un attentato dinamitardo (the Gunpowder Plot). La congiura non ebbe esito positivo e allora da quel giorno si celebra questa ricorrenza.

Traduzioni  e note di Marco Sermarini - tutti i diritti sono riservati ©.


Una parte della Slade School of Fine Arts



sabato 17 agosto 2024

Ma chi era John Ernest Hodder-Williams, a cui dobbiamo essere molto, molto grati? E come arrivò Chesterton a fare il giornalista? ©

Come si legge nel primo post di oggi, Chesterton ebbe una spinta determinante ad intraprendere il mestiere di giornalista proprio dal suo compagno di studi (studi mai finiti, per il Nostro Eroe) John Ernest Hodder-Williams. Fu una spinta determinante, perché - come scrisse il compianto William Oddie - fu lo spunto per il "long journey round the world" di Chesterton. Senza di lui probabilmente non sarebbe mai partito per il suo viaggio lungo tutto una vita per dire al mondo che è meglio essere vivi ed è meglio essere grati. In molti ricorderete le difficoltà e le ubbie che si sciolsero definitivamente un bel giorno del 1894 grazie anche alla lettura di alcuni libri (L'Isola del Tesoro di Stevenson, alcune poesie di Walt Whitman e il Libro di Giobbe) e che culminarono in una specie di esperienza mistica.

Ma chi è l'uomo a cui dobbiamo tanto?

Sir John Ernest Hodder-Williams (1876 - 1927) fu uno scrittore ed editore britannico comproprietario della casa editrice Hodder & Stoughton di Londra (oggi acquisita dalla casa editrice francese Hachette ma ancora in vita col suo marchio), che fu la prima casa editrice che pubblicò lavori di Chesterton, per l'appunto le note recensioni sul periodico The Bookman che gli diedero la prima notorietà assieme agli articoli usciti su The Speaker e su altri periodici. 

The Bookman veniva pubblicato la prima settimana di ogni mese e si proponeva di raccontare "la vita letteraria del giorno"e di essere "la migliore guida illustrata ai migliori libri del momento".

Qui trovate il testo integrale con le illustrazioni del volumetto su Thomas Carlyle, che si presenta firmato sia da Chesterton che da Hodder-Williams. Al volume dedicammo parte di un altro post circa un anno fa.

Ma torniamo al nesso tra Chesterton e questo distinto signore e al contesto in cui questo rapporto si colloca. Vedremo come non fu l'unico ad creare la "bomba Chesterton", anche se di certo possiamo dire che ne costituì l'innesco.

Troviamo traccia di questo primo innesco, come accennato nel precedente post, nell'Autobiografia, in cui Chesterton afferma, a proposito dei suoi anni giovanili: 

"(...) il centro di gravità della mia vita si era spostato da ciò che (per amor di cortesia) chiameremo Arte a ciò che (per amor di cortesia) chiameremo Letteratura. L'intermediario di questo cambiamento di intenzioni fu innanzitutto il mio amico Ernest Hodder Williams, più tardi a capo della ben nota casa editrice (Hodder & Stoughton, ndr). Frequentava le lezioni di inglese e latino all'University College (di Londra, ndr), mentre io frequentavo, o fingevo di farlo, i corsi alla Slade School. Seguii con lui il corso di inglese e, per questo motivo, ho l'onore di essere tra i numerosi allievi che sono grati all'insegnamento straordinariamente vivo e stimolante del professor W. P. Ker. In genere, gli studenti studiavano per l'esame, ma io non avevo neppure quello, di scopo, in quel periodo della mia vita così privo di scopi. Mi conquistai così la reputazione, del tutto immeritata, di coltivare una devozione disinteressata e gratuita per la cultura, e una volta ebbi l'onore di rappresentare da solo l'intero pubblico del professor Ker. In quell'occasione, fece una lezione esauriente e traboccante di idee come non avevo mai sentito, riservandosi soltanto uno stile più familiare. Mi fece qualche domanda sulle mie letture e, al mio vago accenno alla poesia di Pope, rispose soddisfatto: «Ah, vedo che è stato educato bene». Pope non riceveva neppure il minimo riconoscimento dalla generazione di ammiratori di Shelley e di Swinburne. Hodder Williams e io parlavamo spesso di letteratura, durante il corso, e lui si mise in testa che io potessi davvero scrivere, illusione che gli rimase fino al giorno della morte. Di conse-guenza, e in rapporto ai mie studi, mi passò alcuni libri d'arte, perché ne facessi la recensione sul «Bookman», la celebre rivista della casa editrice e della sua famiglia. Non mi dilungherò a raccontare che, non essendo riuscito a imparare né l'arte né il disegno, fui invece capace di buttar giù qualche riga critica sui punti deboli di Rubens o sui talenti non sfruttati di Tintoretto: avevo scoperto la più facile tra tutte le professioni e da allora non l'ho mai abbandonata. Se mi guardo indietro e contemplo questi momenti e, in generale, le vicende della mia vita, a colpirmi è la mia fortuna straordinaria. Mi sono già schierato a difendere i pregi della Favola con Morale, ma è contro ogni sano principio il fatto che i doni generosi della fortuna fossero prodigati all'Apprendista Ozioso. Nel caso del mio rapporto con Hodder Williams, è illogico che una persona tanto negata negli affari potesse intendersi con un'altra invece così versata. Nel caso della scelta di un mestiere, era scandaloso che uno riuscisse a diventare giornalista solo perché aveva fallito come artista. Ho detto mestiere, non professione, perché l'unica cosa che posso dire a mia difesa, sia per un lavoro che per l'altro, è che non mi sono mai montato la testa. Forse ho avuto una professione, ma non sono mai stato professore. Ma, in un altro senso, c'era in questa prima fase un elemento di fortuna e perfino di caso. Intendo dire che la mia mente rimaneva svagata, stupefatta quasi, e queste opportunità erano solo accadimenti che mi capitavano, quasi delle disgrazie. Dire che non ero ambizioso sembra alludere a una virtù, mentre in realtà era solo un difetto, neppure tanto grave: era quella cecità singolare tipica della gioventù, che siamo capaci di scorgere negli altri, ma incapaci di spiegare in noi stessi. Ne parlo qui, perché è in relazione con il perdurare di quell'enigma irrisolto della mente, di cui ho parlato all'inizio del capitolo. Il fatto è che i miei occhi erano rivolti verso l'interno piuttosto che verso l'esterno, conferendo alla mia personalità morale, io credo, uno sgradevole strabismo. Ero ancora gravato dall'incubo metafisico di negazioni dell'anima e della materia, dalle morbose rappresentazioni del male, dal fardello del mio corpo e del mio cervello, stranamente misteriosi. Eppure, già mi rivoltavo e tentavo di elaborare una versione più costruttiva della vita cosmica, per quanto peccassi di un eccesso di positività. Mi definivo ottimista, perché tendevo pericolosamente al pessimismo: è l'unica scusa che posso dare" (1).

A titolo meramente informativo il professor W. P. Ker fu negli interessi e nella stima anche di J. R. R. Tolkien.

Chesterton iniziò allora questa collaborazione con Hodder & Stoughton nel 1899.

Ci spiega William Oddie che

"naturalmente non era il suo primo articolo su artisti o storici dell'arte (la sua prima recensione pubblicata, su The Academy, era stata quella di una raccolta di estratti dalle opere di John Ruskin), e non fu nemmeno l'ultimo: nel corso dell'anno successivo, insieme a Ernest Hodder Williams (che aveva conosciuto come compagno di studi all'University College di Londra), avrebbe scritto, per The Bookman, un lungo studio in tre parti sulla scena artistica contemporanea; e nel dicembre del 1900 contribuì con un importante articolo su G. F. Watts, che abbiamo visto essere il suo primo articolo  su G. F. Watts, che possiamo considerare il precursore del suo studio completo sull'artista, pubblicato nel 1904" (2). 

Oddie ci dice poi che questo primo articolo sul Bookman colpiva 

"non solo per la fluidità dello stile, ma anche per l'audacia intellettuale - come tutto ciò che scriverà nella sua maturità. Mostra già alcune delle qualità che lo avrebbero reso uno dei più grandi critici della sua epoca: la capacità di fare analogie sorprendentila comprensione del mezzo in cui opera l'oggetto della critica; l'abilità analitica scientifica che sapeva impiegare per eliminare una falsa percezione; il modo in cui, al meglio, usava sempre l'umorismo come mezzo di discernimento serio piuttosto che come semplice intrattenimento leggero" (3).

I primi pezzi di Chesterton per il Bookman (in particolare quelli firmati con Ernest Hodder Williams) ci danno l'occasione per ricordare il ruolo svolto dagli amici nel lancio della carriera letteraria del nostro eroe. Abbiamo visto che era stato Hodder Williams (con cui Chesterton aveva frequentato le lezioni di letteratura inglese del professor Ker dal 1893 al 1895) che aveva suggerito a Gilbert di scrivere per la testata letteraria quando la Hodder & Stoughton l'aveva lanciata nel 1899. Ma ancora più importante fu il sostegno ricevuto - e la pressione e l'incoraggiamento - dei suoi amici dei tempi della scuola superiore. Il suo futuro cognato Lucian Oldershaw affermò in seguito che

 “non fece nulla per se stesso finché non scendemmo da Oxford e lo spingemmo” (4). 

Quest'opera di persuasione e di incoraggiamento degli amici portarono all'ingaggio da parte di The Speaker, testata rilevata da un gruppo di giovani liberali antimperialisti di Oxford e da loro trasformato in uno dei principali organi di opposizione alla guerra boera. Di questo gruppo facevano parte appunto i vecchi compagni di scuola ed amici di sempre Lucian Oldershaw e Edmund Clerihew Bentley, che iniziarono subito a convincere il direttore J. L. Hammond e il redattore letterario F. Y. Eccles a pubblicare articoli e recensioni di libri scritte da Chesterton.

Questo marchio d'amicizia sarà tanto amato da Chesterton fino alla fine, e su quest'esperienza baserà tante sue riflessioni sul tema delle relazioni sincere. Tutto questo non è trascurabile nella storia di quest'uomo e va quindi raccontato.

Marco Sermarini

(1) Gilbert Keith Chesterton, Autobiografia, Lindau, Torino 2010, pp. 110 - 112.

(2) William Oddie, Chesterton and the Romance of Orthodoxy. The Making of GKC 1874 - 1908, Oxford University Press, Oxford 2008, p. 173 (mia traduzione).

(3) ibidem.

(4) William Oddie, Chesterton and the Romance of Orthodoxy. The Making of GKC 1874 - 1908, p. 176 (mia traduzione). 

(riproduzione riservata ©)

John Ernest Hodder - Williams

Ecco una delle prime creazioni...

sabato 23 maggio 2020

È morto Denis J. Conlon.


È morto Denis J. Conlon, studioso e biografo di Chesterton, autore di varie opere sul nostro Gilbert l'ultima delle quali è quella che vedete nella foto.
È un altro grande studioso che se ne va, dopo William Oddie, padre Schall, padre Jerome Bertram e Stratford Caldecott.
Preghiamo in suo suffragio e ringraziami Nostro Signore che il professor Conlon ha dato alla conoscenza del nostro caro Gilbert.

giovedì 14 novembre 2019

Un po' di William Oddie - pensiero...


William Oddie alla conference di Beaconsfield nel Marzo 2014.


Per GKC "la verità cattolica era una spada scintillante che liberava i prigionieri del razionalismo e dello stato servile".

Qualcosa dell'approccio di Oddie è contenuto nella sua intervista a Marcus Grodi: che i cattolici dovrebbero essere "sovversivi" piuttosto che "innocui". Sentiva che quando il cardinale Basil Hume era stato arcivescovo di Westminster, la Chiesa cattolica in Inghilterra era diventata "rispettabile" e la conversione divenne così "cattiva educazione". Questo non era sicuramente lo stile di Oddie. Come San John Henry Newman, la cui Apologia Pro Sua Vita aveva avuto un'importante influenza sulla sua conversione, egli era guidato dalla ricerca della verità. Come disse una volta, "Una Chiesa che dice la verità sarà sempre impopolare perché la verità è spesso molto scomoda".

È morto William Oddie.




William Oddie, convertito al cattolicesimo, è stato direttore del Catholic Herald per molti anni, presidente della Società Chestertoniana Inglese, autore di molti libri ma in particolare di Chesterton and the Romance of Orthodoxy - The Making of GKC, una bellissima biografia di Chesterton dal 1874 al 1909, che fa luce sugli aspetti più importanti della gioventù del nostro eroe.

Gli siamo tutti grati. Personalmente ebbi modo di conoscerlo nel 2014 a Beaconsfield ad una bellissima conference, per me gioiosissima.

Preghiamo per lui.

Marco Sermarini

lunedì 7 maggio 2018

La santità di Chesterton - perché sono arciconvinto che la causa si debba aprire.


Qui in allegato trovate un articolo uscito su The Catholic Herald e tradotto da Tempi

Padre Boyd ha raccontato le origini remote e prossime della causa di beatificazione di Chesterton, che causa ancora formalmente non è, ma semplicemente un'indagine previa ordinata dal Vescovo di Northampton (che è la diocesi in cui si trova Beaconsfield, il luogo in cui è vissuto dal 1909 fino alla morte nel 1936 il nostro caro Gilbert). La richiesta è stata fatta da alcuni di noi, capeggiati dal mio "fratello gemello" Dale Ahlquist nel 2013. 

Ci sarebbe molto altro da dire. A titolo di esempio, cito uno degli episodi (non riportati da padre Boyd ma altrettanto importanti e significativi) che ha condotto all'apertura dell'inchiesta: William Oddie, già presidente della Chesterton Society inglese, convertito dall'anglicanesimo al cattolicesimo, giornalista e già direttore del Catholic Herald, invitato dai nostri cugini americani ad una delle loro epiche conference alcuni anni fa, al termine del suo speech fu oggetto di una salve di domande (è accaduto anche a me quando vi ho partecipato nel 2016 ed è una cosa molto bella). Una delle quali fu: come va la causa di beatificazione di Chesterton? E lui rispose: ma non c'è nessuna causa… E il popolo chestertoniano americano (circa quattrocento persone) fece una di quelle interiezioni da film di Arnold, come per dire: ma come? Oddie rispose: non c'è nessuna prova (evidence) della sua santità ancora… E il popolo americano (quanto li amo quando fanno così!): ma come? E noi quattrocento qui stipati che diavolo saremmo...?

Trovate altre notizie qui sul nostro blog. Il mio parere è che la causa vada decisamente portata avanti perché l'idea che Chesterton possa essere santo è per molti di noi fondata. Non ci sarà nessun problema con i protestanti, ne sono certo. Il mio amico Dale Ahlquist ha fatto un conto approssimativo delle persone che si sono convertite al cattolicesimo a causa di Chesterton ed esse ammontano a circa quattrocento, tra note e meno note e sconosciute. C'è gente che gli deve la conversione da prima che lui stesso si convertisse... Per quel che mi riguarda sono convinto che la sua carità, la sua fede, la profonda e lieta umiltà, l'amore per i piccoli in generale e per bambini, oltre alle tonnellate di speranza che continua ad infondere in tutti quelli che lo incontrano e a me personalmente, siano segni fortissimi del fatto che si sente fortissimo l'odore di santità. Poi deciderà la Chiesa. Piuttosto vi invito a dare corso a qualsiasi segnalazione, testimonianza, anche quelle che voi riterrete modeste od inopportune (lasciatelo valutare a chi se ne intende, cioè padre Udris, il sacerdote incaricato) che possano dare l'idea della sua santità. Noi facciamo il tifo, la Società Chestertoniana che mi onoro di presiedere fa ufficialmente il tifo.

Per richiedere i santini con l'immagine di Chesterton (ne abbiamo di molte fogge e colori, sono tutte bellissime) basta scrivere alla Società al noto indirizzo di posta elettronica che trovate qui sul blog e non ripeto per evitare fishing, stress e menate varie, oppure (meglio ancora!) a Pump Street. Quella preghiera è sul blog della società dal giorno in cui è stata composta (la traduzione italiana l'ho fatta io). 

Posso invitarvi a fare una cosa? Pregatelo! Chiedetegli aiuto (io ne ho sempre molto bisogno e lo faccio spesso) ed egli vi aiuterà, si farà sentire, perché vi porterà per forza e con amore da Colui che per tutta la vita ha cercato e poi ha onorato e fatto conoscere. La prossima volta venite con me sulla sua tomba, ne sarete contentissimi, tornerete a casa come quando si torna dopo aver incontrato un Uomo Vivo. Organizzo pellegrinaggi sul posto, chi vuole faccia la lista, concordi con me il periodo e ce lo porto tranquillamente. Ho appena portato coi miei augusti colleghi gli alunni del nostro Liceo ed è stato uno spettacolo. Vi porto a conoscere un amico che non vi lascerà mai e vi porterà sempre e solo sulla buona strada. 


Intanto sta insegnando a questi bimbi a guardare in quella direzione, e non è poco. 

Ecco che cosa penso e cosa pensa la Società della santità di Chesterton.

Marco Sermarini 




giovedì 5 gennaio 2017

G. K. Chesterton- A Reappraisal | Un importante approfondimento di Denis Conlon


Uscito per i tipi della Methuen, storica casa editrice inglese che pubblicò anche prime edizioni delle opere di Chesterton, questo libro è - come dice il titolo - una rivalutazione di quanto già noto della vita di Gilbert con importanti nuovi ritrovamenti che entrano a far parte a pieno titolo nel novero delle fonti sulla vita e sul l'opera del Principe del Paradosso. L'autore è uno dei massimi esperti e studiosi del Nostro, Denis Conlon, in gioventù ufficiale della Royal Air Force e quindi illustre professore che ha concluso la sua carriera all'Università di Anversa in Belgio.

Questo volume si pone nel ventaglio delle migliori e più attendibili acquisizioni per chi vuole incontrare  meglio Chesterton e non rimanere ad un livello per così dire scolastico nella sua conoscenza.

Opere del genere risultano importanti proprio perché c'è necessità di conoscere il vero Chesterton e non una versione addomesticata, forse piacevole ma invero del tutto fuori dalla realtà.

L'opera è suddivisa in tre sezioni: la prima ripercorre la vita e gli snodi biografici principali di Chesterton, e non si limita a ridire cose accertate e solidificatesi nella prima e più importante biografia, quella di Maisie Ward, ma aggiunge tasselli che illuminano ancor meglio la complessa e grandiosa personalità di Gilbert.

La seconda affronta Chesterton da ciascuna delle sue facce "letterarie": quella del romanziere, del drammaturgo, del narratore, del poeta, del saggista e del critico.

La terza è un vero e proprio giudizio critico sulle questioni affrontate in tempi più recenti, e cioè sul suo rapporto con gli ebrei (credo che molti sapranno dell'opera della Farmer, degli scritti di Dale Ahlquist e di William Oddie in proposito), e dà atto in una sommaria ma significativa carrellata di tutti i giudizi formulati da letterati, giornalisti ed ammiratori famosi negli anni (a titolo di esempio: Agatha Christie, Ray Bradbury, Anthony Burgess e molti, molti altri, anche piuttosto sorprendenti per noi italiani, piuttosto digiuni e stranamente divenuti lontani dalla cultura anglosassone buona, seppur così inutilmente esterofili...).

Un'opera che merita di essere letta (e tradotta in italiano).

Marco Sermarini 



venerdì 3 giugno 2011

La Conference 2011 della Società Chestertoniana Inglese si terrà il prossimo 2 Luglio. Eccovi i dettagli (in inglese, of course!)

Il tema è interessante, anche se la parola "profetico" è molto abusata, ma noi andiamo al succo. Giustamente nell'invito si richiama il fatto che "Lo stesso suono del suo nome è come l'appello di una tromba... Se qualche nome letterario della nostra epoca diventerà leggenda, questo sarà il suo".


Conference 2011
The Prophetic Voice of G.K.Chesterton

A one day conference to be held on Saturday July 2, 2011, at the Catholic Chaplaincy, St Aldates, Oxford, at 10 a.m.

For directions, see the Oxford University Catholic Chaplaincy website

The speakers will be Lynette BurrowsDale AhlquistIan Ker andWilliam Oddie.

Chesterton, wrote his brother Cecil, 'is primarily . . . the preacher of a definite message to his own time. He is using all the power which his literary capacity gives him to lead the age in a certain direction.'

'The very sound of his name', the historian Sir Arthur Bryant put it at the time when he died in 1936, 'is like a trumpet call.… If any literary name of our age becomes a legend, it will be his…. He was the kind of man of whom Bunyan was thinking when he drew the picture of Mr. Greatheart.'

His premature death was seen as the stilling of a prophetic voice at a time when it was desperately needed: Eliot wrote of his sense of loss at Chesterton's 'disappearance from a world such as that we live in.'

By the end of the last century, his prophetic voice was being rediscovered. Chesterton's distaste for state socialism, his suspicion of monopoly capitalism, and his support for the independence from imperial domination of small nations like Poland had once more become understood as being at the centre of Catholic thinking, and they were validated by the disintegration of Yugoslavia and the Soviet bloc.

His anti-modernism was paralleled by Pope John Paul's counter-revolution against the theological liberalism of the 1960s and 1970s, a liberalism even more powerful (as it had also been during the first decade of the century) within Protestantism; here, too, Chesterton's transcendentalist arguments against the immanentism of his own day seems almost uncannily prescient.

Chesterton's ideas on on marriage and the family, on eugenics, above all on the dignity of the human person and the central importance of the defence of free will in a determinist age, all became uncannily relevant to the world of the twenty-first century.

The conference on July 2 will explore this new understanding of Chesterton as a prophet for our own times.

Application Form

Simply print out and post this straightforward form.


A one day conference to be held on Saturday July 2 at the Catholic Chaplaincy, St Aldates, Oxford, at 10 a.m.

The speakers will be

Lynette Burrows
Dale Ahlquist
Ian Ker
 
and William Oddie.


Dale Ahlquist è il presidente della Società Chestertoniana Statunitense, Ian Ker è il più recente biografo di Chesterton e il massimo esperto di Newman, William Oddie è il presidente della Società Chestertoniana Inglese, Lynette Burrows e giornalista ed attivista per i diritti della famiglia.


sabato 26 febbraio 2011

Riscoprire con Chesterton perché la Chiesa è contro l'aborto, dice William Oddie

http://www.catholicherald.co.uk/commentandblogs/2011/02/23/we-need-to-constantly-rediscover-why-the-church-is-against-abortion/

In questo articolo del Catholic Herald, William Oddie, editorialista di punta del magazine inglese e presidente della Società Chestertoniana Inglese, ci dice che dobbiamo riscoprire costantemente perché la Chiesa Cattolica sia contro l'aborto, e nel dire questo "usa" (a proposito) Chesterton e parla della sua santità.

lunedì 13 dicembre 2010

Nuovamente sulla "santità" di Chesterton: un libro curato da William Oddie.

http://www.gkchesterton.org.uk/holiness_book.html

In questo collegamento trovate il libro nuovissimo, fresco di stampa, curato da William Oddie, presidente della Società Chestertoniana Inglese e editorialista del Catholic Herald inglese, sulla "santità" di Chesterton.

Il volume comprende scritti dello stesso Oddie, di padre Aidan Nichols, di Ian Ker, John Saward, Nicholas Madden, Bob Wild, Sheridan Gilley.

È possibile leggere in PDF la prefazione, ed è disponibile l'indice.

È una ottima occasione per parlare di un argomento a noi carissimo.

sabato 2 ottobre 2010

La Conference a Beaconsfield di sabato prossimo

Ricordiamo a tutti che sabato 9 ottobre 2010 a Beaconsfield, nel Buckinghamshire, ci sarà una bella conference sulla santità di Gilbert.
Qualcuno andrà e se c'è qualche operaio dell'ultima ora ce lo faccia sapere.
Ne parlammo qualche settimana fa qui sul blog.
Ci sarà anche William Oddie, l'autore del bell'articolo di qualche giorno fa sulla santità di Gilbert.