domenica 11 gennaio 2026

La Sindrome di Chesterton | Pedro Gomez Carrizo su Infocatolica - segnalazione e traduzione di Maria Grazie Gotti (grazie!).




Caro presidente,
buon anno a te e ai chestertoniani tutti.

Su Infocatolica (https://www.infocatolica.com) il 5 gennaio Pedro Gomez Carrizo ha pubblicato un articolo molto interessante che parla dall'atteggiamento di Chesterton nella sua prima comunione, al riconoscimento della Presenza Reale di Gesù, e lo confronta con le modalità molto diffuse attualmente, sempre più nei fatti tendenti alla desacralizzazione della Comunione nelle nostre chiese.
Parla della Sindrome di Chesterton, in analogia alla sindrome di Stendhal (ma evidenziando in modo chiaro la distinzione fra le due).

Di seguito la mia traduzione.
 
ci sono anche commenti interessanti in coda 


La "Sindrome di Chesterton"

Chesterton sudò quando per la prima volta fece la comunione: tremore e timore reverenziale di fronte alla Presenza Reale. L’autore riflette su questo turbamento – mysterium tremendum – per evidenziare il suo contrasto con una prassi liturgica oggi sempre più orizontale e banalizzata, dove gesti, mediazioni e silenzio vengono ersi. Recuperare la comunione in bocca, in ginocchio e amministrata da un ministro ordinato non dovrebbe essere un’opzione marginale, ma una pedagogia fondamentale, necessaria, del sacro.

Pedro Gómez Carrizo – 05/01/26 23:32 05/01/26 11:32 PM 

Commuove visualizzare la scena in cui G. K. Chesterton, quarantotto anni di età, e quattordici anni dopo aver scritto Ortodossia, prese per la prima volta la comunione. Successe a Beaconsfield, il 30 luglio 1922, e lo fece accompagnato da padre John O’Connor, che tanto bene aveva fatto per lui. Questo stesso sacerdote raccontò che Chesterton, “perfettamente consapevole dell’immensità della Presenza Reale”, si avvicinò al Santissimo con tremore e paura reverenziale, “ricoperto di sudore”. “Sono spaventato di fronte a quella Realtà tremenda”, gli confessò l’immenso scrittore, quello straordinario polemista che sembrava aver paura di nulla. E dopo aver fatto il sacramento, Chesterton riconobbe di aver trascorso “l’ora più felice” della sua vita.

La scena descritta rimanda a un'altra avvenuta poco più di un secolo prima, a Firenze. Mi riferisco al momento in cui Stendhal visitò la Basilica della Santa Croce. La sua vertigine di fronte all’esuberanza del godimento artistico ha dato il nome alla “sindrome di Stendhal”, ed è facile immaginare la somiglianza con ciò che ha sperimentato Chesterton. Si tratta, ovviamente, di fenomeni diversi, perché la reazione di Chesterton avvenne di fronte al Sacro mentre quella di Stendhal di fronte alla Bellezza, ma in entrambi i casi rimane la stessa commozione di fronte al sublime, di fronte al mistero dell’abisso che ti attrae, ti travolge e ti trascende. Per questo non mi sembra fuori luogo chiamare “sindrome di Chesterton” questo turbamento di fronte alla della Presenza.

Quella “stupore” devoto di Chesterton ha una parentela con un’intuizione antropologica elementare: il sacro appare come il separato, il proibito, che impone la distanza. Durkheim lo formulò con precisione definendo “le cose sante” come quelle “separate e proibite”. Il sacro è pertanto quello di fronte al quale si stabiliscono distanze, gesti e mediazioni. Mary Douglas spiegherà in seguito che il mondo simbolico è sostenuto dai confini, che quando vengono cancellati, non aprono la strada alla libertà, ma alla confusione (o alla profanazione). E Rudolf Otto, nel suo celebre mysterium tremendum et fascinans, ha dato nome a ciò che Chesterton è sembrato sperimentare fisicamente: attrazione e timore di fronte a una Presenza che affascina perché non è addomesticabile. Di fatto, l’uomo, in tutte le culture, anche nelle sue forme più primitive, ha saputo che ci sono realtà che “non si toccano” come si tocca il resto; realtà che rivendicano mani, gesti e parole separate. Il vecchio concetto di tabù denomina proprio quel confine: il divieto di un’azione con la convinzione che qualcosa sia troppo sacro, o troppo maledetto, per uso ordinario, un divieto nato dal riconoscimento di un potere che supera il soggetto.

Ciò che trascende “non si tocca” allegramente, impunemente. Ciò che viene dall’alto impone la distanza e il rispetto in accordo con il sublime. Le ginocchia piegate, l’atteggiamento di non toccare o il silenzio non sono preferenze ornamentali, ma piuttosto la grammatica umana per esprimere il “qui c’è un Altro”. E questa è la liturgia. L'ambito sensoriale – visibile, uditivo, tattile – in cui una fede particolare impara a respirare. La liturgia educa la percezione, affinché non solo esprima la fede pregressa, ma anche la formi. Come la Chiesa decreta in modo incontrovertibilmente: lex orandi, lex credendi, la legge della preghiera stabilisce la legge della fede. Vale la pena ricordare cosa è successo nell'Inghilterra del XVI secolo, quando la grande operazione di de-cattolicizzazione passò attraverso la riscrittura del culto comune. Il progetto di Thomas Cranmer con il suo Libro di Preghiera Comunefu un intervento teologico nel cuore eucaristico dell’azione liturgica. Il credo viene decattolicizzato attraverso la porta del rito, con la naturalezza con la quale una nuova lingua finisce per sostituire quella vecchia: prima sembra una traduzione, poi è una trasformazione. Cambiate i gesti, cambiate il linguaggio sacrificale, cambiate il centro (dall’altare alla tavola), cambiate la direzione della preghiera, da Ad Orientem a Versus Populum, e, nel tempo, avrete cambiato ciò che la gente pensa che accada sull’altare.

Ora chiediamoci perché la “sindrome di Chesterton” risulta oggi quasi inverosimile. Immaginiamo una scena riconoscibile, dove l’“orizzontale” si impone come un’atmosfera, dove l’azione di Ringraziamento sostituisce il Sacrificio, dove gli abbracci occupano più tempo della consacrazione; dove inginocchiarsi non si fa più - o viene visto come eccentrico, quando non proibito-; dove l’Ostia circola come se fosse un simbolo che passa di mano in mano; e dove, spesso, viene amministrato da un ministro straordinario in maniche di camicia. davvero crediamo davvero che questa scenografia non ci dis-educhi? Davvero crediamo che il corpo non impari ciò che l’anima finisce per credere? La risposta a questa domanda è abbastanza scomoda, ma ineludibile: l’evoluzione -degenerazione?- della prassi liturgica post-conciliare ha contribuito in modo decisivo alla desacralizzazione dell’Eucaristia.

È sorprendente, inoltre, constatare che questo modus operandi diffuso e normalizzato non sia nemmeno supportato dalle norme conciliari, se lette senza pregiudizi ideologici. La Redemptionis Sacramentum insiste sul fatto che il ministro "straordinario" è, in breve, straordinario. E aggiunge un criterio che smantella molte scuse per la negligenza: il ministro straordinario può amministrare la Comunione solo in caso di assenza del sacerdote e del diacono, se il sacerdote è impedito per un motivo valido o se il numero dei fedeli è così elevato che la Messa si prolungherebbe indebitamente, osservando che una breve proroga "non è affatto una ragione sufficiente". Il documento fa riferimento alla "profanazione" dell'Ostia come a un rischio molto reale che il rito deve impedire, non facilitare, ordinando la revoca dei permessi di riserva eucaristica laddove esista tale pericolo e ricordando che anche quando si porta la Comunione a una persona malata, si devono evitare "atti profani". E naturalmente – e mentre scrivo questo mi mandano una recente intervista in cui Jonathan Roumie, l’attore che interpreta Gesù in The Chosen, ricorda una messa in cui il sacerdote, vedendolo inginocchiato alla comunione, gli chiese di sollevarsi – rende ben chiaro che non è lecito negare la comunione a un fedele che desidera riceverla in ginocchio e in bocca.

Per valutare la gravità della banalità – se mi si passa l'ossimoro – delle "ragioni" che alcuni sacerdoti adducono per persistere nell'uso e nell'abuso dei ministri straordinari della Santa Comunione, è sorprendentemente utile ricorrere a una lettura liturgica di uno dei più perspicaci contributori alla filosofia morale, Alasdair MacIntyre. In *After Virtue*, MacIntyre definisce una "pratica" come un'attività cooperativa socialmente stabilita in cui i beni interiori si realizzano perseguendo i propri standard di eccellenza. Questi "beni interiori" si ottengono solo eseguendo la pratica con disciplina, forma e virtù, e sono ben distinti dai beni esteriori – status, potere, comodità, efficienza, immagine, successo misurabile – che possono essere conseguiti in molti modi e che, quando prevalgono, corrompono la pratica dall'interno. Abbiamo letto correttamente: "corrompono la pratica dall'interno" perché la distolgono dal fine – la svuotano dai loro fini – per i quali è stata creata.

Non è altro il significato etimologico del termine peccare, “sbagliare il colpo”.

Se la liturgia è, nel senso più vero, una pratica, i suoi valori intrinseci non sono il dinamismo dell'assemblea, il fluire regolare della coda, il comfort del comunicando o l'entusiasmo del sacrestano, ma piuttosto l'adorazione, la riverenza e la consapevolezza corporea che Dio non si misura con criteri umani. Quando prevalgono fattori esterni – che non sia prolungato, che sia comodo, che tutti partecipino, che assomigli a una cena comunitaria – il rito si distorce e, ottimizzando i processi e banalizzando i gesti, ciò che non può essere quantificato finisce per essere sacrificato. Il risultato è una diseducazione teologica del popolo, sotto forma di desacralizzazione pratica. Introdurre criteri "logistici" nella distribuzione della Comunione porta a confondere l'essenziale con lo strumentale e induce la comunità a perdere di vista i suoi valori intrinseci. Così, la comunione in bocca, le ginocchia a terra, e amministrata da un ministro ordinato, non da un laico, è una pedagogia necessaria della Presenza Reale. Se crediamo in essa, il nostro modo di fare la comunione deve manifestarlo, e proclamarlo più che con le parole, con tutto il corpo, con la distanza, con la mediazione ordinata, con il silenzio, con un atteggiamento reverenziale. Il tabù dell’intoccabile, nel suo senso più nobile, non è un residuo pagano, ma la traduzione umana di una verità cristiana: il santo non si tocca, non è nostro.

Chesterton sudava perché si era reso conto che la Realtà non poteva essere contenuta nella sua gola. Speriamo che non siano lontani i giorni di quella "riforma della riforma" avviata da Benedetto XVI e spenta dal suo successore, una riforma che permetta alla "sindrome di Chesterton" descritta all'inizio di questo articolo di cessare di sembrare una mera stranezza letteraria.

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traduzione di Maria Grazia Gotti

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