Tutto questo discorrere di un mistero ferroviario mi ha riportato alla mente un vago ricordo. Non mi limiterò a dire che questa storia è vera: perché, come vedrete presto, è tutta verità e non è una storia. Non ha spiegazioni né conclusioni; è, come la maggior parte delle altre cose che incontriamo nella vita, un frammento di qualcos'altro che sarebbe intensamente eccitante se non fosse troppo grande per essere visto. Perché la perplessità della vita deriva dal fatto che ci sono troppe cose interessanti in essa perché noi possiamo interessarci adeguatamente a qualcuna di esse; ciò che chiamiamo banalità è in realtà il residuo di innumerevoli storie; l'esistenza ordinaria e insignificante è come diecimila emozionanti romanzi gialli mescolati insieme. La mia esperienza era un frammento di questa natura e, in ogni caso, non è fittizia. Non solo non sto inventando gli incidenti (quelli che ci sono stati), ma non sto inventando nemmeno l'atmosfera del paesaggio, che era il vero orrore della situazione. Li ricordo vividamente, ed erano come ora descriverò.
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Verso il mezzogiorno di un grigio giorno d'autunno di alcuni anni fa, mi trovavo fuori dalla stazione di Oxford con l'intenzione di prendere il treno per Londra. E per qualche motivo, forse per pigrizia o per il nulla che avevo nella mente o per il vuoto del cielo grigio pallido, o forse per il freddo, mi venne una sorta di capriccio: non avrei preso quel treno, ma sarei uscito sulla strada e avrei percorso almeno una parte del tragitto verso Londra a piedi. Non so se altre persone la pensino come me su questo argomento, ma per me è sempre il tempo uggioso, quello che potremmo definire tempo inutile, a infondere nella vita un senso di azione e romanticismo. Nei giorni di cielo azzurro e sole non desidero che accada nulla; il mondo è completo e bello, qualcosa da contemplare. Non pretendo avventure sotto quella cupola turchese più di quanto ne pretenda in chiesa. Ma quando lo sfondo della vita dell'uomo è uno sfondo grigio, allora, in nome della sacra supremazia dell'uomo, desidero dipingerlo con fuoco e sangue. Quando i cieli falliscono, l'uomo rifiuta di fallire; quando il cielo sembra aver scritto su di sé, con lettere di piombo e argento pallido, il decreto che nulla accadrà, allora l'anima immortale, il principe delle creature, si alza e decreta che qualcosa debba accadere, anche se fosse solo l'uccisione di un poliziotto. Ma questo è un modo digressivo per affermare ciò che ho già detto: che il cielo uggioso ha risvegliato in me il desiderio di un cambiamento di programma, che il tempo monotono sembrava rendere insopportabile l'uso del treno monotono, e che mi sono avventurato nelle stradine di campagna, fuori dalla città di Oxford...
Quando attraversai la campagna, tutto era spettrale e incolore. I campi che avrebbero dovuto essere verdi erano grigi come i cieli; le cime degli alberi che avrebbero dovuto essere verdi erano grigie come le nuvole e altrettanto nuvolose. E dopo aver camminato per alcune ore, la sera era ormai vicina. Un tramonto esangue si aggrigliava debolmente all'orizzonte, come se fosse pallido per la riluttanza a lasciare il mondo nell'oscurità. E mentre svaniva sempre più, il cielo sembrava avvicinarsi e minacciare. Le nuvole, che prima erano solo cupe, si gonfiarono; poi si aprirono e lasciarono cadere le oscure cortine della pioggia. La pioggia era accecante e sembrava picchiare come i colpi di un nemico a distanza ravvicinata; il cielo sembrava chinarsi su di me e urlare nelle mie orecchie. Camminai per molte altre miglia prima di incontrare un uomo, e in quel lasso di tempo avevo già preso una decisione; quando lo incontrai, gli chiesi se nelle vicinanze ci fosse un treno per Paddington. Egli mi indicò una piccola stazione silenziosa (non ricordo nemmeno il nome) che sorgeva ben lontana dalla strada e sembrava solitaria come una capanna sulle Ande. Non credo di aver mai visto un momento simile, pieno di tristezza, scetticismo e tutto ciò che c'è di diabolico, quanto quella stazione: sembrava che lì piovesse da sempre, sin dalla creazione del mondo. L'acqua scorreva dal legno inzuppato come se non fosse affatto acqua, ma un liquido ripugnante che corrodesse il legno stesso; come se la solida stazione stesse cadendo eternamente a pezzi e trasformandosi in sporcizia. Mi ci sono voluti quasi dieci minuti per trovare un uomo nella stazione. Quando l'ho trovato, era un tipo noioso e quando gli ho chiesto se c'era un treno per Paddington, la sua risposta è stata assonnata e vaga. Da quanto ho capito, disse che ci sarebbe stato un treno nel giro di mezz'ora. Mi sedetti, accesi un sigaro e aspettai, guardando l'ultima traccia del tramonto ormai svanito e ascoltando la pioggia incessante. Forse passò mezz'ora o meno, ma il treno entrò piuttosto lentamente in stazione. Era un treno insolitamente scuro; non riuscivo a vedere alcuna luce lungo il suo lungo corpo nero e non vedevo nessun controllore che gli correva accanto. Fui costretto ad avvicinarmi alla locomotiva e a chiamare il fuochista per chiedergli se il treno fosse diretto a Londra. «Beh... sì, signore», rispose con una riluttanza inspiegabile. «È diretto a Londra, ma...». Stava appena partendo e io saltai sul primo vagone; era buio pesto. Me ne stavo lì seduto a fumare e a riflettere, mentre il treno sfrecciava attraverso un paesaggio sempre più buio, costeggiato da pioppi desolati, finché non rallentò e si fermò, irrazionalmente, in mezzo a un campo. Sentii un rumore pesante, come se qualcuno stesse scendendo dal treno, e una testa scura e lacera si affacciò improvvisamente al mio finestrino. «Mi scusi, signore», disse il fuochista, «ma penso che forse... beh, forse dovrebbe sapere che c'è un uomo morto su questo treno».
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Se fossi stato un vero artista, una persona dalla sensibilità raffinata e nient'altro, sarei stato senza dubbio sopraffatto da questo tocco sensazionale e avrei insistito per scendere e proseguire a piedi. Purtroppo, invece, mi sono limitato a esprimere in modo cortese ma fermo che non mi importava particolarmente purché il treno mi portasse a Paddington. Ma quando il treno partì con il suo carico sconosciuto, feci una cosa, e la feci in modo del tutto istintivo, senza fermarmi a riflettere, o senza riflettere più di un attimo. Gettai via il mio sigaro. Qualcosa di antico quanto l'uomo e legato al lutto e alle cerimonie mi disse di farlo. C'era qualcosa di inutilmente orribile, mi sembrava, nell'idea che ci fossero solo due uomini su quel treno, uno dei quali morto e l'altro che fumava un sigaro. E mentre il rosso e l'oro del mozzicone svanivano come una torcia funebre pestata in un qualche momento simbolico di una processione, mi resi conto di quanto fosse immortale il rituale. Capii (qualunque sia l'origine e l'essenza di ogni rituale) che di fronte a quei sacri enigmi sui quali non possiamo dire nulla, è più dignitoso limitarsi a fare qualcosa. E capii che il rituale significherà sempre gettare via qualcosa, distruggere il nostro grano o il nostro vino sull'altare dei nostri dei.
Quando il treno finalmente arrivò ansimante alla stazione di Paddington, balzai fuori con una curiosità improvvisamente liberata. C'era una barriera e degli ufficiali che sorvegliavano la parte posteriore del treno; a nessuno era permesso avvicinarsi. Stavano proteggendo e nascondendo qualcosa; forse una morte in una forma troppo scioccante, forse qualcosa di simile al caso Merstham (1), così intrecciato con il mistero e la malvagità umana che la terra deve conferirgli una sorta di sacralità; forse qualcosa di peggiore di entrambi. Uscii volentieri per le strade e vidi le lampade illuminare i volti sorridenti. Da quel giorno a oggi non ho mai saputo in quale strana storia mi fossi imbattuto o quale cosa spaventosa fosse stata mia compagna nell'oscurità.
Gilbert Keith Chesterton, The Secret of a Train, da Tremendous Trifles,
© traduzione di Marco Sermarini.
(1) Il riferimento è al ritrovamento del corpo mutilato di una donna, Mary Money, il 24 settembre del 1905, nella galleria ferroviaria di Merstham, nel Surrey, da parte di operai ferroviari. All’inizio si pensò ad un suicidio ma gli approfondimenti del caso permisero di escluderlo e di ritenere che la morte fosse avvenuta un’ora prima del ritrovamento del corpo. Il caso rimase insoluto.
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