Benché fossi stato a casa sua una volta o due, ebbi modo di conversare con il defunto marchese Curzon, soltanto per una decina di minuti, perché ci urtammo accidentalmente. Non fece caso all'incidente e credo che non abbia fatto caso né alla conversazione né a me. Era cordiale e di buon carattere e, tra le mille che avrebbe potuto dire, disse quell'unica cosa che nessuno, tanto meno io, si sarebbe aspettato che dicesse. Disse che concordava con me sul fatto che grida, fischi, urla, scherzi e prese in giro della folla in una pubblica manifestazione fossero più perspicaci e più degni di ascolto dei discorsi degli uomini politici su un podio. Avevo espresso questa mia opinione in un articolo sull'«Illustrated London News»: lui, che era stato così spesso tra gli uomini politici più solenni sulle tribune più prestigiose, non mi sarebbe parso il tipo da sostenere il volgo, né tanto meno il buffone che se ne faceva portavoce. E fuor di dubbio tuttavia che in molte occasioni disse e fece cose che provocarono, e addirittura crearono, la leggenda della sua impopolarità. Fu l'unico aristocratico inglese che si presentava come un aristocratico prussiano: ed è stranissimo, perché gli aristocratici inglesi possono essere cinici, ma non sono mai barbari. In una parola, sono molto più astuti. Mi piace pensare tuttavia che Curzon, a suo modo e con la sua originalità, fosse ancora più astuto. Tutti sanno che c'era una sorta di artificiosità eroica nella sua vita fisica: aveva difficoltà perfino a stare dritto. Ho il sospetto che in quello sforzo richiesto a se stesso ci fosse una sorta di compassata ironia un tantino saccente. Uscì da Oxford quando era di moda essere pessimista in filosofia e reazionario in politica e, come i decadentisti in campo artistico lasciavano credere di essere peggiori di quanto non fossero in realtà, si atteggiava ad antidemocratico più di quanto non fosse in realtà.
È sintomatico il fatto che sembra essersi inventato da solo molte delle leggende che circolavano su di lui. In questo mio giudizio, sto semplicemente tentando di indovinare in base alle poche parole che mi furono rivolte da un uomo che sicuramente non era stato sciocco come un prussiano. In altre occasioni, in cui ebbi rapporti limitati ma tuttavia più protratti, notai la stessa contraddizione.
Gilbert Keith Chesterton, Autobiografia.
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