domenica 18 aprile 2010

L'omelia di papa Benedetto XVI a Malta, 18 Aprile 2010

Cari Fratelli e Sorelle in Gesù Cristo,
Maħbubin uliedi [Miei cari figli e figlie],

Sono molto contento di essere qui con voi tutti oggi davanti alla bella chiesa di San Publio per celebrare il grande mistero dell’amore di Dio reso manifesto nella Santa Eucarestia. In questo tempo, la gioia del periodo Pasquale riempie i nostri cuori perché stiamo celebrando la vittoria di Cristo, la vittoria della vita sul peccato e sulla morte. E’ una gioia che trasforma le nostre vite e ci riempie di speranza nel compimento delle promesse di Dio. Cristo è risorto alleluia!

Saluto il Presidente della Repubblica e la Signora Abela, le Autorità civili di questa amata Nazione e tutto il popolo di Malta e Gozo. Ringrazio l’Arcivescovo Cremona per le sue gentili parole e saluto anche il Vescovo Grech e il Vescovo Depasquale, l’Arcivescovo Mercieca, il Vescovo Cauchi e gli altri Vescovi e sacerdoti presenti, così come i fedeli cristiani della Chiesa che è in Malta e in Gozo. Fin dal mio arrivo ieri sera ho avvertito la stessa calorosa accoglienza che i vostri antenati hanno riservato all’apostolo Paolo nell’anno sessanta.

Molti viaggiatori sono sbarcati qui nel corso della vostra storia. La ricchezza e la varietà della cultura maltese è un segno che il vostro popolo ha tratto grande profitto dallo scambio di doni ed ospitalità con i viaggiatori venuti dal mare. Ed è significativo che voi abbiate saputo esercitare il discernimento nell’individuare il meglio di ciò che essi avevano da offrire.

Vi esorto a continuare a fare così. Non tutto quello che il mondo oggi propone è meritevole di essere accolto dai Maltesi. Molte voci cercano di persuaderci di mettere da parte la nostra fede in Dio e nella sua Chiesa e di scegliere da se stessi i valori e le credenze con i quali vivere. Ci dicono che non abbiamo bisogno di Dio e della Chiesa. Se siamo tentati di credere a loro, dovremmo ricordare l’episodio del Vangelo di oggi, quando i discepoli, tutti esperti pescatori, hanno faticato tutta la notte, ma non hanno preso neppure un solo pesce. Poi, quando Gesù è apparso sulla riva, ha indicato loro dove pescare e hanno potuto realizzare una pesca così grande, che a stento potevano trascinarla. Lasciati a se stessi, i loro sforzi erano infruttuosi; quando Gesù è rimasto accanto a loro, hanno catturato una grande quantità di pesci. Miei cari fratelli e sorelle, se poniamo la nostra fiducia nel Signore e seguiamo i suoi insegnamenti, raccoglieremo sempre grandi frutti.

La prima lettura della Messa odierna è di quelle che so che amate ascoltare: il racconto del naufragio di Paolo sulla costa di Malta e la calorosa accoglienza a lui riservata dalla popolazione di queste isole. Notate come i componenti dell’equipaggio della barca, per poter sopravvivere, furono costretti a gettare fuori il carico, l’attrezzatura della barca ed anche il frumento che era il loro unico sostentamento. Paolo li esortò a porre la loro fiducia solo in Dio, mentre la barca era scossa dalle onde. Anche noi dobbiamo porre la nostra fiducia in lui solo. Si è tentati di pensare che l’odierna tecnologia avanzata possa rispondere ad ogni nostro desiderio e salvarci dai pericoli che ci assalgono. Ma non è così. In ogni momento della nostra vita dipendiamo interamente da Dio, nel quale viviamo, ci muoviamo ed abbiamo la nostra esistenza. Solo lui può proteggerci dal male, solo lui può guidarci tra le tempeste della vita e solo lui può condurci ad un porto sicuro, come ha fatto per Paolo ed i suoi compagni, alla deriva sulle coste di Malta. Essi hanno fatto ciò che Paolo esortava loro di compiere e fu così che "tutti poterono mettersi in salvo a terra" (At 27,44).

Più di ogni carico che possiamo portare con noi - nel senso delle nostre realizzazioni umane, delle nostre proprietà, della nostra tecnologia - è la nostra relazione con il Signore che fornisce la chiave della nostra felicità e della nostra realizzazione umana. Ed egli ci chiama ad una relazione di amore. Fate attenzione alla domanda che per tre volte egli rivolge a Pietro sulla riva del lago: "Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu?". Sulla base della risposta affermativa di Pietro, Gesù gli affida un compito, il compito di pascere il suo gregge. Qui vediamo il fondamento di ogni ministero pastorale nella Chiesa. E’ il nostro amore per il Signore che deve plasmare ogni aspetto della nostra predicazione ed insegnamento, della celebrazione dei sacramenti, e della nostra cura per il Popolo di Dio. E’ il nostro amore per il Signore che ci spinge ad amare quelli che Egli ama, e ad accettare volentieri il compito di comunicare il suo amore a coloro che serviamo. Durante la passione del Signore, Pietro lo ha rinnegato tre volte. Ora, dopo la Resurrezione, Gesù lo invita tre volte a dichiarare il suo amore, offrendo in tal modo salvezza e perdono, e allo stesso tempo affidandogli la sua missione. La pesca miracolosa aveva sottolineato la dipendenza degli apostoli da Dio per il successo dei loro progetti terreni. Il dialogo tra Pietro e Gesù ha sottolineato il bisogno della divina misericordia per guarire le loro ferite spirituali, le ferite del peccato. In ogni ambito della nostra vita necessitiamo dell’aiuto della grazia di Dio. Con lui possiamo fare ogni cosa: senza di lui non possiamo fare nulla.

Conosciamo dal Vangelo di san Marco i segni che accompagnano coloro che hanno posto la loro fede in Gesù: prenderanno in mano serpenti e questo non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno (cfr Mc 16,18). Tali segni sono stati presto riconosciuti dai vostri antenati, quando Paolo venne fra loro. Una vipera si attaccò alla sua mano ma egli semplicemente la scosse e gettò nel fuoco senza soffrire alcun danno. Paolo fu condotto a vedere il padre di Publio, il "protos" dell’isola, e dopo aver pregato e imposto le mani su di lui, lo guarì dalla febbre. Di tutti i doni portati a queste rive nel corso della storia della vostra gente, quello portato da Paolo è stato il più grande di tutti, ed è vostro merito che esso sia stato subito accolto e custodito. Għożżu l-fidi u l-valuri li takom l-Appostlu Missierkom San Pawl. [Preservate la fede e i valori che vi sono stati trasmessi dal vostro padre, l’apostolo San Paolo.] Continuate ad esplorare la ricchezza e la profondità del dono di Paolo e procurate di consegnarlo non solo ai vostri figli, ma a tutti coloro che incontrate oggi. Ogni visitatore di Malta dovrebbe essere impressionato dalla devozione della sua gente, dalla fede vibrante manifestata nelle celebrazioni nei giorni di festa, dalla bellezza delle sue chiese e dei suoi santuari. Ma quel dono ha bisogno di essere condiviso con altri, ha bisogno di essere espresso. Come insegnò Mosè al popolo di Israele, i precetti del Signore "ti stiano fissi nel cuore. Li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando ti troverai in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai" (Dt 6,6-7). Ciò è stato ben capito dal primo santo canonizzato di Malta, Dun Ġorɍ Preca. La sua instancabile opera di ca

techesi, ispirando giovani ed anziani con un amore per la dottrina cristiana ed una profonda devozione al Verbo incarnato, è diventata un esempio che vi esorto a mantenere. Ricordate che lo scambio di beni tra queste isole ed il resto del mondo è un processo a due vie. Quello che ricevete, valutatelo con cura, e ciò che possedete di valore sappiatelo condividere con gli altri.

Desidero rivolgere una particolare parola ai sacerdoti qui presenti in questo anno dedicato alla celebrazione del grande dono del sacerdozio. Dun Ġorɍ era un prete di straordinaria umiltà, bontà, mitezza e generosità, profondamente dedito alla preghiera e con la passione di comunicare le verità del vangelo. Prendetelo come modello ed ispirazione per voi, mentre adempite la missione che avete ricevuto di pascere il gregge del Signore. Ricordate anche la domanda che il Signore Risorto ha rivolto tre volte a Pietro: "Mi ami tu?". Questa è la domanda che egli rivolge a ciascuno di voi. Lo amate? Desiderate servirlo con il dono della vostra intera vita? Desiderate condurre altri a conoscerlo ed amarlo? Con Pietro abbiate il coraggio di rispondere: "Sì, Signore, tu sai che io ti amo" e accogliete con cuore grato il magnifico compito che egli vi ha assegnato. La missione affidata ai sacerdoti è veramente un servizio alla gioia, alla gioia di Dio che brama irrompere nel mondo (cfr Omelia, 24 aprile 2005).

Guardando ora attorno a me alla grande folla raccolta qui in Floriana per la celebrazione dell'eucarestia, mi torna alla mente la scena descritta nella seconda lettura di oggi, nella quale miriadi di miriadi e migliaia di migliaia unirono le loro voci in un grande inno di lode: "A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli" (Ap 5,13). Continuate a cantare questo inno, a lode del Signore risorto ed in ringraziamento per i suoi molteplici doni. Con le parole di San Paolo, Apostolo di Malta, concludo la mia esortazione a voi questa mattina: "L-imħabba tiegħi tkun magħkom ilkoll fi Kristu Ġesù" ["Il mio amore con tutti voi in Cristo Gesù!"] (1 Cor 16,24).

Ikun imfaħħar Ġesù Kristu! [Sia lodato Gesù Cristo!]

[00525-01.01] [Testo originale: Inglese]

Un aforisma al giorno

Questi sono i giorni in cui il cristiano è previsto che lodi ogni credo, tranne il suo.


Gilbert Keith Chesterton, da Illustrated London News, 11.08.1928


Dal sito del Corriere - Ah, se ci fosse qui Chesterton! Quante ne direbbe... e quanto ci farebbe divertire!

Questa faccenda sta assumendo anche dei contorni comici. Qualcuno dice che la nuvola arriverà in Toscana, altri invece no... Si può dire che la faccenda è un po' comica, amici?


Filosofi e scienziati «La Natura imprevedibile è più forte di noi»

Il Nobel Rubbia: dimentichiamo che il pianeta è in evoluzione Paolo Rossi: smentita l'idea della Dolce Madre

MILANO — Davanti allo spettacolo terribile del terremoto di Lisbona, che il 1° novembre 1755 uccise dalle sessantamila alle novantamila persone, almeno un quarto degli abitanti di quella città, l'illuminista Voltaire arrivò a mettere in dubbio la provvidenza divina e il filosofo Immanuel Kant, il padre del razionalismo moderno, mise in guardia contro i peccati di orgoglio. In maniera diversa, un richiamo all'umiltà dell'uomo di fronte agli sconvolgenti fenomeni naturali, come l'eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajökul che da tre giorni sta bloccando il traffico aereo in Europa, viene anche oggi da filosofi e scienziati.

CARLO RUBBIA - «L'uomo — dice per esempio Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica nel 1984 — si sorprende davanti ai grandi eventi della natura, terremoti, eruzioni vulcaniche, cicloni, perché dimentichiamo che il nostro pianeta è in continuo movimento: l'Atlantico si allarga di 2,5 centimetri l'anno, allontanando l'Europa dall'America. Ma tutto rientra nella storia e nell'evoluzione della terra: basti pensare che duecento milioni di anni fa tutti i continenti erano riuniti in un'unica terra emersa. Bisogna rendersi conto che i fenomeni della natura coesistono con la vita dell'uomo, il quale deve esserne consapevole. L'uomo e la natura sono due realtà parallele che convivono». La nostra fragilità, dice ancora Rubbia, è resa ancora più palese dalle «conseguenze che questa eruzione vulcanica potrebbe avere per il cambiamento climatico: le polveri ridurranno la trasparenza dell'atmosfera e quindi la radiazione del sole riscalderà meno la terra su vaste aree, andando nella direzione contraria all'attuale cambiamento climatico».

PAOLO ROSSI - Una preoccupazione, quella di Rubbia, che si sposa perfettamente con la riflessione di Paolo Rossi, decano italiano dei filosofi della scienza e allievo di Eugenio Garin: «Questa vicenda smentisce due idee molto di moda nel mondo contemporaneo: dimostra innanzitutto che la natura non è affatto buona, e poi che non sappiamo come andrà a finire. Nel primo caso mi riferisco alla fastidiosa propaganda sulla natura come dolce madre che arriva fino alla pubblicità (è un prodotto naturale: compralo), nel secondo al mito della prevedibilità dei fenomeni fisici ma anche del corso storico. Le previsioni di lungo periodo si sono dimostrate sempre sbagliate: sia quelle catastrofiche di padre Lombardi quando vedeva i cavalli dei cosacchi abbeverarsi alle fontane di San Pietro, o di Alberto Asor Rosa che oggi predica l'apocalisse, sia quelle ottimistiche degli economisti che fino a un anno fa si illudevano di controllare l'andamento dei mercati».

GIULIO GIORELLO - Un titolo catastrofista, ma solo in funzione editoriale, è quello del libro del vulcanologo Bill McGuire, Guida alla fine del mondo, edito da Raffaello Cortina nella collana diretta da Giulio Giorello, filosofo della scienza alla Statale di Milano. «Il libro di McGuire, studioso che in questi giorni lavora nel gruppo che gestisce l'emergenza in Gran Bretagna, ci parla delle catastrofi che possono mettere in crisi la nostra civiltà — spiega Giorello —. Di alcune, come l'eruzione del vulcano islandese, non abbiamo colpa, ma siamo sempre responsabili delle risposte che diamo. Per non finire come i dinosauri, secondo una teoria scomparsi all'impatto della terra con un gigantesco meteorite, non dobbiamo mai smettere di studiare il nostro pianeta, magari ricordandoci di applicare i risultati delle ricerche, perché per esempio in Italia abbiamo degli ottimi geologi ma non un atlante geologico completo. E poi affinare le nostre capacità di risposta, attraverso l'elaborazione di modelli matematici sempre più sofisticati che se non prevedono quando un fenomeno si verifica almeno ci dicono come avviene, quindi ci mettono in grado di reagire».

MARGHERITA HACK - Convinta che la scienza possa comunque dare una mano è l'astrofisica Margherita Hack, tuttavia scettica di fronte alla prevedibilità di tutti i fenomeni. «Non dico che la scienza sia impotente — argomenta la scienziata cui è stato intitolato l'asteroide 8558 — ma nei miei anni di studio e lavoro ho potuto constatare che sulla terra così come su molte stelle non tutto è prevedibile». Quel che segue sembra un gioco di parole, ma Margherita Hack è convinta che «la scienza può servire anche quando prevede l'assoluta imprevedibilità di certi fatti. Non sappiamo per esempio quando il Vesuvio andrà in eruzione ma di certo prima o poi accadrà».

NICOLA CABIBBO - Questa concreta preoccupazione per il Vesuvio accomuna la più laica tra gli scienziati al fisico Nicola Cabibbo, noto nel mondo per gli studi sulle interazioni delle particelle elementari e presidente della Pontificia accademia delle scienze. «Il Vesuvio, vulcano molto pericoloso — sostiene Cabibbo — potrebbe fare disastri ben maggiori di quello islandese anche per la densità della popolazione che vive nell'area. Viviamo in un mondo che può dare sorprese a tutti i livelli, dai fenomeni singolari come quello partito dall'Islanda, davanti al quale la scienza mi sembra possa ben poco, agli eventi come frane e terremoti, ben frequenti nel nostro Paese ma che ci colgono spesso impreparati. L'eruzione di quel lontano vulcano che sta emettendo una quantità incredibile di polvere davanti alla quale nulla possono gli scienziati, mi sembra debba servire da monito per la nostra imprudenza».

venerdì 16 aprile 2010

Chesterton è attuale - Una sua citazione spiega sempre tutto.

In questo link trovate un articolo recensione su un volume di Etienne 
Gilson edito da Cantagalli in cui è citato Chesterton, sempre lucido 
nei suoi giudizi atti a spiegare la realtà.

Un aforisma al giorno

Walter Pater ha detto che noi siamo tutti condannati a morte e che la sola via possibile è di godere momenti squisiti in se stessi. La medesima lezione insegnava la filosofia, così potente e così desolata, di Oscar Wilde. E‘ la religione del carpe diem; ma la religione del carpe diem non è la religione di persone felici, bensì di persone molto infelici. La grande gioia non coglie i boccioli di rosa finché può; i suoi occhi sono fissati sulla rosa immortale che Dante poté vedere. La grande gioia ha in sé il senso dell’immortalità; lo stesso splendore della giovinezza risiede nella sensazione di avere tutto lo spazio per distendere le gambe.

Gilbert Keith Chesterton, Eretici

giovedì 15 aprile 2010

Polonia - Una bella notizia! Popieluszko beato e martire!

Noi chestertoniani non possiamo che essere entusiasti di questa notizia! Lo sarà anche Chesterton, così amico della Polonia.




RITI DI BEATIFICAZIONE APPROVATI DAL SANTO PADRE

- Jerzy Popieluszko, sacerdote e martire:
Domenica 6 giugno, X Domenica "per annum", alle ore 11:00, nella Piazza Maresciallo J. Pilsudski a Varsavia (Polonia).

VIS 20100414 (250)

Papa: nella “grande confusione” di oggi, il sacerdote insegni la verità, cioè Cristo


Nel corso dell’udienza generale, Benedetto XVI si dice vicino alle vittime del terremoto che ha colpito la Cina. Nel suo compito di insegnare, il sacerdote “non inventa, non crea e non annuncia proprie idee, ma Cristo”.


Città del Vaticano (AsiaNews) - Insegnare “nel nome di Cristo presente la verità che è Cristo stesso” a un mondo nel quale c’è “una grande confusione” e filosofie contrastanti sulle scelte fondamentali e sul significato stesso della vita. E’ il primo compito che caratterizza il sacerdozio, un “ministero” che Benedetto XVI ha illustrato oggi agli oltre 20mila fedeli presenti all’udienza generale, nel corso della quale il Papa ha anche avuto un particolare pensiero per le popolazioni cinesi colpite dal terremoto di oggi.

“Il mio pensiero – ha detto in proposito, al termine dell’udienza - va alla Cina e alle popolazioni colpite da un forte terremoto, che ha causato numerose perdite in vite umane, feriti e ingenti danni. Prego per le vittime e sono spiritualmente vicino alle persone provate da così grave calamità; per esse imploro da Dio sollievo nella sofferenza e coraggio in queste avversità. Auspico che non verrà a mancare la comune solidarietà”.

Nel discorso per le persone presenti in piazza san Pietro, Benedetto XVI ha parlato dell’approssimarsi della conclusione dell’Anno sacerdotale, evidenziando come “insegnare, santificare, governare, nella loro profonda distinzione e unità sono le tre azioni del Cristo risorto che oggi, attraverso la sua Chiesa, insegna, crea fede e unisce il suo popolo, crea presenza della verità, costruisce comunione, e santifica”.

Per il sacerdote, si tratta di “agire in persona Christi Capiti”, agire in rappresentanza di Gesù. Questi tre compiti del sacerdote “nella loro distinzione e nella loro profonda unità sono una specificazione di questa azione efficace e sono la personificazione del Cristo stesso che agisce, crea presenza nella verità”. “Ma, cosa si intende per rappresentanza? Nel linguaggio comune, ricevere una delega significa essere presenta, agire al posto di qualcuno che è assente dall’azione concreta”. Tutto questo non vale per il sacerdote, “perché Cristo non è mai assente nella Chiesa, anzi, è totalmente presente”, è “una persona che si rende presente e compie cose che il sacerdote da solo non potrebbe fare”, come la presenza nell’eucaristia e il perdono nella confessione.

Il primo compito, evidenziato oggi da Benedetto XVI “è insegnare. Oggi, in piena emergenza educativa, questo compito risulta particolarmente importante. Viviamo in una grande confusione sulle scelte fondamentali della nostra vita”, su “quali sono i valori realmente pertinenti. Filosofie contrastanti nascono e scompaiono, e non ricordiamo da cosa veniamo, per che cosa siamo fatti, dove andiamo”. Al sacerdote spetta rendere nei nostri tempi la luce della Parola, egli “non propone mai se stesso, il proprio pensiero o la propria dottrina, ma, come Cristo, rivela all’umanità il volto del Padre, la profonda comunione d’amore che Dio vive in se stesso e la ‘via’ che conduce a Lui, così il sacerdote è chiamato ad indicare agli uomini la realtà e la presenza di Dio, vivo ed operante nel mondo, annunciando tutto ciò che Dio stesso ha rivelato di sé, che la tradizione ci ha consegnato e che il magistero autentico ha ininterrottamente interpretato”.

Il sacerdote, dunque, “non inventa, non crea e non annuncia proprie idee, ma Cristo”, ma “il sacerdote non è neutro, non è un portavoce che legge”. Egli deve “educare con quel libro non scritto che è la sua vita”, “il sacerdote che annuncia la Parola di Cristo deve anche dire io non vivo da me e per me ma vivo da Cristo e per Cristo. La sua vita deve identificarsi con Cristo e così la parola non propria diventa tuttavia una parola profondamente personale”. In tale prospettiva, “quella del sacerdote non di rado potrebbe sembrare una vox clamans in deserto”, ma proprio in questo consiste, nel “non essere mai omologato od omologabile” a una moda culturale a una filosofia.

Il Signore, ha concluso il Papa, “ha affidato al sacerdote un grande compito: essere annunciatore al mondo della verità che salva”. San Giovanni Maria Vianney seppe “resistere alla pressioni sociali e culturali del suo tempo per condurre le anime a Dio. Il popolo cristiano ne era edificato e riconosceva in lui la luce della verità: è ciò che si dovrebbe sempre riconoscere nel sacerdote: la voce del buon pastore”.

mercoledì 14 aprile 2010

J'ACCUSE/ Né Dio, né Ragione, la triste storia degli atei che vogliono arrestare il Papa

Gianfranco Amato - Il Sussidiario

mercoledì 14 aprile 2010

La notizia dell’ultima ora sullo scandalo della pedofilia nella Chiesa è che Richard Dawkins e Christopher Hitchens, due famosi atei militanti inglesi, intendono chiedere l’incriminazione, e se il caso anche l’arresto, di Papa Benedetto XVI per crimini contro l’umanità. L’occasione ghiotta sarebbe la prossima visita del Santo Padre in Gran Bretagna, prevista per settembre.

Ci sarebbe da sorridere se quella strampalata iniziativa non apparisse oltraggiosa e al limite del vilipendio.

Il fatto è che Dawkins e Hitchens non hanno trovato di meglio da fare se non ingaggiare due principi del foro del calibro di Geoffrey Robertson e Mark Stephens, i quali stanno seriamente valutando di denuciare il Pontefice sul presupposto che il Vaticano non possa essere considerato uno Stato sovrano secondo le leggi internazionali, non essendo, tra l’altro, riconosciuto come tale dall’ONU. Ciò priverebbe il Papa dell’immunità che normalmente protegge i Capi di Stato e lo assoggetterebbe alla giustizia come un comune cittadino.

Ora, a prescindere dalla fondatezza di un’accusa di crimini contro l’umanità a carico del Papa, e dalle stravaganti teorie giuridiche che intendono negare alla Santa Sede la natura di Stato sovrano, due considerazioni mi vengono in mente.

La prima è che Dawkins e Hitchens sono gli stessi che a gennaio del 2009 hanno avuto la bella pensata di sponsorizzare (spendendo 11.000 sterline) la pubblicità sugli autobus londinesi contenente questo slogan: «Probabilmente Dio non esiste, quindi smettete di preoccuparvi e godetevi la vita».


Secondo quel messaggio, l’uomo non è altro che puro materiale biologico ed i propri comportamenti derivano da meri processi chimici cerebrali. Niente anima, niente coscienza. Per questo sono privi di senso concetti come bene e male, e non hanno alcun significato i limiti, i vincoli, le regole di una visione morale o etica dell’esistenza imposta al di fuori dell’io. Solo l’individuo, nella sua unica dimensione terrena, è padrone del proprio destino e non deve rispondere a nessuno. Meno che mai ad una Chiesa. Niente aldilà, niente premi o punizioni dopo la morte. Pertanto, l’unica conseguenza logica è fare ciò che pare e piace, e soprattutto divertirsi.

Il commento più bello contro gli “ateobus” l’avevo letto in un articolo dell’agnostico Nicholas Farrell pubblicato su Libero l’11 gennaio 2009. Con il suo inconfondibile stile Farell scriveva: «Personalmente trovo quello slogan non solo deprimente ma terrificante. Non sono né credente né ateo ma agnostico, ma non mi fa divertire per niente l’idea che Dio non esista. Anzi. Oh, oh, oh! Brindiamo! Dio non c’è. Ci siamo solo noi e il nulla! Che bella cosa! Che altro vogliamo dalla vita? Vi chiedo: se Dio non c’è , c’è solo l' abisso, no? Quindi non c’è paradiso né Inferno, figuriamoci Limbo. Solo il nulla. Sei nato, fai il cretino, muori. Poi basta. Vieni dal nulla e finisci nel nulla».

Sulla base di questa prospettiva non si comprende come un ateo, ad esempio, possa moralmente condannare la pedofilia. Lo ricordava Mitja nei Fratelli Karamazov del grande Dostoevskij: «Se Dio non esiste tutto è davvero permesso».

La seconda considerazione che mi è venuta in mente ascoltando la notizia su Dawkins e Hitchens è che dal prossimo 16 settembre il Santo Padre visiterà la Gran Bretagna anche per compiere un atto di significativa importanza: la beatificazione di John Herny Newman. Un genio del cristianesimo.

Bene, rispetto a questa nuova bizzaria degli “atei moralisti”, ho scoperto cosa ne pensasse Newman. In realtà, proprio a proposito dell’uso incoerente della ragione da parte degli atei, il Cardinale inglese futuro Beato sosteneva che essi riescono anche ragionare perfettamente bene senza saper fornire la base logica del proprio pensiero.

A più di cento anni di distanza, queste parole di John Henry Newman calzano ancora a meraviglia sui suoi connazionali atei del XXI secolo.

martedì 13 aprile 2010

Per cancellare il nome di battesimo gli inglesi ricorrono agli egizi

di Gianfranco Amato

da Il Sussidiario di venerdì 9 aprile 2010

«Christian name and surname». È questa la frase di rito che vi rivolgono i poliziotti britannici quando chiedono le generalità per identificarvi. Letteralmente, la frase significa “nome e cognome”. L’espressione “Christian name” equivale in inglese, grosso modo, al nostro “nome di battesimo”, ovvero l’appellativo che designa individualmente una persona all’interno di un nucleo familiare.

L’aggettivo “Christian” non è che un lontano ricordo del sacramento battesimale cristiano. È rimasto nell’uso corrente della lingua e da sempre è entrato a far parte del linguaggio burocratico, senza che ciò implichi un preciso riferimento religioso. Eppure, anche questa espressione è caduta sotto la spietata mannaia del politically correct.

I primi a muoversi sono stati i solerti dirigenti del corpo di polizia del Kent, i quali hanno stabilito che, d’ora in poi, i propri agenti, non potranno procedere all’individuazione di qualcuno chiedendogli il “Christian name”. Motivo? Evitare il rischio di offendere persone di altre fedi religiose.

In una corposa guida di 62 pagine, intitolata Faith and Culture Resource’ Guide, la direzione della polizia del Kent, tra le varie direttive, ha impartito anche quella relativa alla richiesta di generalità, prevedendo, appunto, il divieto di utilizzare l’espressione “Christian name” e la sua sostituzione con il più neutro “personal name”.

Un agente che da più di quindici anni lavora in quel corpo di polizia ha definito l’iniziativa «semplicemente ridicola». L’agente - che ha preferito, ovviamente, ricorrere all’anonimato - ha precisato che «l’espressione “Christian name and surname” fa da sempre parte dell’uso corrente della lingua inglese e non solo del gergo burocratico». «Quella espressione» ha aggiunto lo stesso agente «è un elemento del nostro bagaglio professionale ed è patrimonio del linguaggio comune, al punto che se oggi un poliziotto chiedesse a qualcuno il proprio “personal name and family name”, al posto del classico “Christian name and surname”, rischierebbe di ingenerare nei cittadini perplessità e confusione».

Contro l’innovazione semantica disposta dalla polizia del Kent è scesa in campo persino la Plain English Campaign, l’organizzazione che da più di vent’anni si batte per la tutela della lingua inglese e per l’utilizzo, anche nella comunicazione burocratica, di espressioni semplici, chiare ed efficaci, che siano più vicine possibili al linguaggio corrente utilizzato dai normali cittadini.

Marie Clair, esponente di Plain English Campaign, si è detta stupita del divieto di utilizzo del “Christian name”, chiedendosi chi potesse mai ritenersi offeso da quell’espressione. «Io non comprendo davvero» ha precisato la Clair «come funzionari di un ufficio pubblico distrettuale, abbiano potuto assumere l’iniziativa di redigere queste linee guida, senza che si fosse mai registrata alcuna protesta o reclamo da parte di chicchessia circa l’asserito tenore offensivo, in quel contesto, del termine “cristiano”». «Davvero qui la political correctness», ha aggiunto l’esponente di Plain English Campaign, «ha superato i limiti del buon senso e anche dell’assurdo. «Perché mai», si è chiesta Marie Clair, «non dovremmo utilizzare quel “familiar language” che tutte le persone sono in grado di comprendere?».

Il fatto è che anche quest’ultimo episodio - certamente non drammatico ma significativo - si inserisce in quella sistematica operazione culturale con la quale oggi, in Gran Bretagna, si vuole infliggere al cristianesimo una sorta di damnatio memoriae. Anche quando - come nel caso del “Christian name” - il riferimento alla religione non ha più alcun connotato concreto.

Con la meticolosa precisione degli antichi scalpellini egizi, gli scribi del polically correct stanno rimuovendo ogni traccia del cristianesimo dalla società britannica, esattamente come nell’antico Egitto si cancellavano le immagini, i nomi, i cartigli e i geroglifici di personaggi e religioni che si intendevano ripudiare. E si è pure ingaggiata una corsa allo zelo in questa battaglia culturale, in cui le potenziali proteste dei credenti in altre fedi vengono addirittura anticipate. In questa crociata contro i cristiani, infatti, la gara dei burocrati è tra chi di loro si dimostri più musulmano dei musulmani, più sikh dei sikh, più ebreo degli ebrei.

L’errore che si sta commettendo nel Regno Unito - e non solo lì purtroppo - è quello di non comprendere che una società che recide il nesso con la propria storia, la propria cultura, la propria tradizione, è come un albero a cui vengono tagliate le radici.

Una società si riduce a un’entità senza carne né sangue se non si riconosce nell’alveo di una tradizione. Nulla, infatti, come ricordava il cardinale Angelo Scola, è più astratto dell’immagine di un individuo che edifichi, ogni volta da capo, la propria interpretazione culturale, nata con lui e con lui destinata a morire.

In questo senso meritano di essere ricordate le parole di Don Luigi Giussani: «La tradizione è come l’ipotesi di lavoro con cui la natura ci mette nel grande cantiere della vita e della storia». «Solo usando questa ipotesi di lavoro», continuava il fondatore di CL, «noi possiamo incominciare, non ad annaspare, ma ad intervenire con delle ragioni, con dei progetti, con delle immagini critiche sull’ambiente, e perciò su quel fattore estremamente interessante dell’ambiente che siamo noi stessi».

Gli inglesi dovrebbero imparare questa lezione e comprendere che se cancellano la loro tradizione, cancellano se stessi.

NUOVO BLOG VATICANO

Dal 9 aprile 2010 il Vatican Information Service si è dotato di un blog, che contiene, oltre al servizio quotidiano inviato gratuitamente per abbonamento, le notizie in lingua spagnola, inglese, francese e italiana degli ultimi anni e consente di accedere a Twitter e al portale YouTube del Vaticano. Il servizio è aggiornato quotidianamente verso le ore 15.00.

L’indirizzo web è: www.visnews.org

L'Osservatore Romano parla di Chesterton

L'architetto della certezza

dell'amico Paolo Pegoraro

Gilbert Keith Chesterton aveva 48 anni quando si convertì alla Chiesa di Roma. Il fratello Cecil e alcuni amici erano approdati al cattolicesimo parecchi anni prima; e qualcuno, proprio grazie alle opere di Gilbert. Cosa, allora, lo trattenne così a lungo? Fu, in buona parte, per il debito di gratitudine verso la moglie Frances. Chesterton, racconterà nella sua Autobiografia, si formò in un contesto di rispettabilità atea. Anche i genitori, nonostante l'adesione al culto unitariano, erano scettici nei confronti del soprannaturale. Non che questo potesse impedire al ventenne Gilbert di sperimentare "la solidità oggettiva del peccato": attacchi depressivi, un'ossessione morbosa per l'iconografia del male, compagni di college che negavano la distinzione tra giusto e sbagliato, la deriva spiritistica e l'impiego per alcuni mesi in una casa editrice specializzata in occultismo andavano formando in lui una concezione della vita tutt'altro che attraente. Il biennio 1894-95 fu particolarmente cupo. Chesterton cercò di arginare questa "congestione dell'immaginazione" con la sua peculiare dottrina del ringraziamento, secondo la quale qualsiasi cosa era migliore del nulla. Ai suoi occhi era, però, una palese compensazione: "Chiamavo me stesso ottimista, perché mi trovavo così orribilmente vicino ad essere pessimista".
L'aiuto più solido e duraturo per uscire da quella situazione di stallo gli venne dall'esterno: nell'autunno 1896 conobbe la sua futura moglie, Frances Blogg. Fu amore a prima vista. Frances era una fervente anglocattolica e Gilbert le fu eternamente grato per averlo traghettato dall'unitarianesimo alla Chiesa d'Inghilterra. Scoprì così che la sua rabberciata "filosofia del ringraziamento" era già stata sistematizzata in secoli di cristianesimo. Fu grazie a padre John O'Connor, però, che Gilbert conobbe la peculiarità della Chiesa cattolica: era l'unica religione che osasse scendere con lui fino al fondo di se stesso.
Il cattolicesimo ne sapeva più di lui non solo intorno al bene, ma perfino intorno al male. E quando, dopo la conversione, gli verrà chiesto perché fosse passato alla Chiesa di Roma, Chesterton risponderà che "non v'è nessun altro sistema religioso che dichiari "veramente" di liberare la gente dai peccati".
Il confronto con la Chiesa cattolica si fece più serrato intorno al 1910: Gilbert cominciava a manifestare il desiderio di entrarvi formalmente e suo fratello Cecil compì il passo un paio di anni dopo. A trattenere Gilbert fino al 1922, come egli confidò, fu proprio il timore di ferire profondamente Frances, pregiudicando ai suoi occhi l'anglocattolicesimo come "qualcosa d'insufficiente". D'altra parte, Chesterton covava ancora incertezze dottrinali. Il suo atteggiamento nei confronti della fede era una simpatia prevalentemente sentimentale, come notò Hilaire Belloc. La conversione di una mente prodigiosa come la sua doveva infilarsi in una strettoia necessaria, la consapevolezza di non vivere tra credi tutti uguali in un cosmo indifferente: "Il punto non è davvero cosa un uomo sia costretto a credere, bensì che cosa debba credere; che cosa non può fare a meno di credere".
Acquisire sempre maggiore chiarezza gli richiese tempo e studio. Si tuffò negli scritti di John Henry Newman e di san Tommaso d'Aquino. Sulle sue labbra non fu uno slogan affermare che "diventare cattolici non significa smettere di pensare, ma imparare a farlo". Fu una vera fatica intellettuale, che paragonò allo studio di teoremi matematici; quando ne riemerse - sempre secondo Belloc - era "un architetto della certezza". Nel 1922, infine, lacerato tra l'obbligo morale a riconoscere la verità e l'amore per la moglie, Chesterton chiese a padre O'Connor di sondare il terreno. Saputo che Frances ne sarebbe stata sollevata si fece battezzare quattro giorni dopo. Frances lo avrebbe seguito il primo novembre 1926. L'anno seguente sarebbero comparsi The Catholic Church and Conversion e il quarto volume del ciclo di padre Brown, dedicato proprio a padre O'Connor, dove più nettamente il protagonista compare per quello che è: un sacerdote cattolico.
La prima opera nella quale Chesterton racconta le ragioni della sua svolta, torna ora nelle mani del lettore italiano - per la prima volta con una traduzione integrale - con il titolo La Chiesa cattolica. Dove tutte le verità si danno appuntamento (Torino, Lindau, 2010, pagine 128, euro 13) e una bella prefazione di Marco Sermarini, presidente della Società chestertoniana italiana. Particolarmente interessanti le pagine nelle quali Chesterton descrive le grandi "stagioni esistenziali" della conversione. Dopo aver messo in dubbio i luoghi comuni disseminati da secoli di propaganda e aver constatato sulla base dell'esperienza la verità del cattolicesimo, cominciò per Gilbert la fase "più vera e terribile", quella in cui cercò di sottrarsi alla conversione. In quell'ultimo periodo tutto appariva ristretto, visto come attraverso una feritoia. Eppure, una volta entratovi, Chesterton constatò che "la Chiesa è molto più grande dentro che fuori", niente meno che "un continente" con dentro "tutto, persino le cose che si rivoltano contro".
Nella Chiesa di Roma lo scrittore inglese riconobbe l'interezza, opposta a questo o quel singolo dogma cavalcato fino allo sfinimento, e la lungimirante sapienza, che permette all'uomo di sottrarsi a mode intellettuali che si danno il cambio ogni 30 o 40 anni, e si rivelano essere solo vecchi errori. In confronto alla Chiesa di Roma niente gli appariva altrettanto ampio, niente così nuovo e familiare: era come "se un uomo trovasse il suo salotto e il suo focolare nel cuore della Grande Piramide". Dove andrei ora - si chiede infine Chesterton - se abbandonassi la Chiesa cattolica? L'unica alternativa sarebbe stata tornare al paganesimo: fuggire nei boschi gridando "che quella particolare vetta alpina o albero in fiore è sacro e va venerato". Una fatica inutile, insomma. Sarebbe equivalso soltanto a ricominciare tutto daccapo, come redarguisce l’antico adagio popolare: tutte le strade, prima o poi, conducono a Roma.

(©L'Osservatore Romano - 12-13 aprile 2010)

lunedì 12 aprile 2010

L’ultima follia della Corte europea: "abolire" la paternità e la maternità

da Il Sussidiario

lunedì 12 aprile 2010

La Corte analizza separatamente i due casi, ritenendoli non sovrapponibili, dapprima affronta la donazione di ovociti, poi la questione della fecondazione eterologa in vitro. E la soluzione, che appare accettabile nelle conclusioni (allorché parla di violazione della legge austriaca degli articoli 8 e 14 della Convenzione europea ovvero il diritto al rispetto della vita privata familiare e divieto di discriminazione), lascia insoddisfatti nelle motivazioni.

Le sentenze vanno lette e capite, anche se in realtà non serve grande acume giuridico per intendere subito quanto contenuto nelle 22 pagine della recentissima sentenza della Corte europea sui diritti dell’uomo di Strasburgo n. 57813/00.

Il caso è quello di due coppie austriache affette, in modo diverso, da infertilità: nella prima la moglie ha una patologia alle tube (sebbene in grado di produrre ovociti) e il marito sterile, nella seconda la donna non produce ovociti, pur avendo l'utero funzionante. Entrambe le coppie hanno il forte desiderio di avere bambini che tuttavia non potranno mai nascere. Devono così devono ricorrere ad una fecondazione eterologa in vitro. Infatti per la prima coppia sarà necessario prelevare un ovocita della moglie, fecondarlo in vitro con lo sperma di un donatore estraneo alla coppia e, una volta ottenuto l’embrione, trasferirlo nell’utero della donna. Per la seconda, sempre ricorrendo alla fecondazione extracorporea, sarà necessaria una donatrice di ovocita e quindi la fecondazione dell’ovulo con il seme del marito della coppia, poi, ottenuto l’embrione, bisognerà procedere con l’impianto nell’utero.

Tecnica, questa, che però in Austria non è possibile secondo la Austrian Artificial Procreation Act, la legge che regola la materia. Una normativa che cioè prevede la possibilità di ricorrere alla procreazione medicalmente assistita omologa (all’interno della coppia) sia in vivo che in vitro - ovvero la fecondazione può avvenire sia all’interno che all’esterno del corpo della donna - ed anche, in via del tutto eccezionale, la fecondazione eterologa in vivo, con la sola ed esclusiva possibilità, dunque, di donatore maschile. In altre parole in Austria è possibile ricorrere alla fecondazione eterologa solamente a condizione che sia il solo sperma ad essere donato e che la fecondazione stessa avvenga all’interno del corpo della donna.

Le coppie ricorrenti a Strasburgo contro lo Stato austriaco, hanno ritenuto l’Austrian Artificial Procreation Actdiscriminatoria poiché permette la fecondazione extracorporea solo all’interno della coppia, IVF omologa, e prevede la possibilità di una fecondazione eterologa in vivo, dunque esclude il ricorso all’eterologa con donatore di sesso femminile, pur considerando lecito e legittimo, sebbene eccezionale, il ricorso ad un donatore maschile.

Per la Corte infatti è apparso discriminatorio che la normativa austriaca autorizzasse la donazione di sperma, sebbene in casi eccezionali, ma vietasse categoricamente quella di ovociti. Sebbene questo possa essere condiviso giuridicamente in uno Stato dove l’eterologa è già ammessa, appare del tutto priva di argomentazione giuridica sostenibile la motivazione della Corte europea. Poiché le motivazioni sostenute dallo Stato austriaco, che insieme a quello tedesco vieta la donazione di ovociti, sono condivisibili ed hanno un preciso fondamento giuridico, sociale, etico e antropologico, che andava confutato o quantomeno affrontato in maniera esaustiva.

Il divieto austriaco e tedesco, tenendo conto del principio mater semper certa est, pater est quem nuptiae demonstrant, - base del diritto di famiglia per tutti gli ordinamenti di derivazione romanistica - ha come fondamento l’interesse del bambino che non deve mai trovarsi nell’ambigua condizione di non conoscere precisamente l’identità della madre. Con la donazione di ovociti, a differenza della donazione di sperma, nella collaborazione alla “creazione” di un bambino vengono al contrario coinvolte due donne: la donatrice, madre genetica, e la gestante, madre biologica. E sarebbe una novità assoluta in natura e nella storia dell'umanità. L'univocità della maternità è sempre stata la base fondamentale del consenso sociale sotto un profilo morale storico e giuridico, per il diritto tedesco e austriaco. Dividere pertanto il concetto di maternità potrebbe compromettere lo sviluppo della personalità del bambino e determinare seri problemi alla sua identità.

Un altro pericolo considerato dal legislatore tedesco e austriaco consiste nel fatto che la madre biologica potrebbe ritenere, in caso di malattie genetiche o handicap del bambino, responsabile la madre genetica e dunque rifiutare il bambino tanto desiderato.

La Corte di Strasburgo però, sbrigativamente, ha considerato queste argomentazioni “non ragionevoli e obiettive a giustificare la differenza di trattamento”, spingendosi però molto oltre e in maniera pericolosa. E infatti, all’ulteriore obiezione da parte dello Stato austriaco e tedesco relativa al diritto del bambino di essere informato sulla patrimonialità genetica, risponde che questo non va considerato come un diritto assoluto. Così che secondo la Corte esiste il diritto ad essere genitori ad ogni costo, ma non quello di sapere chi siamo.

Più semplice è la soluzione relativa alla questione della fecondazione eterologa con donazione di sperma in vitro. Infatti è condivisibile accettare la conclusione della Corte e le motivazioni sostenute. Non è giustificabile il divieto per la fecondazione eterologa in vitro, quando è ammessa, seppur eccezionalmente, quella in vivo.

Questa sentenza, in realtà non impone nulla a nessuno Stato membro, ovvero non costituisce un precedente o una “speranza” per gli Stati dove l’eterologa è vietata, ma si limita semplicemente a rilevare delle contraddizioni esistenti in un Paese dove l’eterologa di per sé era già ammessa, sebbene il divieto esistente in Austria e in Germania di donazione di ovociti trova un forte fondamento etico, antropologico e giuridico che la Corte non è stata in grado di scalfire.

Dal Prof. Carlo Bellieni - perché lo show dei record ci lascia con l’amaro in bocca

April 12th, 2010

di Carlo Bellieni

Lo show dei record è un programma televisivo trasmesso su Canale 5 dal 2006, dedicato ai personaggi che intendono entrare o già sono presenti nel libro Guinness dei primati. E’ molto seguito, ha buona professionalità, diverte e genera piacere in chi partecipa; ciononostante, trasmissioni di questo tipo ci lasciano un po’ d’amaro in bocca. In una TV USA abbiamo visto mostrare come “record” quella che viene definita “la donna più brutta del mondo”: certo nessuno la obbligava a farsi riprendere: ma è giusto? Ma pensiamo ai casi delle persone di caratteristiche non normali spiattellate in TV: dalla persona altissima a quella ultrabassa (una sedicenne alta 62 cm!), a quella con la pelle anormalmente elastica e ci domandiamo fin dove l’ostensione della diversità sia lecita. Addirittura i “nani” in TV vengono presi talora in braccio come bimbi, pur essendo adulti: è tutto ok? (ricordiamo la puntata di House MD sulla coppia di madre e figlia “nane” in cui la madre si arrabbiava perché il medico prendeva in braccio la figlia per metterla sul lettino dove non poteva arrivare per via della bassa statura, invece di darle una pedana per arrivarci da sé). Insomma: è lecito ammirare una persona solo per la sua diversità e non per la sua abilità? Cos’è spettacolo? E’ spettacolo l’uomo che si sottopone ad interventi chirurgici per somigliare ad un gatto? O chi esegue il tongue splitting (farsi dividere in due la lingua)? Non ci piace chi censura la diversità dalla TV, ma non ci piace nemmeno che la diversità sia mostrata con curiosità e stupore. La diversità è “normale” e normalmente da aiutare dove necessario, questo dovrebbe essere il messaggio; e come in Inghilterra hanno chiamato una presentatrice senza un braccio in TV, così ameremmo vedere trasmissioni cui partecipano disabili non perché malati ma perché presentatori o concorrenti (come ad esempio fece Papi in Sarabanda o avvenne a San Remo con cantanti non vedenti). E’ spettacolo veder gente compiere azioni pericolose (mangiare il vetro, mettere le mani nell’olio bollente), che potrebbero essere fonte di emulazione, o mettere in bocca o sul corpo animali e insetti (ma gli animalisti forse si interessano solo degli animali “carini”)? Cosa è allora spettacolo? Semplice: le abilità; e le abilità sono anche patrimonio dei disabili: basti pensare alle oscuratissime paralimpiadi che nessuna televisione se non di sfuggita ha mostrato (pudore? share?). Ad onor del vero, lo Show dei Record ha mostrato il record di salto su sedia a rotelle di un ragazzo di Las Vegas paralizzato e questo va a merito della trasmissione che in questo caso ci ricorda che spettacolo è mostrare le eccellenze sportive o artistiche o gli sforzi magari non eccellenti ma lodevoli di chi si industria per migliorare situazioni difficili. Non tutto è spettacolo: tutti abbiamo una privacy che si fa facilmente prendere la mano dal gusto di apparire, riducendoci al nostro difetto o alla nostra bellezza. Nessuno obbliga i concorrenti, certo; ma la TV è una sirena melliflua per tutti, dunque anche per chi ha una stranezza che magari “fuori” viene stigmatizzata e qui diventa l’attrazione. Mostrare chi ha una stranezza come se fosse “un diverso” (è questo il rischio) va a braccetto col mostrare cosce e seni pompati: molte donne e uomini non rifuggono dall’apparire per le labbra carnose o per i muscoli al silicone. Ma sono tutto lì? Chi insegna a guardare oltre?

Notizie sulla Sacra Sindone

Dal blog di Andrea Tornielli, oggi 12 aprile 2010:

Sul Giornale di oggiriporto la notizia della pubblicazione di uno studio su un'autorevole rivista di statistica italiana, firmato da quattro docenti universitari (tre lavorano in atenei italiani, uno è inglese), nel quale sulla base del metodo della "statistica robusta" viene dimostrato come il campione scelto per la datazione al radiocarbonio che nel 1988 portò a definire la Sindone un manufatto medioevale, non era attendibile. Se infatti si applicano i risultati della datazione del piccolo campione prelevato su tutta l'estensione della superfice sindonica, si ottiene una data che ha una variazione di 20.000 anni nel futuro. «Il nostro studio, basato su calcoli statistici e matematici, dimostra senza alcun dubbio che la datazione del carbonio 14 effettuata nel 1988 sulla Sindone non era attendibile e l'esperimento si sarebbe dovuto ripetere», ha dichiarato al Giornale il professor Giulio Fanti, professore di Misure meccaniche e termiche all'università di Padova. «Qualche fattore esterno, di contaminazione dev'essere intervenuto - spiega ancora Fanti - i dati che pubblichiamo lo dimostrano. Non sappiamo se questa contaminazione sul frammento scelto per la datazione sia stata causata dall'incendio a cui la Sindone è stata sottoposta, o al rammendo eseguito in età posteriore. Ma comunque si conferma la presenza di qualche elemento esterno che ha causato questa notevole variabilità del campione». Vorrei infine ricordare agli amici che mi segnalano alcune simpatiche risposte al mio libro sulla Sindone (Sindone, inchiesta sul mistero - edizioni Gribaudi) presenti sui siti specializzati, che: 1) Le macchie rosse sulla Sindone di Torino sono di sangue, ed è accertato senza alcun dubbio; 2) Le macchie di sangue si sono trasferite sul lenzuolo prima che si formasse la misteriosa immagine; 3) L'immagine - che ha interessato soltanto una parte della superficie delle singole fibrille di lino - e la sua formazione rimangono a tutt'oggi inspiegabili; 4) Tutti i tentativi di riprodurre la Sindone sono falliti: quella che il prof. Garlaschelli ha realizzato, non ha nulla a che vedere con l'originale e lo si capisce anche ad occhio nudo. Inoltre, l'immagine di Garlaschelli è stata formata all'esterno di un lenzuolo che avvolgeva un uomo strofinandolo con dell'ocra, ma l'immagine della Sindone di Torino si è formata dall'interno, cioè dal corpo stesso che vi era avvolto. Inoltre, Garlaschelli ha aggiunto delle macchie di colore rosso riproducendo il sangue a posteriori, sull'immagine umana già visibile, mentre nella Sindone di Torino prima si sono trasferite le macchie e poi l'immagine umana. Non sono particolari di poco conto, non occorre essere scienziati per accorgersene e forse non sarebbe male se i convinti assertori del falso medioevale fossero un po' meno trionfalisti nelle loro affermazioni.


domenica 11 aprile 2010

Ieri sera Chesterton su Radio Maria!


Sempre per l'attualità di Chesterton, ieri sera 10 Aprile 2010 c'è stata sulla splendida Radio Maria una bellissima trasmissione a cura di Alessandro Gnocchi con la partecipazione dei nostri amici Paolo Gulisano (nostro vicepresidente) e Roberto Prisco (cofondatore dei Gruppi Chestertoniani Veronesi) su Le Preghiere dell'Uomo Vivo.

Evviva Radio Maria, evviva i nostri amici, evviva Chesterton!

Anche Il Sole 24 Ore parla di Chesterton...


Da Il Sole 24 Ore di venerdì 9 Aprile 2010:

"La fede religiosa resta un elemento essenziale della vita e della politica del popolo americano, senza considerare il quale non è possibile comprendere pienamente l'essenza, l'anima di una paese che, infatti, si autodefinisce one nation under God (una nazione sotto Dio), o come diceva lo scrittore inglese Chesterton, una «nazione con l'anima di una Chiesa»".

da Libri / Dio e Obama. Fede e politica alla Casa Bianca - di Massimo Donaddio

Chesterton torna alla grande, oggi 11 Aprile 2010 è anche su Il Giornale in pagina culturale





Da Il Giornale di oggi 11 Aprile 2010 - L'edizione odierna contiene anche una bella pagina culturale (come preannunciatovi qualche giorno fa) sugli amici dell'editrice Morganti e sulla loro opera di rinnovamento delle traduzione e pubblicazione di Chesterton, in particolare su L'Incredulità di padre Brown e La Sfera e la Croce (il primo già uscito da pochi giorni, il secondo di prossima pubblicazione, un grande ritorno dopo anni di assenza e di oblìo e per questo va ancora una volta il nostro plauso cordiale e amichevole a Morganti), ma non siamo riusciti a reperirla in rete (appena potremo, ve la "gireremo". Il pezzo qui sotto parla invece de La Chiesa Cattolica - Dove tutte le verità si danno appuntamento per i tipi di Lindau e di Le Preghiere dell'Uomo Vivo per quelli di Fede & Cultura (in entrambe le opere c'è un nostro sostanziale apporto, per la presenza della prefazione del nostro presidente in entrambe, per la nota biobibliografica e la nuovissima bibliografia in La Chiesa Cattolica, per l'intera compilazione de Le Preghiere dell'Uomo Vivo, curata dalla Società e dai Gruppi Chestertoniani Veronesi, nelle persone di Alessandro Gnocchi, Paolo Gulisano, Roberto Prisco, Marco Sermarini e Fabio Trevisan).
Un bel ritorno alla grande, non c'è che dire, di cui siamo orgogliosissimi.


Certo, c’è Padre Brown e il Chesterton «narrativo». Ma c’è anche, il Chesterton «saggistico». Il romanziere, ma anche il difensore della fede cristiana. Su questo versante, negli ultimi mesi sono usciti almeno due titoli particolarmente importanti dello scrittore inglese. Il primo si intitola La chiesa cattolica (Lindau, pagg. 116, euro 13), un libro nel quale, con la consueta inclinazione al paradosso e all’ironia, Chesterton racconta un’esperienza drammatica come la conversione religiosa, partendo ovviamente dalla sua personale, avvenuta nel ’22. Una sorta di guida al percorso dell’anima del convertito lungo le tre fasi che precedono l’ingresso nella Chiesa di Roma: l’assunzione di un atteggiamento intellettualmente onesto nei confronti di essa, quindi la sua progressiva e irresistibile scoperta e infine l’impossibilità di abbandonarla una volta entratovi. Al termine di tale pellegrinaggio interiore, la religione più antica si rivela sorprendentemente la più nuova, più nuova delle cosiddette religioni nuove - protestantesimo, socialismo o spiritismo - perché, a differenza di esse, da duemila anni la tradizione e la verità cattoliche conservano intatta la propria validità. Il secondo libro, molto particolare, è Le preghiere dell’uomo vivo. Per salvare l’anima e la ragione (Fede&Cultura, pagg. 144, euro 12): ed è «suggerimento» per i fedeli che vogliono pregare tenendo sott’occhio «la buona e sana dottrina della Chiesa Cattolica», sunteggiata dai passi tratti dalle maggiori opere di Chesterton. Se pregare è un buon modo di predisporre la propria anima a essere salvata, quando a suo tempo dovremo renderne conto, pregare leggendo Chesterton è un ottimo modo per salvare l’anima e la testa, di cui dobbiamo continuare a fare buon uso.

sabato 10 aprile 2010

Ma non dicevano che lo spinello è innocuo?

Dal prof. Carlo Bellieni

img]Age of onset of cannabis use is associated with age of onset of high-risk symptoms for psychosis.

Uno studio olandese investiga un gruppo di pazienti schizofrenici. Il 51% di essi aveva fatto uso di cannabis. Lo studio mostra che quando avevano iniziato da giovanissimi l'uso della cannabis, mostravano più precocemente degli altri l'esordio di sintomi di schizofrenia. Nell'articolo ben si spiegano gli effetti della cannabis: dalla perdita di memoria e concentrazione, a ideazioni di panico, paranoia, depressione, spersonalizzazione.

Difendiamo il Papa dalla menzogna - un articolo di Andrea Tornielli in questa direzione.

Pubblichiamo, dal blog di Andrea Tornielli:

Cari amici, ieri l'Associated Press ha rilanciato una lettera firmata nel 1985 dall'allora cardinale Ratzinger nella quale si consigliava prudenza sulla riduzione allo stato laicale chiesta da un prete pedofilo americano trentottenne che sarà effettivamente dimesso due anni dopo, al compimento dei 40 anni. Come già accaduto nei giorni scorsi, la lettera è stata presentata come un caso di "copertura" da parte del futuro Papa di un prete pedofilo. Le cose non stanno così, e nel giro di qualche ora si è potuto verificare il contesto, ricordando che 1) all'epoca la Congregazione per la dottrina della fede non era competente sui casi di pedofilia e nella lettera si parla soltanto della dimissione dallo stato clericale, non del procedimento, 2) la dimissione dallo stato clericale non si decideva prima del quarantesimo anno d'età, 3) la richiesta era stata presentata dallo stesso sacerdote coinvolto, 4) Ratzinger ha solo chiesto di approfondire il caso e due anni dopo la dimissione dallo stato clericale è arrivata, 5) non c'è stata alcuna copertura del colpevole.

La cosa che più mi stupisce non è il fatto che queste lettere (chissà quante ne avrà firmate Ratzinger durante i 23 anni trascorsi ai vertici dell'ex Sant'Uffizio) vengano pubblicate, quanto il fatto che le si lanci e rilanci senza prima verificare i contesti e le procedure, senza cioè approfondire le circostanze per permettere a chi legge di farsi un'idea. Il che sarebbe esattamente il compito del giornalista. Chi scrive ha commesso molti errori in anni di professione, non mi sento assolutamente in grado di dare lezioni o consigli a nessuno. Però mi sembra, da lettore, di essere di fronte a un pregiudizio ormai stabilito - il Papa-deve-essere-colpevole (magari perché tentano di trascirnarlo in tribunale) - e con questa lente pregiudiziare si cercano appigli, testimonianze, documenti. Che vengono sbattuti in prima pagina senza verificare il caso e spiegarne le circostanze. Ma i fatti restano fatti. E chiunque si sia occupato un po' di Vaticano sa bene che Joseph Ratzinger su queste vicende - gli abusi sui minori - era considerato poco garantista e più di qualcuno storceva il naso anche in Vaticano per la decisione con cui affrontava questi casi. Mi sembra poi del tutto evidente che vi sia un accanimento concertato che punta a delegittimare l'autorità morale della Chiesa, del Papa, per depotenziarne il messaggio. Con ciò non intendo in alcun modo minimizzare gli scandali ed è sotto gli occhi di tutti che ci sono state sottovalutazioni da parte di diversi vescovi, così come ci sono state azioni frenanti nel caso, gravissimo, del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel, con molti dei suoi potenti amici e protettori che non volevano credere alle accuse contro di lui. Soprattutto per anni non si è tenuto nella dovuta considerazione il dolore e il trauma delle vittime, che avevano diritto non soltanto alla giustizia e alla riparazione, ma anche a un adeguato sostegno.Mi sembrano importantissime, a questo riguardo, le parole pronunciate ieri da padre Federico Lombardi nel suo editoriale su Radio Vaticana. Parole che purtroppo lo scoop sulla lettera del 1985 hanno fatto passare in secondo piano, ma che vi invito a leggere.

Omar e il sacro Vinitaly

Riceviamo dal carissimo Fabio Trevisan e volentierissimo pubblichiamo:

Ieri al TG2 ho visto un servizio sul Vinitaly di Verona che ho reputato
emblematico per la banalità e l'inconsistenza culturale della nostra epoca.
All'intervistatrice che chiedeva il motivo delle sempre più ridotte dimensioni
delle etichette cartacee sui vini, uno dei grandi espositori vinicoli ha risposto
(ve l'assicuro, senza ironia!) che "questo era dovuto all'accresciuta sensibilità
ecologica dei produttori ed alla consapevolezza (testuali parole)di cooperare
per la salvaguardia delle piante, dalle quali viene tratta la carta".
Non contenti, hanno chiesto ad un altro espositore del peso del vetro delle
bottiglie di vino; costui, prese due bottiglie di vetro vuote, ha voluto soppesarle
davanti alle telecamere per esprimere con grande gaudio che la vecchia bottiglia
della pesatura di 420 grammi era stata soppiantata finalmente dalla più agile,
ecologica e tecnologica nuova bottiglia del peso di 320 grammi !
Del vino nessuna traccia, non se ne è parlato!
Mi sono chiesto se sono io cretino che sto attento a queste cose.
Probabilmente lo sono e quindi ho pensato ai cari amici chestertoniani
(che cretini non sono, intendiamoci), che difendono
come me la salvezza dell'anima e della ragione in questa valle di lacrime, di far
conoscere questo episodio.
Perché l'accostamento a Chesterton ? Perché Chesterton, pur parlando di altro,
magari in modo paradossale e umoristico,
avrebbe comunque parlato del vino, della sostanza, centrando l'obiettivo.
Qui si è perso di mira l'obiettivo, la sostanza, il vino per Dio!
Per Dio, certo, perché anche qui Dio c'entra.
O forse sono io che sbaglio.
 
Fabio Trevisan 

venerdì 9 aprile 2010

La pedofilia è una scusa, obiettivo è la Chiesa.

Da Panorama - di Giuliano Ferrara


Il pericolo massimo, da scongiurare con le buone o con le cattive, è che la Raison si renda docile al proprio limite, che è il mistero, e si allei con la fede, senza dunque disprezzarla, e con l'istituzione terrena, che si pretende anche divina, nella quale la fede da millenni è custodita insieme con i grandi tesori che sappiamo della cultura artistica, filosofica, spirituale. Benedetto è il Papa-filosofo, il teologo che ha dialogato con JUrgen abermas in nome della autolimitazione della ragione e della fede, il vero tema del massimo illuminista, lo scettico e trasparente Immanuel Kant; un'autolimitazione riconosciuta come preziosa dai due spiriti pi aflìnati e significativi del mondo di lingua tedesca, la lingua della filosofia. Con scandalo per intellettuali e media di tutto il mondo. Sempre Di stiamo.

Il pensiero oggi difliaso e caratterizzante è sostanzialmente questo: c'è una sola etica, quella della libertà. Li libertà è individuale e il suo contenuto è vuoto, è puramente negativo, consiste nell'osservanza di una regola secondo cui la libertà non deve invadere la libertà degli altri, ma non esprime nulla che non sia privato, questa libertà non ha potere sull'etica civile, sull'amore, sulla carità, sul pensiero.

Il nichilismo contemporaneo si esprime poi in modi e mode i pi vari, tra i principali l'impostazione freudiana della vita, il rilievo primaziale dovuto alla sessualità, la caratterizzazione positivistica del piacere corporale, che è benessere, potenza pura, divinizzazione della carne nel sepolcro della coscienza liberata.

Non dobbiamo salvarci, come dicono i preti cattivi; dobbiamo solo curarci, come dicono i medici faustiani che pensano di poter usare i bambini come farmaci per curare altri bambini, i biologi che vogliono liberare le donne dal fardello della malattia e fabbricare per loro figli sani e belli, à la carte. E questa brutalizzazione degli aspetti sacrali della vita la vera critica moderna della religione, il vero progetto laicista, che tende a una redenzione terrena dell'uomo dall'infamia della credulità celeste; è questa l'apologetica del neopaganesimo contro l'umiliazione moralistica del Cristianesimo che bandisce la buona vita e rende l'uomo, orrore per i nicciani de noantri, creatura umile e spiritualmente immortale.

Dan Segre, l'ebreo che ancora sa stupirci con pensieri degni di un grande protagonista della storia del Novecento, ha scritto genialmente nel Giornale che una segreta solidarietà collega il Vaticano aggredito e l'Israele assediato. Ed è la solidarietà di due luoghi simbolici in cui si coltiva eroicamente «la pretesa di dimostrare agli altri l'incapacità di vivere secondo i valori e gli scopi che proclamano». Essere virtuosi, forti, duraturi e tuttavia prosternarsi eucaristicamente o in- chinarsi nel canto della sinagoga, due scandali insopportabili per il secolo, quando il secolo diventa ideologia secolarista e dispoticamente reclama per sé tutto il proscenio della vita e della storia.

Ecco perché attaccano il Papa teologo e filosofo, il Papa magisteriale, l'uomo che non accetta di piegare la schiena, e soprattutto la sua grande intelligenza delle cose, agli idoli del nostro tempo. .

*** inchinarsi

Mario Mauro contro il New York Times e l'offensiva anticattolica


Da Il Sussidiario

Per leggere, cliccate qui

“Santo Padre vada avanti, il popolo cattolico la sostiene e la segue!”


Da L'Ottimista

Contro la campagna di insulti e calunnie, la Curia di Roma manifesta il suo sostegno a papa Benedetto XVI

di Antonio Gaspari

Per leggere, cliccate qui.

dal prof. Carlo Bellieni

Response mixed on abortion limits

In Arkansas non si possono fare aborti oltre il “termine della vitalità” del feto, che è fissato a 21 settimane, tranne che in caso di grave rischio per la salute della madre. Ora il governatore locale sta per firmare una legge, approvata dal Senato, che prevede che si debba render conto del motivo per cui vengano eventualmente fatti aborti oltre quella data. Nel Nebraska invece si sta per approdare al secondo voto (il primo è stato favorevole) alla Camera dei Deputati dello Stato di una legge che bandisce l’aborto oltre la 20° settimana per la possibilità che l’aborto induca dolore al feto dopo quell’epoca. Entrambe le novità indicano un’attenzione USA al problema, che sarebbe interessante valutare anche in Europa: quanti aborti si fanno dopo la 20° settimana? Per quali motivi? Sono tutti legati a gravissimi rischi per la madre?

CORRIERE DELLA SERA.itRu486: a Bari il primo trattamento
in regime di ricovero ordinario

È stato praticato a una donna di 25 anni presso il Policlinico del capoluogo pugliese

In realtà il "trattamento" è stato praticato sulla donna e sul suo embrione (maschio o femmina che fosse). Ci piacerebbe conoscere il livello di gradimento. Di entrambi.

Vogliamo andare tutti dal Papa?

Cari amici,
il 19 Aprile 2010 è l'anniversario dell'elezione al Soglio di Pietro di papa Benedetto XVI.

Gli vogliamo andare a dire che gli vogliamo bene?

Se ci organizzassimo per il Regina Coeli di domenica 18 Aprile?

Secondo l'Uomo Vivo è il caso. Chesterton ci andrebbe con tutti i suoi 130/140 chilogrammi e siamo certi che per il mistero che unisce l'Ecclesia Triumphans a quella Militans ci sarà anche stavolta.

Chiese e sette del neodarwinismo

Solo per aprire una discussione sull'argomento. Ovviamente per chi ne avesse voglia.

Mappa dei pasdaran evoluzionisti (più i laicisti del Sole e gli ecclesiastici)

di Giulio Meotti - da Il Foglio dell'8 Aprile 2010.


Nei quattromila metri quadrati di barocco lombardo dove sorge l’Università San Raffaele Vita-Salute si è formata buona parte della chiesa neodarwinista. Dalla scuola di don Verzé, sacerdote e imprenditore della sanità privata, provengono i principali custodi del darwinismo, come il fisico Enrico Bellone, fustigatore dell’arretratezza scientifica italiana (leggi “oscurantismo cattolico”), il biologo Edoardo Boncinelli, il genetista Luigi Luca Cavalli-Sforza e il teo-evoluzionista Vito Mancuso. La chiesa darwiniana è da giorni in fibrillazione per l’uscita del saggio di Massimo Piattelli Palmarini e Jerry Fodor, “Gli errori di Darwin” (Feltrinelli). Il bersaglio inquisitorio di questa ideologia neodarwinista ha un profilo accademico puro e prestigioso. Piattelli Palmarini proviene dal loro stesso mondo, in quanto è stato docente ad Harvard proprio al fianco di Stephen Jay Gould, quel Gould “umanista dell’evoluzione” le cui tesi anticonformiste finirono sotto gli attacchi di quelli che lui definì “i fondamentalisti del darwinismo”. Gli stessi che oggi accusano di “creazionismo” il libro “Gli errori di Darwin”.

Laurea in Fisica a Roma, specializzazione in chimica fisica e biologia molecolare, Piattelli Palmarini ha lavorato al fianco di Jacques Monod all’Istituto Pasteur di Parigi. Quel Monod autore de “Il caso e la necessità”, la bibbia dell’evoluzionismo secondo cui “soltanto il caso, il caso puro, il solo caso, libertà assoluta ma cieca, è all’origine di ogni creazione nella biosfera”. E l’uomo? “Il nostro numero è uscito alla roulette”. E’ proprio questa dogmatica darwinista che Piattelli Palmarini rimette oggi in discussione. “Artigiano della mente”, Piattelli Palmarini è stato accademico all’Ecole des hautes études en sciences sociales di Parigi, prima di approdare in Arizona. Celebri i suoi corsivi sul Corriere della Sera contro il fideismo darwinista.

Della chiesa evoluzionista, che Avvenire commentando il libro di Piattelli Palmarini ha chiamato senza tanti giri di parole “pasdaran del darwinismo”, fanno parte nomi blasonati della stampa italiana, come il militante ateista Piergiorgio Odifreddi (suo “In principio era Darwin”) e l’epistemologo Giulio Giorello, che fa di Darwin un’icona libertina. Ma ci sono anche filosofi su posizioni più moderate come lo studioso dell’Università La Sapienza di Roma Orlando Franceschelli, uno dei pochi a dedicare attenzione ai “teisti evoluzionisti che con Darwin vogliono dialogare”.
Uno dei più militanti è il genetista ultradarwiniano Guido Barbujani, che ha stroncato con fredda e scostante eleganza “Gli errori di Darwin” sul Sole 24 Ore. La pagina della scienza del quotidiano di Confindustria è curata dal filosofo empirista e ateista Armando Massarenti, che insieme agli scientisti Carlo Flamigni e Maurizio Mori ha scritto il “Manifesto di bioetica laica”. Sul Sole 24 Ore scrive di Darwin un altro della filiera di Don Verzé, lo psicologo Michele Di Francesco. Bioeticista darwiniano è anche Gilberto Corbellini, mentre Michele Luzzatto è autore del libro “Preghiera darwiniana” e scrive per la rivista MicroMega. La rivista è da anni portabandiera del giacobinismo darwiniano e in cima alla lista dei nemici figura ovviamente Benedetto XVI per la sua scettica considerazione, nel lavoro di studioso e di teologo, delle tesi evoluzioniste (l’uomo non si scopre usando la vanga del paleontologo, ha scritto).

Un anno fa MicroMega ha dedicato a Darwin un intero focoso volume. Fu Telmo Pievani a firmare l’attacco al Papa, titolo: “L’evoluzione addomesticata”. Pievani del neodarwinismo è il volto più televisivo (è apparso anche nella trasmissione “Turisti per caso”). Studi solidi negli Stati Uniti, accademico alla Bicocca di Milano e teorico di una “etica senza dio”, Pievani ha una verve che spinge a pensare all’evoluzione più in termini di fede che di scienza. Su MicroMega scrive anche Massimo Pigliucci, che sulla rivista scientifica britannica Nature ha stroncato il libro. Non ha concesso mediazioni: “Fodor e Piattelli Palmarini errano orribilmente”. Per MicroMega si occupano di neuroscienze, delle “radici biologiche della fede e della morale”, i professori Giorgio Vallortigara e Vittorio Girotto, che spiegano la fede religiosa con Darwin. Sono i sostenitori italiani della teoria dei “memi” di Richard Dawkins, attaccato proprio da Piattelli Palmarini. Il meme è un gene culturale che passa per imitazione da un individuo all’altro, un virus che contagia i cervelli: sono i memi più forti ad affermarsi a spese dei più deboli. Dio è il più robusto tra i “memi”. Si legge su MicroMega che “se abbiamo una legge morale in noi, non dobbiamo cercarne l’origine nel cielo stellato sopra di noi”. La fede è nel Dna.

Arroccato sull’ortodossia è il biologo riduzionista Edoardo Boncinelli, docente al San Raffaele e autore di “Perché non possiamo non dirci darwiniani”. Nei suoi libri Boncinelli spiega perché gli esseri umani funzionano come gli insetti (“l’uomo è un animale e come tale si conforma alle leggi generali della biologia”). Celebre il suo paragone tra l’ala del pollo e il braccio dell’uomo. Il decano darwiniano è Luigi Luca Cavalli-Sforza, pioniere della genetica che su Repubblica scrive spesso assieme al figlio, anche lui al San Raffaele. All’Accademia dei Lincei il darwinista militante è Carlo Alberto Redi, l’illustre biologo che subì, per interessamento dell’allora ministro della Sanità, Rosy Bindi, una visita dei carabinieri per aver clonato un topolino. Redi ritiene la teoria darwiniana “il massimo contributo della scienza alla storia dell’uomo”. Dal 2004 si celebra in Italia il Darwin Day, “Natale” secolarista a opera dell’Unione degli Atei di Carlo Flamigni e Margherita Hack. Senza dimenticare Eugenio Scalfari: “Non credo che il ruolo della specie alla quale appartengo sia superiore a quello delle api o delle formiche o dei passeri”.
In ambito cattolico aleggia il cosiddetto “darwinismo ecclesiastico”. C’è Fiorenzo Facchini, paleoantropologo. Sempre in ambito vaticano svettano Giuseppe De Rosa, scrittore della rivista dei gesuiti Civiltà Cattolica, e Gianfranco Basti, direttore del Progetto Stoq (scienza, teologia e ricerca ontologica) promosso dal pontificio Consiglio per la Cultura.

Uomini e tristezza - Una prova di cosa non è l'educazione.

Per chi volesse intristirsi un pochino è sufficiente leggere questo articolo.

L'Uomo Vivo dice sempre che l'emergenza educativa è negli adulti.

giovedì 8 aprile 2010

Rassegna stampa

08 Aprile 2010 - Il Giornale
Ru486, Vaticano: estendere obiezione coscienza

08 Aprile 2010 - Avvenire
Ru486
SI PARLA DI NOI :: Sul tappeto c'è la 194 138 KB

08 Aprile 2010 - Giornale
Ru486
La prima pillola è senza ricovero 68 KB

08 Aprile 2010 - èVita
Fecondazione Artificiale
Eterologa per sentenza 172 KB

mercoledì 7 aprile 2010

Rassegna stampa

07 Aprile 2010 - Avvenire
Ru486
In arrivo in Puglia, scalpita la Toscana 93 KB

07 Aprile 2010 - CorrieredellaSera
Ru486
Fedrigotti: quella ferocia sui nostri figli 56 KB

07 Aprile 2010 - Sole24ore
Ru486
Poletto: l'aborto è delitto in ogni forma 49 KB

07 Aprile 2010 - Unità
Ru486
Tutto quello che non si dice 181 KB

07 Aprile 2010 - CorrieredellaSera
Attacchi al Papa come quelli a Pio XII 109 KB

07 Aprile 2010 - CorrieredellaSera
Scaraffia: a Ratzinger aggressioni politiche 82 KB

07 Aprile 2010 - Europa
Cardini: il complottino anti-Papa 152 KB

07 Aprile 2010 - LiberalQuotidiano
La strategia dell'assalto mediatico 98 KB

martedì 6 aprile 2010

Cari "federalisti a metà", sulla pillola abortiva Cota e Zaia hanno ragione

Gianfranco Amato

martedì 6 aprile 2010

Le coraggiose sortite dei neo-governatori leghisti Roberto Cota e Luca Zaia sul tema della pillola abortiva RU486 hanno scatenato una ridda di reazioni scomposte, oltre al consueto becero repertorio di contumelie. Rozzi, retrogradi, oscurantisti, reazionari e adesso pure baciapile, sanfedisti, zuavi e papalini.
Le accuse più benevole rivolte ai due malcapitati presidenti sono state di ignoranza della legge, di mancanza di rispetto del principio di legalità, di analfabetismo giuridico, di totale incompetenza, di travalicamento dei poteri e di grossolana ed arrogante somaraggine.
Io che mi picco di conoscere alquanto bene la Legge 22 maggio 1978, n. 194, recante «norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza», posso, invece, confermare la piena fondatezza delle posizioni assunte dai due presidenti delle regioni Piemonte e Veneto.
Mi riferisco, in particolare, agli articoli 15 e 19 della predetta legge 194. La prima di queste disposizioni rappresenta la fonte normativa del potere di intervento da parte dei governatori, in quanto precisa che sono proprio «le regioni» a promuovere l’aggiornamento «sui problemi della procreazione cosciente e responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza». Nulla quaestio, quindi, sul fatto che i presidenti regionali abbiano una voce in capitolo sulle nuove tecniche abortive - tra cui certamente rientra la Ru486 - e sul dovere di garantire che le stesse si dimostrino, come afferma la legge, «più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza».
La seconda disposizione normativa da tenere presente è l’art. 19 della Legge 194/78, il quale conferma l’assunto secondo cui in Italia l’aborto volontario è reato ed è punito con pene che differiscono a seconda delle diverse ipotesi. Reclusione sino a tre anni, o reclusione da uno a quattro anni per chi cagiona l’aborto. Multa di euro 51,65, o reclusione sino a sei mesi per la donna che abortisce. Le pene sono aumentate fino alla metà nel caso l’aborto riguardi donne minori o interdette. Se dall’interruzione volontaria della gravidanza deriva la morte della donna, si applica la reclusione da tre a sette anni. Se ne deriva una lesione personale gravissima si applica la reclusione da due a cinque anni. Se la lesione personale è grave quest’ultima pena è diminuita, mentre le pene vengono aumentate se la morte o la lesione riguardano donne minori od interdette.
Il reato non sussiste nel caso in cui ricorrano alcune specifiche condizioni contemplate dalla Legge 194, tra cui quella prevista dall’art. 8, la quale impone che l’interruzione della gravidanza sia «praticata da un medico del servizio ostetrico-ginecologico presso un ospedale generale». Pertanto, la questione relativa alla possibilità di somministrare la pillola Ru486 attraverso ricovero in day-hospital e con espulsione del feto a domicilio, semplicemente non esiste, in quanto tale modalità integrerebbe il reato previsto e punito dall’art. 19 della Legge 194/78.
La conseguenza di tale ragionamento è che i presidenti Cota e Zaia hanno non solo il diritto ma persino il dovere di bloccare la somministrazione della pillola Ru486, al fine di garantire la piena applicazione della Legge 194 ed impedire la commissione di reati, così come hanno il dovere di valutare se le nuove tecniche abortive siano effettivamente «più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza» (art. 15 della Legge 194).
Due considerazioni a corollario. È davvero singolare che contro i neo-governatori leghisti i primi ad invocare un intervento da parte dello Stato siano proprio coloro che, in nome della sacrosanta autonomia regionale, hanno da tempo deciso di somministrare la Ru486 (ad esempio Toscana, Emilia Romagna e lo stesso Piemonte fino all’arrivo di Cota) infischiandosene bellamente delle direttive del Ministero della Salute e dei pareri del Consiglio Superiore di Sanità. È un classico esempio di federalismo schizofrenico tanto caro a certa sinistra.
La seconda considerazione è rivolta a tutti quei cattolici adulti i quali sostenevano, per giustificare candidature impresentabili, che, in fondo, attraverso le elezioni regionali si andavano ad eleggere semplicemente degli organismi amministrativi locali che nessuna competenza reale avevano sui grandi temi eticamente sensibili. Si trattava, secondo alcune animelle pie, di eleggere persone capaci ed in grado di amministrare bene, indipendentemente dal proprio orientamento politico, per cui le gerarchie cattoliche male avevano fatto a porre nell’arena della campagna elettorale questioni quali l’aborto, la famiglia e l’educazione scolastica.
Beh, a giudicare dalle prime sortite dei presidenti neoeletti del Piemonte e del Veneto, e dal dibattito che ne è seguito, bisogna concludere che il velleitarismo irenico o la mera disonestà intellettuale dei cattolici adulti sono stati sconfessati, ancora una volta, dalla cruda realtà dei fatti. Realtà che da Oltretevere i Pastori riescono, evidentemente, a vedere e giudicare molto meglio di tante pecorelle confuse.

lunedì 5 aprile 2010

Un aforisma al giorno

"Troppo capitalismo non significa troppi capitalisti, ma troppo pochi capitalisti".

Gilbert Keith Chesterton, Uses of diversity

Un aforisma al giorno

"L'abnegazione è la prova e la definizione di auto-governo".

Gilbert Keith Chesterton, Alarms and Discursions