lunedì 22 marzo 2010

IL CASO/ La Gran Bretagna discrimina i cristiani e si affida ai tribunali islamici


da Il Sussidiario

Gianfranco Amato

lunedì 22 marzo 2010

Hamilton Burns WS, Solicitors & Solicitor Advocates, è il primo studio legale britannico specializzato in diritto islamico. L’iniziativa è partita dalla Scozia, Glasgow per la precisione, e rappresenta un ulteriore allarmante segnale della crescente diffusione della sharia nel Regno Unito. Non tutti sanno, infatti, che proprio in virtù di una legge varata quattordici anni fa (Arbitration Act 1996) l’applicazione stragiudiziale della sharia su questioni attinenti al diritto di famiglia (divorzio e custodia dei figli), e su questioni economico-finanziarie, è oggi pienamente riconosciuta in Gran Bretagna.

Proprio a seguito di quella legge sono sorti i Muslim Arbitration Tribunal (MAT), le cui decisioni hanno valore legale al pari delle sentenze emesse dai tribunali ordinari di Sua Maestà. Sono attualmente più di un’ottantina (ma continuano ad aumentare in maniera esponenziale) le “corti islamiche” giudicanti su materie che sono, comunque, lasciate alla libera disponibilità delle parti.

Il punto è che a tali arbitrati stanno sempre più ricorrendo anche non musulmani, attratti dall’informalità del relativo procedimento, ritenuto “less cumbersome” (meno gravoso) rispetto al sistema giudiziario britannico. Ad esempio, la sharia tiene conto anche di semplici accordi verbali su questioni per le quali la legge inglese prescrive come obbligatoria la forma scritta.

I non musulmani ricorrono ai Muslim Arbitration Tribunal quasi esclusivamente per questioni di carattere patrimoniale, e i loro contenziosi rappresentano il cinque per cento dei casi affrontati da quei particolari organi giudicanti. Ciò che appare incredibile in questa vicenda è la sottovalutazione del fenomeno da parte degli addetti ai lavori. Anzi, due anni fa il barone Nicholas Phillips of Worth Matravers, che ricopre la prestigiosa carica di Lord Chief Justice ed è uno dei più autorevoli magistrati inglesi, parlando in una moschea di Londra, non esitò ad affermare che, secondo la sua opinione, alcune parti del sistema legale islamico potevano benissimo essere utilizzate per dirimere questioni tra musulmani britannici.

L’illustre giurista non vedeva alcuna ragione al mondo perché i principi della sharia non dovessero essere utilizzati per regolare in via compromissoria contenziosi legali. In realtà non si è tenuto conto di due fattori niente affatto secondari. Il primo è che questa forma di giustizia alternativa, capace di attirare sempre più anche individui non musulmani, rientra comunque nella prospettiva di conversione tipica dell’Islam.

E’ pur sempre una forma culturale di espansione che riesce oggettivamente ad avere una sua presa, soprattutto in chi oggi – e sono molti purtroppo in Gran Bretagna –, avendo completamente smarrito la propria identità, è perennemente in cerca di un quid che riesca a definirlo. Fosse anche la proposta religiosa di Maometto.

Il secondo fattore sottovalutato è costituito dalla condizione della donna. Non è un caso che la notizia dell’iniziativa da parte dello studio legale di Glasgow abbia scatenato la reazione di Maryam Namazie, portavoce dell’associazione “One Law for All” (Una legge per tutti) che da anni promuove una campagna anti-sharia.

Maryam Namazie ha ribadito, parlando proprio a proposito dello studio Hamilton Burns WS, quanto il diritto islamico sia «antitetico rispetto alle leggi per cui hanno duramente combattuto e vinto i movimenti sociali progressisti, in particolare nell’ambito del diritto di famiglia», precisando, inoltre, che «l’applicazione della sharia in campo civile si pone in perfetta sintonia e continuità culturale rispetto alla stessa legge adottata in campo penale nei Paesi islamici, quella che prevede, tra l’altro, pene corporali come la lapidazione, l’amputazione, la fustigazione».

Sempre a proposito dell’iniziativa degli avvocati scozzesi dello studio Hamilton Burns WS, Joshua Rozenberg, uno dei più noti commentatori britannici in ambito legale ed una delle rare voci che attualmente mettono in guardia l’opinione pubblica sui rischi della diffusione della sharia nel Regno Unito, ha tenuto a precisare: «Per la legge islamica una donna non è considerata uguale all’uomo. Per cui si può arrivare al paradosso che una donna britannica sia trattata diversamente a seconda che a decidere sia un tribunale islamico o una corte laica». «Senza parlare del rischio», ha continuato Rozemberg, «che le donne musulmane possano non essere libere di scegliere ed essere, invece, fortemente condizionate dalla comunità ad adire un Muslim Arbitration Tribunal, anziché un tribunale ordinario». La questione mi ha particolarmente colpito. Anche perché ero curioso di conoscere quale tipo di consigli legali lo studio Hamilton Burns WS avrebbe fornito ai clienti islamici in materia di diritto di famiglia.

Sono così riuscito a recuperare le norme oggi applicate dai Muslim Tribunal Arbitration, peraltro facilmente accessibili anche online e comunque raccolte in diverse pubblicazioni, tra cui quella di Dennis MacEoin, edita nel febbraio 2009 per conto della londinese Civitas: Institue for the Study of Civil Society. Ne è venuto fuori un interessante florilegio.

Ad esempio: «una donna musulmana non può, in nessuna circostanza, sposare un uomo non musulmano, a meno che questi non si converta all’Islam, e nel caso tale regola venisse violata, alla donna verrebbe sottratta la custodia del figlio, a meno che non risposi un uomo musulmano»; «la moglie non può rifiutare di concedersi sessualmente ogni volta che il marito lo pretenda» (ma non vale il contrario); «una donna non può più convivere col marito se questi dovesse abbandonare l’Islam»; «i non-musulmani possono essere privati dei propri diritti in caso di successione»; «una donna non ha alcun diritto patrimoniale in caso di divorzio»; «la sharia deve comunque prevalere sui giudizi delle corti britanniche»; «i diritti sulla custodia dei minori possono differire da quelli previsti dalla vigente normativa britannica in materia»; «sottoscrivere assicurazioni per i musulmani è proibito, anche se imposto dalla legge statale»; «non esiste alcun obbligo di registrare un matrimonio, nonostante quanto prevedano le leggi britanniche»; «un avvocato musulmano ha il dovere morale di ignorare una legge del Regno Unito quando questa contrasti con i principi della sharia»; «una donna non può lasciare la propria abitazione senza il consenso del marito» (cosa che, peraltro, potrebbe integrare il reato di sequestro di persona); «l’adozione legale è proibita»; «una donna non può avere la custodia dei propri figli una volta che compiano 7 anni (per i maschi) e 9 anni (per le femmine)»; «una donna non può sposarsi senza la presenza ed il permesso di tutore maschio»; «un figlio illegittimo non può ereditare dalla linea paterna»; e così via.

Resta l’amarezza per la situazione sempre più schizofrenica in cui vive la società britannica. Da una parte vi è una sorta di odioso accanimento discriminatorio nei confronti dei cristiani e dall’altra una pavida accondiscendenza nei confronti della sempre più potente e temuta comunità islamica. Inimmaginabile sarebbe stata la reazione dell’anticlericale ed iperlaicista Terry Sanderson, presidente della National Secular Society, o dell’ateissima Polly Toynbee, presidente della British Humanist Association, se si fosse solamente ipotizzata l’idea di creare dei Christian Arbitration Tribunal, nei quali la regola fosse che «un avvocato cristiano ha il dovere morale di ignorare una legge del Regno Unito quando questa contrasti con i principi del diritto naturale». Apriti cielo!

Un’altra grave contraddizione di questa fragilissima società ormai alla deriva, emerge dal fatto che mentre si rasenta il ridicolo nell’esasperata esaltazione del principio di parità tra uomo e donna, si tollera, attraverso un connivente silenzio, il modo con cui vengono trattate le donne nei Muslim Arbitration Tribunal. Proprio nella patria del politically correct.

Solo pochi giorni fa, la House of Commons, su proposta di Harriet Harman – considerata un’icona dei diritti per le donne –, ha approvato con 206 voti favorevoli e 90 contrari, l’abolizione dal vocabolario parlamentare della parola “chairman” (presidente), ritenuta sessista, e la sostituzione con quella più neutra di “chair”. Le femministe hanno esultato per la grande conquista. Ormai il senso del ridicolo ha ceduto alla malinconia della pateticità. Che tristezza!

Contro chi sputa sui preti

Da Il Foglio del 20 Marzo 2010

Ci scrive un missionario indignato per la campagna dei media sulla pedofilia

Sono in Italia da alcuni giorni e sono davvero amareggiato, addolorato per questi continui attacchi al Santo Padre, ai sacerdoti, alla Chiesa cattolica, usando la diabolica arma della pedofilia. E’ vero, questo argomento sembra interessare più a certi giornali e alle loro fantasie e allucinazioni che al pubblico: perché ho incontrato migliaia di persone e per lo più giovani, ma nessuno mi ha posto una domanda su questa questione. Il che significa che, sebbene esista questo flagello nel mondo e abbia intaccato anche la chiesa, con la dura, chiara e forte condanna del Santo Padre, siamo lontani anni luce da quel fenomeno di massa, come se tutti i preti fossero pedofili, come vogliono farci credere. Sono quarant’anni che sono sacerdote, sono stato in diverse parti del mondo, ho vissuto in brefotrofi, scuole, internati per bambini, ma non ho mai trovato un collega colpevole di questo delitto. Non solo, ma ho vissuto con sacerdoti, religiosi che hanno dato la vita perché questi bimbi avessero la vita.

Attualmente vivo in Paraguay,
la mia missione abbraccia tutto l’umano nella sua povertà, quell’umano gettato nell’immondizia dal sensazionalismo dei media. Da 20 anni condivido la mia vita con prostitute, omosessuali, travestiti, ammalati di Aids, raccolti per le strade, negli immondezzai, nelle favelas e me li porto a casa dove la Provvidenza divina ha creato un ospedale di primo mondo come struttura architettonica, ma paradisiaco come clima umano. E in questa “anticamera del Paradiso”, come lo chiamano loro, li accompagno al Paradiso. Hanno vissuto come “cani” e muoiono come principi. Vicino alla clinica, sempre la Provvidenza ha creato due “case di Betlemme” per ricordare il luogo dove è nato Gesù, che raccolgono 32 bambini, molti di essi violentati dai patrigni o dal compagno occasionale della “madre”. Tutti i giorni ho a che fare con situazioni terribili e indescrivibili. Spesso non ho neanche la capacità di leggere i referti delle assistenti sociali, tanto sono orrende le violenze sessuali subite dai miei bambini. Eppure, dopo alcuni mesi che sono con noi, respirano un’altra aria, quell’aria che solo il fatto cristiano e l’amore di noi sacerdoti contro cui i mostri del giornalismo si scagliano, facendo di ogni erba un fascio. Aveva ragione Pablo Neruda quando definiva certi giornalisti “coloro che vivono mangiando gli escrementi del potere”.

La certezza che “io sono Tu che mi fai” che sono frutto del Mistero e non l’esito dei miei antecedenti, per quanto pessimi possano essere stati, si trasmette come per osmosi nel cuore dei miei bambini che ritrovano il sorriso. Come si trasmette anche sui “mostri” (se così vi piace chiamarli voi giornalisti… a cui tanto assomigliate per la vostra ipocrisia) parlo di quelli che sembrano divertirsi a sputare contro la chiesa) che in fondo a loro volta, spesso, sono vittime e carnefici, vittime da piccoli e carnefici da grandi, avendo vissuto come bestie. Il mio cuore di prete mentre do la mia vita per questi innocenti non può non dare la vita, come Gesù, anche per coloro di cui Gesù ha detto con parole fortissime “prima di scandalizzare uno di questi piccoli è meglio mettersi una macina da mulino al collo e buttarsi nel profondo del mare”.
Sono solo alcuni esempi, di milioni, della carità della chiesa. Mi fa soffrire questo sputare nel piatto nel quale, Dio lo voglia, anche certi morbosi giornalisti, un domani si troveranno a mangiare, perché se uno sbaglia non significa che la chiesa sia così. Questa chiesa che è il respiro del mondo. Non vi chiedete cosa sarebbe di questo mondo senza questo porto di sicura speranza per ogni uomo, compresi voi che in questi giorni come corvi inferociti vi divertite sadicamente a sputare sopra il Suo Casto Volto? Venite nel terzo mondo per capire cosa vuol dire migliaia di preti e suore che muoiono dando la vita per i bambini. Venite a vedere i miei bambini violentati che alcuni giorni fa prima di partire per l’Italia piangevano chiedendomi: “Papà quando torni?”.

Non voglio strappare le lacrime a voi
che siete come le pietre ma solo ricordarvi che anche per voi un giorno quando la vita vi chiederà il “redde rationem vilicationis tuae” questa chiesa, questa madre contro cui avete imparato bene il gioco dello sputo, vi accoglierà, vi abbraccerà, vi perdonerà. Questa madre, che da 2000 anni è sputacchiata, derisa, accusata e che da 2000 anni continua a dire a tutti coloro che lo chiedono: “Io ti assolvo dai tuoi peccati, nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo”.
Questa madre, che sebbene giudichi e condanni duramente il peccato e richiami duramente il peccatore reo di certi orrendi delitti, come la pedofilia, non chiude e non chiuderà mai le porte della sua misericordia a nessuno. Mi confortano le parole di Gesù “le porte dell’inferno non prevarranno mai”. Come mi conforta l’immensa santità che trabocca dal suo corpo di “casta meretrix”.
Allora non perdiamo tempo dietro i deliri di alcuni giornalisti che usano certi esecrabili casi di pedofilia per attaccare l’Avvenimento cristiano, per mettere in discussione la perla del celibato, ma guardiamo le migliaia di persone, giovani in particolare, incontrati personalmente in una settimana di permanenza in Italia che credono, cercano e domandano alla chiesa il perché, il senso ultimo della vita e che vedono in lei l’unica possibile risposta.

Personalmente mi preoccupa di più l’assenza di santità in molti di noi sacerdoti che altre cose per quanto gravi e dolorose siano. Mi preoccupa di più una chiesa che si vergogna di Cristo, invece che predicarlo dai tetti. Mi preoccupa di più non incontrare i sacerdoti nel confessionale per cui il peccatore spesso vive quel tormento del suo peccato perché non trova un confessore che lo assolva. Alle accuse infamanti di questi giorni urge rispondere con la santità della nostra vita e con una consegna totale a Cristo e agli uomini bisognosi, come non mai, di certezza e di speranza. Alla pedofilia si deve rispondere come il Papa ci insegna. Però solo annunciando Cristo si esce da questo orribile letamaio perché solo Cristo salva totalmente l’uomo. Ma se Cristo non è più il cuore della vita, allora qualunque perversione è possibile. L’unica difesa che abbiamo sono i nostri occhi innamorati di Cristo. Il dolore è grandissimo, ma la sicurezza granitica: “Io ho vinto il mondo” è infinitamente superiore.

Padre Aldo Trento, missionario in Paraguay

domenica 21 marzo 2010

Il viaggio interiore del pellegrino Chesterton verso la Chiesa cattolica - Il Sole 24 Ore recensisce Chesterton

di Massimo Donaddio

5 marzo 2010




Chesterton e la Chiesa cattolica. La potremmo definire una storia d'amore, un "romanzo dell'ortodossia" che ha attraversato mente, cuore, penna, ogni fibra dell'essere di questo grande scrittore inglese, amico-rivale di George Bernard Shaw, che ha stupito il suo tempo con l'ironia e con la passione per il paradosso tipica delle genti d'Inghilterra, ma anche con un'adesione fermissima e convinta ai dogmi della Chiesa cattolica romana, tanto da dedicare ai temi della fede la gran parte della sua sterminata produzione letteraria. Un rapporto a fasi alterne, quello tra Chesterton e la Chiesa, sfociato in una conversione, prima al cristianesimo, in seguito alla forma cattolica della fede cristiana (1922).

Proprio in questo campo si muove il saggio The Catholic Church and convertion del 1927, oggi ripubblicato dopo decenni in edizione italiana da Lindau. Qui l'autore guida il lettore alla scoperta del suo mondo interiore, delle ragioni che lo hanno convinto ad abbracciare la fede cattolica e dei pregiudizi che impediscono a molti di avere lo stesso suo grado di fiducia nei confronti di questa istituzione bimillenaria. Il brillante scrittore inglese adopera spesso il registro dell'ironia per intavolare un'apologia della fede che deve molto al tempo e al contesto in cui fu scritta, ma che non è priva di una sua organicità e sensatezza anche a distanza di tempo. Addirittura profetici alcuni giudizi dell'autore sui movimenti culturali più in voga nell'Inghilterra dei primi decenni del Novecento (socialismo, bolscevismo, futurismo, spiritismo), da Chesterton bollati come filosofie che non avrebbero potuto reggere l'urto del tempo, come è invece proprio delle religioni, e del cattolicesimo in particolare. Certo, lo scrittore aveva in mente le numerose conversioni di suoi contemporanei dall'anglicanesimo al cattolicesimo, ed era convinto che la fede cattolica fosse in grado di interrogare ancora molti, con la sua capacità di provocazione della vita e dell'intelletto.

Ma quali sono i passi per un'autentica conversione, secondo l'inventore di padre Brown? Innanzitutto fare piazza pulita dei pregiudizi gratuiti contro la Chiesa, molto diffusi in ambiente protestante: Roma non è una specie di abbazia in rovine come a volte si crede in Inghilterra, i preti e i gesuiti non vengono consacrati per tendere insidie e tranelli, la Bibbia non viene tenuta sotto chiave dai cattolici, ma non è l'unica fonte della verità e della tradizione ecclesiastica. Allo scrittore inglese, poi, appare inaccettabile un'idea di un cristianesimo che metta al primo posto gli interessi nazionali e patriottici – seppur in forma "sacralizzata" – dimenticandosi invece che tutti gli uomini sono fratelli, hanno uguale dignità e uguali diritti. Un'apertura universalistica e, appunto, cattolica, che Chesterton vede all'opera nella Chiesa romana e non molto nelle varie chiese nazionali di origine protestante.

Una volta sgomberato il campo dai pregiudizi e acquisito un atteggiamento intellettualmente onesto, il secondo passo sarà quello dell'ingresso progressivo nel mistero e nelle verità della fede cattolica, mentre il terzo passo è quello della consapevolezza che, una volta trovata la verità, non se ne può più fare a meno, si è conquistati da una luce che rischiara le ombre e dona piena coerenza e lucidità al pensiero. L'ultimo passo per una piena adesione di fede è, per il credente, dovuto all'intervento diretto dell'azione divina, che apre mente e cuore alla fede rivelata, ormai vissuta come risposta soddisfacente alle ansie di verità, di felicità e di libertà proprie del cuore dell'uomo di ogni tempo.

Al termine di questa sorta di pellegrinaggio interiore è proprio la religione più antica ad essere, per Chesterton, sorprendentemente la più nuova, perché la sua tradizione e le sue verità conservano da duemila anni intatte la loro validità. Persino le eresie e i movimenti culturali apparentemente più lontani – come il comunismo, ad esempio, che predica l'uguaglianza tra tutti gli uomini – non sono altro, per lo scrittore inglese, che deviazioni impazzite di alcune verità cattoliche vissute in maniera parziale.

Allora il percorso del convertito, secondo il magistero di Chesterton, sarà quello di colui che abbandona un luogo buio e angusto per uscire alla luce, per imparare a pensare, per scoprire quale sia la vera libertà. Se le caratteristiche del tempo moderno – anche oggi – sono la fiducia nella scienza, nel progresso e nella democrazia, la Chiesa cattolica è depositaria di una saggezza bimillenaria che va oltre il tempo presente e può mettere il credente in contatto e in comunicazione con i tesori dei secoli, della storia e dell'eternità di Dio. La "filosofia cattolica", per Chesterton, è «adatta alla natura umana e alla natura delle cose. Ma anche quando non si addice alla natura umana, nel lungo termine risulta favorire qualcosa di ancora più adatto». La Chiesa è allora quel luogo dove «tutte le verità si danno appuntamento», e dove l'ospite più gradito è il convertito, ossia l'uomo che passa dalle tenebre dell'ignoranza e della confusione alla luce della ragione e della chiarezza. L'esperienza che fu dello stesso scrittore inglese.

Gilbert Keith Chesterton
La Chiesa Cattolica
Dove tutte le verità si danno appuntamento
Edizioni Lindau, 116 pagine, 13 euro



sabato 20 marzo 2010

La lettera di Benedetto XVI ai cattolici d'Irlanda

In questo collegamento qui sotto trovate il testo della lettera ai
fedeli irlandesi firmata ieri da Papa Benedetto XVI.

Leggetela attentamente.

Grazie, Santo Padre, siamo sempre con Lei.

http://212.77.1.245/news_services/bulletin/news/25287.php?index=25287&lang=it#LETTERA%20PASTORALE%20DEL%20SANTO%20PADRE%20BENEDETTO%20XVI

venerdì 19 marzo 2010

Mamma Oca colpisce ancora...

http://www.tempi.it/opinioni/008669-la-bella-e-la-bestia-brilla-nei-dettagli

Leggete!
Chesterton e La Bella e la Bestia.

Tempi, Chesterton e Mamma Oca

> http://www.tempi.it/opinioni/008693-noi-che-ai-libri-non-chiediamo-parole
>
> Qui sopra trovate un interessante articolo di Tempi che parla di
> Chesterton.
>
> Brava, Mamma Oca.

giovedì 18 marzo 2010

EUTANASIA/ Lo fai per compassione? La Gran Bretagna ti dà la licenza di uccidere



Gianfranco Amato

lunedì 15 marzo 2010

La Gran Bretagna si sta avviando oramai verso la legalizzazione dell’eutanasia. Non si è avuto il coraggio di farlo attraverso una legge del Parlamento e si è, quindi, optato per la soluzione ipocrita della via giudiziaria. Infatti, un sostanziale contributo a questo processo di legalizzazione lo hanno dato le guideline predisposte da Keir Starmer, il Director of Public Prosecutions per l’Inghilterra ed il Galles, attraverso cui sono stati delineati i presupposti per procedere penalmente nei confronti di chi partecipa attivamente ad un suicidio assistito. Le sei esimenti previste in quelle direttive rischiano di rappresentare, infatti, un vero e proprio disco verde alle pratiche eutanasiche.

Secondo le nuove regole di Starmer, l’azione penale non verrà esercitata quando: 1) la vittima ha assunto una volontaria, chiara, determinata e consapevole decisione di commettere suicidio; 2) l’indagato ha agito esclusivamente per motivi di compassione; 3) l’azione commessa dall’indagato, sebbene idonea ad integrare un’ipotesi di reato, si è in realtà risolta in una lieve istigazione o in semplice assistenza; 4) l’indagato ha tentato di dissuadere la vittima dalla commissione del suicidio;
5) le azioni dell’indagato si possono qualificare come una debole istigazione o come mera assistenza rispetto ad una precisa volontà della vittima di commettere suicidio; 6) l’indagato ha denunciato il suicidio della vittima alla polizia giudiziaria collaborando pienamente all’inchiesta sulle circostanze del suicidio o del tentato suicidio, e sul suo ruolo nell’istigazione o nell’assistenza.

È ormai chiaro, quindi, come da oggi sia possibile in Gran Bretagna ricorrere all’eutanasia senza rischiare di incorrere nella giustizia penale. I criteri contenuti nelle guideline del Director of Pubblic Prosecutions rappresentano un calderone dove ciascuno può attingere facilmente una motivazione giuridica per praticare la dolce morte. Concetti come la «lieve istigazione» o la «compassione» consentono, a tutti gli effetti, di autorizzare l’omicidio di chi chiede di porre fine alla propria esistenza.
La prova migliore di quanto affermo la fornisce l’esultanza di Debbie Purdy, accanita sostenitrice del suicidio assistito, che ha definito le nuove guideline una vera e propria “victory”. Per la precisione, ha dichiarato di essere «entusiasta e felice per questa vittoria». Sentimenti riecheggiati anche nelle parole di Sarah Wooton, responsabile di un gruppo pro-eutanasia, che ha parlato di una «vittoria del buon senso».

I primi a lamentarsi delle nuove direttive, invece, sono stati alcuni parlamentari sentitisi espropriati della propria funzione legislativa. Le guideline di Starmer vengono, infatti, viste come una “back door”, una porta di servizio da cui far entrare l’eutanasia bypassando il confronto democratico del dibattito parlamentare. Parlando alla House of Commons, il deputato conservatore Mark Pritchard ha denunciato la seria preoccupazione che vive la comunità britannica allarmata dal fatto «che venga tolta la parola alla Camera» e che la via giudiziaria rappresenti, appunto, una nuova «back door attraverso cui introdurre l’eutanasia nel Regno Unito».
Furiose le organizzazioni pro-life. Peter Saunders, del Care Not Killing Alliance, ha aspramente criticato le nuove esimenti senza mezzi termini: «Chiunque prenderà parte ad un suicidio assistito, dichiarerà inevitabilmente di aver agito per compassione. Peccato che l’unico testimone in grado di conoscere come si siano realmente svolti i fatti, nel frattempo, sarà morto».

Anche organizzazioni a sostegno dei disabili non hanno mancato di far sentire la propria voce. Richard Hawkes, direttore di Scope, ha denunciato: «Molti disabili sono spaventati, e con buon motivo, dalle possibili conseguenze di queste nuove regole». «C’è un reale pericolo - continua Hawkes - che le direttive del Director of Public Prosecutions possano tradursi in una pressione psicologica che spinga chi è affetto da disabilità a porre fine alla propria esistenza». Senza parlare dei possibili casi di abuso in cui la soppressione non consenziente del disabile venga poi giustificata dall’omicida attraverso un’inesistente motivo compassionevole. Un altro gruppo che ha fermamente rigettato l’introduzione delle nuove regole sul suicidio assistito, è la combattiva ProLife Alliance, secondo cui la stessa idea che possano esistere delle esimenti al reato di omicidio del consenziente è di per sé aberrante.
La tesi di Starmer e le cause di non colpevolezza contenute nelle sue guideline non possono essere accettate da una società che pretende di considerarsi civile e fonda le proprie basi su una concezione democratica del diritto e della legge. Chiunque abbia un minimo di cultura giuridica non può non avvertire l’esigenza di respingere tout court l’idea di legittimare un omicidio. Senza se e senza ma. Quelle direttive non sono altro, in realtà, che una vera e propria licenza di uccidere.

La polizia egiziana arresta 13 copti, vittime dell’assalto di estremisti islamici


Tra i fermati anche quattro minorenni, fra i 13 e i 17 anni, poi rilasciati. Per i cristiani e i musulmani emesso un provvedimento di custodia cautelare di 15 giorni. A loro carico le accuse di danneggiamento di proprietà pubbliche, incendio doloso e aggressione. Associazione per i diritti umani promuove una conferenza internazionale.


Il Cairo (AsiaNews/Agenzie) – Le forze di sicurezza egiziane hanno arrestato 13 cristiani copti – tra cui quattro minorenni, poi rilasciati – vittime dell’attacco del 12 marzo scorso. A loro carico l’accusa di assemblea religiosa illegale, danneggiamento di proprietà pubbliche, incendio doloso e aggressione. Fermati anche una dozzina di musulmani, su un totale di 2000, autori dell’assalto contro 400 fedeli copti della chiesa di san Michele a Mersa Matrouh, nel nord-ovest dell’Egitto.

A scatenare le violenze degli estremisti l’intervento dell’imam locale, Khamis Mohamad Khamis, durante la preghiera del venerdì. Dai microfoni della moschea di Al-Ansar, situata nelle vicinanze della chiesa di San Michele, adiacente l’edificio che ospitava i copti, il leader islamico ha incitato i fedeli alla “guerra santa” contro il luogo di culto cristiano, orinandone la distruzione, e invocando la cacciata degli “infedeli”.

La folla ha intrappolato i copti all’interno della chiesa e li ha assaliti, razziando le abitazioni prima di dar loro fuoco. Il raid ha causato il ferimento di 23 cristiani, di cui due in modo grave, tanto che è stato disposto il ricovero al Victoria Hospital di Alessandria, distante 200 km. Fonti della chiesa locale denunciano la devastazione completa di 18 case, quattro negozi e 18 auto (nella foto). “Questa gente è completamente rovinata” afferma l’attivista Wagih Yacoub.

L’assalto alla comunità cristiana copta è durato oltre 14 ore. L’intervento – tardivo – delle forze di sicurezza ha evitato la carneficina. Gli agenti hanno trasportato i parrocchiani dalla chiesa, situata nel sobborgo di Rifiyah, alle loro case, presidiando le abitazioni per evitare nuovi attacchi degli estremisti.

Matta Zakaria, sacerdote locale, denuncia all’agenzia AINA “il sequestro di quattro minori, tra i 13 e i 17 anni, da parte della polizia”. Con un “inganno”, gli agenti hanno condotto i giovani in caserma chiedendo loro di identificare gli assalitori musulmani. Tra i giovani vi era anche un ragazzo che non si trovava in chiesa durante l’assalto. I giovani riferiscono anche di “insulti e percosse” da parte delal polizia, che ne ha disposto la scarcerazione dopo l’intervento di alcuni sacerdoti copti.

Le forze dell’ordine hanno aperto un fascicolo di inchiesta a carico degli arrestati – cristiani e musulmani – con l’accusa di assemblea religiosa illegale, danneggiamento di proprietà pubbliche, incendio doloso e aggressione. Il regime di custodia cautelare durerà 15 giorni.

Intanto la Egyptian Union for Human Rights Organization (EUHRO) ha indetto una conferenza internazionale per 21 marzo prossimo. Durante l’incontro si parlerà degli incidenti di Mersa Matrouh, causati dalla “mancanza di un’autorità statale”, e verrà lanciato un appello al governo perché monitori gli interventi degli imam, fonte di violenze confessionali tra cristiani e musulmani.

mercoledì 17 marzo 2010

Perché questo aspetto nuovo?

Così, per cambiare, e per dare al nostro blog un po' dell'aspetto "bambino" di Chesterton.
Questo ci è piaciuto perché ricorda vagamente sia il bambino che era in Chesterton, sia la gratitudine di Robinson Crusoe che trovava i resti del naufragio...

In fondo sono gli aspetti preponderanti della personalità di Chesterton, no?

IL CASO/ Il prete “asino” che dà lezione agli studenti della Bocconi




mercoledì 17 marzo 2010

Padre Aldo Trento ha conquistato l’ennesimo pubblico, questa volta all’università Bocconi. Uno a cui piace definirsi un “asino” ha tenuto incollata alle sedie una platea di studenti di economia di alcuni atenei milanesi, raccontando come gestisce la Fondazione San Rafael, che prende il nome dalla chiesa di cui fino a pochi mesi fa è stato parroco, ad Asuncion in Paraguay.

Padre Aldo ha spiegato come partendo dall’Io e dalla Realtà è riuscito a salvare se stesso dal “male di vivere” che per lungo tempo lo ha attanagliato e da lì ha sviluppato le sue opere sociali che sono un modello per tutta l’America Latina. Le imprese profit della Fondazione sono tutte in utile e il 60% dell’utile netto va alle opere di carità, come la clinica per malati terminali San Riccardo Pampuri.

Il suo “modello di business”, per dirlo alla bocconiana, pur non perseguendo la massimizzazione del profitto, come insegnano i manuali di management, è assolutamente efficace. Secondo padre Aldo alla base di ogni impresa ci sono tre regole: duro lavoro, allenamento della mente e relazione con il Mistero. I bocconiani prendono appunti.

La Fondazione San Rafael ha un vantaggio rispetto a tutti i suoi “competitors”, l’attenzione straordinaria all’educazione e la totale dedizione alla persona: pur potendo contare su finanziamenti cospicui in milioni di dollari, in Paraguay nessuna ONG (organizzazione non governativa) è riuscita a creare una realtà simile.

L’incontro ha dimostrato come padre Aldo possa affascinare anche quando parla di economia e di business, il suo modo totalmente libero di relazionarsi con la realtà abbraccia ogni esperienza umana, dalla storia, alla scienze alla pedagogia. I bocconiani ascoltano e scrivono. E se le “regole” di padre Aldo valessero anche per l’economia mondiale?

(Michele Fontolan)

Mosul, nuova esecuzione mirata contro un cristiano irakeno

Sabah Yacoub Adam, 55 anni, sposato e padre di un bambino, è stato freddato a colpi di pistola. Egli era proprietario di una vetreria e abitava nella zona araba della città. Alle elezioni parlamentari si profila un testa a testa fra Allawi e al-Maliki. Scrutinate l’80% delle schede.

Baghdad (AsiaNews) – Nuova esecuzione mirata contro un cristiano irakeno a Mosul, nel nord dell’Iraq. Questa mattina un commando armato ha ucciso un commerciante di 55 anni, sposato e padre di un bambino. Intanto la Commissione elettorale irakena ha scrutinato l’80% dei voti. Secondo una proiezione stilata dall’Afp, si prospetta un testa a testa fra Allawi e al-Maliki, con un leggero margine di vantaggio per l’ex premier, salito al potere dopo la caduta di Saddam Hussein. L’omicidio è avvenuto questa mattina nel quartiere di al Saa, nei pressi del monastero dei padri domenicani. Sabah Yacoub Adam, 55 anni, sposato e padre di un bambino, è stato freddato a colpi di pistola. Fonti di AsiaNews a Mosul riferiscono che egli era un caldeo praticante, proprietario di una vetreria e abitava nella zona araba della città, alla sinistra del fiume Tigri. L’esecuzione mirata di oggi è solo l’ultima di una lunga striscia di sangue, che ha costretto centinaia di famiglie cristiane a fuggire dalla città, in direzione della piana di Ninive o all’estero. Una spirale di violenza che è cresciuta nelle settimane che hanno preceduto le elezioni parlamentari del 7 marzo scorso, tanto che mons. Emil Shimoun Nona, arcivescovo caldeo di Mosul, aveva parlato di “una Via Crucis che non finisce mai”. Nel frattempo prosegue il conteggio dei voti della Commissione elettorale irakena, giunta all’80% delle schede scrutinate. Da una proiezione diffusa ieri dall’Afp emerge il testa a testa fra l’attuale premier Nouri al-Maliki e l’ex Primo Ministro ad interim Ayad Allawy, capo del governo fra il maggio 2004 e aprile 2005. La proiezione assegna alle liste dei due candidati 87 seggi, sui 310 dei quali è composto il Parlamento irakeno. L’Alleanza nazionale irakena, che raggruppa i partiti religiosi sciiti, segue in terza posizione con 67 seggi e la lista che unisce i due grandi partiti curdi conquisterebbe 38 seggi. Dei 310, ne vanno riservati 15 alle minoranze religiose del Paese, fra cui la cristiana. In base al numero di voti ottenuti, il blocco laico che sostiene Allawi – la lista al-Iraqiya – ha raccolto 2.102.981 consensi, con un margine di 8.984 voti di vantaggio sulla coalizione guidata da al-Maliki, lo State of Law (2.039.997). I partiti religiosi sciiti hanno conseguito 1.597.937 voti e il blocco curdo 1.132.154. L’attuale premier Nouri al-Maliki registra i maggiori consensi a Baghdad, il bacino più consistente nell’assegnazione dei seggi, e in sei regioni a maggioranza sciita. Allawi, invece, pur essendo un musulmano sciita ha un ampio margine di vantaggio in quattro regioni a maggioranza sunnita. La visione laica e il sostegno di sunniti e sciiti hanno premiato il programma proposto dall’ex Primo Ministro.(DS)

Oggi è San Patrizio...


... patrono d'Irlanda, l'Isola di Smeraldo, l'Isola dei Santi.

Perché non chiediamo tutti insieme al buono e caro San Patrizio di dare a questo bellissimo paese, tanto amato ed ammirato da Chesterton, una rinnovata era di bellezza, di letizia, di felicità cattolica (e cioè tremendamente felice, come direbbe Chesterton)?

L'Uomo Vivo è certo che se questo lo chiederemo tutti, poi qualcosa di buono accadrà...

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lunedì 15 marzo 2010

«1861, Chiesa nel mirino»


di Angela Pellicciari, Avvenire – 6 marzo 2010

«Tutte le fonti dell’800, sia di parte cattolica che di pare massonica, dicono la stessa cosa: che la fine del potere temporale del papato era l’obiettivo di forze internazionali legate al protestantesimo e alla massoneria per distruggere la Chiesa». Angela Pellicciari, la studiosa che ha riportato alla luce negli ultimi anni una mole di documenti e fatti sulla violenza dell’utopia risorgimentale – da Risorgimento da riscrivere (Ares 1998) a I panni sporchi dei Mille (Liberal 2003) a Risorgimento anticattolico (Piemme 2004) – si dice sconcertata all’idea che ci sia ancora chi, anche nel mondo cattolico, neghi od occulti queste cose».
Non fu dunque, quello contro la Chiesa, un conflitto collaterale all’obiettivo dell’unità d’Italia?
«Pio IX lo disse in decine di interventi e così Leone XIII: la fine del potere temporale era strumentale al crollo del potere spirituale. Liberali e massoni erano convinti che togliendo al Papato le sue ricchezze questo sarebbe crollato anche spiritualmente.Perché proiettavano sulla Chiesa le lorocategorie».
Fu anticattolicesimo o piuttosto anticlericalismo, contro l’invadenza della Chiesa in ambito secolare?
«Non si è trattato di anticlericalismo, ma di anticattolicesimo, che è cosa molta diversa. Una circolare del Grande Oriente del 1888 dice proprio questo ai fratelli: guardatevi bene dal non usare la parola anticattolicesimo, ma di usare la parola anticlericalismo, perché noi non siamo ufficialmente contro Cristo e la Chiesa, siamo solo contro i clericali che la snaturano».
Anche lo Statuto Albertino, infatti, riconosceva, all’articolo 1 quella cattolica come la sola religione di Stato...
«Nell’800 la grande maggioranza degli italiani era alla ricerca di una qualche forma di Stato unitario o federale. Pio IX era favorevole e insieme a lui tutta la Chiesa. Quando di questo progetto si appropriano in modo anti-cattolico i Savoia e i liberali di tutto il mondo – liberali di tutto il mondo unitevi è il vero slogan dell’800, che precede quello marxista – in un tale contesto il papa e i cattolici, ovviamente, si tirano indietro. Ora, qual era la motivazione ufficiale per cui competeva ai Savoia liberare l’Italia? Era che loro erano moralmente migliori degli altri sovrani, perché favorevoli a una monarchia costituzionale in uno Stato cosiddetto liberale. Arriviamo al punto. Nel 1848 è approvato lo Statuto Albertino e nel 1848 il parlamento sabaudo discute di come sopprimere i gesuiti. Ma i gesuiti non sono un ordine della Chiesa cattolica, unica religione di Stato? Fatto sta che i beni della Compagnia di Gesù vengono espropriati mentre i gesuiti sono sottoposti a domicilio coatto perché rei del nome. Sottolineo: uno Stato liberale che mette al domicilio coatto delle persone... perché ree del nome! Nel ’55 allungano il passo e sopprimono gli ordini mendicanti e le monache di clausura: 35 ordini religiosi. Alla fine del Risorgimento, nel ’73, vengono estese a Roma le leggi eversive, ovvero i 57mila membri di tutti gli ordini religiosi (ribadisco: della Chiesa di Stato...) sono messi sulla strada e i loro beni vengono espropriati. Beni donati dal popolo italiano nell’arco di secoli, che finiscono ad arricchire i liberali: migliaia di edifici bellissimi, circa due milioni di ettari di terra, dipinti, sculture, oggetti d’argento, pietre preziose, archivi, biblioteche... Questa operazione la vogliamo chiamare rispettosa della Costituzione? Per non parlare delle 24mila opere pie che operavano in tutta Italia: soppresse. È grazie a provvedimenti di questo tipo che l’Italia si è trasformata – per la prima volta nella sua storia millenaria – in una nazione di emigranti. Il Risorgimento è riuscito nell’impresa di trasformarci in una nazione da nulla: l’Italietta».
Si sono accaniti meno sul clero secolare, tuttavia. Come mai?
«Perché i religiosi non vivevano come i parroci in mezzo alla gente e i liberali volevano evitare una sollevazione di massa. Questo era chiarissimo già dal ’48, nei dibattiti del Parlamento subalpino. Non di meno, il codice penale approvato nel ’59, agli articoli 268, 269 e 270, imponeva al clero di obbedire a tutte le leggi dello Stato e puniva con il carcere di due anni e duemila lire di multa tutti coloro che disobbedivano con 'parole, opere e omissioni'. In sostanza, i preti che si azzardavano in chiesa a ricordare che il governo liberale era scomunicato incorrevano in questo reato di 'parole'... Un prete, ovviamente, non poteva sposare o celebrare il funerale di un liberale scomunicato: qui scattava la disobbedienza per 'omissione'. Questo era il rispetto della 'sola religione di Stato'. Il Risorgimento ha attuato gli stessi provvedimenti anticattolici messi in atto tre secoli prima dalle nazioni protestanti: l’unica differenza è stata che, mentre Lutero, Calvino ed Enrico VIII, agivano in odio dichiarato alla Chiesa cattolica, i liberali italiani erano vincolati al rispetto formale della Costituzione e si professavano più cattolici del papa. Una menzogna radicale che invano Pio IX ha denunciato in decine di encicliche, oggi del tutto dimenticate».
Una 'liberazione' più o meno brutale del Kulturkampf in Germania, per esempio?
«Certamente più violenta del Kulturkampf, che è stato fermato dall’azione del Zentrum, il partito cattolico di centro. Qui sono andati ben oltre e non li ha fermati nessuno. Si sono arrestati, ad un certo punto, solo per la paura dell’ondata socialista». Si cita spesso, per ridimensionare la portata di quegli avvenimenti, la frase di Paolo VI sulla «Provvidenza che tolse al papato le cure del potere temporale perché meglio potesse adempiere la sua missione spirituale nel mondo».
«Una frase strumentalizzata. Intanto dire che è finito il potere temporale, come fanno in molti, è dire un’inesattezza. Il potere temporale è ridotto a un territorio simbolico, ma c’è e questo salva la libertà della Chiesa nella libertà del papa dal non essere suddito/cittadino di nessun altro Stato. Il papa è sovrano in Vaticano. Secondo, Dio è capace di estrarre da un male un bene maggiore. Ma questo è, per l’appunto, opera della sua provvidente onnipotenza. Fosse stato per i liberali, la Chiesa cattolica avrebbe semplicemente cessato di esistere».

Sempre sul caso EllaOne

Dall'inserto E' Vita di Avvenire dell'11 Marzo 2010

La prossima frontiera di Gianfranco Amato

«EllaOne: un inganno commerciale?»

Il foglietto della «pillola dei cinque giorni dopo» parla di «contraccettivo d’emergenza» Poi nelle controindicazioni cita la «gravidanza». Allora è un abortivo! Ma le norme europee sono molto severe con questo genere di pratiche ingannevoli

Continua la polemica sull’annunciata introduzione nel mercato italiano della pillola abortiva EllaOne – la «pillola dei cinque giorni dopo» – surrettiziamente contrabbandata per contraccettivo d’emergenza. A me pare si tratti di una vera e propria pratica commerciale ingannevole. Nel senso giuridico del termine. Mi riferisco, infatti, all’ipotesi contemplata dall’art. 21, primo comma, lett. a) e b) del Codice del Consumo, recentemente modificato a seguito del Decreto legislativo 2 agosto 2007, n. 146, con cui è stata recepita la Direttiva europea 2005/29/Ce dell’11 maggio 2005, relativa alle pratiche commerciali sleali tra imprese e consumatori nel mercato interno.

La citata disposizione del Codice del Consumo, infatti, espressamente prevede che debba considerarsi ingannevole una pratica commerciale non solo se contiene «informazioni false» ma pure se «in qualsiasi modo, anche nella sua presentazione complessiva, inganni o possa ingannare il consumatore medio», e ciò «anche se l’informazione è di fatto
corretta». L’inganno deve riguardare «l’esistenza o la natura del prodotto», ovvero «le caratteristiche principali del prodotto», quali, tra l’altro, «la composizione», «l’idoneità allo scopo» e i «risultati che si possono attendere dal suo uso».

Il punto 4 (caratteristiche cliniche) del bugiardino di EllaOne espressamente attribuisce alla pillola, tra le «indicazioni terapeutiche» (4.1), la natura di «contraccezione d’emergenza cui ricorrere entro 120 ore (cinque giorni) da un rapporto sessuale non protetto o dal mancato funzionamento di un contraccettivo». Fa un certo effetto, poi, leggere al successivo punto 4.3 relativo alle controindicazioni, la parola «gravidanza»...

In realtà, è ormai arcinoto come la composizione chimica di EllaOne sia costituita sostanzialmente da una molecola chiamata «ulipristal acetato», un antiprogestinico di seconda generazione che si lega ai recettori del progesterone esattamente come la pillola abortiva Ru486. È altrettanto arcinoto che nella fisiologia della riproduzione, l’embrione a 5 giorni dal concepimento è già in utero per annidarsi, per cui l’azione dell’ulipristal acetato (la cui farmacodinamica è pressoché identica a quella del mifepristone della Ru486), contrastando proprio l’annidamento dell’embrione, non svolge un’azione contraccettiva ma un’azione intercettivaabortiva. Non è un caso, del resto, che le prime ricerche su EllaOne siano state effettuate partendo proprio dagli studi sulla Ru486.

E’quindi evidente che pubblicizzare EllaOne come un contraccettivo d’emergenza anziché come un prodotto abortivo, viola a tutti gli effetti le citate disposizioni normative a tutela del consumatore. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensi di ciò l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, la quale, ai sensi dell’art. 27 del Codice del Consumo, ha l’obbligo di vigilare e intervenire proprio nei casi di pratiche commerciali ingannevoli.
Nel frattempo, mentre attendiamo un possibile pronunciamento di quell’Authority, non si può non denunciare la grave manipolazione semantica posta in essere e l’odiosa violazione che da essa deriva ai diritti delle donne, tra i quali esiste, certamente, quello di avere un’informazione chiara e obiettiva. Soprattutto quando si tratta di assumere sostanze che possono avere riflessi anche di natura morale, etica, filosofica, culturale.

Questa discutibile operazione di marketing ingannevole mi ha fatto venire in mente il concetto di 'antilingua' coniato da Italo Calvino nel 1965, ovvero di «quell’italiano surreale che ha contagiato il nostro linguaggio quotidiano», e che Pier Giorgio Liverani, nel suo Dizionario dell’Antilingua spiega bene come tenda, a volte, a sostituire parole che evocano fatti drammatici, al punto che chi ascolta arriva a «perdere la sensibilità per determinate situazioni o per certi problemi etici», diventando «più accomodante magari non sul piano dei princìpi ma su quello della prassi». Del tipo «contraccezione» al posto di «aborto».

J'ACCUSE/ Sembra una pillola, invece è un aborto: arriva la sorellina della Ru486

Riproponiamo per coloro a cui fosse sfuggito l'articolo di Gianfranco Amato su EllaOne, un'interessante storia...

Gianfranco Amato - Il Sussidiario dell'8 Marzo 2010

Sta per irrompere sul mercato italiano EllaOne la pillola dei cinque giorni dopo. Spacciata per anticoncezionale d’emergenza, EllaOne sarà un nuovo rimedio per impedire una gravidanza indesiderata entro 120 ore da un rapporto sessuale potenzialmente fertile. Vediamo di cosa si tratta esattamente.
Questa pillola contiene una molecola che si chiama ulipristal acetato, un antiprogestinico di seconda generazione. Per i profani è sufficiente sapere che quel composto sintetico si lega ai recettori del progesterone (ormone prodotto dalle ovaie) esattamente come la pillola abortiva RU486. L’azione del progesterone è fondamentale per l’iniziale sviluppo della gravidanza poiché prepara l’utero ad accogliere l’embrione ed EllaOne, legandosi appunto ai recettori di quell’ormone ne inibisce l’azione.
Poiché, quindi, contrasta l’annidamento dell’embrione, quella pillola svolge in realtà un’azione intercettiva-abortiva. E non contraccettiva. Non è un caso, infatti, che i primi studi sulla EllaOne siano stati realizzati proprio confrontando la sua azione con quella della RU486.
E’ interessante anche analizzare la differenza tra EllaOne e la cosiddetta “pillola del giorno dopo”, ovvero la contraccezione a base di levonorgestrel. Il più rilevante tratto distintivo si riferisce al periodo di assunzione dei due prodotti. Mentre il levonorgestrel, infatti, deve essere assunto entro 72 ore, la posologia di EllaOne prevede un arco temporale maggiore, ovvero un’assunzione entro le 120 ore (5 giorni). Peccato, però, che nella fisiologia della riproduzione, l’embrione a cinque giorni dal concepimento sia già in utero per annidarsi. Più interessante appare la correlazione tra EllaOne e la RU486.
Entrambe le molecole, infatti, appartengono al gruppo degli antiprogestinici, i quali svolgono la loro azione inibitoria dell’annidamento dell’embrione. La farmacodinamica dell’ulipristal acetato è, peraltro, pressoché identica a quella del mifepristone (Ru486). Parole complicate per dire che si sta spacciando per contraccettivo un prodotto che, invece, ha effetti abortivi.
Tutto regolare? Non direi proprio.
Com’è noto, la Direttiva europea 2005/29/CE dell’11 maggio 2005, relativa alle pratiche commerciali sleali tra imprese e consumatori nel mercato interno, prevede una severa disciplina in materia. E l’Italia è stato il primo Paese dell’Unione a recepire integralmente quella direttiva, attraverso il Decreto Legislativo 2 agosto 2007, n. 146, il cui art.21, primo comma, lett. a) e b), espressamente prevede che debba considerarsi ingannevole una pratica commerciale non solo quando contiene «informazioni false» ma pure quando «in qualsiasi modo, anche nella sua presentazione complessiva, inganni o possa ingannare il consumatore medio», e ciò «anche se l’informazione è di fatto corretta».
L’inganno deve riguardare «l’esistenza o la natura del prodotto», ovvero «le caratteristiche principali del prodotto», quali, tra l’altro, «la composizione», «l’idoneità allo scopo» ed i «risultati che si possono attendere dal suo uso». EllaOne, come si è visto, agisce impedendo il proseguimento dello sviluppo dell’embrione, giacché rende impossibile il suo annidamento nella parete uterina.
Non si tratta, dunque, di un effetto contraccettivo bensì di un meccanismo prevalentemente abortivo qual è quello antinidatorio, che si estrinseca dopo l’avvenuta fecondazione, quando è già iniziato il processo di sviluppo di una nuova vita umana. Sul punto, lo stesso Prof. Baulieu – padre della pillola abortiva RU486, e quindi insospettabile sotto il profilo bioetico - ha affermato che «l’interruzione della gravidanza dopo la fecondazione può essere considerata alla stregua di un aborto» (Il Punto sulla RU486, in «JAMA ed. italiana», 1990, 2,12).
Anche la logica, del resto, vuole la sua parte. Dal punto di vista etimologico il termine “contraccezione” deriva dall’inglese contra-conception e sta ad indicare l’attività volta ad impedire la concezione, la fecondazione. Ora come può EllaOne pretendere, logicamente, di impedire qualcosa che in realtà è già avvenuto, ovvero la fecondazione? Dopo il concepimento, in realtà, non si è più nell’ambito della contraccezione ma in quello contragestazione, cioè dell’attività che contrasta la gestazione. Impedire l’annidamento significa impedire lo sviluppo di una vita già iniziata.
Sempre in tema di logica, è interessante notare che il punto 4.1 delle istruzioni per l’uso di EllaOne, relativo alle «indicazioni terapeutiche», includa tra i casi in cui assumere la pillola anche la «contraceptive failure», ovvero l’ipotesi di mancato funzionamento di un contraccettivo. Come si può, quindi, logicamente immaginare che il rimedio al fallimento di un contraccettivo possa essere un altro contraccettivo? Alla “contraceptive failure” non può che seguire un’azione contragestatoria, ovvero abortiva.
Ora, da quanto fin qui evidenziato, risulta evidente che presentare EllaOne come u contraccettivo d’emergenza anziché come un prodotto abortivo, rappresenti una grave manipolazione semantica, tale da integrare una vera e propria pratica commerciale ingannevole, in palese violazione dell’art. 6, primo comma, lett. a) e b) della Direttiva 2005/29/CE, e dell’art.21, primo comma, lett. a) e b) del Decreto Legislativo 2 agosto 2007 n.146, violazione sulla quale, peraltro, dovrebbe intervenire l’ Autorità Garante della concorrenza e del mercato.
Né si può tacere sulla natura e sull’oggetto dell’inganno. La posta in gioco, in realtà, assume rilievi non indifferenti di natura morale, etica, filosofica, culturale. Usare un contraccettivo non è come abortire. Per questo l’informazione deve essere chiara e obiettiva, affinché una donna possa acquisire la piena consapevolezza della sua scelta e sappia che qualora opti per l’uso della pillola EllaOne non sta evitando un aborto. Lo sta praticando.

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Lo "schiaffo" del cardinale O’Brien ai laburisti inglesi

di Gianfranco Amato - da Il Sussidiario di sabato 6 marzo 2010 -

Un grazie sonoro all'amico Gianfranco Amato.

Un sonoro ceffone è stato metaforicamente inferto al segretario del partito laburista scozzese Jim Murphy, da parte di un uomo di Chiesa noto per la sua coraggiosa schiettezza. Si tratta del cardinale Keith Michael Patrick O’Brien, Arcivescovo di St. Andrews ed Edimburgo e Presidente della Conferenza Episcopale scozzese, che prendendo spunto dalla recente deriva legislativa in materia di libertà religiosa, di adozione per le coppie omosessuali e di unioni civili, ha accusato il Governo di aver «totalmente ignorato» i principi della Chiesa Cattolica Romana.
La severa reprimenda dell’alto prelato è nata come reazione ad un discorso tenuto da Murphy durante la riunione di un think-tank laburista tenutasi lo scorso 23 febbraio. Il segretario aveva, infatti, invitato a «prendere in considerazione e rispettare» i valori degli elettori credenti.
In quell’incontro, peraltro, lo stesso Murphy aveva espresso l’opportunità politica di blandire i voti di quel particolare bacino di elettori, arrivando persino a spiegare come fosse necessario ribadire che le stesse Sacre Scritture attribuiscano al partito laburista «la legittimazione ideologica per cambiare i vecchi ordinamenti». E si era messo pure a citare la Bibbia: «Come Davide dice nel Salmo 9, “il Signore è un riparo per l’oppresso e un rifugio sicuro in tempo di angoscia”».
Il discorso, com’era prevedibile, non è stato particolarmente gradito dal superlaico Terry Sanderson, presidente della National Secular Society, che ha accusato Murphy di aver trascinato, con le sue parole, il partito laburista in un «terreno pericoloso». «Non è più il caso» ha protestato l’anticlericale britannico «che ai preti sia consentito ingerirsi nella politica e condizionare il voto dei fedeli».
Il Cardinale scozzese, notoriamente poco avvezzo alle diplomazie curiali – è, infatti, uno che non ama mandarle a dire – non si è lasciato irretire dai tentativi opportunistici di strumentalizzare il voto cattolico. Monsignor O’Brien, a differenza del laicista Sanders, preferisce alle fumisterie ideologiche, il pragmatismo chestertoniano. E, quindi, grazie ad un sano senso della realtà, unito ad una profonda conoscenza della natura umana, non è caduto nella trappola dei politicanti.
Anzi, proprio il discorso di Murphy gli ha dato il destro per sferrare un attacco frontale. Così, il porporato ha denunciato come nel Regno Unito si sta da tempo assistendo ad un «sistematico e spietato attacco ai valori familiari» grazie all’attuale governo. Ha poi proseguito con un lungo cahier de doléances.
«Quando si è introdotta la legge che ha permesso la sperimentazione sugli embrioni umani e la loro conseguente distruzione», ha tuonato il Cardinale, «le obiezioni della Chiesa e delle altre confessioni religiose sono state totalmente ignorate». «Quando si è introdotta la legge sulle unioni civili e sulla possibilità di adozione per le coppie dello stesso sesso» ha proseguito il porporato «le obiezioni della Chiesa e delle altre confessioni religiose sono state totalmente ignorate».
«Quando il governo si è rifiutato di affrontare il drammatico problema dell’aumento del numero di aborti» ha incalzato Sua Eminenza «le obiezioni della Chiesa e delle altre confessioni religiose sono state totalmente ignorate». «E più recentemente», ha proseguito monsignor O’Brien, «nelle ultime proposte di legge destinate a scardinare definitivamente quel che resta della libertà religiosa, questo governo non ha tenuto nel minimo conto le preoccupazioni dei credenti». Questo sì che è un evangelico parlar chiaro, privo di quella ridondante ambiguità che, come insegna il Nazareno, «a Malo est».
I veri Pastori, del resto, si manifestano nei momenti di difficoltà, ed oggettivamente la Chiesa cattolica, - insieme a tutta la cristianità –, vive oggi in Gran Bretagna una situazione davvero drammatica.
Un’ultima considerazione sull’utilizzo improprio delle Sacre Scritture da parte del laburista Jim Murphy. Quando ho letto della sua citazione del Salmo 9, mi è venuto in mente l’episodio della terza tentazione di Gesù nel deserto.
Satana condusse il Figlio di Dio sul pinnacolo del tempio di Gerusalemme e, invitatolo a gettarsi, Gli citò testualmente un verso del Salmo 91: «Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede». Evidentemente anche il demonio ama citare la Bibbia per i suoi malevoli scopi. E pare abbia una particolare predilezione per i salmi.

Ignatius Press riprende l'intervista di Zenit al nostro Presidente

In questo collegamento trovate l'intervista al nostro presidente su La Chiesa Cattolica - Dove tutte le verità si danno appuntamento apparsa su Zenit tradotta in inglese e ripresa dal sito dell'importante editrice cattolica statunitense Ignatius Press.

domenica 14 marzo 2010

Dal prof. Carlo Bellieni

di Carlo Bellieni

Su Repubblica del 10 marzo Stefano Rodotà spiega cosa è secondo lui la laicità. "La laicità si rivela un presidio contro la pretesa di qualsiasi potere di impadronirsi della vita" e fin qui ci troviamo d'accordo. Il problema nasce quando spiega cosa significa per lui laicità. "Laicità rinvia ad autonomia", scrive nel discorso tenuto in occasione del ricevimento del premio Laico dell'anno, "e questa si declina come autodeterminazione". E aggiunge: "sovranità e proprietà sono parole che non da oggi accompagnano la nostra definizione del rapporto col corpo, dunque con la vita tutta intera". La laicità per Rodotà si lega indissolubilmente al tema dell'autodeterminazione. Ma l'autonomia (auto-nomos = legge fatta da se stessi), o l'autodeterminazione sono realmente degli ideali? Sono raggiungibili? E sono l'ideale della laicità?

Decidere da sé sulla propria vita è un buon ideale, ma bisogna vedere fin dove questo "da sé" si spinge: il fatto è che la generazione attuale è triturata da un nemico più forte dell'ingerenza di Stato, chiesa o altro sulle sue decisioni: si chiama solitudine. Il problema principale oggi non è come liberare l'uomo dalle ingerenze esterne, ma come facilitare all'uomo l'incontro con gli altri, con la cerchia dei vicini, con l'affetto dei figli, con la solidarietà dello Stato. La gente vuol stare più sola e decidere nel proprio privato o desidera invece più calore umano, più aiuto nel momento del bisogno? Il grande dramma delle persone disabili oggi non è di non sapere come far valere il proprio diritto a morire, ma di come trovare un luogo per vivere. Il dramma delle poche persone che chiedono di morire, come mostra la letteratura scientifica con fior fior di ricerche, è che in buona parte si tratta di persone lasciate addirittura senza adeguata assistenza psicologica, cui se si ripristinano le migliori condizioni psico-ambientali il desiderio di morire si muta e retrocede. E la richiesta di aborto spesso nasce dalla solitudine, dalla assenza di un adeguato supporto sociale e affettivo: le donne oggi vogliono un maggior accesso all'aborto (quale donna italiana trova difficoltà oggi ad abortire?), o maggiori facilitazioni per avere figli? Che libertà è quella di chi è lasciato solo? Eppure sui mass-media pagine e pagine illustrano come reclamare i diritti di fine-vita (propria o del feto), ma pochissime come far valere quelli delle varie realtà emarginate e sole (donne povere, malati…). Dunque l'autodeterminazione assoluta non ci pare ai primi posti nei desiderata dei nostri contemporanei, che vorrebbero più umanità e più rapporti  e città vivibili e sostenibili.

L'autodeterminazione è attuabile? Pensare che le nostre decisioni (a partire dal tipo di studi che intraprendiamo, dal tipo di auto che compriamo, dai programmi TV che guardiamo o dal giornale che leggiamo) siano scelte davvero libere è difficile da sostenere. Viviamo immersi dentro messaggi mediatici fatti apposta per condizionare: professionisti sono pagati per studiare colori, slogan, materiali per suggestionarci, e alcuni arrivano a farlo in tutto, fino ad inventare malattie fittizie per convincere la popolazione di avere malattie inesistenti e comprare farmaci (è il fenomeno del ben noto disease mongering), e ci riescono. Ricordiamo più le musiche degli spot TV che un'aria cantata da Bocelli; abbiamo appena pubblicato uno studio in cui mostriamo che il potere della TV sui nostri riflessi è molto maggiore di quello che ha ascoltare un semplice racconto (European Journal of Pediatrics, in press), ad ogni angolo di strada vediamo cartelloni che inneggiano allo stesso-identico-immutabile stile di vita e saremmo liberi di decidere? Siamo davvero padroni o sovrani di come ci vestiamo, di quanti figli facciamo (i sondaggi mostrano che di figli le donne italiane ne vorrebbero molti, ma poi ne fanno 1, max 2)? E le nostre esperienze infantili di tristezza o gioia, forse non ci influenzano, non ci costruiscono, non ci creano schemi che ci porteremo dietro per tutta la vita? Ma se le scelte non sono libere, non abbiamo forse bisogno di un clima sociale che ci aiuti a non essere preda delle influenze socio-mediatiche che ci vogliono piegati ad una cultura in cui si vale solo se si produce? E l'unica chance di sopravvivenza è non restare isolati, facilmente schiacciabili e controllabili dai media e dalla moda.

Insomma, la laicità forse è qualcosa di più di un'impossibile autodeterminazione. E ci piace pensare che l'ideale laico sia invece un mondo solidale, non semplicemente tollerante, ma portatore della certezza che tutti sono una risorsa per gli altri. Laicità è la certezza che qualunque caratteristica o lavoro o malattia io abbia, qualunque etnia o religione io abbracci, io valgo e lo Stato ha l'obbligo di aiutarmi. Certo esistono dei limiti all'intervento dello Stato e questi sono stati mostrati in varie occasioni: non si deve imporre una religione, non si deve violare il diritto delle minoranze, non si deve usare un trattamento terapeutico quando è inefficace o intollerabile per il paziente: certamente. Ma lo stile laico viene un attimo prima: riconoscere che l'ideale umano è un ideale sociale, quello per cui negli anni '60 teoricamente si erano creati i consultori familiari, per cui esiste un sistema sanitario gratuito e a libero accesso, per cui si è creato un sistema educativo che non lascia fuori nessuno in base al censo.

Lo stile laico è partire dal desiderio reale della persona, che si sviluppa in un confronto umano, non da quello espresso in un momento di disperazione o solitudine; è partire dai dati della ricerca scientifica che da anni ha ben analizzato le dinamiche della persona che soffre; è partire dalla lotta al dolore, ancora arretrata in molti aspetti, dalla ricerca terapeutica per le disabilità mentali oggi ancora troppo trascurate; è partire dall'imperativo kantiano di non trattare nessuno come un mezzo, fosse anche un embrione o un vecchio parkinsoniano. Questo stile apre ad un laicismo solidale, del quale abbiamo tutti bisogno e che ci piace di più che quello autodeterminista.

venerdì 12 marzo 2010

Invictus a Cupra Marittima


A Cupra Marittima (AP) è in programmazione al Cinema Margherita il bel film Invictus, che riteniamo interessante.

Da dire: l'Uomo Vivo e diversi chestertoniani sono piuttosto fissati per il rugby...

Invictus
sabato 13 ore 21.15
domenica 14 ore 18.00 - 21.15
lunedì 15 ore 21.15


Per maggiori informazioni:

http://www.cinemamargherita.com

lunedì 8 marzo 2010

Chesterton all'Holy Cross

http://www.holycross.edu/departments/library/website/archives/57-cshtf.html

In questo collegamento trovate la foto che ritrae l'arrivo di
Chesterton all'Holy Cross (per riprendere l'argomento del post
precedente).

Celebrazioni chestertoniane negli Stati Uniti.

http://www.holycross.edu/publicaffairs/press_releases/2009-2010/gk_chesteron

Il collegamento qui sopra riporta al sito della Holy Cross University
negli Stati Uniti, che quest'anno celebra gli ottanta anni dalla
trionfale visita di Gilbert Keith Chesterton all'ateneo americano.

In programma c'è anche il
nostro caro amico Padre Ian Boyd.

Per la cronaca, uno dei pochissimi brani video che vede protagonista
Chesterton è proprio la cerimonia di consegna del titolo di Crociato
al nostro Gilbert (lo trovate sul nostro blog, nonché su Youtube).

domenica 7 marzo 2010

La Scuola Chesterton è a Dublino

Volevamo segnalare agli amici del blog e della Società che la Scuola
Media Libera "Gilbert Keith Chesterton" di San Benedetto del Tronto è
in soggiorno di studio a Dublino e potete trovare delle belle foto sul
blog

http://piergiorgiofrassati.blogspot.com

venerdì 5 marzo 2010

Un aforisma al giorno

"La cosa veramente incredibile dei miracoli è che accadono".

Gilbert Keith Chesterton

martedì 2 marzo 2010

Un aforisma al giorno

«Diventare cattolici allarga la mente. In piedi nel punto in cui tutte le strade si incrociano, l’uomo può guardare in fondo a ciascuna e rendersi conto che provengono da tutti i punti del cielo».

Gilbert Keith Chesterton, La Chiesa Cattolica - Dove tutte le verità si danno appuntamento

CHESTERTON, UN PENITENTE GIOIOSO - Avvenire recensisce La Chiesa Cattolica - Dove tutte le verità si danno appuntamento


di FULVIO PANZERI - da Avvenire di oggi 2 Marzo 2010

Di quanto la parola di un grandissimo autore qual è Chesterton sia ancora attualissima, nella sua lucidità di giudizio e nella sua ironica visione del mondo e della Chiesa, lo stanno a dimostrare alcuni scritti minori che ritornano in libreria, in nuove edizioni, dopo fugaci apparizioni in italiano di molti anni fa. Ora è la volta de «La Chiesa cattolica. Dove molte verità si danno appuntamento», ora riproposto da Lindau, testo quasi inedito, mai più stato ristampato in Italia dopo una prima edizione degli anni Cinquanta. E non si riesce a capire perché, in quanto questo risulta «capitale» per capire, non solo la conversione di Chesterton, ma per ritrovare la coscienza di quanto il cristianesimo e la pratica della fede abbiano bisogno di mettersi continuamente nell’ottica del «convertito», per ritrovare una certezza e una fiducia rinnovati, sia per il proprio «credo», sia per l’appartenenza alla Chiesa cattolica. È un testo scritto nel 1927, breve ma assai incisivo, in cui Chesterton mette a confronto la Chiesa anglicana con la Chiesa cattolica, proprio per discutere in profondità la radice della propria scelta, per testimoniare non solo la grande gioia ricevuta dopo il passaggio al cattolicesimo: «Diventare cattolici allarga la mente. In piedi nel punto in cui tutte le strade si incrociano, l’uomo può guardare in fondo a ciascuna e rendersi conto che provengono da tutti i punti del cielo». A Chesterton interessa soprattutto interrogarsi sui pregiudizi di una cultura che ha fatto sì che la sua formazione si nutrisse di considerazioni errate sulla Chiesa cattolica. Questo scritto può essere letto quindi anche nell’ottica di una «confessione» laica, perché come sottolinea lo stesso Chesterton «se un convertito vuole parlare di conversione, dovrà cercare di ripercorrere i suoi passi all’indietro, uscendo da quel santuario per tornare al deserto assoluto in cui credeva davvero che questa eterna giovinezza fosse solo la Vecchia Religione».
Lo scrittore sa che questo è difficilissimo, ma ci prova, anche se con molti dubbi, tanto che alla fine di questo divagante saggio in cui delinea, anche attraverso la propria esperienza, l’anima del convertito, si trova a constatare quanto «questi appunti siano troppo personali, eppure non posso immaginare come si possa illustrare altrimenti un qualsiasi concetto di conversione». Riletto oggi il libro assume un carattere molto più largo che travalica la singola esperienza chestertoniana per porsi come un saggio che mette in luce la necessità di riconoscere il proprio errore. Un quaderno «penitenziale» quindi che diventa «il libro d’ore» per questi giorni di quaresima, visto che è segnato da una convinzione: «Non è fanatismo avere la certezza di essere nel giusto, mentre lo è non arrivare a immaginare come potremmo esserci sbagliati». Proprio in quest’ottica riusciamo a capire l’importanza che l’autore pone nel sacramento della Penitenza: «Il convertito ne è abbastanza vicino da averne scoperto il realismo, ma non ancora a sufficienza per vederne la ragionevolezza e il buon senso».
È necessario, quindi, ritrovarsi, interiormente, in quanto «l’ancor più minuscolo confessionale è come una chiesa dentro la chiesa», un luogo dove scoprire che «la fede è un paradosso più grande se contemplata dall’interno piuttosto che dall’esterno».

lunedì 1 marzo 2010

Zenit intervista il nostro presidente

La storia e le ragioni della conversione di Gilbert Chesterton
Intervista a Marco Sermarini, Presidente della Società Chestertoniana Italiana

di Antonio Gaspari

ROMA, lunedì, 1° marzo 2010 (ZENIT.org).- La Lindau ha appena ripubblicato uno dei libri più famosi di Gilbert Chesterton la "Chiesa Cattolica. Dove tutte le verità si danno appuntamento".

Si tratta del libro in cui Chesterton racconta la sua conversione religiosa avvenuta nel 1922

Con la consueta genialità, ironica e brillante, il grande scrittore inglese racconta la trepidazione della sua anima perennemente in bilico durante le tre fasi che precedono l'ingresso nella Chiesa di Roma: l'assunzione di un atteggiamento intellettualmente onesto nei confronti di essa, quindi la sua progressiva e irresistibile scoperta e infine l'impossibilità di abbandonarla una volta entratovi.

Per Chesterton il cattolicesimo è una forza sempre nuova, in grado di competere con le altre religioni (oltre che con le altre confessioni cristiane) e con le ideologie prodotte dalla modernità dei suoi tempi (socialismo, spiritismo).

Al termine del pellegrinaggio lo scrittore inglese arriva alle stesse conclusioni del Pontefice Benedetto XVI, scoprendo che il fondamento della autentica universalità della Chiesa risiede nella razionalità e nella libertà del cattolicesimo.

Nell'introduzione al volume Marco Sermarini, Presidente della Società Chestertoniana Italiana, ha scritto che "quando Chesterton parla di religione, ne parla sempre a partire dalla ragione e dalla vita. Non fa un ‘discorso ecclesiastico' o clericale. Può partire da un pezzo di gesso, un dente di leone o un tramonto per arrivare al rapporto di ciascuno di noi con il Mistero. Perché per lui fu così: il Mistero che fa tutte le cose si manifestò nella sua vita attraverso gli umili ma potenti segni dell'allegria familiare, del gusto del bello scorto nelle cose di tutti i giorni".

Per conoscere a fondo Chesterton e le ragioni che lo portarono alla conversione, ZENIT ha intervistato Marco Sermarini, uno degli italiani che più hanno studiato l'autore inglese.

Perché ha caldeggiato e introdotto questo libro?

Sermarini: E' una delle opere che riescono meglio a far capire il pensiero di Chesterton sul fatto religioso, anzi, sulla sua adesione piena di ragione e di cuore al cattolicesimo; e soprattutto perché è molto utile oggi alle persone che si troveranno a leggerla.

A chi la fede già l'ha avuta in dono, perché permetterà di ripercorrerne le ragioni fondanti. A chi non ce l'ha ma la desidera, perché comprenderà quanto essa sia importante in aiuto alla ragione. A chi non ce l'ha e neppure la cerca, perché troverà un cattolico contento, arguto, intelligente e pure simpaticissimo in grado di fargli venire la voglia di averla.

Chesterton è ancora attuale oggi? Quali sono le opere e i concetti che lo rendono moderno?

Sermarini: Credo di avere in parte risposto. Tante volte tra amici ci troviamo a dire che ci vorrebbe un Chesterton (e vi assicuro che non ce n'è uno alla sua altezza, nessuno si offenda: troppo intelligente, troppo simpatico, troppo leggero e serio al tempo stesso, troppo battagliero e lontano dalle seduzioni di "destra sinistra centro"), ma poi scopriamo che se ci fossero sempre più chestertoniani in giro a far conoscere il suo pensiero sarebbe già molto più di qualcosa.

Ossia, se si riuscisse a far conoscere sempre più il suo pensiero, tutti se ne gioverebbero moltissimo. Infatti, in maniera apparentemente inspiegabile ci troviamo spesso a leggere nelle sue opere cose che stanno accadendo oggi, e che lui cento anni fa aveva già viste e capite. L'inspiegabilità è solo apparente, perché Chesterton aveva un'intelligenza acutissima illuminata da una fede cristallina, e quindi riusciva a leggere molto più lontano di tanti altri quello che già era iscritto nei fatti che stava vivendo e nelle idee del suo tempo.

Fra le sue opere le più rappresentative sono Ortodossia, Autobiografia, Uomovivo, la "saga" di Padre Brown e altre ancora. Ciò che lo caratterizza in modo assoluto è l'uso rigoroso della ragione dietro i fuochi artificiali dei suoi paradossi e della sua scoppiettante ironia. Stanley Jaki, letta l'Ortodossia e in particolare il capitolo "The Ethics of Elfland" (La morale delle favole), disse che quello era il modo assolutamente più sano di usare la ragione... scusate se è poco.

Quali sono le ragioni della sua conversione dall'anglicanesimo al cristianesimo? Quante di queste ragioni sono ancora valide e in che modo molti anglicani potrebbero rientrare nella Chiesa cattolica ripercorrendo il cammino di Chesterton?

Sermarini: I motivi della sua conversione vanno letti in Ortodossia, nella sua Autobiografia e nel libro che ho avuto la gioia di presentare. Chesterton fu battezzato anglicano, ma la famiglia aderì alla fede unitariana. In seguito egli si abbandonò ad una sorta di scetticismo che lo portò, complice anche la frequentazione con ambienti esoterici ed il clima culturale dettato dal decadentismo, sull'orlo della più insana delle idee.

Successivamente ad una sorta di esperienza mistica descritta in una lettera al suo carissimo amico Edmund Clerihew Bentley (vi si afferma che "è imbarazzante parlare con Dio faccia a faccia come si parla con un amico..."), Chesterton comprende il valore immenso della vita, qualunque ne sia la "qualità" o il "livello", e da ciò nasce la gratitudine che egli si darà come compito e vocazione della sua vita. Dirà nel suo diario giovanile di voler passare il resto della sua vita a ringraziare Dio di tutto (cosa che fece, in realtà).

Si riavvicinerà prima alla chiesa anglicana grazie alla moglie Frances Blogg, che ne era una sincera fedele, e ad alcune figure di pastori particolarmente significative. Successivamente, grazie alla frequentazione con l'amico di una vita Hilaire Belloc e con padre John O'Connor (che gli ispirerà il padre Brown degli omonimi Racconti), conosce sempre meglio il cattolicesimo ed inizia a difenderlo con le sue opere. Ortodossia è la punta di diamante della sua produzione in questo versante.

Dico sempre che andrebbe messa in programma nei seminari e nelle università cattoliche come materia di studio, potrebbe solo fare del gran bene. Per anni fu considerato cattolico pur non essendolo ancora, tanto che la notizia della sua conversione nel 1922 colse moltissimi di sorpresa e creò non poche "prese di distanza", non ultima quella di George Bernard Shaw che gli disse: "No, Gilbert, ora stai andando troppo avanti...". Il cattolicesimo per lui è la cosa cercata da gran tempo, come colui che crede di trovare una nuova esotica terra e invece riscopre la sua cara vecchia patria. Il cattolicesimo è la pienezza del cristianesimo, per Chesterton, ed è questo il motivo tuttora attuale che chiunque può adottare nel fare un passo simile a quello di Gilbert.

Chi sono gli unitariani e perché la loro negazione della divinità di Cristo è oggi così diffusa anche in ambiti vicini alla Chiesa cattolica?

Sermarini: Chesterton da giovane frequentò la Chiesa Unitariana, seguendo padre e madre. Gli unitariani predicano una sorta di cristianesimo privato dello scandalo inaccettabile della divinità di Cristo, fatto di amicizia, concordia e pace ma allontanato dalla loro vera autentica scaturigine.

Oggi sembra un'eresia tornata di moda, complice il dilavamento nei discorsi di uomini di Chiesa della sana dottrina (quella che Chesterton nell'Ortodossia vede sintetizzata nel Credo degli Apostoli) ad una sorta di morale civile di più alto rango, il che fa comprendere come mai il senso comune chestertoniano non sia più di casa in certi ambienti mentre passano con facilità tante idee distorte, quali eutanasia, eugenetica, opzioni libere nel cosiddetto orientamento sessuale, tanta intolleranza verso il cattolicesimo vero.

In che modo e perché Chesterton potrebbe aiutare nel rafforzamento della fede cristiana?

Sermarini: Chesterton era integralmente cattolico, intelligentemente cattolico, cordialmente cattolico, allegramente cattolico: chi meglio di lui potrebbe aiutarci? Tra amici spesso diciamo che Chesterton potrebbe essere considerato il San Tommaso d'Aquino del XX e del XXI secolo. Era buono e molto allegro ed amava tutti, anche i suoi avversari culturali (basterà guardare alla sua sincera amicizia con Shaw, Wells e tanti altri personaggi molto distanti da lui culturalmente).

Ci sono delle persone in Gran Bretagna che si stanno organizzando per chiedere la beatificazione di Chesterton. Lei che cosa ne pensa? L'Associazione che lei dirige sta pensando di promuovere iniziative per caldeggiare tale beatificazione?

Sermarini: Nel mondo anglosassone già da qualche tempo si parla della "santità di Chesterton": tanti sono gli indizi che ci fanno pensare che egli abbia vissuto in maniera esemplare la fede cattolica, basti solo elencare le personalità che gli debbono a loro volta la fede, acquistata dopo la lettura delle sue opere: sir Alec Guinness, Clive Staples Lewis, Joseph Pearce e tanti altri.

Molti di noi debbono tanto a Chesterton, per cui già gira una preghiera per chiedere al Signore di manifestare la Sua gloria in Gilbert, che non era solo un grande intellettuale, ma era soprattutto un uomo straordinariamente buono, dal cuore innocente di bambino. Chi vuole può trovare la preghiera nel nostro blog (http://uomovivo.blogspot.com) e in quello della Società Chestertoniana Inglese (in quest'ultimo tradotta in varie lingue). Noi non vogliamo anticipare il giudizio della Chiesa, ma per noi è un grande amico già da adesso, per il mistero della Comunione dei Santi. Inoltre presto uscirà un libretto di preghiere commentate da alcune citazioni di Chesterton, Le preghiere dell'Uomo Vivo, per i tipi di Fede & Cultura.

A Settembre il Pontefice Benedetto XVI si recherà in Gran Bretagna. In che modo la vicenda e le opere di Chesterton potrebbero aiutare la sua opera di nuova evangelizzazione?

Sermarini: Papa Benedetto fa spessissimo delle uscite... chestertoniane (una volta lo ha anche citato, seppure senza nominarlo), e a Chesterton lo accomuna proprio l'idea dell'amicizia tra fede e ragione ed il considerare la fede cattolica come la più avvincente delle avventure. La Gran Bretagna ha un grande bisogno di Chesterton: deve ritrovare il senso comune, l'amore per le sue vere radici, la sua originaria allegrezza. Chesterton potrebbe essere una delle punte di diamante avanzatissime di un ritorno degli inglesi alla fede cattolica, assieme al venerabile John Henry Newman, al cardinale Manning e a tanti altri che hanno fatto e continuano a fare il passo di Gilbert.

Manifestazioni e digiuno dei cristiani irakeni contro le uccisioni e il “ghetto” di Ninive

Diamo voce ai nostri fratelli irakeni. Diffondiamo queste notizie, rompiamo l'omertà della informazione ufficiale.



Raduni, preghiere e digiuni in tutto l’Iraq contro le “uccisioni mirate”. Arcivescovo di Mosul: chiediamo sicurezza e indagini sugli autori delle stragi.
Arcivescovo di Kirkuk: la comunità musulmana deve reagire e fornire iniziative concrete. Ausiliare di Baghdad: rischiamo l’olocausto, questo è un momento fondamentale.


Baghdad (AsiaNews) – Manifestazioni di piazza a Mosul e Baghdad, un digiuno e una veglia di preghiera a Kirkuk, appelli per la fine delle “uccisioni mirate” e il secco “no” – a una sola voce – contro il progetto di “ghettizzare” i fedeli nella piana di Ninive. Leader cristiani, vertici della Chiesa locale e tantissimi fedeli rilanciano il grido d’allarme contro il “massacro dei cristiani irakeni” e la fuga di centinaia di famiglie da Mosul, vittime di un conflitto politico ed economico fra arabi e curdi che rischia di svuotare il Paese della loro presenza.

All’indomani dell’appello lanciato da papa Benedetto XVI all’Angelus – fonte di “consolazione e fiducia”, commentano i leader cristiani – AsiaNews ha interpellato mons. Emil Shimoun Nona, arcivescovo caldeo di Mosul, mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk e mons. Shlemon Warduni, vescovo ausiliare di Baghdad, in un momento “cruciale” per il futuro della comunità irakena.

Mons. Emil Shimoun Nona, arcivescovo caldeo di Mosul, conferma che negli ultimi giorni centinaia di famiglie hanno abbandonato la città. Circa 600 per un totale di oltre 4mila persone secondo un rapporto Onu. “La situazione si è calmata – riferisce il prelato – e l’esodo è molto più lento. Le nostre stime parlano di circa 400 famiglie fuggite”, ma la realtà rimane comunque preoccupante. Ieri migliaia di fedeli a Mosul sono scesi in piazza per manifestare contro le violenze. La comunità ha risposto in maniera “positiva”, commenta il prelato, e “l’iniziativa è andata molto bene”.

I cristiani hanno ricevuto messaggi di solidarietà e affetto, ma resta il problema legato alla sicurezza. “Al governo centrale e ai responsabili locali – afferma mons. Nona – chiediamo due cose: più sicurezza per la comunità e indagini precise, che diano risposte concrete sui chi sono i mandanti e gli autori dei massacri. Sarebbe un segnale forte per i fedeli, una testimonianza che non sono soli e abbandonati al loro destino”.

Oggi a Kirkuk la comunità cristiana ha indetto una giornata di digiuno. Alle 5 del pomeriggio è in programma una veglia di preghiera comune, alla quale partecipano solo i cristiani per evitare “strumentalizzazioni politiche” alla vigilia delle elezioni, in programma il 7 marzo prossimo. “Il governo ha condannato gli attacchi – riferisce mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk – e anche i leader musulmani, perché sottolineano che ‘questo non è l’islam’. Ma alle parole siamo ormai abituati, vogliamo risposte concrete”. Il prelato è durissimo: “è una vergogna che in una città come Mosul, di un milione di abitanti, nessuno ha parlato in maniera forte del massacro dei cristiani”.

Tuttavia, mons. Sako non perde la speranza per il futuro, e spiega che “è importante” che tutti i cristiani siano “contrari al progetto della piana di Ninive”, sebbene finora i vertici e i partiti hanno mostrato più di una debolezza e contrasti interni. “Bisogna essere uniti – ribadisce – perché è una trappola”. Un digiuno, la veglia comune di preghiera, bandiere e cartelli disseminati per la città che chiedono la “fine del massacro” e l’urgenza di promuovere il concetto di unità nazionale, unica via per riportare pace e sicurezza nel Paese. “L’iniziativa di oggi è rivolta solo ai cristiani – spiega mons. Sako – per evitare una politicizzazione della manifestazione. Finora la comunità musulmana è rimasta in silenzio contro i massacri, ora deve ‘reagire’ e avviare iniziative in prima persona”. Vi sono in gioco lotte di potere, conclude l’arcivescovo, in cui non vogliamo entrare; al contrario, "ci battiamo per la pace in Iraq”.

Ieri anche nella capitale dozzine di persone hanno manifestato contro le esecuzioni mirate, chiedendo al governo centrale garanzie per la sicurezza. Mons. Shlemon Warduni parla di “attacchi ben organizzati” contro i cristiani, vittime di “una politicizzazione del conflitto” fra arabi e curdi. “Rischiamo l’olocausto” afferma il prelato, secondo cui “non basta il conforto e la solidarietà della gente comune, anche dei musulmani”, se dalle personalità politiche e dal governo non arrivano risposte concrete. L’ausiliare di Baghdad è contrario al progetto della piana di Ninive e precisa: “non ci fermeremo… vivi o morti, questo è un momento fondamentale”.

Il prelato riferisce “l’incoraggiamento e la solidarietà” ricevuta da capi tribù e dalla gente semplice, per i quali “un Iraq senza cristiani non vale niente”. Tuttavia, mons. Warduni auspica risposte concrete dal governo, dalla classe politica, dai media che devono riportare “il nostro grido d’allarme”. In questi giorni il patriarca Emmanuel Delly è a Mosul per portare conforto ai familiari delle vittime e incontrare i vertici della politica locale. Attraverso AsiaNews l’ausiliare di Baghdad vuole infine ringraziare Benedetto XVI per l’appello lanciato ieri all’Angelus a favore dei cristiani irakeni. “È incoraggiante sentirlo così vicino – conclude mons. Warduni – ed è fonte di conforto per tutti i fedeli. Le sue parole sono fonte di consolazione e fiducia per il futuro”.(DS)

Brevissima cronaca di un bellissimo incontro

Cari amici,
l'incontro di ieri 28 Febbraio 2010 con Sabina Nicolini a Grottammare (AP) è stato bellissimo, e si è svolto in un clima di amicizia e di allegria. Dopo la conversazione, l'incontro è proseguito a tavola tra amici, chiacchierando del più e del meno e delle cose che si potrebbero fare e che si faranno attorno a Chesterton e alle sue opere.

Un bel clima.

Ci rendiamo conto che Chesterton sta svolgendo un grande lavoro anche ora, un lavoro per cui rendiamo grazie al Padre Eterno.

Occorre farlo conoscere sempre più perché quello che Gilbert ha detto è sempre pù attuale, vero e necessario. Se non glielo facciamo dire noi, esistono poche possibilità che venga detto altrove. Quindi lancia in resta continuiamo il nostro lavoro.