lunedì 11 novembre 2019

Guareschi a Verona!

Un aforisma al giorno (a questo non si può resistere...).

Il paradosso più alto e più sacro consiste in questo: l'uomo che è realmente consapevole di non poter pagare il proprio debito lo pagherà in eterno [...]. Continuerà a gettare ogni cosa nell'abisso senza fondo della gratitudine immensa.

Gilbert Keith Chesterton, San Francesco d'Assisi

Un aforisma al giorno (oggi due, perché uno è splendido, l’altro pure).

Se oggi l'umiltà è stata screditata come virtù, non sarà del tutto superfluo osservare che questo discredito coincide con il grande regresso della gioia nella letteratura e nella filosofia contemporanea.

Gilbert Keith Chesterton, L'imputato

Un aforisma al giorno .

Se un uomo è realmente superiore ai suoi simili, la prima cosa in cui crede è l'eguaglianza degli uomini. Possiamo vederlo, per esempio, in quella strana e innocente razionalità con cui Cristo si rivolgeva a qualunque folla variegata gli si trovasse intorno. «Chi tra voi, avendo cento pecore, e perdendone una, non lascerebbe le novantanove restanti nelle distese selvagge andando a cercare quella perduta?» O, ancora: «Chi tra voi, se suo figlio chiedesse del pane gli darebbe una pietra, o se chiedesse un pesce, gli darebbe un serpente?». Questa semplicità, questo quasi prosaico cameratismo è la nota di tutte le grandi menti. 

Gilbert Keith Chesterton, Eretici 

domenica 10 novembre 2019

Igino Giordani su Chesterton


Nel cerchio della Meynell Si trova anche l'immenso Gilbert Keith Chesterton (1874-1936), la cui conversione, nel 1922, ebbe una risonanza mondiale.
Morto ormai da alcuni anni, il suo ricordo resta vivissimo nella memoria, e più ancora nel cuore, di quanti lo seguivano sulle riviste, nei quotidiani, nei libri dove giornalmente appariva con la sua arguzia paradossale accesa su un fondo di straordinario buon senso.
Chesterton è morto sulla breccia nella difesa della Chiesa e della giustizia sociale, per cui aveva creato la Lega redistributista.
Dell'Italia latina e cattolica era vivo ammiratore.
Nell'estate precedente alla sua morte era venuto a Firenze a tenervi una conferenza.
Aveva scritte, uno degli ultimi libri su Roma: The Resurrection of Rome, 1930; in un altro, su s. Tommaso d'Aquino (1933), aveva preso argutamente in giro il famoso decano Inge, il quale disprezzava il papa perché italiano.
Dal cattolicesimo gli veniva un senso armonioso della vita, un ottimismo cordiale, e un'ampiezza di vedute che lo differenziavano dai sostenitori della insularità spirituale dell'Inghilterra.
Era il più giovane dei tre veterani dell'arte e della critica britannica con Shaw e Wells, da cui era amato e di cui fino all'ultimo aveva denunciato l'irrazionalità di un pensiero senza Dio.
Chesterton è stato un romanziere fantasioso e divertente: un pubblicista versatile, un lavoratore infaticabile, ma è stato soprattutto un apologista del cattolicesimo in terra protestante, o, come diceva lui, pagana. Procedeva con ragionamenti rettilinei, freschi e geniali, di parvenza paradossale. Era il teologo del buon senso; e in san Tommaso aveva ammirato e rilevato sopra tutto la razionalità, l'obbedienza, il senso comune del due più due che fanno quattro, in contrasto coi sentimentalismo e con l'istinto isterico di tanta letteratura di derivazione luterana.
Faceva della «filosofia popolare» e se ne vantava, mettendoci il meglio dell'anima popolare inglese; e si considerava perciò giovialmente come un caposcaricoo un lunatico. Ricordava in questo san Tommaso More che scherzò sino al patibolo. Chesterton ha scherzato fino alla morte, dicendo verità serissime con una lepidezza spassosa. Soltanto quando stigmatizzava i delitti contro la santità familiare non sorrideva. E perciò fu severo contro Milton.
Come apologista, il capolavoro di Chesterton resta Ortodossia, scritto nel 1908. Il buon senso ivi affermato lo portò ad accettare il libero arbitrio che gli aperse i battenti del cattolicesimo romano: «religione che è, fra tutte le fedi, libera e bella, avventurosa e universale».
Se tardò a entrare apertamente nella Chiesa fu per aspettare... sua moglie, che esitava a convertirsi e che poi, come capitava, arrivò prima di lui.
Con la sua morte, che lo colse in mezzo al lavoro, la letteratura cattolica perdette il suo decano e uno dei maestri più geniali del nostro secolo; la letteratura inglese uno stilista poeta e prosatore mirabile, l'umanità uno degli uomini più simpatici.
Gilbert Keith Chesterton scrisse non meno di 65 volumi tradotti in parte anche in italiano, oltre a un nugolo di articoli sui principali periodici quotidiani inglesi e americani.
Se i libri suoi, apologeticamente più noti, sono Ortodossia e Manalive, nella massa dei lettori rimane più viva la sua produzione di romanzi polizieschi.
Di questi racconti l'eroe è Padre Brown: un prete cattolico, che, con le inesauribili trovate del suo buon senso e della sua esperienza, fa da Sherlock Holmes in parecchie congiunture particolarmente imbrogliate.
Quando Chesterton era in vita, da più d'uno sì pose il quesito se il tipo di Padre Brown fosse stato inventato dal romanziere o fosse stato copiato su di qualche personaggio reale. Ora che Chesterton è morto, la sua autobiografia postuma ci dice, com'era da prevedersi, che P. Brown è copiato dalla realtà ed è inventato., Cioè, c'è stato il padre gesuita John O'Connor di Bradsford, che ha offerto all'autore uno spunto, un'idea, degli elementi: e c'è stato lo autore Chesterton che, rielaborandoli, ne ha plasmato una sua creatura.
La storia del come la cosa avvenisse è importante non solo dal punto di vista letterario.
Era il tempo, - narra Chesterton nella sua autobiografia, - in cui egli correva da un capo all'altro dell'Inghilterra, specie nelle serate nevicose, per tener conferenze. Una sera si recò in una cittadina industriale, denominata Keighley, dove si trovò tra un gruppo di persone, rassegnate pel cattivo tempo ad ascoltare la sua conferenza: e tra esse un curato cattolico, il quale, pur essendo solo curato e il solo cattolico della compagnia (Chesterton non s'era ancora convertito: e P. O'Connor poi ci ha rivelato in Downside Review, che nel 1912 lo scrittore per la prima volta gli confessò l'intenzione di farsi cattolico) si trovava, a suo bell'agio, nella comitiva protestante, da cui pareva assai stimato. Chesterton apprese come la sua presenza fosse stata possibile. Due giganteschi agricoltori dello Yorkshire (protestanti al cento per cento) erano andati in giro tra le diverse comunità religiose del distretto, a radunar gente per la conferenza; e si eran trovati, a un certo momento, dinanzi al presbiterio del curato. Non è a dire il loro terrore, una volta messi dinanzi al dilemma se entrare o no; fino a quando, a furia di pensarci e di discutere, erano venuti alla conclusione che, infine, il prete da solo non avrebbe potuto far a loro due gran danno; e in tutti i casi - s'erano detto - «chiameremo la polizia».
Da buoni antipapisti, i due credevano che nel presbiterio fosse impiantato tutto un arsenale da Inquisizione spagnola per lo sventramento dei conformisti e lo squartamento dei non-conformisti... Senonchè, penetrati nel covo del nemico, vi avevano trovato un uomo simpatico e cordiale. dall'intelligenza viva e aperta.
«Anche a me - narra Chesterton - il curato (che era poi null'altri che P. O'Connor) - piacque assai: però se mi avessero detto che di li a dieci anni io sarei andato missionario dei Mormoni nell'Isola dei Cannibali non sarei stato meno sorpreso che se mi fosse stato sussurrato che a distanza di quindici anni io avrei dovuto fare a quel prete, la mia confessione generale per essere ricevuto nella Chiesa, di cui egli era ministro».
Il giorno appresso parlarono a lungo e divennero amici. Chesterton accennò ad alcune sue opinioni sulla criminalità e il sacerdote garbatamente gli mostrò una conoscenza sbalorditiva del cuore umano e dei fatti sociali. Lo scrittore non avrebbe mai immaginato che, stando nel celibato, si potesse arrivare a tanta esperienza (ignorava la scuola del confessionale).
Sopravvennero, nel loro colloquio, due studenti di Cambridge che si misero a discutere di musica e di paesaggi; e Padre O'Connor li sbalordì con la versatilità della sua cultura, la quale passava agilmente dalla criminologia al barocco, dalla musica alla sociologia. I due studenti rimasero di stucco. Alfine uno di loro, per rifarsi, usci in questa riflessione:
- Sarà tutto bene quanto voi dite in fatto di musica.
Ma in fatto di mondo, per quel che riguarda il male della vita, che ne potete conoscer voi, che siete chiuso in un chiostro, fuori della cruda realtà?... bella cosa esser innocenti e ignoranti; ma più bella ancora entrar nella vita e non aver paura di conoscere!
Chesterton, che aveva avuto quel tal colloquio col Padre, stette per scoppiare nella sua più omerica risata: perché egli aveva capito bene che del robusto satanismo, di cui il Padre aveva acquistato conoscenza nel suo ministero sacerdotale per combatterlo ed espellerlo dalle anime, quei due garzoni (per fortuna) ne sapevano quanto due marmocchi da latte.
«E allora mi balzò l'idea vaga di far uso di quella comica e pur tragica situazione, costruendo una commedia in cui ci fosse un prete che in apparenza non sapesse niente e in realtà conoscesse intorno al crimine più degli stessi criminali».
E di là cominciò la storia di P. Brown, che divenne rapidamente uno dei personaggi più popolari di qua e di là dell'Atlantico (1).
Ma l'episodio non fu importante solo perchè diede vita a tutto un glorioso ciclo letterario. Esso fu importante altresì perchè diede vita a tutto un ciclo di riflessioni che portarono Chesterton alla Chiesa. «Che la Chiesa cattolica conoscesse intorno al bene più di quanto conoscevo io, era facile a credersi. Ma che essa conoscesse intorno al male più di quanto ne sapevo io, questo mi pareva incredibile».
Ma la Chiesa è per combattere il male: ne è l'antitesi.
E se è l'antitesi del male, dunque essa è il bene. E' la vera unica incarnazione di Cristo.
E Chesterton si diede perciò, generosamente, a lei.
In un pranzo, una volta, gli fu chiesto da una signora.

- So che siete cattolico: ma in realtà che cosa pensate della religione?

E Chesterton rispose:

- A dire il vero, penso che sia tutta una truffa.

Sbalordimento generale.

- Si, tranne l'unica religione. Se guardate le altre religioni vedrete che esse sono una specie di collirio per non farci vedere il peccato. Invece la religione cattolica vi tiene sempre nel pensiero il peccato. E questo annoia: ed ecco perchè la gente l'odia...».
Si diceva e si dice: - C'è più fede in un onesto dubbio che in, tutte le credenze. - E Chesterton rimbeccava: - Che significa un dubbio onesto? Sarebbe come se uno si chiamasse onestamente tubercoloso e quindi rifiutasse d'entrare in un sanatorio.
Un suo tratto apologetico: «Herbert Spencer si sarebbe assai infastidito se qualcuno gli avesse detto che egli era imperialista... della più bassa risma. Egli ha popolarizzato questo disprezzabile concetto: che la dimensione del sistema solare debba diminuire il dogma spirituale dell'uomo. Perché dovrebbe l'uomo cedere la sua dignità al sistema solare e non ad una balena? Se la sola dimensione prova che l'uomo è l'immagine di Dio, allora una balena può essere l'immagine di Dio: un'immagine un po' informe che si potrebbe qualificare un... ritratto impressionista.
«E' un futile modo di ragionare il dire che l'uomo piccolo paragonato al cosmo: l'uomo è sempre piccolo anche se si paragona all'albero dell'orto» (2).
L'11 luglio 1922, dal suo rifugio di Top Meadow, Chesterton scrisse al suo caro Father Brown, cioè al padre O'Connor, una lettera d'una lunghezza inusitata: più d'una pagina; invitandolo alla propria casa per discutere di «cose serie, di carattere religioso, relative alla sua piuttosto difficile posizione»; la posizione d'uno che non era né pagano né protestante né agnostico, ma non era neppure quel elle doveva essere.
All'invito di Gilbert tenne dietro una missiva di Frances, la moglie, di cui lo scrittore aveva aspettato per anni la conversione per entrare insieme in Chiesa come insieme avevano sempre proceduto; una missiva non meno pressante.
Il prete andò, discusse con Chesterton e gli lasciò un catechismo per fanciulli: egli conosceva il poeta e lo chiamava Chesterton child, Chesterton il ragazzo. Cosa all'amico Phillimore, l'arcivescovo di Glasgow aveva mandato la dottrinetta per ragazzi, avvertendolo: - Quando la saprete a memoria comunicatemelo
Imparata la dottrina, pochi giorni appresso, davanti a tre o quattro amici, in una cappella improvvisata nella sala da ballo di un ristorante, Chesterton recitò «assai fervorosamente» il credo di Pio IV, mentre la moglie piangeva: e fu interamente cattolico.
Prodotto di quella adesione ufficiale alla Chiesa, a cui da un pezzo aderiva col cuore e col cervello, furono due grandi libri: The Everlasting Man e S. Francesco.
O'Connor ricorda: «In quel pomeriggio, contro la sua abitudine, Chesterton poco parlò. Spero di non aver parlato troppo io!».
Il card. Bourne, il card. Merry del Val e amici grandi e piccoli ammiratori (ammiratori di qua e di là dell'Oceano) gli comunicarono la loro gioia per quella conversione, che non era la conversione di Saulo, dopo che egli da anni già difendeva gl'ideali del cristianesimo ortodosso.
«Noi mai sottoponemmo a giudizio il suo passato anglicanesimo e neppure i suoi amici anglicani perchè l'uno e gli altri gli avevan servito di impulso a salire alla pienezza della fede», dice O'Connor.
Chesterton narrò lui stesso le vicende di questa salita. «Prima di arrivare al cattolicesimo, son passato attraverso differenti fasi, dibattuto per lungo tempo. Non è facile rievocarle tutte, analiticamente. Dopo molto studiare e riflettere, sono venuto alla conclusione che i malanni di cui l'Inghilterra soffre sono: il capitalismo, un crudo imperialismo, l'industrialismo, una ricchezza iniqua e la dissoluzione della famiglia: tutti prodotti dal non essere l'Inghilterra cattolica. La teoria anglo-cattolica pretende che l'Inghilterra sia rimasta cattolica malgrado la Riforma o addirittura in grazia di essa. Ma io sono venuto alla conclusione che è assurdo sostenere la cattolicità dell'Inghilterra. Perciò mi son volto al solo cattolicesimo: il romano. Prima ancora della mia conversione, io avevo molte idee cattoliche, e la mia visuale difatti s'è poco mutata.
«Il cattolicesimo ci dà una dottrina e una logica della vita. Non si tratta solo d'una autorità ecclesiastica, ma di una base che rinsalda il giudizio. Mi spiego con un esempio: oggi tutti scrivono di moda, e discutono di gonne corte e di donne svestite; ma fanno una critica non poggiata su un punto fermo. E la ragione è questa: che i critici non conoscono più il significato della castità, mentre un cattolico lo conosce, e sa i motivi per cui la moda d'oggi è condannabile».
Con l'aria paradossale con cui presentava lo svolgimento logico del suo pensiero, Chesterton pose tra i fattori della sua conversione «i principali maestri del protestantesimo» inglese: il dean Inge e il bishopHenson. «È evidente per me che una Chiesa, la quale voglia agire con autorità, debba essere in grado di dare una risposta alle grandi questioni morali. Ora, posso io ammettere il cannibalismo e l'assassinio dei neonati per ridurre la popolazione o per consimili riforme scientifiche e progressive? Una Chiesa provvista di autorità di magistero deve sapermi dire se si possa o no. Ma le chiese protestanti sono in un enorme disorientamento di fronte a questioni, quali la limitazione delle nascite, il divorzio, lo spiritismo...
«Eccovi gente come il dean Inge che vien fuori a bandire pubblicamente e perentoriamente quella che io considero una frode meschina e velenosa, la quale rasenta l'infanticidio. So bene che ci sono, nella Chiesa anglicana e in altre comunità protestanti, persone le quali denunciano questi gravi vizi pagani allo stesso modo che faccio io: e il bishop Gore ne parlerebbe con lo stesso sdegno del papa. Ma il guaio è che la Chiesa anglicana non ne parla con quello sdegno. Essa è scissa nell'agire; e io non so che fare di una Chiesa che non è militante e non sa ordinare una battaglia, ne sa combattere e marciare in una direzione unica.
Più tardi, in una serie di cinque articoli sull'Universe, ebbe a spiegare le cinque ragioni per le quali si sarebbe convertito se non si fosse dato il caso che convertito già era.
Fatto così pienamente cattolico, combattendo con uno scherzo e un paradosso, su tutti i fronti - letteratura, filosofia, politica, economia, ecc. - arrivò a quel giugno 1936, in cui sentendosi venir meno, chiese i sacramenti, che gli furono somministrati da un grande spirito: padre Vincent Mc Nabb, domenicano, il quale, presso il capezzale dell'immortale amico morente, cantò la Salve Regina, come si usa per i domenicani moribondi (Chesterton aveva scritto da poco il suo bel libro su san Tommaso, a cui rassomigliava per l'amore della logica e del buon senso e della vera razionalità, come gli rassomigliava nel fisico, che gli consentiva di cedere, in autobus, il suo posto a tre signore - dicono - alla volta ! ...).
Padre Brown celebrò la Messa di Requiem nella cattedrale di Westminster, avendo padre Rice e padre Me Nabb per diacono e suddiacono.
E Bernhard Shaw scrisse alla moglie una lettera in cui si vide come il caustico drammaturgo celasse, dietro le apparenze, un grande cuore.
A dieci anni dalla morte (Recognita decennalia) Padre Brown (indi Mons. John O'Connor) tornò a parlare del suo amico G. K. Chesterton, da lui introdotto nella Chiesa cattolica, e spentosi il 14 giugno 1936, proprio nel momento che il Padre diceva la Messa dei bambini per lui.
In un articolo su The Nineteenth Century (giugno 1946) volle far vedere che Chesterton era stato la più perfetta incarnazione della poesia di Tennyson sul Poeta. Poeta e clown, con suo piacere e per sete, deliberato proposito. «Egli fu dotato dell'odio all'odio, del disprezzo pel disprezzo, dell'amore all'amore. E sopra tutto, fu uno che vide attraverso la sua anima... e impresse all'intera vita un atteggiamento infantile di fronte alle cose tutte ».
Lo chiamavano perciò «Chesterton il fanciullo».
«Egli era avvinghiato all'innocenza, e coltivava, o almeno praticava, la spensieratezza, perché (altro paradosso suo) trovava affannoso il rammentar le date, i posti, i treni: sua regola ben nota per pigliare un treno era di perdere quelle partito prima.
...Erano le cose materiali che lo angustiavano; viceversa stava sempre a suo agio in mezzo a pensieri metafisici. (Non ho mai incontrato uno che, come lui, possedesse tale istinto o bruta passione per l'universale. Dalla più umile osservazione sapeva ascendere verso il cielo della pura ragione, sia che lo seguissero o no. ...Egli aveva una tendenza all'innocenza come alla stella del suo cammino, magari inconsciamente. E ciò potrebbe spiegare la sua sollecitudine a non offendere nessuno, neppure col non prestarsi a offrire una sedia.
«H. G. Wells, inviando le sue condoglianze alla moglie, le scrisse su per giù queste parole: - Se io ottengo la felicità all'altro mondo, son certo che lo dovrò all'intervento di G. K. C. » (Chesterton). E Walter de la Mare, restando alla poesia, scrisse subito questi versi (stampati nell'annuario-ricordo di Gilbert):

Cavaliere dello Spirito Santo, va per la sua via:
Sapienza la sua insegna, Verità il suo scherzo d'amore,
I mulini di Satana tengono la sua lancia in resta
Pietà e innocenza danno pace al suo cuore.

Un profeta, un ridente profeta... ».
«Suo fratello, Cecil, esercitava un grande influsso su di lui. Cecil era il più fine polemista del mondo, e discuteva nello stile con cui Cobbet scriveva; e i due fratelli discutevano di tutto, ma era Cecil a dare un tono serio e a chiarire quasi ogni soggetto a cui come giornalista era portato. Gilbert invece era il grande poeta, che vedeva troppe cose insieme e il suo istinto creativo lo portava a vedere Dio in tutte le cose... Prima ancora di aver 21 anni aveva scritto:

Ma ora una grande cosa nella via
Pare ogni accenno dell'io,
Dove cangiano, in strana democrazia,
Milioni di maschere di Dio.

«La moglie mi disse a proposito parole stupende: - Egli si considerava ne più ne meno che un gioviale giornalista, il quale voleva dipingere la città in rosso e non faceva che chiedere secchi di vernice rossa».
Chesterton non poteva capire che cosa fosse la scienza comparata delle religioni: per lui non esisteva che il cattolicesimo. Ma Padre Brown lo informò che quella scienza era nata a Leida, nella Università protestante, dopo che per dieci anni non s'era iscritto nessuno studente alla facoltà di teologia: allora per radunare qualche scriteriato o distratto, tirarono fuori lo studio di religioni comparate.
Durante il conflitto mondiale, Chesterton ebbe occasione di prendere in giro quegli agnostici che avevano sempre contrastato la Chiesa e poi le rimproveravano dì non aver saputo assicurare al mondo la pace. «Dire - scriveva - che la Chiesa è stata screditata dalla guerra, come si va dicendo, equivale a dire che l'Arca fu screditata dal Diluvio. Quando il mondo ha torto ciò prova se mai che la Chiesa ha ragione. La Chiesa è giustificata non perchè i suoi figli non peccano, ma proprio perchè essi peccano».
Padre Brown conclude il suo scritto con dei versi tratti da una ballata di Chesterton, ancora inedita:

"Principe, mi permettete, poi : che siete solo,
Di parlarvi con discrezione del Crocifisso?
Anche Lui fu, nella vita, un fallito:
Il Diavolo non lo amava, ed Egli morì".
(1) Dopo la morte dell'amico, padre O'Connor ha raccolto alcune memorie, porgendole al pubblico in una miscela superchestertoniana: di motti arguti, di amena combattività e di profonda bonomia, servita in una lingua inglese zeppa di riboboli, e irta d'allusioni cm titolo: Father Brown on Chesterton.
(2) Da L'Ortodossia, trad. it, Roma, 1928, p. 677.


Igino Giordani, I grandi convertiti, Roma 1951/2

Una fiammeggiante sopraccoperta della biografia della Ward.

Il luogo dove morì Frances Chesterton.


Frances sopravvisse due anni al suo caro Gilbert. Negli ultimi mesi della sua vita visse nell'infermeria delle suore del Bon Secours, che reggevano questo Ospedaletto per bambini chiamato Children Convalescent House a Beaconsfield. Si trovava a Candlemas Lane, non lontano dall'incrocio con Station Road e dal cimitero dove Gilbert, Frances e la segretaria Dorothy Collins riposano.

Gilbert alla morte lasciò anche una somma di denaro per questo ospedale per bambini. I due sposi amavano questa istituzione e l'aiutarono anche quando nel 1917 subì un incendio. Questa è una prova della carità di Chesterton e di sua moglie, del loro immenso buon cuore e della tenerezza che provavano per i bambini. Erano due buone persone davvero e tutti li amavano, in paese.

Le suore andarono via da Beaconsfield nel 1947, la casa fu distrutta verso la fine degli anni '90, se non erro. 

Qui la cronaca della giornata in cui nel 2001 furono ricollocate alcune delle pietre del vecchio ospedale  retto dalle Suore. Era presente anche un amico, l'allora parroco padre John Udris, il sacerdote che è stato incaricato del caso della santità di Chesterton:

https://www.bucksfreepress.co.uk/news/6074.loves-labours-found/

sabato 9 novembre 2019

Un aforisma al giorno

È in verità un tratto della fede scherzare sulle proprie convinzioni, esagerarle come prova della loro solidità e sicurezza, perché nessuno esagera se non si sente soddisfatto e sicuro. Un uomo danza su una roccia, non su una corda tesa.

Gilbert Keith Chesterton, The Daily News, 1 agosto 1903

giovedì 7 novembre 2019

Un aforisma al giorno

Lo spettacolo di un Dio morente è assai più grandioso dello spettacolo di un uomo che vive per sempre. Il primo suggerisce che tremendi cambiamenti sono realmente entrati nell'alchimia dell'universo; il secondo ricorda vagamente ottuagenari igienisti e antiacidi effervescenti
Gilbert Keith Chesterton, William Blake

Questo ed altro ancora solo nella SUMMA CHESTERTHEOLOGICA, prenotabile secondo le seguenti modalità: 


mercoledì 6 novembre 2019

Kan G. K. Chesterton bli helgen? (o, in altre parole, G.K. Chesterton può essere santo?).


Ecco cosa abbia colto da ciò che può essere letto e tradotto dal norvegese bokmål. E' interessante, peccato che ci si debba abbonare a Vårt Land (La Nostra Terra)… chissà come finirà? Abbiamo cari amici norvegesi che abbiamo attivato, vedremo.

Titolo: «G. K. Chesterton può essere santo?».
Occhiello: «Può un umorista essere santo? In breve, l'autore inglese e, certamente, il polemista benedetto da Dio G. K. Chesterton può essere santo?».
Didascalia della foto (molto vero! Molto bello!): «L'umorismo di Chesterton ha "salvato" molti».

https://www.vl.no/kultur/kan-g-k-chesterton-bli-helgen-1.1613128?paywall=true

martedì 5 novembre 2019

Il progresso non è una tabula rasa - Il Foglio - Intervista a Rémi Brague che cita anzi evoca Chesterton (grazie ad Andrea Carbonari)




Il progresso non è una tabula rasa



Salvare le virtù, le idee e le verità che il progetto moderno ha condotto alla follia, è questa l'intenzione di Rémi Brague nella sua opera "Des vérités devenues folles", che raggruppa i testi di diverse conferenze tenute tra il 2009 e il 2016, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Attraverso questi testi, il filosofo e saggista, membro dell'Institut de France, sottolinea l'impasse generata dal culto del progresso e invita a riesumare la forma premoderna di queste virtù, idee e verità radicate nella cultura occidentale, figlia tanto di Atene quanto di Gerusalemme. Il settimanale Valeurs Actuelles lo ha intervistato.
Perché questo titolo evocativo? "Il mio titolo è una chiara allusione alla frase di G. K. Chesterton in 'Ortodossia', secondo cui il mondo moderno è 'saturo di antiche virtù cristiane impazzite'. Critico questo formula perché non ci sono virtù cristiane, ma virtù tout court, che sono rafforzate dal cristianesimo. Non esistono due maniere di essere giusti, coraggiosi, temperanti… E' per questo motivo che ho incluso anche un altro testo di Chesterton, tratto dal capitolo 'L'umanesimo è una religione?' del libro 'Perché sono cattolico', nel quale insiste sul carattere parassitario del mondo moderno, che vive di princìpi, beni e conquiste intellettuali, spirituali e morali che lo hanno preceduto. Risalgono al Medioevo, che a sua volta ha rafforzato e sviluppato una parte dell'eredità antica. In materia di filosofia morale medievale, San Tommaso d'Aquino fa proprie intere parti del pensiero di Aristotele. E Ruggero Bacone cita pagine intere di Seneca. Insomma, non ci sono virtù cristiane, c'è una maniera cristiana di vivere e di esercitare le virtù umane. L'idea centrale di questo libro, che si riflette anche attraverso il titolo, è che i nostri beni intellettuali e morali tendono a dissolversi quando sono immersi in un universo moderno, e fioriscono quando sono ricollocati nel contesto premoderno che li ha ospitati".
Perché il progetto moderno ha un tale impatto sui nostri beni intellettuali e morali? "A causa del suo mantra 'facciamo tabula rasa del passato', di questa volontà di ripartire da zero spazzando via le eredità del passato. Analizzo tutto questo, nel dettaglio, nel saggio 'Le Règne de l'homme'. Si tratta di abbandonare tutti i nostri beni per costruire qualcosa su una base interamente nuova, o di distorcere il capitale dei mondi antichi per servire i nuovi obiettivi di questo mondo moderno. Nel saggio 'Les Déshérités, ou l'urgence de transmettre', François-Xavier Bellamy identifica i tre autori che corrispondono alle tre tappe del ripudio dell'eredità: Descartes, Rousseau e Bourdieu. Progressivamente, abbiamo perso il senso della continuità e dello sviluppo. Tuttavia, ritengo che la continuità debba essere uno dei diritti più importanti dell'umanità. Per riprendere la formula di Charles Dupont-White, 'la continuità è un diritto dell'uomo'. Non si tratta di esaltare un fissismo ma di non perdere il contatto con ciò che ci ha reso tali e di far sì che l'eredità e le bellezze del passato arricchiscano il futuro. Perché, che lo si voglia o no, siamo degli eredi. I fisici spiegano del resto che gli atomi che compongono il nostro corpo sono apparsi alcuni secondi prima del big bang. Beninteso, ciò non significa che la storia sia il nostro codice, ma ciò che è stato richiede un certo rispetto, anche solo per non segare il ramo dell'albero sul quale siamo seduti. La continuità è la condizione della continuazione: se tagliamo tutto ciò che ci precede, siamo obbligati a fermarci per mancanza di energia. E' ciò che mi fa dare un'accezione positiva al termine 'tradizione'. La tradizione ha infatti un vantaggio: ha prodotto le persone che siamo. In compenso, non sono sicuro che i nostri stili di vita contemporanei possano produrre un futuro".
Non è un caso se il movimento ecologista si sta espandendo… "Sicuramente c'è una presa di coscienza in materia ambientale, ma per quanto riguarda la sparizione delle pratiche culturali, questo livello di coscienza è ancora nel limbo. Basti guardare in che modo ci si sbarazza dei grandi scrittori francesi, che sono sempre meno studiati a scuola. Le classi preparatorie letterarie, pur non garantendo una conoscenza completa della storia letteraria, hanno perlomeno il merito di far scoprire l'esistenza di autori sempre più dimenticati. Forniscono la mappa del paese della cultura".
Come spiega questo rifiuto della continuità? "Proviene dal desiderio di dipendere soltanto da sé stessi. Da un'idea di autonomia fraintesa rispetto al suo significato filosofico, che è quello di 'poter accedere alla legge in prima persona'. Ciò non vuol dire fare soltanto di testa propria, anzi è quasi il contrario, perché fare di testa propria mette i desideri personali alla mercé di tutti e comporta di conseguenza una perdita di libertà. Ma la libertà secondo la concezione di molti dei nostri contemporanei è quella della caduta libera del sasso o della libertà del taxi vuoto, che non va da nessuna parte e chiunque può prendere e condurre in qualsiasi posto fintanto che può pagare.
Quale definizione della libertà preferisce a quella che ha appena esposto? "La via del bene è aperta!".
Quale idea del mondo moderno è diventata la più folle? "L'idea di un progresso irresistibile che ci dovrebbe condurre, che lo si voglia o no, verso 'vette radiose', per parlare come Stalin. Questa idea del resto fa il paio con l'idea di 'progetto': determino ciò che sarò. Si tratta di una confusione grossolana. Negli ultimi secoli, ci sono stati un incremento delle nostre conoscenze e un aumento del nostro potere di agire sull'esterno (la tecnologia). L'idea di progresso è nata nel Diciottesimo secolo, quando ci si è detti che da queste crescite sarebbe derivato necessariamente un miglioramento dei regimi politici. E che da questo miglioramento dei regimi sarebbe scaturita, quasi automaticamente, un'elevazione del livello morale dell'umanità. Il Diciannovesimo secolo ha orchestrato tutto questo, poi il Ventesimo secolo, con due guerre mondiali e dei genocidi che lo hanno reso il nadir di tutti i secoli, ha spezzato questa illusione. Le persone un po' intelligenti in Europa hanno allora smesso di credere che eravamo su un tapis roulant che ci avrebbe condotto verso un 'futuro migliore'. Ma l'idea persiste nei milieu popolari, perché ci si scandalizza che la vita non migliora, come se il tempo agisse per noi. Alcuni cavalcano questa idea tenace: ci provano a vendere delle riforme cosiddette 'di società' affermando che costituiscono dei passi in avanti. Ma chi ci dice che ci facciano avanzare nella giusta direzione?
Come spiega la distruzione della famiglia tradizionale da parte dello Stato e del mercato, di cui abbiamo ancora avuto un esempio recentemente con il progetto di legge bioetica? "Perché lo Stato, secondo la sua logica, ha interesse a essere la sola istanza verso cui possa rivolgersi un individuo isolato. L'esistenza della famiglia, e di ogni corpo intermedio, è un ostacolo all'azione dello Stato. Perché per lo Stato, si deve ricevere ciò che si merita, né più né meno. Ma non funziona così nella famiglia: si amano i propri figli a prescindere da ciò che fanno. La logica della famiglia non è quella dello Stato e ancor meno quella del mercato. Per quest'ultimo, la situazione ideale è quella del consumatore isolato che fa i suoi acquisti al supermercato e non ha altre preoccupazioni se non quelle di ridurre al minimo il costo della spesa e massimizzare i risparmi".
"In una maniera o nell'altra, la nostra cultura dovrà fare un passo indietro in direzione di un certo Medioevo". Perché? "Lungi dall'essere l'epoca oscurantista che si cerca spesso di dipingere, il Medioevo è stato un periodo nel corso del quale grandezza e miseria, innovazione e conservazione non hanno mai smesso di intrecciarsi. Non mi faccio alcuna illusione sul Medioevo reale: le persone erano tanto stolte e cattive quanto chi c'era prima di loro e quanto lo siamo noi oggi – il che non è poco! Non credo affatto al progresso lineare. Ma esisteva un attaccamento alla trascendenza, in particolare nelle élite, che dava un senso e orientava l'esistenza. Le virtù erano presenti nella loro forma originale e non avevano ancora subìto le distorsioni della modernità. L'altro Medioevo possibile che si offre a noi è l'islam, nella sua forma più ottusa: una legge divina che non si discute, ma che si fa applicare e disciplina tutti gli ambiti della vita umana. Spetta a noi scegliere il Medioevo che vogliamo. Ma se questo passo indietro non verrà effettuato, spariremo, perché non avremo più alcun motivo reale di esistere o di perpetuare la specie umana".
Lei sottolinea l'importanza della trascendenza. Quali sono i limiti dell'ateismo? "Bisogna concedergli che la scienza non ha bisogno di ciò che Laplace chiamava 'l'ipotesi Dio' per elaborare una descrizione rigorosa dell'universo: è sufficiente trovare le leggi matematiche che lo governano. D'altro canto, in politica, si può costruire un sistema nel quale la fede è respinta nella sfera privata: è sufficiente mettere a punto una sorta di gentlemen's agreement nel quale nessuno avrà interesse a fare del male al suo prossimo. Non sono comunque sicuro che questo sistema, che si è instaurato per fasi, possa perdurare sul lungo termine. In compenso, l'ateismo si trova senza risposte quando si tratta di giustificare il perché dell'esistenza di un essere capace di fare scienza e politica. Si trova incapace di rispondere all'interrogativo: perché è un bene che gli uomini esistano? Per giustificare questa esistenza, è necessario un punto di riferimento esterno sul quale appoggiarsi. Qualcuno che ci dica: 'Scegli la vita!'".

(Traduzione di Mauro Zanon)

Q&A: Why Catholics should listen to G.K. Chesterton when it comes to history - Il Denver Catholic intervista Dale Ahlquist su Chesterton e la storia.




Q&A: Why Catholics should listen to G.K. Chesterton when it comes to history


Even experts struggle to categorize the man of the thick mustache, tiny glasses and iconic hat that was often seen wearing a cape and smoking a cigar — and rightly so. G.K. Chesterton could write with ease on almost any subject ranging from politics, history and economics, to literature, philosophy and theology.
"He said something about everything, and he said it better than anybody else", as Dr. Dale Ahlquist, one of the most respected Chesterton scholars in the world, put it. The modern approach to history is no exception, Ahlquist assures. For that reason, he believes Catholics should listen to what Chesterton had to say on the subject and proposes "unlearning" much of what they might have learned in school.
Ahlquist spoke to the Denver Catholic in anticipation of his St. John Paul II Lecture Series presentation in Denver titled, "Unlearning Our History Lessons: Chesterton on History," Oct. 22.
Dr. Ahlquist is President of the Society of Gilbert Keith Chesterton and The Chesterton Schools Network, publisher of Gilbert! Magazine, and creator of the EWTN series The Apostle of Common Sense. He has written five books on Chesterton.
Denver Catholic: What makes G.K. Chesterton stand out from other great thinkers of the past century and why is he still important in our time?
Dale Ahlquist: Chesterton was accomplished in every literary genre and combined clear and comprehensive thinking with clever writing. He's important because he's prophetic and as timely as ever.
DC: How would you describe the contemporary approach to history in our public education system and why is it worth 'unlearning'?
DA: The modern academic approach to history is deconstructive, just like it's approach to literature. It takes things apart until they don't make any sense. We also have the modern weakness of thinking modern history more important than old and older history — so that we have no idea where we came from, much less how we got here. Modern history is more about forgetting than remembering.
DC: What is most unique about Chesterton's approach to history that makes it worth implementing?
DA: History tells a story. It has a point. Chesterton argues eloquently that Christ is the hinge of history. Everything turns on the fact that God himself entered history.

Dr. Dale Ahlquist is President of the Society of Gilbert Keith Chesterton and The Chesterton Schools Network, publisher of Gilbert! Magazine, and creator of the EWTN series The Apostle of Common Sense. He has written five books on Chesterton.
DC: G.K. Chesterton wrote prolifically on a wide variety of subjects. How can educators provide a Catholic education that produces great Catholic thinkers, capable of engaging and leading in the present culture?
DA: Chesterton should be taught in our Catholic schools. The problem is that he is bigger than any of our narrow disciplines; he keeps spilling over into the department next door. It's our compartmentalized way of thinking —and of teaching — that has kept Chesterton out of the classroom.
DC: Chesterton's cause of canonization was recently stalled. Do you think there were just reasons to do so? Why should he still be canonized?
DA: It was a great disappointment that the Bishop of Northampton said he would not proceed with the cause, but what was really disappointing were his stated reasons. We had previously and thoroughly addressed these before — but we will continue to.
We think Chesterton should be numbered among the saints for many reasons. First of all, there is a worldwide devotion to him. Secondly, he has brought hundreds if not thousands of people into the Catholic Church. I'm one of them. Thirdly, he demonstrated heroic virtue in his lifetime. And here's a fourth reason: we need more lay saints, more models of lay spirituality, and examples of Catholic joy.
DC: Is there anything else you would like to add regarding your talk or Chesterton in general?
DA: Read Chesterton. Pray for his intercession. Come to the talk!
Saint John Paul II Lecture Series
"Unlearning Our History Lessons: Chesterton on History"
Dr. Dale Ahlquist
Refectory at St. John Vianney Seminary
Oct. 22, 7 p.m.
RSVP at archden.org/lecture.

lunedì 4 novembre 2019

Un aforisma al giorno (duro, fantastico e vero).

Il distributismo può essere un sogno; tre acri e una mucca possono essere uno scherzo; le mucche possono essere animali favolosi; la libertà può essere un nome; l'impresa privata può essere una caccia all'oca selvaggia sulla quale il mondo non può andare oltre. Ma per quanto riguarda le persone che parlano come se la proprietà e l'impresa privata fossero i principi ora in funzione - queste persone sono così cieche e sorde e morte a tutte le realtà della propria esistenza quotidiana, che possono essere escluse dal dibattito.

Gilbert Keith Chesterton, Il profilo della ragionevolezza

Riproposizioni - Chesterton (e Belloc) in altre parole - L'"artificiere della fede", il "maresciallo di Napoleone" e Mario Praz

Mario Praz uno lo dovrebbe premiare solo per aver ricacciato questi fragorosi epiteti ai nostri eroi...


http://uomovivo.blogspot.com/2016/10/chesterton-e-belloc-in-altre-parole.html

Maschia Riproposizione - Hilaire Belloc, molto maschio.

Vecchio Tuono, sei tutti noi!
Hilaire Belloc, uomo con gli attributi. Ci piace.


http://uomovivo.blogspot.com/2018/11/hilaire-belloc-molto-maschio.html

Riproposizioni - Chesterton in altre parole - Eleanor Belloc

È bellissimo. Chesterton nei ricordi di una ex bambina.

http://uomovivo.blogspot.com/2017/11/i-chesterton-in-altre-parole-eleanor.html