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venerdì 8 maggio 2026

Un aforisma al giorno - Perseguire dentro di sé un mondo di piccole cose.

Ma non è un'esagerazione sostenere che quel libro (L'isola del tesoro, ndr) avesse più a che fare con il gioco, che con il tesoro. Stevenson non cercava veramente fuori di sé o lontano da sé un mondo di cose più grandi, ma perseguiva dentro di sé un mondo di piccole cose.

Gilbert Keith Chesterton, Robert Louis Stevenson.


Una antica recensione del volume:



Stevenson (noto tra gli isolani come Tusitala,
"colui che racconta storie" durante la sua
permanenza alleIsole Samoa, in alto al
 centro con i baffi e la giacca scura.



mercoledì 11 febbraio 2026

Un aforisma al giorno - Antologia sull'immaginazione.




Anni fa decidemmo di fare su questo blog un'antologia, da aggiornare progressivamente, del pensiero di Chesterton sulla questione dell'umiltà sulla base degli scritti racchiusi in questo strumento. Proprio perché centrale tra tutti i temi, l'idea era quella di accendere un faro luminosissimo su una virtù incarnata dal nostro Gilbert, e costantemente richiamata nelle sue opere. Pian piano l'aggiorniamo, cercando di mostrare quanto sia centrale l'argomento nella sua filosofia, direi imprescindibile.

Se l'umiltà è importantissima, l'idea dell'immaginazione è il punto di svolta della sua vita giovanile. Il desiderio è di stendere prima o poi un vero studio, ma nel frattempo accendiamo una lucetta su ogni aforisma riguardante il tema per offrire un panorama solido e maturo nell'approccio a chi si avvicina a Chesterton e al suo pensiero.

Marco Sermarini

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La funzione primaria dell'immaginazione è quella di vedere il nostro intero sistema di vita ordinato come un cumulo di rivoluzioni stratificate. Nonostante tutti i rivoluzionari, va detto che la funzione dell'immaginazione non è tanto quella di rendere stabili le cose strane, quanto quella di rendere strane le cose stabili; non tanto quella di rendere le meraviglie fatti, quanto quella di rendere i fatti meraviglie.

Gilbert Keith Chesterton, L'imputato.

Visitare luoghi turistici è una questione molto più difficile e controversa di quanto molti sembrino supporre; e un uomo che la rifiuta del tutto potrebbe essere un uomo di senno e persino un uomo di immaginazione. Fu il grande Wordsworth a rifiutarsi di tornare a Yarrow; fu solo il piccolo Wordsworth a tornarci, dopotutto. Ricordo la prima grande vista che ebbi al mio arrivo in Medio Oriente, quando guardai per caso fuori dal treno diretto al Cairo e vidi in lontananza, oltre le pianure luminose, una debole forma triangolare: le Piramidi. Potrei capire un uomo che, dopo averle viste, voltasse le spalle e tornasse indietro nel suo paese e nella sua casa, dicendo: «Non andrò oltre, perché ho visto in lontananza le ultime dimore dei re». Posso capire un uomo che, dopo aver visto solo di lontano Gerusalemme sorgere sulla collina, non prosegua oltre e conservi per sempre quella visione. 
Si direbbe, ovviamente, che sia assurdo venire fin qui e vedere così poco. A ciò rispondo che, in tal senso, è assurdo venire fin qui. Tornare indietro per una fantasia del genere non è più assurdo che venire per una fantasia simile. Un uomo non può mangiare le Piramidi; non può comprare o vendere la Città Santa; non ci può essere alcun aspetto pratico né nel suo venire né nel suo andare. Se non è venuto per uno stato d'animo poetico, è venuto per niente; se è venuto per uno stato d'animo simile, non è uno sciocco a obbedire a quello stato d'animo... 
Nessuna grande opera sembrerà grande e nessuna meraviglia del mondo sembrerà meravigliosa, a meno che non sia vista in un'ottica di umiltà storica.

Gilbert Keith Chesterton, La Nuova Gerusalemme.


Ogni ateo o agnostico, che nella sua infanzia abbia conosciuto veramente il Natale, avrà poi sempre, voglia o non voglia, nella sua mente un'associazione di due idee che moltissima gente deve considerare come remote l'una dall'altra: l'idea di un bambino e l'idea di una forza sconosciuta che regge le stelle. Il suo istinto e la sua immaginazione possono ancora connetterle insieme, quando la sua ragione non vede più la necessità della connessione. (...) Ma le due idee non coincidono naturalmente o necessariamente. Non sarebbero necessariamente connesse per un greco antico o per un cinese, fossero pure Aristotele o Confucio. Non è naturale connettere Dio con un infante più di quanto sia naturale connettere la gravitazione con un piccolo gatto.

Gilbert Keith Chesterton, L’Uomo Eterno.

E l'intero obiettivo della vera arte, del vero romanticismo - e, soprattutto, della vera religione - è quello di evitare che gli uomini perdano l'umiltà e la gratitudine che sono grate per la luce del giorno e il pane quotidiano; di evitare che considerino la vita quotidiana noiosa o la vita domestica angusta; di insegnare loro a cogliere nella luce del sole il canto di Apollo e nel pane l'epopea dell'aratro. Ciò di cui c'è più bisogno ora è l'immaginazione intensa. Intendo il potere di rivolgere la nostra immaginazione verso l'interno, sulle cose che già abbiamo, e di farle vivere. Non si tratta solo di cercare nuove esperienze, che diventano rapidamente vecchie. È imparare a vivere le nostre esperienze. È imparare a godere dei nostri piaceri. Così com'è, siamo circondati da un tumulto che viene giustificato come l'unico modo di essere giovani, ma che in realtà sembra essere un modo rapido di invecchiare.

Gilbert Keith Chesterton, Illustrated London News, 20 settembre 1924.


L'uomo che costruisce un sistema intellettuale deve costruire come Neemia, con la spada in una mano e la cazzuola nell'altra. L'immaginazione, la qualità costruttiva, è la cazzuola, e l'argomentazione è la spada.

Gilbert Keith Chesterton, Twelve Types, “Thomas Carlyle”.

L'immaginazione è il segnale dell'istinto. Il giornalismo ci dice solo quello che gli uomini fanno; è la narrativa che ci dice quello che pensano, e ancora di più quello che sentono... Tutta la narrativa è solo un diario di sogni ad occhi aperti invece che di giorni. E questa profonda occupazione delle menti degli uomini con certe cose alla fine ha sempre un effetto anche sull'espressione esteriore dell'epoca. 

Gilbert Keith Chesterton, Illustrated London News, 21 aprile 1923.

                               
Ogni ateo o agnostico, che nella sua infanzia abbia conosciuto veramente il Natale, avrà poi sempre, voglia o non voglia, nella sua mente un'associazione di due idee che moltissima gente deve considerare come remote l'una dall'altra: l'idea di un bambino e l'idea di una forza sconosciuta che regge le stelle. Il suo istinto e la sua immaginazione possono ancora connetterle insieme, quando la sua ragione non vede più la necessità della connessione. (...) Ma le due idee non coincidono naturalmente o necessariamente. Non sarebbero necessariamente connesse per un greco antico o per un cinese, fossero pure Aristotele o Confucio. Non è naturale connettere Dio con un infante più di quanto sia naturale connettere la gravitazione con un piccolo gatto.

Gilbert Keith Chesterton, L’Uomo Eterno.

Tutta questa materia mitologica appartiene alla parte poetica dell’uomo. Pare stranamente dimenticato oggidì che il mito è un’opera d’immaginazione, e quindi un’opera d’arte. Solo un poeta può concepirla; e solo un poeta può criticarla. Nel mondo sono più i poeti che i non-poeti, com’è provato dall’origine di tali leggende. Ma - io non ho mai saputo per quale ragione - è sempre la minoranza apoetica che si permette di studiare criticamente questa poesia popolare.

Gillbert Keith Chesterton, L'Uomo Eterno.

La schiavitù non era per la Chiesa una difficoltà di dottrina, ma un problema di immaginazione. Aristotele e i saggi pagani che avevano definito le arti servili o "utili", avevano considerato lo schiavo come uno strumento, un'ascia per tagliare il legno o qualsiasi cosa fosse da tagliare. La Chiesa non denunciava il taglio; ma le sembrava di tagliare il vetro con un diamante. Era perseguitata dal ricordo che il diamante è molto più prezioso del vetro. Così il cristianesimo non poteva adagiarsi nella semplicità pagana secondo cui l'uomo era fatto per l'opera, quando l'opera era molto meno immortalmente importante dell'uomo. Più o meno a questo punto della storia dell'Inghilterra si racconta generalmente l'aneddoto di un gioco di parole di Gregorio Magno; e questo è forse il vero punto della questione. Secondo la teoria romana, i barbari schiavi dovevano essere utili. Il misticismo del santo si commuoveva nel trovarli ornamentali; e "Non Angli sed Angeli" significava più semplicemente "Non schiavi, ma anime".

Gilbert Keith Chesterton, Una breve storia d'Inghilterra.


Qualsiasi pericolo di nevrastenia ci sia per l'uomo, ha origine nella sua ragione, piuttosto che nella sua immaginazione.

Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia.


Se non vogliamo perdere di vista la filosofia della sanità di mente, la prima cosa da fare è di eliminare un grosso e diffuso equivoco. Si dice che l’immaginazione, in particolare l’immaginazione mistica, è pericolosa all’equilibrio mentale dell’uomo. I poeti sono di solito ritenuti persone psicologicamente non serie; l’alloro che cinge la chioma richiama non di rado la paglia di cui amano adornarsi i pazzi. I fatti e la storia smentiscono totalmente questo punto di vista. La maggior parte dei poeti veramente grandi sono stati non solo sani, ma anche estremamente pratici nella vita. Se Shakespeare ha realmente allevato i cavalli, vuol dire che lo sapeva fare meglio degli altri. Non è l’immaginazione che produce la pazzia: è la ragione. I giocatori di scacchi diventano pazzi, non i poeti; i matematici, i cassieri possono diventare pazzi; non gli artisti che creano. Con ciò non intendo, come si vedrà, prendere a bersaglio la logica; dico che il pericolo è piuttosto insito nella logica, non nell’immaginazione. La paternità artistica è segno di sanità come la paternità fisica. Se in un poeta c’è stato qualche cosa di morboso, ordinariamente è stato perchè egli aveva nel suo cervello qualche punto debole nella razionalità.
Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia.


La qualità originale in ogni uomo che operi con l'immaginazione è la vastità del suo immaginario. E' qualcosa che assomiglia al paesaggio dei suoi sogni; il tipo di mondo che vorrebbe creare o che vorrebbe esplorare, la flora e la fauna del suo piccolo pianeta segreto; è in sostanza ciò che ama pensare e immaginare. Questa atmosfera generale, il modello o la struttura, l'architettura del suo sviluppo, governa tutte le sue creazioni, per quanto possano essere varie e diversificate; e poiché in questo senso egli può creare un mondo, è in questo senso un creatore: l'immagine di Dio.
Gilbert Keith Chesterton, Stevenson.

Le fiabe… non hanno colpa di infondere paura nei bambini, o qualunque forma di paura; non sono le fiabe a formare nei bambini il concetto del male o del brutto: esiste già, nel bambino, perché già esiste nel mondo. Non sono le fiabe a dare al bambino la sua prima idea di orco. Ciò che le fiabe gli danno è la prima idea chiara della possibile sconfitta dell'orco. Il bimbo ha conosciuto intimamente il drago fin da quando possiede l'immaginazione. Ciò che la fiaba gli offre è un san Giorgio che uccida il drago.

Gilbert Keith Chesterton, Tremendous Trifles.


Il mito è un'opera di immaginazione, e quindi un'opera d'arte. Solo un poeta può concepirla; e solo un poeta può criticarla. Nel mondo sono più i poeti che i non poeti, come provato dall'origine di tali leggende.

Gilbert Keith Chesterton, L'Uomo Eterno.

Quello che qui ci interessa è un singolo aspetto dell’umiltà. Per umiltà si intende soprattutto un freno all’arroganza e all’infinito desiderio dell’uomo. I suoi sentimenti di pietà erano sempre superati da nuovi bisogni. La sua stessa capacità di provare piacere ha distrutto metà dei momenti di gioia. Nella ricerca del piacere, ha perso di vista quello principale, poiché il piacere più grande sta nella sorpresa. Così è diventato evidente che se un uomo vuole allargare i confini del proprio mondo, deve farsi piccolo. Perfino le visioni della superbia, le città costruite in altezza e i pinnacoli sono creazioni dell’umiltà. I giganti che calpestano le foreste come se fossero erba sono creazioni dell’umiltà. Le torri che svaniscono in alto al di sopra della stella più solitaria sono creazioni dell’umiltà. Perché le torri non sono alte finché noi non alziamo gli occhi per guardarle; e i giganti non sono giganti a meno che non siano più grandi di noi. Tutta questa gigantesca immaginazione, la quale, forse, è il piacere più immenso dell’uomo, è, in fondo, assolutamente umile. Senza umiltà è impossibile provare alcun piacere – perfino l’orgoglio.

Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia.


Se non saremo in grado di rendere interessanti per gli uomini l'alba, il pane e i segreti creativi del lavoro, piomberà su tutta la nostra civiltà un affaticamento che è l'unica malattia da cui le civiltà non guariscono. Così morì la grande civiltà pagana: tra cibo e circhi e dimenticanza dei lari domestici.
Dunque, qualunque cosa scegliate di fare, non beffatevi del libro della Genesi. Sarebbe molto meglio per voi, sarebbe molto meglio per tutti noi,se rimanessimo così legati al libro della Genesi da considerare la settimana come una serie di azioni simboliche, che ci ricordano i passi della creazione.
Sarebbe molto meglio se ogni lunedì anzichè un lunedì nero, fosse un lunedi luminoso,per celebrare la creazione della luce. Sarebbe molto meglio se il martedi, parola che attualmente suona molto scialba, rappresentasse un tripudio di fontane, fiumi e ruscelli scroscianti, perche fu il giorno della divisione delle acque. Sarebbe bello se ogni mercoledi fosse l'occasione di appendere in casa rami verdi e fiori, perchè queste cose spuntarono nel terzo giorno della creazione; o se il giovedi fosse consacrato al sole e alla luna e il venerdi consacrato ai pesci e ai polli,e cosí via. 
Allora cominceremmo a intuire l'importanza della settimana e quali grandi cose una civiltá dalla grande immaginazione potrebbe fare in una settimana. Se avessimo la capacitá creativa di allestire una simile festa settimanale della creazione, non ci interesserebbe andare al cinema. 

Gilbert Keith Chesterton, "Fatica settimanale", Radio Chesterton.


È la principale attività terrena di un essere umano rendere la sua casa, e l'ambiente prossimo alla sua casa, il più simbolico e significativo per la propria immaginazione.

Gilbert Keith Chesterton, The Coloured Lands.

Nessuno degno di essere chiamato uomo permette che i suoi sentimenti cambino le sue convinzioni; ma è attraverso il sentimento che comprendiamo le convinzioni degli altri uomini. Il bigotto non è colui che sa di avere ragione; ogni uomo sano di mente sa di avere ragione. Il bigotto è colui le cui emozioni e la cui immaginazione sono troppo fredde e deboli per sentire come è che gli altri uomini fanno del male. 

Gilbert Keith Chesterton, Alarms and discursions.

Credo che il dire grazie sia la forma più alta di intelligenza e che la gratitudine sia la felicità raddoppiata dall'immaginazione.

Gilbert Keith Chesterton, Una breve storia d'Inghilterra.

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Aggiornamento del 24 luglio 2026:

Gli uomini hanno bisogno di eccitazione per produrre pensieri profondi e devono essere sorpresi per provare sorpresa. Lo scopo principale della religione, dell'immaginazione, della poesia e delle arti è quello di risvegliare quel senso di qualcosa salvato dal nulla.


Gilbert Keith Chesterton, Come to think of it.



Inoltre sul tema vale la pena consultare questi articoli e un saggio inerenti il rapporto tra Chesterton e J.R.R. Tolkien:

Chesterton in altre parole - Ulteriori aspetti dell'influsso chestertoniano su Tolkien:


Chesterton in altre parole - Tolkien e Chesterton, documentazione di una relazione:


Il contributo di un giovane ricercatore su Chesterton, Tolkien ed immaginazione: 

lunedì 15 dicembre 2025

Un aforisma al giorno - Impedire di abituarsi alle stelle.

Prima del tempo di Shakespeare, gli uomini erano cresciuti abituandosi a guardare il cielo attraverso l’astronomia tolemaica, dal tempo di Shakespeare in poi si sono abituati a guardarlo attraverso l’astronomia copernicana. Ma i poeti non si sono mai abituati alle stelle ed è loro compito impedire a chiunque altro di abituarsi. Qualunque uomo legga per la prima volta le parole «le candele della notte sono spente» trattiene il respiro e quasi maledice sé stesso per aver trascurato di guardare adeguatamente, o abbastanza frequentemente, le maestose e misteriose rivoluzioni della notte e del giorno. Le teorie ammuffiscono in fretta; ma la realtà resta fresca. Secondo l’antica concezione della sua funzione, il poeta aveva a che fare con la realtà delle cose; con le lacrime che sgorgano dalle cose, come nel grande lamento di Virgilio; con il diletto di osservare cose innumerevoli, come nelle spensierate poesie di Stevenson; con il ringraziare per l’esistenza delle cose, come nel francescano Cantico del sole o nel Benedicite omnia opera. Che dietro queste cose ci siano delle grandi verità è vero; quelli che sono talmente infelici da non credere in queste verità possono benissimo chiamarle teorie.

Gilbert Keith Chesterton, Chaucer.



mercoledì 13 agosto 2025

Un aforisma al giorno - La moralità moderna ha solo il male da indicare.



Molto è stato detto, e detto con verità, sulla morbosità monastica, sull'isteria che spesso ha accompagnato le visioni di eremiti o monache. Ma non dimentichiamo mai che questa religione visionaria è, in un certo senso, necessariamente più sana della nostra morale moderna e ragionevole. È più sana per questo motivo: può contemplare l'idea del successo o del trionfo nella lotta senza speranza verso l'ideale etico, in quella che Stevenson chiamava, con la sua consueta sorprendente felicità, «la battaglia persa della virtù». La moralità moderna, d'altra parte, può solo indicare con assoluta convinzione gli orrori che seguono le violazioni della legge; la sua unica certezza è la certezza del male. Può solo indicare l'imperfezione. Non ha alcuna perfezione da indicare...

Questa omissione, buona o cattiva che sia, ci lascia faccia a faccia con il problema di una coscienza umana piena di immagini molto definite del male e priva di immagini definite del bene. Per noi la luce deve essere d'ora in poi la cosa oscura, la cosa di cui non possiamo parlare. Per noi, come per i diavoli di Milton nel Pandemonio, è l'oscurità che è visibile. Secondo la religione, la razza umana è caduta una volta e nella caduta ha acquisito la conoscenza del bene e del male. Ora siamo caduti una seconda volta e ci rimane solo la conoscenza del male.

Gilbert Keith Chesterton, Eretici.




venerdì 14 giugno 2024

Un aforisma al giorno - Profetizzare con sicurezza.

L'unica cosa che possiamo profetizzare con sicurezza è quella che viene sempre definita impossibile. Ogni volta ci viene detto, da ogni tipo di persona presuntuosa e progressista, che l'umanità non può tornare indietro. La risposta è che se l'umanità non può tornare indietro, non può andare da nessuna parte. Ogni cambiamento importante nella storia è stato fondato su qualcosa di storico: e se il mondo non avesse cercato più volte di rinnovare la sua giovinezza, sarebbe morto da tempo.

Gilbert Keith Chesterton, Robert Louis Stevenson.



Su www.pumpstreet.it

mercoledì 29 maggio 2024

#150volteChesterton - Un aforisma al giorno - L'infanzia e la chiarezza.



Per me l'infanzia possiede una sua qualità, forse difficile da descrivere, ma per nulla vaga. Anzi, è più netta della differenza tra il buio color pece e la luce del giorno, o tra l'avere e il non avere mal di denti. Per continuare la storia, è necessario insistere sul primo e più complesso dei suoi capitoli. E io devo chiarire cosa intendo quando dico che la mia infanzia ebbe una consistenza, o una qualità, assai diversa dal resto della mia vita, immeritatamente piacevole e gioiosa. L'aspetto più evidente di questa qualità è la chiarezza. E qui mi discosto da Stevenson per esempio, che pure ammiro e che dice che il bambino vaga con la testa tra le nuvole. Ne parla come se vivesse normalmente in una sorta di sbalordito sogno a occhi aperti, incapace di distinguere realtà e fantasia. Certo, bambini e adulti sono talvolta fantasiosi, ma non è questo, nella mia mente e nella mia memoria, che distingue gli adulti dai bambini. Ho il ricordo di una sorta di luce bianca che si stendeva su ogni cosa, divideva gli oggetti con chiarezza e ne intensificava la solidità. E ciò che conta è che quella luce bianca sprigionava un alone meraviglioso come se il mondo fosse nuovo quanto me; nuovo, non discosto dal reale.

Gilbert Keith Chesterton, Autobiografia.



sabato 12 agosto 2023

Un aforisma al giorno - Stevenson e la verità.

Penso che i suoi viaggi e capi da doppiare e ritorni rivelino un'idea di fondo, forse persino una dottrina. Eppure, era una dottrina in cui lui stesso forse non credeva, o in ogni caso in cui non credeva di credere. In altre parole, penso che la sua importanza sarà più evidente in relazione a problemi più ampi, che tornano ora a fare capolino alla mente degli uomini; problemi che al nostro tempo sono ancora abbastanza sconosciuti alla maggior parte delle persone e che al tempo di Stevenson erano totalmente ignoti (...). Perché Stevenson aveva l'onestà splendida e squillante di testimoniare, con una voce simile a una tromba a favore di una verità che lui stesso non comprendeva.

Gilbert Keith Chesterton, Robert Louis Stevenson.

venerdì 11 agosto 2023

Un aforisma al giorno - Purezza e puritanesimo, bambini e legno bianco.

Il puritanesimo non aveva in sé alcuna idea di purezza. Potremmo quasi sostenere che nel puritanesimo c'è qualsiasi virtù, eccetto che la purezza. Contemplava l'idea dell'autodisciplina, che è cosa diversa dalla virtù. Non ha immagini di innocenza pura, di quelle cose che sono allo stesso tempo solide e candide, come il gesso o il legno bianco, che i bambini tanto amano.

Gilbert Keith Chesterton, Robert Louis Stevenson.

lunedì 10 aprile 2023

Un aforisma al giorno - Fuori da una certa tradizione religiosa, pochissimi credono veramente nella moralità di cui stiamo parlando.



Che Stevenson (Robert Louis Stevenson, ndr) fosse nel senso più profondo e sano una brava persona è certo, senza bisogno dell’apologetica vittoriana; che non abbia mai fatto qualcosa che ritenesse sbagliata è improbabile, senza che ci si metta a capofitto a far ricerche approfondite su quali siano stati i canali di aberrazione prescelti; e la cosa in se stessa è ulteriormente falsificata dal fatto che, fuori da una certa tradizione religiosa, pochissimi sia degli imbianchini che dei provocatori credono veramente nella moralità di cui stiamo parlando. I primi non mirano ad altro che a salvaguardare la rispettabilità; i secondi, pure quando calunniano, non sono capaci di condannare. Stevenson non era un cattolico; non ha finto di essere rimasto un puritano; ma era un pagano altamente onorevole, responsabile e valoroso, in un mondo traboccante di pagani che erano per la maggior parte molto meno cavalieri e onorevoli. Io, per esempio, se posso dirlo, sono pronto a difendere il mio modo di pensare o a giudicare gli altri in base al loro. Ma la pretesa vittoriana che ogni eroe ben vestito d’un romanzo, che possa contare su cinquecento sterline l’anno, sia nato immune dalle tentazioni per combattere le quali i più straordinari santi si sono cinti di cilici e di rovi – beh, questo non mi interessa affatto e non lo discuterò ancora.

Gilbert Keith Chesterton, Robert Louis Stevenson.


Stevenson (in alto, al centro, con la giacca scura e i baffi)
durante il suo soggiorno alle Isole Samoa

sabato 8 ottobre 2022

Un aforisma al giorno (molto profondo).

La qualità originale in ogni uomo che operi con l'immaginazione è la vastità del suo immaginario. E' qualcosa che assomiglia al paesaggio dei suoi sogni; il tipo di mondo che vorrebbe creare o che vorrebbe esplorare, la flora e la fauna del suo piccolo pianeta segreto; è in sostanza ciò che ama pensare e immaginare. Questa atmosfera generale, il modello o la struttura, l'architettura del suo sviluppo, governa tutte le sue creazioni, per quanto possano essere varie e diversificate; e poiché in questo senso egli può creare un mondo, è in questo senso un creatore: l'immagine di Dio.

Gilbert Keith Chesterton, Stevenson.

mercoledì 29 giugno 2022

Robert Louis Stevenson – L’avventura nel cuore, di Paolo Gulisano - Recensione di Domenico Volterra su Mangialibri.

Il nostro vicepresidente Paolo Gulisano ha di recente pubblicato un libro su Stevenson che, come sapete, era uno degli autori preferiti di Chesterton. Scrissi qualcosa a proposito del libro di Chesterton su Stevenson qualche anno fa: https://uomovivo.blogspot.com/2012/06/rubbettino-pubblica-lo-stevenson-e-noi.html (in realtà di anni ne sono passati dieci... mamma mia). 

A me piace moltissimo, quel libro. Sono contento che Paolo abbia deciso di dedicarsi a Stevenson, che è così importante per Chesterton, per la sua stessa vita. Ricorderete di certo che lo annoverò, in una famosa lettera a Bentley a cui accenno in questo post sugli anni giovanili di Chesterton (https://uomovivo.blogspot.com/2012/02/alcune-notizie-sugli-anni-giovanili.html) tra le letture che lo salvarono.

La recensione rende omaggio al nostro Chesterton, e Paolo è Paolo...

Marco Sermarini

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In un saggio risalente ai primi anni del Novecento, Gilbert Keith Chesterton scriveva che nello scenario culturale dell’epoca si avvertiva la mancanza di una Letteratura della gioia, ovvero di una Letteratura che non solo badasse a trasmettere le angosce dell’uomo moderno, ma anche quella positività che è parte dell’esperienza umana e che può aiutare a essere felici. Secondo Chesterton, dunque, un autore esemplare da questo punto di vista era Robert Louis Stevenson, la cui intera opera potrebbe essere letta come una difesa della possibilità di essere felici e una risposta alla domanda di felicità dell’uomo, che può essere assolta solo ritornando piccoli e capaci di provare stupore...

Il resto qui:

 https://www.mangialibri.com/robert-louis-stevenson-lavventura-nel-cuore

Robert Louis Stevenson. L'avventura nel cuore - Paolo Gulisano - copertina


venerdì 18 febbraio 2022

Si parte da Tommaso Moro e si finisce a casa di Chesterton e non solo...

Caterina Maniaci su AciStampa 

Letture, la sobria allegria di Tommaso Moro, medicina per l'oggi 

Una raccolta di fantasie, scherzi e racconti da rileggere

(...)

Ridere, o sorridere, non è segno di superficialità. Anzi, la leggerezza è la testimonianza di uno spirito forte e capace di diffondere speranza. Lo sapeva bene Chesterton che lo ha icasticamente definito, com’era sua abitudine. Il richiamo a questa convinzione chestertoniana lo abbiamo trovato nell’ultimo saggio di Paolo Gulisano dedicato a Robert Louis Stevenson. Scrive infatti Gulisano: “ In un suo saggio su Stevenson, di cui fu uno dei più acuti esegeti, Gilbert Keith Chesterton scriveva che nello scenario culturale contemporaneo (si era agli albori del novecento) si sentiva la mancanza di una Letteratura della gioia, ovvero di una letteratura che trasmettesse non solo le angosce esistenziali dell’uomo moderno, le sue domande a volte disperate di significato, ma anche le risposte, quella positività che è dentro l’esperienza umana che può aiutare a essere felici. Una letteratura che esprima gioia, a costo di rischiare di sembrare infantile, dato che la gioia è da molti vista come un sentimento puerile”.

(...)

Il resto nel collegamento qui sotto:

https://www.acistampa.com/story/letture-la-sobria-allegria-di-tommaso-moro-medicina-per-loggi-19090

mercoledì 26 gennaio 2022

Un aforisma al giorno.

Stevenson non era un cattolico; non ha finto di essere rimasto un puritano; ma era un pagano altamente onorevole, responsabile e valoroso, in un mondo traboccante di pagani che erano per la maggior parte molto meno cavalieri e onorevoli. Io, per esempio, se posso dirlo, sono pronto a difendere il mio modo di pensare o a giudicare gli altri in base al loro. Ma la pretesa vittoriana che ogni eroe ben vestito d’un romanzo, che possa contare su cinquecento sterline l’anno, sia nato immune dalle tentazioni per combattere le quali i più straordinari santi si sono cinti di cilici e di rovi – beh, questo non mi interessa affatto e non lo discuterò ancora.


Gilbert Keith Chesterton, Robert Louis Stevenson.

venerdì 24 settembre 2021

Aforismi in lingua originale - Autobiografia.


I
n truth, the story of what was called my Optimism was rather odd. When I had been for some time in these, the darkest depths of the contemporary pessimism, I had a strong inward impulse to revolt; to dislodge this incubus or throw off this nightmare. But as I was still thinking the thing out by myself, with little help from philosophy and no real help from religion, I invented a rudimentary and makeshift mystical theory of my own. It was substantially this; that even mere existence, reduced to its most primary limits, was extraordinary enough to be exciting. Anything was magnificent as compared with nothing. Even if the very daylight were a dream, it was a day-dream; it was not a nightmare. The mere fact that one could wave one's arms and legs about (or those dubious external objects in the landscape which were called one's arms and legs) showed that it had not the mere paralysis of a nightmare. Or if it was a nightmare, it was an enjoyable nightmare. In fact, I had wandered to a position not very far from the phrase of my Puritan grandfather, when he said that he would thank God for his creation if he were a lost soul. I hung on to the remains of religion by one thin thread of thanks. I thanked whatever gods might be, not like Swinburne, because no life lived for ever, but because any life lived at all; not, like Henley for my unconquerable soul (for I have never been so optimistic about my own soul as all that) but for my own soul and my own body, even if they could be conquered. This way of looking at things, with a sort of mystical minimum of gratitude, was of course, to some extent assisted by those few of the fashionable writers who were not pessimists; especially by Walt Whitman, by Browning and by Stevenson; Browning's "God must be glad one loves his world so much", or Stevenson's "belief in the ultimate decency of things". But I do not think it is too much to say that I took it in a way of my own; even if it was a way I could not see clearly or make very clear. What I meant, whether or no I managed to say it, was this; that no man knows how much he is an optimist, even when he calls himself a pessimist, because he has not really measured the depths of his debt to whatever created him and enabled him to call himself anything. At the back of our brains, so to speak, there was a forgotten blaze or burst of astonishment at our own existence. The object of the artistic and spiritual life was to dig for this submerged sunrise of wonder; so that a man sitting in a chair might suddenly understand that he was actually alive, and be happy.


Gilbert Keith Chesterton, Autobiography.

domenica 2 ottobre 2016

Chi era Gian Dauli

Gian Dàuli, pseudonimo di Giuseppe Ugo Virginio Quarto Nalato (1884 – 1945), familiarmente Beppino, fu scrittore, traduttore ed editore, un uomo davvero votato alla stampa "totale". Fu uno dei primi traduttori di Chesterton.


Nasce a Vicenza nel 1894 e nel 1898 si trasferisce a Venezia con la famiglia. Da giovane, dopo un primo lavoro come collaboratore giornalistico, decide di partire per l'Inghilterra, dove si stabilisce per tre anni a Liverpool; qui impara l'inglese e fa da corrispondente per il giornale L'Adriatico. Ha anche modo di conoscere il poeta e drammaturgo irlandese William Butler Yeats (una conoscenza in comune con Chesterton e sua moglie Frances), e John Galsworthy, di cui tradurrà diverse opere. Rientrerà in Italia tre anni dopo e nel 1910 si stabilirà a Roma. Nel 1912 si sposa con Edith Carpenter. 
L'attività letteraria lo avvicina alla editrice Modernissima. Come direttore editoriale letterario di essa, Dàuli conoscerà molti intellettuali e scrittori dell'epoca e farà tradurre e pubblicare autori poco noti in Italia. Nella collana Scrittori d'oggi avranno posto Joseph Conrad, Israel Zangwill, Thomas Hardy, Henry James, R. L. Stevenson,  Jack London e il nostro Chesterton. Li annovererà tra "i moderni autori che hanno saputo trarre dalla vita vissuta e contemplata una espressione di Armonia e Bellezza", comprendendo con lucidità la forza la novità del mondo letterario americano e inglese, come d'altronde stavano facendo Emilio Cecchi con La Ronda e don Giuseppe De Luca con Il Frontespizio.
Creò una propria agenzia editoriale la T.I.L.A. (The International Literary Agency) e due case editrici economiche, la Delta e la Dauliana. Il successo economico non sempre gli arrise, nonostante abbia avuto una certa lungimiranza a proposito di autori interessanti e di successo.
Di Chesterton tradurrà Il Napoleone di Nottingham Hill, L'Osteria Volante, I racconti di Padre Brown.
Collaborerà con molte altre realtà e personalità del mondo editoriale. Non avrà una vita professionale semplice, come detto sopra.
Scriverà anche diversi libri tra cui La rua.
Marco Sermarini
Aggiornato il 17 Aprile 2022.

martedì 22 gennaio 2013

Chesterton su R. L. Stevenson


"Penso che i suoi viaggi e capi da doppiare e ritorni rivelino un'idea di fondo, forse persino una dottrina. Eppure, era una dottrina in cui lui stesso forse non credeva, o in ogni caso in cui non credeva di credere. In altre parole, penso che la sua importanza sarà più evidente in relazione a problemi più ampi, che tornano ora a fare capolino alla mente degli uomini; problemi che al nostro tempo sono ancora abbastanza sconosciuti alla maggior parte delle persone e che al tempo di Stevenson erano totalmente ignoti (...). Perché Stevenson aveva l'onestà splendida e squillante di testimoniare, con una voce simile a una tromba a favore di una verità che lui stesso non comprendeva" 

(da G. K. Chesterton, R. L. Stevenson, edizioni Rubbettino, Soveria Mannelli 2012, pagg. 23 - 24).

giovedì 21 giugno 2012

La recensione dello Stevenson di GKC di Marco Sermarini ripresa da Rubbettino

http://www.rubbettinoeditore.it/news/633-stevenson-qteologo-cristiano-senza-saperloq.html

lunedì 4 giugno 2012

Rubbettino pubblica lo Stevenson e noi lo recensiamo





STEVENSON, "TEOLOGO CRISTIANO SENZA SAPERLO"
Gilbert Keith Chesterton, Robert Louis Stevenson, Rubbettino Editore - Soveria Mannelli, 2012 - € 12,00.
Il creatore di Padre Brown, il geniale estensore di Ortodossia, deve anzitutto alle sue opere di critica letteraria l'ingresso nel mondo del giornalismo e della scrittura. Ci raccontano padre Ian Ker e William Oddie, autori di recenti ed originali contributi biografici sul Nostro, che Chesterton ebbe tra le prime occasioni di svolgere il suo lavoro proprio quando una casa editrice inglese (The Bookman) gli chiese di scrivere dei brevi articoli di critica dei grandi classici della letteratura inglese, quelli che egli aveva imparato ad apprezzare dalla voce di suo padre Ed. Questi articoli finivano spesso per introdurre i classici che poi il Bookman pubblicava (le due foto che mostriamo sono testimonianza delle edizioni librarie e del periodico). E' quindi con gioia che accogliamo la pubblicazione di questo volume che ha una grande importanza dell'opera di Chesterton sia per quello che si è già detto, sia per il valore che proprio l'opera di Stevenson ebbe nella vita di GKC: egli attribuì sempre la sua rinascita, dopo la grave crisi giovanile che lo portò alle soglie del suicidio, oltre che al Libro biblico di Giobbe e ad alcune poesie di Walt Whitman, all'Isola del Tesoro di Stevenson.
GKC nello Stevenson rende anzitutto omaggio a Stevenson stesso, definito inizialmente "un pagano altamente onorevole" (pag. 47). Con ciò torna a criticare la cultura e l'habitus mentale protestante e in particolare calvinista scozzese, che costituiva l'ambiente educativo e familiare del grande scrittore scozzese. E lo fa aspramente, considerandolo la cagione degli stessi mali fisici che afflissero per tutta la vita Stevenson. I motivi fondamentali del pensiero di Chesterton emergono spesso e ripetutamente, lo diremo ancora. In questo caso egli ripropone concetti espressi in opere come Una breve storia d'Inghilterra (anche questa nuovamente pubblicata da Rubbettino proprio in queste ultime settimane) e soprattutto nel San Tommaso d'Aquino, in cui egli equipara senza nessun tentennamento manicheismo e calvinismo.
Altro motivo, questo addirittura fondante il suo pensiero e la sua stessa vita, che emerge in quest'opera è la questione del costante stupore, che in un certo qual modo potrebbe essere la quintessenza dell'opera di Stevenson e dello stesso Chesterton. Mentre parla di Stevenson, Chesterton approfitta per stroncare l'atteggiamento falsamente realistico degli autori psicologici e delle tendenze letterarie legate ad una massima valorizzazione della psiche umana, in contrasto col concetto di azione e di avventura presente in Robert Louis Stevenson.
Definire questo volume una biografia di Stevenson è riduttivo ed in parte falso: Chesterton afferma espressamente di aver scelto di non soffermarsi sulla vita di Tusitala (era questo il nome con cui veniva chiamato dagli abitanti delle Isole Samoa dove visse gli ultimi anni della sua vita, alla ricerca della salute e della pace) perché ritiene che lo si sia fatto sin troppo e che ciò "abbia confuso il contorno netto della sua arte" (pag. 14).
Vale la pena riferire qualche passo dell'opera per comprenderne la luce intensa che getta su Stevenson ma soprattutto sul mistero della vita:
"Penso che i suoi viaggi e capi da doppiare e ritorni rivelino un'idea di fondo, forse persino una dottrina. Eppure, era una dottrina in cui lui stesso forse non credeva, o in ogni caso in cui non credeva di credere. In altre parole, penso che la sua importanza sarà più evidente in relazione a problemi più ampi, che tornano ora a fare capolino alla mente degli uomini; problemi che al nostro tempo sono ancora abbastanza sconosciuti alla maggior parte delle persone e che al tempo di Stevenson erano totalmente ignoti (...). Perché Stevenson aveva l'onestà splendida e squillante di testimoniare, con una voce simile a una tromba a favore di una verità che lui stesso non comprendeva" (pagg. 23 - 24).
Chesterton sostiene poi che non c'è nulla di più errato che considerare Stevenson l'ombra di Edgar Allan Poe. Anche Borges pensò a questo rapporto tra i due scrittori britannici, e all'esistenza di una vera e propria tentazione di farsi trascinare dall'oscurità di Poe, che egli sostenne essere stata subita da Chesterton. Chesterton sembra rispondere anticipatamente a Borges, che pur lo amava fortemente, anche per sé stesso, negando espressamente questo rapporto tra Stevenson e Poe.
L'immaginazione stevensoniana per Chesterton assume un valore particolare:
"La qualità originale in ogni uomo che operi con l'immaginazione è la vastità del suo immaginario. E' qualcosa che assomiglia al paesaggio dei suoi sogni; il tipo di mondo che vorrebbe creare o che vorrebbe esplorare, la flora e la fauna del suo piccolo pianeta segreto; è in sostanza ciò che ama pensare e immaginare. Questa atmosfera generale, il modello o la struttura, l'architettura del suo sviluppo, governa tutte le sue creazioni, per quanto possano essere varie e diversificate; e poiché in questo senso egli può creare un mondo, è in questo senso un creatore: l'immagine di Dio".
Questa lezione, che esprime tutta la cattolicità "naturale" di Chesterton, sembra essere stata integralmente ripresa anche da J.R.R. Tolkien quando parla del principio di subcreazione.
E' poi importante la domanda che Chesterton pone sullo spirito vitale di Stevenson, ossia da dove sia venuto tale spirito. E la risposta è semplice, bruciante e fortemente autobiografica: tutto è cominciato col ritagliare le figurine di cartone del teatrino delle marionette, le figurine di Skelt, note anche a Chesterton che ne fu ammiratore e utente per tutta la vita (per la cronaca, il teatrino di Gilbert esiste ancora, è ad Oxford e presto verrà collocato assieme ad altre memorabilia chestertoniane in un apposito museo la cui cura è di Stratford Caldecott, che sarà ospite della Società Chestertoniana Italiana il prossimo 1 Luglio 2012 durante il X Chesterton Day). In sintesi, il fulcro del suo lavoro è l'infanzia e il suo stupore, tanto che Chesterton dice che Stevenson visse in certo qual modo nel suo teatro di cartone: 
«E non è un'esagerazione sostenere che egli passò la vita tentando di insegnare al mondo che cosa aveva imparato proprio da quelle figurine; questo è il suo insegnamento e la sua qualifica di insegnante»
Molti di questi stessi concetti li troviamo esposti in Ortodossia, ne L'Uomo che fu Giovedì, Autobiografia e Uomovivo, che probabilmente sono le opere centrali del pensiero di Chesterton, o forse quelle che ne sintetizzano meglio i motivi dominanti. D'altronde, come dicevo qualche riga fa, era sua abitudine cospargere del suo pensiero tutte le sue opere, tant'è che lo troviamo ovunque, anche solo per brevi cenni. Per cui tutta la sua filosofia dello stupore e della gratitudine è come diffusamente ripresa e ribadita nell'opera su Robert Louis Stevenson. Un esempio è possibile reperirlo a pagina 127, dove sostiene:
«In breve, mi si può accusare di aver sostenuto che Stevenson si opponeva ai decadenti, ancor prima che esistessero; e io rispondo che questo è l'unico vero modo in cui un uomo che si oppone a un qualche movimento ha speranza di aver successo: se attacca dopo, una volta che il movimento è conclamato, è troppo tardi»
Che è un'idea che troviamo più diffusamente esposta, ma in maniera del tutto eguale, in Cosa c'è di sbagliato nel mondo:
«Ma non c’è coraggio nell’attaccare qualcosa di vecchio o antiquato, non più di quello che occorre per offrirsi di combattere contro la nonna di qualcuno. L’uomo davvero coraggioso è colui che sconfigge le tirannie nate al sorgere di questa giornata e le superstizioni appena sbocciate, come i fiori a primavera» (cfr. Gilbert Keith Chesterton, Cosa c'è di sbagliato nel mondo, capitolo La paura del passato, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2011, traduzione di Annalisa Teggi).
Proprio i motivi che spinsero Chesterton fuori dalla crisi giovanile sono forse tutti ripresi qui, in questo volume. Forse, come Stevenson, Chesterton cercò per tutta la vita di mantenere splendente il gioiello della sua infanzia, che per lo scrittore scozzese era un oggetto perduto per cui combatté per tutta la vita ed invece a Gilbert fu miracolosamente e graziosamente serbato. Primo tra tutti il motivo dell'innocenza, per cui l'opera di Stevenson ha il suo punto focale nell'infanzia, nella vita "nel suo teatro di cartone", come dice Chesterton, in cui entrò grazie alla inaudita tolleranza del nonno durissimamente calvinista, che gli consentì di "frequentare" il mondo delle fiabe e quindi trovare la salvezza e l'antidoto contro la "malattia" puritana. È la stessa salvezza, mutatis mutandis, di Chesterton dal vuoto vittoriano e decadente, per cui l'innocenza divenne ancora di salvezza e spunto di libertà. Difatti dice Chesterton (pag. 42)
«il puritanesimo non aveva in sé alcuna idea di purezza. Potremmo quasi sostenere che nel puritanesimo c'è qualsiasi virtù, eccetto che la purezza. Contemplava l'idea dell'autodisciplina, che è cosa diversa dalla virtù. Non ha immagini di innocenza pura, di quelle cose che sono allo stesso tempo solide e candide, come il gesso o il legno bianco, che i bambini tanto amano».
Quindi l'opera di Stevenson può essere vista con Chesterton come una fuga dalle prigioni del puritanesimo e del pessimismo per entrare nella casa delle bambole, fortezza della felicità infantile. In questo c'è tanto di autobiografico e di cristiano.
Verso la fine del volume troviamo un'affermazione di Chesterton che ben sintetizza tutto il suo grato affetto verso Stevenson che, dopo aver apostrofato onesto ed onorevole pagano, proclama addirittura "teologo cristiano senza saperlo" (pag. 134). Per Chesterton l'innocenza fu sempre la madre di tutte le virtù e nello Stevenson ce lo dimostra compiutamente. Un grazie anche a Stevenson, allora, suscitatore dell'energia di Gilbert.

Marco Sermarini

giovedì 3 maggio 2012

Stevenson? “Un pagano onorevole e valoroso”. Parola di Chesterton

http://blog.panorama.it/libri/2012/05/03/stevenson-un-pagano-onorevole-e-valoroso-parola-di-chesterton/

Panorama recensisce lo Stevenson e pure Una breve storia d'Inghilterra di Rubbettino.

Ecco un pezzetto d'articolo:

«“Un pagano altamente onorevole, responsabile e valoroso, in un mondo traboccante di pagani che erano per la maggior parte molto meno cavalieri e onorevoli”. Così appare Robert Louis Stevenson, uno dei pesi massimi della letteratura europei dei tutti i tempi. O almeno così lo descrive un ritrattista d’eccezione, Gilbert K. Chesterton, l’inventore dipadre Brown.
La descrizione si deve all’editore Rubettino, che il 19 aprile ha portato in libreria due opere del narratore inglese: Una breve storia d’Inghilterra e, appunto, Robert Louis Stevenson. Quest’ultima, introdotta da Pietro Federico e tradotta da Valentina Vetri, esce per la prima volta in italiano.
Vale la pena di leggerla per più di una ragione. Oltre al suo talento narrativo (puro), infatti, Chesterton azzarda un’interpretazione piuttosto sui generis dell’autore dell’Isola del tesoro, considerato alla stregua di un teologo cristiano che restituisce nei suoi personaggi votati all’avventura l’inquietudine della caduta e la moralità della ricerca di senso in un mondo che attende di essere esplorato».

giovedì 26 aprile 2012

Eccolo qui, lo Stevenson, fresco fresco...

... o caldo caldo, non sappiamo esattamente come si possa uscire dai macchinari di una tipografia.

Però c'è! Ed è quelli che conta.

Prefazione dell'amico Pietro Federico.

Allora, amici, sapete quanto fu importante per Chesterton lo scozzese Robert Louis Stevenson, quello de L'isola del Tesoro, Lo strano caso del Dr Jeckyll e Mr. Hyde, Il Signore di Ballantrae, Catriona?

Pensate che in vari luoghi imputa la sua salvezza dalla più insana delle idee a Giobbe (quello della Bibbia!), a Walt Whitman e proprio a lui, a Stevenson.

Con lui condivideva la passione del teatro delle marionette.

Condividerete se diciamo che questo è un testo fondamentale tra tutta l'opera di GKC. Non fermatevi al fatto che "non ho mai letto Stevenson" (errore!) "quindi è inutile che io lo legga": sapete benissimo che Chesterton parte da un pezzo di gesso e arriva a Dio, figuratevi cosa troverete qui.