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lunedì 15 dicembre 2025

Un aforisma al giorno - Vantarsi di vizi e virtù.



Non c'è nulla di male nel fatto che le persone si vantino sempre dei propri vizi; è quando iniziano a vantarsi delle proprie virtù che diventano insopportabili.

Gilbert Keith Chesterton, Tremendous Trifles.



mercoledì 3 dicembre 2025

Un aforisma al giorno - Feroci e libere.



L'unicorno è una creatura terribile; e sebbene sembri vivere piuttosto vagamente in Africa, non mi sorprenderebbe affatto se lo vedessi arrivare camminando lungo una delle quattro strade bianche che conducono a Beaconsfield; il mostro più bianco delle strade, con il suo corno più alto del campanile di una chiesa. Tutti questi animali fantastici erano immaginati come enormemente grandi, oltre che incredibilmente feroci e liberi. Il calpestio del terribile unicorno scuoteva gli infiniti deserti in cui viveva; e le ali del vasto grifone passavano sopra la testa nel cielo con il rombo di mille cherubini. Eppure resta il fatto che se aveste chiesto a un uomo medievale cosa significasse l'unicorno, avrebbe risposto: “castità”.

Quando avremo compreso questo fatto, comprenderemo molte altre cose, ma soprattutto la civiltà da cui proveniamo. Il cristianesimo non concepiva le virtù cristiane come cose docili, timide e rispettabili. Le concepiva come cose vaste, ribelli e persino distruttive, che disprezzavano il giogo di questo mondo, dimoravano nel deserto e cercavano il loro nutrimento in Dio.

Gilbert Keith Chesterton, L'Uomo Comune.



martedì 26 agosto 2025

The Diabolist, ovvero: il satanista. Traduzione e note di Marco Sermarini ©.

Vorrei proporvi la traduzione, inedita in lingua italiana, di un articolo di Chesterton apparso il 9 novembre 1907 sul The Daily News, il quotidiano liberale su cui Gilbert scrisse fino al 1913, di proprietà di Lord Cadbury. Si tratta di un articolo tutto sommato breve ma denso e significativo, di cui danno conto i migliori biografi di Chesterton, in primis Maisie Ward; ho pensato di anteporre alla traduzione le parole con cui William Oddie collocava l'episodio nella biografia di Chesterton. Sono tratte da Chesterton and the Romance of Orthodoxy. The Making of GKC. 1874 - 1908, anch'esso inedito in lingua italiana. Ne estrapolo un brano ritenendolo estremamente significativo, rimandando i lettori alla consultazione del seguito per non appesantire questo lavoro. Tuttavia la continuazione della lettura delle riflessioni filologiche e filosofiche di Oddie sarebbe estremamente proficua perché l'articolo, scritto nel 1907, si colloca nel periodo della compilazione del capolavoro di Chesterton, Ortodossia, che costituisce la sintesi del suo pensiero. Ad ogni modo ritengo che già questo non brevissimo assaggio dello scritto del compianto William Oddie aiuterà i lettori a comprendere l'importanza dell'articolo.

Perché è importante l'articolo che propongo? Perché è la testimonianza di Chesterton sul suo giovanile ritorno all'ortodossia, il primo abbozzo di quel sunto della sua filosofia che egli costituì scrivendo L'Uomo che fu Giovedì e Ortodossia in particolare, Eretici e Uomovivo più in generale, Ancora, testimonia la maturità del pensiero di Chesterton anzi la sua compiutezza già nella giovane età a cui si riferisce l'episodio.

Marco Sermarini

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(...) L'episodio risale al periodo in cui Chesterton frequentava la Slade, ovvero l'anno accademico 1893-94, circa un anno dopo la pubblicazione de Il ritratto di Dorian Gray. Riguarda un giovane chiaramente identificabile come un prodotto del movimento estetico. L'influenza sul suo pensiero di Walter Pater stesso o di qualche discepolo di Pater, forse Wilde, o semplicemente dell'ampio ethos estetico/decadente/fin de siècle dell'epoca, è piuttosto evidente. Egli crede, come Pater, che l'esperienza, e non il frutto dell'esperienza, sia la priorità assoluta. È totalmente contrario a qualsiasi nozione etica oggettiva di giusto e sbagliato e sostiene con veemenza una particolare linea di condotta perché dopo di essa non saprà più distinguere tra i due. Le sue convinzioni sono distruttive prima per gli altri e poi per se stesso: come Dorian Gray, incarna la tragedia dell'estetismo commettendo di fatto suicidio. Infine (e, per il nostro scopo, cosa più importante), lui - o comunque la reazione di Chesterton nei suoi confronti - stabilisce chiaramente il legame tra il movimento decadente e la risposta intellettuale di Chesterton ad esso, ovvero l'identificazione della lotta contro l'eresia come il campo di battaglia su cui combattere il male. (...) I parallelismi con la storia di Dorian Gray sono sorprendentemente evidenti; e qui abbiamo sicuramente tutta la spiegazione che ci serve del disgusto di Chesterton per il fin de siècle wildiano, che giunse a una fine così brusca con la rovina dello stesso Wilde a metà del decennio. Un'altra possibile risonanza - o almeno un parallelo illuminante - con le opinioni dei satanisti sui piaceri estetici della seduzione e della rovina morale si trova in Confessions of a Young Man (1888) di George Moore (ammiratore di Pater e influente membro del corpo docente della Slade e, chissà, forse anche di uno dei suoi studenti, il “satanista”). Scrivendo del dipinto "La Source" di Ingres, il cui “prezzo” fu la seduzione e la morte della modella attraverso l'alcol, egli osserva languidamente che “la consapevolezza che è stato commesso un torto... che una ragazza o mille ragazze sono morte in ospedale per quella cosa virginale, è un piacere in più di cui non potevo fare a meno”. Era a questo passaggio che Chesterton si riferiva nel suo taccuino Slade quando scrisse che “anche il vizio richiede vergini”? Qualunque sia la risposta, non sorprende che in Eretici Chesterton, in modo insolito, scrivesse di George Moore con un disprezzo personale così assoluto. A proposito di “The Diabolist”, Michael Coren pone la domanda: “Quanto è reale questo incontro e quanto è invece una costruzione artificiale?” Chesterton lo ha sicuramente presentato come un incontro reale e intendeva che fosse preso sul serio come tale. “Quello che sto per raccontare”, ha scritto, "è realmente accaduto..." (...). Possiamo sicuramente essere certi che si sia trattato di "un vero incontro". (...)

William Oddie, Chesterton and the Romance of Orthodoxy. The Making of GKC. 1874 - 1908





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Ogni tanto ho introdotto nei miei saggi un elemento di verità. Sono state menzionate cose realmente accadute, come l'incontro con il Presidente Kruger (1) o l'essere buttato fuori da un taxi. Ciò che ora devo riferire è realmente accaduto; eppure non vi era alcun elemento di politica pratica o di pericolo personale. È stata semplicemente una tranquilla conversazione che ho avuto con un altro uomo. Ma quella tranquilla conversazione è stata di gran lunga la cosa più terribile che mi sia mai capitata in vita mia. È successo così tanto tempo fa che non posso essere certo delle parole esatte del dialogo, solo delle principali domande e risposte; ma c'è una frase di cui posso rispondere assolutamente e parola per parola. È stata una frase così terribile che non potrei dimenticarla se lo volessi. È stata l'ultima frase pronunciata, e non è stata rivolta a me.

La cosa mi è successa ai tempi in cui frequentavo una scuola d'arte. Una scuola d'arte è diversa da quasi tutte le altre scuole o collegi sotto questo aspetto: che, essendo di nuova e rozza creazione e di disciplina lassista, presenta un contrasto particolarmente forte tra l'industrioso e l’ozioso. Le persone in una scuola d'arte fanno un'atroce quantità di lavoro o non lavorano affatto. Io appartenevo, insieme ad altre persone affascinanti, a quest'ultima classe; e questo mi ha fatto entrare spesso nella società di uomini che erano molto diversi da me, e che erano oziosi per ragioni molto diverse dalle mie. Ero inoperoso perché ero molto occupato; all'epoca ero impegnato a scoprire, con mio estremo e duraturo stupore, che non ero ateo. Ma ce n'erano anche altri che erano impegnati a scoprire ciò che Carlyle (2) chiamava (penso con inutile delicatezza) il fatto che lo zenzero è piccante in bocca.

Apprezzo quel tempo, in breve, perché mi ha permesso di fare la conoscenza di un buon numero rappresentativo di furfanti. A questo proposito ci sono due cose molto curiose che il critico della vita umana può osservare. Il primo è il fatto che c'è una netta differenza tra uomini e donne; il fatto che le donne preferiscono parlare in due, mentre gli uomini preferiscono parlare in tre. Il secondo è che quando si trovano (come spesso si fa) tre giovani mascalzoni e idioti che girano insieme e si ubriacano insieme ogni giorno, in genere si scopre che uno dei tre mascalzoni e idioti non è (per qualche motivo straordinario) un mascalzone né un idiota. In questi piccoli gruppi dediti ad una dissipazione spasmodica c'è quasi sempre un uomo che sembra aver accondisceso alla sua compagnia; un uomo che, pur potendo parlare di fallace banalità con i suoi compagni, può anche parlare di politica con un socialista, o di filosofia con un cattolico. 

Era proprio un tale uomo che venni a conoscere bene. Era strano, forse, che apprezzasse la sua società sporca e ubriaca; era ancora più strano, forse, che gli piacesse la mia società. Per ore del giorno parlava con me di Milton (3) o dell'architettura gotica; per ore della notte andava dove non ebbi mai voglia di seguirlo, anche solo per speculazione. Era un uomo dal viso lungo e ironico, con i capelli raccolti e rossi; era un gentiluomo per classe, e poteva camminare come uno da solo, ma preferiva, per qualche motivo, camminare come uno sposo che portava due secchielli. Sembrava una sorta di super-fantino; come se qualche arcangelo fosse finito sul prato. E non dimenticherò mai la mezz'ora in cui lui ed io abbiamo discusso di cose reali per la prima ed ultima volta.

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Lungo la facciata del grande edificio di cui la nostra scuola faceva parte correva un’enorme rampa di gradini di pietra, più alta, credo, di quella che conduce alla Cattedrale di Saint Paul (4). In una nera serata d'inverno lui ed io eravamo in giro su queste fredde altezze, che sembravano tetre come una piramide sotto le stelle. L'unica cosa visibile sotto di noi nel buio era un fuoco che bruciava e soffiava; perché qualche giardiniere (suppongo) stava bruciando qualcosa nel terreno, e di tanto in tanto le scintille rosse ci passavano davanti come uno sciame di insetti scarlatti nel buio. Anche sopra di noi regnava la tenebra; ma se si fissava abbastanza a lungo quella oscurità superiore, si vedevano strisce verticali di grigio nel nero e poi si diventava consapevoli della facciata colossale dell'edificio dorico, fantasmagorica, ma che riempiva il cielo, come se il cielo fosse ancora pieno del gigantesco fantasma del paganesimo.

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L'uomo mi chiese bruscamente perché stessi diventando ortodosso. Fino a quel momento non mi ero reso conto di esserlo, ma non appena lo disse capii che era letteralmente vero. Il processo era stato così lungo e denso che gli risposi immediatamente attingendo alle mie riserve di spiegazioni.

«Sto diventando ortodosso», dissi, «perché sono giunto, a torto o a ragione, dopo aver stirato il mio cervello fino a farlo esplodere, alla vecchia convinzione che l'eresia è persino peggiore del peccato. Un errore è più minaccioso di un crimine, perché un errore genera crimini. Un imperialista è peggiore di un pirata. Perché un imperialista gestisce una scuola per pirati; insegna la pirateria disinteressatamente e senza un salario adeguato. Un amante libero è peggio di un libertino. Perché un libertino è serio e spericolato anche nel suo amore più breve, mentre un fautore dell'Amore Libero è cauto e irresponsabile anche nella sua devozione più lunga. Odio il dubbio moderno perché è pericoloso».

«Intendi pericoloso per la moralità», disse con voce meravigliosamente gentile. «Immagino che tu abbia ragione. Ma perché ti interessa la moralità?».

Gli lanciai una rapida occhiata al volto. Aveva proteso il collo, come era sua abitudine, e così il suo viso si trovò improvvisamente illuminato dalla luce del falò sottostante, come un volto sotto i riflettori. Il mento lungo e gli zigomi alti erano illuminati in modo infernale dal basso, tanto che sembrava un demone che fissava la fossa ardente. Ebbi una sensazione insensata di essere tentato in un territorio selvaggio; e proprio mentre mi fermavo, una raffica di scintille rosse mi sfiorò.

«Non sono splendide quelle scintille?», dissi.

«Sì», rispose lui.

«Questo è tutto ciò che ti chiedo di ammettere», dissi. «Dammi quei pochi puntini rossi e io ne dedurrò la morale cristiana. Una volta pensavo come te, che il piacere che si prova davanti a una scintilla volante fosse qualcosa che poteva andare e venire con quella scintilla. Una volta pensavo che il piacere fosse libero come il fuoco. Una volta pensavo che quella stella rossa che vediamo fosse sola nello spazio. Ma ora so che la stella rossa è solo l'apice di una piramide invisibile di virtù. Quel fuoco rosso è solo il fiore su uno stelo di abitudini viventi, che non puoi vedere. Solo perché tua madre ti ha insegnato a dire “grazie” per un panino, ora sei in grado di ringraziare la Natura o il caos per quelle stelle rosse di un istante o per le stelle bianche di tutti i tempi. Solo perché eri umile davanti ai fuochi d'artificio del cinque novembre (5), ora ti godi qualsiasi fuoco d'artificio che ti capita di vedere. Ti piacciono solo perché sono rosse, perché ti è stato raccontato del sangue dei martiri; ti piacciono solo perché sono luminose, perché la luminosità è gloria. Quella fiamma è sbocciata dalle virtù e svanirà con le virtù. Seduci una donna e quella scintilla sarà meno luminosa. Spargi sangue e quella scintilla sarà meno rossa. Sii davvero cattivo e saranno per te come le macchie sulla carta da parati».

Possedeva una terribile lucidità intellettuale che mi faceva disperare della sua anima. Un ateo comune e innocuo avrebbe negato che la religione producesse umiltà o che l'umiltà fosse una semplice gioia: ma lui ammetteva entrambe le cose. Diceva solo: «Ma non troverò forse nel male una vita propria? Ammesso che per ogni donna che rovino una di quelle scintille rosse si spegnerà: il piacere crescente della rovina non...». 

«Vedi quel fuoco?» gli chiesi. «Se avessimo una vera democrazia combattiva, qualcuno ti brucerebbe lì dentro, come l'adoratore del diavolo che sei».

«Forse», rispose con il suo solito tono stanco e gentile. «Solo che quello che tu chiami male, io lo chiamo bene».

Scese da solo la grande scalinata e io sentii che volevo che fosse spazzata e pulita. Lo seguii più tardi e, mentre andavo a cercare il mio cappello nel corridoio basso e buio dove era appeso, sentii improvvisamente di nuovo la sua voce, ma le parole erano incomprensibili. Mi fermai, sorpreso: poi sentii la voce di uno dei suoi compagni più vili che diceva: «Nessuno può saperlo». E poi sentii quelle due o tre parole che ricordo in ogni sillaba e che non posso dimenticare. Sentii il Satanista dire: «Ti dico che ho fatto tutto il resto. Se faccio questo, non saprò più distinguere il bene dal male». Mi precipitai fuori senza osare fermarmi; e mentre passavo davanti al fuoco non sapevo se fosse l'inferno o l'amore furioso di Dio.

Da allora ho saputo che è morto: si può dire, credo, che si sia suicidato, anche se lo ha fatto con strumenti di piacere, non con strumenti di dolore. Dio lo aiuti, conosco la strada che ha percorso, ma non ho mai saputo, né ho mai osato pensare, quale fosse il luogo in cui si è fermato e si è trattenuto.

Gilbert Keith Chesterton, The Daily News, 9 novembre 1907; 
successivamente raccolto in Tremendous Trifles.


(1) Stephanus Johannes Paul Kruger (1825 – 1904), noto anche come Oom Paul (“Zio Paul”) fu leader di spicco della resistenza boera contro il governo britannico del Sudafrica, e divenne presidente della Repubblica del Transvaal.

(2)  Thomas Carlyle (1795 - 1881), saggista, storico e filosofo scozzese, tra i maggiori dell’età vittoriana.

(3) John Milton (1608 - 1674), scrittore e poeta inglese, tra i più influenti dell'età post shakespeariana; fu l'autore del Paradiso Perduto.

(4) Una delle due cattedrali anglicane di Londra, che sorge nella City, opera dell'architetto Christopher Wren. L'altra si trova a Southwark.

(5) il riferimento è alla Guy Fawkes Night, in cui in Inghilterra si commemora il 5 novembre 1605 quando Guy Fawkes, cattolico, tentò in una congiura di uccidere re Giacomo I con un attentato dinamitardo (the Gunpowder Plot). La congiura non ebbe esito positivo e allora da quel giorno si celebra questa ricorrenza.

Traduzioni  e note di Marco Sermarini - tutti i diritti sono riservati ©.


Una parte della Slade School of Fine Arts



mercoledì 13 agosto 2025

Un aforisma al giorno - La moralità moderna ha solo il male da indicare.



Molto è stato detto, e detto con verità, sulla morbosità monastica, sull'isteria che spesso ha accompagnato le visioni di eremiti o monache. Ma non dimentichiamo mai che questa religione visionaria è, in un certo senso, necessariamente più sana della nostra morale moderna e ragionevole. È più sana per questo motivo: può contemplare l'idea del successo o del trionfo nella lotta senza speranza verso l'ideale etico, in quella che Stevenson chiamava, con la sua consueta sorprendente felicità, «la battaglia persa della virtù». La moralità moderna, d'altra parte, può solo indicare con assoluta convinzione gli orrori che seguono le violazioni della legge; la sua unica certezza è la certezza del male. Può solo indicare l'imperfezione. Non ha alcuna perfezione da indicare...

Questa omissione, buona o cattiva che sia, ci lascia faccia a faccia con il problema di una coscienza umana piena di immagini molto definite del male e priva di immagini definite del bene. Per noi la luce deve essere d'ora in poi la cosa oscura, la cosa di cui non possiamo parlare. Per noi, come per i diavoli di Milton nel Pandemonio, è l'oscurità che è visibile. Secondo la religione, la razza umana è caduta una volta e nella caduta ha acquisito la conoscenza del bene e del male. Ora siamo caduti una seconda volta e ci rimane solo la conoscenza del male.

Gilbert Keith Chesterton, Eretici.




venerdì 30 maggio 2025

Émile Cammaerts: Chesterton brillante non ha mai voluto brillare.



(Chesterton) È stato definito brillante, ma non ha mai voluto brillare. La sua genuina umiltà gli impedì di usare il tono del predicatore. Scagliò contro quelle che chiamava le eresie e le mode del suo tempo tutti i missili a sua disposizione. Svuotò contro di loro la faretra della sua satira e le borse rigonfie del suo umorismo. Era davvero brillante, nel senso che faceva brillare le virtù cristiane con lo scintillio della sua arguzia, e copriva i vizi corrispondenti con la derisione.

Émile Cammaerts, The Laughing Prophet.



giovedì 27 marzo 2025

Un aforisma al giorno - Le virtù che l'uomo non può mostrare.



Dovremmo interessarci al lato più oscuro e reale di un uomo, in cui risiedono non i vizi che mostra, ma le virtù che non può mostrare.

Gilbert Keith Chesterton, Eretici.


lunedì 11 settembre 2023

Un aforisma al giorno - Una virtù vendicatrice...

L'istinto moderno è che se il cuore dell'uomo è malvagio, non c'è nulla che rimanga buono. Ma il sentimento più antico era che se il cuore dell'uomo era così malvagio, c'era qualcosa che rimaneva buono: la bontà rimaneva buona. Esisteva una vera e propria virtù vendicatrice al di fuori della razza umana, verso la quale gli uomini si elevavano o dalla quale si allontanavano.

Gilbert Keith Chesterton, All Things Considered.

giovedì 17 ottobre 2019

Un aforisma al giorno


Se non ci battiamo in ogni istante per essere mostri di virtù, noi stessi potremo facilmente essere mostri di vizio.

Gilbert Keith Chesterton, Illustrated London News, 3 Febbraio 1906.

sabato 8 giugno 2019

Un aforisma al giorno (molto bello e molto vero).

La virtù non è l'assenza di vizi o l'assenza di pericoli morali; la virtù è una cosa vivida e separata, come il dolore o un odore particolare.

Gilbert Keith Chesterton, Tremendous Trifles

venerdì 17 maggio 2019

Un aforisma al giorno


L'uomo non è mai veramente a casa eccetto che nella virtù.

Gilbert Keith Chesterton, The Daily News, 18 Giugno 1901

domenica 14 aprile 2019

Un aforisma al giorno (da annoverare nell’elenco delle citazioni riguardanti eresia, virtù, verità...)

La verità intera è generalmente l'alleato della virtù; una mezza verità è sempre l'alleato di qualche vizio.

Gilbert Keith Chesterton, Illustrated London News, The Collapse of the Victorian Compromise, 11 Giugno 1910

Possiamo infilare questa perla assieme alle altre sei che sinora abbiamo ritrovato nelle sue opere.

Da questo aforisma traiamo la prova di tre fatti: Chesterton lavorava costantemente sulla realtà e sul pensiero, su ciò che vedeva e su ciò che riscontrava, e annotava silenziosamente nel suo prodigioso cervello tutto quello che riconosceva utile e fruttuoso al fine di chiarire la propria visione filosofica del mondo (ennesima conferma della sua intrinseca sistematicità); poi gli va riconosciuta la affilatissima coerenza di pensiero. Da ultimo va riscontrato un costante impegno missionario: Chesterton non scriveva solo per dire con piacere cose vere, ma le voleva far sapere a quante più persone possibili (è significativo che queste intuizioni siano spesso contenute in articoli per periodici, in particolare per l’Illustrated London News, giornale popolare, popolare perché per gente comune), voleva che tutti ne raggiungessero la conoscenza, perché questa conoscenza portava direttamente a Dio. Questo era lo scopo ultimo della sua vita, intuito a venti anni e perseguito per tutta i suoi anni. Indizio di santità, per un uomo comune come me.


Marco Sermarini

giovedì 20 settembre 2018

Un aforisma al giorno (da inserire nella raccolta sull’eresia)


La verità intera è generalmente alleata della virtù; una mezza verità è sempre alleata di qualche vizio.

Gilbert Keith Chesterton, Illustrated London News, 11 Giugno 1910

mercoledì 29 marzo 2017

Dopo la sistematicità la virtù secondo Chesterton

Tempo fa Rob Prisco dei Gruppi Chestertoniani Veronesi sfidò il popolo chestertoniano a discutere sulla sistematicità o meno del pensiero di Chesterton. I risultati li trovate nel sito di Roberto www.chesterton.it.

Ora riceviamo dall'amico Rob Prisco e volentieri pubblichiamo questo aggiornamento:

«Nel pubblicare la mia prima posizione del 27 febbraio dopo aver presentato due principi che ritenevo universali ne avanzavo un terzo (detto C) che ritenevo fin da subito di applicazione particolare. Ora, anche sulla base del criterio di Girimondo, penso che sia quasi da scartare. Rimane però da esaminare il problema del rapporto di GKC con le virtù, che richiamavo già in quella occasione. Relativamente al problema delle virtù e della verità è utile fare riferimento all'attenta rassegna fatta da Sermarini, e condensata in questa pagina del sito».

Il resto lo trovate nel collegamento qui sotto:

http://www.chesterton.it/gkc/sistema4.htm


giovedì 30 luglio 2015

Un aforisma al giorno - Torniamo sulla questione dell'eresia ma allarghiamo il discorso alle virtù e alla verità - 4

Per approfondire il discorso sull'eresia, è opportuno toccare altri due argomenti cari a Chesterton, quello della virtù e quello della verità.

Ascoltate cosa dice Chesterton a proposito della virtù. Si legge un'assonanza profonda con il discorso sull'eresia:

I vizi - rilasciati - dilagano e danneggiano. Ma anche le virtù, lasciate in balia di sé stesse, si diffondono più selvaggiamente e fanno anche più terribili danni. Il mondo moderno è pieno di antiche virtù cristiane impazzite. Le virtù sono impazzite perché sono state isolate l'una dall'altra e stanno vagando sole. Così ad alcuni scienziati sta a cuore la verità, e la loro verità è spietata. Così ad alcuni umanitari interessa solo la pietà, e la loro pietà (mi spiace dirlo) è spesso falsa. Blatchford attacca il cristianesimo perché egli è fissato su una sola delle virtù cristiane. La virtù della carità puramente mistica e quasi irrazionale. Egli ha la strana idea di rendere più facile il perdono dei peccati dicendo che non esistono peccati da perdonare.

Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia

Si badi bene: Chesterton parla di «virtù impazzite» e non di «verità impazzite» (spesso le due cose vengono confuse ma è errato: la verità è sempre tutta intera, altrimenti non è verità). Le virtù, dice Chesterton, impazziscono se separate le une dalle altre e vagano da sole, e vagando da sole creano errori e peccati. Ricordate cosa succedeva per l'eresia e la verità: la «propria» verità alla fine è un'eresia perché è una «mezza verità», cioè una verità non intera, cioè una non verità. Nel medesimo tempo separare le virtù significa renderle virtù «impazzite» e quindi false. Chesterton parla del suo ex maestro Robert Blatchford, socialista utopistico, fautore di una carità «mistica» (Chesterton usa questo termine in maniera ambivalente, a volte - come in questo caso - vuole significare «slegato da ogni rapporto con la realtà») che per forza sfocia in qualcosa di errato, cioè (problema molto attuale) facilita il perdono dei peccati abolendo il concetto di peccato. Credo che il paragone sia calzante e rende bene la portata dell'errore che afferma.

Ma Chesterton ci dice ancora qualcos'altro:

La verità intera è in genere alleata della virtù, una mezza verità è sempre alleata di un vizio.

Gilbert Keith Chesterton, Illustrated London News, 11/06/1910

In altre parole, la verità «vera», cioè quella intera e comprensiva del tutto, va a braccetto con la virtù, mentre la mezza verità genera solo vizi, cioè fonti ulteriori di peccato.

Ci dice poi che 

la menzogna non è mai tanto falsa come quando si avvicina molto alla verità. È quando la pugnalata sfiora il nervo delle verità che la coscienza cristiana urla di dolore.

Gilbert Keith Chesterton, San Tommaso d'Aquino

Qui capiamo quale fosse l'amore di Chesterton per la verità. Posporre la verità è sempre un errore grave, per Chesterton. La dottrina e la virtù non possono che andare a braccetto, altrimenti la virtù non può fiorire. La virtù fuori della verità è impossibile. In quest'altra citazione tutto ciò è espresso chiaramente:

La prima confessione di fede o comandamento, è che nulla può insieme essere e non essere. Per cui, in parole povere, il vero e il falso esistono.

Gilbert Keith Chesterton, San Tommaso d'Aquino

Contrapporre adesione alla verità e misericordia, per esempio, è una cosa che Chesterton non fa e non farebbe mai.