Visualizzazione post con etichetta Nuove edizioni dell'opera di Chesterton. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Nuove edizioni dell'opera di Chesterton. Mostra tutti i post

venerdì 10 aprile 2026

San Francesco d’Assisi - Gilbert Keith Chesterton, 1923,



San Francesco d’Assisi, il primo libro di Chesterton dopo la sua accoglienza nella Chiesa Cattolica, un libro che non mostra una netta transizione tra il vecchio Chesterton ed il Chesterton cristiano poiché il suo percorso di conversione non cambiò veramente il suo modo di pensare, bensì fece crescere la sua mente indirizzandola ad argomenti più elevati. San Francesco, difatti, era un Santo che Chesterton già ammirava: non fu una scoperta della sua conversione, ma più un ritrovamento. Ciò che rende veramente importante questa biografia è il pensiero da cui parte Chesterton, ovvero che il mondo apprezzava il Santo, ma non la sua santità ed è tramite questa premessa che l’autore scrive di questo grande uomo non come una figura mitologica o, a noi estranea, ma lo racconta nella maniera più umana e tangibile, e non attraverso le parole del santo, ma attraverso la sua vita. Fu, infatti, Chesterton a parlare di San Francesco come “un poeta la cui intera vita è stata una poesia”. É una biografia che si differenzia da quelle già scritte da Chesterton per il suo modo di mostrarci la spiritualità del Santo come una cosa tangibile quale era. San Francesco dimostrò che la sua conversione, il suo percorso che spesso si crede dover essere una cosa personale e quasi astratta, era in realtà più che fisico e più che personale: donava tutti i suoi beni ai poveri; dopo aver sentito la voce di Cristo iniziò subito a raccogliere le pietre per far ciò che il Signore gli aveva comandato: ricostruire la sua Chiesa. Come già scritto: Chesterton ammirava profondamente la figura di questo Santo e ne aveva ben compreso la grandezza e l’umiltà. Ce lo presenta, infatti, come lo specchio di Cristo, come una luna che riflette la luce del Sole; anche se Francesco non se ne rese mai conto, la sua umiltà lo portò a pensare a quanto fosse indegno anche solo dell’ombra del capo ricoperto di spine di Cristo. Tuttavia ne era degno, tanto da portare sul suo corpo le stesse ferite di Nostro Signore.





mercoledì 30 aprile 2025

Breve recensione de La Ballata del Cavallo Bianco tradotta in rima da Giulio Mainardi.

È appena uscita una nuova edizione italiana de La Ballata del Cavallo Bianco, per i tipi delle Edizioni del Faro (Trento). Come promesso ne parliamo insieme.

Giulio Mainardi (che è ormai una vecchia conoscenza nonostante la sua giovane età, ancora nei venti, oltre che un traduttore ormai esperto, avendo tradotto molte opere anche inedite del nostro Chesterton) ha tradotto in rima un’opera anzi un poema certamente impegnativo.

Forse non tutti sono consapevoli della massa critica costituita dall’opera poetica di Chesterton, ampiamente sottovalutata. È poco conosciuta, anche se ha ricevuto il plauso di uomini come John Ronald Reuel Tolkien, nonché la gloria di essere cantata in circostanze decisive della vita, quelle in cui non si scherza, come accadde ai soldati inglesi nelle trincee francesi della Somme durante la Prima Guerra Mondiale (vedi il caso della poesia Lepanto, di cui ho avuto il piacere di scrivere la prefazione; l'opera è stata tradotta anche in questo caso da Giulio Mainardi). Dunque, un’opera così importante, espressa in un genere come quello poetico, non può essere sorvolata. 

Parliamo della scelta di tradurre in rima, perché questa è la novità: è costata cara al traduttore, questa scelta! Si è trattato di una fatica di oltre nove anni, lo dice lui stesso, ma lo ha fatto convinto di compiere un’opera doverosa. Dovete sapere che Chesterton da qualche parte ha scritto che la poesia è ritmo e se non la si fa in rima è come la prosa. Con questo Chesterton voleva semplicemente ribadire un concetto che lo fa assurgere a difensore della classicità. Quest’idea di classicità è il motivo che spinse Emilio Cecchi a invitare lui e Belloc  a scrivere per La Ronda (ne dà conto nel famoso articolo Ospiti di cui abbiamo parlato più volte e che abbiamo pubblicato su questo blog). Non sono certo che Cecchi sapesse di questa riga che esprime con tanta chiarezza il pensiero di Chesterton sulla poesia, però sono certo che, semmai l’abbia letta, l’avrà trovata assolutamente confacenti a quei motivi che lo avevano reso ammiratore e mentore italiano del nostro eroe inglese.

In ogni caso è sempre il traduttore a dare conto di questa scelta: lo fa nella prefazione, riprendendo un pensiero di Chesterton stesso in Fancies versus Fads, e ribadendo la volontà di dare forma poetica anche alla traduzione perché essa integra e costituisce lo spirito dell'opera tradotta.

Pure di rilievo è la bibliografia, in fondo al libro, con cui Mainardi dà conto delle proprie scelte e del proprio lavoro.

Mainardi compie anche un’altra opera: alla maniera di una volta traduce in italiano anche i nomi dei luoghi e delle persone che compongono questo affresco medievale, e dà conto delle scelte. Qualcuno potrebbe rimanere anche piuttosto perplesso, ma in fondo cosa c'è strano? Noi chiamiamo la città tedesca di Mainz col nome italianissimo di Magonza, Gdańsk col nome di Danzica (che per i tedeschi si chiama sempre Danzig, come chiamano Görz la nostra Gorizia), i cronisti della battaglia di Lepanto ribattezzarono Occhialì il capo dell'ala sinistra della flotta ottomana che in realtà si chiamava Uluç Alì (che era il suo nome da rinnegato e significava proprio Alì il Rinnegato, in quanto prima di convertirsi all'islam si chiamava Giovan Dionigi Galeni…). Ho fatto degli esempi banali, però credo che questo incarni il tentativo di ridare dignità e vita alla nostra lingua che la sta perdendo passo dopo passo, perché la crediamo non adatta ad esprimere sentimenti e concetti che vengono da un altro mondo. È una scelta, a volte potrebbe anche disorientare, però io la trovo un gesto di affetto verso la nostra lingua, come se il traduttore volesse rendere più familiare ancora uno scenario che l’autore vuole che ci tocchi fino in fondo. 

D’altronde la traduzione deve sapere della cultura di chi la leggerà. Sarebbe bello rileggere il saggio di Belloc intitolato Sulla traduzione (è edita in italiano e con questo titolo da Morcelliana), lui che aveva due identità culturali, etniche, due tradizioni molto distinte ma non per questo del tutto inconciliabili, nelle sue vene, quella francese e quella inglese. Potremmo fare tantissimi esempi di come a volte siamo costretti a rendere delle espressioni straniere che, se tradotte alla lettera, sarebbero senza senso o ridicole (una su tutte: "alive and kicking" non lo traduciamo "vivo e scalciante", perché sarebbe poco comprensibile e onestamente farebbe un pochino ridere, e facciamo bene se lo traduciamo "vivo e vegeto", che invece in inglese non è immediatamente comprensibile...). 

Inoltre, Mainardi fa anche un grosso lavoro di carattere filologico: cita e dà conto di opere come quella di suor Bernadette Sheridan, dà conto delle proprie scelte, le confronta con quelle di altri traduttori o commentatori (c’è spazio anche per la nostra Annalisa Teggi, che ha fatto la prima traduzione in assoluto - non solo prima in italiano dunque - di quest’opera, e l’ha fatta con scienza e coscienza in prosa). 

Insomma, c’è di che discutere e commentare. Io trovo che sia un’opera bella, tra l’altro contenuta in un oggetto più che dignitoso, visto che il libro è bello ed apprezzabile anche fisicamente, e si tiene in mano con piacere; ha trovato anche delle soluzioni grafiche adeguate per mostrare note e, coraggiosamente, il testo originale a fronte.

Una bella cosa, un tassello in più dell'opera di diffusione e di studio del nostro caro Chesterton, che oggi avrà una voce in più, ed oltretutto musicale, per farsi conoscere in Italia.

Marco Sermarini

Qui sotto trovate alcune delle traduzioni di Giulio Mainardi e i nostri post che le riguardano:


Magia e altri sette drammi










domenica 30 marzo 2025

La Ballata del Cavallo Bianco in rima! Giulio Mainardi ha appena terminato la sua lunga fatica e noi la aspettiamo!

Giulio Mainardi ci scrive e noi subito lo condividiamo con voi, cari lettori, è una bella notizia che aggiunge un nuovo tassello alle traduzioni di Chesterton, per di più nel campo della poesia, sempre un po' lasciato da parte chissà perché. Giulio, che è giovane, bravo ed appassionato, ha fatto un lavorone, e vogliamo dargli spazio, cosa che faremo ancora nei prossimi giorni. Intanto leggete il suo messaggio:

Dopo nove anni di duro lavoro viene finalmente alla luce la mia traduzione (vastamente annotata) della «Ballata del Cavallo Bianco». Non so se ho saputo rendere giustizia a questo bellissimo poema; di sicuro ci ho provato; di sicuro lavorandoci altri dieci anni avrei potuto fare di meglio, ma intanto ci accontentiamo così… Nella terza foto vedete qualcosina della mole dello sviluppo della traduzione (in realtà è la prima abbiate pazienza, colpa nostra qui dietro al blog 😖... ndr).

Ho creato una pagina su Instagram per provare a pubblicizzare un po’ il libro. Pubblicherò un po’ di strofe; seguitela così (mi date una mano, e) vi fate un’idea di com’è: 






martedì 24 dicembre 2024

La Bottega dei Fantasmi, un racconto di Natale di Gilbert Keith Chesterton (da The Daily News) - Traduzione di Marco Sermarini ©.




Il racconto che segue si intitola The Shop of Ghosts ed apparve per la prima volta sul Daily News di Londra, il giornale di Lord Cadbury, il 22 dicembre 1906. In seguito apparve nella raccolta di racconti e saggi di Chesterton intitolata Tremendous Trifles (1909).

Di Tremendous Trifles abbiamo anche già pubblicato Un pezzo di gesso (A Piece of Chalk) nell'impareggiabile nostra raccolta intitolata La Nonna del Drago ed altre serissime storie, una delle prime strenne di Natale chestertoniane, grande intuizione di padre Roberto Brunelli.

Gli articoli di Chesterton apparsi sul Daily News sono raccolti in un'opera ponderosa intitolata Chesterton at the Daily News, curata da Julia Stapleton, e questo racconto si trova nella Parte I, Volume IV della raccolta.

Un grazie speciale al nostro amico Stuart McCullough che l'ha risfoderata e me l'ha fatta leggere nel suo G. K.'s Meekly.

È una bella storia, molto dickensiana, molto chestertoniana. Ve la regalo per farvi passare un Buon Natale di Nostro Signore Gesù Cristo, e vi faccio così gli auguri di tutta la Società, oltre che i miei personali, perché il Bambinello vi porti tanta serenità e tanto affetto, e che il Suo collaboratore Babbo Natale vi trovi pronti a ricevere tanti bei regali come quando eravate bimbi piccoli e umili. E un bacetto a tutti i bambini.

Marco Sermarini

La Bottega dei Fantasmi

Quasi tutte le cose migliori e più preziose dell'universo si possono ottenere per mezzo penny. Faccio eccezione, naturalmente, per il sole, la luna, la terra, le persone, le stelle, i temporali e simili inezie. Si possono ottenere per niente. Faccio eccezione anche per un’altra cosa, che non mi è permesso menzionare in questo giornale, e il cui prezzo più basso è di un penny e mezzo. Ma il principio generale sarà subito evidente. Nella strada dietro di me, per esempio, ora è possibile fare un giro su un tram elettrico per mezzo penny. Salire su un tram elettrico è come essere su un castello volante in una fiaba. È possibile ottenere un gran numero di caramelle dai colori vivaci per mezzo penny. Anche la possibilità di leggere questo articolo è possibile per mezzo penny; insieme, naturalmente, ad altri argomenti irrilevanti.

Ma se volete vedere quale vasta e sconcertante gamma di cose preziose potete ottenere a mezzo penny l'una, dovreste fare come stavo facendo io ieri sera. Stavo incollando il naso contro il vetro di un negozio di giocattoli molto piccolo e poco illuminato in una delle strade più grigie e magre di Battersea. Ma per quanto fioco fosse quel quadrato di luce, era pieno (come mi disse una volta un bambino) di tutti i colori che Dio ha creato. I giocattoli dei poveri erano come i bambini che li compravano: erano tutti sporchi, ma erano tutti luminosi. Per quanto mi riguarda, ritengo che la luminosità sia più importante della pulizia, poiché la prima è dell'anima e la seconda del corpo.


Dovete scusarmi, sono un democratico, so di essere fuori moda nel mondo moderno.


Mentre guardavo quel palazzo di meraviglie pigmee, di piccoli omnibus verdi, di elefantini blu, di bamboline nere e di piccole arche di Noè rosse, devo essere caduto in una sorta di trance innaturale. La vetrina illuminata divenne come il palcoscenico brillantemente illuminato quando si assiste a una commedia molto colorata. Dimenticai le case grigie e la gente sudicia dietro di me come si dimenticano le gallerie buie e la folla fioca di un teatro. Sembrava che i piccoli oggetti dietro il vetro fossero piccoli, non perché fossero giocattoli, ma perché erano oggetti lontani. L'omnibus verde era davvero un omnibus verde, un omnibus verde di Bayswater, che attraversava un immenso deserto sulla sua strada ordinaria verso Bayswater. L'elefante blu non era più blu per la vernice, ma per la distanza. La bambola nera era in realtà un negro sollevato contro un ardente fogliame tropicale nella terra dove ogni erba è fiammeggiante e solo l'uomo è nero. L'arca di Noè rossa era davvero l'enorme nave della salvezza terrena che cavalcava il mare gonfio di pioggia, rossa del primo mattino di speranza.


Tutti, credo, conoscono questi stupefacenti istanti di astrazione, questi brillanti spazi vuoti nella mente. In questi momenti si può vedere il volto del proprio migliore amico come un disegno insignificante di occhiali o di baffi. Sono comunemente contrassegnati dai due segni della lentezza della loro crescita e della repentinità della loro fine. Il ritorno al pensiero reale è spesso brusco come l'incontro con un uomo. Anzi, molto spesso (nel mio caso) si tratta di un incontro con un uomo. Ma in ogni caso il risveglio è sempre enfatico e, in generale, è sempre completo. Ora, in questo caso, sono tornato con una scossa di sanità mentale alla consapevolezza che, dopo tutto, stavo solo fissando un piccolo e squallido negozio di giocattoli; ma in qualche strano modo la cura mentale non sembrava essere definitiva. Nella mia mente c'era ancora qualcosa di ingestibile che mi diceva che mi ero addentrato in una strana atmosfera, o che avevo già fatto qualche cosa di strano. Mi sentivo come se avessi fatto un miracolo o commesso un peccato. Era come se avessi comunque varcato un confine dell’anima.


Per scrollarmi di dosso questa sensazione pericolosa e onirica entrai nel negozio e cercai di comprare dei soldatini di legno. L'uomo del negozio era molto vecchio e malandato, con capelli bianchi e confusi che gli coprivano la testa e metà del viso, capelli così sorprendentemente bianchi da sembrare quasi artificiali. Eppure, benché fosse senile e persino malato, non c'era nulla di sofferente nei suoi occhi; sembrava piuttosto che si stesse addormentando a poco a poco in una decadenza non sgradevole. Mi diede i soldatini di legno, ma quando misi giù i soldi, all'inizio sembrò non vederli; poi sbatté debolmente le palpebre e li allontanò debolmente.


“No, no”, disse vagamente. “Non l'ho mai fatto. Non l'ho mai fatto. Qui siamo piuttosto all’antica”.


“Non accettare denaro”, risposi, “mi sembra più una moda insolitamente nuova che vecchia”.


“Non l'ho mai fatto”, disse il vecchio, sbattendo le palpebre e soffiandosi il naso; ”ho sempre fatto regali. Sono troppo vecchio per smettere”.


“Santo cielo!” Dissi. “Cosa vorrà dire? Forse lei è Babbo Natale”.


“Sono Babbo Natale”, disse scusandosi e soffiandosi di nuovo il naso.


I lampioni non potevano essere ancora accesi nella strada esterna. In ogni caso, non riuscivo a vedere nulla nell'oscurità se non la vetrina che brillava. Non c'erano rumori di passi o di voci nella strada; potevo essermi smarrito in un mondo nuovo e senza sole. Ma qualcosa aveva tagliato le corde del buon senso e non riuscivo a provare nemmeno la sorpresa, se non con il sonno. 


Qualcosa mi fece dire: “Ha un aspetto malato, Babbo Natale”.


“Sto morendo”, disse.


Non parlai e fu lui a parlare di nuovo.


“Tutte le persone nuove hanno lasciato il mio negozio. Non riesco a capire. Sembra che si oppongano a me per motivi così curiosi e incoerenti, questi uomini di scienza e questi innovatori. Dicono che do alla gente superstizioni e la rendo troppo visionaria; dicono che do alla gente salsicce e la rendo troppo grossolana. Dicono che le mie parti celesti sono troppo celesti; dicono che le mie parti terrene sono troppo terrene; non so cosa vogliano, ne sono certo. Come possono le cose celesti essere troppo celesti, o quelle terrene troppo terrene? Come si può essere troppo buoni o troppo allegri? Non capisco. Ma una cosa la capisco abbastanza bene. Questi moderni sono vivi e io sono morto”.


“Potresti essere morto”, risposi. “Dovresti saperlo. Ma per quanto riguarda quello che stanno facendo, non chiamarlo vivere”. Tra noi cadde improvvisamente un silenzio che, in qualche modo, mi aspettavo sarebbe rimasto inalterato. Ma non era durato più di qualche secondo quando, nella quiete più assoluta, sentii distintamente un passo molto rapido che si avvicinava sempre di più lungo la strada. Un attimo dopo una figura entrò nel negozio e si fermò incorniciata sulla porta. Portava un grande cappello bianco inclinato all'indietro come se fosse impaziente; aveva dei pantaloni neri stretti all'antica, un pantalone e un panciotto sgargianti all'antica e un vecchio cappotto fantastico. Aveva grandi occhi spalancati e luminosi come quelli di un attore di successo; aveva un viso pallido e nervoso e una frangia di barba. Osservò il negozio e il vecchio con uno sguardo che sembrò letteralmente un lampo e pronunciò l'esclamazione di un uomo completamente sbalordito.


“Buon Dio!”, gridò, ”non puoi essere tu! Non sei tu! Sono venuto a chiedere dove fosse la tua tomba”.


“Non sono ancora morto, Mr. Dickens”, disse il vecchio signore con un debole sorriso; “ma sto morendo”, si affrettò ad aggiungere rassicurante.


“Ma, a parte tutto, stavate morendo ai miei tempi”, disse il signor Charles Dickens con animazione; “e non sembrate più vecchio di un giorno”.


“È da molto tempo che mi sento così”, disse Babbo Natale.


Il signor Dickens si girò di spalle e mise la testa fuori dalla porta nell’oscurità.


“Dick”, ruggì a squarciagola, "è ancora vivo”.


Un'altra ombra oscurò la porta ed entrò un gentiluomo molto più grande e corpulento, con un’enorme pervinca, che si scaldava il viso arrossato con un cappello militare del taglio della regina Anna. Portava la testa ben indietro come un soldato e il suo viso caldo aveva persino un'aria di arroganza, che fu improvvisamente contraddetta dai suoi occhi, letteralmente umili come quelli di un cane. La sua spada fece un gran rumore, come se il negozio fosse troppo piccolo per lei.


“In effetti”, disse Sir Richard Steele, “è una cosa davvero prodigiosa, perché quell'uomo stava morendo quando ho scritto di Sir Roger de Coverley e del suo giorno di Natale”.


I miei sensi si stavano affievolendo e la stanza era sempre più buia. Sembrava che fosse piena di nuovi arrivati.


“Si è sempre capito”, disse un uomo corpulento, che portava la testa con umorismo e ostinazione un po' da una parte (credo fosse Ben Jonson) “Si è sempre capito, consule Jacobo, sotto il nostro Re Giacomo e la sua ultima Maestà, che tali buoni e cordiali costumi si ammalavano, e come per lasciare questo mondo. Questa barba grigia non era certo più lussureggiante di quanto lo sia ora quando lo conoscevo”.


E mi sembrò anche di sentire un uomo vestito di verde, come Robin Hood, dire in un misto di francese normanno: “Ma ho visto l'uomo morire”.


“È da molto tempo che mi sento così”, disse ancora Babbo Natale, nel suo modo debole.


Il signor Charles Dickens si chinò improvvisamente verso di lui. “Da quando?” chiese. “Da quando sei nato?”.


“Sì”, disse il vecchio, e sprofondò tremante in una sedia. “Sono sempre stato in punto di morte”.


Il signor Dickens si tolse il cappello con un gesto come di chi chiama la folla ad alzarsi.


“Ora capisco”, esclamò, “non morirai mai”.





_________________


La Bottega dei Fantasmi, di Gilbert Keith Chesterton.

The Daily News, 22 dicembre 1906.

Tremendous Trifles, 1909.

giovedì 28 novembre 2024

Pump Street propone Il Napoleone di Notting Hill.

Londra, 1984

In un’Inghilterra priva di limiti, retta da una Monarchia non ereditaria dove i sovrani vengono eletti tramite sorteggio, le redini politiche della Capitale vengono presi da Auberon Quin, un impiegato dotato di paradossale senso dell’umorismo e nostalgia del Medioevo, che riporta in vita le antiche corporazioni e crea piccoli eserciti armati di spade e alabarde che rappresentano i vari quartieri. La situazione degenera e tra i quartieri si scatena una vera e propria guerra.
Satirico, paradossale e irriverente questo romanzo di Chesterton ci riporta le più estreme conseguenze di una politica che colpisce ogni tempo ed è quindi sempre attuale.


www.pumpstreet.it -- Chi compra su Pump Street sostiene il distributismo, chi sostiene il distributismo sostiene Chesterton, chi sostiene Chesterton è un grande!

sabato 23 novembre 2024

Ethandune, di Gilbert Keith Chesterton, The Daily News, 27 agosto 1910 - traduzione di Marco Sermarini ©

Questo articolo è la testimonianza del lavoro in corso nella mente di Chesterton che poi portò alla pubblicazione de La ballata del cavallo bianco nell’anno 1911. Chesterton, come è noto, inizia la sua opera con una nota in prosa in cui dichiara che il poema non è storico, seppure raccoglie molte tradizioni ancora vive nell’area del Wessex e delle battaglie combattute dal grande re sassone. Dice di aver scelto di collocare il luogo della battaglia di Ethandun nella Valle del Cavallo Bianco nonostante la mancanza di prove concrete a sostegno di questa collocazione. Gilbert si era recato da quelle parti, accompagnato da un autista, ed ebbe lì l’ispirazione di tutto il poema, che dedicherà alla moglie. L’opera verrà pubblicata nel 1911, cioè nell’anno successivo all’articolo che vi proponiamo e che è tratto da un numero del Daily News del 1910. Il tema da cui parte l’articolo è la collocazione esatta di Ethandune (o Ethandun), questione oggetto di ampia discussione tra gli studiosi. È mia opinione che vada tenuto presente, per la comprensione dell’articolo che vi propongo con questa traduzione, il passaggio che segue della Prefazione al poema: “Una tradizione collega la vittoria finale di Alfredo con la valle del Berkshire chiamata Valle del Cavallo Bianco. Ho riscontrato dei dubbi su questa tradizione, dubbi che possono essere validi. Non so quando o dove sia iniziata la storia; è sufficiente che sia iniziata da qualche parte e che sia finita con me”, ossia l’impatto concreto nella vita dell’autore di questa storia apparentemente leggenda ma in concreto vicenda reale che ha influito sulla civiltà cristiana inglese.


L’articolo, come vedete, è uscito nel 1910 sul giornale ma è stato riproposto da Chesterton nella raccolta intitolata Alarms and Discursions, uscita in quello stesso anno.


Marco Sermarini


Ethandune


Forse non sapete dove si trova Ethandune. Nemmeno io, e nessuno lo sa. È qui che inizia il divertimento un po' cupo. Non posso nemmeno dirvi con certezza se sia il nome di una foresta, di una città o di una collina. Posso solo dire che in ogni caso è del genere che aleggia e che rimane indefinito. Se è una foresta, è una di quelle foreste che marciano con un milione di gambe, come gli alberi che camminano e che furono il destino di Macbeth. Se è una città, è una di quelle città che svaniscono, come una città di tende. Se è una collina, è una collina che vola, come la montagna a cui la fede mette le ali. Su una vasta e oscura regione dell'Inghilterra, questo nome oscuro di Ethandune fluttua come un'aquila che non sa dove scendere in picchiata e colpire, e, in effetti, c'erano abbastanza uccelli da preda su Ethandune, ovunque fosse. Ma ora Ethandune stessa è divenuta oscura e alla deriva come i neri stormi degli uccelli.


Eppure, senza questa parola che non si può associare a un significato e difficilmente a un ricordo, in questo momento sareste seduti su una sedia molto diversa e stareste guardando una tovaglia molto diversa. Come frase pratica moderna non la raccomando; se i miei critici privati e i corrispondenti di cui mi compiaccio dovessero indirizzarmi “G. K. Chesterton, Fermo Posta, Ethandune”, temo che le loro lettere non arriverebbero a destinazione. Se due frettolosi viaggiatori commerciali accettassero di discutere una questione d'affari a Ethandune dalle 17 alle 17.15, temo che invecchierebbero nel quartiere come canuti vagabondi. Per dirla chiaramente, Ethandune non si trova da nessuna parte e in nessun luogo delle colline occidentali; è un miraggio inglese. Eppure, se non fosse per questo dubbio, probabilmente non ci sarebbe il Daily News il sabato e certamente non ci sarebbe la chiesa la domenica. Non dico che nessuna di queste due cose sia un beneficio, ma dico che sono abitudini e che non le avreste se non grazie a questo mistero. Non avreste i pudding di Natale, né (probabilmente) alcun pudding; non avreste le uova di Pasqua, probabilmente non le uova in camicia, dubito fortemente delle uova strapazzate e i migliori storici sono decisamente dubbiosi sulle uova al curry. Per farla breve (e così abbreviare la più lunga di tutte le storie), non avreste alcuna civiltà, tanto meno una civiltà cristiana. E se in un momento di leggera curiosità desiderate sapere perché siete il cittadino splendido, raffinato e del tutto soddisfacente che ovviamente siete, allora non posso darvi una risposta geografica o storica più precisa, ma solo farvi risuonare nelle orecchie il suono del nome non afferrato: Ethandune.


Cercherò di illustrare in modo sensato perché è così importante. Ma anche questo non è facile. Se dovessi riportare il semplice fatto sulla base dei libri di storia, molte persone lo riterrebbero ugualmente irrilevante e remoto, come una qualche guerra dei Pitti e degli Scozzesi. I motivi potrebbero essere esposti in questo modo. C'è un certo spirito nel mondo che accorcia tutto. Ci può essere sfarzo nella rottura, ma la cosa è distrutta. Ci può essere un certo splendore, ma è uno splendore sterile: abolisce tutti gli splendori futuri. Per fare un esempio concreto, la cattedrale di York ricoperta di fiamme potrebbe essere altrettanto bella di quella ricoperta di sculture. Ma le sculture producono altre sculture. Le fiamme non producono altro che un piccolo cumulo nero. Quando un atto ha questa qualità da vicolo cieco, poco importa che sia fatto con un libro o con una spada, con una maldestra ascia da guerra o con una bomba chimica. Lo stesso vale per le idee. Il pessimista può essere una figura orgogliosa quando maledice tutte le stelle; l'ottimista può essere una figura ancora più orgogliosa quando le benedice tutte. Ma il vero banco di prova non è l'energia, bensì l'effetto. Quando l'ottimista dice: “Tutte le cose sono interessanti”, veniamo lasciati liberi; possiamo interessarci tanto o poco a seconda delle nostre esigenze. Ma quando il pessimista dice: “Nessuna cosa è interessante”, può essere un'osservazione molto spiritosa, ma è l'ultima osservazione spiritosa che può essere fatta sull'argomento. Ha bruciato la sua cattedrale; ha avuto la sua fiammata e il resto è cenere. Gli scettici, come le api, danno il loro unico pungiglione e muoiono. Il pessimista deve sbagliarsi, perché dice l'ultima parola.


Ora, questo spirito che nega e che distrugge ha avuto in un periodo della storia una terribile epoca di superiorità militare. Bruciarono la cattedrale di York, o almeno, luoghi dello stesso tipo. In poche parole, dal settimo secolo al decimo, su queste isole e sulle coste occidentali del continente si è riversata una fitta marea di tenebre, di caos e di crudeltà senza cervello, che le ha quasi isolate per sempre dalla cultura dell'uomo bianco. E questa è l'ultima prova umana: i vari capi di quell'epoca vaga furono ricordati o dimenticati a seconda di come avevano resistito a questa incursione quasi cosmica. Nessuno pensava alle moderne sciocchezze sulle razze; tutti pensavano alla razza umana e alle sue più alte conquiste. Artù era un celtico, e forse era un celtico favoloso; ma era una favola dal lato giusto. Carlo Magno poteva essere un gallo o un goto, ma non era un barbaro; ha combattuto per la tradizione contro i barbari, i nichilisti. E anche per questo, solo per questo, in ultima istanza, chiamiamo il più triste e per certi versi il meno riuscito dei re del Wessex con il titolo di Alfredo il Grande. Alfredo fu sconfitto dai barbari più volte, e più e più volte sconfisse i barbari; ma le sue vittorie furono vane quasi quanto le sue sconfitte. Fortunatamente non credeva nello Spirito del Tempo, nell'Andamento delle Cose o in altre sciocchezze moderne, e quindi continuò ad andare avanti. Ma mentre i suoi fallimenti e i suoi infruttuosi successi hanno nomi ancora in uso (come Wilton, Basing e Ashdown - 1), l'ultima epica battaglia che ha davvero sconfitto il barbaro è rimasta senza un luogo o un nome moderno. A parte il fatto che si trovava vicino a Chippenham, dove i danesi abbandonarono le loro spade e furono battezzati, nessuno è in grado di individuare con certezza il luogo in cui voi e io siamo stati salvati dall'essere selvaggi per sempre.


Ma l'altro giorno, sotto un tramonto e un'alba selvaggi, sono passato davanti al luogo che è maggiormente reputato come Ethandune, un'altura cupa, in parte spoglia e in parte ispida; come quel luogo selvaggio e sacro in quei grandi versi immaginifici sull'amante demoniaco e la luna calante. L'oscurità, il naufragio rosso del tramonto, la luna gialla e vivida, le lunghe ombre fantastiche, creavano effettivamente quel senso di mostruoso inconveniente che è il lato drammatico del paesaggio. I pendii grigi e spogli sembravano precipitarsi verso il basso come schiere in rotta; le nuvole scure attraversavano come vessilli lacerati; e la luna era come un drago d'oro, come il Drago d'Oro del Wessex. 


Mentre attraversavamo un'inclinazione della brughiera strappata, vidi improvvisamente tra me e la luna un ammasso nero e informe più alto di una casa. L'atmosfera era così intensa che pensai davvero a un mucchio di danesi morti, con un fantomatico conquistatore in cima. Fortunatamente stavo attraversando queste lande con un amico che conosceva la storia più di me e mi disse che si trattava di un tumulo più antico di Alfredo, più antico dei Romani, più antico forse dei Britanni, e nessuno sapeva se fosse un muro, un trofeo o una tomba. Ethandune è ancora un nome alla deriva; ma mi ha dato una strana emozione pensare che, spada alla mano, mentre i danesi si riversavano con i torrenti del loro sangue giù a Chippenham, il grande re possa aver alzato la testa e guardato quella forma opprimente, che suggeriva qualcosa eppure non suggeriva nulla; possa averla guardata come noi, e averla capita poco quanto noi.


Gilbert Keith Chesterton, The Daily News, 27 agosto 1910, collazionato in Alarms and Discursion, capitolo 30.


1 -  si tratta dei siti di tre battaglia occorse nell'871 tra Etelredo e Alfredo contro i Vichinghi, perse dai sassoni.

(Traduzione di Marco Sermarini © tutti i diritti riservati) 




lunedì 30 settembre 2024

The Story Behind G.K. Chesterton’s Lost Manuscript | Dale Ahlquist su Strand Magazine.

Giorni fa vi abbiamo segnalato una bella notizia, la pubblicazione di un inedito di Chesterton sul giallo. Oggi vi mettiamo a disposizione l'articolo di Dale Ahlquist, presidente della Society of G. K. Chesterton (la Società Chestertoniana Americana) che racconta del ritrovamento; la pubblicazione (dell'inedito e dell'articolo di Dale) è avvenuta sullo Strand Magazine.

Qui sotto l'incipit dell'articolo di Dale Ahlquist:

The Story Behind G.K. Chesterton’s Lost Manuscript is a story in itself and the person best qualfied to tell it is Dale Ahlquist who is President of the G.K. Chesterton society and is a world authority on the larger than life legend.

To find an unpublished G.K. Chesterton manuscript is something of a miracle. Chesterton, one of the most prolific writers of all time, seems to epitomize the kind of author with “never an unpublished thought.” He never wasted what he wrote. But that a known Chesterton manuscript should remain unpublished for so long is almost more of a miracle, since there are entire magazines and scholarly journals devoted to the author, any of which should have by now seized on the previously unpublished “The Historical Detective Story.” But none of them did. It’s possible those editors didn’t know about it—which makes them not very good scholars. It’s more likely they didn’t know the story behind it, which makes them not very good detectives.

Il resto nel collegamento qui sotto:

https://strandmag.com/the-story-behind-g-k-chestertons-lost-manuscript/?fbclid=IwY2xjawFlblBleHRuA2FlbQIxMQABHdrAGnvx2aDTTE9sYWcPH9ytNx2gh3XbqG3llG_DUMN3Ch0vod9lzmwMDw_aem_6zVoWgBEg8o3scjpH0KwmQ




sabato 21 settembre 2024

Lost GK Chesterton essay about detective stories published for first time | Una notizia inaspettata, un nuovo saggio inedito di Chesterton sul giallo. Da The Guardian.

Ringrazio Angelo Bottone per la segnalazione di questo articolo del Guardian.


Annuncia l'uscita di un saggio inedito, collegato alla partecipazione di Chesterton al Detection Club, sullo Strand Magazine (cliccando qui a fianco trovate il numero della rivista) che lo pubblicizza così: "Rediscovered: A Lost Masterpiece". E il titolo del capolavoro è “The Historical Detective Story,” che sarebbe stato ritrovato di recente all'Università di Notre Dame negli Stati Uniti nelle Rare Books and Special Collections della Hesburgh Library.


Il Guardian sostiene che il saggio in realtà non sarebbe mai stato perduto e cita il nostro amico Dale Ahlquist che afferma: “La cosa divertente di questo saggio è che molte persone lo conoscono da molto tempo. È solo che probabilmente hanno visto il manoscritto nelle collezioni speciali dell'Università di Notre Dame e hanno dato per scontato che fosse noto... Parte del problema era che aveva scritto così tanti saggi, e ci sono voluti anni per catalogarli tutti... Pensiamo di averli trovati forse tutti, almeno il 99,9 per cento di tutti, e ora sono 8.000".


Naturalmente Dale firma la presentazione del saggio certamente inedito ma non così ignoto.


Qui sotto il collegamento all'articolo del Guardian:


https://www.theguardian.com/books/2024/sep/20/gk-chesterton-essay


Il lettori del blog sanno che Chesterton fu tra i fondatori e primo presidente del Detection Club, come vi abbiamo più volte raccontato (qui sotto due accenni all'argomento che può essere approfondito con ulteriori post): 


https://uomovivo.blogspot.com/2012/11/liniziazione-dei-membri-del-detection.html


https://uomovivo.blogspot.com/2012/11/segnalato-da-maria-grazia-gotti-i.html


Lo straordinario club (annoverava firme come Agatha Christie, A. A. Milne ossia l'autore di Winnie the Pooh, Dorothy L. Sayers a cui abbiamo recentemente prestato attenzione, mons. Ronald Knox...) si riuniva a Soho, in una sala privata de L’Escargot.

Il club aveva progettato una rivista annuale. Chesterton terminò la sua presentazione, ma il progetto non proseguì. Così una copia del saggio di Chesterton finì alla Notre Dame University nell'Indiana e un'altra rimase nella British Library a Londra. Il Guardian dice che alla fine sono arrivati Dale Ahlquist e Andrew Gulli (il direttore di The Strand), «pronti a “fare due più due”».


L'articolo continua descrivendo Chesterton e il suo rinato successo, riporta qualche polemica ma rileva l'esistenza del rinnovato interesse, della Society americana e del network di scuole americane ispirate a lui (se sapessero della scuola Italiana... ;-)).


Personalmente sono contento non solo per la "riscoperta" ma anche per il fatto che sia riemerso un saggio sul giallo che è tutt'altro che trascurabile nel pensiero di Chesterton. Non dobbiamo dimenticare che Chesterton era convinto che "il romanzo avventuroso della polizia rappresenta così l'intera avventura umana, ed è basato sul fatto che la moralità è la più oscura e ardita delle cospirazioni" e che "Mentre una tendenza costante del vecchio Adamo è quella di rivoltarsi contro quella cosa così universale e automatica che è la civiltà, di predicare deviazione e ribellione, il romanzo dell'attività di polizia mette in un certo senso sotto gli occhi il fatto che la civiltà stessa è la più sensazionale delle deviazioni e la più romanzesca delle ribellioni". Per Chesterton il valore fondamentale del giallo risiede nell'essere la prima e unica forma di letteratura popolare "in cui si esprime in qualche modo la poesia della vita moderna", dunque è tutto tranne che un argomento trascurabile nel suo pensiero. Qui in questo post poi possiamo renderci conto di quanto queste idee apparentemente solo letterarie investano in realtà tutta la vita per come la immagina e desidera Chesterton.


Una bella riscoperta, questo vecchio nuovo saggio, di cui presto godremo. 


Marco Sermarini