sabato 31 ottobre 2026

Un aforisma al giorno - Chesterton e Belloc si incontrano per la prima volta a Soho... "... una corrente di simpatia tutta speciale..."




I miei amici erano appena tornati da Oxford, Bentley da Merton e Oldershaw da «the House», dove si erano distinti in un gruppo di giovani liberali in rotta con il dilagante imperialismo. Era un gruppo composto da giovani destinati a diventare più o meno famosi: John Simon, ora uomo di stato e avvocato affermato e Francis Hart, il celebre economista. Subito dopo esserci rivisti a Londra, avevo un appuntamento con Lucian Oldershaw in un piccolo ristorante di Soho. Allora, i locali di Soho non erano ancora alla moda e quei modesti ritrovi alla francese erano apprezzati solo da pochi gourmet, che li giudicavano tra i pochi luoghi dove il cibo avesse un vero significato. (...) Ci andai un giorno per incontrare il mio amico, che entrò con un uomo corpulento, che si calcava sugli occhi una di quelle pagliette rigide, allora alla moda, quasi a far risaltare meglio il suo lungo mento sporgente. Aveva uno strano modo di indossare la giacca, tenendo le spalle sollevate al punto da farla sembrare un cappotto, il che mi ricordò i quadri di Napoleone e, chissà perché, Napoleone a cavallo. Lo sguardo irrequieto aveva quella singolare distante intensità che si scorge, talvolta, negli occhi dei marinai e c’era, nella sua andatura, qualcosa del rollio marinaro. Molto tempo dopo, le parole si fusero in alcuni versi che mostravano la sua consapevolezza di questi accostamenti e il connubio di razze del suo sangue:


Iddio certamente dirà:
san Michele, chi è costui,
con l’Irlanda negli occhi dubbiosi,
il Perigord tra le mani,
sulle braccia le cinghie delle staffe,
l’andatura persa del marinaio,
i canti di Borgogna sulle labbra
e i Pirenei nel cuore?


Si lasciò cadere su una panca e cominciò a parlare fitto fitto di una qualche questione: credo si trattasse di sapere se re Giovanni fosse stato il miglior re d’Inghilterra. No di certo, concluse, e poi, visti i criteri della signorina Markham e della sua Storia d’Inghilterra, stabilì che il Plantageneto se la cavava a buon mercato. Giovanni era stato un reggente e nessun reggente del Medioevo era stato un granché. Continuò a parlare e, con mio sommo piacere e diletto, da allora non la smise più. Era Hilaire Belloc, già celebre a Oxford come oratore, dove si contendeva gli allori con un altro talentuoso conversatore, il signor F.E. Smith. Belloc incarnava il radicalismo e Smith sosteneva i Tories: ma il conflitto che esisteva tra di loro era più profondo e sarebbe continuato, anche se si fossero invertiti i ruoli. I due personaggi e le loro carriere sarebbero un bell’esempio per uno studio sul significato del successo e del fallimento. Mentre proseguiva nel suo chiacchiericcio, Belloc ogni tanto apriva provocatorie parentesi sul problema religioso. Disse che un famoso avvocato della California stava per venire in Inghilterra a trovare la famiglia, e aveva acceso un grosso cero a san Cristoforo pregando per riuscire nel suo viaggio. Belloc intendeva accendere un cero ancora più grosso perché il visitatore non vi si cimentasse. «Ci si chiede a cosa può servire,» ruggì, «a cosa serva non so, so solo che è una cosa che va fatta… dicono che non serve a niente, ed ecco il dogma bell’e pronto». Queste sue scaramucce mi divertivano assai e già provavo una segreta corrente di simpatia tutta speciale, che altri, che pur si divertivano, non provavano affatto. Quando, quella sera e molte altre sere, giungemmo a parlare della guerra, scoprii che quell’inconscia simpatia aveva una base reale. Ho già detto altrove che sono un anti-vivisezionista e un anti-anti-vivisezionista. Lo stesso mistero univa le nostre menti: eravamo filo-boeri che non sopportavano i filo-boeri. Forse era più corretto dire che erano gli antimilitaristi che non sopportavamo, privi di immaginazione, anacronistici e troppo pedanti per definirsi filo-boeri. Ma non sarebbe più esatto dire che erano loro che non sopportavano noi? Quello fu comunque il primo anello della nostra alleanza. La sua immaginazione guerresca se ne volava via lontano, spaziando dalle legioni romane agli ultimi particolari dei cannoni di Gravelotte, e la mia fantasia si arroccava dietro i limiti angusti di un’utopia parrocchiale concentrata su un’impossibile battaglia a Notting Hill: ma la morale della favola era la stessa e anche i fatti nudi e crudi. Quando la mia fantasia cockney fu terminata, è a lui che la dedicai. Da quel localino equivoco di Soho, come da un covo di streghe, ecco materializzarsi il mostro biforme a quattro zampe che il signor Shaw ha soprannominato Chesterbelloc.

Gilbert Keith Chesterton, Autobiografia.

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