venerdì 10 settembre 2010

Avvenire su Newman

Da Avvenire del 10.09.2010 - C'è un interessante articolo su Newman e un box (che riportiamo in calce) che ricorda il volume del nostro amico Angelo Bottone, di cui parleremo prossimamente, in uscita in questi giorni.

Inghilterra Da Manzoni a Rosmini: l’influsso dei «nostri» autori sul teologo beatificato il 19 settembre dal Papa. I suoi viaggi nel Belpaese e il religioso laziale che lo accolse nella Chiesa cattolica

Newman, quell’italiano!


di Lorenzo Fazzini

Si era lui stesso addirittura tradotto in «Giovanni Enrico Neandri». Tanto grande sentiva il suo debito ammaliante con l’Italia e i suoi abitanti, prima e dopo la conversione al cattolicesimo. Il teologo John Henry Newman vanta un fecondissimo rapporto con il Belpaese e alcuni dei suoi esponenti, illustri e meno celebri, determinati nel cammino che rese il pensatore di Oxford uno dei più grandi apologeti della Chiesa contemporanea. E in vista dell’imminente beatificazione di Newman, che Benedetto XVI presiederà a Birmingham il prossimo 19 settembre durante la visita in Gran Bretagna, riemergono i legami tra la «casa» della Chiesa cattolica, l’Italia, e il futuro beato.

Anzitutto, i retaggi culturali: già in una lettera da quindicenne citava le tragedie di Vittorio Alfieri, mentre da adolescente si era innamorato della musica di Nicolò Paganini, tanto da volersi cambiare cognome appunto in «Neandri» in onore dell’amato musicista.

Quindi, la presenza: Newman fu in Italia in tre occasione: un primo viaggio nel 1833, all’insegna della tradizione del «grand tour» degli intellettuali del Nord Europa, che guardavano alla Penisola come la sede della grande cultura classica.

Soprattutto è la Sicilia, con le rovine di Segesta, a toccarlo: qui, tra l’altro, contrae una malattia, che gli fa sperimentare un «Provviden za divina» manzoniana ante litteram (e vedremo perché). «In Italia egli ha visto una vibrane e viva Chiesa cattolica con tradizioni che esistono da secoli» commenta Jo Anne Cammarata Sylva, autrice del recente How Italy and Her People Shaped Cardinal Newman, il cui sottotitolo – «Influenze italiane su una mente inglese» – spiegano il senso di questa monografia uscita per le edizioni americane Newman House Press (pp. 190, 10$). Il 2 marzo seguente Newman è nella Città eterna: «E ora cosa posso dire di Roma se non che è la prima del le città? È possibile che un luogo così sereno e nobile sia la gabbia di creature immonde? Mi sono sentito quasi in imbarazzo, confuso per la grandezza unita all’estrema cura e grazia». Così scriveva l’anglicano (e antipapista) in una lettera citata in John Henry Newman. La ragionevolezza della fede, biografia edita da Ares a firma di Lina Callegari (pp. 424, euro 23).

Il secondo passaggio in Italia avviene nel 1846, a conversione già avvenuta: Newman visita Milano, città a lui cara perché terra dei grandi padri della fede, Ambrogio e Agostino. Infine, l’ultima venuta data al 1856 quando visita alcuni oratori di San Filippo Neri, di cui è membro, ad esempio giungendo in inverno a Verona, presso l’abate filippino Carlo Zamboni, cui voleva porre alcune domande sulla regola dell’ordine. Fondamentale è l’episodio «italico» quando Newman divenne cattolico per mano di un missionario di Viterbo, trasferitosi in Inghilterra dove voleva rinverdire la morente tradizionale cattolica. Parliamo del beato Domenico Barberi, nato nel 1792, che invece della Cina e dell’America scelse la terra di Shakespeare come missione (nel 1963 Paolo VI lo proclamerà beato). Ebbene, è la Cammarata a ricordarci come quel 9 ottobre 1845 fu proprio padre Barbarini,venuto in contatto con Newman in precedenza, ad accoglierne la confessione e l’ingresso nella Chiesa cattolica. Racconterà Barbarini: «Arrivammo a Littlemore un’ora prima di mezzanotte. Mi misi davanti al fuoco per asciugarmi. La porta si aprì e che spettacolo fu per me ve dere ai miei piedi Newman che mi chiedeva di ascoltare la sua con fessione, con straordinaria umiltà e devozione». Commenta Cammarata: «Che cosa curiosa che il 'Papa dei protestanti' sia stato con vertito da un piccolo prete italiano». Quasi per riconoscenza Newman cercò di imparare l’idioma di Dante tanto che nel suo viaggio l’anno successivo (1846) poté ri volgersi nella nostra lingua al cardinale Fransoni, prefetto del Collegio di Propaganda Fide.

Alfonso Maria de’ Liguori fu un altro apporto italico al cammino del teologo verso la Chiesa. Il santo napoletano, con i suoi Sermoni, aiutò Newman a comprendere la reale portata dell’importanza della figura di Maria nella vita cristiana, così da sopire la freddezza del pensatore inglese verso la figura della Madonna.

Ancora: il fecondo legame Newman-Italia si esplica nella devozione del teologo per Alessandro Manzoni e i suoi Promessi sposi,

nonché la simpatia di Antonio Rosmini per l’autore di Oxford. Il beato roveretano infatti era venuto in contatto con Newman tramite padre Luigi Gentili, cappellano di un benestante cattolico inglese. Il loro rapporto intellettuale – i due non si conobbero mai di persona – era così intenso che nel 1849 addirit tura dal cardinale Wiseman venne chiesto a Newman di leggere le Cinque piaghe della Chiesa di Rosmini, sul quale non ebbe niente da dire in termini dottrinali. E probabilmente tale giudizio influenzò anche la decisione vaticana di non censurare l’opera dello studioso di Rovereto.

Ancora più interessante il rapporto tra Manzoni e il cardinale dell’Oratorio: nel 1837 Newman scriveva di «aver letto il suo romanzo, che mi è decisamente piaciuto. Non ha la ricchezza o il vigore di un Walter Scott, ma mi sembra pieno di na turalità e dispiega una profondo senso religioso che non compare nelle composizioni di Scott, per quanto belle siano». La Cammarata ipotizza anche che nella figura letteraria di fra Cristoforo Newman abbia trovato il proprio ideale di sacerdote. E quando venne in Italia nel 1846 – sia Callegari che la Cammarata lo ricordano – Newman voleva incontrare Manzoni («mi propongo di andare da lui», scrisse in una coeva lettera a Edward Badeley). Solo l’assenza del romanziere da Milano non fa vorirò un incontro che sarebbe passato di certo agli annali della storia della cultura.

IL LIBRO


In ateneo con Aristotele


Non solo celebre teologo e grande apologeta. John H. Newman fu anche un inventore di università, visto che per otto anni fu impegnato nella costruzione e direzione dell’ateneo cattolico di Dublino, in Irlanda. In questo periodo produsse gli «Scritti Dublinesi» che ora vengono messi sotto la lente di ingrandimento di Angelo Bottone in «John Henry Newman e l’abito mentale filosofico» (Edizioni Studium, pp. 202, euro 15). Come scrive nella prefazione Bruno Forte, teologo e arcivescovo di Chieti, la capacità di Bottone (fondatore della Società Newmaniana italiana) è quella di recuperare alcune fonti non molto conosciute nella formulazione del pensiero teologico del cardinale inglese, tra i quali spicca Aristotele ma anche Cicerone. «Newman è anticipatore profetico riguardo al rapporto fra fede e ragione, cultura e spiritualità», scrive Forte.

L’importanza del viaggio di B-XVI in un’Inghilterra che sta perdendo la sua identità

di Francesco Agnoli

Tratto da Il Foglio del 9 settembre 2010 (si cita Chesterton!)

Benedetto XVI è un pontefice che preferisce ridurre al minimo i suoi viaggi, per poter governare meglio la barca di Pietro, senza essere costretto a delegare troppo.

Ciononostante il Papa compirà, a breve, un viaggio delicatissimo in Inghilterra. Non sarà un’esperienza facile. Da mesi e mesi i suoi nemici gli preparano una accoglienza burrascosa. Il fatto è che l’Inghilterra, per un successore di Pietro, è una terra di leoni. Dall’epoca dello scisma di Enrico VIII, infatti, il Papa è identificato col nemico del paese e i cattolici sono gli odiati “papisti”. Fu proprio Enrico a inaugurare la politica della calunnia come arma principale per difendere la sua decisione di umiliare Caterina d’Aragona. Il popolo infatti era contrario sia al ripudio della sposa, sia allo scisma. Occorreva convincerlo, in un modo o nell’altro. Molti nobili e borghesi furono comperati dal sovrano che cedette loro, per pochi soldi, tutte le proprietà della chiesa cattolica confiscate. Ma la gente fu più difficile da persuadere. La politica adottata fu allora quella di obbligare teologi, sacerdoti, dignitari vari, a prendere posizione per il re, scrivendo libri, saggi, drammi teatrali, in cui il Papa veniva presentato come un avido monarca desideroso di impadronirsi dell’Inghilterra e come un nemico del Vangelo, tirato a destra e a sinistra perché risultasse filo-Enrico VIII. Da allora in poi, complici le guerre con la cattolica Spagna, il Papa nemico del paese divenne un dogma della chiesa di stato anglicana. Per capire come possano essere cresciute generazioni di inglesi, basta leggere “La chiesa cattolica” di G.K.Chesterton, recentemente ripubblicato da Lindau. Per spiegare la sua conversione al cattolicesimo, il celebre giornalista mette in luce due aspetti. Il primo: la difficoltà per un inglese di vincere gli infiniti pregiudizi contro i cattolici disseminati qua e là, in sermoni, romanzi, riviste, che li portano a un vero e proprio “terrore del papismo”. La seconda: la difficoltà per un anglicano di essere nel contempo patriota e aperto a una fratellanza universale. Proprio analizzando lo strettissimo legame tra patriottismo inglese, corona e chiesa anglicana, Chesterton conclude: “In questo senso il protestantesimo è patriottismo, ma per sfortuna non è nient’altro. Parte da lì e non va mai oltre”. Il cattolico universalista considera l’amore per la patria un dovere dell’uomo, ma “non il suo unico dovere, come avveniva invece nella teoria prussiana dello stato e, troppo spesso, in quella britannica dell’impero”.

Da Newman a Marshall
Detto questo, bisogna ricordare che verso la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, la Gran Bretagna ha conosciuto moltissime conversioni alla chiesa di Roma: da Newman, a Chesterton, allo scrittore Bruce Marshall, autore dello splendido “A ogni uomo un soldo”, sino a R.H.Benson ed Evelyn Waugh… Tutti questi personaggi hanno sentito il fascino di Roma, della sua universalità, evidente nei suoi dogmi e soprattutto nella sua liturgia latina. Tutti costoro hanno amato nella chiesa cattolica la sua libertà da un particolare potere politico, insita nella sua universalità, così lontana dal pregiudizio velatamente razzista presente nella cultura britannica. Nei loro libri compaiono spesso preghiere in latino, formule antichissime della fede cattolica, che stanno al di fuori del tempo e dello spazio, unendo ogni singolo fedele con i suoi fratelli, di ogni luogo e di ogni tempo. Poi, in seguito al Concilio Vaticano II, il flusso di conversioni in Inghilterra si è arenato, per riprendere solamente, e vigorosamente, dopo l’elezione al soglio pontificio di Benedetto XVI, il motu proprio sulla messa antica e una nuova concezione dell’ecumenismo. Così abbiamo assistito a un fenomeno che per un cattolico è provvidenziale: moltissimi anglicani, dopo secoli e secoli, hanno chiesto di rientrare nella chiesa di Roma! Questo ritorno in massa è stato favorito senza dubbio da più elementi. Anzitutto dal graduale dissolversi della vecchia mentalità britannica. L’Inghilterra non è più, da tempo, un impero che governa sui mari, né il paese che afferma di prendersi sulle spalle “il fardello” della civilizzazione degli altri popoli. Una religione patriottica oggi, nel mondo anglosassone, è sempre più improponibile. In secondo luogo è la società inglese che sta dissolvendosi. Uno straordinario osservatore del mondo anglosassone, Gianfranco Amato, autore di “Un anno alla finestra”, ricorda per esempio che oggi in Inghilterra il nome più diffuso tra i neonati maschi di Londra è Mohamed, mentre gli aborti sono ben 500 al giorno. Numeri che dicono della graduale sparizione di un popolo. Che avviene mentre le gerarchie anglicane non sanno opporre nulla al nichilismo imperante, ma anzi si mettono al traino.

Inevitabile che mentre l’odio contro Benedetto XVI monta, cresca anche il numero dei britannici che cercano una fede solida, vera, che non ceda al mondo. “La chiesa cattolica – scriveva Chesterton – è l’unica in grado di salvare l’uomo da una schiavitù degradante, quella di essere figlio del suo tempo”. Per questo lotta e sopravvive. Cambiati i tempi, qualcuno inizierà ad accorgersi che i vecchi dogmi di un’epoca erano fasulli e transitori, mentre il Vangelo rimane sempre “nuovo”, e attuale.

Buon compleanno Padre Brown, santo dall'aureola nera!

di Paolo Pegoraro

Sarà pure una singolare coincidenza, ma l'Anno sacerdotale indetto da Papa Benedetto XVI si è concluso a un secolo dalla nascita del più celebre tra i "preti di carta". Sì, perché padre Brown, il parroco detective uscito dalla penna di Gilbert K. Chesterton, fece la sua prima comparsa sul numero di "Storyteller" del settembre 1910. E oggi, per un'altra singolare coincidenza, ben tre editori italiani ci ripropongono le sue avventure (Morganti, con una nuova traduzione e veste grafica, Mursia e San Paolo). Piccolo, tozzo e dimesso, la talare sdrucita e l'immancabile ombrello che lo accompagna anche nella canicola più impietosa, padre Brown emana la bizzarra solennità di un personaggio dickensiano. Il saturno "simile a un'aureola nera" copre una faccia tanto più inespressiva quanto più è intelligente. Una faccia dove brillano due occhi guardinghi e uno sguardo lontano, "carico dell'umiltà di un incarico troppo grande per gli uomini". Com'è noto, Chesterton modellò il suo personaggio sulla figura di padre John O'Connor di Bradford, il quale non era né piccolo né tozzo né dimesso, e che, 17 anni dopo, avrebbe accolto lo scrittore londinese nella Chiesa cattolica. Perché le chiacchierate con padre O'Connor convinsero Chesterton a una verità sorprendente: il cattolicesimo ne sapeva più di lui non solo intorno al bene, ma perfino riguardo al male. L'incontro con il sacerdote irlandese - che risale al febbraio 1905 - fu però soltanto una delle tappe che portò, cinque anni dopo, alla nascita di padre Brown. Perennemente affascinato dalla chiazza di sangue e dal grottesco, Chesterton aveva ripetutamente parlato, tra il 1901 e il 1904, del genere poliziesco come "simbolo dei misteri più alti". E prima che "l'indagatore sacramentale" assumesse la forma compiuta di padre Brown, incontriamo due significative prove narrative di genere: Il club dei mestieri stravaganti (1905) e l'obbligatorio L'uomo che fu Giovedì (1908). In entrambi il protagonista è un uomo che vive separato dagli altri, un celibe eccentrico o un asceta, perché il detective puro - lo notava Leonardo Sciascia - non può possedere nulla che possa competere con la difesa della legge. A ben guardare queste due opere, però, ci si rende conto che i suoi protagonisti non sono mossi da ferreo legalismo. E che alla base della peculiare "scienza dell'anima" di padre Brown - così Antonio Gramsci, che preferiva il piccolo prete al pretenzioso Holmes - ci sono niente meno che due sacramenti: la Confessione e l'Eucaristia. Protagonista del Club dei mestieri stravaganti (1905) è Basil Grant, un ex giudice poeta e dal temperamento mistico, accompagnato dal fratello Rupert, detective privato di professione, uomo pratico e pronto all'azione, dotato di un'intelligenza acuta, sospettosa e tendenzialmente scettica. I sei racconti hanno la struttura del racconto poliziesco classico - richiesta di aiuto, indagine, svelamento - se non che ogni caso si conclude senza crimini o criminali. Tutti i "casi" si rivelano falsi allarmi originati da situazioni equivoche, con conseguente scorno di Rupert, che indaga per sorvegliare e punire, e fragorose risate di Basil, che indaga per assolvere. L'ultimo tratto caratteristico di Basil Grant viene rivelato nelle ultime pagine, dove si spiega perché egli ha lasciato il posto di giudice. La carcerazione gli sembrava inutile, ciò che occorreva davvero era "un bacio o una bastonatura". Il perdono o la correzione: ma desiderati dal profondo di sé, non subiti passivamente come pena immeritata o indulto non richiesto. Per questo Basil istituisce un "tribunale penale volontario" al quale si presentano quanti vogliono essere giudicati "non per le colpe pratiche cui nessuno bada, come il commettere un omicidio (...) ma per quelle colpe che rendono veramente impossibile la vita sociale", come l'egoismo, la maldicenza o la vanità. Divenuto un giudice "puramente morale", Basil Grant non sta facendo altro che amministrare - almeno simbolicamente - il sacramento della penitenza. Anche L'uomo che fu Giovedì si regge sul meccanismo di una colpevolezza apparente e sulla ricerca spasmodica di un criminale. Pagina dopo pagina, infatti, la lista degli indagati va assottigliandosi finché, giunti al sorprendente epilogo, le colpe di tutti sembrano concentrarsi su un solo indiziato. Solo che è il capo della polizia, colui che ha avviato l'indagine. "Di chi è la colpa?": a ben vedere questo interrogativo, che è poi quello del libro di Giobbe, esaurisce non solo quei polizieschi che si accontentano di "trovare un colpevole", ma anche una buona fetta della giustizia umana. L'uomo che fu Giovedì osa di più e rivolta la questione: non più "di chi" è la colpa, ma "qual è" la colpa reale, oltre le apparenze? E la colpa che si imputa al capo della polizia - il quale appare sempre più simile a un essere ultraterreno - non è quella di essere un anarchico, come si crede nelle prime pagine, ma di non aver mai conosciuto né dolore né sofferenza. E di essere, pertanto, colpevolmente felice. Le ultime parole che il personaggio soprannaturale lascia al protagonista, prima di scomparire, sono un preciso rimando al Vangelo di Marco (10, 38): "Potete bere nella coppa dalla quale io bevo?". È una prefigurazione del sangue sparso per la salvezza del mondo: il mistero eucaristico. L'immagine del calice nel quale si concentrano le colpe dell'umanità verrà ripresa in un racconto cardine della serie di padre Brown. Riassumendo, ecco le stazioni del "binario giallo" seguite finora da Chesterton: l'incontro con padre O'Connor (1905), l'invenzione di un singolare giudice che impartisce penitenze e assoluzioni (1905), infine un ancora più insolito capo della polizia che porta su di sé le colpe di tutti (1908). Il 20 febbraio 1909 egli scrive sul "Daily News": "La Chiesa è l'unico organismo che ha sempre tentato sistematicamente di perseguire e scoprire i crimini, non allo scopo di vendicarli, ma con l'intenzione di perdonarli. (...) La stranezza della Chiesa era questa sua impietosa pietà: era come un inesorabile segugio che insegue la preda per salvarla, non per ucciderla". La scena è pronta, gli indugi rotti, le metafore messe da parte. Entra in scena un sacerdote cattolico, l'investigatore sacramentale per eccellenza, che riassume in sé personaggi abbozzati: nasce padre Brown. Su questo umile eroe - non così distante dal curato d'Ars - c'è troppo da dire. Concentriamoci sul legame tra sacerdozio e investigazione. Nel racconto che dà il titolo al terzo volume del ciclo - Il segreto di padre Brown (1924) - il piccolo prete del Norfolk, temendo gli si attribuiscano poteri paranormali, si vede costretto a svelare il suo metodo d'indagine, "un esercizio talmente religioso che non avrei dovuto parlarne". Questo "esercizio spirituale" comincia concentrandosi sulla colpa: cosa c'è di desiderabile in questo atto? A quali attese risponde? Quale congerie di emozioni e pensieri conduce una persona a imboccare questa strada come inevitabile? Attraverso questa "immedesimazione" reale con il colpevole, riconosciuto uomo identico a se stesso e non più monstrum relegato dal suo delitto a una distanza incolmabile dal resto dell'umanità, padre Brown giunge infine a scoprirne l'identità. "Io - spiega il sacerdote - sono un uomo del tutto simile al criminale, eccetto che nella volontà di compiere l'azione finale". Perché padre Brown non si accontenta del meccanismo "colpa-colpevole", dove la prima è una diretta promanazione del secondo. Egli scende nell'abisso del "peccato-peccatore", dove il primo tiene prigioniero il secondo. Non basta punire il reato: bisogna sradicare il peccato. Il pretino inglese sa bene che il "cattivo" è prima di tutto un captivus, un essere tenuto "in cattività" dai suoi atti. La prima vittima del crimine è il criminale, perché omicidio e furto sono solo la maturazione di delitti ben più radicati, come l'invidia, la vendetta, la superbia e le eterne eresie. Identificati queste storture del cuore e della mente, non solo si scioglie il caso, ma si può portare soccorso al "colpevole" prima che il suo male lo autodistrugga. Padre Brown è un moderno inquisitore, un santo segugio che insegue la preda per salvarla da se stessa, laddove i giudici di questo mondo la vorrebbero soltanto sul patibolo. In uno dei racconti più potenti e meno noti della serie, Il grande dolente di Marne, padre Brown scaglia una memorabile invettiva contro chi fino a un attimo prima lo accusava di carente carità cristiana, ma poi, scoperto lo stato reale delle cose, reclama la testa del colpevole: "Continuate pure sul vostro comodo sentiero, perdonando tutti i vostri vizi preferiti e facendo i generosi nei confronti dei vostri crimini alla moda, e lasciate noi nelle tenebre, vampiri nella notte, a consolare coloro che veramente hanno bisogno di consolazione, coloro che compiono atti veramente indifendibili, cose che né il mondo né loro stessi possono difendere e che nessun altro se non un sacerdote potrà perdonare. Lasciateci con gli uomini che commettono i crimini peggiori, i più ributtanti e reali: orribili quanto san Pietro quando cantò il gallo, eppure l'alba sorse lo stesso". Lo scandalo del perdono rende il sacerdote un essere abbietto e spregevole agli occhi della giustizia del mondo, niente meno che un "vampiro", un essere che osa addentrarsi nella notte dell'anima. Quella notte nella quale Giuda si perse, nonostante fosse stato tallonato fino all'ultimo dall'Amore. Questa vicinanza al peccato, questo rispecchiarsi completamente nel peccatore meno che nell'assenso della volontà, provoca sconcerto: nella letteratura di ieri come nella cronaca di oggi. I benpensanti e sconvolti ascoltatori di padre Brown gli domandano prontamente se questa prossimità non lo renda troppo indulgente. La risposta del piccolo prete non lascia scampo. Ci sono due modi - egli spiega - per rinunciare al diavolo: averne orrore perché è troppo distante da noi, oppure perché è troppo vicino. Chesterton non faceva mistero di appartenere alla seconda catego- ria, come confessa nell'Autobiografia: "Quando la gente chiede a me, o a qualsiasi altro: "Perché vi siete unito alla Chiesa di Roma?", la prima risposta essenziale, anche se in parte incompleta, è: "Per liberarmi dai miei peccati". Perché non v'è nessun altro sistema religioso che dichiari veramente di liberare la gente dai peccati". Eppure fu proprio la personale discesa ad inferos che permise a Chesterton - e a padre Brown - di varcare la soglia regia del cristianesimo ed entrare là dove molti re e imperatori si rifiutarono di mettere piede: nel santuario del proprio essere. Prendiamo l'esempio letterario per eccellenza: Macbeth. Ucciso re Duncan e rimasto solo con se stesso, deve scegliere se ammettere di essere un traditore e un assassino, oppure negarlo, rivestendosi di menzogna. Imboccherà la seconda, diabolica via che lo condurrà a spargimenti di sangue sempre più grandi. Padre Brown si comporta in maniera specularmente opposta. Dopo aver spiegato ai suoi uditori il suo strano metodo d'investigazione, egli si ferma, meditabondo, a contemplare un particolare. "Padre Brown alzò il suo bicchiere e la fiamma rese il vino trasparente come un bicchiere rosso del sangue di un glorioso martire. La fiamma parve assorbire il suo sguardo che affondava sempre più, come se quel singolo bicchiere contenesse un mare rosso del sangue di tutti gli uomini, e la sua anima nuotasse, tuffandosi nell'oscura umiliazione, più in basso dei mostri più profondi, nel fango antico. (...) "Sì", disse, portando il calice alla bocca, "mi ricordo bene"". Il bicchiere che il piccolo sacerdote del Norfolk porta alle labbra è ben più di un bicchiere di vino. È la coppa nel quale sono raccolte le sofferenze dell'umanità. Quel "mare di sangue" che Macbeth sparge pur di non doversi riconoscere colpevole è racchiuso nel calice eucaristico che soltanto il Giusto può portare alle labbra. "Potete bere nella coppa nella quale io bevo?" aveva chiesto, al culmine della sua spaventosa epifania, il misterioso personaggio de L'uomo che fu Giovedì. A rispondergli c'è padre Brown. 

(L'Osservatore Romano, 8 settembre 2010)

La storia di Oscar Elias Biscet

Abbiamo trovato questa notizia sul blog di www.messainlatino.it e vogliamo condividerla con i nostri lettori.
Vi faremo sapere se ci sono iniziative concrete a sostegno di quest'uomo.


Francesco Agnoli ci segnala questo martire oppresso, affinché non sia dimenticato, specie nelle preghiere:


Il nostro eroe, che vogliamo ricordare nella preghiera e sulle magliette, non è un guerrigliero, né un fanatico dell'ideologia. E' un cattolico, un nero, un medico che crede nella dignità della persona: per tutti questi motivi, è un perseguitato.

Il suo nome è Oscar Elias Biscet. Per Amnesty International, Human rights first, Freedom now, per migliaia e migliaia di cubani, è un "prigioniero di coscienza" e un vero eroe.

Biscet è nato all'Avana, nel 1961. Nel 1985 si è laureato in medicina, per poi creare, nel 1997, la fondazione Lawton per i diritti umani: tra questi egli pone, al primo posto, il diritto alla Vita. Diritto alla vita violato costantemente in un paese in cui esistono la pena di morte per i nemici politici; in cui organismi governativi sostengono la liceità della clonazione umana cosiddetta "terapeutica", contro l' "atteggiamento oscurantista", a loro dire, di chi si oppone; in cui esiste l'aborto forzato, per motivi di ricerca medica, e il tasso di abortività è circa 5 volte quello italiano; in cui l'uso del farmaco Rivanol come abortivo determina il fatto che nel caso di fallimento, cioè in un'alta percentuale, il bambino viene ucciso (infanticidio) per soffocamento, per emorragia, tagliando il cordone ombelicale, o lasciandolo morire senza assistenza; in cui il turismo sessuale, anche pedofilo, che è per molti cubani e cubane l'unico modo per sopravvivere, porta ad una tasso altissimo di aborti e di aborti su giovanissime!

In un paese in cui embrioni e feti sono spesso utilizzati e uccisi a scopo di ricerca, nel più perfetto stile nazi-comunista, a vantaggio di persone provenenti dai paesi più ricchi (il turismo medico, accanto a quello sessuale; vedi le testimonianze di medici cubani come Hilda Molina, Julian Alvarez, José Luis García Paneque…).

Per la sua battaglia "contra del aborto, eutanasia y el fusilamiento", cioè a favore della vita dei più piccoli, contro il degrado umano, contro la pena di morte e la tortura per i dissidenti e contro l'eutanasia, praticata su malati poveri, che si rivelano un peso economico, Biscet è stato aggredito, picchiato, additato come pazzo. Poi allontanato dal suo lavoro, rinchiuso in galera dal 3 novembre 1999 e al 31 ottobre 2002 con l'accusa, fasulla, di "insulti ai simboli della patria", "pubblico disordine" e "incitamento a commettere crimine".

Nel 2003 Biscet è stato nuovamente condannato, questa volta a 25 anni di prigione: oggi giace nella stessa isola in cui sorge Guantanamo, in condizioni terrificanti e disumane (ben descritte da prigionieri cubani come Armando Valladares, autore di Contro ogni speranza. 22 anni nel gulag delle Americhe dal fondo delle carceri di Fidel Castro, SugarCo 1985, Spirali 2007, e Pierre Golendorf, autore di Un comunista nelle prigioni di Fidel Castro, SugarCo 1978).

Prigioni in cui, secondo le Nazioni Unite, avvengono: "Isolamenti in stanze fredde; perdita del controllo di tempo e spazio; immersione in pozzi neri; intimidazioni coi cani; simulazioni di esecuzioni; botte ai reclusi; lavori forzati; confinamento per anni in prigioni chiamate 'cassetti'; uso di altoparlanti con rumori assordanti durante gli scioperi della fame; spersonalizzazione del detenuto mediante totale nudità in celle di castigo; soppressione di acqua ai prigionieri dichiarati in sciopero della fame; presentazione del recluso nudo davanti ai familiari per obbligarli ad accettare il piano di riabilitazione politica…".

Secondo Human rights first, Oscar Biscet soffre di "gastriti croniche e ipertensione", e ciononostante è confinato in celle solitarie, talora sotterranee, o con "violenti criminali". Inoltre è privato per lunghi periodi della possibilità di comunicare, di ricevere visite o medicazioni. La sua cella è senza finestre, senza bagno, umida, sporca, infestata dai vermi e senz'acqua. La sua salute è rovinata. Ha perso quasi tutti i denti, ma non il coraggio. Manda a dire ai suoi sostenitori: "La mia coscienza e il mio spirito stanno bene". Biscet è forse, vista la lunghezza della sua pena, il massimo prigioniero di coscienza oggi al mondo.

Lo chiamano anche il "negro olvidado" (il "negro dimenticato").

Noi, invece, vogliamo ricordarlo e chiederne la liberazione.

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"Una cosa morta può andare con la corrente, ma solo una cosa viva può andarvi contro" (Gilbert Keith Chesterton)

Buon compleanno, Padre Brown, santo dall'aureola nera!

di Paolo Pegoraro


Sarà pure una singolare coincidenza, ma l'Anno sacerdotale indetto da Papa Benedetto XVI si è concluso a un secolo dalla nascita del più celebre tra i "preti di carta". Sì, perché padre Brown, il parroco detective uscito dalla penna di Gilbert K. Chesterton, fece la sua prima comparsa sul numero di "Storyteller" del settembre 1910. E oggi, per un'altra singolare coincidenza, ben tre editori italiani ci ripropongono le sue avventure (Morganti, con una nuova traduzione e veste grafica, Mursia e San Paolo). Piccolo, tozzo e dimesso, la talare sdrucita e l'immancabile ombrello che lo accompagna anche nella canicola più impietosa, padre Brown emana la bizzarra solennità di un personaggio dickensiano. Il saturno "simile a un'aureola nera" copre una faccia tanto più inespressiva quanto più è intelligente. Una faccia dove brillano due occhi guardinghi e uno sguardo lontano, "carico dell'umiltà di un incarico troppo grande per gli uomini". Com'è noto, Chesterton modellò il suo personaggio sulla figura di padre John O'Connor di Bradford, il quale non era né piccolo né tozzo né dimesso, e che, 17 anni dopo, avrebbe accolto lo scrittore londinese nella Chiesa cattolica. Perché le chiacchierate con padre O'Connor convinsero Chesterton a una verità sorprendente: il cattolicesimo ne sapeva più di lui non solo intorno al bene, ma perfino riguardo al male. L'incontro con il sacerdote irlandese - che risale al febbraio 1905 - fu però soltanto una delle tappe che portò, cinque anni dopo, alla nascita di padre Brown. Perennemente affascinato dalla chiazza di sangue e dal grottesco, Chesterton aveva ripetutamente parlato, tra il 1901 e il 1904, del genere poliziesco come "simbolo dei misteri più alti". E prima che "l'indagatore sacramentale" assumesse la forma compiuta di padre Brown, incontriamo due significative prove narrative di genere: Il club dei mestieri stravaganti (1905) e l'obbligatorio L'uomo che fu Giovedì (1908). In entrambi il protagonista è un uomo che vive separato dagli altri, un celibe eccentrico o un asceta, perché il detective puro - lo notava Leonardo Sciascia - non può possedere nulla che possa competere con la difesa della legge. A ben guardare queste due opere, però, ci si rende conto che i suoi protagonisti non sono mossi da ferreo legalismo. E che alla base della peculiare "scienza dell'anima" di padre Brown - così Antonio Gramsci, che preferiva il piccolo prete al pretenzioso Holmes - ci sono niente meno che due sacramenti: la Confessione e l'Eucaristia. Protagonista del Club dei mestieri stravaganti (1905) è Basil Grant, un ex giudice poeta e dal temperamento mistico, accompagnato dal fratello Rupert, detective privato di professione, uomo pratico e pronto all'azione, dotato di un'intelligenza acuta, sospettosa e tendenzialmente scettica. I sei racconti hanno la struttura del racconto poliziesco classico - richiesta di aiuto, indagine, svelamento - se non che ogni caso si conclude senza crimini o criminali. Tutti i "casi" si rivelano falsi allarmi originati da situazioni equivoche, con conseguente scorno di Rupert, che indaga per sorvegliare e punire, e fragorose risate di Basil, che indaga per assolvere. L'ultimo tratto caratteristico di Basil Grant viene rivelato nelle ultime pagine, dove si spiega perché egli ha lasciato il posto di giudice. La carcerazione gli sembrava inutile, ciò che occorreva davvero era "un bacio o una bastonatura". Il perdono o la correzione: ma desiderati dal profondo di sé, non subiti passivamente come pena immeritata o indulto non richiesto. Per questo Basil istituisce un "tribunale penale volontario" al quale si presentano quanti vogliono essere giudicati "non per le colpe pratiche cui nessuno bada, come il commettere un omicidio (...) ma per quelle colpe che rendono veramente impossibile la vita sociale", come l'egoismo, la maldicenza o la vanità. Divenuto un giudice "puramente morale", Basil Grant non sta facendo altro che amministrare - almeno simbolicamente - il sacramento della penitenza. Anche L'uomo che fu Giovedì si regge sul meccanismo di una colpevolezza apparente e sulla ricerca spasmodica di un criminale. Pagina dopo pagina, infatti, la lista degli indagati va assottigliandosi finché, giunti al sorprendente epilogo, le colpe di tutti sembrano concentrarsi su un solo indiziato. Solo che è il capo della polizia, colui che ha avviato l'indagine. "Di chi è la colpa?": a ben vedere questo interrogativo, che è poi quello del libro di Giobbe, esaurisce non solo quei polizieschi che si accontentano di "trovare un colpevole", ma anche una buona fetta della giustizia umana. L'uomo che fu Giovedì osa di più e rivolta la questione: non più "di chi" è la colpa, ma "qual è" la colpa reale, oltre le apparenze? E la colpa che si imputa al capo della polizia - il quale appare sempre più simile a un essere ultraterreno - non è quella di essere un anarchico, come si crede nelle prime pagine, ma di non aver mai conosciuto né dolore né sofferenza. E di essere, pertanto, colpevolmente felice. Le ultime parole che il personaggio soprannaturale lascia al protagonista, prima di scomparire, sono un preciso rimando al Vangelo di Marco (10, 38): "Potete bere nella coppa dalla quale io bevo?". È una prefigurazione del sangue sparso per la salvezza del mondo: il mistero eucaristico. L'immagine del calice nel quale si concentrano le colpe dell'umanità verrà ripresa in un racconto cardine della serie di padre Brown. Riassumendo, ecco le stazioni del "binario giallo" seguite finora da Chesterton: l'incontro con padre O'Connor (1905), l'invenzione di un singolare giudice che impartisce penitenze e assoluzioni (1905), infine un ancora più insolito capo della polizia che porta su di sé le colpe di tutti (1908). Il 20 febbraio 1909 egli scrive sul "Daily News": "La Chiesa è l'unico organismo che ha sempre tentato sistematicamente di perseguire e scoprire i crimini, non allo scopo di vendicarli, ma con l'intenzione di perdonarli. (...) La stranezza della Chiesa era questa sua impietosa pietà: era come un inesorabile segugio che insegue la preda per salvarla, non per ucciderla". La scena è pronta, gli indugi rotti, le metafore messe da parte. Entra in scena un sacerdote cattolico, l'investigatore sacramentale per eccellenza, che riassume in sé personaggi abbozzati: nasce padre Brown. Su questo umile eroe - non così distante dal curato d'Ars - c'è troppo da dire. Concentriamoci sul legame tra sacerdozio e investigazione. Nel racconto che dà il titolo al terzo volume del ciclo - Il segreto di padre Brown (1924) - il piccolo prete del Norfolk, temendo gli si attribuiscano poteri paranormali, si vede costretto a svelare il suo metodo d'indagine, "un esercizio talmente religioso che non avrei dovuto parlarne". Questo "esercizio spirituale" comincia concentrandosi sulla colpa: cosa c'è di desiderabile in questo atto? A quali attese risponde? Quale congerie di emozioni e pensieri conduce una persona a imboccare questa strada come inevitabile? Attraverso questa "immedesimazione" reale con il colpevole, riconosciuto uomo identico a se stesso e non più monstrum relegato dal suo delitto a una distanza incolmabile dal resto dell'umanità, padre Brown giunge infine a scoprirne l'identità. "Io - spiega il sacerdote - sono un uomo del tutto simile al criminale, eccetto che nella volontà di compiere l'azione finale". Perché padre Brown non si accontenta del meccanismo "colpa-colpevole", dove la prima è una diretta promanazione del secondo. Egli scende nell'abisso del "peccato-peccatore", dove il primo tiene prigioniero il secondo. Non basta punire il reato: bisogna sradicare il peccato. Il pretino inglese sa bene che il "cattivo" è prima di tutto un captivus, un essere tenuto "in cattività" dai suoi atti. La prima vittima del crimine è il criminale, perché omicidio e furto sono solo la maturazione di delitti ben più radicati, come l'invidia, la vendetta, la superbia e le eterne eresie. Identificati queste storture del cuore e della mente, non solo si scioglie il caso, ma si può portare soccorso al "colpevole" prima che il suo male lo autodistrugga. Padre Brown è un moderno inquisitore, un santo segugio che insegue la preda per salvarla da se stessa, laddove i giudici di questo mondo la vorrebbero soltanto sul patibolo. In uno dei racconti più potenti e meno noti della serie, Il grande dolente di Marne, padre Brown scaglia una memorabile invettiva contro chi fino a un attimo prima lo accusava di carente carità cristiana, ma poi, scoperto lo stato reale delle cose, reclama la testa del colpevole: "Continuate pure sul vostro comodo sentiero, perdonando tutti i vostri vizi preferiti e facendo i generosi nei confronti dei vostri crimini alla moda, e lasciate noi nelle tenebre, vampiri nella notte, a consolare coloro che veramente hanno bisogno di consolazione, coloro che compiono atti veramente indifendibili, cose che né il mondo né loro stessi possono difendere e che nessun altro se non un sacerdote potrà perdonare. Lasciateci con gli uomini che commettono i crimini peggiori, i più ributtanti e reali: orribili quanto san Pietro quando cantò il gallo, eppure l'alba sorse lo stesso". Lo scandalo del perdono rende il sacerdote un essere abbietto e spregevole agli occhi della giustizia del mondo, niente meno che un "vampiro", un essere che osa addentrarsi nella notte dell'anima. Quella notte nella quale Giuda si perse, nonostante fosse stato tallonato fino all'ultimo dall'Amore. Questa vicinanza al peccato, questo rispecchiarsi completamente nel peccatore meno che nell'assenso della volontà, provoca sconcerto: nella letteratura di ieri come nella cronaca di oggi. I benpensanti e sconvolti ascoltatori di padre Brown gli domandano prontamente se questa prossimità non lo renda troppo indulgente. La risposta del piccolo prete non lascia scampo. Ci sono due modi - egli spiega - per rinunciare al diavolo: averne orrore perché è troppo distante da noi, oppure perché è troppo vicino. Chesterton non faceva mistero di appartenere alla seconda catego- ria, come confessa nell'Autobiografia: "Quando la gente chiede a me, o a qualsiasi altro: "Perché vi siete unito alla Chiesa di Roma?", la prima risposta essenziale, anche se in parte incompleta, è: "Per liberarmi dai miei peccati". Perché non v'è nessun altro sistema religioso che dichiari veramente di liberare la gente dai peccati". Eppure fu proprio la personale discesa ad inferos che permise a Chesterton - e a padre Brown - di varcare la soglia regia del cristianesimo ed entrare là dove molti re e imperatori si rifiutarono di mettere piede: nel santuario del proprio essere. Prendiamo l'esempio letterario per eccellenza: Macbeth. Ucciso re Duncan e rimasto solo con se stesso, deve scegliere se ammettere di essere un traditore e un assassino, oppure negarlo, rivestendosi di menzogna. Imboccherà la seconda, diabolica via che lo condurrà a spargimenti di sangue sempre più grandi. Padre Brown si comporta in maniera specularmente opposta. Dopo aver spiegato ai suoi uditori il suo strano metodo d'investigazione, egli si ferma, meditabondo, a contemplare un particolare. "Padre Brown alzò il suo bicchiere e la fiamma rese il vino trasparente come un bicchiere rosso del sangue di un glorioso martire. La fiamma parve assorbire il suo sguardo che affondava sempre più, come se quel singolo bicchiere contenesse un mare rosso del sangue di tutti gli uomini, e la sua anima nuotasse, tuffandosi nell'oscura umiliazione, più in basso dei mostri più profondi, nel fango antico. (...) "Sì", disse, portando il calice alla bocca, "mi ricordo bene"". Il bicchiere che il piccolo sacerdote del Norfolk porta alle labbra è ben più di un bicchiere di vino. È la coppa nel quale sono raccolte le sofferenze dell'umanità. Quel "mare di sangue" che Macbeth sparge pur di non doversi riconoscere colpevole è racchiuso nel calice eucaristico che soltanto il Giusto può portare alle labbra. "Potete bere nella coppa nella quale io bevo?" aveva chiesto, al culmine della sua spaventosa epifania, il misterioso personaggio de L'uomo che fu Giovedì. A rispondergli c'è padre Brown. 

(L'Osservatore Romano, 8 settembre 2010)


mercoledì 8 settembre 2010

L'Osservatore con Monda e Pegoraro... e Chesterton!!!

Sull'Osservatore Romano del 7 settembre 2010 gli articoli di questi due amici:

Un elefante in lotta con il grigiore delle idee: Andrea Monda sugli "Eretici" di Chesterton.

Alla ricerca di criminali da perdonare: Paolo Pegoraro sulla figura di padre Brown, primo detective tra "i preti di carta", a un secolo dalla nascita.

Inviato da iPhone

Da Gianfranco Amato

 

 

Esteri

 

IL CASO/ 1. La campagna ossessiva sui preti gay in UK arruola anche certi "cattolici"

 

 

Gianfranco Amato

mercoledì 8 settembre 2010

 

Preti e gelati. Quale può essere il nesso tra questi due elementi, a parte il legittimo e innocente piacere di assaporare un sorbetto da parte di un religioso? A rendere letteralmente strano il connubio ci pensa l'ennesimo attacco alla Chiesa cattolica sul filone ossessivo dei preti gay.

 

Questa volta si tratta di una pubblicità. L'immagine maliziosa, diffusa in Gran Bretagna, è quella di due sacerdoti che stanno per baciarsi, accanto alla scritta: «Noi crediamo nella salivazione». L'elemento irriverente e sacrilego sta nel pessimo gioco di parole tra "salvation", l'opera di salvazione dell'anima, e "salivation", la secrezione di saliva, chiara allusione ad un French kiss. Con l'aggiunta di una sola vocale sono riusciti a trasformare la provocazione in profanazione.

 

A commissionare l'offensiva reclame è stata la società londinese che ha reso celebre il gelato italiano nel Regno Unito. Si tratta, infatti, della Antonio Federici's Gelato Italiano, premiata ditta che da oltre cento anni (1896) confeziona il celebre manufatto dolciario che pare sia stato inventato dagli arabi quando scoprirono, durante l'occupazione della Sicilia nel IX secolo, le neviere iblee.

Sulla qualità dei prodotti della ditta londinese non v'è nulla da ridire, visto che ha persino ottenuto il primo premio per il "miglior gelato del mondo" dall'International Ice Cream Consortium (IICC) nel 2009. Sul buon gusto dell'iniziativa pubblicitaria, invece, da dire ve n'è molto.

 

Come era prevedibile, l'empia reclame ha suscitato una veemente protesta da parte di consumatori cattolici, i quali si sono rivolti alla Advertising Standards Authority (ASA), l'ente che vigila sulla correttezza e liceità della comunicazione pubblicitaria. La provocatoria iniziativa commerciale, infatti, non può essere archiviata come una semplice caduta di stile, per quanto discutibile e di dubbio gusto. Lo dimostrano, tra l'altro, le parole di Matt O'Connor, direttore creativo dell'azienda, che nel difendere l'operazione di marketing, si è appellato espressamente all'indignazione che regna nell'opinione pubblica britannica sull'omosessualità dei preti cattolici. O'Connor, confidando nell'influenza della potente lobby gay, è arrivato a sfidare l'ASA con un provocatorio auspicio: «Ben vengano le indagini».

L'azienda è convinta, infatti, che quella pubblicità, se può far indignare qualche retrivo bigotto, in realtà «celebrates homosexuality», e inoltre «fa espresso riferimento al recente episodio dei tre preti scoperti a frequentare night club riservati ai gay». In nome della sacra laicità, i responsabili marketing della Antonio Federici's Gelato Italiano sono arrivati addirittura a mettere in discussione il potere di decisione dell'ASA sul caso, in quando, a detta degli stessi responsabili, tale ente non può arrogarsi il ruolo di «moral guardian». Questo sì che sarebbe un sacrilegio dellapolitically corectness.

Il fatto è che, approfittando cinicamente del vento anticattolico che soffia in Gran Bretagna (e non solo), la premiata gelateria ha lanciato una campagna pubblicitaria dal titolo "Il gelato è la nostra religione", nella quale la raffigurazione dei preti gay è soltanto l'ultima delle provocazioni. Lo scorso giugno, infatti, la stessa azienda aveva fatto pubblicare l'immagine di una suora incinta nell'atto di gustarsi un gelato, accanto alla frase: «concepito immacolatamente». Furono più di quaranta i ricorsi presentati allora all'ASA da parte di cattolici profondamente indignati per la blasfema offesa del concepimento di Nostro Signore. L'ASA - che non pare brilli per solerzia e celerità - sta ancora valutando la possibilità che un simile messaggio commerciale possa ritenersi offensivo. 

Anche in quel caso O'Connor, forte della deriva anticattolica internazionale (che proprio a giugno raggiunse l'apice con il blitz in Belgio), ha difeso l'iniziativa definendola una «pubblicità intelligente, provocatoria ed iconoclasta». Nel tentativo di far breccia tra i detrattori dei papisti ed invocando le leggende nere che circolano sulla Chiesa, il direttore creativo ha precisato che quell'immagine, in realtà, «intende mostrare qualcosa di assai più profondo», ovvero «le orribili storie di migliaia di giovani donne irlandesi rinchiuse come schiave nei conventi dalla Chiesa cattolica, e a cui le suore hanno sottratto i figli, perché ritenute delle "degenerate"». Il bello è che O'Connor ha affermato di essere egli stesso, da buon irlandese, un autentico cattolico.

Quando ho letto queste dichiarazioni mi è subito venuta in mente la riflessione esternata da Benedetto XVI ai giornalisti durante il volo verso il Portogallo lo scorso 11 maggio. Proprio in quell'occasione, infatti, il Santo Padre aveva denunciato il pericolo del "fuoco amico", ed aveva amaramente ammesso che gli attacchi più pericolosi e subdoli sono quelli che avvengono all'interno del mondo cattolico e della stessa Chiesa.

Non voglio essere profeta di sventura, ma temo che ce ne accorgeremo durante il prossimo viaggio che il Papa ha in programma di fare proprio in Gran Bretagna. Sospitet eum Deus!

 

 

 

 

 

Beaconsfield conference

La English Chesterton Society ci fa sapere che si terra' a Beaconsfield, città dove vissero Gilbert e sua moglie Frances, una conference il sabato 9 di Ottobre.

Qui sotto trovate il link con il programma e altro ancora.

> http://www.gkchesterton.org.uk/blog/?page_id=101

Se qualcuno volesse andare, sarebbe bello saperlo perché già qualcuno ha manifestato l'intenzione di andare e allora insieme non sarebbe male.

Che ne dite?

martedì 7 settembre 2010

Sempre a proposito del libro di Gnocchi e Palmaro...

... va detta una cosa importantissima: esso si apre e si chiude con due splendide citazioni del Nostro!!!

Bello ed istruttivo.

A proposito di Papa Benedetto XVI...

... ci permettiamo di suggerirvi questo volumetto in uscita il 15 Settembre 2010.

Si tratta del volume dal titolo "Viva il Papa! Perché lo attaccano, perché difenderlo". E' edito da Vallecchi.

Secondo noi, merita.

Non foss'altro che per il "Manuale del perfetto papista", che sta a pagina 165 e costituisce l'ultimo capitolo.

Poi anche perché lo scrivono due amici, Alessandro Gnocchi (protagonisti di molti Chesterton Day) e Mario Palmaro.

Noi chestertoniani siamo tutti papisti, per non essere da meno di Oscar Wilde, che (come ci raccontava lo scorso anno Paolo Gulisano al Chesterton Day 2009) alla domanda sulla sua presunta cattolicità (cui arrivò dopo una vita piena di eccessi e traversie), rispose: "Non sono cattolico, sono papista!".

Noi continuiamo ad essere cattolici e quindi fortemente papisti. Tiri a campare e se ne faccia una ragione chi non è d'accordo.

L’opera:
«Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi»: è ben più che una massima evangelica, è il programma di vita di ogni cristiano che non voglia tradire la sua vocazione. Perciò, quando il 19 aprile 2005 fu eletto papa, il cardinale Joseph Ratzinger immaginava sicuramente tutti gli attacchi odiosi e maramaldeschi che avrebbe dovuto subire. Entrato in conclave dichiarando guerra al mondo relativista e a un cattolicesimo pavido e malaticcio, non contava certo di evitare lo scontro. Tanto più che dimostrò subito di voler fare ciò che il mondo relativista e il cattolicesimo malaticcio proprio non possono tollerare: ridare vigore a Roma e al Papato. Un programma assolutamente imperdonabile all’alba del terzo millennio. Così si spiegano le aggressioni iniziate il giorno stesso dell’elezione, di cui le vicende legate ai casi di pedofilia tra i sacerdoti cattolici sono solo uno degli esempi più eclatanti. Magari, Benedetto XVI non ha incontrato tanto apprezzamento tra i colleghi teologi e intellettuali, però è riuscito in un’operazione molto più cattolica: portare dopo tanto tempo i cattolici in piazza San Pietro a gridare orgogliosamente «Viva il Papa».

Gli autori:
Alessandro Gnocchi, studioso delle tematiche religiose nella letteratura moderna e contemporanea, e Mario Palmaro, filosofo del diritto, sono due tra le firme più conosciute e più battagliere del panorama cattolico. Collaborano con varie testate, tra cui «il Foglio», «Libero» e la rivista di apologetica «Il Timone». Tra i libri che hanno scritto insieme: Cattivi maestri. Inchiesta sui nemici della Verità; Cronache da Babele. Viaggio nella crisi della modernità; Contro il logorio del laicismo moderno; Io speriamo che resto cattolico; Giovannino Guareschi: c’era una volta il padre di don Camillo e Peppone; Tradizione, il vero volto; Rapporto sulla tradizione.

Per capire il clima in Inghilterra nei giorni che precedono la visita di Papa Benedetto XVI

Noi chestertoniani italiani difendiamo sempre il Papa, come avrebbe fatto Gilbert e come continua a fare anche da dove si trova oggi (perché non chiederglielo..? Abbiamo anche una preghiera, amici! Forza! Facciamo guadagnargli gli speroni da cavaliere!).

La visita del Papa manda in tilt lo humor inglese


Aspettando l’arrivo di Benedetto XVI (16-19 settembre) lo humour anglosassone, tradizionale meccanismo di moderazione contro gli eccessi dell’ideologia, sembra non essere più di casa oltre la Manica. Sono soprattutto i media inglesi a sparare cannonate contro il Papa. Colpi che vogliono fare male, tanto che giusto due giorni fa sul Times è stato il prestigioso cardinale nordirlandese Keith O’Brien, arcivescovo della scozzese Edimburgo, a reagire: “Le notizie che la Bbc dedica al cattolicesimo sono pregiudizialmente contro”, ha detto. A scaldare gli animi delle gerarchie non c’è soltanto l’enfasi con la quale la tv di stato inglese ha dato notizia delle bizzarre richieste con le quali due atei combattenti come Richard Dawkins, docente di Oxford, e Christopher Hitchens, celebre giornalista autore del bestseller “Dio non è grande”, hanno chiesto l’arresto del Papa per crimini contro l’umanità non appena quest’ultimo atterrerà in Gran Bretagna. C’è di più. C’è il fatto che la Bbc ha già pronto un documentario da mandare in onda nelle ore in cui il Papa risiederà in Inghilterra intitolato “Benedetto. Processo a un Papa”. Ratzinger verrà messo sul banco degli imputati per la politica tenuta dal Vaticano nell’era Wojtyla nei confronti dei peccati carnali del clero. Il documentario, ha protestato O’Brien, è una “pugnalata nella schiena”.

O’Brien non è un cardinale qualunque. Spesso su posizioni liberal – nel 2003, pochi giorni prima di ricevere la porpora cardinalizia, sorprese aprendo al clero sposato, al clero omosessuale e alla pillola contraccettiva – e se decide di criticare la più seguita televisione del suo paese significa che la misura è colma. E poi non c’è soltanto la Bbc. C’è anche Channel 4 a preoccupare parecchio O’Brien e i colleghi vescovi. Qui Peter Tatchell, leader degli attivisti gay britannici, manderà in onda un’inchiesta nella quale verrano criticate le posizioni del Papa sull’omosessualità. Il movimento gay sostiene che Ratzinger usa due pesi e due misure: mentre a Birmingham proclama beato John Henry Newman che volle essere sepolto nella stessa tomba dell’amico frate Ambrose StJohn – una leggenda tutta inglese legge in questa volontà il segno di un legame “sospetto” tra i due – da Roma lancia pesanti strali contro i gay. In più, secondo Tatchell lo stesso Ratzinger sarebbe un omosessuale che reprime la propria natura prendendosela coi suoi simili. Insieme a Tatchell, anche Andrew Sullivan, scrittore cattolico e omosessuale, ha sostenuto la medesima illazione in un lungo pezzo uscito sulla rivista The Atlantic, con tanto di foto di Benedetto XVI immortalato maliziosamente a fianco del suo segretario particolare, don Georg Gänswein.

Il fuoco contro il Papa non è questione soltanto dei media. Tatchell ha arruolato forze diverse attorno a un movimento di base di nuovo conio: “Protest the Pope”. Del coordinamento fanno parte molte associazioni laiche britanniche. In tutto sono state raccolte venticinquemila firme e altrettante gli organizzatori sperano di raccoglierne da qui a settimana prossima. Le firme sono in calce a una petizione inviata al governo per chiedere non solo di cancellare la visita papale, ma anche che lo stesso Pontefice venga ufficialmente definito “unsuitable guest of the Uk government” (ospite indesiderato). A chi si iscrive viene offerta una t-shirt con la scritta “Pope Nope” (No al Papa), da sfoggiare nella “Big March”, la marcia che si snoderà da Hyde Park Corner fino al numero 10 di Downing Street il 18 settembre. Nei giorni della visita altre proteste accompagneranno la presenza del Papa. La più singolare è probabilmente quella degli abitanti di Twickenham. Il Papa si recherà nel quartiere londinese per incontrare i leader di altre religioni nella St. Mary’s University College. Dei cittadini lo aspetteranno, cercheranno di bloccare la strada di accesso e insieme alla “Richmond Coalition Against The State Visit” protesteranno per il fatto che “la loro zona è offesa dalla presenza di un Papa”.

© - FOGLIO QUOTIDIANO
di Paolo Rodari

Un aforisma al giorno - Stiamo vivendo su di una stella.

Di tutte le strane cose che gli uomini hanno dimenticato, il più universale e catastrofico dei vuoti di memoria è quello per cui hanno dimenticato che stanno vivendo su di una stella.

Gilbert Keith Chesterton, The Defendant

Un aforisma al giorno

"Fui contento, non scontento, quando scoprii che le figure magiche del teatrino potevano essere mosse da tre dita umane. Poiché quelle tre dita umane sono più magiche di ogni dito magico; le tre dita che tengono la penna e la spada e l’arco del violino, proprio le tre dita che il sacerdote alza benedicendo, come l’emblema della Trinità".
Gilbert Keith Chesterton, Autobiografia

lunedì 6 settembre 2010

Dal blog des Amis de Chesterton


I nostri omologhi francesi hanno un bel blog a questo indirizzo.

Da questo blog abbiamo tratto questa bella vignetta di Thomas Derrick che ritrae Gilbert in una posa... distributista (uno dei motti del distributismo chestertoniano-bellochiano era "tre acri e una mucca"...).

Il blog francese contiene tante altre cose belle (tra l'altro abbiamo scoperto che Franck Ribery è un lettore di Chesterton!) e vi invitiamo a visitarlo.

Il Chesterton Institute for Faith and Culture in Spagna


Riceviamo da padre Ian Boyd e volentieri pubblichiamo anche a vantaggio dei numerosi lettori spagnoli e catalani che frequentano il nostro blog.

Rebre del Pare Ian Boyd i amb molt de gust publicar beneficien també als molts lectors espanyol i català que freqüenten el nostre bloc.

Recibir del Padre Ian Boyd y con mucho gusto publicar también en favor de numerosos lectores español y catalán que frecuentan nuestro blog.


A proposito di "creazione spontanea"


Molti dei nostri lettori avranno sentito le ultime affermazioni di Stephen Hawking sulla creazione.
Abbiamo allora chiesto al nostro caro amico e socio Antonio Colombo di commentare "chestertonianamente" queste affermazioni.
Antonio Colombo è traduttore delle opere di un altro chestertoniano di ferro, Stanley Jaki, morto lo scorso anno e che di sicuro non avrebbe lasciato cadere nel vuoto le affermazioni di Hawking. Lo abbiamo così interpellato, certi di avere un contributo solido sull'argomento.

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Alcune affermazioni di Stephen Hawking, tratte dal suo libro, "The Grand Design", di imminente pubblicazione, sono state riprese dalla stampa internazionale. La frase che viene citata suona: "Poiché esiste una legge come quella di gravità, l'universo può crearsi e si crea da solo a partire dal nulla. La creazione spontanea è la ragione per cui c'è qualcosa invece che il nulla, la ragione per la quale esiste l'universo, la ragione per cui esistiamo noi".

L'idea non è nuova, è stata proposta in passato (su scala più modesta) da Fred Hoyle per rendere possibile la sua teoria dello stato stazionario (teoria ormai abbandonata a favore di quella nota come "Big Bang", un termine coniato con intenzioni spregiative dallo stesso Hoyle).

Affermazioni di questo genere, va detto chiaramente, sono di tipo filosofico e non scientifico, anche se provengono da scienziati famosi. La differenza fra i due tipi di affermazione consiste nel fatto che le affermazioni di tipo scientifico devono essere passibili di verifica sperimentale, qualcosa che in questo caso è assolutamente impossibile. Infatti, per definizione, il nulla non è misurabile, e quindi la transizione dal nulla all'essere è parimenti non misurabile, ossia non è oggetto della ricerca scientifica, intesa come scienza esatta. Possiamo ricordare a questo riguardo come Einstein ammettesse che la sua teoria della relatività generale avrebbe dovuto essere abbandonata qualora le predizioni basate su di essa si fossero dimostrate errate. Viceversa, le misurazioni confermarono la sua teoria.

Nel caso di Hawking, le sue affermazioni confermano che, al di là delle parole, la sua visione del mondo è quella panteistica (era questo anche il caso per Einstein, nonostante alcune sue affermazioni possano essere interpretate in maniera teistica). Il fatto che l'universo obbedisca alla legge di gravità non prova in nessun modo che l'universo si sia creato da solo. Non c'è alcuna relazione tra le due cose. Resta da spiegarsi perché tutto l'universo obbedisca alla legge di gravità, e da dove provenga la legge di gravità stessa, la quale, in sé, è solo la formulazione matematica di qualcosa che avviene, ma non crea la realtà che descrive. La gravità ha agito per miliardi di anni, prima che Newton trovasse la formulazione matematica che la descrive. Che cosa sia la "gravità" in quanto tale, resta un mistero. La "creazione spontanea" è un concetto che serve per evitare di pronunciare la parola Dio. Tutto quello che noi possiamo fare (che nell'universo si può fare) è manipolare la materia esistente. Crearla dal nulla è un altro paio di maniche. Filosoficamente si possono attribuire all'universo le caratteristiche proprie di Dio (è quello che fa Hawking), ma il fatto che l'universo sia finito nel tempo e limitato nello spazio (concetto abbastanza assodato dalla ricerca scientifica contemporanea) ne fa un "oggetto" contingente, ossia dipendente da qualcosa d'altro. Si è liberissimi di negare l'esistenza di Dio, ma resta il fatto che è difficile spiegare l'universo "da solo", senza appoggiarsi su assunzioni filosofiche assolutamente arbitrarie.

Non dimentichiamo poi (anche Hawking se n'è accorto, sia pure in ritardo), che se anche la scienza trovasse la TOE (Theory Of Everything), ossia la teoria ultima che spiegasse tutte le forze in azione nell'universo, questa teoria resterebbe soggetta ai teoremi di incompletezza di Gödel, ossia non sarebbe in grado di dimostrare la propria verità.

La scienza può avvicinarsi indefinitamente al momento del Big Bang, nel ricostruire la storia dell'universo, ma semplicemente non è in grado di dire cosa c'era prima del Big Bang, in quanto non è possibile con alcuna misurazione risalire a "prima" del Big Bang. Una teoria come quella del Multiverso (multipli universi) è per definizione qualcosa di non scientifico, in quanto non è possibile per noi uscire dal nostro universo, l'unico con il quale abbiamo a che fare, e quindi, coerentemente, non è possibile dire nulla (di verificabile) a proposito di altri universi.

In definitiva, la grancassa mediatica di questi giorni sembra avere per motivazione reale il "lancio" sul mercato del libro di Hawking, oltre al "solito" obiettivo di educare l'opinione pubblica all'idea che Dio sia inutile nella nostra società e nella nostra epoca. Viceversa, è solo volgendo lo sguardo verso Dio che l'Europa ha qualche speranza di sopravvivere alla pacifica invasione islamica che sta subendo, dopo essere riuscita per oltre mille anni a tenere lontani i musulmani dai suoi confini. Non sarà certo la burocrazia di Bruxelles a salvare l'Europa, semmai riuscirà a renderla sempre più indifesa di fronte alla minaccia islamica, che non è costituita solo dal terrorismo, ma molto più realisticamente dalla demografia.

Bianche fontane gettano acqua nei cortili assolati,
Ed il Sultano di Bisanzio sorride mentre zampillano;
C'è riso - come quello delle fontane - in quel volto temuto da tutti,
Egli smuove l'oscurità della foresta, l'oscurità della sua barba;
Incurva la mezzaluna rosso sangue, la mezzaluna delle sue labbra;
Poiché il mare più interno di tutta la terra è terrorizzato dalle sue navi.
Hanno osato sconvolgere le bianche repubbliche d'Italia,
Hanno circondato l'adriatico Leone del Mare,
Ed il Papa ha rivolto le sue braccia lontano temendo agonia e sconfitta,
Ed ha chiamato i Re della Cristianità per combattere in nome della Fede.
La fredda Regina d'Inghilterra osserva da un cannocchiale;
L'ombra dei Valois si annoia alla messa;
Dalle isole occidentali immaginifici richiami indeboliscono le armi spagnole,
Ed il Signore del Corno d'Oro ride di fronte al sole.

Fiochi tamburi si odono rullare, al di là delle colline,
Dove si agita soltanto un principe senza corona, su un trono senza nome,
Dove, alzandosi da un seggio malfermo, da uno stallo senza maggiordomi,
L'ultimo cavaliere d'Europa toglie le armi dalla parete.

(...)

Don Giovanni d'Austria sta andando alla guerra.

(G.K. Chesterton, Lepanto)

(Antonio Colombo)

venerdì 3 settembre 2010

Visto che bravi, i nostri soci?

I nostri soci, lo diciamo sempre, sono la nostra forza.

Alcuni ci obbligano a studiare e amare ancora più fortemente Chesterton facendoci fare ricerche, stimolandoci, attizzandoci più di quanto lo siamo naturalmente.

Altri sono come dei pazienti topolini alla costante ricerca di articoli, recensioni, anticipazioni.

Qui sotto pubblichiamo il gradito messaggio di Davide Martinelli che ci segnala un bell'articolo di Edoardo Rialti su Chesterton e The New Jerusalem, suo saggio inedito in Italia, con accenni di evidente attualità (le performances italiche del colonnello Gheddafi).

Grazie, Davide (anche per gl'immeritati complimenti che immeritatamente pubblichiamo come pegno di gratitudine) e grazie pure ad Edoardo Rialti.


Ciao,
ho trovato sul Foglio un articolo su Chesterton con estratti di "The new Jerusalem"
Ecco il link:
http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/pdf/rad713D3.tmp.pdf

Complimenti per il blog

Davide Martinelli
Milano

Qualche istantanea di Angli o Angeli, il bello spettacolo del Meeting su Newman e Chesterton

La Chiesa di Santa Teresa del Bambin Gesù a Beaconsfield

Questo è l'interno della Chiesa di Santa Teresa del Bambin Gesù a Beaconsfield, Buckinghamshire, Inghilterra, la parrocchia di Chesterton, che contiene diverse cose che richiamano la sua presenza: le vetrate e alcune statue, acquistate da lui quale benefattore.

giovedì 2 settembre 2010

Carlo Bellieni sull'Osservatore Romano: "I bambini invisibili"

Vent'anni della convenzione sui diritti dell'infanzia
>
> I BAMBINI
> INVISIBILI
>
> Osservatore Romano 2 settembre 2010
>
> di Carlo Bellieni
>
>
> Il
> 2 settembre 1990 entrava in vigore la convenzione delle Nazioni Unite
> sui diritti dell'infanzia. Vent'anni e un triste bilancio, a leggere la
> rivista "Lancet" del maggio 2010: nonostante le dichiarazioni di
> intenti - vi si legge - i bambini restano ancora "invisibili". A cosa
> si deve questo fallimento? Alla mancata attuazione di politiche
> transnazionali, certo. Ma soprattutto al fatto che respiriamo ovunque
> propagande antinatalistiche, trasformiamo il figlio in un "diritto", lo
> accettiamo solo se è "su misura", prima che nasca e dopo che è nato.
> Insomma, il bambino ha diritti solo se è "conforme" e sa scimmiottare
> gli adulti: pessima premessa per dei diritti universali.
> Ma da dove
> viene quest'incapacità ad accettare il bimbo come tale? Dal fatto che
> il bambino - dall'embrione in poi - ci obbliga a riconoscere l'essenza
> della natura umana che è dipendenza dall'altro: eresia, nell'epoca che
> sacralizza l'autodeterminazione solitaria; e obbliga dunque a
> riconoscere la nostra personale fragilità e dipendenza, cosa che al
> fondo ci spaventa. Viviamo infatti in una società intimorita dalla
> stessa idea di "figlio", come scriveva Bob Dylan in Masters of War
> (1963): "Avete sparso la peggior paura: paura di mettere figli al
> mondo. Poiché insidiate il mio figlio non nato e senza nome, voi non
> meritate il sangue che scorre nelle vostre vene".
> È una società
> spaventata e fobica quella che rifiuta il bambino. La pedofobia si vede
> in mille segnali. I bimbi una volta erano i padroni delle strade; oggi
> al massimo li lasciamo partecipare a feste o fare sport quando loro
> vorrebbero semplicemente giocare. Non c'è più spazio per i bambini
> neanche nelle case, dato che spesso non è permesso loro toccare nulla e
> soprattutto non è permesso loro sporcarsi, che in misura giusta serve
> alla loro crescita. Ed è una società pedofobica perché lascia nascere i
> bimbi solo dopo che hanno passato esami prenatali di massa, perché li
> vede come un diritto dei genitori, che arrivano a congelarli quando
> sono piccoli embrioni ma poi a soffocarli di giocattoli per coprire la
> propria incapacità di essere presenti, determinando patologie di ansia
> o di rabbia nei piccoli.
> La pedofobia culturale è ben rappresentata da
> un mondo senza alberi ma pieno di computer, dove le scuole elementari
> moltiplicano le cose da insegnare come se i bimbi fossero degli
> apprendisti adulti invece che individui disperatamente alla ricerca del
> gioco gratuito sociale e creativo; tanto che in Inghilterra rivalutano
> per le elementari il ritorno a quelle che con ironia chiamano le tre
> r: reading, riting, ritmethic ("leggere", "scrivere", "far di conto").
> Ma non basta: i bambini crescono con modelli di affettività alterati
> da immagini mediatiche fatte per colpire e vendere prodotti, con la
> libertà massima di fare tutte le esperienze sessuali sempre più precoci
> ma con il divieto assoluto di pensare a far famiglia e figli. Un
> terrorismo antinatalista li deruba di vent'anni di vita riproduttiva
> avviandoli alla sterilità per anzianità. Ci possiamo stupire quindi che
> in una società pedofobica, che guarda il bimbo come un oggetto e in cui
> lo sviluppo affettivo degli adulti viene ritardato e spesso alterato da
> modelli maniacali, proliferino pedofilia e bullismo?
> Le carte dei
> diritti lasciano il bambino invisibile quando non obbligano a un
> cambiamento di mentalità degli adulti, che sono i primi a considerarsi
> ingranaggi di un meccanismo produttivo in cui si devono precocemente
> inserire, in cui ci si sente accettati solo se si passa al vaglio dell'
> omologazione genetica e culturale. Non stupiamoci allora se non
> riescono ad accettare il bimbo, il non ancora omologato per
> eccellenza: la società pedofobica per sua natura seleziona e
> discrimina; e se riconosce dei diritti, finisce per riconoscerli in
> maniera selettiva, pur a fronte di buone dichiarazioni di intenti.
> Non
> ci stupiamo dunque dell'insuccesso denunciato da "Lancet": buone
> dichiarazioni, appunto, ma lanciate in un mondo culturale impreparato.
> Non si possono affermare i diritti dei bambini senza capire che la
> prima violenza è la pretesa che l'altro risponda al nostro progetto,
> certamente una pretesa che va al di là del mondo infantile. Se manca
> questo, si distinguono paradossalmente i diritti del bimbo non ancora
> nato da quelli del neonato, e quelli di quest'ultimo da quelli del
> bambino più grande, e si finisce col distinguere i diritti del bimbo
> occidentale da quello dei Paesi in via di sviluppo.
> La politica deve
> capire, prima di scrivere carte di diritti e creare politiche per i
> minori, che essi non sono un riflesso dei desideri dei genitori che
> generosamente li accettano solo dopo esami genetici prenatali, o cui
> fanno spazio in città e scuole fatte esclusivamente a misura dei
> grandi. Il bambino ha pieni diritti umani e il primo diritto è saperlo
> ascoltare, e capirne le vere richieste, anche quando non può parlare.
> La violenza - dal concepimento ai banchi scolastici - ha varie
> gradazioni e sfumature, ma ha una matrice culturale unica: dimenticare
> che i figli nascono da noi ma non sono nostri.

mercoledì 1 settembre 2010

L'ultima di Mary Stopes

L'editoriale di Gianfranco Amato apparso su Avvenire il 24 agosto 2010 http://www.avvenire.it/Commenti/amato+aborto+busta+paga_201008240741595100000.htm

Riguarda l'ultima performance della Mary Stopes, l'aborto in busta paga...