lunedì 3 maggio 2010

Un interessante articolo di attualità politica inglese dal National Post












Un interessante articolo che trovate nel collegamento qui sotto parla del perché David Cameron, capo dei conservatori inglesi, stia "lottando per chiudere l'affare", sottintendendo che l'affare sia la vittoria della elezioni inglesi:


Qui sotto c'è il titolo dell'articolo e il frammento che parla del nostro Gilbert. Si fa cenno al consigliere principale di Cameron, Philip Blond, che è un anglicano estimatore di Benedetto XVI e di Chesterton, oltre che del distributismo. La scorsa estate al Meeting di Rimini ha tenuto un intervento interessante ed applaudito di cui abbiamo dato conto con degli stringati ma efficaci appunti (vedi i post della fine di Agosto 2009). L'autore dell'articolo fa cenno ai "pallini" di Blond, e cioè l'idea della Merry England di Chesterton, l'Inghilterra medioevale precapitalista, la sua passione per il distributismo, pallini che avrebbero agitato l'establishment conservatore più... conservatore. Comunque questa è l'ennesima testimonianza che Chesterton è ancora attuale.

Why David Cameron is struggling to close the deal


"Another key Cameron supporter is advisor Philip Blond whose manifesto Red Tory bemoans the loss of England’s traditional charm under the twin evils of state socialism and the free market ideologies he blames upon the (conveniently foreign-sounding) Milton Friedman. Blond’s traditionalist fantasy of Merrie England is drawn from the backward-looking dreams of G.K. Chesterton and Hilaire Belloc, who railed against modernity back in the early twentieth century.

Blond’s call for people to rely less on the state is well-made, but his anti-capitalism must have alarmed the party’s core supporters: ‘economic liberalism has often been a cover for monopoly capitalism and is therefore just as socially damaging as left-wing statism.’ Blond’s solution, though, is some state-enforced localism, with legal controls to redirect investment into municipal authorities – what he calls a ‘distributist state’. If this is David Cameron’s big idea, redistributing wealth through local government, it is not surprising that he has not made a great deal of headway in the polls given that everyone understands the real issue is the penurious state of the country’s finances".


IL CASO/ In Gran Bretagna invitano il Papa per fargli benedire una coppia di omosessuali


di Gianfranco Amato - Il Sussidiario - lunedì 3 maggio 2010

La diplomazia britannica ha sempre preteso di insegnare al mondo le virtù della prudenza, del rispetto e della mediazione. La rigida etichetta, gli accurati cerimoniali, i ferrei protocolli dell’ars diplomatica d’oltremanica hanno sempre rappresentato un faro per l’umanità civilizzata.
Non è un caso che proprio nel Regno Unito, infatti, sia stata scritta la Satow’s Diplomatic Practice, la bibbia della diplomazia, un testo che continua a guidare, dopo quasi cento anni, le feluche internazionali. La British diplomacy era una di quelle cose per cui i sudditi di Sua Maestà andavano fieri. Come l’invenzione del parlamento, la Magna Carta o l’arte di servire il tè.
È per questa ragione che appare ancora più triste l’inaudita gaffe in cui è inciampato il Foreign Office rispetto alla prossima visita papale nel Regno Unito. Quattro giovani funzionari di quella che un tempo era un’istituzione seria - il ministero degli Esteri britannico - hanno redatto una nota dal titolo The ideal visit would see, in cui sono state indicate le attività che il Sommo Pontefice avrebbe dovuto svolgere durante la visita.
Tra queste veniva espressamente suggerita la proposta che Benedetto XVI «benedicesse una coppia omosessuale legata da una civil partnership (unione registrata molto simile al matrimonio)», «inaugurasse una clinica abortiva», «lanciasse una nuova marca di preservativi dal nome “Benedict”», «facesse capriole con bambini per promuovere una vita sana», «soggiornasse una notte in una casa popolare a Bradford», e altre insolenze del genere. Non ultimo, che chiedesse pure «scusa per la tentata invasione della Invincibile Armata» e che «si esibisse in un duetto con la Regina per beneficenza».
Queste idee sono emerse a seguito di un brainstorming tra i quattro funzionari ministeriali durato ore, anche se la spremuta dei cervelli non ha proprio dimostrato un’abbondanza di materia grigia, visto che l’imbarazzatissimo Foreign Office è stato costretto a definire la nota un «foolish document», un documento idiota.
Il fatto grave è che, nonostante le vive proteste della Santa Sede (arrivate al punto di minacciare l’annullamento della visita papale), nei confronti di quei quattro funzionari non è stato emesso nessun provvedimento disciplinare, mentre il dirigente responsabile, che ha autorizzato la diffusione della nota, è stato semplicemente destinato ad altro incarico, avendo evidentemente dimostrato poca attitudine e idoneità nel delicato compito di accudire gli imbecilli.
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La blanda reazione del Foreign Office nei confronti di quegli improvvidi dipendenti rende evidente quanto siano tenuti in considerazione nelle sfere della haute bureaucratie britannica gli insegnamenti della Chiesa cattolica, e dimostra, anzi, la presenza di un vero e proprio preconcetto contro ogni forma di fede religiosa.
Il danno peggiore in termini di immagine, però, è di aver trasmesso l’idea che il Papa, a cinque mesi dalla visita ufficiale, possa essere considerato come un “buffo signore”, che chiunque è legittimato a prendere tranquillamente in giro.
La vicenda della nota demenziale, lungi dal poter essere archiviata come una goliardata finita male, induce a qualche riflessione. È chiaro, innanzitutto, come l’orgia del politically correct, che raggiunge il suo apice nel feroce pregiudizio anticristiano, abbia ormai pervaso anche la nuova generazione dell’élite e della classe dirigente britannica.
Melanie Phillips, intelligente giornalista vincitrice del premio Orwell, a proposito della nota del Foreign Office ha parlato di un vero e proprio «collasso culturale, educativo, morale che caratterizza la pubblica amministrazione sempre più popolata da giovani funzionari “callow, shallow and politically correct to a fault”», incredibilmente immaturi, superficiali e politicamente correttissimi. «Tali individui - secondo la Phillips - hanno una visione del mondo per cui le minoranze devono essere sempre assiomaticamente rispettate, mentre i cristiani si possono tranquillamente trattare con sprezzante sufficienza».
È facile, del resto, avere la controprova. Qualcuno riesce a immaginare che cosa sarebbe successo se il contenuto offensivo della nota del Foreign Office avesse riguardato credenti musulmani, indù, ebrei o di altre minoranze del Terzo Mondo? Non ci vuole molta immaginazione.
Sempre Melanie Phillips ha evidenziato quanto appaia «impressionante vedere come coloro che si vantano di essere le menti più liberali, colte e illuminate del Paese, siano in realtà del tutto gretti e affetti da una forma perniciosa di illiberalità, oltre che da una totale assenza di rispetto per le opinioni altrui, soprattutto per quelle che fanno riferimento alle principali fedi religiose della tradizione europea».
Lo scivolone della nota del Foreign Office ha fatto pure crollare un altro mito britannico, quello delle “good manners”, della buona creanza e delle regole di una perfetta educazione, che dai tempi della regina Vittoria gli inglesi hanno preteso di insegnare al mondo.
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Da Roma hanno fatto giustamente notare che non è stata Sua Santità a voler visitare il Regno Unito ma il contrario: Benedetto XVI è stato, infatti, caldamente invitato dal governo britannico a mettere piede in quel Paese. E normalmente la buona educazione impone un certo riguardo per gli ospiti che si invitano.
Voglio concludere citando le parole che Sir Ivor Roberts, ex ambasciatore britannico in Italia e curatore dell’ultima edizione del Satow’s Diplomatic Practice, ha pronunciato a proposito di questa squallida vicenda: «Buon Dio, quello che è accaduto è molto triste e frutto di un inconcepibile comportamento puerile. È davvero deprimente e imbarazzante pensare che la diplomazia sia scesa a livelli così infimi. Spero almeno che i responsabili riescano ancora a percepire il senso di profonda vergogna per quello che hanno combinato».
Purtroppo Sir Ivor appartiene a una generazione che si sta estinguendo e che è destinata a lasciare il passo ai rampanti giovani liberal del terzo millennio. Per essi la vergogna è un sentimento sconosciuto. Appartiene al secolo scorso e, soprattutto, non è politically correct.

Iraq - Autobomba contro un pullman di studenti cristiani vicino a Mosul


Il bilancio è di un morto e 100 feriti. Da cinque anni l’ateneo di Mosul è nel mirino degli estremisti islamici che vogliono convertire studenti e uccidere le ragazze che non indossano il velo.


Baghdad (AsiaNews/Agenzie) – Un attacco mirato alla minoranza cristiana. Così la polizia irachena spiega il duplice attentato avvenuto ieri nel nord del Paese, dove ormai si concentra la comunità decimata da anni di persecuzione religiosa. Gli attentatori si sono servito di un'autobomba e un ordigno artigianale, fatti esplodere al passaggio di autobus che trasportavano studenti residenti nella città di Hamdaniya, 40 chilometri a est di Mosul. Il bilancio è di 100 feriti e un morto; si trattava di un cristiano, proprietario di un negozio situato proprio vicino al luogo delle esplosioni.

Gli studenti, tutti cristiani, “si stavano recando in autobus all’università di Mosul, nonostante le costanti minacce sotto cui vivono”, ha detto Nissan Karoumi, sindaco di Hamdaniya. L’ateneo è già da cinque anni nel mirino di gruppi estremisti islamici che lottano per la conversione dei giovani studenti. Spesso in università circolano volantini che promettono di “uccidere tutte le irachene che non indossano il velo” e minacciano di morte chiunque indossi vestiti “all’occidentale”.

Mosul stessa è ormai da tempo la zona più pericolosa d’Iraq per la minoranza cristiana. La diaspora aumenta e in molti ormai sostengono che in breve tempo la città potrebbe diventare completamente musulmana, se le autorità non prenderanno serie misure per arginare le violenze e punire i responsabili delle aggressioni che per lo più rimangono sconosciuti.

La tensione politica e interconfessionale è in crescita dalle elezioni parlamentari del 7 marzo scorso, che ancora non hanno indicato un reale vincitore. Il Paese è lasciato in un vuoto di potere, mentre le varie fazioni lottano per un posto nel nuovo governo, sotto le pressioni di potenze esterne rivale come Iran e Arabia Saudita.

domenica 2 maggio 2010

L'etica dell'ironia contro la religione della perfezione (e ci scappa Chesterton!)


di Carlo Bellieni
ROMA, domenica, 2 maggio 2010 (ZENIT.org).- Clonazione, etica dell'incesto o cannibalismo, aborto rapido, divorzio rapidissimo: e noi a rispondere con tanti discorsi come se si trattasse di cose degnissime, e così gli diamo dignità e scordiamo il punto centrale (di chi è la vita?) accapigliandoci sui dettagli (è meno peggio l'aborto con la RU o col bisturi?). Accettiamo di discutere su temi quali: "fare figli è razionale?" oppure "il neonato è una persona?" non capendo che la loquela è robusta, ma l'impostazione è a trabocchetto. Basta. Riprendiamoci l'ironia e soprattutto il riso come strumento dialettico. Perché il riso è un giudizio etico.

Ridere è un nostro processo vitale, né più né meno che respirare o digerire un panino, è un'arma fortissima e spontanea che ci difende dall'automaticità della vita: scatta quando vediamo una scimmia che sembra un uomo o un uomo che si comporta da scimmia, quando vediamo un tale che cade e rimbalza come una palla da tennis o altrettanto impietosamente se vediamo un comico che si finge zoppicante o balbuziente o un attore che fa il malato e che inizia a ballare sul letto. Insomma: ogni risata è un'autodifesa dalla cosa più innaturale per l'uomo: sentirsi diventare una macchina.

E' impietoso il riso, e lo frena solo la ragione se facciamo un respiro e riflettiamo che la il tipo che cade o il malato che ride non sono un film finto e plastificato ma gente in carne e ossa e acciacchi. Ma il riso pur impietoso è una difesa sociale: ci salva dalla ripetitività e dagli stereotipi: quando li vediamo gli facciamo uno scoppio di risa in faccia, senza volerlo, quando non ci blocca il pudore, e il riso prende per noi la voce e dice "non è così! Un uomo non è una macchina, non si muove come un robot, non parla dicendo le parole al rovescio, non cammina con i piedi per aria!".

Quest'impietosa difesa sociale ci salva dalla religione della perfezione: se il nostro intimo si ribella alla meccanicità, ci obbliga a riflettere su tutto il carico di meccanicità che introduciamo nella vita e nel profondo della vita con clonazioni, manipolazioni, accanite selezioni prenatali con tanto di "cerca e distruggi", che vorrebbero un mondo di "perfetti", scoprendo che la perfezione non solo non esiste, ma non è nemmeno desiderabile tanto che un mondo di perfetti tutti uguali sarebbe dal nostro profondo colpita e sbugiardata con una grassa risata.

La perfezione delle donne ridotte a copie implasticate di Barbie, quella dei tronisti pompati, la perfezione dei bambini accettati solo se bellini e bravi a scuola sono inaccettabili, dannose, perniciose, condannate non tanto dalla nostra mente, ma dalla nostra pancia con una risata, che solo una sovrastruttura di ragione (mal applicata) può bloccare, proprio come la ragione (ben applicata) blocca la risata quando può essere offensiva. E come si rifiutano le pesche più buone perché non sono "perfette", così non si accetta il diverso, il disabile, in un mondo di famiglie di genitori-nonni con figli unici-perfetti viziati e ingrassati di regali e merendine per renderli ancor più perfetti. E così la vita umana manipolata come un pomodoro OGM desta una reazione di ironia: perché l'uomo non è così.

Ma se la nostra pancia, nostro secondo cervello viscerale, condanna ridendo gli stereotipi, capite finalmente che alle insidie di cui sopra che giorno dopo giorno mangiano la biodiversità, non sempre si deve rispondere con un'argomentazione iperlogica, ma come ci insegnano maestri illustri dal nome di Plauto, Molière, Goldoni, Shaw o Shore (e in campo cristiano Swift, Buzzati, Chesterton, Lewis), spesso una risata vale più di un'argomentazione; e anche Aristotele sarebbe stato di quest'avviso, insegnando che alle domande ovvie non merita rispondere sensatamente. Ma troppo ci siamo impegnati ad arzigogolare per dimostrare l'ovvio, tanto che l'abbiamo fatto diventare astruso.

Abbiamo perso la capacità di satira, e di ironia, ammettiamolo: ogni provocazione ci mette in difficoltà e ci fa sentire obbligati a prenderla sul serio: oggi si discetta se il cannibalismo è etico, mentre meriterebbe una battuta o un atto giudiziario. Certo, quando occorre c'è da essere approfonditi e acuti; ma noi ci prendiamo troppo sul serio e vogliamo curare tutto a parole, senza ricordare che anche il Creatore a volte è ironico: a chi aspettava un guerriero per scacciare i romani, ha mandato un Bambino, e ha schiacciato il demonio col dolce piede di una Ragazzina di 14 anni. Cosa c'è di più ironico? E' un'ironia che ha fatto fiorire da Pier Paolo Pasolini ateo e comunista le più belle parole mai scritte contro l'aborto; d'altronde il senso religioso più puro non lo troviamo dove ce lo aspetteremmo (nei film "pii e apologetici" è scontato, dunque quasi stereotipato), ma ironicamente in "Simpson" e "dottor House".

Perdere la capacità di ironia – di cui invece è ricco Benedetto XVI -, che caratterizzava san Tommaso, significa pensare di salvare il mondo con le parole invece che con la carità, e finiamo trascinati dall'avversario a giocare sul suo campo, che è il campo delle parole (che ci trascina sempre a parlare sull'ultimo "eccesso" di moda, per imbambolarci e farci dimenticare il precedente). Il riso invece è la meta-parola, che giudica più di una sentenza scritta, e che dobbiamo invocare con san Tommaso Moro: "Signore, dammi una buona digestione, e anche qualcosa da digerire. Dammi un'anima sana Signore, che non si avvilisca in lamentele e sospiri. Signore, dammi il senso dell'umorismo". Non è il nostro argomentare che convince, né la nostra sapienza che salva: non siamo noi così importanti. Come si legge su qualche T-shirt: "Rilassati: Dio esiste. E per fortuna non sei tu".

 

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Dal prof. Carlo Bellieni


The Independent'Our first year with our brain damaged daughter has been one of small triumphs and huge fun'
La scrittrice inglese Stacie Lewis ha da un anno un figlio; che ha un danno Birthday wishes: Stacie Lewis with her daughter May, who had her first birthday party last week cerebrale. In questo articolo (e nel libro Taking the Plunge) racconta come questo sia tutto tranne che la fine della vita. "Non so cosa la vita abbia in serbo per lei. la bambina della mia immaginazione è scomparsa un anno fa. Al suo posto ho qualcosa di completamente diverso che adoro. Una sfida, sì. Una disgrazia, no. Grigiore? Mai."

Splendida serata di musica, spettacolo e solidarietà organizzata dalla cooperativa Spes contra Spem.

 
 
L'iniziativa "Assaggio di Maggio" si terrà il 3 maggio 2010
 alTeatro Sette  in via Benevento, 23 alle ore 21.00.
 
 
Parteciperanno all'evento due grandi cori
che da anni ci sostengono:
il Coro PolifonicoGià-Quinto e
l' Ensemble Vocale Note…volmente.
 
 
Inoltre, si esibiranno anche alcune persone
 che vivono nelle nostre case famiglia e che,
 ormai da anni, fanno parte delle Compagnia Teatro Buffo.

venerdì 30 aprile 2010

Un aforisma al giorno

"La maggior parte della libertà moderna è alla radice paura. E non è tanto che siamo troppo audaci per sopportare le regole, ma è piuttosto che siamo troppo timidi per sopportare le responsabilità".

Gilbert Keith Chesterton, What's Wrong With the World

Risposta all'indovinello...

I personaggi dell'indovinello di ieri (alcuni più noti, altri meno, alcuni sotto nomi meno riconoscibili come Giovanni Battista Montini che fu Papa Paolo VI) hanno tutti scritto qualcosa su Chesterton!

Vincitore è Francesco D'Ercoli (su Facebook) che, per primo (seguito da Agapetos, ore dopo...) ha detto: "Ognuno di loro ha citato e apprezzato Chesterton in qualche scritto, critica letteraria etc etc."

Al prossimo indovinello!

Da Facebook - L'amico Andrea Monda ci invita...

Andrea Monda 30 aprile alle ore 10.44
Allora vi aspettiamo, lo ricordiamo, lunedì 3 maggio ore 21, presso la sala della chiesa di San Saturnino (nella piazza omonima) per parlare del nostro amico Tolkien e dintorni, ok?
andrea e la compagnia dei tolkieniani matti

Chiaramente la Chiesa di San Saturnino è a Roma...

giovedì 29 aprile 2010

Un aforisma al giorno

"Avere il diritto di fare una cosa non è affatto la stessa cosa di essere in diritto di farla".

Gilbert Keith Chesterton, Una breve storia d'Inghilterra

Un aforisma al giorno

"Il progresso è un comparativo di cui non abbiamo scoperto il superlativo".

Gilbert Keith Chesterton, Eretici

Un indovinello...

Antonio Gramsci, Emilio Cecchi, Italo Calvino, Mario Praz, Giovanni Battista Montini, Carlo Bo, Guido Sommavilla, Piero Rebora, Luigi Berti...

Che cos'hanno in comune, questi uomini, oltre l'essere tutti italiani?

Vediamo chi ci indovina...

(sia chiaro, non si vince nulla, solo il piacere di indovinare!)

mercoledì 28 aprile 2010

Dal Prof. Carlo Bellieni - La libertà fraintesa


April 28th, 2010

Discutere sul metodo abortivo è come discutere su quale solitudine sia la migliore

28 aprile 2010  Il Foglio Online    -    di Carlo Bellieni

 

Donna italiana, donna libera? E più libera con la RU? La libertà di scelta procreativa è al centro del dibattito su aborto e pillola RU486. O meglio: la libertà femminile decisa a tavolino. Già, perché per essere liberi bisogna esserlo in prima persona, ben informati e senza coercizioni, e la donna italiana – e quella in genere occidentale – è davvero libera in quest'ottica? Vediamo. Forse sarebbe meglio sentire la voce delle donne, per capire in che senso vogliono esercitare la loro libertà. Ma le ascoltano? Le donne, quando intervistate dopo un aborto, spiegano di gradire la pillola abortiva meno dell'intervento chirurgico (Health Technology Assessment, novembre 2009) e solo il 53 per cento delle donne che hanno abortito con la pillola la riprenderebbe per abortire, contro il 77 per cento delle donne che hanno abortito chirurgicamente che ripeterebbero l'aborto nella stessa maniera (British Journal of Obstetrics and Gynecology, 1998).

Ma anche l'aborto chirurgico non sembra essere una loro aspirazione, dato che poi risentimenti psicologici, a quanto riporta la rivista Lancet del 2008, non sono presenti in misura minore  in quelle che hanno abortito il figlio indesiderato rispetto a quelle che invece lo hanno "tenuto". Come libertà non c'è male. Ma cosa dire sulla coercizione, quando un gruppo di psicologi dell'Ohio nel luglio 2009 ha pubblicato uno studio in cui si dimostra che l'atteggiamento del partner è fondamentale nella scelta di abortire, che a questo punto più che una scelta sembra spesso un'imposizione? Non è un'osservazione da poco: mostra come il passo fondamentale per l'aborto è la solitudine, non la libertà. E allora discutere sul metodo abortivo è discutere su quale solitudine sia la migliore. Il fil rouge della libertà femminile rivela forti sorprese anche quando socchiudiamo la porta della diagnosi prenatale: lo screening di massa per la sindrome Down è stato introdotto in Francia, secondo studi di Carine Vassy, senza analizzare il parere delle donne, che ne risultano solo fruitrici passive e non attive richiedenti, e quasi la metà delle donne, per uno studio scandinavo del 2006, ignora la possibilità di falsi positivi o negativi negli screening genetici e i rischi legati all'amniocentesi.

Libertà? Ma c'è altro: in occidente si persegue culturalmente una politica del figlio unico che differisce nei mezzi ma non nei risultati e nella pervicacia da quella cinese, proprio mentre l'Istat mostra che le adolescenti italiane vorrebbero una famiglia numerosa, ma poi si riducono a fare un solo figlio (le più audaci arrivano a due). Libera scelta o imposizione sociale? Per non parlare poi dell'età a cui la donna inizia ad esser libera di cercare di procreare, che http://www.lasestina.unimi.it/lasestina/wp-content/themes/mimbo2.2/images/2009/11/ru486.jpgstranamente coincide con l'età in cui i figli in pratica non arrivano più: anche questa una libera scelta? Una spia di questa libertà fraintesa è l'imbarazzo con cui negli ambienti "evoluti" si parla (anzi, si tace) dell'aborto selettivo in base al sesso, che nella maggioranza dei casi elimina feti femmine: non esistono più motivi per ribellarsi una volta stabilito il dogma che nessuno può sindacare le ragioni di un aborto; ma eliminare un feto perché femmina è una libera scelta della donna o un atto di autoflagellazione di "genere"?

Leggendo i quotidiani beninformati, sembra che il problema della pillola abortiva sia se dare o non dare alle donne la libertà (di abortire), come se abortire fosse una scelta libera. Ma non lo è, perché scegliere in condizioni drammatiche, senza alternative, spesso nell'abbandono e nella coercizione è tutto tranne che libertà. Così come, spostando di poco la mira, non è libertà dar mille modi anticoncezionali, cioè auto somministrazione di ormoni per anni e anni, senza dare altrettanti sistemi per far famiglia al momento giusto. Si potrà rispondere che libertà è fornirli entrambi e lasciar scegliere. Ma oggi si fornisce solo la prima opzione, con la prospettiva riproduttiva di rimandare e rimandare finché si decide che arriva il momento buono… quando i figli non arrivano più (quadro sconfortante ma realistico).

Allora, libertà vera e libertà per tutti: chi ne ha il dovere culturale ed economico, dia alle donne i mezzi reali per realizzarsi, e non si senta l'animo politicamente a posto dopo aver dato le chiavi della stanza delle Ivg, e chi difende la donna ricordi – perché lo sa –  che non può più negare l'umanità e la vita del feto; chi difende il feto d'altronde ricordi bene che la prima garanzia per il bimbo è il benessere della mamma. E dare libertà a tutti significa non "pensare" una libertà a tavolino quando si parla di aborto, escludendo quella di chi non può esprimersi (il feto) e surclassando paternalisticamente quella di chi si vorrebbe esprimere (la donna) ma per la quale si parlano – e con che verve! – i media alla moda.

 

© - FOGLIO QUOTIDIANO


martedì 27 aprile 2010

Il prof. Carlo Bellieni sull'Osservatore Romano: A proposito dell’aborto di Rossano Calabro

April 27th, 2010

Per la dignità del bimbo e della donna


di Carlo Bellieni

Se il tema aborto non fosse un tabù laicista, nessuno potrebbe dire di non sapere, ma nessuno ne parla e allora non si sa che l'interruzione di gravidanza dopo il primo trimestre si svolge come un parto: il bimbo nasce, ha un cuore che batte, e lentamente si spegne. In Italia la legge 194 impone di non farlo quando c'è una possibilità di farlo vivere, cioè dopo ventidue settimane dal concepimento, ma se nasce prima non è detto che nasca morto, anzi: è in grado di sentire il dolore (circa dalla ventesima settimana) o di far piccoli movimenti. Se si guarda il piccolo torace si vede a occhio nudo il cuore battere. Non si può far finta di non saperlo.
L'aborto tardivo sta creando malcontento all'estero, anche nei confronti dell'escamotage detto
partial birth abortion ("aborto a nascita parziale"), che in una fase di gravidanza avanzata, a metà del processo di uscita del feto dall'utero, quando il feto non ha ancora tratto il primo respiro, lo fa morire recidendo la base del cranio, per non farlo nascere vivo. Sconcerto, certo; e sconcerto di fronte a un bimbo vivo abbandonato in un angolo di corsia. Ma sono poi tutte letali e gravissime le patologie per cui si decide l'aborto? A ripensare il caso fiorentino finito sui media tre anni fa, in cui fu abortito un bimbo per un'anomalia all'esofago assolutamente operabile (diagnosi oltretutto sbagliata), non si direbbe. E poi, siamo sempre in presenza di un percorso che mette i genitori di fronte alle possibilità terapeutiche, a colloquio con gli specialisti della malattia in atto, per capirne la reale gravità? Perché se l'aborto contrasta la dignità del bimbo, la mancata totale informazione e la sbrigatività contrastano la dignità della donna.
Proviamo a mettere al centro del discorso la dignità di entrambi, e vedremo come sarà inconcepibile lasciare la donna sola, alle prese con l'angoscia di un freddo foglio col nome della malattia del figlio. E sarà altrettanto inconcepibile non ripensare "chi è" il soggetto dell'aborto recuperando l'assurdità dell'evento e usando almeno la pietà: il bimbo se è rianimabile deve avere una chance (ma in base alla 194 non dovrebbe accadere che si abortisca un bimbo che può vivere); se non è rianimabile perché è troppo piccolo, deve comunque avere un ambiente caldo e dignitoso, una compagnia umana, un nome e una degna sepoltura proprio come qualunque altra persona in fin di vita, perché alla violenza non si aggiunga l'oltraggio.

(©L'Osservatore Romano - 28 aprile 2010)

lunedì 26 aprile 2010

Paolo Gulisano a Trento mercoledì 28 Aprile 2010.


Il nostro vicepresidente Paolo Gulisano sarà a Trento mercoledì 28 Aprile 2010 alle 18.30 presso la Facoltà di Lettere.

Guardate l'avviso e andate, tridentini!

Dal blog di Paolo Rodari - Quello che il NYT non pubblica.

Il vaticanista de Il Foglio scrive questo:

John Coverdale è professore di diritto presso la Seton Hall University. Ieri ha preso carta e penna e ha scritto al New York Times (Nyt) per dire che l’articolo del 10 aprile scorso nel quale Laurie Goodstein e Michael Luo accusavano il Papa di aver rimandato la decisione di punire un prete pedofilo (è l’articolo che ha suffragato il “caso Kiesle”) è sbagliato.
Coverdale ha mandato il pezzo al Nyt ma il Nyt non l’ha pubblicato. Eppure è una delle migliori ricostruzioni uscite sul caso nelle ultime settimane.

Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 22 aprile 2010

Risorgimento - I Mille: una poco gloriosa spedizione

Da L'Ottimista del 22 Aprile 2010

Garibaldi e i suoi uomini commisero crimini efferati eppure la Rai sembra ignorarlo...

di Maurizio Moscone

Il Comitato dei Garanti per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, presieduto dal presidente emerito della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, nella riunione del 25 gennaio scorso ha deciso di coinvolgere le istituzioni pubbliche e la società civile in vista delle celebrazioni che si svolgeranno il prossimo anno.

La TV si è fatta promotrice di un’azione di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla storia del Risorgimento e, durante un recente TG1, ha presentato un servizio sulle dure condizioni in cui vivevano i prigionieri politici italiani nelle carceri austriache dello Spielberg. Non ha però fornito alcuna informazione sulla deportazione di migliaia di soldati borbonici, ordinata da Vittorio Emanuele II nel 1860, un anno prima della proclamazione del Regno d’Italia.
I militari, colpevoli di essere rimasti fedeli al proprio re e alla propria patria, furono imprigionati nei campi di concentramento situati a Milano, Genova, Bergamo, Alessandria, San Maurizio Canavese, Fenestrelle e in altre località del Nord. In questi campi, prefigurazioni dei lager nazisti e dei gulag comunisti, furono fatti perire per fame e malattie migliaia di soldati meridionali, che preferirono morire piuttosto che abiurare il giuramento di fedeltà alla loro patria, il Regno delle Due Sicilie.
Particolarmente crudele era la sorte assegnata a coloro che venivano reclusi nel carcere di Fenestrelle, nel quale, a causa delle gelide condizioni climatiche, la vita non superava i tre mesi e i cadaveri, per non essere identificati, venivano disciolti nella calce viva.
I fatti sopra riportati non sono a conoscenza di gran parte del popolo italiano, poiché i manuali scolastici e i mass media presentano il Risorgimento come una nuova nascita dell’Italia sul piano culturale, politico e civile e pochi sanno, ad esempio, che la spedizione dei Mille del 1860 fu voluta e gestita da Cavour, mentre l’ideatore dell’impresa garibaldina fu Giuseppe La Farina, segretario della Società Nazionale, il partito cavouriano in Italia; fu lui a convincere Garibaldi, inizialmente esitante, a intraprendere la spedizione e a fornirgli le armi (1).
Inoltre, pochi sanno che i gloriosi “mille” in realtà era una formazione paramilitare, così descritta dallo stesso Garibaldi: “Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto” (2).

Garibaldi e la sua soldataglia terrorizzarono con la loro violenza le pacifiche popolazioni meridionali. La Farina, considerato da Garibaldi suo comandante , scrisse una serie di lettere a Cavour, denunciando i crimini compiuti dall'“eroe dei due mondi” e dai suoi seguaci (3).

Gli omicidi furono numerosi e commessi in modo brutale: “Io non debbo a lei celare che all’interno dell’isola gli ammazzamenti seguono in proporzioni spaventose; che nella stessa Palermo in due giorni quattro persone sono state fatte a brani; e che tutto è stato disordinato e messo sossopra con una insensatezza da oltrepassare ogni limite del credibile” (4).

Vennero arruolati con la forza ventimila bambini di età compresa tra gli otto e i quindici anni: “Si assoldano in Palermo bambini dagli 8 e i 15 anni e si dà loro tre tari al giorno!” (5).

ll denaro pubblico venne utilizzato in modo arbitrario: “Si manda al tesoro pubblico a prendere migliaia di ducati, senza né anco indicarne la destinazione!” 6). La magistratura fu sostituita da commissioni militari nell’esercizio dell’attività giudiziaria: “Si lascia tutta la Sicilia senza tribunali né civili, né penali, né commerciali, essendo stata congedata in massa tutta la magistratura! Si creano commissioni militari per giudicare di tutto e di tutti, come al tempo degli Unni” (7).
La Farina lamentò il degrado politico e civile, in cui era costretta a vivere la Sicilia, in alcune lettere scritte a vari conoscenti. Garibaldi era contrario all’azione del parlamento, della magistratura e della polizia: “Garibaldi dichiara pubblicamente che non vuole tribunali civili, perché i giudici e gli avvocati sono imbroglioni; che non vuole assemblea perché i deputati sono gente di penna e non di spada; che non vuole niuna forza di sicurezza pubblica, perché i cittadini debbono tutti armarsi e difendersi da loro” (8).
In Sicilia non esisteva più un governo civile: “Non abbiamo nulla che possa somigliarsi ad un governo civile: non vi sono tribunali, […] non ci è finanza, avendo tutto assorbito l’intendente militare; non v’è sicurezza, non volendo il dittatore né polizia, né guardia nazionale, non v’è amministrazione, essendo sciolte tutte le intendenze” (9).
Ladri e assassini governavano la Sicilia: “I bricconi più svergognati, gli usciti di galera per furti e ammazzamenti [vengono] compensati con impieghi e con gradi militari. La sventurata Sicilia è caduta in mano di una banda di Vandali” (10). La spedizione dei mille fu finanziata, oltre che dalla cavouriana Società Nazionale, dal governo britannico, che, come risulta dalla ricerca condotta da Di Vita, versò a Garibaldi tre milioni di franchi francesi, in piastre d’oro turche (11).
Lo scopo dell’ingente finanziamento era duplice: in primo luogo consisteva nell’aiutare Garibaldi a “colpire il Papato nel centro temporale, cioé l’Italia, agevolando la formazione di uno Stato protestante e laico” (12). Il secondo obiettivo era di carattere più immediato: consentire la corruzione dei generali e dei notabili borbonici: “È incontrovertibile che la marcia trionfale delle legioni garibaldine nel Sud venne immensamente agevolata dalla subitanea conversione di potenti dignitari borbonici alla democrazia liberale. Non è assurdo pensare che questa illuminazione sia stata catalizzata dall’oro” (13).
Come mai, ancora oggi, viene tramandata una visione oleografica e mitologica del Risorgimento e i fatti sopra riportati, che sono noti agli studiosi di storia, non sono portati a conoscenza dell’opinione pubblica? Per quale motivo chi rivela tali fatti viene accusato di revisionismo, come se revisionare la storia passata fosse una colpa e non invece una necessità insita nella ricerca storiografica?
La ricerca storiografica, come sosteneva De Felice, è, per sua natura, revisionista. Lo storico non può accettare passivamente i risultati a cui è pervenuta la storiografia precedente. Egli ha il compito di vagliare accuratamente la ricostruzione dei fatti e di reinterpretare questi ultimi alla luce della scoperta di nuova documentazione. Probabilmente questo metodo storiografico non piace all’intellighenzia di sinistra, che detiene il potere culturale in Italia, timorosa che, con la sua utilizzazione, vengano smascherate le analogie tra nazismo e comunismo, tra lager e gulag, e rivelati i crimini commessi dai partigiani rossi nel periodo successivo alla Liberazione nei confronti di migliaia di innocenti, tra i quali anche molti sacerdoti.

(1) Cfr. G. La Farina, Lettera a Pietro Sbarbato, 14 ottobre 1860.
(2) Cfr. A. Pellicciari, L’altro Risorgimento. Una guerra di religione dimenticata, Piemme, Casale Monferrato (Al) 2000, p. 232.
(3) G. Garibaldi, Lettera a La Farina , 8 gennaio del 1859.
(4) G. La Farina, Lettera a Cavour, 28 giugno 1860.
(5) G. La Farina, Lettera a Cavour, 29 giugno 1860.
(6) Ibidem
(7) Ibidem
(8) G. La Farina, Lettera a Ausonio Franchi, 17 luglio 1860.
(9) G. La Farina, Lettera a Davide Morchio, 2 luglio 1860.
(10) G. La Farina, Lettera a Giuseppe Clementi, 19 luglio 1860.
(11) Cfr. G. Di Vita, Finanziamento della spedizione dei Mille, in Atti del Convegno “La liberazione d’Italia nell’opera della Massoneria”, organizzato dal Collegio dei Maestri Venerabili del Piemonte, Torino, settembre 1988.
(12) Ibidem
(13) Ibidem

IL CASO/ Una donna: vi racconto lo strazio infinito del mio aborto facile con la Ru486

di Gianfranco Amato

da Il Sussidiario di mercoledì 21 aprile 2010

Non fatevi ingannare. La pillola abortiva RU486 non è affatto un’alternativa dolce all’intervento chirurgico. Le pillole da prendere, in realtà, sono due: con la prima si uccide il feto, con la seconda, da assumere due giorni dopo, si causano le contrazioni necessarie per la sua espulsione.
Questo sistema per procurare l’aborto chimico viene spacciato come un metodo più semplice e psicologicamente accettabile di quello chirurgico. Un metodo più moderno, più rispettoso dell’integrità fisica e psichica della donna, meno invasivo e meno rischioso. In realtà, l’esperienza di molte donne che sono ricorse alla RU486 racconta un’altra storia.
Dopo che hai ingoiato la prima pillola, sai che quel giorno stesso tuo figlio morirà, e resterà attaccato lì, morto, dentro il tuo ventre. Il suo cuoricino, che il giorno prima hai ascoltato durante l’ecografia, smetterà di battere. Per sempre. È l’effetto della prima pasticca, che tu devi mettere in bocca da sola, perché da sola sei lasciata a sopprimere quella vita che tu stessa hai deciso di eliminare.
Lo capisci subito la sera stessa che quel figlio è morto, perché senti improvvisamente sparire tutti quei segni di gravidanza che le donne ben conoscono, primo fra tutti il seno più turgido, e quella piccola tensione del basso ventre tipica dei primi mesi di gravidanza.
Poi viene il momento peggiore: quello dell’attesa. Devi aspettare tre lunghi giorni, nei quali continui a fare quello che hai sempre fatto, lavorare, camminare, mangiare, dormire, andare al cinema. Cerchi di distrarti, ma sai che hai quel “coso” morto lì dentro che deve essere eliminato, espulso, cioè abortito.
In quei tre giorni, poi, hai tutto il tempo per pensare e riflettere su quello che ti è accaduto e che ti accadrà, hai il tempo per pregare e per piangere. Ti senti una specie di assassina in libertà e ti chiedi perché mai hai accettato questo maledetto metodo. Arrivi persino a pensare che forse sarebbe davvero stato meglio far fare tutto al medico. In anestesia, in sala operatoria, non avresti sentito né provato nulla, ti saresti risvegliata pulita e liberata dal tuo problema. Tutto sarebbe durato meno di un’ora.
Invece, dopo quei tre lunghissimi giorni di attesa, devi ripresentarti in ospedale per la seconda pillola, nella speranza che tutto finisca più in fretta possibile. Anche quella pasticca ti viene messa in mano e sei tu che la devi mandare giù. Sei tu l’unica e sola mandante e autrice di un piccolo omicidio, quello del tuo figlio mai nato, e senti che una parte di te sta per sparire per sempre, che non tornerà mai più ed è una sensazione solo tua, di solitudine, che non condividi nemmeno con l’anonima infermiera che ti consegna la pillola nella garza sterile. A quel punto però la ingoi subito perché speri che tutto finisca più in fretta possibile.
Non sai ancora che, da quel momento, ti prepari ad assistere, a partecipare e a effettuare il tuo “avveniristico” aborto terapeutico. Intanto, oltre alla situazione dolorosa, vieni pervasa dall’ansia dell’arrivo dei dolori fisici. I medici ti spiegano che si tratterà di una sorta di minitravaglio, con qualche contrazione uterina, lievemente dolorosa, ma essenziale per provocare il distacco del feto, ormai morto, dalla parete uterina e per la sua espulsione, e che comunque sarebbe stato eliminato facilmente, misto con del sangue. I medici ti spiegano che sarà come avere delle mestruazioni più dolorose del solito.
Invece il dolore è molto più forte, le contrazioni molto più lunghe e la consapevolezza di quello che sta avvenendo rende tutto più nauseante, orribile e terribile insieme. E assistere a tutto questo diventa insopportabile. Piangi per il dolore fisico, ma soprattutto per il dolore dell’anima, per la partecipazione attiva a un evento che mai avresti voluto vivere e osservare da così vicino.
Poi, quando tutto è finito, quando tutto è compiuto, la procedura ti obbliga anche a verificare di persona che effettivamente l’aborto farmacologico sia ben riuscito, per cui ti viene effettuata l’ecografia di controllo, che trasmette dallo schermo l’immagine pulita del tuo utero non più “abitato”, ma vuoto e libero dal corpo estraneo che si è voluto medicalmente eliminare. Non si sente più nessun battito galoppante, nessun segno di vita, ma solo silenzio di morte. E un infinito, straziante senso di colpa.
La descrizione che ho fatto non è frutto di creatività letteraria ma corrisponde, purtroppo, alla drammatica testimonianza resa da una mia collega, un’avvocatessa di trentaquattro anni, che ha avuto la disavventura di ricorrere all’aborto chimico cinque anni fa, quando la Regione Toscana ha deciso di attuare la somministrazione della RU486 in via sperimentale. La testimonianza rende drammaticamente l’idea di quanto poco di “dolce” ci sia nella tanto decantata pillola abortiva RU486.
Se non si ha il coraggio di osservare la realtà per quello che essa è, si rischia sempre di restare prigionieri dei luoghi comuni dell’ideologia. E facili prede degli ingannevoli messaggi subliminali del Potere.

Il tonicissimo Paolo Pegoraro recensisce il San Francesco per i francescani...

Eccovi la recensione del San Francesco d'Assisi a firma del grande Paolo Pegoraro uscita su «Italia Francescana. Rivista della Conferenza Italiana dei Ministri Provinciali dei Frati Cappuccini» sul numero 1/2010.

Gilbert K. Chesterton, San Francesco d’Assisi, Mursia (Storie, Biografie, Diari), Milano 2007, 159 p., 15, ISBN 978-88-4253-900-1.

Gilbert K. Chesterton, San Francesco d’Assisi, Lindau (I pellicani 21), Torino 2008, 163 p., € 14, ISBN 978-88-7180-725-6.

Questo libro «benché piccolo di mole sembra tanto più prezioso dei grossi volumi che i servitori dell’erudizioni e i manipolatori della tradizione francescana suntuosamente prodigano per incantare il pubblico. Ci sembra che a quanti avvertono sintomi di sazietà per tutte le cose e le fiere che ci ha procurato il centenario francescano, questo libro sia consigliabile per far loro amare ancora il povero S. Francesco». A dare un giudizio tanto lusinghiero sul volume dello scrittore inglese G.K. Chesterton fu niente meno che Giovanni Battista Montini, a conclusione di un’ampia ed entusiastica recensione firmata su Studium 22 (1926 / n. 10, pp. 543-546). Parole che sembrano tagliate su misura anche per la conclusione dell’ottavo centenario della Protoregola francescana.

Nella sua trasbordante produzione, comprendente anche una decina di biografie letterarie, Chesterton scrisse solamente due agiografie: una dedicata al poverello d’Assisi (1922) e una al mendicante d’Aquino (1933). Un noto critico italiano ha affermato che in Chesterton si agitavano due anime, un don Chisciotte e un Sancho Panza, ma sarebbe più corretto dire che in lui quelle due figure letterarie presero carne e furono battezzate: da un lato san Francesco, l’allampanato e visionario uomo d’azione, e dall’altro san Tommaso, il gigantesco e concretissimo uomo di pensiero.

Ma veniamo all’opera presente, rimasta fuori commercio per diversi anni e ora disponibile nella traduzione di Barbara Mirò (Mursia) e di Giovanna Caputo (Lindau, con postfazione di Giulio Meotti), alla quale facciamo riferimento. Il San Francesco d’Assisi di Chesterton non è un’introduzione alla vita del Poverello quanto piuttosto, nota Montini, «una conclusione esplicativa e sintetica insieme». La vicenda umana di Francesco non viene raccontata per intero né ordinatamente, ma selezionando, amplificando e analizzando alcuni episodi nei quali appaiono gli aspetti più salienti della sua figura, collocata storicamente come soldato, come poeta e come santo. Deciso a conquistarsi la fama, con la penna o con la spada, Francesco si muove all’insegna della rapidità, preferendo «mosse fattive ed energiche al dubbio e all’esitazione». Ed è proprio grazie a questa sua completa apertura al reale, a questa disponibilità a ruzzolare di avventura in avventura senza preoccuparsi troppo del suo amor proprio e fino a rendersi oggettivamente ridicolo sotto ogni punto di vista, che Francesco scopre il segreto dell’esistenza: «essere il servitore e la figura secondaria». Quando l’ambizione cede le armi alla buffoneria, quando le pretese dell’io sono talmente disattese da prospettare soltanto l’autoestinzione o la risata, Francesco giunge a una condizione vicina alla spensieratezza, perché comincia a percepire ogni cosa naturale sotto una luce soprannaturale: quella della gratuità e della grazia. Sarà proprio la «scoperta di un debito infinito» a consegnargli la chiave d’oro dell’esistenza, poiché non v’è uomo – re o mendicante che sia – capace di guadagnarsi una stella o di meritarsi un tramonto. Convinto che «la vera roccaforte della realtà» sia nascosta proprio in questo senso «di immensa gratitudine e di sublime dipendenza», il Poverello abbracciò l’ascesi come un piacere e apparve ai suoi contemporanei non come uno stoico, ma, semplicemente, come un uomo felice. Aiutò la gente comune a essere tale in letizia. E se apparve come un poeta, nota ancora Montini, non fu perché ci donò versi altissimi, quanto piuttosto poiché visse poeticamente: Francesco si mosse non sotto la spinta della riflessione, ma di quella «espressione immediata dell’intuizione del reale» che è il nervo della poesia. E ancora: Francesco apparve come un cavaliere non in virtù della sua magra (e fallimentare) esperienza guerresca, ma per la sua cortesia universale. Egli non solo amava gli uomini: li rispettava. E prestava sincero interesse a chiunque, papa o accattone che fosse, come «un unico cortigiano che si muove tra cento re». E in questo servigio assoluto incluse anche il creato, senza però dissolvere i contorni delle cose come l’antico politeismo pagano: chiamò frate Foco e sorella Acqua, ma mai madre Natura, poiché «il culto della natura produce inevitabilmente delle reazioni contro natura». Chesterton tornerà a riflettere su questo punto quattro anni più tardi, nel racconto L’oracolo del cane (1926) della celebre serie di padre Brown: la natura è magnifica e tremenda, egli avverte, ma se non la si contempla alla luce del Dio fatto uomo, si finirà nuovamente per inchinarsi davanti agli idoli bestiali dell’antichità. Ci sono moltissime altre pagine che meriterebbero di essere citate da questo libretto scoppiettante e poco sistematico, eppure così ricco di suggestioni penetranti, ed espresse con immagini così indimenticabili e gioiosamente scanzonate, da essere entrato di diritto tra i grandi classici della letteratura francescana.

Paolo Pegoraro

Dal prof. Carl Bellieni - Qualcosa sul neodarwinismo...

di Carlo Bellieni -l'Occidentale 25 aprile 2010

Luigi Cavalli Sforza ha pubblicato pochi giorni fa sul CdS un articolo pro-Darwin. Per Charles Darwin, spiega, solo una parte della prole arriva a maturità e a riprodursi perché la maggior parte muore; e questo “permette ad una specie di migliorare il suo adattamento all’ambiente, grazie ad un meccanismo del tutto automatico che chiamò selezione naturale”. La selezione naturale, continua, permette la sopravvivenza del più adatto; e chi è il più adatto? “Il tipo che si riproduce di più e quindi mantiene ed espande la vita”. E’ un argomento classico, classicista quasi, che dà un’interpretazione della vita come un ambito in cui causalmente avvengono delle mutazioni che non riescono ad espandersi perché non sono adatte e lasciano spazio a quelle che non sono “automaticamente” schiacciate dall’ambiente; e in cui l’ambiente agisce da selezionatore e la vita è una casuale competizione alla riproduzione. L’ambiente come nemico, che accetta solo chi è conforme a sé.

Questo ragionamento classico, oggidì deve fare i conti con la nuova acquisizione della biologia chiamata
“epi-genetica”, ovvero l’importanza dell’influsso dell’ambiente sull’espressione del DNA. In base a questa visione l’ambiente e la natura non sono solo spietati selezionatori, ma utili collaboratori nel migliorare una specie. Lo studio dell’epigenetica ha permesso a Michael Skinner, direttore del Centre for Reproductive Biology di Washington, di osservare che i cambiamenti fisici non avverrebbero solo per mutazioni casuali del Dna, ma anche in seguito a inibizioni da parte dell’ambiente sull’espressione di alcuni geni e a Didier Raoult sulla rivista “Lancet” (gennaio 2010) di spiegare che addirittura il patrimonio genetico può nei secoli mutare per l’interazione con altre specie viventi.

Eva Jablonka, genetista israeliana nel suo libro “Evolution in four dimentions” è su questa lunghezza d’onda, così come il premio Prigogine 2004, Enzo Tiezzi, ch sostiene che “Gli ecosistemi si evolvono per co-evoluzione e auto-organizzazione”, nel suo Steps Towards an Evolutionary Physics (2006) indicando che l’evoluzione non è cieca, o perlomeno non è una folle corsa: “L’avventura dell’evoluzione biologica è un’avventura stocastica, dal greco, che significa, “mirare con la freccia al centro del bersaglio”": come le frecce arrivano in ordine sparso sul bersaglio, ma tutte protese verso il centro da parte dell’arciere, così anche l’evoluzione appare avere un’armonia di base. La questione non è di poco conto, perché posto che mutamenti formali nella vita sulla terra ci sono stati, sta emergendo che non tutto è lotta, ma molto è cooperazione. Tutto questo non ci dispiace, e non deve disturbare che la visione classicista venga messa in crisi, perché un mondo fatto “per chi è più adatto” a molti di noi sta stretto: se tutto è selezione se ne può derivare una visione che lascia poco spazio alla solidarietà, o almeno non la vede come forza trainante; e la solidarietà non è un retaggio da beghine, ma è il perno morale su cui si sono basati gli ultimi due millenni di storia umana nei quali l’uomo ha fatto i più alti passi di acquisizioni culturali e tecnologiche, ovviamente cadendo spesso nella dimenticanza di questo valore che, tuttavia resta alla base delle costituzioni delle principali democrazie.

Certo, se tutto fosse lotta e selezione ne prenderemmo atto; ma sembra che così non sia. E ci sentiamo più sereni.

http://carlobellieni.com


venerdì 23 aprile 2010

E' stata creata la Jaki Foundation


Da questo collegamento (di cui abbiamo avuto notizia da Angelo Bottone l'Insostituibile) sappiamo che è stata creata la Stanley Jaki Foundation. Nelle foto troverete anche dom Teodoz Jaki, il fratello minore di dom Stanley.

Ricorderete di Stanley Jaki, morto giusto un anno fa a Madrid, monaco benedettino, filosofo e scienziato e (scusate se lo diciamo) chestertoniano di acciaio (è lui che disse che per essere dei buoni pensatori bisognerebbe imparare dal capitolo IV di Ortodossia, La morale delle favole o, se preferite, The Ethics of Elfland).

Noi chestertoniani d'Italia abbiamo avuto l'onore di parlare tra i primi nel mondo di Jaki chestertoniano, lo scorso anno a Grottammare (AP) al Chesterton Day, e questo ad Angelo Bottone l'Insostituibile.

Ecco cosa si perde chi non viene al Chesterton Day (oltre che tanti buoni amici cattolici ed allegri, una grassa mangiata, una lauta bevuta, bella compagnia, del gran verde attorno, musica, canti, balli... cose grasse, insomma)...

Presto vi daremo la data del Chesterton Day 2010 (splendido, of course!).

I chestertoniani inglesi riprendono l'intervista al nostro presidente.

In questa pagina del blog della English Chesterton Society guidata dal giornalista e scrittore cattolico William Oddie trovate la recente intervista rilasciata dal nostro presidente all'agenzia Zenit.

giovedì 22 aprile 2010

Dal prof. Carlo Bellieni - Dalle cellule di un feto umano abortito


Neocutis : La crème antirides qui fait scandale

A 180 dollari si può comprare negli USA, su prescrizione medica, la crema antirughe ottenuta da un feto umano abortito. Leggere per credere. Il collegamento è titolo qui sopra in francese. E' un articolo del settimanale femminile francese Marie Claire.

Adesso vediamo che dicono i paladini dei diritti delle donne.

Un grazie al professor Carlo Bellieni ed al lavoro che sta facendo.

mercoledì 21 aprile 2010

India - Orissa, ancora assoluzioni per chi ha attaccato i cristiani


di Nirmala Carvalho
Il sacerdote verbita Edward Sequeira, che ha subito la violenza del pogrom ed ha rischiato di essere bruciato vivo, dice ad AsiaNews: “Nessuno stupore, c’è una grande organizzazione che lavora contro di noi. Ma la Chiesa tornerà anche nei distretti rasi al suolo”. L’arcivescovo di Cuttack-Bhubaneshwar: “Pronti ad andare in appello”.

Nella foto: padre Edward Sequira


Kandhamal (AsiaNews) – Una Corte di giustizia dell’Orissa ha assolto ieri i cinque estremisti indù che hanno lanciato l’assalto alla comunità cristiana e ne ha rilasciati altri diciassette per mancanza di prove. Il sacerdote verbita Edward Sequeira, che ha subito le violenze del pogrom anticristiano ed ha rischiato di essere bruciato vivo (cfr.: 04/09/2008 P. Edward, scampato al rogo in Orissa: I radicali indù sono terroristi), parlando ad AsiaNews dice: “Kandhamal continua a soffrire per le violenze religiose. Molti cristiani non sono tornati, perché hanno paura di essere riconvertiti a forza all’induismo. Ma io tornerò dai miei lebbrosi: hanno bisogno dell’amore della Chiesa”.
Il sacerdote, che ora vive in una parrocchia alla periferia del distretto, racconta: “Migliaia di persone sono sfollate, vivono nelle baraccopoli o emigrano in altri Stati della Federazione Indiana. Riportare la normalità sembra impresa difficile: anche se la priorità è costruire le case, queste non procedono. Inoltre, non è neanche in programma la ricostruzione di chiese o istituzioni, mentre la sicurezza è ancora un grosso problema per i cristiani”.
Al momento, p. Sequeira è costretto a tenersi lontano dalla sua comunità per problemi di salute: “Sono qui per ordine del medico: ho ancora problemi respiratori e polmonari. Ma sono anche qui ‘in incognito’, perché ci sono ancora minacce contro di me. Faccio alcune visite non preannunciate al lebbrosario di Padampur: so che è rischioso ma voglio farlo, perché i lebbrosi sono coloro che hanno più bisogno di noi. I più poveri fra i poveri, emarginati e ostracizzati: vado spesso da loro per aiutarli come posso. La Chiesa ha sempre aiutato con amore e dignità queste persone, tutte di fede indù”.
Per quanto riguarda i verdetti emessi negli ultimi giorni, il verbita spiega: “Nel mio caso ho visto gli assalitori rilasciati su cauzione: sono liberi. Ma va detto che c’è una grande organizzazione, ostile ai cristiani, che è potente e violenta: è comprensibile che i testimoni si siano tirati indietro o siano divenuti ostili alle vittime. Queste sono persone che devono vivere ogni giorno accanto a coloro che dovrebbero accusare. Altri testimoni, poi, non vengono neanche presi in considerazione dai tribunali perché sono poveri e di caste basse. Persino in aula vengono minacciati dagli estremisti della destra nazionalista”.
L’arcivescovo di Cuttack-Bhubaneshwar, mons. Cheenath, spiega: “La Chiesa è molto preoccupata dall’alto tasso di assoluzione in queste Corti. Le nostre autorità in materia stanno studiando i verdetti, cercando di capire da dove nascano. Se troveremo qualcosa di sospetto, siamo pronti ad appellarci all’Alta Corte. Ma, dopo i pogrom anti-cristiani, abbiamo presentato 3.232 denunce: soltanto 832 sono state prese in considerazione. Per non parlare del clima di violenza che si respira dentro e fuori i tribunali”.
Sajan K Gorge, presidente del Consiglio globale dei cristiani indiani, conclude: “La credibilità di coloro che hanno condotto le indagini e i processi è tutta da dimostrare. Anche perché l’ideologia nazionalista è incastonata nei dirigenti locali. Di tutti i processi svolti, soltanto 89 persone sono state condannate; 251 sono state rilasciate immediatamente”.

La storia della conversione di Alec Guinness, cattolico grazie a padre Brown.




Riceviamo come commento e volentieri mettiamo a disposizione di tutti. Ce lo manda l'amica Umberta. E' la storia (in inglese, cari amici) della conversione di sir Alec Guinness (il famoso attore inglese, interprete in un film degli anni Cinquanta di padre Brown e ben noto per essere stato protagonista de Il Ponte sul fiume Kwai e di Guerre Stellari). Il protagonista è Chesterton, o meglio padre Brown. Se potremo, la tradurremo in italiano. Grazie a Umberta per il collegamento.

Nelle tre foto: Alec Guinness in Guerre Stellari, Un Ponte sul Fiume Kwai e nei panni di Padre Brown.

Buona Pasqua, amici chestertoniani.
Ho trovato un articolo che c'entra un po' con Chesterton: "How Father Brown Led Sir Alec Guinness to the Church", http://www.catholic.com/thisrock/2005/0505dr.asp
A presto,
Umberta

lunedì 19 aprile 2010

Oggi sono cinque anni che abbiamo Papa Benedetto XVI


...e i chestertoniani ne sono entusiasti!

Grazie, Santità. Noi siamo con Lei e preghiamo il Signore perché La sostenga sempre.

domenica 18 aprile 2010

La storia dei San Patricios, eroi d'Irlanda e del Messico.


Stimolati da uno dei nostri lettori, vi segnaliamo una bella e drammatica vicenda, quella del Batallion San Patricio e dei suoi uomini, meglio noti come "Los San Patricios".

Erano un gruppo di soldati in massima parte irlandesi (da cui il nome San Patricios affibbiato loro dagli amici messicani; ma c'erano anche tedeschi e qualche italiano!) che militavano nell'esercito americano negli anni Quaranta dell'Ottocento. Passarono armi e bagagli con i messicani che avrebbero dovuto combattere, ma che sentivano molto più vicini a loro per molte ragioni ma la più importante era la religione cattolica. Perché essere al soldo di americani massoni e protestanti che combattevano una guerra ingiusta contro i messicani cattolici?

Non ebbero una buona sorte: chi non morì ucciso in campo di battaglia (dove combatterono eroicamente distinguendosi), morì impiccato o fu trattato da traditore. Ma traditori non erano. Erano eroi.

La vicenda è tornata d'attualità perché i Chieftains (il più importante gruppo di musica tradizionale irlandese) e Ry Cooder si sono cimentati in un bellissimo disco che si chiama appunto San Patricios.

In Messico ogni anno fanno una festa in onore de Los Martires Irlandeses, e hanno dedicato loro una via Ciudad de Mexico.

Su You Tube trovate un documentario (qui la prima di sei puntate) sui San Patricios. E' in inglese.

In questo sito trovate alcune informazioni sulla interessante vicenda. In inglese, of course.

Sempre da You Tube, guardate questo video sul disco dei Chieftains e di Ry Cooder San Patricio. Potrete vedere come la vicenda sia ancora tenuta da conto sia in Messico che in Irlanda!

Bello, no?

Il disco, l'Uomo Vivo ve lo consiglia. C'è la bellissima canzone March to Battle (una marcia militare con cornamuse e tamburini) in cui l'attore irlandese Liam Neeson legge il testo. In un'intervista ad un quotidiano gratuito irlandese (quelli che ti danno sul Luas, la metropolitana di superficie di Dublino), Paddy Moloney, il capo dei Chieftains, ha raccontato la genesi del bel disco e il fatto che Neeson, appena finito a registrare il brano, si è alzato in piedi, si è tolto la cuffia e ha gridato:

"UP THE REBELS!"

ovvero

"VIVA I RIBELLI!"


L'Uomo Vivo è perfettamente d'accordo.

D'altronde diceva il nostro Gilbert:

I GRANDI GAELI D'IRLANDA
GLI UOMINI CHE DIO HA FATTO PAZZI
PERCHE' TUTTE LE LORO GUERRE SOSNO LIETE
E TUTTE LE LORO CANZONI SONO TRISTI.