giovedì 10 giugno 2010

Un aforisma al giorno

"L'eretico, che è anche un fanatico, non è un uomo che ama troppo la verità; nessun uomo può amare troppo la verità. L'eretico è un uomo che ama la sua verità più della verità stessa. Preferisce la mezza verità che ha trovato piuttosto che l'intera verità che l'umanità ha trovato".

Gilbert Keith Chesterton

ATTENDERE UN MARTIRE IN DUOMO SENZA SCORDARSI DELLA PERSECUZIONE TURCA


Paolo Rodari - GIU 10, 2010 IL FOGLIO

Il Duomo di Milano e la sua piazza. Qui un anno e mezzo fa migliaia di musulmani si fermarono a pregare dopo aver bruciato le bandiere con la stella di David. Un gesto potente in un luogo di culto simbolo della cristianità. Per molti fu un gesto di sfida, anzitutto al cristianesimo. Il cardinale Dionigi Tettamanzi reagì con molta cautela. Con lui gli uomini della curia milanese, che per voce dell’arciprete Luigi Manganini dissero: “Piazza del Duomo è una piazza civile, non religiosa”.
Lunedì ci sarà meno timidezza, forse. Sul sagrato Tettamanzi riceverà solennemente – ha chiesto grande partecipazione di popolo e di preti e vescovi – le spoglie mortali di un grande sacerdote “figlio della terra ambrosiana”, Luigi Padovese, missionario in terra islamica, capo dei vescovi della Turchia, decapitato, secondo Asianews, per motivi religiosi: “Allah è grande” ha urlato il giovane autista del prelato, Murat Altun, dopo averlo sgozzato.
Cosa dirà il cardinale Tettamanzi? Quattro anni fa il cardinale Camillo Ruini, allora vicario di Roma, celebrò i funerali di don Andrea Santoro, assassinato a Trebisonda. L’omelia fu vibrante. Ruini parlò del coraggio di Santoro: “Quel tipico coraggio di cui i martiri hanno dato prova, attraverso i secoli, in molte occasioni”. Dice Bernardo Cervellera, direttore di Asianews: “Occorre riflettere su cosa significhi essere cristiani in Turchia”.
“Non voglio dire – continua il direttore di Asianews – che dietro gli omicidi dei cristiani ci sia l’appartenenza certa a gruppi di islamici fondamentalisti. Ci sono però troppi dubbi sulla ‘follia’ dell’assassino di Padovese. Anche in passato diversi attentati sono stati compiuti da giovani definiti troppo frettolosamente ‘instabili’, mentre erano in legame con questi gruppi ultranazionalisti e anti cristiani”. Perché attaccare i cristiani? “C’è in Turchia una sorta di ‘stato profondo’. Una realtà dai contorni indefiniti, uno stato dentro lo stato che agisce contro Erdogan per destabilizzare e cercare di prendere il potere. I cristiani in Turchia stanno pagando il prezzo di questa situazione”.
“Nessuno riuscirà a spegnere la fiamma della fede in Turchia” ha detto l’altro ieri Ruggero Franceschini, arcivescovo metropolita di Smirne, durante le esequie di Padovese a Iskenderun. Franceschini non ha parlato del movente dell’assassinio. Tuttavia si sa cosa egli pensi degli attacchi ai cristiani nel paese. Lo scrisse su “Oasis”, la rivista del patriarcato di Venezia: dietro gli omicidi di cristiani in Turchia vi è “una cultura di esaltazione della razza, e una falsa concezione della laicità”. E ancora: “L’impegno maggiore degli insegnanti nelle scuole turche è quello di negare la realtà del cristianesimo, o quello di sminuirne il valore”, trattando il Vangelo come “un racconto inventato”. “I media in Europa sono poco informati di questo sottofondo di indottrinamento prolungato nel tempo di odio, di violenza, di contrapposizione, che può esplodere in ogni momento, non essendoci regole comuni, neppure nel diritto civile e penale”. Cervellera: “La mancanza di libertà religiosa in Turchia è un dato. Proselitismo bandito. I cristiani non possono avere luoghi di culto di proprietà, seminari, scuole”.
La settimana scorsa partendo per Cipro il Papa ha usato parole che hanno stupito. Ha detto che l’assassinio di Padovese non è ‘politico o religioso’ e che ‘si tratta di una cosa personale’. E’ padre Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede, a spiegare al Foglio questa prudenza: “Il Papa voleva slegare l’omicidio dal viaggio a Cipro. Separare le due cose. Tra l’altro Padovese era stato ucciso da poche ore e non si avevano elementi certi”. Adesso ne avete di più? “Siamo interessati ad avere una visione più completa. Stiamo attendendo ulteriori elementi”.
Pubblicato sul Foglio mercoledì 9 giugno 2010

mercoledì 9 giugno 2010

Confessioni di un portoricano



mercoledì 9 giugno 2010 - Il Sussidiario


Senza dubbio l’argomento più dibattuto nelle notizie della scorsa settimana negli Stati Uniti è stata la “marea nera” del Golfo del Messico con tutte le sue implicazioni, specialmente le conseguenze politiche per il presidente Obama. Altri temi sono in attesa di passare al centro dell’attenzione nazionale, quali l’economia, la candidatura di Elena Kagan alla Corte Suprema, l’influenza del Tea Party sulle prossime elezioni di mezza legislatura, l’abolizione della politica “non chiedere, non dire” per gay e lesbiche nelle forze armate, e via dicendo.

E poi c’è la Coppa del Mondo di calcio in Sudafrica. È interessante che Time Magazine abbia dedicato il suo doppio numero estivo al Mondiale, pubblicando gli stessi articoli in tutte le sue edizioni nei vari Paesi. Nell’edizione americana vi era, tuttavia, un articolo su un tema che condizionerà il futuro del Paese molto più della Coppa del Mondo, e cioe l’immigrazione. L’articolo si intitola “La battaglia per l’Arizona” e descrive con toni drammatici cos’è in gioco nell’attuale riforma delle leggi sull’immigrazione per l’intera nazione, non solo per l’Arizona.

La Chiesa cattolica è fortemente coinvolta in questa discussione, dato che molti degli immigrati che preoccupano, o perfino spaventano, molti americani sono ispanici o latinos. È perciò istruttivo vedere come la Chiesa affronta questo dibattito, partendo dalla predica di insediamento, un po’ più di una settimana fa, del nuovo Arcivescovo di Miami, Thomas Wenski, uno dei maggiori esperti sull’immigrazione dal punto di vista della Dottrina sociale della Chiesa.

L’Arcivescovo Wenski ha incominciato sottolineando l’importanza di questa materia per l’arcidiocesi di Miami: “Miami può con diritto affermare di essere la nuova Ellis Island (l’isola di fronte a New York su cui venivano raggruppati gli emigranti in arrivo negli Stati Uniti, ndr), perché è diventato il porto di accesso per profughi e immigrati da tutto il mondo, soprattutto dai Caraibi e dall’America Centrale e del Sud. Ovviamente, qui non c’è nessuna Statua della Libertà a dare il benvenuto ai nuovi arrivati, che talvolta non sono comunque molto ben accolti; tuttavia, negli ultimi 52 anni […] la Chiesa di Miami ha continuato a offrire il suo materno abbraccio a tutti”.

“Miami (e la Florida del Sud) è parte di questi Stati Uniti - ha sottolineato poi - ma è diventata anche una parte vitale delle tante nazioni dalle quali è arrivato il nostro popolo: Haiti, Cuba, Nicaragua, Venezuela, Colombia, il resto dei Caraibi e dell’America Centrale e del Sud. Miami si vanta di essere la capitale dell’America Latina, se non dell’intero emisfero. La presenza qui oggi di Vescovi dell’Ecuador, dell’Uruguay, di Porto Rico, Cuba e Haiti dimostra che questo non è un vanto senza fondamento”.

Dopo aver parlato in un fluente spagnolo e creolo, Wenski ha continuato: “Nell’Arcidiocesi di Miami abbiamo i nostri problemi. La crisi economica, la chiusura di scuole, e di più di una dozzina di parrocchie, hanno frustrato tutti e fatto arrabbiare molti. Ma non sentiamoci angustiati per noi stessi”. “Possiamo essere preoccupati da molte cose, ma non dimentichiamo la cosa che è veramente necessaria: il nostro rapporto con Gesù Cristo. Non abbiamo altra ricchezza che questa: il dono dell’incontro con Gesù Cristo”.

L’Arcivescovo ha ricordato come il mese scorso il Papa abbia osservato come “la più grande persecuzione della Chiesa non venga dai nemici esterni, ma dall’interno della Chiesa stessa”. Con parole che dimostrano la sua diversità da molti altri leader ecclesiastici, l’Arcivescovo Wenski ha ammonito che “la sofferenza della Chiesa” non verrà risolta da migliori programmi di computer, da più efficienti procedure economiche, o perfino da più efficaci prediche, “ciò che è richiesto è piuttosto la conversione, un nuovo impegno di tutti a vivere coerentemente la fede”.

È dopo questa fondamentale considerazione che l’arcivescovo ha affrontato il tema dell’origine del ruolo della Chiesa nell’attuale scontro culturale, riferendosi “alla crescente influenza all’interno della nostra cultura di quella che Papa Benedetto ha chiamato ‘la dittatura del relativismo’”, osservando che “questo mondo radicalmente laicizzato vuole ridurre la fede all’ambito del ‘privato’ e del ‘soggettivo’”. Ha poi delineato quella che dovrebbe essere la risposta della Chiesa a questa sfida: “A un mondo tentato di vivere come se Dio non avesse importanza, un mondo che quindi vive in bilico sull’orlo della disperazione, noi dobbiamo testimoniare la speranza dimostrando, con quello che diciamo e facciamo (e non facciamo) quanto bella e gioiosa sia la vita quando uno vive convinto che Dio conti realmente. E, siccome Dio conta, siamo chiamati a costruire una vita in cui conti anche l’uomo”.

L’Arcivescovo Wenski ha continuato: “Noi portiamo nel pubblico dibattito politico su questioni come la vita umana, la dignità, la giustizia e la pace, la riforma sull’immigrazione, il matrimonio e la famiglia, una concezione della persona che, fondata sulla Scrittura, è accessibile anche alla ragione umana. Questa concezione espressa nell’insegnamento sociale della Chiesa può sembrare complessa, ma io credo che possa essere riassunta in una sola, semplice frase: nessun uomo è un problema. Ecco perché come Arcivescovo di Miami continuerò ad affermare un’etica della vita positiva e coerente: nessun essere umano, non importa quanto povero o debole, può essere ridotto solo a un problema. Quando permettiamo a noi stessi di pensare a un essere umano solamente come a un problema, noi offendiamo la sua dignità, e ci sentiamo autorizzati a cercare ciò che conviene, ma non soluzioni”.

L’Arcivescovo ha poi portato diversi esempi di come questa impostazione sia riflessa nell’insegnamento della Chiesa circa l’aborto, il matrimonio, la salute, la pena di morte, e l’immigrazione.

“Per noi cattolici, perciò, non ci possono essere cose come ‘un problema gravidanza’, ma solo un bambino che deve essere ben accolto alla vita e protetto dalla legge. Il profugo, l’immigrato, anche senza documenti, non sono un problema. Può essere forse uno straniero, ma uno straniero da abbracciare come un fratello. Perfino i criminali, con tutto l’orrore dei loro crimini, non perdono la loro dignità di esseri umani, che viene loro da Dio. Anch’essi devono essere trattati con rispetto, anche nella punizione. Per questo la Dottrina sociale della Chiesa condanna la tortura e chiede l’abolizione della pena di morte”.

La conclusione dell’omelia ha sintetizzato la concezione di fondo che lo guiderà: “Stiamo iniziando un nuovo capitolo nella storia della nostra Chiesa locale. Dobbiamo guardare avanti, come Pietro, fiduciosi nelle parole di Cristo ‘Prendi il largo’. Duc in altum. Il Signore ci ha già assicurato: ‘Sono con voi sempre’. Quindi, incominciamo, ripartiamo da capo da Cristo”. Cosa posso aggiungere io? Solo: così sia.


Un aforisma al giorno

"Io dubito che in tutto il meraviglioso umanesimo dell'antichità (pagana, ndr) ci sia stato mai un uomo felice come San Francesco".

Gilbert Keith Chesterton, L'Uomo Eterno


Bocelli dice la sua sulla vita ma molti benpensanti avranno da ridire. A noi va bene così, bravo Bocelli.

martedì 8 giugno 2010

Marco Testi su SIR - Ancora conversioni, e Chesterton c'entra sempre

LEGGERE È PENSARE
Conversioni d'oggi
In Europa ci sono nuovi cristiani

Marco Testi
La strada della conversione sembra sempre quella. Si va da una parte e poi ci si accorge che la via non era giusta. Chi ne ha avuto esperienza vorrebbe avvisare gli altri, ma poco da fare. Anche gli altri vogliono percorrere la loro strada. È così che talvolta, quando si parla delle nuove conversioni, quelle del secondo millennio, si ha la sensazione del già visto, se non fosse che ogni singola storia è talmente unica da non poter sopportare paralleli.
Quella sensazione del già visto ha però delle eccezioni. Se infatti leggiamo "Nuovi cristiani d'Europa" di Lorenzo Fazzini (Lindau, 212 pagine), ci accorgiamo che alcune, soprattutto una, sono davvero sorprendenti. Molti di questi nomi diranno nulla o poco al lettore italiano, con l'eccezione di Marco Tosatti e Marcello Pera: Eric-Emmanuel Schmitt e Jean-Claude Guillebaud sono scrittori, Fabrice Hadjadj è un filosofo, Joseph Pearce è critico, Gabriele Kuby una sociologa, Jeanne Haaland Matlary una diplomatica, John Waters è giornalista. C'è un nome però che farà sobbalzare chi ha seguìto la musica progressiva italiana qualche anno fa. Il nome è quello di Giovanni Lindo Ferretti, leader storico dei CCCP - poi CSI -, un gruppo cui l'etichetta punk va addirittura stretta, perché ha rappresentato un momento di creatività nuova, arrabbiata, che rivelava la situazione di conflitto e di perdita di identità delle nuovi generazioni.
Ora Ferretti ha lasciato quel tipo di espressione musicale, canta nei PGR (Per Grazia Ricevuta) e vive sull'appennino emiliano, in un paese di 70 abitanti. Che ci sta a fare il leader di uno dei gruppi più militanti in un paese di vecchietti, tra cavalli e immagini sacre? Prega, legge la Bibbia, va a messa, incide, bada ai suoi cavalli. "Alla sera, quando io e mia madre diciamo il rosario, accendo il cero alla Madonna che è passata da mio nonno a me. Ogni volta che a pro la finestra, alla mattina e alla sera, vedo la chiesa, il suono delle campane dell'Ave Maria mi accompagna e ritma le mie giornate. Vivere in montagna senza avere un rapporto con il Creatore e la creazione è impossibile, mentre abitare in città ci fa condurre un'esistenza allo stesso livello dell'asfalto". Non ci potrebbe essere nulla di più stravolgente di questa visione di un leader punk-rock che recita il rosario con la madre in uno sperduto paese di neanche cento abitanti.
Ecco perché ogni conversione è un universo a parte e non è possibile generalizzare. San Paolo era un nemico dei cristiani, ma era già imbevuto di religione. Chiunque avesse osato predire che Giovanni Lindo Ferretti, leader punk tra i più acidi e trasgressivi, avrebbe dimesso chiome stravaganti e allusioni neo-comuniste per ritirarsi in montagna a recitare il rosario sarebbe stato linciato per offesa alla bandiera alternativa degli anni Ottanta.
Ma, al di là dello choc, si dovrebbe prestare più attenzione alle parole del cantante, quando parla della vita in città condotta allo stesso livello dell'asfalto. Ferretti non ha perso la poesia, anche quando parla nel corso di un'intervista. Non è solo poesia, in realtà, ma visione: il punto di vista dell'uomo rischia di diventare semplice prospettiva materiale in uno scenario fatto di cose. L'uomo rischia di divenire cosa.
In questo libro il fenomeno della conversione appare nella sua complessità. Anche uno scrittore può convertire, sebbene tu non lo abbia mai conosciuto perché è morto settant'anni prima, come nel caso del giornalista, critico letterario e docente Joseph Pearce, "convertito" da Chesterton: "Mi ero perso nella selva oscura di Dante, in maniera così forte che forse ero già precipitato nell'inferno. Fu un lungo e arduo cammino, quello che mi riportò sulla cima del Purgatorio. C omunque ero in buona compagnia: se Dante aveva come guida Virgilio, io avevo Chesterton". Eppure il creatore di Padre Brown continua ad essere ignorato dai più, anche perché rappresenta una delle coscienze critiche della modernità: i suoi libri colgono contraddizioni nella borghesia intellettuale del suo tempo che ancora oggi sono evidenti. Soprattutto il limite di corteggiare mode esotiche in cerca di brividi metafisici, attraverso scorciatoie che nascondono quanto di autenticamente spirituale ed anticonformistico c'è ancora da noi in occidente, nei monasteri, nelle chiese, in quegli stessi luoghi da cui il borghese colto e sazio sfugge come dalla peste.
Libro assai utile, questo "Nuovi cristiani d'Europa", perché ci informa di eventi che invano avremmo cercato nei media, e ci mostra come i valori cristiani arrivino proprio là dove uno non se lo aspetterebbe, nei raduni degli skinheads, nei concerti punk, nelle redazioni di giornali ultra-radicali.

Dall'amico Marco Testi - La Chiesa Cattolica su SIR

LEGGERE È PENSARE
Lo spirito del tempo
Diario di una conversione di Chesterton


Marco Testi

"Diventare cattolici non significa smettere di pensare, ma imparare a farlo. È questo il suo significato, proprio come guarire da una paralisi non significa rinunciare a muoversi, ma imparare a farlo".
È il 1927: da cinque anni Gilbert Keith Chesterton è entrato (ma sarebbe meglio dire ritornato) nella Chiesa cattolica. Decide di rendere note alcune delle ragioni di questo passo decisivo della sua vita dando alle stampe "The Catholic Church and Conversion", ora tradotto da noi con il titolo "La Chiesa cattolica. Dove tutte le verità si danno appuntamento" (Lindau, 105 pag.).
Uno dei motivi che spingono il creatore di Padre Brown a rendere pubblica una questione così intima è che protestanti, comunisti, esoterici e quant'altro hanno sempre banalizzato le conversioni al cattolicesimo, facendone una questione di scarsa intelligenza o di poca cultura. Con la sua consueta verve polemica, peraltro sempre garbata e sorridente, Chesterton passa all'attacco, e lo fa con una serie impressionante di argomenti.
La cosa che stupisce di più in questo libro è la sua capacità di armonizzare i due elementi-base del pensiero cattolico moderno, che per semplificare chiameremo agostiniano e tomistico: da una parte lo scrittore pone il problema del cuore, del sentire dentro quando una scelta è giusta o meno, dall'altra egli sottolinea l'elemento razionale e intellettuale mutuato da uno dei suoi maestri, san Tommaso d'Aquino, cui sta per dedicare un'opera che uscirà del 1933 e che il grande medioevalista Etienne Gilson, amerà talmente da considerare "genio" il suo autore.
Chesterton riesce a far capire un motivo basilare, che ancora oggi dovrebbe essere al centro del dibattito ma che viene ignorato dalla maggior parte dei moderni maestri di pensiero: quello che chiamiamo progresso e modernità è una accezione temporale, non una valutazione positiva. Vale a dire che corteggiare in a ssoluto la modernità in quanto tale è una idea superficiale, di quel tipo che gli avversari rimproverano ai cattolici. Il corteggiamento del presente è una moda, quello che imperava appena ieri oggi sembra già ridicolo, dice Chesterton, perché le mode sono segni del tempo presente, e non di qualcosa di vero o di buono. Il vero può essere antico, è antico, così come il bene. La moda non certifica la verità, ma solo la resa al tempo.
La questione del tempo è basilare per Chesterton, solo che non gli interessa il tempo come attimo che passa, ma il suo avvicinamento all'origine e al compimento: "Molto più profondo, delicato e difficile da descrivere è il collegamento diretto tra quanto la Chiesa vanta di più terribile e arcaico e quanto ha di più intimo e personale". Non è un passo teologico, tutt'altro: è l'affermazione della radicalità del sentire cattolico "in interiore homine", vale a dire la sensazione che quei dogmi, quelle "imposizioni", o per lo meno "così sentite" dagli altri, siano da sempre dentro di noi, e che la conversione sia davvero un tornare indietro a ritrovare l'immagine perduta della nostra felicità: "Niente è paragonabile a questo calore, che ricorda quello del Natale, tra vetuste colline ricoperte della neve dei tempi antichi".
C'è questo di sorprendente in Chesterton, la sua capacità di risvegliare vecchie storie che credevamo perdute per sempre, di dare corpo a intuizioni che pensavamo di conservare solo noi nel profondo dell'anima, di ritrovare antiche atmosfere che sembravano ingenuità infantili.
Da non perdere il quarto capitolo, in cui Chesterton si confronta con le ideologie del suo tempo. Ce n'è per tutti, dai socialisti ai protestanti, agli indifferenti, agli atei, ai panteisti, agli intellettuali alla moda. Tutti convinti di rappresentare lo spirito del temp o e aggressivi contro la Chiesa perché "antica" e non adatta al nuovo mondo, solo che, come afferma il Nostro, "le religioni nuove sono adatte al nuovo mondo, e questo è il loro difetto peggiore". Il problema è che la gente pretende che una religione abbia ragione quando si uniforma alla sua idea e non viceversa, mentre per il "vecchio" cristiano Chesterton la Chiesa, "lieta e piena di speranza umana (…), aveva ragione quando sbagliavamo".
"La Chiesa cattolica" è un inno al coraggio dell'anacronismo e della fedeltà nonostante i tempi, ed è il compimento teorico di un piccolo capolavoro del Novecento, scritto dal Nostro quasi vent'anni prima, "L'uomo che fu giovedì". In questo romanzo il cattolico ha per un attimo la consapevolezza della solitudine del Getsèmani. Ma nello stesso tempo capisce che solo attraverso questa solitudine egli può entrare nel dolore degli altri e rendere così fecondo il sacrificio.

IL CASO/ La nascita di Gaia e Benedetto, uno schiaffo al femminismo libertario

di Luigi Santambrogio - Il Sussidiario

martedì 8 giugno 2010

Ci dev’essere qualcosa di straordinario, quasi di prodigioso nel reparto ginecologico degli ospedali Riuniti di Bergamo. Qualcosa che non si può soltanto spiegare con la bravura e la professionalità di medici, chirurghi e ostetriche. Perché un miracolo può sempre capitare, ma due, e nella stessa settimana, no. Perché due coincidenze, come diceva l’impareggiabile Sherlock Holmes, cominciano a essere una prova. Di che? Mah, fate un po’ voi, a noi tocca solo raccontare i fatti.

E i fatti sono che dopo la miracolosa nascita di Gaia, la piccina partorita il primo giugno da una mamma di 40 anni in coma da quattro mesi, un altro parto è accaduto agli Ospedali Riuniti sotto la stessa cifra di straordinarietà del primo.

Il 4 giugno scorso, a venire al mondo è stato un maschietto: bimbo di una madre alla 16esima settimana di gestazione con un tumore alla placenta. La donna ha coraggio da vendere: rinuncia subito a spezzare l’esile filo della vita per portare a compimento quella gravidanza impossibile, così ad alto rischio da giustificare, forse, la più drammatica e crudele delle scelte.

Certo, nessuna madre vorrebbe mai trovarsi in questa alternativa, sciogliere il dilemma con una condanna all’annientamento del minuscolo essere, invisibile come un embrione, che porta in pancia. Ma nel caso la legge è dalla sua parte: non stiamo parlando di aborto praticato solo per impossibilità economica o davanti al rischio di un pericolo imponderabile e non misurabile per l’equilibrio e la salute psichica. Termine così generico e generoso da contenere tutto e niente.

No, sia nel caso della mamma di Gaia in coma sia in quello del piccino sbucato alla mondo ieri, la minaccia era reale, concreta, certificata e misurata. Come lo è lo stato di incoscienza di un essere umano tenuto alla vita dai cavi sottilissimi di una macchina. O lo stato clinico di una donna che vede crescere nel grembo insieme allo straordinario miracolo del concepimento, anche la sua rovina, il grumo di cellule malvagie e pazze che minaccia di trascinare entrambi alla distruzione, giù nel pozzo nero del niente. Ecco, da questo limbo di esistenze sospese sono infine arrivati a noi la bimba e il bimbo di Bergamo.

La mamma di Gaia era ricoverata nel reparto di Neurochirurgia, dov’era in terapia intensiva dalla fine gennaio, in seguito a un'improvvisa emorragia al cervello dovuta a un aneurisma. I medici della Ginecologia, guidati dal primario, il professor Luigi Frigerio, d'accordo con il marito, decidevano di non far nascere subito la bimba (non avrebbe avuto alcuna speranza di sopravvivere) e di attendere il decorso della gravidanza. Col passare dei giorni e delle settimane, la donna non offriva segni di ripresa mentre il feto cresceva regolarmente. Alla fine della scorsa settimana, la donna partorisce Gaia: miracolo di due chili e, già dal nome, promessa di una vita gioiosa e felice.

Succede così anche al nuovo amichetto di incubatrice, il piccino venuto al mondo ieri. Potremmo chiamarlo Benedetto, perché pure la sua storia, tanto breve quanto incredibile, non può che essere segnata dall’alto, indicare il Cielo.

Come per Gaia, anche per Benedetto il papà e i medici si sono trovati di fronte allo stesso dilemma (enorme e forse insopportabile): fermare tutto, oppure lasciare l’ultima parola alla vita. Alla fine, prendono la decisione migliore: lasciano fare ai due feti, mai come in questo caso fragilissime presenze di un disegno superiore.

La mamma di Gaia continua imperterrita a pulsare di un’energia nascosta e inarrestabile, Benedetto prosegue a crescere testardo, evitando di succhiare da quella placenta infetta il male che cerca di ucciderlo. Grazie a quei due bambini, oggi i medici, i genitori, l’intera città sorprendono il mistero della vita nella sua unità di bene e male, di dolore e stupore. Festeggiano la vittoria del cuore, un cuore più forte della morte.

Sì, ci deve essere qualcosa di miracoloso nel reparto maternità del dottor Frigerio. Agli Ospedali Riuniti di Bergamo.

lunedì 7 giugno 2010

BEATIFICAZIONE POPIELUSZKO: LA MADRE DEL SACERDOTE, «ADESSO SONO FELICE»



(Varsavia) – “Dopo la morte di mio figlio ero in lacrime, adesso sono felice”. Sono le parole di Marianna Popieluszko, madre del sacerdote polacco Jerzy Popieluszko (1947-1984), beatificato ieri a Varsavia nel corso di una celebrazione solenne presieduta da mons. Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le cause dei santi, e concelebrata dal card. William Joseph Levada, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e da oltre un migliaio di vescovi e sacerdoti alla presenza di quasi 200 mila persone. Alla signora Marianna, che pochi giorni fa ha compiuto cento anni, l’arcivescovo della capitale polacca, mons. Kazimierz Nycz, ha rivolto parole d’affetto e di ringraziamento “per il figlio sacerdote e martire”: “Dio le ha dato la grazia di essere presente nel 1984 al funerale di suo figlio e alla sua tomba, come sotto la croce, e oggi, di poter gioire della sua elevazione alla gloria degli altari”. Nel corso della beatificazione, mons. Nycz ha presentato la figura del sacerdote polacco, rapito e trucidato nel 1984 da funzionari dei servizi del regime comunista, sottolineando che egli “sin dall’inizio del suo servizio sacerdotale, con zelo pastorale e naturale bontà attirava i fedeli a Cristo”. Padre Jerzy, ha proseguito mons. Nycz, “aveva la capacità di unire le persone provenienti da diversi ambienti e gruppi sociali poiché per ciascuno nutriva un profondo rispetto”.
L’arcivescovo di Varsavia ha poi ricordato che don Popieluszko, durante le “Messe per la Patria” celebrate quando in Polonia era in vigore la legge marziale imposta per soffocare il movimento di Solidarnosc, “parlava dei problemi dolorosi, dei diritti e della dignità umana calpestati, dell’annullamento delle coscienze, ma al contempo inneggiava alla riconciliazione e alla calma affinché il male sia sconfitto dalla forza del bene”. E proprio quelle parole “Sconfiggi il male col bene” scritte in rosso, in memoria di una frase scribacchiata sul recinto del “campo di morte” che sarebbe diventata la Polonia sotto il comunismo, ornavano domenica l’altare nel corso della liturgia di beatificazione. “Proprio a causa di quel suo atteggiamento”, ha concluso mons. Nycz, “padre Popieluszko è stato considerato pericoloso per il sistema comunista e le autorità del regime scatenarono contro di lui una campagna di repressioni” terminata con il rapimento, la tortura e la morte atroce. Durante l’omelia, mons. Amato ha detto che dopo la morte “il volto orrendamente sfigurato di questo mite sacerdote somigliava a quello flagellato e umiliato del Crocifisso, senza più bellezza e decoro” mentre “padre Jerzy era semplicemente un leale sacerdote cattolico, che difendeva la sua dignità di ministro di Cristo e della Chiesa e la libertà di tutti coloro che, come lui, erano oppressi e umiliati”.
Nella Polonia di allora, ha aggiunto mons. Amato, “si abbatté lo tsunami del male” e “religione, Vangelo, dignità della persona umana, libertà non erano concetti in sintonia con l’ideologia marxista”; così “la nobile terra polacca, benedetta da Dio con uomini d’ingegno e di santità, diventò il regno del terrore, della schiavitù e della falsità” mentre “il Vangelo di Cristo, parola di vita e di santità, fu sostituito dalla dottrina perversa dell’odio e della morte”. Padre Jerzy, però, “non si rassegnò a vivere in questo campo di morte e, con le sole armi spirituali della verità, della giustizia e della carità, cercò di rivendicare la libertà della sua coscienza di cittadino e di sacerdote”. Tuttavia, ha spiegato mons. Amato, “l’ideologia malefica non sopportava lo splendore della verità e della giustizia”. Per questo “l’inerme sacerdote fu spiato, perseguitato, catturato, torturato e, come ultimo scempio, incaprettato e, ancora agonizzante, buttato in acqua. I suoi carnefici, che non rispettavano la vita – ha concluso mons. Amato –, non rispettarono nemmeno la morte. Lo abbandonarono, come si abbandona la carcassa di un animale. Fu ritrovato solo dopo dieci giorni. Il sacrificio del giovane prete non fu una sconfitta. I suoi carnefici non potevano uccidere la Verità. La tragica morte del nostro martire, infatti, fu l’inizio di una generale riconversione dei cuori al Vangelo. La morte dei martiri è, infatti, il seme dei cristiani”.

venerdì 4 giugno 2010

Antoni Gaudì e la sua opera



Andando attraverso questo collegamento al sito sulla liturgia tradizionale cattolica Rinascimento Sacro trovate un bell'articolo su Antoni Gaudì, autore della Sagrada Famiglia e di molte altre cose bellissime, prossimo alla beatificazione.

Leggete questo passaggio, poi vi verrà voglia di leggere il resto:

Sosteneva di se stesso: io ho immaginazione, non fantasia. Immaginazione viene da immagine: vedere la realtà delle cose, le cose come sono, non come la fantasia le elabora.

Jerzy Popielusko: il martire cristiano che ha sconfitto il comunismo



Domenica sarà beatificato il sacerdote polacco, vittima della violenza totalitaria negli anni '80

di Antonio Gaspari - da L'Ottimista

Aveva trentasette anni, era debole nel fisico ma fortissimo nello spirito. In Polonia è un eroe ma è poco o per nulla conosciuto nel resto del mondo. Buono con tutti, ha reagito agli insulti, alle provocazioni, alle violenze, con opere e parole di bene, di carità, di compassione. Il regime comunista lo ha accusato di essere un sovversivo che stava organizzando la rivolta armata, in realtà calmava gli animi, respingeva l’odio, praticava l’amicizia e la fratellanza. Assisteva gli ammalati, i poveri, i perseguitati. Di fronte alla violenza inaudita di un sistema ingiusto e disumano, ha reagito convincendo tutti quelli che lo avvicinavano a pregare, cantare le lodi a Maria, confessarsi e convertirsi.

È stato barbaramente ucciso dai suoi aguzzini, ma la sua vita e il sangue versato hanno dato forza e coraggio ad un popolo intero e così una delle peggiori dittature che la storia ricordi è stata sconfitta. Nel 1987, inginocchiato sulla sua tomba, Giovanni Paolo II disse: “Come Cristo, il suo sangue ha salvato l’Europa”.
Stiamo parlando di padre Jerzy Popiełuszko, testimone e martire di un popolo, quello polacco, che ha sconfitto la dittatura comunista con le armi dell’amore e del Vangelo cristiano. Domenica 6 giugno verrà beatificato a Varsavia. Nato nel 1947 a Okopy, provincia di Bialystok, in Polonia, Popiełuszko si è subito distinto per il suo coraggio, la difesa dei diritti umani, la richiesta di libertà e giustizia, la capacità di amare anche i suoi persecutori. Nella Chiesa di San Stanislao Kostka e nelle fabbriche, padre Popieluszko aiutava gli operai, dava loro coraggio, li educava all’amore fraterno, li invitava a non reagire quando venivano colpiti, li confessava, sosteneva le loro famiglie. Insegnava loro a rispondere con preghiere e canti sacri e patriottici alle minacce e alle aggressioni. Sosteneva Solidarnosc nelle sue battaglie per garantire migliori condizioni sociali, per la libertà, la giustizia, il progresso.
Il regime comunista lo identificò subito come un nemico mortale. Tentarono in vari modi di minacciarlo e spaventarlo. Uccisero i figli e i parenti delle persone a lui più vicine. Qualcuno dei suoi collaboratori cedette alle minacce e divenne una spia dei servizi segreti. Ma padre Popieluszko non cedette mai alle provocazioni. Mai si piegò al sentimento di odio. Nei momenti più duri, quando i suoi collaboratori non riuscivano a contenere l’odio contro i persecutori, padre Popieluszko spiegava: “dobbiamo combattere il peccato, non le sue vittime”. Questa sua capacità eroica di amare tutti cristianamente, lo rese libero e invincibile. Il regime cercò di screditarlo e di accusarlo di cospirazione ma padre Popieluszko non parlava mai di politica.
Gli eventi precipitarono e in Polonia venne imposta la legge marziale. Il regime sovietico non poteva accettare la ribellione del popolo polacco. Come in Ungheria nel 1956 e poi in Cecoslovacchia nel 1968 i carri armati sovietici erano pronti a sopprimere con la violenza armata ogni richiesta di libertà. Ma il popolo polacco ha mostrato qualità morali straordinarie. Le forze di polizia e dell’esercito che irrompevano nelle fabbriche occupate, trovavano operai, padri di famiglia, giovani, che pregavano, che cantavano le lodi a Maria, che erano inginocchiati di fronte ai crocefissi e che dicevano: “perché mi picchi? sono un tuo fratello polacco”. Un fenomeno ed una reazione simile alla rivolta non violenta che il Mahatma Gandhi organizzò in India.
Il pontefice Giovanni Paolo II e padre Popieluszko sono due tra i milioni di testimoni di questa rivoluzione pacifica che ha sconfitto il regime comunista, una delle più brutali e potenti dittature che hanno insanguinato il ventesimo secolo. La dittatura socialista voleva fiaccare il morale dei polacchi: per questo motivo il 19 ottobre 1984 di ritorno da un servizio pastorale da Bydgosszcz a Gorsk, vicino a Torun, padre Popieluszko venne rapito da tre funzionari del Ministero dell’Interno, selvaggiamente picchiato e orrendamente seviziato. Pur legato dentro al cofano di un auto, Popieluszko cercò di fuggire. I persecutori lo colpirono ancora più selvaggiamente, lo sfigurarono, lo legarono tra bocca e gambe in modo che non potesse distendersi senza soffocare. Gli strinsero un masso ai piedi e lo buttarono in un fiume.
Il regime pensava di aver messo a tacere il più coraggioso dei suoi oppositori e demoralizzato i suoi amici, invece, nonostante i ricatti, le minacce, la violenza, più di 600.000 persone parteciparono al funerale di Popieluszko e, nel giro di pochi anni, la Polonia venne liberata e l’intero sistema sovietico collassò. Tra i giovani che parteciparono al funerale di Popieluszko, c’era il sedicenne Rafał Wieczyński, che ha diretto e realizzato il film Popiełuszko. Non si può uccidere la speranza.
Un film straordinario che racconta la storia di un eroe sconosciuto e di un popolo cattolico. Prima della proiezione del film, che è avvenuta nella Radio Vaticana, venerdì 28 maggio, Hanna Suchocka, già Primo Ministro Polacco, membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali e attuale Ambasciatore presso la Santa Sede, ha spiegato che “nella Chiesa non sono mancati uomini e donne, che hanno testimoniato Cristo fino alla fine”. La figura di padre Popiełuszko è però “eccezionale, perché è un eroe contemporaneo che ha testimoniato come si può vincere il male con il bene”.
L’edizione in DVD del film Popiełuszko. Non si può uccidere la speranza, sarà in distribuzione nelle edicole da venerdì 4 giugno, con le riviste Panorama, TV Sorrisi e Canzoni e Ciak.

"Corpus Domini" in Turchia. Il sacrificio eucaristico del vescovo Luigi Padovese


Dal blog di Sandro Magister


Era in procinto di partire per Cipro, incontro a Benedetto XVI. Ma è stato ucciso alla vigilia, giovedì 3 giugno, festa del Corpus Domini.
Luigi Padovese, 64 anni, milanese, francescano cappuccino, amò e percorse passo passo la Turchia dapprima come ricercatore e docente di patrologia, nonché preside della Pontificia Università Antonianum di Roma. In tale veste promosse più di venti simposi di studio su san Paolo, a Tarso, e su san Giovanni, a Efeso. Dal novembre 2004 era vescovo, vicario apostolico per l’Anatolia, con sede a Iskenderun. Era presidente della conferenza episcopale.
La sua lettura della situazione politica, culturale e religiosa della Turchia era molto realistica, lontana dalla cartolina da sogno dipinta dal ministro degli esteri di Ankara nell’intervento citato due giorni fa in questo blog, due post più sotto.
L’agenzia MissiOnLine del Pontificio Istituto Missioni Estere di Milano ha rimesso in rete dopo la sua uccisione una conferenza da lui tenuta nel 2007, che illumina sul dramma che vivono i cristiani in quel paese.
Nella parte finale, monsignor Padovese sintetizzava così – “per evitare facili irenismi” – l’abisso che separa la visione cristiana di Dio da quella musulmana:
“Grande è la distanza che separa le due religioni. Occorre anzitutto sapere che l’islam si considera la rivelazione ultima, più completa e più razionale. Ne consegue che quanti non la seguono sono su un piano di netta inferiorità; diventare cristiano, per un musulmano, significa regredire a uno stato inferiore. Stando così le cose, richiedere la reciprocità in rapporto alla libertà religiosa è un’utopia. La potrà richiedere un islamico in un paese cristiano, ma non l’inverso. Concretamente la libertà di coscienza non esiste nell’islam e l’esercizio delle altre religioni non è libero, bensì tollerato.
“Per ebrei e cristiani Dio ha creato l’uomo ‘a sua immagine e somiglianza’. Per l’islam ciò appare un’assurdità, perché contrasta con la trascendenza assoluta di Dio. In effetti, questo versetto della Genesi non compare nel Corano, che pure riporta l’episodio biblico della creazione. La ragione è che Dio non può uscire dal suo isolamento. Il confine tra Dio e l’uomo rimane invalicabile con la conseguenza che il primo è troppo trascendente per poter amare ed essere amato. Soltanto i mistici sufi – presumibilmente per influenze cristiane – hanno messo l’accento sull’amore di Dio per l’uomo e dell’uomo per Dio.
“Un’altra conseguenza riguarda il concetto di dignità dell’uomo, che per cristiani ed ebrei si fonda a partire da questa stessa dottrina biblica di essere a immagine e somiglianza di Dio. Tanto per esemplificare, osserviamo come la lotta per il riconoscimento della dignità e libertà umana abbia trovato in ambito cristiano motivazioni e impulsi profondi a partire dalla ‘parentela’ intrecciata da Dio con l’uomo (maschio e femmina!) e restaurata in Cristo. Le teologie che intendono liberare l’uomo dalle diverse schiavitù dei nostri giorni non trovano forse il loro fondamento ultimo nel testo della Genesi (1, 26): ‘Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza’? Non così per l’islam, che trae tutta la sua normativa dal Corano. Proprio considerando questa vicinanza tra Dio e l’uomo, mediata poi da Cristo, si capisce come l’etica cristiana primitiva si configura più come risposta nella fede a questo Dio inteso come partner che non come adeguamento a una norma. La cosa risulta tanto più chiara se si osserva che tra i 99 titoli riservati a Dio nell’islam manca quello di Padre e, dunque, manca un principio ispiratore della morale personalista cristiana”.
Sicuramente, il vescovo Padovese non ebbe difficoltà a capire e a condividere in pieno la lezione di Ratisbona di papa Joseph Ratzinger.
Il 5 febbraio scorso, quarto anniversario dell’uccisione a Trebisonda di don Andrea Santoro, aveva detto alla Radio Vaticana:
“Don Andrea fu ucciso come simbolo, in quanto sacerdote cattolico. Non è stata uccisa soltanto la persona, ma si è voluto colpire il simbolo che la persona rappresentava: ricordarlo in questo momento, all’interno dell’anno dedicato ai sacerdoti, è ricordare a tutti noi che la sequela di Cristo può arrivare anche all’offerta del proprio sangue”.
E in un intervento a Venezia nell’ottobre del 2009:
“Le tragiche morti di don Andrea, del giornalista armeno Hrant Kink, dei tre missionari protestanti di Malatia hanno portato alla ribalta la realtà di un cristianesimo che in Turchia esiste ancora e reclama pieno diritto di cittadinanza.
“Se accettassimo come cristiani di non comparire, restando una presenza insignificante nel tessuto del paese, non ci sarebbero difficoltà, ma stiamo rendendoci conto che questa è una strada senza ritorno, che non fa giustizia alla storia cristiana di questi paesi nei quali il cristianesimo è nato e fiorito; è una strada che non farebbe giustizia alle migliaia di martiri che in queste terre ci hanno lasciato in eredità la testimonianza del loro sangue”.

giovedì 3 giugno 2010

Dal blog di Paolo Rodari - Il più grande e il più umile, San Tommaso d'Aquino.


Sulla catechesi di ieri di Papa Benedetto. Oh, avessero detto qualcosa, i telegiornali, a parte che il Papa quando ha visto le Frecce Tricolori si è girato a guardarle e ha sorriso...
Comunque San Tommaso era uno dei santi preferiti da Gilbert, che ora gongolerà dall'Altra Parte, lieto come un bambino...

IL PIÙ GRANDE E IL PIÙ UMILE

«La catechesi di oggi del Papa in piazza San Pietro è stata dedicata a San Tommaso.
Come sempre, Ratzinger, è riuscito a condensare in una cartella un ritratto stupendo.
Tommaso è il teologo che andò così in alto da riuscire – come lui forse nessuno – a mostrare che “tra fede cristiana e ragione sussiste una naturale armonia”.
Eppure “gli ultimi mesi della vita terrena di Tommaso restano circondati da un’atmosfera particolare, misteriosa direi. Nel dicembre del 1273 chiamò il suo amico e segretario Reginaldo per comunicargli la decisione di interrompere ogni lavoro, perché, durante la celebrazione della Messa, aveva compreso, in seguito a una rivelazione soprannaturale, che quanto aveva scritto fino ad allora era solo “un mucchio di paglia”. È un episodio misterioso, che ci aiuta a comprendere non solo l’umiltà personale di Tommaso, ma anche il fatto che tutto ciò che riusciamo a pensare e a dire sulla fede, per quanto elevato e puro, è infinitamente superato dalla grandezza e dalla bellezza di Dio, che ci sarà rivelata in pienezza nel Paradiso. Qualche mese dopo, sempre più assorto in una pensosa meditazione, Tommaso morì mentre era in viaggio verso Lione, dove si stava recando per prendere parte al Concilio Ecumenico indetto dal Papa Gregorio X. Si spense nell’Abbazia cistercense di Fossanova, dopo aver ricevuto il Viatico con sentimenti di grande pietà.
La vita e l’insegnamento di san Tommaso d’Aquino si potrebbero riassumere in un episodio tramandato dagli antichi biografi. Mentre il Santo, come suo solito, era in preghiera davanti al Crocifisso, al mattino presto nella Cappella di San Nicola, a Napoli, Domenico da Caserta, il sacrestano della chiesa, sentì svolgersi un dialogo. Tommaso chiedeva, preoccupato, se quanto aveva scritto sui misteri della fede cristiana era giusto. E il Crocifisso rispose: “Tu hai parlato bene di me, Tommaso. Quale sarà la tua ricompensa?”. E la risposta che Tommaso diede è quella che anche noi, amici e discepoli di Gesù, vorremmo sempre dirgli: “Nient’altro che Te, Signore!”".

Leggi qui l’intera catechesi di Benedetto XVI.»

Lindau edita C.S. Lewis


«Non sono uno storico esperto, e non esaminerò le evidenze storiche per i miracoli cristiani. Il mio compito è mettere i miei lettori nelle condizioni di farlo. Non serve a nulla rivolgersi ai testi se prima non ci si è fatti un’idea sulla possibilità, o sulla probabilità, del miracoloso. Coloro che danno per scontato che i miracoli non esistono, sprecano semplicemente il loro tempo cercando prove nei libri: sappiamo in anticipo quali saranno i risultati delle loro ricerche, perché hanno cominciato scongiurando la vera domanda.» Clive Staple Lewis

«Ho letto il libro di Lewis con grande piacere molti anni fa, e ogni volta che lo riprendo in mano rivive in me la stessa ammirazione.» John Updike

«C. S. Lewis è stato nel XX secolo l’intellettuale che più di ogni altro ha costretto tutti noi a fare i conti con la nostra filosofia di vita, qualunque essa fosse.» Los Angeles Times


Le
EDIZIONI LINDAU
presentano


MIRACOLI
Uno studio preliminare

di Clive Staple Lewis

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Edizioni Lindau | Collana «I Pellicani» | pp. 272 | euro 19,50 | ISBN 978-88-7180-867-3
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IN LIBRERIA DAL 3 GIUGNO
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Famoso per il ciclo fantasy Le cronache di Narnia, C. S. Lewis è stato anche un fine saggista impegnato nella difesa di una visione spirituale dell’uomo e della vita dal naturalismo materialistico imperante ai suoi (e ai nostri) tempi.
In questo libro (pubblicato la prima volta nel 1947 e rivisto nel 1960), attraverso un’analisi lucida e serrata dei presupposti, dei pregiudizi e degli errori di tale atteggiamento, Lewis argomenta a favore della plausibilità dei miracoli.
Per lui, non si tratta di una questione di fede o di esperienza, ma essenzialmente di ragione. Proprio essa infatti ci dimostra che non può esistere solo la natura (intesa come tutto ciò che viene colto dai nostri sensi), ma che vi è un Fondamento precedente e superiore. Un Essere ultimo creatore del tempo e dello spazio e di quanto in essi fluisce. Un Creatore che può intervenire al di là delle leggi che reggono l’universo, ma mai contro di esse.
Con la sua scrittura lieve e arguta, Lewis propone una tesi che rappresenta ancora oggi il miglior presidio del cristianesimo – fondato sul Miracolo più grande, la Resurrezione – e della sua concezione del mondo.
Contemporaneo di J.R.R. Tolkien, suo grande amico, e di G.K. Chesterton; proprio in questo saggio Lewis sviluppa argomenti cari anche a Chesterton e che si possono ritrovare in San Tommaso d'Aquino (Lindau, 2008).


Titolo originale: Miracles

Traduzione dall'inglese di Diana Mengo


L'AUTORE
Clive Staple Lewis (1898-1963), filologo e scrittore irlandese, insegnò a Oxford letteratura inglese. È noto soprattutto per Le cronache di Narnia e per essere stato membro del circolo letterario degli Inklings, insieme a J.R.R. Tolkien e Charles Williams. Convertitosi al cristianesimo anglicano nel 1931, scrisse numerose opere di narrativa, fantascienza, saggistica e l’autobiografia Sorpreso dalla gioia.


DAL LIBRO
Lo scopo di questo libro

La buona soluzione finale, infatti, è lo scioglimento delle difficoltà precedentemente accertate.
Aristotele, Metafisica, B, 995a

In tutta la mia vita ho incontrato solo una persona che sostiene di aver visto un fantasma. Quel che è interessante, è che questa persona, prima di vedere il fantasma, non credeva nell’immortalità dell’anima, e tuttora non ci crede, anche dopo aver veduto il fantasma. Sostiene che quello che ha visto doveva essere un’illusione, o uno scherzo giocatole dei nervi. Ovviamente potrebbe aver ragione. Vedere non equivale a credere.
Per questo motivo, la domanda se i miracoli accadano davvero non può trovare una risposta semplicemente nell’esperienza. Ogni evento che sia possibile definire miracolo è, in ultima istanza, qualcosa che si presenta ai nostri sensi, qualcosa che si è visto, udito, toccato, odorato o gustato. E i nostri sensi non sono infallibili. Quando sembra che sia accaduto qualcosa di straordinario, si può sempre sostenere di essere stati vittime di un’illusione. Se abbracciamo una visione filosofica che esclude il soprannaturale, ciò che diremo è esattamente questo. Le cose che impariamo dall’esperienza dipendono dal tipo di filosofia che accompagniamo a quell’esperienza. È quindi inutile fare appello all’esperienza prima di aver risolto, quanto meglio possiamo, la questione filosofica.
Se l’esperienza immediata non può dimostrare o confutare il miracoloso, ancor meno può farlo la storia. Molte persone credono che si possa stabilire se nel passato è avvenuto un miracolo esaminando le prove «secondo le consuete regole dell’indagine storica». Ma queste regole non possono essere utilizzate finché non si decide se i miracoli siano possibili e, in tal caso, quanto siano probabili. Infatti, se i miracoli fossero impossibili, non ci sarebbero mai prove storiche sufficienti a convincerci del contrario. Se fossero possibili, invece, ma immensamente improbabili, allora solo le evidenze matematicamente dimostrabili ci convincerebbero; dal momento che la storia non fornisce mai, per nessun evento, un simile grado di dimostrazione, non potrà mai nemmeno convincerci che sia avvenuto un miracolo. Se, d’altra parte, i miracoli non fossero intrinsecamente improbabili, allora le prove esistenti sarebbero sufficienti a convincerci che un buon numero di essi sono effettivamente accaduti. L’esito delle nostre indagini storiche, dunque, dipende dalle idee filosofiche che avevamo ancor prima di iniziare a cercare le prove. Pertanto, la questione filosofica va affrontata per prima.
Ecco un esempio del genere di cose che accade qualora omettiamo di dedicarci al preliminare compito filosofico per precipitarci su quello storico. In un famoso commento alla Bibbia troverete una discussione sulla data in cui fu scritto il Quarto Vangelo. L’autore dice che dev’essere stato scritto dopo l’esecuzione di san Pietro, perché, nel Quarto Vangelo, Cristo predice tale esecuzione. «Un libro – pensa l’autore – non può essere scritto prima degli eventi ai quali fa riferimento». È ovvio che non possa – a meno che non si tratti di vere predizioni. Se così fosse, però, tutta questa argomentazione sulla datazione crollerebbe. Per di più, l’autore non discute affatto della possibilità che esistano delle vere predizioni. Dà per scontato (forse inconsciamente) che questa possibilità non ci sia. E forse ha ragione: ma se è così, non ha di certo scoperto questo principio tramite l’indagine storica. Ha sovrapposto al lavoro storico la sua convinzione preconfezionata, per così dire, riguardo alle predizioni. Se non avesse fatto ciò, non sarebbe mai giunto a quella conclusione sulla datazione del Quarto Vangelo. E allora, il suo lavoro è praticamente inutile per una persona che voglia sapere se esistono le predizioni. L’autore inizia il proprio lavoro solo dopo aver già risposto negativamente a questa domanda, e non dice mai su che base l’ha fatto.
Questo libro vuole essere un’indagine preliminare a quella storica. Non sono uno storico esperto, e non esaminerò le evidenze storiche per i miracoli cristiani. Il mio compito è mettere i miei lettori nelle condizioni di farlo. Non serve a nulla rivolgersi ai testi se prima non ci si è fatti un’idea sulla possibilità, o sulla probabilità, del miracoloso. Coloro che danno per scontato che i miracoli non esistano, sprecano semplicemente il loro tempo cercando prove nei testi: sappiamo in anticipo quali saranno i risultati delle loro ricerche, perché hanno cominciato evitando la vera domanda.


L'INDICE
9 1. Lo scopo di questo libro
13 2. Il Naturalista e il Soprannaturalista
23 3. La difficoltà principale del naturalismo
41 4. Natura e Sopranatura
55 5. Un’ulteriore difficoltà nel naturalismo
63 6. Risposte alle perplessità
71 7. Un capitolo di False Piste
85 8. Miracoli e leggi della Natura
95 9. Un capitolo non strettamente necessario
101 10. «Orribili cose rosse»
119 11. Cristianesimo e «religione»
139 12. La proprietà dei miracoli
147 13. Sulla probabilità
159 14. Il Grande Miracolo
193 15. I miracoli dell’Antica Creazione
209 16. I Miracoli della Nuova Creazione
239 17. Epilogo
247 Appendice A. Sui termini «spirito» e «spirituale»
253 Appendice B. Sulle «provvidenze particolari»



mercoledì 2 giugno 2010

Un aforisma al giorno (a proposito di Facebook e altre amenità del genere...)

"Non guardate le facce sui giornali illustrati. Guardate le facce per
le strade".

Gilbert Keith Chesterton, da Illustrated London News, 16.11.1907

martedì 1 giugno 2010

Un aforisma al giorno

"...dall’onta scesa su un Dio e sull’uomo, dalla morte e dalla vita rese un nulla, riconoscerete gli antichi barbari, saprete che i barbari sono tornati".


Gilbert Keith Chesterton, La ballata del cavallo bianco

Chesterton in altre parole - Qualcosa da Jorge Luis Borges, innamorato di Chesterton...

"Chesterton fu cattolico; Chesterton credette nel Medioevo dei preraffaelliti (Of London, small and white, and clean); Chesterton pensò, come Whitman, che il solo fatto di essere è talmente prodigioso che nessuna sventura deve esimerci da una sorta di comica gratitudine".

Jorge Luis Borges, Su Chesterton

Un aforisma al giorno

"Per tornare a casa si può fare in due modi: o non allontanarsene o fare il giro del mondo per ritrovarsi al punto di partenza".

Gilbert Keith Chesterton, L'Uomo Eterno