mercoledì 16 dicembre 2009

Iraq - Mons. Sako: a Mosul è in atto una “pulizia etnica” contro i cristiani


Chi leva la voce per difendere questi nostri fratelli inermi?



L’arcivescovo di Kirkuk conferma il rafforzamento delle misure di sicurezza per Natale, nel timore di nuovi attacchi. Ieri doppio attentato a Mosul, colpite due chiese della città. Il bilancio è di una neonata morta e 40 feriti. Fonte di AsiaNews in città: la comunità cristiana è “destinata a morire”.


Kirkuk (AsiaNews) – A Mosul è in atto una “pulizia etnica e religiosa” che si è acuita “nell’imminenza del Natale”. È quanto afferma ad AsiaNews mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk, che anticipa il “rafforzamento delle misure di sicurezza per le feste”. In città si respira un clima di tensione e paura, accresciuto dal nuovo attacco avvenuto ieri a due luoghi di culto, che ha causato una vittima e 40 feriti. Una fonte cristiana della città, anonima per motivi di sicurezza, lancia l’allarme: “la comunità è destinata a morire”.

Nella tarda mattinata di ieri un’autobomba è esplosa nei pressi della chiesa dell’Annunciazione, nel quartiere al-Mohandiseen, danneggiando muri e vetrate. Gli attentatori hanno lanciato anche una serie di granate contro l’adiacente scuola cristiana, uccidendo una neonata e ferendo altre 40 persone, fra cui cinque liceali. Saad Younes, padre della bambina di otto giorni, conferma che l’esplosione è avvenuta mentre la cognata e la piccola uscivano dall’ospedale.

Un secondo attentato ha preso di mira la chiesa siro-cattolica dell’Immacolata, nel quartiere di al-Shifaa, a nord di Mosul. Un ordigno è esploso davanti alla cancellata che si affaccia sulla strada, senza causare vittime né feriti. Gli attacchi di ieri sono solo l’ultimo episodio di una serie di violenze contro i luoghi di culto cristiani della città: il 26 novembre scorso i terroristi hanno raso al suolo la chiesa di Sant’Efrem e colpito la Casa Madre delle suore domenicane di Santa Caterina.

Fonti di AsiaNews in città confermano la “fuga delle suore” e le poche rimaste “hanno paura ad uscire”. Gli attacchi sono “un messaggio di avvertimento” per costringere i cristiani all’esodo di massa. “Le famiglie che sono fuggite al nord, nel Kurdistan – conferma la fonte – non hanno lavoro, né una prospettiva di vita. La comunità cristiana è destinata a morire”.

Una preoccupazione condivisa da mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk, che parla di “pulizia etnica e religiosa” in atto a Mosul. Il governo centrale e i partiti, aggiunge il prelato, si preoccupano solo delle elezioni, in programma il 7 marzo 2010, e soprattutto della “spartizione del petrolio”. Il quadro politico della città è complesso: gli arabi controllano il potere locale, i curdi non partecipano al consiglio municipale; nella zona vi è inoltre una forte presenza di gruppi fondamentalisti e membri del vecchio regime di Saddam Hussein.

“La situazione è molto tesa – sottolinea mons. Sako – la settimana scorsa sono stati uccisi due fratelli cristiani, altri due sono stati rapiti. Dov’è il governo locale? Dov’è il governo centrale? Dove sono le rappresentanze dei partiti al potere?” domanda il prelato.

Egli auspica una maggiore coesione all’interno della comunità cristiana, perché riesca a creare un “potere forte” in grado di respingere le violenze. Fra le possibili risposte, il prelato chiede “una dichiarazione forte a nome delle chiese e dei partiti cristiani, per dire che siamo saldi, che siamo per l’Iraq, per la pace e la convivenza fra le etnie e le religioni”. “Distruggere questo mosaico – aggiunge – è come distruggere tutto l’Iraq”.(DS)

Un film su Gregor Mendel, ill "padre" della genetica, quando scienza e fede spiegano la realtà



E' interessante, leggete, amici.

di Mario Gargantini e Alberto Carrara (Il Sussidiario)

mercoledì 16 dicembre 2009


Arriva sul grande schermo, e speriamo anche nelle sale e multisale della penisola, la vita dell’abate Gregor Mendel, sacerdote cattolico e padre della genetica moderna. Il film The Gardener of God (Il giardiniere di Dio) è la prima produzione cinematografica moderna sulla figura di Mendel ed è un affettuoso omaggio a uno scienziato schivo e riservato, che persegue i suoi obiettivi con grande passione; un sacerdote che vive per Cristo, che fa della preghiera uno stato d'animo e il faro della sua vita, un prete-scienziato che fin da giovane era convinto che le forze della natura agiscono secondo una segreta armonia, che è compito dell'uomo scoprire per il bene dell'uomo stesso e la gloria del Creatore.
I 110 minuti del film, girato in Piemonte e a Salisburgo, narrano la storia umana e spirituale di Mendel, abate dell’ordine di San Agostino, che fu al contempo uomo di fede, di cultura e uomo di scienza, sacerdote fervoroso e inquieto intellettuale. La sceneggiatura alterna la vita monastica dell’abate agostiniano alla sua passione per la ricerca scientifica, come pure al suo dono peculiare di direttore e maestro d’anime.
Altri personaggi intrecciano le loro vite con la sua: come la volubile contessa von Bauman, che cerca di sedurlo ma davanti all'integrità di Mendel si redime, vergognandosi del proprio errore; è interpretata da Anja Kruse, nota artista della televisione austro-tedesca. E poi la principessa von Limburg, amica e mecenate, che lo appoggia nei momenti difficili; è interpretata dalla principessa Maria Pia Ruspoli. Il film mostra anche un incontro amichevole e paterno tra Mendel e Papa Pio IX, che incoraggia lo scienziato e gli spiega che la scienza è il tentativo dell'uomo di essere degno di Dio.

Johann Gregor Mendel era nato a Heinzendorf (nell’attuale Repubblica Ceca) il 22 luglio 1822. Fu monaco, botanico, metereologo e genetista; era giunto alla scienza grazie alla sua passione per l’agricoltura. Nel 1843 entrò nel monastero agostiniano di Altbrünn e nel 1847 professò i voti religiosi e ricevette gli ordini sacri. Durante i suoi studi teologici gli venne permesso partecipare a corsi di agricoltura e di viticoltura imparando da Franz Diebl il metodo di impollinazione artificiale come tecnica principale per migliorare le piante in modo controllato.

Tra il 1851 e il 1853 studiò all’Università di Vienna dove apprese, per la prima volta attraverso Franz Unger, le teorie sulla mutazione delle specie e quella sull’antichità del pianeta Terra. Dallo stesso Unger, Mendel imparò l’applicazione della teoria cellulare di Virchow applicata alla fertilizzazione delle piante; tale tecnica lo portò ad identificare, nel 1856, la cellula uovo e il granello di polline quali elementi per la formazione di un nuovo individuo, lo zigote. Membro della Società di Zoologia e Botanica di Vienna, si rese conto presto della totale assenza di una vera analisi statistica sulla frequenza delle ibridazioni con piante.
Tornato al monastero di Brünn, come pone in rilievo il film, Mendel iniziò una serie di esperimenti con la pianta di pisello (Pisum sativum) che lo resero celebre non soltanto nella storia della scienza. Iniziò le sue ibridazioni nel 1856 e terminò i suoi studi otto anni dopo, con estrema pazienza e costanza. Tra il 1856 e il 1863, coltivò e incrociò più 30.000 piante di Pisum sativum. I suoi studi, presentati nel 1865 durante il Congresso della Società di Scienze Naturali, costituirono le fondamenta scientifiche della moderna genetica. Morì a Brünn (Moravia) il 6 gennaio 1884.

Giovanni Paolo II, in un suo discorso commemorativo del 10 marzo 1984, così si esprimeva: «prima di divenire uomo di cultura e di scienza, Gregorio Mendel fu uomo di fede. E tale egli restò, sapendo strettamente unire, come già altri, ma in un modo ben superiore, la vita cristiana e monastica alle sue ricerche scientifiche, e sempre mantenendo il genio della sua intelligenza eccezionale ugualmente rivolto verso il suo Creatore per lodarlo e adorarlo, e verso la creazione, per scoprire le leggi in essa nascoste dalla provvida sapienza di Dio». «Sull’esempio del suo maestro sant’Agostino - concludeva il Papa - seguendo la propria vocazione personale, Gregorio Mendel, nell’osservazione della natura e nella contemplazione del suo Autore, seppe in un medesimo slancio congiungere la ricerca della verità con la certezza di conoscerla già nel Verbo creatore, luce seminata in ogni uomo e rifulgente nell’intimo delle leggi della natura, che lo studioso pazientemente decifra».

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È questa una perfetta sintesi delle qualità dell’abate che emergono dal film, presentato in anteprima a Roma la scorsa settimana presso l'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum. Scritto e diretto da Liana Marabini, il film è una produzione Condor Pictures e vede come attore protagonista il famoso Christopher Lambert, perfettamente a suo agio nei panni di padre Mendel.
La Marabini è scenarista, regista e produttrice; si è specializzata in film ispirati alla storia della Chiesa, riscoprendo i grandi personaggi che ne hanno esaltato la ricchezza intellettuale e spirituale. Ha portato così in scena dei nuovi modelli, benché antichi, come Vivaldi, il curato d’Ars, il cardinale Newman e ora Mendel: tutti uomini notevoli che hanno raggiunto l’immortalità con le loro opere, ispirate da Dio e che avevano in comune il fatto di essere preti cattolici. Liana Marabini è anche fondatrice e presidente di Mirabile Dictu – International Catholic Film Festival, la cui prima edizione si svolgerà dal 7 all’11 giugno 2010 all’Auditorio Vaticano.
Presente all’anteprima, l’Arcivescovo Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, ha sottolineato come lo strumento cinematografico sia riuscito a portare a galla il delicato quanto necessario dialogo tra scienza e fede.

(Mario Gargantini, Alberto Carrara)

Rassegna stampa (ieri)

14 Dicembre 2009 - Avvenire
Fine Vita
No alle trattative al ribasso sulla legge 82 KB

15 Dicembre 2009 - Avvenire
Fine Vita
Malati terminali, persone da rispettare e sostenere 124 KB

15 Dicembre 2009 - Avvenire
Fine Vita
Anzani: sono tutti viventi 74 KB

15 Dicembre 2009 - CorrieredellaSera
Aborto
Aborto selettivo. Assolti i medici 51 KB

Un'altra splendida poesia di Chesterton da Rodolfo Caroselli

Dal mitico Rodolfo Caroselli che ringraziamo:

Propongo un'altra grande poesia del Nostro da me tradotta in versi italiani.


“A prayer in Darkness” by Gilbert Keith Chesterton
[“Preghiera nell’oscurità”, traduzione in versi italiani di Rodolfo Caroselli]


THIS much, O heaven—if I should brood or rave,
[Questo Ti chiedo, o Cielo, se impazzissi,]
Pity me not; but let the world be fed,
[niente pietà; ma che si nutra il mondo,]
Yea, in my madness if I strike me dead,
[sì, se io, folle, a morte mi colpissi,]
Heed you the grass that grows upon my grave.
[cura Tu l’erba sopra al mio sepolcro.]

If I dare snarl between this sun and sod,
[Se impegolato qui fra sole e terra,]
Whimper and clamour, give me grace to own,
[urla e rumore, lasciami la grazia,]
In sun and rain and fruit in season shown,
[nel sole, nella pioggia e nei Tuoi frutti,]
The shining silence of the scorn of God.
[del muto, scintillante, sdegno Tuo.]

Thank God the stars are set beyond my power
[Le stelle, grazie a Dio, mi son precluse]
If I must travail in a night of wrath,
[nel mio notturno, tormentato pianto]
Thank God my tears will never vex a moth,
[che, grazie a Dio, non turba una falena,]
Nor any curse of mine cut down a flower.
[né il maledire mio recide un fiore.]

Men say the sun was darkened: yet I had
[Benché si dica: il sole fu oscurato,]
Thought it beat brightly, even on—Calvary:
[splendeva io credo anche sul Calvario;]
And He that hung upon the Torturing Tree
[ed Egli udendo, appeso a quella Croce,]
Heard all the crickets singing, and was glad.
[tutti i grilli cantar, fu consolato.]

martedì 15 dicembre 2009

Papa: la crisi ecologica “storica opportunità” per ripensare i nostri stili di vita

Si intitola “Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato” il messaggio di Benedetto XVI per la prossima Giornata mondiale della pace. Il rispetto della natura, oltre che essere una questione economica, ha il suo fondamento nella morale e chiede quindi un cambiamento di stili di vita delle persone e degli Stati. La responsabilità dei Paesi tecnologicamente avanzati e di quelli in via di sviluppo. La “ecologia umana” e il rischio del panteismo. Il testo completo del messaggio.


Città del Vaticano (AsiaNews) – La “crisi ecologica” che il mondo si trova oggi ad affrontare è una “storica opportunità” per ripensare in modo lungimirante il modello di sviluppo dell’umanità, abbandonando stili di vita, personali e nazionali, dettati dall’egoismo e dal consumismo, a favore di una solidarietà tra persone, nazioni e generazioni, fondata sulla comune responsabilità nei confronti del creato. E’ una “necessità” che, per Benedetto XVI, esige la coscienza che “ogni decisione economica ha una conseguenza di carattere morale” e che, di conseguenza, va affrontata con un rinnovamento culturale ed etico, che si preoccupi in primo luogo della “ecologia umana”, rifiutando ogni riduzione della persona, sia quella proveniente dalla “assolutizzazione” della tecnica, sia quella visione egualitaristica della “dignità” di tutti gli esseri viventi, che rischia di sfociare in un nuovo pantesimo.

Cade nel momento in cui a Copenhagen le nazioni del mondo discutono del loro futuro il messaggio di Benedetto XVI per la 43ma Giornata mondiale della pace, che il Papa ha dedicato al tema “Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato”. In esso, partendo dal principio che “la creazione è l’inizio e il fondamento di tutte le opere di Dio e la sua salvaguardia diventa oggi essenziale per la pacifica convivenza dell’umanità” (n. 1), il Papa chiede ad ogni uomo e ad ogni nazione di scegliere vie che portino al “governo” e non all’“abuso” della natura, attraverso strumenti come l’uso dell’energia solare, una “gestione del sistema idrogeologico globale”, “appropriate strategie di sviluppo rurale incentrate sui piccoli coltivatori e sulle loro famiglie”, “idonee politiche per la gestione delle foreste, per lo smaltimento dei rifiuti, per la valorizzazione delle sinergie esistenti tra il contrasto ai cambiamenti climatici e la lotta alla povertà” (n. 10).

La questione ecologica, afferma Benedetto XVI è urgente, “Come rimanere indifferenti - chiede - di fronte alle problematiche che derivano da fenomeni quali i cambiamenti climatici, la desertificazione, il degrado e la perdita di produttività di vaste aree agricole, l’inquinamento dei fiumi e delle falde acquifere, la perdita della biodiversità, l’aumento di eventi naturali estremi, il disboscamento delle aree equatoriali e tropicali? Come trascurare il crescente fenomeno dei cosiddetti ‘profughi ambientali’: persone che, a causa del degrado dell’ambiente in cui vivono, lo devono lasciare”? “Come non reagire di fronte ai conflitti già in atto e a quelli potenziali legati all’accesso alle risorse naturali? Sono tutte questioni che hanno un profondo impatto sull’esercizio dei diritti umani, come ad esempio il diritto alla vita, all’alimentazione, alla salute, allo sviluppo” (n. 4).

La risposta deve partire dalla considerazione che “la crisi ecologica non può essere valutata separatamente dalle questioni ad essa collegate, essendo fortemente connessa al concetto stesso di sviluppo e alla visione dell’uomo e delle sue relazioni con i suoi simili e con il creato. Saggio è, pertanto, operare una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo, nonché riflettere sul senso dell’economia e dei suoi fini, per correggerne le disfunzioni e le distorsioni” (n. 5). Occorre, insomma, “un profondo rinnovamento culturale”, la riscoperta di quei valori che costituiscono il fondamento sul quale costruire un futuro migliore per tutti. Dal momento, infatti, che le situazioni di crisi “siano esse di carattere economico, alimentare, ambientale o sociale, sono, in fondo, anche crisi morali collegate tra di loro”, esse “obbligano a riprogettare il comune cammino degli uomini. Obbligano, in particolare, a un modo di vivere improntato alla sobrietà e alla solidarietà, con nuove regole e forme di impegno” (n. 5).

Se, dunque, occorre un nuovo progetto di sviluppo, esso deve partire dalla considerazione che “tutto ciò che esiste appartiene a Dio, che lo ha affidato agli uomini, ma non perché ne dispongano arbitrariamente. E quando l’uomo, invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio, a Dio si sostituisce, finisce col provocare la ribellione della natura, piuttosto tiranneggiata che governata da lui. L’uomo, quindi, ha il dovere di esercitare un governo responsabile della creazione, custodendola e coltivandola” (n. 6), anche per le generazioni future. Il Papa parla, in proposito, di “leale solidarietà inter-generazionale”, aggiungendo che “la tutela della proprietà privata non ostacoli la destinazione universale dei beni” (n. 8).

Quasi prevedendo le obiezioni che i Paesi del Terzo mondo hanno sollevato a Copenhagen (il messaggio porta la data dell’8 dicembre), Benedetto XVI afferma che è “importante riconoscere, fra le cause dell’attuale crisi ecologica, la responsabilità storica dei Paesi industrializzati”. Per questo “è necessario che le società tecnologicamente avanzate siano disposte a favorire comportamenti improntati alla sobrietà, diminuendo il proprio fabbisogno di energia e migliorando le condizioni del suo utilizzo” (n. 9). D’altro canto, “i Paesi meno sviluppati e, in particolare, quelli emergenti, non sono tuttavia esonerati dalla propria responsabilità rispetto al creato, perché il dovere di adottare gradualmente misure e politiche ambientali efficaci appartiene a tutti” (n. 8).

Appare infatti “sempre più chiaramente che il tema del degrado ambientale chiama in causa i comportamenti di ognuno di noi, gli stili di vita e i modelli di consumo e di produzione attualmente dominanti, spesso insostenibili dal punto di vista sociale, ambientale e finanche economico. Si rende ormai indispensabile un effettivo cambiamento di mentalità che induca tutti ad adottare nuovi stili di vita nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti” (n. 11) . “Tale responsabilità non conosce frontiere. Secondo il principio di sussidiarietà, è importante che ciascuno si impegni al livello che gli corrisponde, operando affinché venga superata la prevalenza degli interessi particolari” (n. 11). “Occorre, inoltre, richiamare la responsabilità dei media in tale ambito, proponendo modelli positivi a cui ispirarsi. Occuparsi dell’ambiente richiede, cioè, una visione larga e globale del mondo; uno sforzo comune e responsabile per passare da una logica centrata sull’egoistico interesse nazionalistico ad una visione che abbracci sempre le necessità di tutti i popoli. Non si può rimanere indifferenti a ciò che accade intorno a noi, perché il deterioramento di qualsiasi parte del pianeta ricadrebbe su tutti” (n. 11).

Da parte sua, la Chiesa “ha una responsabilità per il creato”, dono di Dio per tutti, “anzitutto, per proteggere l’uomo contro il pericolo della distruzione di se stesso”. “Il degrado della natura è, infatti, strettamente connesso alla cultura che modella la convivenza umana, per cui quando l’«ecologia umana» è rispettata dentro la società, anche l’ecologia ambientale ne trae beneficio. Non si può domandare ai giovani di rispettare l’ambiente, se non vengono aiutati in famiglia e nella società a rispettare se stessi: il libro della natura è unico, sia sul versante dell’ambiente come su quello dell’etica personale, familiare e sociale. I doveri verso l’ambiente derivano da quelli verso la persona considerata in se stessa e in relazione agli altri” (n. 12). Di qui il nuovo incoraggiamento a salvaguardare una “autentica ecologia umana” che “affermi con rinnovata convinzione l’inviolabilità della vita umana in ogni sua fase e in ogni sua condizione, la dignità della persona e l’insostituibile missione della famiglia, nella quale si educa all’amore per il prossimo e al rispetto della natura” (n. 12).

L’ultima considerazione del Papa è dedicata a contestare quelle concezioni del rapporto dell’uomo con l’ambiente che portano ad “assolutizzare” la natura e “ritenerla più importante della stessa persona”, in quanto elimina la differenza “ontologica” tra la persona umana e gli altri esseri viventi. “In tal modo, si viene di fatto ad eliminare l’identità e il ruolo superiore dell’uomo, favorendo una visione egualitaristica della ‘dignità’ di tutti gli esseri viventi. Si dà adito, così, ad un nuovo panteismo con accenti neopagani che fanno derivare dalla sola natura, intesa in senso puramente naturalistico, la salvezza per l’uomo. La Chiesa invita, invece, ad impostare la questione in modo equilibrato, nel rispetto della ‘grammatica’ che il Creatore ha inscritto nella sua opera, affidando all’uomo il ruolo di custode e amministratore responsabile del creato, ruolo di cui non deve certo abusare, ma da cui non può nemmeno abdicare. Infatti, anche la posizione contraria di assolutizzazione della tecnica e del potere umano, finisce per essere un grave attentato non solo alla natura, ma anche alla stessa dignità umana” (n. 13). (FP)

Il testo del messaggio: http://212.77.1.245/news_services/bulletin/news/24827.php?index=24827&lang=it

lunedì 14 dicembre 2009

Dopo il crocifisso, la Corte Europea ci prova con l’aborto

di Gianfranco Amato (Il Sussidiario)

lunedì 14 dicembre 2009

Dopo i crocifissi in Italia ora tocca alla legge antiabortista irlandese. Lo scorso 9 dicembre, infatti, si è svolta a Strasburgo, davanti ai 17 giudici della Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, l’udienza relativa al ricorso promosso contro l’Irlanda a causa della legislazione pro-life vigente in quello Paese.

Il caso è giunto avanti alla Corte a seguito della richiesta avanzata da tre donne irlandesi di veder riconoscere il “diritto” di aborto anche nell’Isola di smeraldo.

L’interruzione volontaria della gravidanza è attualmente illegale in Irlanda, a meno che la vita della donna non sia in grave pericolo, e persino la Costituzione è stata modificata nel 1983 per includere un emendamento pro-life. Oggi, infatti, nella Carta Costituzionale irlandese si legge: «Lo Stato afferma il diritto alla vita del nascituro e, tenuto conto dell’eguale diritto alla vita della madre, garantisce nella propria legislazione il riconoscimento e, per quanto possibile, l’esercizio effettivo e la tutela di tale diritto, attraverso idonee disposizioni normative».

Il governo irlandese non ha esitato a difendere a spada tratta la propria Costituzione e le norme che ne derivano in tema di aborto, davanti ai giudici di Strasburgo. L’Avvocato Generale dello Stato, Paul Gallagher, ha dichiarato, senza mezzi termini, che il ricorso rappresenta un «significant attack» al sistema sanitario irlandese. Gallagher si è rivolto alla Corte affermando che «il diritto alla vita del nascituro è basato su fondamentali valori morali profondamente radicati nel tessuto sociale irlandese».
La sentenza della Corte Europea è attesa per l’anno prossimo.

Ora, a prescindere dal merito dei singoli casi pendenti avanti la Corte di Strasburgo, la questione più generale che si pone è quella di capire se sia ammissibile che la cultura, la tradizione, i valori e persino le norme approvate in parlamento attraverso un processo democratico, possano essere messe in discussione da un organismo internazionale artificialmente creato e del tutto avulso dal contesto che è chiamato a giudicare.

Il paradosso si ingigantisce se si considera che quella cultura, quelle tradizioni, quei valori e quelle leggi appartengono ad uno stato membro dell’Unione Europea e possono essere smantellate da un organismo che con l’Unione non ha nulla a che vedere.

Sì, perché la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nonostante l’altisonante aggettivo, non è un’istituzione dell’Unione Europea e non va confusa, come spesso accade, con la Corte di Giustizia Europea, che invece è, a tutti gli effetti, un’importante componente dell’architettura istituzionale comunitaria.

Gli strenui difensori dei principi liberali e democratici si dovrebbero porre il problema se sia giusto consegnare la sovranità popolare di un Paese membro dell’Unione Europea a diciassette uomini dalle più disparate estrazioni, visto che fanno attualmente parte della Corte anche giudici provenienti dalla Turchia, dalla Macedonia, dall’Albania, dal Montenegro, dalla Moldavia, dalla Georgia e persino dall’Azerbaigian.

Oggi quell’organismo internazionale – impropriamente chiamato Corte Europea – è in grado di giudicare cultura, tradizioni, valori e leggi di Paesi che non rappresentano proprio la Korea di Kim Yong Il, la Libia di Gheddafi, l’Iran di Ahmadinejad, o la Birmania della giunta militare golpista guidata dal generale Than Shweh. Si tratta dell’Irlanda e dell’Italia, due civili e democratici Paesi europei accumunati, guarda caso, dal “difetto” di essere entrambi due Paesi cattolici.

Quando scoppiò il caso dei crocifissi, scoprimmo che il giudice della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo in rappresentanza dell’Italia è Vladimiro Zagrebelsky, talmente imparziale da aver meritato il premio di “Laico dell’anno 2008”, conferitogli dalla Consulta Torinese per la Laicità delle Istituzioni, aderente alla EHF – FHE European Humanist Federation.
C’è forse qualcuno disposto a scommettere su come Zagrebelsky si pronuncerà in merito alla questione irlandese?

Il "marketing virale chestertoniano" del nostro amico Giovanni Borghi

Abbiamo un amico, Giovanni Borghi, il quale si è talmente appassionato (e giustamente! e come faceva a non appassionarsi?) a Chesterton che, oltre a diventare socio della nostra scalcinata Società, ha preso una decisione solenne che condividiamo in toto: contagiare quante più persone sia possibile della sua stessa "malattia". Per cui si è dato all'elargizione di copie di Ortodossia tra i suoi amici e congiunti.

Col suo permesso pubblichiamo questa simpatica mail intercorsa con la nostra segretaria Elisa dalla quale si evince questa sua apprezzabilissima volontà e l'intenzione di non "creare stock" illegittimi! Lo salutiamo con caloroso affetto e diciamo: ci fossero tanti Borghi così! Quanto starebbero meglio tutti, dopo aver letto l'Ortodossia?

Cosa simile fecero lo scorso anno Piergiorgio Bighin e Gigi Liseno di Chioggia. Dissero: invece di fare regali idioti, facciamo questo! Bello!!!

Speriamo di tornare presto in grado di fornirvi altre copie di Ortodossia! Comunque chi vorrà fare regali chestertoniani, avrà sempre la possibilità di avvalersi delle convenzioni con Morganti, Lindau e Fede&Cultura!

Gentile Elisa,

visto che sul blog pubblicizzate le copie di Ortodossia, immagino ne abbiate delle altre.

Se il prezzo e' lo stesso di prima, ovviamente spedizione a parte, volevo ordinarvene altre 20 copie.
Penso sia giusto darvi la mia parola sul fatto che le daro' tutte in regalo, visto il numero che ho chiesto.

Delle dieci che vi avevo gia' ordinato quattro sono per ora avanzate, due le ho lasciate a miei amici, A.P. e C.S.. Una e' alla mia famiglia, una al parroco di M. e B. (PV), una a un amico della libreria E.C. di Modena e una e' stata regalata da mio fratello a D.B., da poco ordinato diacono.
Prevedo di lasciarne una copia ad altri due parroci di Modena (G.B. e G.B.), a E.B. e ad un'amica. Questo esaurisce le dieci.

Per tutte le altre, vi faro' sapere per correttezza e grosso modo l'uso che ne ho fatto, mantenendo l'anonimato dei riceventi. Vedrete che comunque ne faccio uso non all'ingrosso, bensi' indirizzandola in modo personale (e in citta' diverse) a chi sono sicuro puo' apprezzare l'autore, o a chi, suo malgrado, mi promette che lo leggera' (e poi spero nell'effetto sorpresa).

sabato 12 dicembre 2009

Dal prof. Carlo Bellieni

"Casuale" sarai tu!

December 12th, 2009 http://carlobellieni.com

Alla fine dell'anno Darwiniano in cui ci hanno rintronato e ci rintronano anche in questi ultimi giorni di dicembre in tutte le salse con gli inni al darwinismo, vogliamo vederci chiaro? Nulla contro Darwin o contro un'idea che le specie siano evolute e cambiate nel tempo. Ma c'è tanto che non ci torna. Intanto non capiamo perché si parli di evoluzione se si ritiene che la natura non abbia un creatore e dunque una finalità: se tutto avviene a caso e per lotta continua per la sopraffazione, perché pensare che l'apparizione dell'uomo non sia invece una involuzione o un caso, perché pensare che l'uomo sia il top e non lo sia invece l'altro ramo dello sviluppo delle specie, per esempio il gabbiano? Ma c'è di più: perché nelle immagini sull'evoluzione verso il migliore, si rappresenta al top della scala l'uomo-maschio-bianco? E la donna? E chi non è "bianco"? Non credo che sia una casualità, dato che l'evoluzionismo si sviluppò grazie a Darwin che viveva nell'Inghilterra bianca che stava governando il mondo col suo impero e cercava una giustificazione morale e biologica al suo imperialismo, che voleva essre dettato non da brama di potere, ma dall'ineluttabilità della natura e della storia al governo dell'uomo bianco (vedi Kipling) sul mondo. D'altronde il malthusiaesimo che predica la paura della sovrappopolazione (da parte di un popolo che consumava e razziava i beni di mezzo mondo) è imparentato col darwinismo casuale. Ma se tutto è causale, cosa ci fa pensare che nostra moglie e nostro figlio, non siano un ammasso di cellule e molecole che per caso si sono incrociate e per un evento legato alla forza e alla violenza sono restate appiccicate tra loro? Ma ancor prima, se tutto è caso, se tutto avviene per una selezione casuale di pulsioni e forze, le leggi della fisica dovrebbero aver seguito lo stesso itinerario: al'inizio milioni di leggi casualmente accozzate, poi nei millenni dei millenni ne sono rimaste solo, guarda tu, quelle armoniche. All'inizio ci sarebbe stata una forza di gravità che invece di attrarre gli oggetti li respingeva, insieme ad un'altra che li schiacciava e una che li faceva girare in tondo o in ellisse o a zig-zag. E lo stesso per milioni di forze diverse e di assenza di forze, tra cui sarebbe restata solo quella centripeta e quella centrifuga… milioni di leggi e soprattutto milioni di mondi senza nessuna legge, in cui le leggi della fisica (la termodinamica, l'entropia…) sarebbero arrivate a dominare l'universo dopo aver conquistato il mondo schiacciando i mondi senza leggi… Senza poi contare oggi l'arrivo dell'epigenetica che sta rivalutando l'influsso dell'ambiente sull'evoluzione ma non in senso di selezionare delle mutazioni casuali, ma in quello di provocare delle differenti espressioni del messaggio scritto nel DNA: l'ambiente fa parlare il DNA in modo diverso e quando il DNA ha appreso questo messaggio, lo trasmette in maniera ereditabile. Insomma, il mondo non sarebbe più un campo di battaglia per la sopravvivenza del migliore, ma una sala di lavoro dove l'ambiente collabora col DNA e lo aiuta ad esprimersi. Questo non spiega tutto, ma ci apre gli occhi sul fatto che se, mentre il darwinismo casuale spiegava l'evoluzione in base ai caratteri più stravolgenti, non spiega in fondo l'evoluzione dei caratteri minori: se in base al darwinismo casuale è comprensibile che il batterio che muta casualmente possa sopravvivere all'antibiotico mortale, non è comprensibile, in base a quel principio, perché i piedi dell'uomo si allungano progressivamente e lentamente nei tempi: i nostri figli hanno in media due taglie di scarpe in più  rispetto alla generazione precedente… perché quelli con le scarpe più piccole non riescono a riprodursi? E se è poetico pensare alla giraffa che sopravvive meglio se improvvisamente ne nasce una col collo lungo che mangia le foglie degli alberi in un boschetto dove non ci sono piante basse, non si capisce con chi si sarebbe accoppiata e riprodotta questa sciagurata giraffa dal collo lungo, a meno che non si pensi che nello stesso giorno e nello stesso posto ne sia nata un'altra con la stessa mutazione e ovviamente di sesso diverso; e siccome i figli di una sola coppia non bastano per fare una stirpe, di mutazioni "causali" ce ne volevano almeno una ventina e sempre per caso avvenute tutte lo stesso giorno e sempre per caso tutte nello stesso posto. Insomma, quando si dice "casuale" bisogna essere coerenti...

venerdì 11 dicembre 2009

Ci sono tante cose da dire e allora le mettiamo tutte insieme, cari amici...


Noi è un po' che lo diciamo che questi signori non sanno più cosa inventarsi:

L'ultima dei cosiddetti ambientalisti: più aborti in Africa per salvare la Terra, di Gianfranco Amato (da Il Sussidiario).

Sempre sull'argomento, insistono:

Per i problemi climatici Pechino suggerisce la strategia del figlio unico per tutto il mondo (da AsiaNews).

Sappiamo che qualcuno ci rimarrà male, ma Cristo è davvero presente nell'Eucarestia:

Papa: l’eucaristia non è un “rito di socializzazione”, in essa Gesù è realmente presente, (da AsiaNews).

Chesterton lo ha sempre detto:

Papa: Se Dio sparisce, l’umanità rischia di distruggere se stessa
(da AsiaNews).

Padre Samir è uno dei pochi che comprende davvero il Medio Oriente, il mondo islamico, l'Asia (lasciate stare occidentalisti, no global, teocon, neocon, americanisti, antiamerikanisti che albergano nei cosiddetti giornaloni italiani... per piacere!), quindi leggetelo:

P. Samir: La scomparsa delle Chiese del Medio oriente, tragedia per cristiani e musulmani (di Samir Khalil Samir, da AsiaNews).

Il brillantissimo e chestertoniano (quanto alla massa, di certo...) don Lorenzo Albacete dice la sua sugli ambientalisti:

La bomba atomica degli ambientalisti (di Lorenzo Albacete, da Il Sussidiario).

Mentre in Europa si vuole mettere fuori dalle scuole il Crocifisso, in India purtroppo va ancora peggio:

Estremisti indù bruciano una chiesa nell’Andhra Pradesh (di Nirmala Carvalho da AsiaNews)

Purtroppo mentre in Europa si chiacchiera, in Iraq la gente muore e soprattutto i cristiani:

Mosul, uccisi due fratelli cristiani. Cellula di al Qaeda rivendica la strage a Baghdad (da AsiaNews).

mercoledì 9 dicembre 2009

Abbiamo momentaneamente terminato le copie di Ortodossia...

...quindi dovrete avere pazienza per un po'.

Appena saremo in grado di metterle a disposizione, ve lo faremo sapere.

Grazie comunque per l'attenzione che dimostrate per il Capolavoro.

Gilbert e Gulisano sabato a Settignano (FI)

La Comunità dei Figli di Dio di Settignano (Firenze), la realtà ecclesiale fondata dal grandissimo don Divo Barsotti, ha invitato il nostro caro vicepresidente Paolo Gulisano. Andate, è un bel posto e si parla naturalmente del nostro Gilbert.

Sabato 12 dicembre 2009

Oratorio della Misericordia - Settignano (FI)

Ore 15,30

G. K. CHESTERTON:
L'AVVENTURA DI UN UOMO VIVO


Conferenza di Paolo Gulisano (Giornalista e scrittore)


Dopo l'incontro introduttivo dedicato alla vita e al pensiero del cardinale Newman, sabato 12 dicembre si terrà a Settignano il secondo incontro del ciclo dedicato agli scrittori inglesi. In questo secondo appuntamento approfondiremo la conoscenza di un'altra grande figura del panorama inglese: Gilbert Keith Chesterton (1874-1936).
Chesterton è stato giornalista, polemista e scrittore assai prolifico; in trent'anni di attività ha scritto infatti quasi cento libri tra cui alcuni saggi e biografie (su Charles Dickens, Francesco d'Assisi e Tommaso d'Aquino), ha composto poesie, opere teatrali, romanzi, racconti brevi e un numero difficilmente calcolabile di articoli di giornale.
Nato a Londra il 29 maggio 1874 da una famiglia borghese di confessione anglicana, a vent'anni, a motivo del suo insuccesso universitario e dell'insorgere di tante domande sulla vita, Chesterton viene colpito da una grave forma di depressione e da una crisi di scetticismo nei riguardi della fede. Superata questa grave crisi attraverso le letture, in particolare del Libro di Giobbe, rinasce spiritualmente e inizia la sua attività letteraria. Nel 1922 si converte alla Chiesa cattolica grazie all'amicizia di padre John O'Connor (il sacerdote irlandese che gli ispirerà il personaggio di Padre Brown) e di Hilaire Belloc. Chesterton morì il 14 giugno 1936. In occasione della sua morte, papa Pio XI inviò un telegramma al capo della gerarchia ecclesiastica in Inghilterra in cui si diceva che il papa pregava e piangeva la morte di colui che definiva "devoto figlio della Santa Chiesa, difensore ricco di doti della Fede Cattolica". Era la seconda volta che un papa dava il titolo di Difensore della Fede (defensor fidei) a un inglese (la prima era stata ad Enrico VIII).
Per presentarci la vita e il pensiero di Chesterton abbiamo invitato Paolo Gulisano: studioso di letteratura, collaboratore de L'Osservatore Romano, è tra i maggiori esperti italiani di Chesterton, Lewis e Tolkien. Su Chesterton ha pubblicato il libro Chesterton e Belloc. Apologia e profezia (Ancora 2002). Quest'anno è uscita una sua interessante biografia sullo scrittore Oscar Wilde, sempre pubblicata da Ancora (Il ritratto di Oscar Wilde, 2009). L'incontro si terrà come sempre nell'Oratorio della Misericordia di Settignano e avrà inizio alle 15.30. Vi aspettiamo numerosi

lunedì 7 dicembre 2009

GRAN BRETAGNA - La storia di Jennie, discriminata perché cristiana

Da Il Sussidiario
Gianfranco Amato

lunedì 7 dicembre 2009

La Landscore Primary School di Crediton è una comune scuola elementare del Devonshire. Jennie Cain è una comune impiegata che lavora in quella scuola e che ha una figlia di cinque anni, Jasmine, che frequenta proprio la Landscore Primary School. Una comune alunna tra tante alunne.

Il fatto straordinario - destinato a creare un vero e proprio caso - è che lo scorso gennaio Jasmine è stata rimproverata dall’insegnante della sua classe per aver parlato della fede cristiana con un’altra bambina. Per essere precisi, la “colpa” della piccola Jasmine è di aver spaventato un’altra bambina parlando dell’inferno. A quella conversazione teologica tra bimbi, avvenuta nell’ottobre del 2008, nessun adulto, peraltro, aveva partecipato ed era quindi in grado di confermare l’esatto tenore della discussione.

Venuta a sapere delle motivazioni che avevano portato alla pubblica reprimenda della propria figlia, la signora Cain decide di mandare una e-mail privata ai familiari e agli amici della parrocchia che frequenta, chiedendo loro di pregare per l’accaduto.
Nonostante quella e-mail fosse stata spedita dal computer di casa della signora Cain, fuori dall’orario di lavoro, usando il proprio indirizzo di posta elettronica personale, finisce nelle mani del preside della scuola Gary Read, il quale decide di aprire un’inchiesta disciplinare a carico della signora Cain per «professional misconduct».

Così, anziché finire nei guai il preside per evidente violazione della privacy, è la povera signora Cain a finire davanti alla commissione disciplinare scolastica e a essere sanzionata con una censura scritta. Mrs. Cain non si arrende e chiede che la decisione adottata nei suoi confronti venga riesaminata.

La cosa buffa è che i membri della commissione disciplinare d’appello intendevano, in realtà, annullare il provvedimento sanzionatorio a carico della dipendente, considerandolo sproporzionato, fuori luogo e un tantino discriminatorio. A far cambiare loro idea, e bloccare l’annullamento della sanzione, sono stati gli zelanti funzionari del Human Resources Department dell’Amministrazione locale della Contea di Devon.

In questa tristissima vicenda è pure emerso, tra l’altro, che persino dal punto di vista formale il procedimento disciplinare non ha pienamente rispettato le regole. La signora Cain è stata sospesa dal lavoro per quattro mesi. Tornata a scuola, è stata accolta da un clima di assoluta ostilità e palesemente discriminatorio nei suoi confronti.

Stanca di subire ulteriori vessazioni, Jennie Cain ha deciso di adire il giudice del lavoro di Tauton chiamando in giudizio non solo la direzione della Landscore Primary School, ma anche l’Amministrazione locale della Contea di Devon. L’udienza è fissata per il prossimo 22 marzo 2010.

Quando il caso è divenuto di dominio pubblico una delle poche solidarietà che la signora Cain si è vista esprimere è stata quella dell’Arcivescovo di York attraverso un articolo pubblicato su un quotidiano nazionale.

Il presule si è scagliato, senza mezzi termini, contro queste forme illiberali di intolleranza che stanno prendendo sempre più piede in tutti i livelli della pubblica amministrazione britannica: «Chiedere a qualcuno di lasciare la propria fede fuori dalla porta del luogo di lavoro è come chiedere di rimuovere il colore della propria pelle prima di entrare in ufficio. La fede in Dio non è un orpello né un optional extra».

L’Arcivescovo ha precisato, inoltre, che per i cristiani «la fede è parte del proprio Dna, rappresenta l’elemento costitutivo del proprio essere e definisce il senso della loro presenza nel posto di lavoro. La fede abbraccia la realtà e l’esistenza intera di un cristiano e non può ridursi ad un atto di culto da rendere una volta a settimana la domenica».

Pronunciandosi sempre sul caso Cain, l’Arcivescovo di York ha precisato che in quella vicenda «le autorità hanno dimostrato di non avere la più pallida idea di cosa significhi per un credente la sequela di Cristo», e che «tale ignoranza sta al cuore del problema, di cui l’episodio della dipendente scolastica è un semplice sintomo».

Poi ha denunciato la crescente discriminazione cui sono vittime i cristiani in Gran Bretagna: «Coloro che dimostrano intolleranza e ignoranza, e vorrebbero relegare il cristianesimo a una delle tante possibili scelte di vita a disposizione, sostengono di agire in conformità alle politiche basate sul doppio concetto di “diversità e uguaglianza”. Tuttavia nella mente di chi che sostiene tali politiche il termine “diversità” sembra voler significare qualunque colore o credo eccetto il cristianesimo, che resta pur sempre la religione della maggioranza della popolazione, mentre la parola “eguaglianza” sembra valere per chiunque, bianco o nero, tranne che per un cristiano credente in Dio».

L’unico elemento positivo dell’avvilente vicenda che ha coinvolto Jennie Cain è quello di essere riusciti ad ascoltare le parole intelligenti e di buon senso dell’Arcivescovo di York. Ora aspettiamo che, a marzo, l’Employment Tribunal di Tauton faccia giusti

Da Il Sussidiario - Antonio Autieri su Up!


Da Il Sussidiario

Antonio Autieri

venerdì 20 novembre 2009

Pete Docter, con John Lasseter, è stato premiato alla Mostra di Venezia, insieme a tutta la factory Pixar, con il Leone d’oro alla carriera. Al regista di Up abbiamo rivolto alcune domande.

Com’è nata l’idea di Up?

Io e il coregista Bob Peterson abbiamo iniziato a riflettere in maniera ironica sul personaggio di un “anziano signore”, come quelli che abbiamo amato nei fumetti di George Booth, un magnifico tipo alla Spencer Tracy e Walter Matthau: personaggi burberi che non possiamo evitare di amare.

Quanto incide nei vostri film, e quindi anche in Up, l’esperienza personale?

I film Pixar riflettono sempre la gente che li fa: rivelano chi sei, come nella pittura. Quindi si vede Brad Bird negli Incredibili e me in questo film, nel senso che ho messo nel personaggio di Carl molto anche di mio nonno oltre che dei grandi attori citati. E in generale c’è molta osservazione della realtà: tanti piccoli particolari sono presi dall’osservazione delle persone anziane, dai loro movimenti, dai loro atteggiamenti. Per il personaggio del piccolo Russell, ci siamo ispirati a un nostro collaboratore che ha smorfie molto curiose ma soprattutto da un ragazzino che conosco, amico di mio figlio: abita nella mia via e ogni tanto entra in casa mia dicendo: “Ehi Mister Docter, ti sono mancato?”.

Si dice che in Pixar ci sia molto scambio di idee tra registi, autori, produttori…

È vero, e molte idee vengono semplicemente durante un pranzo o una vacanza quando siamo rilassati e si parla con grande libertà. Come per Toy Story 2, cui pensammo mentre mangiavamo insieme. Ma siamo quasi trecento persone a lavorare a un film e ognuno porta il suo contributo, al punto che dopo anni saprei riconoscere dalle sfumature e dai particolari la firma di ogni animatore. Tutto rifluisce nel film: ed è merito di John Lasseter se quello che ne esce è il frutto comune e così riuscito di tante persone. A un animatore io non “ordino” mai di modificare una bocca, ma devo dire se voglio che un personaggio sia felice o triste in una determinata scena. Poi starà agli animatori realizzarlo al meglio, e a me verificarlo.

Cosa pensa dell’animazione giapponese, e in particolare di Hayao Miyazaki (regista di Ponyo sulla scogliera, Il castello errante di Owl, La città incantata)?

Sono un suo grande fan, che penso sia un maestro da cui c’è ancora tantissimo da imparare. È diverso da ogni altro per come sa catturare l’essenza della vita in ogni cosa: in un bambino che mangia come nel vento che soffia tra i fili d’erba, e come sa rendere nel disegno tutto questo. A differenza che nella tradizione hollywoodiana, per cui si vuole sempre sapere cosa succederà dopo, come andrà a finire, Miyazaki ti incanta mostrandoti le piccole cose e trasformandole artisticamente, in modo che l’immagine prenda vita. In Up c’è la scena della casa che prende il volo. Poi Carl si siede in poltrona, solo col rumore del vento, come se ci fosse una sospensione di ogni azione. Ecco, questa scena è un tributo a Miyazaki.

Cosa vi inventerete di nuovo, dopo le continue sfide cui ci avete abituati?

Nell’animazione e nel nostro lavoro, come nella vita, può succedere di tutto. Per noi è importante avere sempre in mente il pubblico, chi realmente va al cinema, non solo le nostre idee. Per questo non sappiamo cosa il pubblico vorrà vedere in futuro, e cosa saremo chiamati a regalargli.

Il Papa all'Angelus parla della storicità dei Vangeli e dei fatti ivi contenuti, e i giornali intelligenti parlano del clima...

... tirando fuori la storia assurda e inesistente della sovrappopolazione del mondo (vedi editoriale sul famoso giornalone del famoso editorialistone) mettendola in bocca ad altri (tirando così il sasso e nascondendo la mano) ma usandola strumentalmente per dimenticare e far dimenticare quello che dice il Papa, che ha detto più e più volte a chiare lettere che il problema non è la sovrappopolazione del mondo ma lo spreco, l'ingiustizia e molto altro ancora.

E' sempre più vero l'aforisma del nostro Gilbert che sosteneva:

"Se si deve usare ancora la parola 'gesuita' come sinonimo di 'bugiardo', preferirei che la medesima trasposizione si applicasse alla parola 'giornalista' poiché si tratta di una verità molto più frequente".

G. K. Chesterton, The Thing

Comunque il Vangelo è storia, anche se i primi a sostenere il contrario sono teologi e cosiddetti esperti di Sacra Scrittura che prendono lo stipendio da Università Pontificie, Seminari cattolici, Istituti teologici e Istituti di Scienze Religiose, probandati, noviziati e così via.

Certo, non tutti. Forse c'è uno scisma silenzioso in atto e alligna proprio dove si ritiene che il Papa e la santa dottrina cattolica debbano essere rispettati.

Cari fratelli e sorelle!

In questa seconda domenica di Avvento, la liturgia propone il brano evangelico in cui san Luca, per così dire, prepara la scena su cui Gesù sta per apparire e iniziare la sua missione pubblica (cfr Lc 3,1-6). L’Evangelista punta il riflettore su Giovanni Battista, che del Messia fu il precursore, e traccia con grande precisione le coordinate spazio-temporali della sua predicazione. Scrive Luca: "Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconitide, e Lisania tetrarca dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto" (Lc 3,1-2). Due cose attirano la nostra attenzione. La prima è l’abbondanza di riferimenti a tutte le autorità politiche e religiose della Palestina nel 27/28 d.C. Evidentemente l’Evangelista vuole avvertire chi legge o ascolta che il Vangelo non è una leggenda, ma il racconto di una storia vera, che Gesù di Nazaret è un personaggio storico inserito in quel preciso contesto. Il secondo elemento degno di nota è che, dopo questa ampia introduzione storica, il soggetto diventa "la parola di Dio", presentata come una forza che scende dall’alto e si posa su Giovanni il Battista.

Domani ricorrerà la memoria liturgica di sant’Ambrogio, grande Vescovo di Milano. Attingo da lui un commento a questo testo evangelico: "Il Figlio di Dio – egli scrive -, prima di radunare la Chiesa, agisce anzitutto nel suo umile servo. Perciò dice bene san Luca che la parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria nel deserto, perché la Chiesa non ha preso inizio dagli uomini, ma dalla Parola" (Espos. del Vangelo di Luca 2, 67). Ecco dunque il significato: la Parola di Dio è il soggetto che muove la storia, ispira i profeti, prepara la via del Messia, convoca la Chiesa. Gesù stesso è la Parola divina che si è fatta carne nel grembo verginale di Maria: in Lui Dio si è rivelato pienamente, ci ha detto e dato tutto, aprendoci i tesori della sua verità e della sua misericordia. Prosegue ancora sant’Ambrogio nel suo commento: "Discese dunque la Parola, affinché la terra, che prima era un deserto, producesse i suoi frutti per noi" (ibid.).

Cari amici, il fiore più bello germogliato dalla parola di Dio è la Vergine Maria. Lei è la primizia della Chiesa, giardino di Dio sulla terra. Ma, mentre Maria è l’Immacolata – così la celebreremo dopodomani –, la Chiesa ha continuamente bisogno di purificarsi, perché il peccato insidia tutti i suoi membri. Nella Chiesa è sempre in atto una lotta tra il deserto e il giardino, tra il peccato che inaridisce la terra e la grazia che la irriga perché produca frutti abbondanti di santità. Preghiamo dunque la Madre del Signore affinché ci aiuti, in questo tempo di Avvento, a "raddrizzare" le nostre vie, lasciandoci guidare dalla parola di Dio.

DOPO L’ANGELUS
Domani si aprirà, a Copenhagen, la Conferenza dell’ONU sui cambiamenti climatici, con cui la comunità internazionale intende contrastare il fenomeno del riscaldamento globale. Auspico che i lavori aiuteranno ad individuare azioni rispettose della creazione e promotrici di uno sviluppo solidale, fondato sulla dignità della persona umana ed orientato al bene comune. La salvaguardia del creato postula l’adozione di stili di vita sobri e responsabili, soprattutto verso i poveri e le generazioni future. In questa prospettiva, per garantire pieno successo alla Conferenza, invito tutte le persone di buona volontà a rispettare le leggi poste da Dio nella natura e a riscoprire la dimensione morale della vita umana.

Uomini e tristezza - Gli episcopaliani e le... "vescove" gay (...!!!???...)

Qui un po' di tristezze...

venerdì 4 dicembre 2009

Rassegna stampa


04 Dicembre 2009 - Tempi
Fecondazione Artificiale
Fratello embrione dove sei? 324 KB

04 Dicembre 2009 - Libero
Aborto
Riesplode lo scontro sulla 194 87 KB

04 Dicembre 2009 - Repubblica
Ru486
Slitta ancora 64 KB

04 Dicembre 2009 - Stampa
Strasburgo: più diritti ai papà non sposati 82 KB

04 Dicembre 2009 - BresciaOggi
Famiglia: la politica si mostra insensibile 95 KB

04 Dicembre 2009 - Giornale
Divorzio
Allarme dei matrimonialisti: fa sempre male 71 KB

04 Dicembre 2009 - Sole24ore
Divorzio
Divorzi in aumento 34 KB

Un aforisma al giorno - 149

"Il politico opportunista è come un uomo che debba abbandonare i biliardi perché è stato sconfitto al biliardo e abbandonare il golf perché è stato sconfitto al golf. Non c'è nulla di così malsicuro ai fini operativi, come questa enorme importanza attribuita alla vittoria immediata. Non c'è nulla che rechi il fallimento come il successo".

Gilbert Keith Chesterton, Eretici

Un aforisma al giorno - 148

"Non può esserci segno più forte di una salute gagliarda, della tendenza a inseguire alti e folli ideali; è nella prima esuberanza infantile, che noi chiediamo la luna".

Gilbert Keith Chesterton, Eretici

giovedì 3 dicembre 2009

Rassegna stampa del 03 Dicembre 2009


03 Dicembre 2009 - Repubblica
Ru486
L'Aifa sfida il governo 169 KB

03 Dicembre 2009 - CorrieredellaSera
Ru486
L'Aifa va avanti 128 KB

03 Dicembre 2009 - CorrieredellaSera
Ru486
Come usarla lo deve decidere il governo 57 KB

03 Dicembre 2009 - CorrieredellaSera
Aborto
Muore dopo l'aborto fai da te 182 KB

03 Dicembre 2009 - Repubblica
Cellule Staminali
Usa via libera alla ricerca sulle embrionali 85 KB

L'Udienza generale di Papa Benedetto XVI del 2 Dicembre 2009

Cari fratelli e sorelle,

in una precedente Catechesi ho presentato la figura di Bernardo di Chiaravalle, il "Dottore della dolcezza", grande protagonista del secolo dodicesimo. Il suo biografo – amico ed estimatore – fu Guglielmo di Saint-Thierry, sul quale mi soffermo nella riflessione di questa mattina.

Guglielmo nacque a Liegi tra il 1075 e il 1080. Di nobile famiglia, dotato di un’intelligenza viva e di un innato amore per lo studio, frequentò famose scuole dell’epoca, come quelle della sua città natale e di Reims, in Francia. Entrò in contatto personale anche con Abelardo, il maestro che applicava la filosofia alla teologia in modo così originale da suscitare molte perplessità e opposizioni. Anche Guglielmo espresse le proprie riserve, sollecitando il suo amico Bernardo a prendere posizione nei confronti di Abelardo. Rispondendo a quel misterioso e irresistibile appello di Dio, che è la vocazione alla vita consacrata, Guglielmo entrò nel monastero benedettino di Saint-Nicaise di Reims nel 1113, e qualche anno dopo divenne abate del monastero di Saint-Thierry, in diocesi di Reims. In quel periodo era molto diffusa l’esigenza di purificare e rinnovare la vita monastica, per renderla autenticamente evangelica. Guglielmo operò in questo senso all’interno del proprio monastero, e in genere nell’Ordine benedettino. Tuttavia incontrò non poche resistenze di fronte ai suoi tentativi di riforma, e così, nonostante il consiglio contrario dell’amico Bernardo, nel 1135, lasciò l’abbazia benedettina, smise l’abito nero e indossò quello bianco, per unirsi ai cistercensi di Signy. Da quel momento fino alla morte, avvenuta nel 1148, si dedicò alla contemplazione orante dei misteri di Dio, da sempre oggetto dei suoi più profondi desideri, e alla composizione di scritti di letteratura spirituale, importanti nella storia della teologia monastica.

Una delle sue prime opere è intitolata De natura et dignitate amoris (La natura e la dignità dell’amore). Vi è espressa una delle idee fondamentali di Guglielmo, valida anche per noi. L’energia principale che muove l’animo umano - egli dice - è l’amore. La natura umana, nella sua essenza più profonda, consiste nell’amare. In definitiva, un solo compito è affidato a ogni essere umano: imparare a voler bene, ad amare, sinceramente, autenticamente, gratuitamente. Ma solo alla scuola di Dio questo compito viene assolto e l’uomo può raggiungere il fine per cui è stato creato. Scrive infatti Guglielmo: "L’arte delle arti è l’arte dell’amore… L’amore è suscitato dal Creatore della natura. L’amore è una forza dell’anima, che la conduce come per un peso naturale al luogo e al fine che le è proprio" (La natura e la dignità dell’amore 1, PL 184,379). Imparare ad amare richiede un lungo e impegnativo cammino, che è articolato da Guglielmo in quattro tappe, corrispondenti alle età dell’uomo: l’infanzia, la giovinezza, la maturità e la vecchiaia. In questo itinerario la persona deve imporsi un’ascesi efficace, un forte controllo di sé per eliminare ogni affetto disordinato, ogni cedimento all’egoismo, e unificare la propria vita in Dio, sorgente, mèta e forza dell’amore, fino a giungere al vertice della vita spirituale, che Guglielmo definisce come "sapienza". A conclusione di questo itinerario ascetico, si sperimenta una grande serenità e dolcezza. Tutte le facoltà dell’uomo - intelligenza, volontà, affetti - riposano in Dio, conosciuto e amato in Cristo.

Anche in altre opere, Guglielmo parla di questa radicale vocazione all’amore per Dio, che costituisce il segreto di una vita riuscita e felice, e che egli descrive come un desiderio incessante e crescente, ispirato da Dio stesso nel cuore dell’uomo. In una meditazione egli dice che l’oggetto di questo amore è l’Amore con la "A" maiuscola, cioè Dio. È lui che si riversa nel cuore di chi ama, e lo rende atto a riceverlo. Si dona a sazietà e in modo tale, che di questa sazietà il desiderio non viene mai meno. Questo slancio d’amore è il compimento dell’uomo" (De contemplando Deo 6, passim, SC 61bis, pp. 79-83). Colpisce il fatto che Guglielmo, nel parlare dell’amore a Dio attribuisca una notevole importanza alla dimensione affettiva. In fondo, cari amici, il nostro cuore è fatto di carne, e quando amiamo Dio, che è l’Amore stesso, come non esprimere in questa relazione con il Signore anche i nostri umanissimi sentimenti, come la tenerezza, la sensibilità, la delicatezza? Il Signore stesso, facendosi uomo, ha voluto amarci con un cuore di carne!

Secondo Guglielmo, poi, l’amore ha un’altra proprietà importante: illumina l’intelligenza e permette di conoscere meglio e in modo profondo Dio e, in Dio, le persone e gli avvenimenti. La conoscenza che procede dai sensi e dall’intelligenza riduce, ma non elimina, la distanza tra il soggetto e l’oggetto, tra l’io e il tu. L’amore invece produce attrazione e comunione, fino al punto che vi è una trasformazione e un’assimilazione tra il soggetto che ama e l’oggetto amato. Questa reciprocità di affetto e di simpatia permette allora una conoscenza molto più profonda di quella operata dalla sola ragione. Si spiega così una celebre espressione di Guglielmo: "Amor ipse intellectus est - già in se stesso l’amore è principio di conoscenza". Cari amici, ci domandiamo: non è proprio così nella nostra vita? Non è forse vero che noi conosciamo realmente solo chi e ciò che amiamo? Senza una certa simpatia non si conosce nessuno e niente! E questo vale anzitutto nella conoscenza di Dio e dei suoi misteri, che superano la capacità di comprensione della nostra intelligenza: Dio lo si conosce se lo si ama!

Una sintesi del pensiero di Guglielmo di Saint-Thierry è contenuta in una lunga lettera indirizzata ai Certosini di Mont-Dieu, presso i quali egli si era recato in visita e che volle incoraggiare e consolare. Il dotto benedettino Jean Mabillon già nel 1690 diede a questa lettera un titolo significativo: Epistola aurea (Lettera d’oro). In effetti, gli insegnamenti sulla vita spirituale in essa contenuti sono preziosi per tutti coloro che desiderano crescere nella comunione con Dio, nella santità. In questo trattato Guglielmo propone un itinerario in tre tappe. Occorre - egli dice - passare dall’uomo "animale" a quello "razionale", per approdare a quello "spirituale". Che cosa intende dire il nostro autore con queste tre espressioni? All’inizio una persona accetta la visione della vita ispirata dalla fede con un atto di obbedienza e di fiducia. Poi con un processo di interiorizzazione, nel quale la ragione e la volontà giocano un grande ruolo, la fede in Cristo è accolta con profonda convinzione e si sperimenta un’armoniosa corrispondenza tra ciò che si crede e si spera e le aspirazioni più segrete dell’anima, la nostra ragione, i nostri affetti. Si giunge così alla perfezione della vita spirituale, quando le realtà della fede sono fonte di intima gioia e di comunione reale e appagante con Dio. Si vive solo nell’amore e per amore. Guglielmo fonda questo itinerario su una solida visione dell’uomo, ispirata agli antichi Padri greci, soprattutto ad Origene, i quali, con un linguaggio audace, avevano insegnato che la vocazione dell’uomo è diventare come Dio, che lo ha creato a sua immagine e somiglianza. L’immagine di Dio presente nell’uomo lo spinge verso la somiglianza, cioè verso un’identità sempre più piena tra la propria volontà e quella divina. A questa perfezione, che Guglielmo chiama "unità di spirito", non si giunge con lo sforzo personale, sia pure sincero e generoso, perché è necessaria un’altra cosa. Questa perfezione si raggiunge per l’azione dello Spirito Santo, che prende dimora nell’anima e purifica, assorbe e trasforma in carità ogni slancio e ogni desiderio d’amore presente nell’uomo. "Vi è poi un’altra somiglianza con Dio", leggiamo nell’Epistola aurea, "che viene detta non più somiglianza, ma unità di spirito, quando l’uomo diventa uno con Dio, uno spirito, non soltanto per l’unità di un identico volere, ma per non essere in grado di volere altro. In tal modo l’uomo merita di diventare non Dio, ma ciò che Dio è: l’uomo diventa per grazia ciò che Dio è per natura" (Epistola aurea 262-263, SC 223, pp. 353-355).

Cari fratelli e sorelle, questo autore, che potremmo definire il "Cantore dell’amore, della carità", ci insegna ad operare nella nostra vita la scelta di fondo, che dà senso e valore a tutte le altre scelte: amare Dio e, per amore suo, amare il nostro prossimo; solo così potremo incontrare la vera gioia, anticipo della beatitudine eterna. Mettiamoci quindi alla scuola dei Santi per imparare ad amare in modo autentico e totale, per entrare in questo itinerario del nostro essere. Con una giovane santa, Dottore della Chiesa, Teresa di Gesù Bambino, diciamo anche noi al Signore che vogliamo vivere d’amore. E concludo proprio con una preghiera di questa Santa: "Io ti amo, e tu lo sai, divino Gesù! Lo Spirito d'amore mi incendia col suo fuoco. Amando Te attiro il Padre, che il mio debole cuore conserva, senza scampo. O Trinità! Sei prigioniera del mio amore. Vivere d'amore, quaggiù, è un darsi smisurato, senza chiedere salario … quando si ama non si fanno calcoli. Io ho dato tutto al Cuore divino, che trabocca di tenerezza! E corro leggermente. Non ho più nulla, e la mia sola ricchezza è vivere d'amore".

mercoledì 2 dicembre 2009

Facciamo parlare di islam chi lo conosce e non improvvisatori di tutti i generi, sempre interessati. La parola a padre Samir

Islam nella paralisi e nella guerra; occidente senza memoria

di Samir Khalil Samir

La situazione del Medio oriente è stagnante: una crisi dell’Islam trascina tutto in una paralisi mortale. La crisi tocca anche l’occidente, dimentico delle sue radici cristiane. Eppure islam e occidente hanno bisogno l’uno dell’altro. Uno studio del nostro esperto sull’islam, in preparazione al Sinodo delle Chiese del Medio oriente.


Città del Vaticano (AsiaNews) - Per l’ottobre 2010 Benedetto XVI ha indetto un Sinodo delle Chiese nel Medio oriente. Per prepararsi ad esso con cura è necessario cercare di comprendere la situazione in cui è immersa questa parte del mondo, per poi passare ai problemi che le Chiese stanno soffrendo.

In generale, la situazione del Medio oriente sembra immobile e senza frutti. Lo scorso anno a novembre in Vaticano si è tenuto il simposio cattolico-islamico, che ha radunato decine di personalità musulmane e cristiane altamente qualificate. Il risultato è stato una dichiarazione con ottimi spunti sulla difesa della libertà religiosa, la condanna del terrorismo, la scelta della convivenza. Ma dopo un anno non si vede ancora nessun risultato, nessun seguito a quel bell’incontro Lo scorso anno, anche l’Arabia saudita, aveva lanciato alcuni importanti messaggi, con passi verso il dialogo con le altre religioni, ma non ha modificato la situazione interna al Paese riguardo alla libertà religiosa o di culto.

Islam nella paralisi

Tutto il nostro mondo è in attesa e il mondo islamico è in una situazione di paralisi. Tale paralisi è dovuta alla divisione. Il mondo islamico è diviso sulla questione Israele – Palestina. Gli Stati più ragionevoli affermano che non c’è altra strada che il dialogo. D’altra parte Israele non dà nessuna possibilità di dialogo; e gli altri – che propongono una politica dura – sono anch’essi paralizzati.

In Iraq la situazione non migliora, ma si continua una lotta che ha spesso la forma di guerra fra sunniti e sciiti. A a un livello più grande essa si rispecchia nella lotta fra Iran e Arabia saudita, Paesi rappresentativi delle due correnti islamiche.

Nelle scorse settimane vi sono state perfino delle minacce reciproche. L’Iran ha detto che gli iraniani devono approfittare del pellegrinaggio alla Mecca per rilanciare la jihad e liberare la Palestina; l’indomani l’Arabia saudita ha detto che durante il pellegrinaggio non ammetterà alcun raduno o gesto che non sia spirituale. Era una chiara minaccia all’Iran, pur senza nominarla. Anche la guerra alla frontiera fra Arabia e Yemen è una guerra fra sunniti e sciiti. La condanna a morte da parte dell’Arabia Saudita di Ali Hussein Sbat, libanese originario d’al-Ain nella Beqaa, per l’accusa di stregoneria, è stata interpretata come una vendetta sunnita contra lo sciismo.

La Palestina è paralizzata nella divisione fra Gaza e la West Bank; il Libano per più di 4 mesi è rimasto senza governo – un fenomeno mai successo prima. È una paralisi generale.

In questa immobilità, l’unico a muoversi è Israele, che continua ad occupare nuove colonie nei Territori occupati, fino a colpire al cuore il problema palestinese. Il modo in cui nascono gli insediamenti ebraici non permetterà in futuro alcuna contiguità geografica fra Gerusalemme e il resto della West Bank, rendendo difficile un futuro Stato palestinese e Gerusalemme est come sua capitale. Tutto questo avviene con il silenzio - o qualche blanda critica formale – da parte di tutti, Paesi islamici e Paesi occidentali, fra cui gli Stati Uniti. È davvero una sconfitta del diritto.

Anche la questione iraniana è molto delicata. È chiaro che l’Iran gioca al gatto e al topo, dicendosi disponibile al dialogo e poi facendo qualche passo verso il nucleare, anche bellico.

Ma d’altra parte, come fare a condannare l’Iran quando altri Stati nella regione (in particolare Israele) hanno la bomba atomica? Come si può accettare che qualcuno proibisca a un altro di compiere i passi che io ho già fatto? L’unica giustificazione che si dà è: “noi siamo buoni, voi siete cattivi”. Ma chi mi dice che dopo di te non vi sarà qualche “cattivo”?

Tutte le soluzioni sembrano bloccate senza alcuna via di uscita.

La violenza nell’islam e il malessere

A ciò si aggiunge un problema di fondo: il mondo musulmano sente una paralisi ancora più grave. Nei giornali e su internet i musulmani si domandano: Cosa abbiamo prodotto in tutti questi secoli? Che contributo abbiamo dato alla civiltà? L’unica cosa che abbiamo è qualcosa che non abbiamo costruito noi, cioè il petrolio. Per altri la risposta è: abbiamo la fede in Dio. Ma questo è un bene difficile da valutare…

Nasce così un sentimento di rabbia contro se stessi e contro chiunque. Guardando il mondo islamico, ho l’impressione che gli unici eventi che fanno notizia sono i fatti di violenza. Avviene nelle Filippine, nella lotta politica fra due capi musulmani; in Iraq, dove ormai le bombe sono non più contro gli americani, ma fra di loro; in Sudan, in Somalia, in Pakistan, in Afghanistan; in Iran dove iraniani combattono contro iraniani. Tutto il mondo islamico soffre poi di mancanza di libertà, in Iran come in Tunisia.

Pensiamo alla conclusione dell’incontro di calcio fra Algeria ed Egitto, finito anch’esso in violenza… Alla fine sembra che l’unica cosa che l’islam sappia produrre sono massacri e violenza.

Tutto ciò è frutto di un malessere profondo dell’islam in Medio oriente, in Africa del Nord, nel Corno d’Africa, ecc.

Ormai non si può dire che la colpa di ciò è il passato colonialismo. I Paesi di cui parliamo avevano conquistato da tempo strutture più o meno solide, più o meno democratiche. Non è più possibile nascondere questa crisi culturale, sociale e politica del mondo islamico.

L’unica cosa che progredisce è il rigorismo religioso, non solo nella devozione, ma in forme visibili: il velo, la barba, gli obblighi… Tutti i musulmani che tornano in Egitto dopo diversi anni, dicono che non riconoscono più il loro Paese per l’asprezza con cui si vivono le cose quotidiane. È vero che le moschee sono più piene, anche di giovani, ma la dottrina che viene offerta non è una formazione intellettuale o spirituale all’islam. È molto più un crescendo di odio contro gli altri, contro i pagani e contro i musulmani meno radicali.

La crisi dell’occidente

Di fronte a questa crisi dell’islam, l’occidente ha coscienza chiara ed equilibrata della sua identità? Secondo me sempre di meno. Il caso rivelatore è la decisione della Corte europea dei diritti umani che all’unanimità – un fatto rarissimo in questi casi – ha condannato l’esposizione in Italia dei crocifissi perché ciò non rispetta la neutralità e la laicità dell’Europa.

Anche mettendo da parte la religione, questo simbolo fa parte della cultura italiana (che ovviamente ha una dimensione religiosa). Come si può dire perciò che l’esposizione del crocifisso viola la libertà? Una statistica di qualche anno fa diceva che il 77% degli italiani apprezza l’esposizione del crocifisso. Anche il filosofo e uomo politico veneziano, Massimo Cacciari, agnostico, ha parlato del crocifisso come del più importante simbolo che abbiamo di un amore che si dona per salvare un altro.

La decisione della Corte europea, negando il crocefisso, ha negato se stessa: è un attentato contro se stessi. Se negare la Shoa è un negazionismo storico, questa decisione è un negazionismo della propria cultura. Il fatto grave è che a livello europeo – esclusa l’Italia - nessuno ha reagito.

In occidente c’è poi un altro atteggiamento, uguale e contrario, che afferma se stesso negando l’identità degli altri, quello dei neo-nazi. Questi atteggiamenti vanno di pari passo, uno suscita l’altro. Ma ciò avviene perché la gente ha sempre meno coscienza di sé.

Ci troviamo perciò di fronte a due crisi: quella della cultura del mondo islamico e quella del mondo occidentale, entrambe nella paralisi. L’unico possibile rapporto fra due strutture ferme e chiuse è un rapporto di forza o di esclusione.

L’occidente tende a uscire da questa immobilità anche con l’idea della tolleranza e del multiculturalismo: la mia identità – esso dice – sono tutte le culture. Ma questo è un atteggiamento concettuale: io posso apprezzare tutte le culture solo a partire dalla mia; se io dico che “ho” tutte le culture, significa che non ho nulla. Invece, se io so chi sono, sono pacifico, sereno, fiero. Solo in questo modo possiamo dialogare. Ma se non c’è niente, vince solo chi grida di più o chi ha più potere materiale.

I segni di speranza nell’islam

L’unica speranza che io vedo nel mio mondo medio-orientale, è l’atteggiamento di chi dice “Basta!”. La gente non vuole più essere presa in giro, usata come pedine. Questo è evidente in Iran, con le manifestazioni “verdi”, ma anche in Egitto, dove c’è perfino un partito che si chiama proprio “Kefâya”, cioè Basta! Questo partito è nato come critica alla “dinastia” di Moubarak, che dopo 28 anni di regno vuole mettere il figlio Gamal al suo posto. Lo stesso si può dire in Algeria, in Senegal…

La reazione si vede anche nella molteplicità dei forum che appaiono su internet, o sui giornali stampati. Certo, diversi siti internet musulmani rivendicano alcune prospettive nuove; vi sono musulmani atei, riformisti, ecc.., ma nessuno li sostiene. Ognuno di essi lancia un messaggio, un grido, una, dieci volte, ma poi si stanca e torna nel silenzio.

Un mese fa a Berlino vi era un convegno dei “progressive Muslims”, dei musulmani liberali. All’interno vi erano musulmane femministe, un gruppo di esegeti del Corano (fra cui Nasr Hamid Abu Zaid), altri politici. Il convegno è stato molto esplicito e vivace. Ma dopo, quando tutti ritornano alle loro case, non fanno più nulla perché essi sono una goccia nell’oceano. Su un miliardo e 200 milioni di musulmani nel mondo, queste menti liberali che scrivono e pensano, saranno 10 mila, 20 mila: meno dell’1 per mille.

Gli imam e la fatwa

La reazione sta certo crescendo e forse si arriverà a un’esplosione, come è avvenuto in Unione sovietica, ma ci vorrà molto tempo. La differenza fra l’Europa dell’est e noi è che qui non vi è un Muro di Berlino, ma un muro di ignoranza. La tristezza infatti è che i responsabili dell’Islam sono incapaci a risolvere i problemi, anzi li accrescono. La maggior parte di essi è stata formata nella più antica università islamica del mondo, Al Azhar, dove ogni anno entrano fino a 150 mila imam. Ma a cosa sono formati? A ripetere l’antico, non ad affrontare la modernità. L’unica cosa che propongono è tornare all’indietro, al VII secolo. A furia di ripetere, vi riescono pure, ma forse nemmeno l’1% di loro riesce a discutere con la modernità, valutando pro e contro, valori e disvalori.

La cosa che si diffonde è lo stile della fatwa, un metodo che permette di non pensare. Se ho un problema domando via telefono all’imam, pago 1 euro o 2, e domani ho la risposta pronta.

Gli imam incatenano i fedeli a ciò che l’islam ha detto nei primi secoli; manca un’autorità morale che mi aiuti ad affrontare oggi la mia situazione.

Un uomo d’affari musulmano vivendo in Germania chiede se può avere un pranzo d’affari con degli amici cristiani. Le risposte dei suoi imam mufti sono state diverse e opposte: uno gli ha detto che secondo il Corano mangiare con i cristiani è “halal”, lecito. Un altro – il famoso imam Yusuf Qaradawi del Qatar - gli ha proibito di farlo perché i tedeschi oggi “non sono autentici cristiani”. Chi afferma questi giudizi, non è una persona che ha vissuto insieme agli occidentali fino a capirli e valutarli: il giudizio è preso a partire da un testo, accresciuto da un pregiudizio.

Di per se, la fatwa è un buon strumento per far evolvere l’islam e permettere l’aggiornamento della religione. Ma corre anche due rischi: da una parte, di bloccare l’evoluzione, perché si ritorna spesso a dei modelli antichi; e d’altra parte, di creare infantilismo fra i fedeli, che non riflettono più personalmente, ma cercano risposte pronte dai mufti.

I segni di speranza in occidente

Anche in Occidente vi sono segni di speranza, che criticano l’immobilismo. Vi sono quelli che combattono per un’etica più liberale (che talvolta sconfina con il permissivismo), ma a tutti i livelli vi è dibattito sui valori, su questioni con diverse posizioni.

Pensiamo ad esempio agli immigrati in Europa. Da voi vi è chi lotta per dare ad essi il diritto di residenza, di voto, ecc; altri che invece frenano. Il prossimo 1° marzo in Francia, tutti gli immigrati faranno uno sciopero generale, per mostrare quanto essi pesano nell’economia, chiedendo più diritti per loro.

Invece nel nostro mondo medio-orientale, gli immigrati sono trattati come bestie, senza alcun diritto e non trovano nessuno che li difenda. Si può dire che su qualunque punto l’occidente discute, si interroga, va a fondo dei valori filosofici-spirituali. Fra noi in Medio oriente vi sono solo discussioni di tipo politico, ma per il resto vi è silenzio. Nel gennaio scorso, durante l’attacco contro Gaza, su un invito di un gruppo islamico sciita, in un convegno ho accennato al problema israelo-palestinese, sottolineando che era urgente il dialogo. Mi hanno subito fermato, dicendo che quel tema non andava toccato.

Islam e occidente hanno bisogno l’uno dell’altro

Il dialogo fra il mondo islamico e l’occidente non si fa quasi per nulla. Eppure è sempre più evidente che ognuno ha bisogno dell’altro dal punto di vista culturale e economico.

La crisi di entrambi è perciò un’occasione di ripensamento più a fondo. Ma la condizione è una chiara coscienza di sé e la percezione che ciò che è da fare è da fare insieme.

Il mondo musulmano, da solo non regge perché rischia di rimanere fuori della modernità e inghiottito dalla violenza. L’occidente da solo non ce la fa, perché anche se più formato dal punto di vista intellettuale, non ha le braccia per lavorare, a causa della caduta demografica. Qui emerge l’immagine di san Paolo nella 1 Cor 12: “L’occhio non può dire io sono migliore di te”; e a cosa serve l’occhio senza il resto del corpo?

La globalizzazione del mondo, la crisi dei mutui in America, ha creato un’ondata mondiale. Ciò che succede nell’economia, succede anche nella cultura, ideologia, fede: siamo nella stessa barca; se la barca affonda, tutti periscono.

La sapienza è dire: ascoltiamo cosa dicono i musulmani, cosa sono le loro lagnanze, cosa è buono nelle loro proposte e cosa non è applicabile. E viceversa.

Il dialogo è fondamentale per la situazione attuale in Europa, dove sempre più vi sono comunità musulmane. Ma è un’occasione anche per i musulmani a ripensare cosa significa vivere in occidente, in una situazione di accoglienza, ma anche di minoranza. Ed essendo una minoranza, non possono comportarsi in tutto come nei Paesi islamici, dove essi sono la maggioranza.

La custode di mia sorella...

Qualcuno ha visto questo film?
E' di una certa attualità.

Custode di mia sorella: Anna ha una sorella malata, Kate. La ragazzina crede che i suoi genitori l'abbiano fatta nascere per essere donatrice della sorella Kate, colpita dalla leucemia. Anna si sacrifica donando sangue, midollo e cellule staminali, ma quando le viene richiesto un rene decide di fare causa ai genitori.

“Ci sono film (che ti prendono alla gola e non ti mollano più, neanche quanto torni alla luce del sole. Film capaci di puntare dritto al cuore con temi che vanno al nocciolo delle grandi questioni umane: la vita e la morte. Uno di questi è La custode di mia sorella di Niclk Cassavetes, dramma morale tratto dal best seller di Jodi Picoult ispirato a 'una storia vera che molto ha fatto discutere. […] Lacrime e risate si mescolano in scene di vita quotidiana dove si può sorridere e innamorarsi anche durante una chemioterapia. Cassavetes non disdegna qualche colpo basso all'emotività dello spettatore e qualche cliché (come quello del malato terminale che vuole andare al mare), ma rimane abilmente in equilibrio tra le motivazioni e i sentimenti dei personaggi in gioco conducendo lo spettatore verso un finale doloroso e sereno al tempo stesso”


(Alessandra De Luca - Avvenire)

martedì 1 dicembre 2009

A proposito di abolizione del Crocifisso, minareti e altre cose...

Noi chestertoniani abbiamo sempre avuto la vista acuta, perché il Nostro Gilbert l'aveva e continua ad averla nonostante sia morto da più di settanta anni (anzi, adesso ci vede ancora meglio, è nella Gloria!).
Basterebbe leggere una delle sue storielle (che storielle non sono) per capire dove sta lo sbaglio e dove la Verità. Nel sentire le polemichette attizzate da gente tristissima, che parla di libertà religiosa a sproposito e a senso unicissimo (quello sbagliato), viene subito in mente L'Osteria Volante, dove piccole bande di eroi tenevano viva la fede in Cristo e nelle cose buone come l'alcool (e qui adesso si scatenerà un'orda di antialcoolisti moralisti che bollerà la Chiesa Cattolica come la causa ultima dell'ubriachezza nel mondo...).
Basterebbe fare sul serio in quello che siamo e vedremmo tante fesserie in meno, tanta gente tristissima (a proposito: è sempre aperto il concorso Uomini e tristezza...) molto meno triste, anzi allegra, e un mondo molto più serio e allegro di quello che oggi si dibatte tra tante stupidissime porcherie.

Abbiamo degli amici in America che conoscono padre Boyd...

Alcuni di noi hanno un caro amico negli Stati Uniti, Riro Maniscalco, che ci segnala questa bella iniziativa in cui compare il nostro amico Padre Ian Boyd. Bravi per aver valorizzato Chesterton e la ricchezza del Natale!

Crossroads Cultural Center

The G. K. Chesterton Institute for Faith &Culture

and

Campus Ministry FCLC

present

Chesterton and Christmas: A Serious Affair

An homage to his love for Christmas through conversations, readings, and choral music

Speakers

Fr. Ian BOYD, C.S.B.

President of The G. K. Chesterton Institute for Faith & Culture

Dr. Dermot QUINN

Professor of History, Seton Hall University

Special Guests:

Mr. Tony HENDRA, writer and actor, reading Chesterton

Christopher VATH and THE COMMUNION AND LIBERATION CHOIR

Wednesday, December 16, 2009, 7:00 pm

Pope Auditorium, Fordham University

113 West 60th Street, New York

The event is open to the public and free of charge.

For more information, visit our Web site at www.crossroadsculturalcenter.org.