martedì 17 marzo 2009

Oggi è la festa di San Patrizio, festa dell'Irlanda e degli Irlandesi, amati da Chesterton



Oggi è la festa del grande San Patrizio, Apostolo d'Irlanda, evengelizzatore di quella che sarebbe poi divenuta a buon titolo "Insula Sanctorum", l'isola del Santi.

San Patrizio evangelizzò l'Irlanda cambiando i cuori dei feroci irlandesi senza coercizione o spargimento di sangue, con il suo cuore "rustico", come egli stesso si definì nella sua meravigliosa Confessio.

Oggi il kitch si spreca (e scusate, un pochino lo abbiamo sparso su questo post, con questi colori... un po' di ridicolo e di prendersi alla leggera ci vuole, altrimenti non potremmo volare, come ci insegna Gilbert): forse sarebbe meglio se ricordassimo un pochino il gran bene venuto all'umanità da quest'Uomo Vivo che, scampato dalla prigionia dei pirati gaeli, tornò in Irlanda dopo aver vinto lo scetticismo dei più per tener fede ad un sogno in cui gli apparvero gli irlandesi che gli gridavano: "Torna da noi!". Patrizio, anzi, Sucat Patricius tornò, e portò loro in dono il suo dono più grande, Gesù Cristo Buono, e li fece tutti buoni, e amanti di Cristo con l'impeto del primissimo momento, un impeto che durò per secoli e speriamo ancora duri per sempre.

Abbiamo tutti bisogno della pazzia degli irlandesi, quella pazzia che li fece apostoli per l'Europa (e qualcuno dice pure per l'America quando il buon Cristoforo Colombo ancora doveva... fare l'uovo!), giunsero ovunque, anche nel Sud Italia, lasciando il loro marchio inconfondibile di amore viscerale per Cristo, i loro fantastici "eccessi", i loro miracoli così pittoreschi, surreali (ma non irreali, come qualche omino di chiesa, in nome del politicamente corretto, insiste a dire) e... chestertoniani!

Chesterton ammirava ed amava gli Irlandesi, scrisse pagine memorabili su di essi in Christendom in Dublin, in Irish Impressions, nell'Autobiografia, in Ortodossia: penso che si riferisse anche all'Irlanda e agli irlandesi quando disse:

"I paesi di Europa rimasti sotto la influenza dei preti sono precisamente quelli dove ancora si canta, si danza, e ci si mettono vestiti sgargianti e l’arte vive all’aperto (...)".

Dedicò molti dei suoi personaggi più simpatici all'Isola di Smeraldo: l'indimenticabile Patrick Dalroy de L'Osteria Volante, Michele Moon de L'Uomo Vivo; prese il miglior esempio da padre John O'Connor, felice figlio di Erin che lo portò con la sua intelligenza e la sua bontà alla Vera Fede, il padre O'Connor che fu ispiratore del padre Brown da noi amato. Potremmo dire che padre Brown è... di padre irlandese, o forse... di zio irlandese. Parteggiò per loro e per la loro indipendenza, non lesinando critiche forti e motivate contro la sua stessa patria da uomo giusto e buon qual era.

Ma il motto più noto, pirotecnico e sgargiante che dice tanto di vero su questi uomini pazzi è quello che segue:


"I grandi Gaeli d'Irlanda, gli uomini che Dio ha fatto pazzi, perché tutte le loro guerre sono liete e tutte le loro canzoni sono tristi".


(G.K.Chesterton)

lunedì 16 marzo 2009

Un aforisma al giorno - 96

"Quando un cristiano è contento, è contento (nel senso più esatto) terribilmente".

Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia

Papa: Pellegrino in Africa annunciando Cristo crocefisso, che rinnova il mondo


Benedetto XVI annuncia che si recherà a Yaoundé (Camerun) e Luanda (Angola), chiede di essere accompagnato dalla preghiera di tutti, anche con l’aiuto di san Giuseppe, suo patrono personale. Sostegno alla pastorale universitaria, per elaborare “una cultura ispirata al vangelo”. Un saluto alle decine di migliaia di “coccinelle”, le bambine scout d’Italia ed Europa.


Città del Vaticano (AsiaNews) – Benedetto XVI chiede a tutti i fedeli di pregare “invocando Maria, Madre e Regina dell’Africa”, per essere accompagnato nel suo primo viaggio apostolico in Africa, dal 17 al 23 marzo prossimi. Parlando prima della preghiera dell’Angelus, dalla sua finestra su piazza san Pietro, egli ha detto di partire “con la consapevolezza di non avere altro da proporre e donare a quanti incontrerò se non Cristo e la Buona Novella della sua Croce, mistero di amore supremo, di amore divino che vince ogni umana resistenza e rende possibile persino il perdono e l’amore per i nemici”.

Il pontefice sarà a Yaoundé (Camerun), per consegnare idealmente a tutti i vescovi del continente “lo ‘Strumento di lavoro’ della Seconda Assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei vescovi, che avrà luogo in ottobre… in Vaticano”. E si recherà poi a Luanda (Angola), in “un Paese che, dopo la lunga guerra interna, ha ritrovato la pace ed ora è chiamato a ricostruirsi nella giustizia”.

“Con questa visita – ha spiegato il papa - intendo idealmente abbracciare l’intero continente africano: le sue mille differenze e la sua profonda anima religiosa; le sue antiche culture e il suo faticoso cammino di sviluppo e di riconciliazione; i suoi gravi problemi, le sue dolorose ferite e le sue enormi potenzialità e speranze. Intendo confermare nella fede i cattolici, incoraggiare i cristiani nell’impegno ecumenico, recare a tutti l’annuncio di pace affidato alla Chiesa dal Signore risorto”.

Riferendosi poi a una delle letture di oggi, Terza domenica di Quaresima, tratta dalla Prima lettera ai Corinti - in cui Paolo afferma di annunciare Cristo crocifisso, “scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio" (1 Cor 1,23-24) – egli ha sottolineato di non avere altro da “proporre e donare” se non la “Buona Novella della sua Croce”. E ha aggiunto: “Questa è la grazia del Vangelo capace di trasformare il mondo; questa è la grazia che può rinnovare anche l’Africa, perché genera una irresistibile forza di pace e di riconciliazione profonda e radicale. La Chiesa non persegue dunque obbiettivi economici, sociali e politici; la Chiesa annuncia Cristo, certa che il Vangelo può toccare i cuori di tutti e trasformarli, rinnovando in tal modo dal di dentro le persona e le società”.

Durante il suo viaggio in Africa, Benedetto XVI celebrerà il suo onomastico (san Giuseppe, il 19 marzo). Anche a lui, il papa affida il suo pellegrinaggio: “San Giuseppe - egli dice - avvertito in sogno da un angelo, dovette fuggire con Maria in Egitto, nel nord-ovest [sic!] dell’Africa, per mettere in salvo Gesù appena nato, che il re Erode voleva uccidere. Si adempirono così le Scritture: Gesù ha calcato le orme degli antichi patriarchi e, come il popolo d’Israele, è rientrato nella Terra promessa dopo essere stato in esilio in Egitto. Alla celeste intercessione di questo grande Santo affido il prossimo pellegrinaggio e le popolazioni dell’Africa tutta intera, con le sfide che le segnano e le speranze che le animano. In particolare, penso alle vittime della fame, delle malattie, delle ingiustizie, dei conflitti fratricidi e di ogni forma di violenza che purtroppo continua a colpire adulti e bambini, senza risparmiare missionari, sacerdoti, religiosi, religiose e volontari”.

Dopo la preghiera dell’Angelus, il papa ha salutato gli studenti e i docenti universitari a Roma per il “Giubileo paolino degli universitari”, promosso dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica e dal Pontificio Consiglio della Cultura e organizzato dal Vicariato di Roma. “Auspico – ha detto il pontefice - che in tutte le Chiese particolari si sviluppi la pastorale universitaria, per la formazione dei giovani e per l’elaborazione di una cultura ispirata al Vangelo. Cari universitari, vi incoraggio e vi accompagno con la preghiera”.

Dopo molti saluti nelle diverse lingue, Benedetto XVI si è rivolto alle “coccinelle”, le bambine dell’Associazione Italiana Guide e Scout d’Europa Cattolici, che hanno riempito la piazza san Pietro quasi totalmente. “Care bambine – ha detto il papa - dite sempre il vostro ‘eccomi!’ a Dio, come la Vergine Maria; ditelo con il cuore, e sarete raggi di luce per il mondo. Grazie di essere venute!”.

venerdì 13 marzo 2009

Iraq - Kirkuk, cristiani e musulmani pregano per mons. Rahho e per i martiri irakeni


di Louis Sako*

Oggi è il primo anniversario dal rapimento e dalla morte dell'arcivescovo di Mosul. La comunità locale ha affollato la chiesa per onorare la memoria del presule. Alla funzione sono intervenuti anche diversi musulmani. Arcivescovo di Kirkuk: Oltre 700 uccisi, anche bambini. Il sangue dei martiri irakeni è un invito a “cooperare per la riconciliazione nazionale”.


Kirkuk (AsiaNews) – Oggi in Iraq si ricorda il primo anniversario della morte di mons. Paulo Faraj Rahho, arcivescovo caldeo di Mosul. A Kirkuk è stata celebrata stamane una messa, presieduta da mons. Louis Sako, arcivescovo della diocesi, il quale ha ricordato “il martirio del vescovo di Mosul” e “il lungo elenco dei martiri cristiani irakeni”. Alla funzione hanno partecipato anche “diversi amici musulmani”, che hanno voluto testimoniare la loro vicinanza “alla comunità cristiana”.

Mons. Rahho era stato rapito il 29 febbraio al termine della Via Crucis celebrata nella chiesa del Santo Spirito. Il presule era molto malato, pochi anni prima aveva subito un infarto e da allora aveva bisogno di cure quotidiane. Le difficili trattative condotte nei 14 giorni di sequestro avevano lasciato poche speranza, per la totale assenza di contatti con l’ostaggio. Durante le concitate fasi del sequestro sono state uccise altre tre persone: si tratta di Faris Gorgis Khoder, l’autista, e Ramy e Samir, due guardie del corpo.

Di seguito il messaggio che mons. Louis Sako ha inviato ad AsiaNews:

Oggi si celebra l’anniversario del martirio del vescovo Paolo Faraj Rahho e dei suoi compagni. Un anno fa, siamo stati colpiti e scandalizzati da questa azione assurda! E, allo stesso tempo, si celebra la memoria di un lungo elenco di martiri cristiani: 710 in Iraq, compresi i 21 di Kirkuk, tra cui il chierichetto Fadi, le due sorelle Margaret e Fadhila, il colonnello diacono W. Boraji.

Questa celebrazione non é una memoria dal passato, ma una presenza concreta che oltrepassa il tempo. Siamo di fronte ad un grande mistero, il mistero della vita in tutta la sua pienezza. Difatti il martirio spiega tutta l’intensità della vita e la sua gloria. Vita che noi chiamiamo “eterna” non nel modo pensato dai filosofi, ma secondo la testimonianza concreta di Gesù Cristo. In Lui troviamo motivo di adorazione, speranza, perseveranza, e la forza di sopportare tutto.

Ci sono molte sfide e difficoltà, ma non dobbiamo cedere al pessimismo e alla paura… Noi cristiani dobbiamo continuare ad essere il difficile numero dell’equazione. La morte di questi eroi ci deve ci deve aiutare a vincere le nostre paure e i nostri dubbi. Il loro martirio è segno della trasfigurazione e resurrezione ed è diventato per la nostra Chiesa e il nostro paese “un’oasi di benedizione”.

Non possiamo tacere, bisogna ricordare alla comunità irakena e a tutto il mondo l’importanza della presenza dei cristiani e la loro testimonianza di lealtà, fedeltà, onestà. La nostra volontà è di continuare questa esistenza nell’amore e nel rispetto dei diritti umani. Noi vogliamo vivere in pace e fratellanza con gli altri.

Il Sangue di tanti martiri irakeni ci invita tutti a tornare ad una vita sociale degna e a cooperare per la riconciliazione nazionale in modo sincero; esso ci invita ance a creare una società democratica, che rispetta la libertà di tutti i cittadini e la loro dignità.

Questa commemorazione dei martiri ha per noi un grande significato di amore, speranza, consolazione e gioia. Il Venerdì santo sarà seguito sicuramente dalla domenica della Pasqua.

*Arcivescovo caldeo di Kirkuk

giovedì 12 marzo 2009

L'editoriale del direttore dell'Osservatore Romano Gian Maria Vian sulla lettera di Papa Benedetto sul ritiro della scomunica ai lefebvriani

Dall'Osservatore Romano

Come la lettera ai Galati


Un testo appassionato e senza precedenti nato dal cuore di Benedetto XVI per contribuire alla pace nella Chiesa: ecco la lettera del Papa ai vescovi cattolici sulla remissione della scomunica ai presuli consacrati nel 1988. Senza precedenti perché non ha precedenti recenti la bufera scatenata in seguito alla pubblicazione del provvedimento lo scorso 24 gennaio. Non a caso alla vigilia del cinquantesimo anniversario dell'annuncio del Vaticano II, perché l'intenzione del vescovo di Roma - ora confermata ma già di per sé evidente, come il giorno stesso aveva sottolineato il nostro giornale - era ed è quella di evitare il pericolo di uno scisma. Con un iniziale gesto di misericordia, perfettamente in linea con il concilio e con la tradizione della Chiesa.
Sulla convenienza di questo gesto si sono moltiplicati interrogativi e soprattutto si sono scagliate contro Benedetto XVI accuse infondate ed enormi: di rinnegamento del Vaticano II e di oscurantismo. Fino a un disonesto e incredibile rovesciamento del gesto papale, favorito dalla diffusione, in una concomitanza di tempi certo non casuale, delle affermazioni negazioniste nei confronti della Shoah di uno dei presuli a cui il Papa ha rimesso la scomunica. Affermazioni inaccettabili - e anche questo è stato subito sottolineato dal giornale del Papa - come inaccettabili e vergognosi sono gli atteggiamenti verso l'ebraismo di alcuni membri dei gruppi a cui Benedetto XVI ha teso la mano.
Il rovesciamento della misericordia in un incredibile gesto di ostilità contro gli ebrei - che si è voluto ripetutamente attribuire al Pontefice da molte parti, anche autorevoli - è stato grave perché ha ignorato la realtà, stravolgendo il convincimento e le realizzazioni personali di Joseph Ratzinger come teologo, come vescovo e come Papa, in testi a disposizione di tutti. Di fronte a questo attacco concentrico, persino da parte di cattolici e anche "con odio", Benedetto XVI "tanto più" ha voluto ringraziare gli ebrei che hanno aiutato a superare questo difficile momento, confermando la volontà di un'amicizia e di una fratellanza che affonda le sue radici nella fede dell'unico Dio e nelle Scritture.
La lucidità dell'analisi papale non evita questioni aperte e difficili, come la necessità di una attenzione e di una comunicazione più preparate e tempestive in un contesto globale dove l'informazione, onnipresente e sovrabbondante, è di continuo esposta a manipolazioni e a strumentalizzazioni, tra cui le cosiddette fughe di notizie, che si fatica a non definire miserande. Anche all'interno della Curia romana, organismo storicamente collegiale e che nella Chiesa ha un dovere di esemplarità.
Il Papa affronta poi il cuore della questione: cioè il problema dei gruppi cosiddetti tradizionalisti e il pericolo dello scisma, con la distinzione dei livelli disciplinare e dottrinale. In altre parole, sul piano disciplinare Benedetto XVI ha revocato la scomunica ma su quello dottrinale è necessario che i tradizionalisti - verso i quali il Papa non risparmia toni severi ma confidando nella riconciliazione - non congelino il magistero della Chiesa al 1962. Così come i sedicenti grandi difensori del concilio devono ricordare che il Vaticano II non può essere separato dalla fede professata e confessata nel corso dei secoli.
Era davvero una priorità questo gesto? Il Papa risponde di sì perché in un mondo dove la fiamma della fede rischia di spegnersi la priorità è proprio condurre gli uomini verso il Dio che ha parlato sul Sinai e si è manifestato in Gesù. Un Dio che rischia di sparire dall'orizzonte umano e che solo la testimonianza di unità dei credenti rende credibile. Ecco perché sono importanti l'unità della Chiesa cattolica e l'impegno ecumenico, ecco perché ha significato il dialogo tra le religioni. Per questo la grande Chiesa - un termine caro alla tradizione - deve ricercare la pace con tutti. Per questo i cattolici non devono dilaniarsi come i Galati a cui Paolo intorno all'anno 56 scrisse di suo pugno una delle lettere più drammatiche e belle. Come questa di Papa Benedetto.

g. m. v.

Mons. Fellay risponde al Papa: grazie, desideriamo considerare il concilio Vaticano II e l’insegnamento post-conciliare alla luce della tradizione


mons. Bernard Fellay, superiore della Fraternità San Pio X

Da Il Giornale

Roma - Non è nostra intenzione tornare a prima del 1962 e del Concilio Vaticano II, ma vogliamo considerare il suo insegnamento alla luce della tradizione della Chiesa. È quanto afferma monsignor Bernard Fellay, superiore della Fraternità di San Pio X, in un comunicato diffuso oggi a commento della lettera del Papa dedicata alla questione dei lefebvriani.

L'apertura dei lefebvriani "Ben lontani dal voler fermare la tradizione al 1962 - spiega monsignor Fellay - noi desideriamo considerare il concilio Vaticano II e l’insegnamento post-conciliare alla luce di questa tradizione che san Vincenzo di Lerins ha definito come 'ciò che è stato creduto sempre, dappertutto e da tutti'". "Noi ringraziamo vivamente il Santo Padre - dice ancora monsignor Fellay - per aver ricollocato il dibattito all’altezza a cui si deve tenere, cioè quella della fede". "Noi condividiamo pienamente - aggiunge il leader dei lefebvriani - la sua preoccupazione prioritaria della predicazione, 'nella nostra epoca in cui vaste regioni della Terra la fede rischia di spegnersi come una fiamma che non è più alimentata'".

Via ai colloqui dottrinari La Fraternità sacerdotale di San Pio X assicura Benedetto XVI della sua volontà di cominciare i colloqui dottrinari riconosciuti come "necessari" dal decreto del 21 gennaio, con il "desiderio di servire la verità rivelata che è la prima carità a manifestarsi allo sguardo di tutti gli uomini, credenti e non". Il superiore della Fraternità di San Pio X ha, quindi, riconosciuto la disponibilità dei lefebvriani a dare il via ai colloqui con il Vaticano sui temi controversi del Concilio Vaticano II. Colloqui che, secondo quanto stabilito dal Papa, non avverranno sotto la guida della Pontificia Ecclesia Dei, organismo che fino ad ora ha gestito la questione lefebvriani, ma in diretto contatto con la congregazione per la dottrina della fede, il dicastero vaticano cui dovrà fare riferimento la stessa Ecclesai Dei.

LETTERA DI S.S. BENEDETTO XVI AI VESCOVI DELLA CHIESA CATTOLICA RIGUARDO ALLA REMISSIONE DELLA SCOMUNICA DEI 4 VESCOVI CONSACRATI DA MONS. LEFEBVRE


Pubblichiamo il testo integrale della lettera del papa ai Vescovi Cattolici di tutto il mondo sulla remissione della scomunica dei quattro vescovi consacrati da mons. Marcel Lefebvre nel 1988. Ieri avevamo rilanciato la segnalazione fatta dal quotidiano Il Foglio.

Contiene parole che riteniamo amarissime sul comportamento di alcuni cattolici, sia membri del clero che laici, e tanto altro su cui meditare.

Siamo tutti molto vicini al Papa.

LETTERA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI AI VESCOVI DELLA CHIESA CATTOLICA RIGUARDO ALLA REMISSIONE DELLA SCOMUNICA DEI QUATTRO VESCOVI CONSACRATI DALL’ARCIVESCOVO LEFEBVRE TESTO IN LINGUA ITALIANA

(cliccando il nostro titolo verrete rinviati alla pagina del sito del Vaticano con il testo in italiano e in tedesco, inglese, francese, spagnolo e portoghese).


Cari Confratelli nel ministero episcopale!
La remissione della scomunica ai quattro Vescovi, consacrati nell’anno 1988 dall’Arcivescovo Lefebvre senza mandato della Santa Sede, per molteplici ragioni ha suscitato all’interno e fuori della Chiesa Cattolica una discussione di una tale veemenza quale da molto tempo non si era più sperimentata. Molti Vescovi si sono sentiti perplessi davanti a un avvenimento verificatosi inaspettatamente e difficile da inquadrare positivamente nelle questioni e nei compiti della Chiesa di oggi. Anche se molti Vescovi e fedeli in linea di principio erano disposti a valutare in modo positivo la disposizione del Papa alla riconciliazione, a ciò tuttavia si contrapponeva la questione circa la convenienza di un simile gesto a fronte delle vere urgenze di una vita di fede nel nostro tempo. Alcuni gruppi, invece, accusavano apertamente il Papa di voler tornare indietro, a prima del Concilio: si scatenava così una valanga di proteste, la cui amarezza rivelava ferite risalenti al di là del momento. Mi sento perciò spinto a rivolgere a voi, cari Confratelli, una parola chiarificatrice, che deve aiutare a comprendere le intenzioni che in questo passo hanno guidato me e gli organi competenti della Santa Sede. Spero di contribuire in questo modo alla pace nella Chiesa. Una disavventura per me imprevedibile è stata il fatto che il caso Williamson si è sovrapposto alla remissione della scomunica. Il gesto discreto di misericordia verso quattro Vescovi, ordinati validamente ma non legittimamente, è apparso all’improvviso come una cosa totalmente diversa: come la smentita della riconciliazione tra cristiani ed ebrei, e quindi come la revoca di ciò che in questa materia il Concilio aveva chiarito per il cammino della Chiesa. Un invito alla riconciliazione con un gruppo ecclesiale implicato in un processo di separazione si trasformò così nel suo contrario: un apparente ritorno indietro rispetto a tutti i passi di riconciliazione tra cristiani ed ebrei fatti a partire dal Concilio – passi la cui condivisione e promozione fin dall’inizio era stato un obiettivo del mio personale lavoro teologico. Che questo sovrapporsi di due processi contrapposti sia successo e per un momento abbia disturbato la pace tra cristiani ed ebrei come pure la pace all’interno della Chiesa, è cosa che posso soltanto deplorare profondamente. Mi è stato detto che seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l’internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema. Ne traggo la lezione che in futuro nella Santa Sede dovremo prestar più attenzione a quella fonte di notizie. Sono rimasto rattristato dal fatto che anche cattolici, che in fondo avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose, abbiano pensato di dovermi colpire con un’ostilità pronta all’attacco. Proprio per questo ringrazio tanto più gli amici ebrei che hanno aiutato a togliere di mezzo prontamente il malinteso e a ristabilire l’atmosfera di amicizia e di fiducia, che – come nel tempo di Papa Giovanni Paolo II – anche durante tutto il periodo del mio pontificato è esistita e, grazie a Dio, continua ad esistere. Un altro sbaglio, per il quale mi rammarico sinceramente, consiste nel fatto che la portata e i limiti del provvedimento del 21 gennaio 2009 non sono stati illustrati in modo sufficientemente chiaro al momento della sua pubblicazione. La scomunica colpisce persone, non istituzioni. Un’Ordinazione episcopale senza il mandato pontificio significa il pericolo di uno scisma, perché mette in questione l’unità del collegio episcopale con il Papa. Perciò la Chiesa deve reagire con la punizione più dura, la scomunica, al fine di richiamare le persone punite in questo modo al pentimento e al ritorno all’unità. A vent’anni dalle Ordinazioni, questo obiettivo purtroppo non è stato ancora raggiunto. La remissione della scomunica mira allo stesso scopo a cui serve la punizione: invitare i quattro Vescovi ancora una volta al ritorno. Questo gesto era possibile dopo che gli interessati avevano espresso il loro riconoscimento in linea di principio del Papa e della sua potestà di Pastore, anche se con delle riserve in materia di obbedienza alla sua autorità dottrinale e a quella del Concilio. Con ciò ritorno alla distinzione tra persona ed istituzione. La remissione della scomunica era un provvedimento nell’ambito della disciplina ecclesiastica: le persone venivano liberate dal peso di coscienza costituito dalla punizione ecclesiastica più grave. Occorre distinguere questo livello disciplinare dall’ambito dottrinale. Il fatto che la Fraternità San Pio X non possieda una posizione canonica nella Chiesa, non si basa in fin dei conti su ragioni disciplinari ma dottrinali. Finché la Fraternità non ha una posizione canonica nella Chiesa, anche i suoi ministri non esercitano ministeri legittimi nella Chiesa. Bisogna quindi distinguere tra il livello disciplinare, che concerne le persone come tali, e il livello dottrinale in cui sono in questione il ministero e l’istituzione. Per precisarlo ancora una volta: finché le questioni concernenti la dottrina non sono chiarite, la Fraternità non ha alcuno stato canonico nella Chiesa, e i suoi ministri – anche se sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica – non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella Chiesa. Alla luce di questa situazione è mia intenzione di collegare in futuro la Pontificia Commissione "Ecclesia Dei" – istituzione dal 1988 competente per quelle comunità e persone che, provenendo dalla Fraternità San Pio X o da simili raggruppamenti, vogliono tornare nella piena comunione col Papa – con la Congregazione per la Dottrina della Fede. Con ciò viene chiarito che i problemi che devono ora essere trattati sono di natura essenzialmente dottrinale e riguardano soprattutto l’accettazione del Concilio Vaticano II e del magistero post-conciliare dei Papi. Gli organismi collegiali con i quali la Congregazione studia le questioni che si presentano (specialmente la consueta adunanza dei Cardinali al mercoledì e la Plenaria annuale o biennale) garantiscono il coinvolgimento dei Prefetti di varie Congregazioni romane e dei rappresentanti dell’Episcopato mondiale nelle decisioni da prendere. Non si può congelare l’autorità magisteriale della Chiesa all’anno 1962 – ciò deve essere ben chiaro alla Fraternità. Ma ad alcuni di coloro che si segnalano come grandi difensori del Concilio deve essere pure richiamato alla memoria che il Vaticano II porta in sé l’intera storia dottrinale della Chiesa. Chi vuole essere obbediente al Concilio, deve accettare la fede professata nel corso dei secoli e non può tagliare le radici di cui l’albero vive. Spero, cari Confratelli, che con ciò sia chiarito il significato positivo come anche il limite del provvedimento del 21 gennaio 2009. Ora però rimane la questione: Era tale provvedimento necessario? Costituiva veramente una priorità? Non ci sono forse cose molto più importanti? Certamente ci sono delle cose più importanti e più urgenti. Penso di aver evidenziato le priorità del mio Pontificato nei discorsi da me pronunciati al suo inizio. Ciò che ho detto allora rimane in modo inalterato la mia linea direttiva. La prima priorità per il Successore di Pietro è stata fissata dal Signore nel Cenacolo in modo inequivocabile: "Tu … conferma i tuoi fratelli" (Lc 22, 32). Pietro stesso ha formulato in modo nuovo questa priorità nella sua prima Lettera: "Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi" (1 Pt 3, 15). Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non ad un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine (cfr Gv 13, 1) – in Gesù Cristo crocifisso e risorto. Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più. Condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia: questa è la priorità suprema e fondamentale della Chiesa e del Successore di Pietro in questo tempo. Da qui deriva come logica conseguenza che dobbiamo avere a cuore l’unità dei credenti. La loro discordia, infatti, la loro contrapposizione interna mette in dubbio la credibilità del loro parlare di Dio. Per questo lo sforzo per la comune testimonianza di fede dei cristiani – per l’ecumenismo – è incluso nella priorità suprema. A ciò si aggiunge la necessità che tutti coloro che credono in Dio cerchino insieme la pace, tentino di avvicinarsi gli uni agli altri, per andare insieme, pur nella diversità delle loro immagini di Dio, verso la fonte della Luce – è questo il dialogo interreligioso. Chi annuncia Dio come Amore "sino alla fine" deve dare la testimonianza dell’amore: dedicarsi con amore ai sofferenti, respingere l’odio e l’inimicizia – è la dimensione sociale della fede cristiana, di cui ho parlato nell’Enciclica Deus caritas est. Se dunque l’impegno faticoso per la fede, per la speranza e per l’amore nel mondo costituisce in questo momento (e, in forme diverse, sempre) la vera priorità per la Chiesa, allora ne fanno parte anche le riconciliazioni piccole e medie. Che il sommesso gesto di una mano tesa abbia dato origine ad un grande chiasso, trasformandosi proprio così nel contrario di una riconciliazione, è un fatto di cui dobbiamo prendere atto. Ma ora domando: Era ed è veramente sbagliato andare anche in questo caso incontro al fratello che "ha qualche cosa contro di te" (cfr Mt 5, 23s) e cercare la riconciliazione? Non deve forse anche la società civile tentare di prevenire le radicalizzazioni e di reintegrare i loro eventuali aderenti – per quanto possibile – nelle grandi forze che plasmano la vita sociale, per evitarne la segregazione con tutte le sue conseguenze? Può essere totalmente errato l’impegnarsi per lo scioglimento di irrigidimenti e di restringimenti, così da far spazio a ciò che vi è di positivo e di ricuperabile per l’insieme? Io stesso ho visto, negli anni dopo il 1988, come mediante il ritorno di comunità prima separate da Roma sia cambiato il loro clima interno; come il ritorno nella grande ed ampia Chiesa comune abbia fatto superare posizioni unilaterali e sciolto irrigidimenti così che poi ne sono emerse forze positive per l’insieme. Può lasciarci totalmente indifferenti una comunità nella quale si trovano 491 sacerdoti, 215 seminaristi, 6 seminari, 88 scuole, 2 Istituti universitari, 117 frati, 164 suore e migliaia di fedeli? Dobbiamo davvero tranquillamente lasciarli andare alla deriva lontani dalla Chiesa? Penso ad esempio ai 491 sacerdoti. Non possiamo conoscere l’intreccio delle loro motivazioni. Penso tuttavia che non si sarebbero decisi per il sacerdozio se, accanto a diversi elementi distorti e malati, non ci fosse stato l’amore per Cristo e la volontà di annunciare Lui e con Lui il Dio vivente. Possiamo noi semplicemente escluderli, come rappresentanti di un gruppo marginale radicale, dalla ricerca della riconciliazione e dell’unità? Che ne sarà poi? Certamente, da molto tempo e poi di nuovo in quest’occasione concreta abbiamo sentito da rappresentanti di quella comunità molte cose stonate – superbia e saccenteria, fissazione su unilateralismi ecc. Per amore della verità devo aggiungere che ho ricevuto anche una serie di testimonianze commoventi di gratitudine, nelle quali si rendeva percepibile un’apertura dei cuori. Ma non dovrebbe la grande Chiesa permettersi di essere anche generosa nella consapevolezza del lungo respiro che possiede; nella consapevolezza della promessa che le è stata data? Non dovremmo come buoni educatori essere capaci anche di non badare a diverse cose non buone e premurarci di condurre fuori dalle strettezze? E non dobbiamo forse ammettere che anche nell’ambiente ecclesiale è emersa qualche stonatura? A volte si ha l’impressione che la nostra società abbia bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa avvicinarglisi – in questo caso il Papa – perde anche lui il diritto alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo. Cari Confratelli, nei giorni in cui mi è venuto in mente di scrivere questa lettera, è capitato per caso che nel Seminario Romano ho dovuto interpretare e commentare il brano di Gal 5, 13 – 15. Ho notato con sorpresa l’immediatezza con cui queste frasi ci parlano del momento attuale: "Che la libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!" Sono stato sempre incline a considerare questa frase come una delle esagerazioni retoriche che a volte si trovano in san Paolo. Sotto certi aspetti può essere anche così. Ma purtroppo questo "mordere e divorare" esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una libertà mal interpretata. È forse motivo di sorpresa che anche noi non siamo migliori dei Galati? Che almeno siamo minacciati dalle stesse tentazioni? Che dobbiamo imparare sempre di nuovo l’uso giusto della libertà? E che sempre di nuovo dobbiamo imparare la priorità suprema: l’amore? Nel giorno in cui ho parlato di ciò nel Seminario maggiore, a Roma si celebrava la festa della Madonna della Fiducia. Di fatto: Maria ci insegna la fiducia. Ella ci conduce al Figlio, di cui noi tutti possiamo fidarci. Egli ci guiderà – anche in tempi turbolenti. Vorrei così ringraziare di cuore tutti quei numerosi Vescovi, che in questo tempo mi hanno donato segni commoventi di fiducia e di affetto e soprattutto mi hanno assicurato la loro preghiera. Questo ringraziamento vale anche per tutti i fedeli che in questo tempo mi hanno dato testimonianza della loro fedeltà immutata verso il Successore di san Pietro. Il Signore protegga tutti noi e ci conduca sulla via della pace. È un augurio che mi sgorga spontaneo dal cuore in questo inizio di Quaresima, che è tempo liturgico particolarmente favorevole alla purificazione interiore e che tutti ci invita a guardare con speranza rinnovata al traguardo luminoso della Pasqua. Con una speciale Benedizione Apostolica mi confermo Vostro nel Signore
BENEDICTUS PP. XVI
Dal Vaticano, 10 Marzo 2009

mercoledì 11 marzo 2009

Rassegna stampa dell'11 Marzo 2009

11 Marzo 2009 - Sole24ore
Fine Vita
Si al consenso informato, ma il Pd si divide 121 KB

11 Marzo 2009 - ItaliaOggi
Fine Vita
Ecco l'accordo Pdl-Pd 77 KB

11 Marzo 2009 - Repubblica
Eutanasia
Betori: un affronto la cittadinanza ad Englaro 58 KB

USA - Staminali, la rinuncia dei cattolici

Ecco, diciamo noi, una nuova campagna che sta ripartendo alla grande, quella sulle cellule staminali. Diciamo ai cattolici che hanno incensato Obama: e mo'?

di Lorenzo Albacete - da IlSussidiario.net

Adempiendo alla sua promessa in campagna elettorale, il Presidente Barack Obama ha revocato l’ordine del Presidente George W. Bush che proibiva il finanziamento federale alla ricerca sulle cellule staminali da embrioni. Da un punto di vista politico, per chi è contrario a tale ricerca non si tratta veramente di una sconfitta imprevista, dato che anche il candidato repubblicano alla presidenza, il senatore John McCain, aveva promesso di eliminare il divieto all’uso dei fondi pubblici per sostenere la distruzione di embrioni umani.
Quando ha annullato la legge che escludeva dai fondi federali le organizzazioni private per la pianificazione familiare che promuovono l’aborto a livello internazionale, il Presidente Obama ha firmato il suo “ordine esecutivo” in privato, lontano dalle telecamere. Questa volta, tuttavia, la firma dell’ordine esecutivo per i finanziamenti alla ricerca sulle cellule staminali embrionali è stata fatta durante una cerimonia pubblica, organizzata politicamente per mostrare all’ala sinistra del partito la sua fedeltà alle promesse elettorali, nonostante sembrasse che per certi aspetti (come la guerra in Iraq) avesse spostato la sua posizione politica a destra. Anzi, il motivo quasi puramente politico di questo gesto è così chiaro che dovrebbe preoccupare chi aderisca a qualsiasi ideologia, sia di destra che di sinistra. Il Presidente ha affermato di voler andare oltre le categorie liberali e conservatrici, prendendo decisioni che confondono entrambe le parti, e questo non per una sintesi filosofica trascendentale, quanto piuttosto per un mero pragmatismo perseguito tenacemente. È un chiaro esempio di persona la cui visione della realtà, e quindi di ciò che è giusto e vero, non è ciò esiste veramente (“Verum est ens.”), che non può essere realmente compreso dalla ragione umana come intesa oggi. E non sembra neanche seguire il punto di vista di coloro che pensano che il vero sia ciò che abbiamo fatto noi stessi (“Verum quia factum.”), con tutte le ideologie nate da questa visione della storia come unica fonte accettabile della vera conoscenza. Il pragmatismo del Presidente vuole sì cercare di trascendere le ideologie liberali e conservatrici, ma lo fa non rifuggendo dall’ideologia, bensì ricadendo in una nuova: il vero e il buono sono quello che riusciamo a fare. La verità è la fattibilità. La verità è ciò che la tecnologia, non il pensiero, ci permette di fare. “Verum quia faciendum.” Come disse il Cardinal Ratzinger ancora nel 1968: “Il prevalere della storia viene sostituito da quello della techne (vedi “Introduzione al cristianesimo).”
La verità è che questo si avvicina molto al cosiddetto pragmatismo americano, che ha permesso la sopravvivenza degli Stati Uniti come una società in costante trasformazione e culturalmente e religiosamente diversa. Veramente, le altre due visioni della realtà sopravvivono e di tanto in tanto diventano politicamente significative, la guerra culturale-ideologica è ancora in corso, ma alla fine prevale l’ideologia ( perché di ciò si tratta) del pragmatismo. La difesa del Presidente della propria decisione di sostenere la distruzione di embrioni umani in nome di una “scienza ideologicamente libera” coincide con il pragmatismo che poi anima le sue decisioni in altri campi, come le proposte per il superamento dell’attuale crisi finanziaria e per la guerra al terrorismo. Questo punto di vista è confacente alla convinzione americana che tutto sia possibile e che tutti i problemi abbiano una soluzione, il che ci rende possibile sfuggire alla storia e allo stesso pensiero speculativo. Questo punto di vista ha decisamente vinto alle ultime elezioni e, a meno che succeda qualcosa in cui la Realtà asserisca se stessa, sarà la nostra cultura dominante almeno per i prossimi quattro anni.
Il Presidente Obama è fedele alla sua personale storia, formazione ed esperienza, e non conosce altri modi per sfuggire a lotte ideologiche paralizzanti. Ciò che è realmente triste è che i molti cattolici nell’attuale governo non siano in grado di mostrare a lui e alla nazione come invece si possa riconoscere realmente e razionalmente la Verità che ci rende liberi.

Alessandro Gnocchi, Fabio Trevisan con GKC e la sua Eugenetica su Radio Maria!


Cari amici, vi segnaliamo che sabato prossimo 14 Marzo 2009 alle ore 22.45, durante la trasmissione di Alessandro Gnocchi su Radio Maria, "Uomini e letteratura - Incontri alla luce del Vangelo", si parlerà con il nostro caro amico chestertoniano Fabio Trevisan de "L'impotenza dell'impenitenza", opera in dvd tratta da Eugenetica e altri mali di Gilbert Keith Chesterton.

Siete caldamente invitati ad ascoltare i nostri due cari amici, Alessandro e Fabio, che parleranno dell'immarcescibile Chesterton!

Fabio Trevisan e Alessandro Gnocchi sabato sera a Radio Maria insieme a GKC e la sua Eugenetica

Cari amici, vi segnaliamo che sabato prossimo 14 Marzo 2009 alle ore 22.45, durante la trasmissione di Alessandro Gnocchi su Radio Maria, "Uomini e letteratura - Incontri alla luce del Vangelo", si parlerà con il nostro caro amico chestertoniano Fabio Trevisan de "L'impotenza dell'impenitenza", opera in dvd tratta da Eugenetica e altri mali di Gilbert Keith Chesterton.

Siete caldamente invitati ad ascoltare i nostri due cari amici, Alessandro e Fabio, che parleranno dell'immarcescibile Chesterton!

E' ripartita la campagna antiproibizionista da Repubblica

Avrete capito tutti che certi temi, quando li si vogliono portare ad una determinata piega e conclusione, debbono essere ripresi adeguatamente da una certa stampa, battuti e ribattuti, urlati, possibilmente con insulti verso chi la pensa diversamente.

Ora, dopo la campagna per l'eutanasia con la strumentalizzazione della povera Eluana Englaro, riparte quella dell'antiproibizionismo nei confronti della droga, con ragioni che faranno impallidire i poveracci come noi.

In questo articolo troverete questa "novità".

L'Uomo Vivo pensa: ma che mondo è quello che accetta di convivere con la droga? Dove crede di andare se pensa che l'antiproibizionismo sia la chiave di volta per sconfiggerne il consumo? Che destino pensa per i propri figli? Che futuro intravede in un mondo dove il consumo dell'hashish, della marijuana e simili è sanzionato solo se ti trovano addosso tre - quattro chili di roba, altrimenti la bilancia neppure la vede?

Spade s'incroceranno per dimostrare che le foglie sono verdi d'estate, disse uno.

Ma i tradizionalisti sono gente fuori dal mondo? Il libro di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro


Chi sono i cosiddetti "lefebvriani" (i diretti interessati rifiutano questo appellativo)? Alessandro Gnocchi (più volte ospite del nostro Chesterton Day annuale) e Mario Palmaro hanno intervistano in esclusiva mons. Bernard Fellay, successore di monsignor Lefebvre alla guida della Fraternità San Pio X. Ecco il volume Tradizione - Il vero volto, edito da Sugarco.

Emerge cosi' un profilo particolare ed inedito sui sacerdoti che, nel terzo millennio, celebrano la messa di San Pio V (quella in latino, per intenderci, ma il punto non è che essa si celebra in latino, è che è proprio differente dalla Messa di Paolo VI), portano la veste talare sconosciuta ai più e parlano di tradizione, anzi di Tradizione.

Chi sono questi sacerdoti e i fedeli che li seguono? Sono veramente persone fuori dal mondo e dal tempo, come vengono dipinti ogni volta che si parla di loro, o hanno qualche cosa di serio da dire sul presente e persino sul futuro?

Sono degli scomunicati e degli scismatici da cui stare alla larga pena la salvezza dell'anima, o sono parte della Chiesa? Insomma, chi sono questi "lefevriani"?

Gnocchi e Palmaro spiegano bene la loro storia e la loro identità chiedendone conto a mons. Bernard Fellay. Il ritratto che ne esce, bisogna dire, è quello di persone "normali", nonostante la pesante leggenda nera formatasi addosso a loro, alla cui smentita non ha di certo contribuito il can can sollevatosi dalla dichiarazioni di mons. Richard Williamson sulla Shoa (un can can sollevato per molta parte ad arte per nuocere al Papa e far sollevare le voci di molti prelati che non hanno in simpatia né Papa né tradizione con o senza maiuscola).

Il libro è interessante perché aiuta in molte sue parti a capire il nocciolo del cattolicesimo, spesso dimenticato e paludato dietro tante strane evoluzioni che nulla hanno a che fare con questo nocciolo duro. E' interessante perché aiuta a capire che questo nocciolo, lungi dal perdersi perché le porte degli inferi "non prevalebunt", potrebbe anzi rischia concretamente di sprofondare al fondo di un baule che contiene cose che nulla hanno a che fare con il cuore del cristianesimo.

Poi spiega anche la vicenda particolare di questi uomini singolari, lasciando emergere anche gli "spigoli" possibili di tutta la vicenda.

E' interessante oggi ancor di più, visto che compaiono sulla stampa (Il Foglio di oggi, qui) indiscrezioni circa una lettera che Benedetto XVI avrebbe scritto per spiegare personalmente all’episcopato cattolico la revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani che ha suscitato non poche polemiche. Lo avrebbe fatto con una lettera autografa rivolta a tutti i vescovi del mondo che dovrebbe essere resa nota presto, secondo Il Foglio forse già domani.

martedì 10 marzo 2009

Joseph Pearce presenta in Spagna il suo libro.


Joseph Pearce, valente studioso chestertoniano dalla vita avventurosa, presenta il suo libro su Chesterton "Wisdom and Innocence - G. K. Chesterton", edito negli Stati Uniti per Ignatius Press.

Lo fa proprio questa sera in Spagna, alla Facultad de Humanidades y Ciencias de la Comunicación de la Universidad CEU San Pablo, e in Spagna il libro suona così: "G.K. Chesterton. Sabiduría e Inocencia".


Cliccando il nostro titolo troverete l'articolo che tratta della questione su un sito spagnolo. Naturalmente in lingua spagnola.

lunedì 9 marzo 2009

MALAYSIA - Cristiani lanciano una campagna di firme per l’uso della parola “Allah”

Si attende il sostegno anche dei musulmani, oltre che da ebrei e cristiani nel mondo. Si può firmare pure via internet, all’indirizzo www.PetitionOnline.com/sabahan/petition.html . La diocesi di Kuala Lumpur continua la sua battaglia legale contro il governo per usare la parola “Allah” nelle pubblicazioni cattoliche.


Kuala Lumpur (AsiaNews) – Un gruppo di cristiani del Sabah ha lanciato una raccolta di firme per costringere il governo a togliere il divieto nell’uso della parola “Allah”, che secondo il ministero degli interni deve essere usato solo dai musulmani.

La campagna lanciata il 4 marzo scorso, andrà avanti fino al 29 marzo. In pochi giorni il sito ha raccolto migliaia di firme, anche da musulmani e indù locali. In aprile le firme, raccolte via internet e su carta, saranno presentati al primo ministro Abdullah Ahmad Badawi.

Autore della campagna è Jeffrey Kitingan, fratello del vice-primo ministro del Sabah, Joseph Pairin Kitingan. Il Sabah e il Sarawak, le province malaysiane nell’isola del Borneo, sono la zona a maggiore densità di cattolici. Su 900 mila fedeli in tutta la Malaysia, almeno 600 mila vivono nel Sabah e nel Sarawak.

Ronnie Klassen, imprenditore, un altro degli organizzatori della campagna, spera che almeno con la versione online, giunga a loro il sostegno anche dalla comunità internazionale e dal Vaticano. “Questo – ha detto – è un tema che è molto caro a tutti i cristiani e ai membri delle altre religioni abramitiche, ebraismo e giudaismo”.

Tutti possono firmare andando a questo indirizzo: www.PetitionOnline.com/sabahan/petition.html”

Il problema è scoppiato da almeno 2 anni, quando il ministero della sicurezza ha vietato l’uso della parola “Allah” (Dio) all’inserto in lingua malay del settimanale cattolico “Herald”, avocando “motivi di sicurezza” e di “possibile confusione” fra i fedeli musulmani che “potrebbe danneggiare l’ordine pubblico”. La Chiesa cattolica usa da secoli la parola “Allah” per definire “Dio”.

Il divieto colpisce anche pubblicazioni, canzoni, riti di tutte le altre chiese cristiane. Nel governo c’è confusione e sudditanza verso gruppi di elettori islamici. Il ministero della sicurezza è ritornato sulla sua decisione contro lo “Herald”, per riaffermarla tempo dopo. Allo stesso modo il ministero degli interni, lo scorso 16 febbraio ha dato il permesso di usare la parola “Allah”, purché sia espresso in modo evidente che le pubblicazione sono “per soli cristiani”. Ma alla fine di febbraio si è rimangiato il permesso e ha riaffermato il divieto, minacciando provvedimenti.

L’arcidiocesi di Kuala Lumpur ha citato il governo in tribunale, impugnando la Costituzione, che garantisce la libertà di religione. Lo scorso 27 febbraio vi è stata la prima udienza al processo, aggiornato al 28 maggio.

Riferendosi agli ultimi eventi, Klassen ha detto: “Ci sentiamo feriti, insultati e messi in ridicolo da un governo che pretende di essere solo lui nel giusto”.

India - «Per i cristiani dell’Orissa non esiste più normalità»

Da L'Avvenire

Cristiani costretti a pagare una tassa di 500 rupie per ritornare alle proprie case, oppure – come nel villaggio di Batticola – obbligati a vivere come indù. Donne cristiane oggetto di intimidazione perché in dossino un lungo velo, una pratica di ascendenza bramitica per umiliare la donna. Numerosi anche gli episodi di “apartheid religioso”: se un cristiano sta viaggiando su una motocicletta e incontra un indù, è costretto a scendere dal motociclo e proseguire a piedi per lasciar strada all’indù; quando vanno a fare un bagno in uno stagno, i cristiani devono mettersi in disparte affinché gli indù siano i primi a scendere in acqua.

I cristiani «vengono mi nacciati » dai membri del Sangh Pari var (una delle organizzazioni indù più integraliste) di «pesanti conseguenze se osano andare in chiesa: se ci prova no, incorrono in sanzioni come non attingere acqua ai pozzi o raccogliere la legna». È questo drammatico il quadro che monsignor Raphael Cheenath, arcive scovo di Bhubaneswar, capitale dello Stato dell’Orissa, ha offerto in un det tagliato documento di aggiornamen to sulla situazione dei cristiani a Kandhamal, la regione dell’Orissa epicentro del pogrom anticristiano di agosto. Secondo il prelato, ancora oggi conti­nuano le minacce contro la minoranza cristiana: «Molti fedeli vengono costretti a lasciare i campi profughi e tornare nei loro villaggi dove è non sono al sicuro».

Co sì è avvenuto nel villag gio di Gimangia, dove 17 cristiani hanno fatto ritorno alle loro case, ma sono stati spinti dai residen ti indù a rientrare in uno dei tanti campi profughi allestiti dalle autorità del distretto di Kandhamal, la località più colpita dalla violenza anticristiana. «In generale la situazione sembra no male, ma è solo un inganno – prosegue monsignor Cheenath –. La gente può muoversi nei campi di raccolta, ma non può osare recarsi nei villaggi per ché hanno ancora molta paura di subire attacchi o venire costretti a diventare indù: una cosa realmente accaduta in numerosi casi. Anche i dirigenti del distretto non incoraggiano la gen te a recarsi in certe località, come i villaggi di Kurtumgoda e Sankharakhole ». «La maggior parte dei preti – continua l’arci vescovo – che avevano abbandonato le proprie parrocchie per ragioni di sicurezza vi hanno fatto ritorno, ma l’amministrazione distrettuale ha suggerito loro di limitare i propri movimenti».

E il prelato non si fa illusioni. «La mia opinione è che siamo coinvolti in una battaglia di lungo cor so. Non ne vediamo la fine: alcune per sone dall’estero mi chiedono se ci saranno altri attacchi contro i cristiani in Orissa. E io rispondo: questo è il peri colo che ci sta davanti». «Mi è stato raccontato – rivela – di in contri segreti di membri di Sangh Parivar tenutisi in tutto il distretto di Kandhamal. Le autorità, a parole, fan no bene il loro la voro. Ma sono in teressate solo a rimandare indietro la gente nei villag gi, però senza un’adeguata pro tezione né i beni necessari». Monsignor Cheenath stigmatizza anche il fatto che le autorità non abbiano mai individuato gli autori delle violenze: «Non c’è stata alcuna indagine seria per trovare chi ha scatenato tutto e per punire i colpevoli. Dietro questa mancanza di im pegno dello Stato vi possono essere so lo motivi legati alle elezioni di quest’anno ».
Lorenzo Fazzini

Il Papa a maggio in Terra Santa: «Pregherò per l'unità e la pace»

Da L'Avvenire

«Dall’8 al 15 maggio compirò un pellegrinaggio in Terra Santa per domandare al Signore, visitando i luoghi santificati dal suo passaggio terreno, il prezioso dono dell’unità e della pace per il Medio Oriente e per l’intera umanità». Dopo le tante indiscrezioni trapelate nei giorni scorsi è stato proprio Benedetto XVI ad annunciare, ieri all’Angelus, il suo prossimo viaggio apostolico in Terra Santa. «Sin d’ora - ha aggiunto - conto sul sostegno spirituale di tutti voi, perché Iddio mi accompagni e ricolmi delle sue grazie quanti incontrerò sui miei passi». Una ulteriore precisazione sul viaggio è giunta poi dalla Sala Stampa vaticana tramite un comunicato: «accogliendo l’invito del Re di Giordania, del Presidente di Israele, del Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese e dell’Assemblea degli Ordinari cattolici, Sua Santità Benedetto XVI compirà un pellegrinaggio in Terra Santa dall’8 al 15 maggio 2009 recandosi ad Amman, Jerusalem, Bethlehem e Nazareth».

Un viaggio che si preannuncia carico di significati anche alla luce delle polemiche delle settimane scorse sul caso del vescovo lefebvriano negazionista Richard Williamson. Il programma dettagliato del viaggio non è stato ancora reso noto anche se alcuni organi di stampa ne hanno anticipato alcuni appuntamenti. Tra questi la visita alla New King Hussein Mosque, dedicata al defunto re Hussein. Sarà la terza volta che un Pontefice pregherà in un luogo di culto musulmano: la prima fu con Giovanni Paolo II a Damasco nel 2001, la seconda nella Moschea Blu di Istanbul nel 2006 con Benedetto XVI. Segnalate, sempre secondo indiscrezioni non confermate, la visita al Monte Nebo, al luogo del battesimo di Gesù al Giordano, allo Yad Vashem e al Muro del Pianto ed incontri con il Gran Mufti di Gerusalemme e i due Gran Rabbini d’Israele. Benedetto XVI si recherà anche nei Territori palestinesi dove incontrerà Abu Mazen, a Betlemme celebrerà la messa nella piazza della Mangiatoia, e in seguito visiterà un campo profughi.

venerdì 6 marzo 2009

La SLA, la vita e il suo valore - Una testimonianza.

Una nostra amica che lavora in un ospedale ci scrive questa lettera interessantissima che vogliamo condividere con tutti perché è un'esperienza di vita vera; dice Sant'Efrem il Siro: "A una teoria si può contrappore un'altra teoria, ma chi può contraddire la vita?".

«Ieri è entrata la signora Anna (il nome è di fantasia, ndr) in reparto, affetta da SLA. Mi sono fermata a comunicare con lei dopo averla aiutata a mettersi in carozzina. Ha 60 anni, si muove con la carrozzina e beve e mangia attraverso una PEG...
Non riessce a parlare perchè la malattia porta a bloccare i movimenti del corpo compresi quelli della fonazione e mi comunica attraverso una tabella in cui sono inserite le lettere dell'alfabeto. Con il dito tocca lettera dopo lettera e compone la parola e così via la frase. Ogni tanto si ferma perché si asciuga la bava dalla bocca... Non riesce neanche a deglutire la saliva...
La figlia mi spiega che ha scoperto la malattia solo il Maggio scorso ma non si arrendono.
Già la tabella con cui riesce a comunicare l'hanno fatta loro per potersi capire... Aspettano un computer (che deve passargli l'ASL) che costa 20.000 Euro... Perché si stanca facilmente indicando con la mano... Non si perdono d'animo.
Anna mi dice tra lettere e gesti che vuole stare in carrozzina, non vuole stare a letto perchè è certa che in quel letto tra qualche tempo sarà obbligata a restarci. Le sue parole sono state: "Domani non lo che succederà. Oggi però voglio vivere così".
E la figlia: "C'è tanta gente che si lamenta di tutto, non si rende conto invece di quanto sia fortunata... Noi sappiamo che la malattia la paralizzerà del tutto e la porterà alla morte, ma non sappiamo quando. Così ogni giorno ce lo viviamo tutto, facciamo tutto".

Beh, non so a voi, ma a me ha dato tanta forza.
Il problema non è la malattia, la sfiga ecc... ma è vivere la realtà tutta come si presenta. Sono fortunata a lavorare all'ospedale. Riesco a vedere molte cose ma soprattutto sono a fianco dei più deboli che in realtà sono i più forti».

Angela

Papa: giovani, non seguite i cattivi maestri, ma portate Gesù ai vostri coetanei

04/03/2009 13:32
VATICANO

Messaggio di Benedetto XVI per la prossima Giornata della gioventù. La giovinezza è tempo di speranze, ma politica, scienza, tecnica ed economia da sole non sono sufficienti per offrire la grande speranza, che è solo in Dio.


Città del Vaticano (AsiaNews) - Giovani, non seguite false chimere, ma vivete la vostra fede testimoniandola nel mondo e facendovi missionari di Gesù. E’ l’esortazione che Benedetto XVI rivolge ai giovani nel messaggio loro indirizzato in vista della XXIV Giornata della gioventù che quest’anno si celebra il 5 aprile, domenica delle Palme, a livello diocesano. “Abitati da Cristo -scrive infatti il Papa - dopo aver riposto in Lui la vostra fede e avergli dato tutta la vostra fiducia, diffondete questa speranza intorno a voi. Fate scelte che manifestino la vostra fede; mostrate di aver compreso le insidie dell’idolatria del denaro, dei beni materiali, della carriera e del successo, e non lasciatevi attrarre da queste false chimere. Non cedete alla logica dell’interesse egoistico, ma coltivate l’amore per il prossimo e sforzatevi di porre voi stessi e le vostre capacità umane e professionali al servizio del bene comune e della verità, sempre pronti a rispondere ‘a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi’ (1 Pt 3,15). Il cristiano autentico non è mai triste, anche se si trova a dover affrontare prove di vario genere, perché la presenza di Gesù è il segreto della sua gioia e della sua pace”.

In questo Anno paolino, il messaggio di Benedetto XVI ha per tema una frase dell’apostolo: "Abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente" (1 Tm 4, 10) e ad essa il Papa fa riferimento quando scrive che “la questione della speranza è, in verità, al centro della nostra vita di esseri umani e della nostra missione di cristiani, soprattutto nell’epoca contemporanea. Avvertiamo tutti il bisogno di speranza, ma non di una speranza qualsiasi, bensì di una speranza salda ed affidabile, come ho voluto sottolineare nell’Enciclica Spe salvi. La giovinezza in particolare è tempo di speranze, perché guarda al futuro con varie aspettative. Quando si è giovani si nutrono ideali, sogni e progetti; la giovinezza è il tempo in cui maturano scelte decisive per il resto della vita. E forse anche per questo è la stagione dell’esistenza in cui affiorano con forza le domande di fondo: perché sono sulla terra? che senso ha vivere? che sarà della mia vita? E inoltre: come raggiungere la felicità? perché la sofferenza, la malattia e la morte? che cosa c’è oltre la morte? Interrogativi che diventano pressanti quando ci si deve misurare con ostacoli che a volte sembrano insormontabili: difficoltà negli studi, mancanza di lavoro, incomprensioni in famiglia, crisi nelle relazioni di amicizia o nella costruzione di un’intesa di coppia, malattie o disabilità, carenza di adeguate risorse come conseguenza dell’attuale e diffusa crisi economica e sociale. Ci si domanda allora: dove attingere e come tener viva nel cuore la fiamma della speranza?”.

“La politica, la scienza, la tecnica, l’economia e ogni altra risorsa materiale da sole non sono sufficienti per offrire la grande speranza a cui tutti aspiriamo. Questa speranza ‘può essere solo Dio, che abbraccia l’universo e che può proporci e donarci ciò che, da soli, non possiamo raggiungere’ (n. 31). Ecco perché una delle conseguenze principali dell’oblio di Dio è l’evidente smarrimento che segna le nostre società, con risvolti di solitudine e violenza, di insoddisfazione e perdita di fiducia che non raramente sfociano nella disperazione”.

“La crisi di speranza colpisce più facilmente le nuove generazioni che, in contesti socio-culturali privi di certezze, di valori e di solidi punti di riferimento, si trovano ad affrontare difficoltà che appaiono superiori alle loro forze”. Il Papa ricorda i tanti giovani “feriti dalla vita, condizionati da una immaturità personale che è spesso conseguenza di un vuoto familiare, di scelte educative permissive e libertarie e di esperienze negative e traumatiche. Per alcuni – e purtroppo non sono pochi – lo sbocco quasi obbligato è una fuga alienante verso comportamenti a rischio e violenti, verso la dipendenza da droghe e alcool, e verso tante altre forme di disagio giovanile. Eppure, anche in chi viene a trovarsi in condizioni penose per aver seguito i consigli di ‘cattivi maestri’, non si spegne il desiderio di amore vero e di autentica felicità. Ma come annunciare la speranza a questi giovani? Noi sappiamo che solo in Dio l’essere umano trova la sua vera realizzazione. L’impegno primario che tutti ci coinvolge è pertanto quello di una nuova evangelizzazione, che aiuti le nuove generazioni a riscoprire il volto autentico di Dio, che è Amore”.

L’esempio, dice Benedetto XVI viene dalla vicenda umana di San Paolo ed in particolare dal suo incontro con Gesù sulla via di Damasco, che gli cambierà radicalmente la vita. “Per Paolo la speranza non è solo un ideale o un sentimento, ma una persona viva: Gesù Cristo, il Figlio di Dio”. “E’ Lui la vera speranza: il Cristo che vive con noi e in noi e che ci chiama a partecipare alla sua stessa vita eterna. Se non siamo soli, se Egli è con noi, anzi, se è Lui il nostro presente ed il nostro futuro, perché temere?”.

L’incontro con Gesù, scrive ancora il Papa, è “un cammino” nel quale sono importanti la preghiera, da soli e più ancora nelle diverse comunità, e i sacramenti. E “se vi nutrite di Cristo, cari giovani, e vivete immersi in Lui come l’apostolo Paolo, non potrete non parlare di Lui e non farlo conoscere ed amare da tanti altri vostri amici e coetanei. Diventati suoi fedeli discepoli, sarete così in grado di contribuire a formare comunità cristiane impregnate di amore come quelle di cui parla il libro degli Atti degli Apostoli. La Chiesa conta su di voi per questa impegnativa missione: non vi scoraggino le difficoltà e le prove che incontrate. Siate pazienti e perseveranti, vincendo la naturale tendenza dei giovani alla fretta, a volere tutto e subito. Cari amici, come Paolo, testimoniate il Risorto! Fatelo conoscere a quanti, vostri coetanei e adulti, sono in cerca della ‘grande speranza’ che dia senso alla loro esistenza. Se Gesù è diventato la vostra speranza – termina il messaggio - ditelo anche agli altri con la vostra gioia e il vostro impegno spirituale, apostolico e sociale”.

jaca Book pubblica John Henry Newman


Jaca Book pubblica un altro volume dell'opera di John Henry Newman, grande convertito inglese al cattolicesimo e successivamente cardinale di Santa Romana Chiesa, capofila di una lunga schiera di convertiti al cattolicesimo, di cui fa parte anche Chesterton, uomo la cui vita ha avuto una qualche relazione anche con John Ronald Reuel Tolkien e Hilaire Belloc.

Questo volume fa seguito e completa la pubblicazione di La Chiesa dei Padri (2005), arricchendo l’opera di tre ritratti di personaggi chiave dei primi secoli del cristianesimo: Giovanni Crisostomo, Teodoreto di Ciro e san Benedetto.

Questi profili si propongono di illustrare l’aspetto personale e morale dei primi due santi presentati in un ritratto vivido, basato soprattutto su «quel genere di letteratura che più di ogni altro riporta l’abbondanza del cuore, la corrispondenza»; mentre la figura di san Benedetto è introdotta da un’accurata ricostruzione storica delle sue missioni e delle scuole da lui fondate, sottolineando il suo contributo fondamentale alla diffusione della cultura europea, che ne ha fatto, appunto, il santo Patrono d’Europa.
Si tratta di composizioni di carattere anzitutto storico in cui, inoltre, risalta un profonda attenzione della dottrina cristiana, che ha segnato l’intera vita e attività scientifica di Newman, volta all’accoglienza lucida e appassionata del mistero rivelato e insieme all’esigente e penetrante approfondimento delle risorse razionali della fede.

Introduzione di Inos Biffi

mercoledì 4 marzo 2009

Un aforisma al giorno - 95

"I ladri rispettano la proprietà. Essi semplicemente desiderano che la proprietà diventi loro proprietà così che possano più perfettamente rispettarla".

Gilbert Keith Chesterton

Emergenza educativa - La Scuola Media Libera "G. K. Chesterton" va sulla stampa...

Quando la scuola non si sceglie, ma si fa
di Lorena Narcisi

A San Benedetto c’è la prima Media Libera. Parte dal principio dell’autonomia dei genitori nelle scelte educative per i propri figli. Equiparata dalla legge all’istruzione statale, rappresenta una interessante esperienza

Da RivieraOggi numero 764

SAN BENEDETTO DEL TRONTO - "La gente è inondata, accecata, resa sorda e mentalmente paralizzata da un'alluvione di volgare e insipida esteriorità, che non lascia tempo per lo svago, il pensiero o la creazione dall'interno di sé". Così scriveva, quasi fotografando la situazione attuale, Gilbert Keith Chesterton, autore inglese, a cui è stata intitolata la prima Scuola Media Libera di San Benedetto del Tronto. Fondatori e promotori di questa nuova realtà scolastica, sono i coniugi Marco e Federica Sermarini, che spiegano di aver dato corso al progetto «per rispondere all'appello di Papa Benedetto XVI che parla di emergenza educativa. E' quello che il Papa ha chiamato "cieco conformismo allo spirito di questo tempo". Il rimedio a ciò, secondo noi, sono giovani veri, educati da altri uomini che prendono sul serio la loro vita».
In quanto Scuola Paterna, la Scuola Media "G. K. Chesterton", aperta dallo scorso Settembre, è legittimata, a livello legislativo, dalla riforma Casati del 1859, da quella Gentile del '23 e addirittura dalla Costituzione del '48 (art.111, comma 2: I genitori dell'obbligato o chi ne fa le veci che intendano provvedere privatamente o direttamente all'istruzione dell'obbligato devono dimostrare di averne la capacità tecnica od economica e darne comunicazione anno per anno alla competente autorità). La scuola ha sede presso la Cooperativa Sociale Capitani Coraggiosi, in via Valtellina a Porto d'Ascoli.
«Noi riteniamo» spiega Giorgio Pellei, insegnante di Educazione tecnica alla Chesterton, «che la proposta educativa di una scuola debba essere unitaria e condivisa dai professori. Per usare una metafora marinara, tutti devono remare dalla stessa parte e tutti devono sapere qual è la rotta da seguire. Naturalmente, da noi i genitori conoscono quale mèta, oltre i tradizionali skills scolastici, i ragazzi sono indirizzati a seguire, perché corrisponde alla loro visione di vita». A coloro che hanno creduto di vedere nella neonata scuola una "campana di vetro", un luogo eccessivamente protetto, l'ingegnere Pellei obietta: «I miei alunni vivono serenamente questa realtà scolastica "particolare". Non sono assolutamente isolati, né tantomeno protetti da una campana di vetro, visto che a scuola rimangono solo le 5 ore canoniche. La realtà esterna li permea come e nella stessa misura dei loro coetanei della Statale». Che gli alunni della Chesterton sperimentino questa Scuola Paterna in modo sereno, lo testimonia anche lo psicologo, predisposto dalla dirigenza, a verificare una volta ogni tre mesi lo stato di benessere dei giovani studenti. «Questi sono falsi problemi che si pongono gli adulti» prosegue l'insegnante, «mentre il problema vero non se lo pongono, se non raramente. Spesso i genitori scelgono la scuola per i figli in base alla distanza da casa, all'insegnamento di questa o quella materia (inglese e tedesco, piuttosto che francese e informatica). Ma non si pongono il dilemma di scegliere il "tipo" di educazione. Eppure si sceglie il vestito migliore, il cellulare migliore, la società sportiva migliore per i propri figli, ma non la scuola».
Una decisione in questa direzione, invece, l'ha presa Gabriella Giustozzi, mamma di Teresa, una delle prime bambine ad iscriversi alla Scuola Libera Chesterton: «La scelta mia e di mio marito di iscrivere nostra figlia ad una scuola non statale è stata certamente difficile e sofferta. Al termine del ciclo delle Elementari avevamo preso in considerazione altre scuole medie (statali, ndr) che funzionano bene. Ma, alla fine, abbiamo scelto la Chesterton perché vogliamo per nostra figlia una scuola con una certa impronta, dove tutti gli insegnanti condividono gli stessi ideali e valori, che sono i nostri medesimi». Alla domanda sul come viva la bambina questa esperienza scolastica "alternativa", la mamma risponde: «Per lei è una scuola come le altre. Non ha percezione della differenza, perché gli orari scolastici, le materie, le interrogazioni sono le stesse. Semmai si sente più impegnata, poiché, essendo ancora pochi in classe, lavorano in modo intenso e hanno più verifiche sul percorso di apprendimento».
L'esperienza della Scuola Paterna non è fatto nuovo. A Sant'Ilario d'Enza (RE), una "scuola familiare" è nata già 26 anni fa, nel 1983, fortemente voluta da un gruppo di genitori, aderenti al movimento Familiaris Consortio. Oggi la loro proposta didattico-educativa conta di una scuola elementare, di una scuola media e di un Liceo Scientifico.
«Beh, anche per noi il progetto non finisce qui: l'idea è quella di continuare sullo stesso cammino con un Centro di Formazione Professionale e con una Scuola Superiore degni di questo nome», si augura serenamente l'avvocato Sermarini.

Per ulteriori informazioni: capitanicoraggiosi@hotmail.com
http://www.icapitanicoraggiosi.blogspot.com/
Tel e Fax 0735 659365

Ian Wilmut - Perché la ricerca sulle cellule staminali degli embrioni è superata

Da Il Foglio del 2 Marzo 2009

“Non penso che si perderà altro tempo a fare ricerca sulle cellule staminali embrionali”. A dirlo non sono le agguerrite organizzazioni prolife ma il professor Ian Wilmut, padre della pecora Dolly e direttore dell’Mrc Center for Regenerative Medicine dell’Università di Edimburgo. Proprio il suo centro, insieme con l’Università di Toronto, ha appena annunciato una scoperta clamorosa, pubblicata sulla rivista Nature: è possibile ottenere cellule pluripotenziarie da tessuti adulti. Da cellule della pelle, per essere precisi.
Le cellule staminali – dette pluripotenziali perché in grado, se “riprogrammate”, di trasformarsi in qualsiasi altra cellula del corpo – rappresentano una speranza per molte malattie: potrebbero rimpiazzare organi danneggiati, curare lesioni al midollo spinale, trattare patologie come il Parkinson o il diabete. Il problema è che sinora, per ottenerle, si prendeva un embrione e lo si spezzettava per prelevare i pezzi utili. Per questo da anni molti scienziati lavorano per cercare di ottenere lo stesso tipo di cellula da un corpo adulto. Nel 2006 uno studio dell’Università di Kyoto era riuscito a riprogrammare delle cellule di topi adulti, ma per farlo aveva dovuto iniettare al loro interno dei “vettori virali” (ovvero dei virus) che trasportavano quattro fattori genetici. Questo metodo, però, non aveva mai potuto essere applicato agli esseri umani perché é cancerogeno. La nuova tecnica scoperta, invece, permette di rinunciare ai virus e di inserire i geni all’interno della cellula, che poi verranno rimossi. Il risultato, spiegano i ricercatori, è quello di ottenere cellule che possiedono esattamente le stesse potenzialità di quelle embrionali, con in più la certezza che non possano essere rigettate dal sistema immunitario del paziente perché contengono lo stesso Dna. E per ottenerle non c’è bisogno di sacrificare nessun embrione.
La scoperta arriva in un momento cruciale per l'amministrazione Obama, cui gli scienziati guardavano con ansia. In campagna elettorale il futuro presidente degli Stati Uniti aveva infatti promesso che avrebbe rimosso i limiti alla ricerca sulle cellule staminali embrionali. Ora che quella ricerca è inutile, il presidente manterrà comunque la promessa?

di Valentina Fizzotti

martedì 3 marzo 2009

Eluana Englaro - Udine, il sovvertimento della realtà

Da Avvenire di oggi

Il nichilismo in armi non risparmia le suore

Da Repubblica, intervista a Maria Marion, una delle infermiere ac­canto a Eluana negli ultimi giorni. Il giornalista: «Qualcuno pensa che lei ab­bia concorso a un’eutanasia » . La Ma­rion: « Un termine che rifiuto, anzi per me nei confronti di questa ragazza c’è stato un accanimento terapeutico » . Dunque le suore che per tanti anni han­no dato a Eluana nutrimento e acqua, che l’hanno lavata e mille e mille volte voltata nel letto a evitare il decubito, si sono accanite su quel corpo. Si sono ac­canite, anche, ad aiutare Eluana a libe­rarsi dalla saliva che le ostacolava il re­spiro.

Per quindici anni a Lecco c’è sta­to un pervicace, cocciuto accanimen­to: a una malata assente hanno dato nientemeno che da bere, e mangiare. Le han liberato la gola dalle secrezioni, cosa del tutto normale in pazienti im­mobili e incoscienti. Da una intervista della stessa Marion al Corriere emerge che quando Eluana è arrivata a Udine, nessuno sapeva a che servissero quelle pile di bavaglini mandati da Lecco. E sì che una che fa l’infermiera da 35 anni certe cose dovrebbe averle viste. Stu­pore invece: a che serviranno mai i ba­vaglini? La saliva fa tossire Eluana, la tosse espelle il sondino. Quando Avve­nire scrisse di quei colpi di tosse, alcu­ni scrissero: favole. E invece la verità delle ultime ore della Englaro dice di volontari colti di sorpresa dalla donna che stenta a respirare. Penosissima ve­rità: Eluana ha passato i suoi ultimi gior­ni nell’abbandono di quelle mani che conosceva e la amavano, che sapevano mantenerne limpido il respiro. Quan­do la disidratazione ha fatto il suo la­voro – « Chiazze rosse sulla pelle, tem­peratura alta » – l’équipe è rimasta a os­servare il precipitoso decorso di una morte « naturale » .

Ma non basta ancora. Non è eutanasia, si afferma, quel tagliare acqua e cibo, ma è « accanimento » , invece, l’averlo per anni dispensato. Al partito della morte non basta di avere sepolto Elua­na; l’obiettivo è più ambizioso, è il ro­vesciamento, la sovversione anzi, della realtà. Dare acqua e cibo e lavare un ma­lato inerte, si chiama « accanimento » . Non è una questione linguistica. È im­portante, il nome che si dà alle cose. Hannah Arendt nella Banalità del ma­le spiega come il nazismo abbia evita­to accuratamente di usare la parola « sterminio » circa la eliminazione degli ebrei. L’ordine era di parlare di « solu­zione finale » . Suonava meglio, e qual­cuno poteva fare finta anche di non a­ver capito. Le parole, sono importanti. Attribuire alle suore di Lecco un « acca­nimento terapeutico» – ma il padre, per­ché tanto a lungo ha lasciato loro la fi­glia? – è sovvertire la realtà di ciò che è stato. Dire che a Udine « non è stata eu­tanasia » è altrettanto mendace – se non per il fatto che eutanasia è soppressio­ne del consenziente, e Eluana non ha mai espresso un positivo consenso alla sua morte. A Udine la morte è stata data attiva­mente, sopprimendo ciò che è vitale al­l’uomo. Giuliano Ferrara ha scritto che allora un’iniezione sarebbe stata un ge­sto più franco.

Già, ma un’iniezione sa­rebbe stato aperto omicidio, e questo oltre a essere illegale avrebbe mostrato a tutti come la fine di Eluana « natura­le » non fosse per niente. E invece « na­turalmente » doveva morire: di fame e sete, naturalissima morte. Manca la per­fezione dell’opera: convincerci che ac­canimento è stato quello delle mani di tre suore, per quindici anni, a lavare e vestire e carezzare. Ogni giorno, ogni o­ra, ogni minuto. Il darsi più totale e gratuito si vuol chia­mare « accanimento terapeutico » , in questa Italia a forza liberata. Ma perché il rivoltarsi contro chi ha solamente da­to? Si direbbe che il pensiero unico ni­chilista non tollera il bene gratuito. Pro­prio non lo sopporta. Forse perché lo avverte, della sua ansia di nulla, radi­calmente nemico.

Marina Corradi

Katyn, un film da non perdere - Ecco l'articolo di LibEdNews

LibEdNews, il settimanale di informazione via newsletter degli insegnanti legati a Diesse (Didattica e Innovazione Scolastica), parla di Katyn, il bel film di Andrzej Wajda sull'eccidio di migliaia di ufficiali dell'Esercito Polacco posto in opera dai sovietici durante la Seconda Guerra Mondiale allo scopo di privare la Polonia della futura classe dirigente.

Torniamo a proporvelo perché, come amici di Chesterton e quindi come amici della Polonia (Chesterton parla varie volte di questo bello ed eroico paese nelle sue opere), dobbiamo qualcosa alla Verità su questi fatti, e perché il rischio è che questo film bello venga boicottato da chi non ha piacere di dire che i comunisti facevano queste cose. E' politicamente scorretto.

Vedete come sono dure a morire le menzogne. E' giustissima l'attenzione che è stata rivolta negli ultimi tempi alla Shoa, alle cattiverie dei regimi fascisti e nazisti, ma è ora anche di parlare con chiarezza di tante cose sepolte nel politicamente corretto (ergo nella menzogna): le prime che vengono in mente sono l'eccidio degli Armeni da parte dei Turchi (oltre un milione e mezzo di morti), le foibe, gli omicidi dei partigiani cattolici durante la seconda guerra mondiale, il triangolo della morte dell'Emilia, Papa Pio XII e gli ebrei...

Parliamo di storia, ma ci sono tante pagine più recenti di cronaca che avrebbero bisogno della stessa cura.

Un altro "file" da aprire potrebbe essere anche questo: come è stata fatta l'Unità d'Italia. Nelle Marche c'è ancora chi ricorda le stragi ed i ventitrè villaggi fatti bruciare dai piemontesi (o dagli italiani?) nel 1861, un reggimento di 2500 uomini comandati dal generale Pinelli. Se scendiamo di qualche centinaio di chilometri potremo ritrovare le dolorose rimembranze di omicidi, violenze e stupri fatti dagli stessi personaggi. Si può dire o dobbiamo ancora una volta cedere alla menzogna?

Che cosa vuol dire tutto ciò? Se amiamo la Verità, dovremo prima o poi porre mano a queste cose senza preventive scomuniche.

Per tornare a Katyn, il consiglio che rivolgiamo soprattutto agli insegnanti è quello di farlo vedere ai ragazzi, chiedere di vederlo. Si aprono degli scenari nelle loro menti che diversamente sono impensabili.


Katyn è il luogo della foresta bielorussa nel quale, durante la primavera del 1940, circa 22.000 cittadini polacchi, tra ufficiali, soldati e gente comune, tutti prigionieri dei sovietici, furono uccisi con un colpo alla nuca dalla Nkvd (polizia politica di Stalin). L’Armata Rossa era penetrata in Polonia in ottemperanza alle clausole segrete del patto Ribbentro p-Molotov che prevedeva la spartizione del Paese tra comunisti e nazisti.

Ora un film omonimo, del regista polacco 83enne Andrzej Wajda, maestro della cinematografia mondiale, riporta alla luce la storia seguendo la vicenda di alcuni di questi ufficiali (tra cui il padre del regista) e delle loro famiglie che, inconsapevoli di quanto accaduto, aspettano invano il ritorno dei propri mariti, padri, figli, fratelli.

“Katyn” intreccia memoria privata e memoria collettiva. Katyn è un simbolo delle delle tragedie che hanno colpito il Novecento e, attraverso il sacrificio della Polonia, anche l’emblema di una possibilità di riscatto dalla violenza attraverso, appunto, il dono di sé, l’offerta della vita per un bene presente che qualcuno vuole sottrarre all’uomo, ma che qualcun altro afferma come scopo dell’esistenza.

Riportiamo qui di seguito una recensione del film (da Sentieri del Cinema, http://www.sentieridelcinema.it ) e lanciamo un appello: il film, attualmente in visione in non più di 5/6 sale cinematografiche in tutta Italia, sia richiesto dalla scuole e fatto vedere ai ragazzi della scuola secondaria come lezione di storia e di vita.

Settembre 1939: la Polonia subisce una doppia invasione (dai nazisti a ovest, dai sovietici ad est) e lo sterminio della sua classe dirigente. Se i nazisti deportano nei campi di concentramento i professori universitari, Stalin e i suoi prima affidano all’Armata Rossa il compito di sterminare militari e poliziotti (quasi tutti gli ufficiali dell’esercito, provenienti dalla società civile, ma anche oltre 200.000 soldati di leva), in modo da poter controllare i l Paese in futuro con facilità. Oltre 15.000 ufficiali, più qualche migliaio di soldati semplici, furono deportati e uccisi uno ad uno con un colpo alla nuca nel marzo 1941, attorno alla foresta di Katyn (nell’attuale Bielorussia). Un massacro realizzato freddamente che fu, per decenni, “scaricato” sull’altrettanto sanguinario esercito del Terzo Reich. La verità si scoprì solo nel 1989, dopo la caduta dell’Urss e l’apertura degli archivi segreti voluta dal presidente Eltsin.

Con Katyn il grande regista polacco Andrzej Wajda (autore di L’uomo di marmo, L’uomo di ferro, Danton), ha rinnovato in patria il dolore di un intero popolo narrando con stile secco e incalzante – e inserendo anche immagini di documenti d’epoca – una tragedia storica ch e ha segnato il suo Paese per decenni.

Wajda, che nella strage perse il padre ufficiale, rievoca non solo la dignità e il coraggio delle vittime, ma anche la tenacia nel cercare la verità e la speranza incrollabile delle donne che li aspettano a casa. Così vediamo madri, mogli, figlie attendere, invano, il ritorno degli amati; come Anna, moglie di Andrzej, capitano dell’8° reggimento dell’esercito, che con la figlia Nika aspetta con sempre minor speranza di rivederlo. Dopo la fine della guerra, quando la verità inizia ad emergere – e la tesi della strage nazista si dimostra falsa – superstiti e parenti devono decidere se proclamare la verità, pagando con la vita, o preferire il doloroso silenzio, per cercare di ricostruire dalle macerie un popolo.

Ma Katyn, un film bellissimo (un anno fa candidato all’Oscar per il miglior film straniero) e da non perdere, è anche la testimonianza di un popolo orgoglioso delle proprie radici e saldo nella propria fede, con i militari polacchi che vanno incontro alla morte a testa alta e recitando il Padre Nostro mentre uomini stravolti da odio e ideologia li ammazzano come bestie.

lunedì 2 marzo 2009

Chesterton è attuale - 33 - Anche in Pakistan!


Cliccando il nostro titolo verrete riportati alla pagina del Daily Times, quotidiano on line pakistano scritto in inglese, che pubblica un brano di un saggio di Chesterton, A piece of chalk.

Molto molto interessante.

Muhammad Yunus, "la povertà chiusa in un museo".


Riportiamo questa notizia dal Corriere perché la storia di Muhammad Yunus è una storia interessante, che dovrebbe farci riflettere, al di là di ogni suo riflesso particolare.

Noi chestertoniani siamo i "figli" di quel Gilbert che si scagliò con insospettata (ma giusta) violenza contro l'usura, intesa sia in senso stretto che nel senso più ampio di opposizione a che le cose abbiano il loro giusto e atteso frutto. Quindi guardiamo a quest'uomo con attenzione.

Ricordiamo che Muhammad Yunus è nativo del Banghladesh ed è il fondatore della Grameen Bank ed è premio Nobel per la pace 2006.

Il «banchiere dei poveri» è in Italia per parlare della possibilità di aprire una filiale della Grameen Bank Muhammad Yunus «Relegheremo la povertà nei musei. Ce ne sarà uno in ogni Paese, ci porteremo i bambini in visita: resteranno orripilati scoprendo la condizione infame che così tanti essere umani hanno dovuto sopportare per così lungo tempo e condanneranno i loro progenitori che hanno permesso tutto ciò». E’ questo il primo dei «sogni a occhi aperti» di una lunga lista che Muhammad Yunus ha messo nero su bianco nel suo ultimo libro, «Un mondo senza povertà». Desideri che l’economista del Bangladesh e premio Nobel per la Pace 2006 vuole veder realizzati nei prossimi 40 anni. Tra questi ce ne uno che sembra già a portata di mano, è l’idea che a quanto pare sta conquistando imprenditori, multinazionali e filantropi in tutto il mondo: curare il capitalismo malato con dosi massicce di iniziativa economica con finalità sociali. Di questo, Yunus, l’inventore del microcredito che tutti chiamano «il banchiere dei poveri», è venuto a parlare in Italia e di questo si discuterà lunedì mattina nell’incontro pubblico con il presidente della Fondazione Cariplo, Giuseppe Guzzetti, che Corriere.it trasmette in diretta dalle ore 11 per consentire ai moltissimi, soprattutto giovani e studenti, che non hanno trovato posto in sala, di seguire gli interventi. L’economista ripercorrerà la storia della sua Grameen Bank (la banca «del villaggio») fondata nel 1977 per sostenere i poveri più poveri del Bengala, in particolare le donne, attraverso il microcredito senza garanzie. La Graamen, oggi diffusa in 57 Paesi, è diventata anche perno di un gruppo che va dalle telecomunicazioni alla sanità. Yunus, avvicinato ieri al suo arrivo a Milano, ha confermato al Corriere le indiscrezioni che circolano sulla possibilità di aprire una filiale della Grameen Bank anche in Italia, dopo l’esperienza fatta in altri Paesi europei. «Ne stiamo discutendo, ci stiamo lavorando, speriamo di poter dire qualcosa a breve» ha affermato. Negli incontri di questi giorni tra Milano e Roma, Yunus promuoverà intanto il suo progetto di business sociale. «Un dollaro investito in un’impresa con finalità sociali - spiegherà tra le altre cose Yunus - è assai più efficace di un dollaro dato in beneficenza. Il dollaro dato in beneficenza viene consumato una sola volta, mentre quello investito in un’impresa continua a ripetere senza fine, come ogni altro capitale di impresa, il proprio ciclo produttivo creando benefici per un numero sempre crescente di persone». L’impresa sociale è controllata da investitori privati, si muove nel libero mercato, senza perdite e senza massimizzare il profitto, al servizio del pianeta e delle persone. Qualche esempio? L’azienda che produce e vende prodotti alimentari di alta qualità ma a basso prezzo puntando a un mercato di bambini poveri e malnutriti, senza farvi incidere costi di pubblicità e di confezionamento. Quella che sviluppi sistemi di energia elettrica da fonti rinnovabili e li venda a un prezzo ragionevole a quelle comunità rurali che non sono allacciate alla rete elettrica. Quella che ricicla rifiuti, liquami e altri prodotti di scarto che altrimenti finirebbero a inquinare aree abitate da poveri. C’è anche un secondo «modello», quello di società orientate al profitto ma possedute e controllate da persone disagiate; qui la finalità sociale sta tutta nel fatto che i dividendi e l’incremento della capitalizzazione vanno direttamente a beneficio dei poveri. Come possono fare i poveri a compiere un passo del genere? Solo se qualcuno fa loro credito, soprattutto se micro e senza garanzie. Tutto dipende dall’idea che abbiamo dei poveri. Per Yunus sono come Bonsai, piante a tutti gli effetti con un vaso di ridotte dimensioni che non consente loro di crescere. Tutto quello che dobbiamo fare è dare terra.

Paola Pica

01 marzo 2009

domenica 1 marzo 2009

Il testo delle domande e delle risposte del clero di Roma al Papa.

http://www.avvenire.it/Chiesa/PAPA+CLERO+ROMA+INTEGRALE.htm

Qui sopra il testo delle domande e delle risposte del clero di Roma al Papa della scorsa settimana, in cui troverete numerosi riferimenti alla crisi economica, all'emergenza educativa e a tanto altro.

Dall'Avvenire.

Il Papa: priorità tutelare i lavoratori

Città del Vaticano - Di fronte alla crisi economica, che rischia di travolgere l' Italia con disoccupazione e chiusure di aziende, il Papa ha esortato oggi le autorità politiche e civili, come anche gli imprenditori, ad un comune e forte impegno per tutelare, come "priorità", i lavoratori e le loro famiglie. Benedetto XVI ne ha parlato all'Angelus, salutando in particolare un gruppo di operai e impiegati dello stabilimento Fiat di Pomigliano D'Arco.

"Saluto - ha detto Benedetto XVI - i lavoratori dello stabilimento Fiat di Pomigliano D'Arco, venuti a manifestare la loro preoccupazione per il futuro di quella fabbrica e delle migliaia di persone che, direttamente o indirettamente , dipendono da essa per il loro lavoro". "Penso anche - ha aggiunto - ad altre situazioni ugualmente difficili, come quelle che stanno affliggendo i territori del Sulcis -Iglesiente, in Sardegna, di Prato in Toscana e di altri centri in Italia e altrove".

"Mi associo ai vescovi e alle rispettive chiese locali - ha proseguito - nell'esprimere vicinanza alle famiglie interessate dal problema". "Desidero esprimere il mio incoraggiamento - ha continuato - alle autorità sia politiche che civili, come anche agli imprenditori, affinché con il concorso di tutti si possa far fronte a questo delicato momento". "C'é bisogno infatti - ha sottolineato - di comune e forte impegno, ricordando che la priorità va data ai lavoratori e alle loro famiglie".