Com’è che con tutti i problemi che oggi giorno nascono come fiori a primavera, noi dovessimo salire fin su in collina a San Benedetto a parlare di un uomo (certo Santo, ma sempre uomo e morto) di 800 anni fa e di un altro uomo morto, che nella sua stessa nazione non riconoscono fra i più grandi, e la cui più grande opera è una serie su un prete che segue il suo istinto.
Non vi offendete, non è quello l’obiettivo, ma capite che all’inizio era sembrato a tutti paradossale. Però, come la conversione di Francesco da “ Re dei party”, immaturo e figlio di papà, al grande San Francesco che ogni cristiano considera il Santo degli umili, della perfetta letizia, della morte come “sorella”, anche noi siamo passati per una conversione analoga da amebi, che non vedevano il senso di quel che facevano in quel posto, a piccoli guerrieri le cui armi erano solo le parole e l'obiettivo un piccolo premio.
Quale? Non trofei o targhe, ma la sfida con noi stessi: cercare le parole giuste mentre diverse persone, della nostra età fra l’altro, ascoltavano, e cercavano l’errore nel nostro eloquio per replicarlo. Ora, che siamo scesi giù da quella collina, non crediamo più che San Francesco e Chesterton siano persone lontane alla nostra società. Certo, magari si sentirebbero un po' persi oggi, ma solo all’inizio: vedrebbero tutto quello che non va, ma poi ci dimostrerebbero perché sono stati dei grandi e perché si sono meritati di essere ricordati.
Non si limiterebbero a guardare il male, ma lo cambierebbero in bene.
Niccolò Caldón, 3Cs Liceo Scienze Umane “Caro-Preziotti Licini”, Fermo.
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