Qualche tempo fa mi è capitato di leggere su un quotidiano un annuncio pubblicitario alquanto assurdo intitolato «La Dichiarazione del Futurismo» (1).
L'annuncio descriveva i vari modi in cui un certo signor Marinetti (2) e i suoi amici avrebbero esaltato il futuro e calpestato il passato. Per citare uno scrittore ben più vivace del signor Marinetti (mi riferisco al signor W. W. Jacobs) (3): «Erano idee sciocche, per lo più; e più erano sciocche, più sembravano piacere al vecchio Sam». Allo stesso modo, più erano stravaganti, più sembravano piacere al signor Marinetti. Un modo era quello di distruggere i musei e tutto ciò che contenevano; il che mi sembra molto lungo e laborioso: ridurre, diciamo, una statua di granito di Memnon in polvere fine richiederebbe più tempo e fatica che crearne un'altra, con le più recenti innovazioni.
Un altro modo (come dicono i libri di magia) era quello di spingere le automobili ad andare ovunque e a fare qualsiasi cosa. Il signor Marinetti desiderava, per così dire, scagliare le automobili contro gli immobili, come San Pietro, le Piramidi o il Partenone.
Suggerisco che il signor Marinetti – che ha ovviamente un'immaginazione travolgente e un po' orientale – organizzi un grande conflitto allegorico su queste linee. Facciamo in modo che nell'arena del deserto (un'arena letterale) si svolga un grande torneo tra il Passato e il Futuro.
Il signor Marinetti salga sulla sua automobile a dieci miglia di distanza, a tutta velocità, e si scagli contro una piramide. Allora vedremo chi vincerà.
Nell'articolo a cui alludo, mi sono limitato esclusivamente a sottolineare quello che ritenevo essere l'errore fondamentale di tutto questo culto del Futuro – un errore che non si limita affatto al signor Marinetti e ai suoi amici pazzi sulle loro auto. C'è un'obiezione piuttosto semplice al Futuro come ideale. L'obiezione è che il Futuro non esiste. Il Futuro è inesistente; quindi il Futuro è morto. È «le Néant», come diceva Danton. Il Passato esiste, e quindi il Passato è vivo. Chi vive nelle vicende del passato vive in vicende vivide e variegate, in vicende turbolente, polemiche e democratiche. Chi vive nel futuro vive in un vuoto senza caratteristiche; vive nell'impersonalità: vive nel Nirvana.
Il passato è democratico, perché è un popolo.
Il futuro è dispotico, perché è un capriccio. Ogni uomo è solo nelle sue previsioni, proprio come ogni uomo è solo in un sogno. Se volgo lo sguardo al passato, mi ritrovo immediatamente al cospetto di Fidippide, che potrebbe superarmi nella corsa; di Cuor di Leone, che potrebbe abbattermi; di Erasmo, che potrebbe migliorare notevolmente il mio latino; di Newton, che potrebbe spiegarmi molto chiaramente cose che io non potrei capire; di Robin Hood, che potrebbe battermi in una gara di tiro con l’arco; o di William Shakespeare, che potrebbe forse superarmi in una gara di bouts-rimes. Ma quando volto lo sguardo al futuro, allora tutti si inchinano davanti a me; allora tutti si prostrano; perché lì non c’è nessuno tranne me stesso.
Poiché desidero passare al seguito della storia, mi fermerò solo un momento per indicare l’applicazione dei miei principi al signor Marinetti e alla sua automobile.
L’applicazione, in effetti, è chiara: il signor Marinetti pronuncia una contraddizione in termini quando dice che gli piacciono le automobili ma non gli piacciono i musei.
Se gli uomini non studiano la scienza che li ha preceduti, non potranno certamente inventarne di nuova. L'automobile del poeta è stata costruita grazie allo studio più approfondito e persino meticoloso del passato. La scultura o la musica potrebbero forse nascere spontaneamente; ma se c'è una cosa, più di ogni altra, che dipende dal passato, questa è la scienza meccanica.
Le automobili sono probabilmente state inventate da persone che trascorrono metà della loro vita nei musei.
È almeno evidente che lo scrittore italiano ha scelto un esempio davvero infelice per dimostrare la sua indipendenza dai padri che lo hanno generato.
Se dovesse essere un selvaggio nudo, avrebbe almeno solo la vita per cui ringraziarli. Ma se vuole essere un lussuoso automobilista moderno in pelliccia e occhiali protettivi, allora deve inginocchiarsi e ringraziare ogni uomo che sia mai vissuto, dal primo barbaro che ha strappato la pelliccia di un animale all'ultimo ottico che ha inventato un sistema di lenti.
Quando il signor Marinetti avrà inventato un'automobile davvero moderna, un'auto che non preveda l'antica istituzione delle ruote né consenta la postura antiquata di stare seduti, mi interesserà moltissimo sentirne parlare.
Ma non ci salirò, anche se me lo chiedesse. Beh, ho scritto il mio articolo in cui attaccavo i futuristi, e il risultato è che mi hanno mandato in regalo tre bei libri voluminosi; una cosa forse un po’ folle, ma molto leggibile, e presumibilmente fatta con buone intenzioni.
Forse se continuo a scrivere contro i futuristi mi ritroverò con un'intera biblioteca di futurismo. Una delle cose che non riesco a capire del signor Marinetti è se sia un autore francese o un autore italiano. Uno di questi tre libri è in italiano, quindi non posso leggerlo. Due sono in francese, quindi posso leggerli; e, per quanto ragionevolmente possibile, li leggo. Sono piuttosto strani. Ammetto che sia ingiusto tradurre la poesia alla lettera, ma, tenendo conto di ciò, penso che il lettore ammetterà che una poesia che finisce così ha qualcosa di decisamente più strano di qualsiasi idioma straniero. Traduco in modo abbastanza fedele le ultime otto righe di una poesia piuttosto ingegnosa intitolata “La Folie des Maisonnettes”.
Il tramonto schiacciò l'intero villaggio
sotto le sue ginocchia possenti e sanguinanti.
Poi, sollevando di nuovo il suo maestoso tronco
con un gesto splendido e sfrontato,
scagliò oro sui cadaveri
e si allontanò a grandi passi verso le montagne
per mordere – là, dove tremavano – le labbra pure
delle stelle.
Ora, per correttezza nei confronti del signor Marinetti, va detto che nelle sue pagine deliranti si trova una certa quantità di buona poesia; anche nei versi che ho citato c’è quella bella immagine del tramonto sprezzante che getta oro sulle città morte. Non posso dire di aver mai visto un tramonto inginocchiarsi sulla mia casa e schiacciarla con le sue ginocchia insanguinate; né ho mai visto un tramonto che sembrasse in qualche modo pronto a mordere le labbra pure delle stelle, alla prima occasione. Ma ho visto un effetto simile a polvere d’oro sparsa a tratti su strade livide e sepolcrali alla sera: e rendo al diavolo ciò che gli spetta. Riconosco al signor Marinetti il suo oro sparpagliato.
Con un gesto bello e sfrontato scaglio questa concessione sul cadavere del signor Marinetti; e proseguo a grandi passi per mordere le labbra pure di qualche altro soggetto.
Ma in realtà il soggetto importante è ben altro; poiché non riguarda solo questi futuristi, ma molte persone ben più prospere e ben meno divertenti, che commettono questo errore morale primario di voltare le spalle al presente e al passato, che sono pieni di fatti, per rivolgersi al futuro, che è privo persino di verità astratta. La vera morale della questione è questa: che la decadenza, nel suo senso più pieno di fallimento e impotenza, si trova ora tra coloro che vivono nel futuro, non tra coloro che vivono nel passato. Noi associamo ancora vagamente la decadenza all’archeologia, e senza dubbio c’è una giustificazione dell’idea.
Ho incontrato illustri storici e antiquari, parlando con i quali veniva spontaneo ricordare che i demoni hanno sempre vissuto tra le tombe.
Ma guardare indietro non è l’unica forma di debolezza. Anche guardare avanti, in tutta la nostra esperienza concreta, è una forma di debolezza. Il futurista non invade realmente il futuro come un conquistatore: vola verso il futuro solo come un fuggitivo vola verso un rifugio. Nella via del Chissà quando (4), diceva Henley (5), sorge la Locanda del Mai. E in effetti questo è più di quanto egli intendesse. L’amore per l’inesplorato è in verità l’amore per il Nulla: il Futurismo è molto vicino al Nichilismo.
La via del Chissà quando, dove il signor Marinetti ha la sua casa editrice, si trova in una zona della città che non ha nulla di straordinario, né per quanto riguarda il merito né per quanto riguarda il successo ottenuto. In ogni ambito concreto che tu ed io abbiamo conosciuto, il Futurismo è stato un nome altisonante per indicare il fallimento. La via del Chissà quando si trova all’angolo con via dello Strano.
Ma al di là di ogni debolezza esterna, il culto del futuro è debole. È, anzi, qualcosa di ancora più debole della debolezza stessa. Perché la debolezza è sempre stata, almeno, intesa come compensata e giustificata dalla passione, che è di per sé forte. C'è passione nel passato. Si dice addirittura che gli uomini si innamorino di statue antiche o di regine morte da tempo. Ma non c'è passione nel futuro — solo vuoti asfissianti di utopia scientifica e di economia ineluttabile. Non c'è nulla nel futuro, Pertanto, mi dispiace vedere coloro che avrebbero potuto essere poeti diventare pedanti.
Gilbert Keith Chesterton (Our Notebook, Illustrated London News,
edizione inglese, 4 dicembre 1909).
Traduzione e note di Marco Sermarini ©
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Note
(1) Chesterton allude al Manifesto del Futurismo, pubblicato da Filippo Tommaso Marinetti su Le Figaro del 20 febbraio 1909.
(2) Filippo Tommaso Marinetti (1876 - 1944), scrittore italiano caposcuola del futurismo, noto per le sue istrioniche performances artistiche.
(3) William Wymark Jacobs (1863 - 1943), scrittore inglese di racconti e romanzi brevi di argomento umoristico.
(4) letteralmente Street of Bye-and-Bye.(5) William Ernest Henley (1849 - 1903), scrittore, poeta, critico ed editore inglese, autore della poesia Invictus ed ispirazione per R. L. Stevenson del personaggio di Long John Silver.
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