martedì 10 gennaio 2012

Il discorso di Papa Benedetto XVI al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 9 Gennaio 2012 (bello)

http://press.catholica.va/news_services/bulletin/news/28642.php?index=28642&lang=it

I neretti e i sottolineati sono nostri. Viva il Papa.

Eccellenze,
Signore e Signori! 

È per me sempre un'occasione particolarmente gradita potervi accogliere, distinti Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, nella splendida cornice di questa Sala Regia, per formularvi personalmente fervidi auguri per l'anno che inizia. Ringrazio anzitutto il vostro Decano, l'Ambasciatore Alejandro Valladares Lanza, come pure l'Ambasciatore Jean-Claude Michel, per le deferenti parole con cui si sono fatti interpreti dei vostri sentimenti, e saluto in modo speciale quanti partecipano per la prima volta a questo nostro incontro. Attraverso di voi, il mio augurio si estende a tutte le Nazioni che rappresentate, con le quali la Santa Sede mantiene relazioni diplomatiche. E' una gioia per noi che la Malesia si sia aggiunta a questa comunità nel corso dell'anno appena concluso. Il dialogo che voi intrattenete con la Santa Sede agevola la condivisione di impressioni e di informazioni, come pure la collaborazione in ambiti di carattere bilaterale o multilaterale che sono di particolare interesse. La vostra presenza odierna ricorda l'importante contributo della Chiesa alle vostre società, in settori quali l'educazione, la sanità e l'assistenza. Segni della cooperazione tra la Chiesa Cattolica e gli stati sono gli Accordi stipulati nel 2011 con l'Azerbaigian, il Montenegro e il Mozambico. Il primo è già stato ratificato; auspico che rapidamente accada lo stesso per gli altri due e che si giunga alla conclusione di quelli che sono in via di negoziazione. Ugualmente, la Santa Sede desidera tessere un dialogo fruttuoso con le Organizzazioni internazionali e regionali e, in questa prospettiva, rilevo con soddisfazione che i Paesi membri dell'Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (A.S.E.A.N.) hanno accolto la nomina di un Nunzio Apostolico accreditato presso questa Organizzazione. Non posso omettere di menzionare che, nello scorso mese di dicembre, la Santa Sede ha rafforzato la sua lunga collaborazione con l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, diventandone membro a pieno titolo. Si tratta di un attestato dell'impegno della Santa Sede e della Chiesa Cattolica al fianco della Comunità internazionale, nella ricerca di soluzioni adeguate a questo fenomeno che presenta molteplici aspetti, dalla protezione della dignità delle persone alla cura del bene comune delle comunità che le ricevono e di quelle da cui provengono.

Nel corso dell'anno appena terminato ho incontrato personalmente numerosi Capi di Stato e di Governo, come pure Autorevoli rappresentanti delle vostre Nazioni che hanno partecipato alla cerimonia di Beatificazione del mio amato Predecessore, il Papa Giovanni Paolo II. Rappresentanti dei vostri Paesi si sono poi resi gentilmente presenti in occasione del 60° anniversario della mia Ordinazione sacerdotale. A tutti loro, come pure a quanti ho incontrato nei miei viaggi apostolici in Croazia, a San Marino, in Spagna, in Germania ed in Benin, rinnovo la mia gratitudine per la delicatezza che mi hanno manifestato. Inoltre, indirizzo un particolare pensiero ai Paesi dell'America Latina e dei Caraibi che, nel 2011, hanno festeggiato il bicentenario della loro indipendenza. Il 12 dicembre scorso, essi hanno voluto sottolineare il loro legame con la Chiesa Cattolica e con il successore del Principe degli Apostoli partecipando, con alti esponenti della comunità ecclesiale e autorità istituzionali, alla solenne celebrazione nella Basilica di San Pietro, nella quale ho annunciato l'intenzione di recarmi prossimamente in Messico e a Cuba. Desidero, infine, salutare il Sud Sudan che, nel luglio scorso, si è costituito quale Stato sovrano. Mi rallegro che questo passo sia stato compiuto pacificamente. Purtroppo, tensioni e scontri si sono succeduti in questi ultimi mesi ed auspico che tutti uniscano i loro sforzi affinché, per le popolazioni del Sudan e del Sud Sudan, si apra infine un periodo di pace, di libertà e di sviluppo.

Signore e Signori Ambasciatori!

L'incontro odierno avviene tradizionalmente alla fine delle festività natalizie, in cui la Chiesa celebra la venuta del Salvatore. Egli viene nel buio della notte, eppure la sua presenza è immediatamente fonte di luce e di gioia (cfr Lc 2,9-10). Davvero il mondo è buio, laddove non è rischiarato dalla luce divina! Davvero il mondo è oscuro, laddove l'uomo non riconosce più il proprio legame con il Creatore e, così, mette a rischio anche i suoi rapporti con le altre creature e con lo stesso creato. Il momento attuale è segnato purtroppo da un profondo malessere e le diverse crisi: economiche, politiche e sociali, ne sono una drammatica espressione.

A tale proposito, non posso non menzionare, anzitutto, gli sviluppi gravi e preoccupanti della crisi economica e finanziaria mondiale. Questa non ha colpito soltanto le famiglie e le imprese dei Paesi economicamente più avanzati, dove ha avuto origine, creando una situazione in cui molti, soprattutto tra i giovani, si sono sentiti disorientati e frustrati nelle loro aspirazioni ad un avvenire sereno, ma ha inciso profondamente anche sulla vita dei Paesi in via di sviluppo. Non dobbiamo scoraggiarci ma riprogettare risolutamente il nostro cammino, con nuove forme di impegno. La crisi può e deve essere uno sprone a riflettere sull'esistenza umana e sull'importanza della sua dimensione etica, prima ancora che sui meccanismi che governano la vita economica: non soltanto per cercare di arginare le perdite individuali o delle economie nazionali, ma per darci nuove regole che assicurino a tutti la possibilità di vivere dignitosamente e di sviluppare le proprie capacità a beneficio dell'intera comunità.

Desidero poi ricordare che gli effetti dell'attuale momento di incertezza colpiscono particolarmente i giovani. Dal loro malessere sono nati i fermenti che, nei mesi scorsi, hanno investito, talvolta duramente, diverse Regioni. Mi riferisco anzitutto al Nord Africa e al Medio Oriente, dove i giovani, che soffrono tra l'altro per la povertà e la disoccupazione e temono l'assenza di prospettive certe, hanno lanciato quello che è diventato un vasto movimento di rivendicazione di riforme e di partecipazione più attiva alla vita politica e sociale. E' difficile attualmente tracciare un bilancio definitivo dei recenti avvenimenti e comprenderne appieno le conseguenze per gli equilibri della Regione. L'ottimismo iniziale ha tuttavia ceduto il passo al riconoscimento delle difficoltà di questo momento di transizione e di cambiamento, e mi sembra evidente che la via adeguata per continuare il cammino intrapreso passa attraverso il riconoscimento della dignità inalienabile di ogni persona umana e dei suoi diritti fondamentali. Il rispetto della persona dev'essere al centro delle istituzioni e delle leggi, deve condurre alla fine di ogni violenza e prevenire il rischio che la doverosa attenzione alle richieste dei cittadini e la necessaria solidarietà sociale si trasformino in semplici strumenti per conservare o conquistare il potere. Invito la Comunità internazionale a dialogare con gli attori dei processi in atto, nel rispetto dei popoli e nella consapevolezza che la costruzione di società stabili e riconciliate, aliene da ogni ingiusta discriminazione, in particolare di ordine religioso, costituisce un orizzonte più vasto e più lontano di quello delle scadenze elettorali. Sento una grande preoccupazione per le popolazioni dei Paesi in cui si susseguono tensioni e violenze, in particolare la Siria, dove auspico una rapida fine degli spargimenti di sangue e l'inizio di un dialogo fruttuoso tra gli attori politici, favorito dalla presenza di osservatori indipendenti. In Terra Santa, dove le tensioni tra Palestinesi e Israeliani hanno ripercussioni sugli equilibri di tutto il Medio Oriente, bisogna che i responsabili di questi due popoli adottino decisioni coraggiose e lungimiranti in favore della pace. Ho appreso con piacere che, in seguito ad un'iniziativa del Regno di Giordania, il dialogo è ripreso; auspico che esso prosegua affinché si giunga ad una pace duratura, che garantisca il diritto di quei due popoli a vivere in sicurezza in Stati sovrani e all'interno di frontiere sicure e internazionalmente riconosciute. La Comunità internazionale, da parte sua, deve stimolare la propria creatività e le iniziative di promozione di questo processo di pace, nel rispetto dei diritti di ogni parte. Seguo anche con grande attenzione gli sviluppi in Iraq, deplorando gli attentati che hanno causato ancora recentemente la perdita di numerose vite umane, e incoraggio le sue autorità a proseguire con fermezza sulla via di una piena riconciliazione nazionale.

Il Beato Giovanni Paolo II ricordava che «la via della pace è la via dei giovani»1, poiché essi sono «la giovinezza delle nazioni e delle società, la giovinezza di ogni famiglia e dell'intera umanità»2. I giovani, dunque, ci spronano a considerare seriamente le loro domande di verità, di giustizia e di pace. Pertanto è a loro che ho dedicato l'annuale Messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace, intitolato Educare i giovani alla giustizia e alla pace. L'educazione è un tema cruciale per ogni generazione, poiché da essa dipende tanto il sano sviluppo di ogni persona, quanto il futuro di tutta la società. Essa, perciò, costituisce un compito di primaria importanza in un tempo difficile e delicato. Oltre ad un obiettivo chiaro, quale è quello di condurre i giovani ad una conoscenza piena della realtà e quindi della verità, l'educazione ha bisogno di luoghi. Tra questi figura anzitutto la famiglia, fondata sul matrimonio di un uomo con una donna. Questa non è una semplice convenzione sociale, bensì la cellula fondamentale di ogni società. Pertanto, le politiche lesive della famiglia minacciano la dignità umana e il futuro stesso dell'umanità. Il contesto familiare è fondamentale nel percorso educativo e per lo sviluppo stesso degli individui e degli Stati; di conseguenza occorrono politiche che lo valorizzino e aiutino così la coesione sociale e il dialogo. È nella famiglia che ci si apre al mondo e alla vita e, come ho avuto modo di ricordare durante il mio viaggio in Croazia, «l'apertura alla vita è segno di apertura al futuro»3. In questo contesto dell'apertura alla vita, accolgo con soddisfazione la recente sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea, che vieta di brevettare i processi relativi alle cellule staminali embrionali umane, come pure la Risoluzione dell'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa, che condanna la selezione prenatale in funzione del sesso.

Più in generale, guardando soprattutto al mondo occidentale, sono convinto che si oppongano all'educazione dei giovani e di conseguenza al futuro dell'umanità le misure legislative che non solo permettono, ma talvolta addirittura favoriscono l'aborto, per motivi di convenienza o per ragioni mediche discutibili.

Continuando la nostra riflessione, un ruolo altrettanto essenziale per lo sviluppo della persona è svolto dalle istituzioni educative: esse sono le prime istanze a collaborare con la famiglia e faticano a compiere il compito loro proprio se viene a mancare un'armonia di intenti con la realtà familiare. Occorre attuare politiche formative affinché l'educazione scolastica sia accessibile a tutti e che, oltre a promuovere lo sviluppo cognitivo della persona, curi la crescita armonica della personalità, compresa la sua apertura al Trascendente. La Chiesa Cattolica è sempre stata particolarmente attiva nel campo delle istituzioni scolastiche ed accademiche, svolgendo un'opera apprezzata accanto a quella delle istituzioni statali. Auspico, quindi, che tale contributo sia riconosciuto e valorizzato anche dalle legislazioni nazionali.

In tale prospettiva, ben si comprende come un'efficace opera educativa postuli pure il rispetto della libertà religiosa. Questa è caratterizzata da una dimensione individuale, come pure da una dimensione collettiva e da una dimensione istituzionale. Si tratta del primo dei diritti umani, perché essa esprime la realtà più fondamentale della persona. Troppo spesso, per diversi motivi, tale diritto è ancora limitato o schernito. Non posso evocare questo tema senza anzitutto salutare la memoria del ministro pachistano Shahbaz Bhatti, la cui infaticabile lotta per i diritti delle minoranze si è conclusa con una morte tragica. Non si tratta, purtroppo, di un caso isolato. In non pochi Paesi i cristiani sono privati dei diritti fondamentali e messi ai margini della vita pubblica; in altri subiscono attacchi violenti contro le loro chiese e le loro abitazioni. Talvolta, sono costretti ad abbandonare Paesi che essi hanno contribuito a edificare, a causa delle continue tensioni e di politiche che non di rado li relegano a spettatori secondari della vita nazionale. In altre parti del mondo, si riscontrano politiche volte ad emarginare il ruolo della religione nella vita sociale, come se essa fosse causa di intolleranza, piuttosto che contributo apprezzabile nell'educazione al rispetto della dignità umana, alla giustizia e alla pace. Il terrorismo motivato religiosamente ha mietuto anche l'anno scorso numerose vittime, soprattutto in Asia e in Africa, ed è per questo, come ho ricordato ad Assisi, che i leaders religiosi debbono ripetere con forza e fermezza che «questa non è la vera natura della religione. È invece il suo travisamento e contribuisce alla sua distruzione»4. La religione non può essere usata come pretesto per accantonare le regole della giustizia e del diritto a vantaggio del "bene" che essa persegue. In questa prospettiva, sono fiero di ricordare, come ho fatto nel mio Paese natale, che per i Padri costituenti della Germania la visione cristiana dell'uomo è stata la vera forza ispiratrice, come, del resto, lo è stata per i Padri fondatori dell'Europa unita. Vorrei inoltre menzionare segnali incoraggianti nel campo della libertà religiosa. Mi riferisco alla modifica legislativa grazie alla quale la personalità giuridica pubblica delle minoranze religiose è stata riconosciuta in Georgia; penso anche alla sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo in favore della presenza del Crocifisso nelle aule scolastiche italiane. E proprio all'Italia desidero rivolgere un particolare pensiero, al termine del 150° anniversario della sua unificazione politica. Le relazioni tra la Santa Sede e lo Stato italiano hanno attraversato momenti difficili dopo l'unificazione. Nel tempo, però, hanno prevalso la concordia e la reciproca volontà di cooperare, ciascuno nel proprio ambito, per favorire il bene comune. Auspico che l'Italia continui a promuovere un rapporto equilibrato fra la Chiesa e lo Stato, costituendo così un esempio, al quale le altre Nazioni possano riferirsi con rispetto e interesse.

Nel continente africano, che ho nuovamente visitato recandomi recentemente in Benin, è essenziale che la collaborazione fra le comunità cristiane e i Governi aiuti a percorrere un cammino di giustizia, di pace e di riconciliazione, in cui i membri di tutte le etnie e di tutte le religioni siano rispettati. E' doloroso constatare che tale meta, in vari Paesi di quel continente, è ancora lontana. Penso in particolare alla recrudescenza delle violenze che interessa la Nigeria, come hanno ricordato gli attentati commessi contro varie chiese nel tempo di Natale, agli strascichi della guerra civile in Costa d'Avorio, alla persistente instabilità nella Regione dei Grandi Laghi e all'urgenza umanitaria nei Paesi del Corno d'Africa. Chiedo, ancora una volta, alla Comunità internazionale di aiutare con sollecitudine a trovare una soluzione alla crisi che dura da anni in Somalia.

Infine, mi preme sottolineare che una educazione rettamente intesa non può che favorire il rispetto del creato. Non si possono dimenticare le gravi calamità naturali che, nel 2011, hanno colpito varie zone del Sud-Est asiatico, e i disastri ambientali come quello della centrale nucleare di Fukushima in Giappone. La salvaguardia dell'ambiente, la sinergia tra la lotta contro la povertà e quella contro i cambiamenti climatici costituiscono ambiti rilevanti per la promozione dello sviluppo umano integrale. Pertanto auspico che, in seguito alla XVII sessione della Conferenza degli Stati Parte alla Convenzione ONU sui cambiamenti climatici, da poco conclusasi a Durban, la Comunità internazionale si prepari alla Conferenza dell'ONU sullo sviluppo sostenibile ("Rio+20") quale autentica "famiglia delle Nazioni" e, perciò, con grande senso di solidarietà e di responsabilità verso le generazioni presenti e per quelle future.

Eccellenze, Signore e Signori! 

La nascita del Principe della pace ci insegna che la vita non finisce nel nulla, che il suo destino non è la corruzione, bensì l'immortalità. Cristo è venuto perché gli uomini abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza (cfr Gv 10,10). «Solo quando il futuro è certo come realtà positiva, diventa vivibile anche il presente»5. Animata dalla certezza della fede, la Santa Sede continua a dare il proprio contributo alla Comunità internazionale, secondo quel duplice intendimento che il Concilio Vaticano II – di cui quest'anno ricorre il 50° anniversario – ha chiaramente definito: proclamare la grandezza somma della vocazione dell'uomo e la presenza in lui di un germe divino, nonché offrire all'umanità una cooperazione sincera, che instauri quella fraternità universale che corrisponde a tale vocazione6. In questo spirito, rinnovo a tutti voi, ai membri delle vostre famiglie e ai vostri collaboratori i miei più cordiali auguri per il nuovo anno. Grazie per la vostra attenzione.

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1 GIOVANNI PAOLO II, Lettera Apostolica Dilecti amici, 31 marzo 1985, n. 15.

2 Ibidem, n. 1.

3 Omelia della Santa Messa in occasione della Giornata Nazionale delle Famiglie Cattoliche croate, Zagabria 5 giugno 2011.

4 Intervento per la Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo, Assisi, 27 ottobre 2011.

5 Spe salvi, n. 2.

6 Cfr Gaudium et spes, 3.

[00032-01.01] [Testo originale: Francese]


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"Una cosa morta può andare con la corrente, ma solo una cosa viva può andarvi contro" (Gilbert Keith Chesterton)

La crisi globale: lezioni dal Medioevo - Un breve ed attuale saggio di Stratford Caldecott

Per gentile concessione del dott. Stratford Caldecott è G.K. Chesterton Fellow al St Benet’s Hall, Oxford. E' il direttore di Second Spring e presidente del Centre for Faith & Culture in Oxford, collegato al Thomas More College of Liberal Arts.

Ha scritto questo saggio breve sulla crisi globale e sulle risorse che possiamo trarre dal Medioevo. Lo abbiamo letto ed anche se risalente al 2009 lo abbiamo trovato interessante ed attuale e il dott. Caldecott ci ha consentito di utilizzarlo sul nostro sito, con la traduzione del nostro Gianmaria Spagnoletti.

La crisi globale: lezioni dal Medioevo

I moderni ammiratori di G.K. Chesterton (Il profilo della ragionevolezza) ed E.F. Schumacher (Piccolo è bello) vengono talvolta accusati di voler ritornare al Medioevo, e possono essere facilmente presi in giro perché vorrebbero farlo nell’era della disponibilità immediata della medicina moderna e dei computer portatili. 
Ma né Chesterton né Schumacher erano così ingenui. Invocavano un particolare tipo di progresso: verso una società più centrata sull’uomo, ma pur sempre sofisticata tecnologicamente e capace di sviluppo creativo. Entrambi realizzarono che ci sono concetti e idee particolari che erano prevalenti nel cristianesimo medievale e da cui potremmo davvero imparare proprio per rendere possibile quel progresso. Infatti i grandi movimenti culturali sorgono spesso con l’importazione di idee dal passato in un nuovo contesto sociale (il Rinascimento ne è un esempio). 
Quindi cosa possiamo imparare dal Medioevo per uscire dall’attuale crisi globale? 
Da simpatizzante della filosofia distributista di Chesterton, e con il recente tentativo di ravvivarla da parte dei “conservatori progressisti”, posso suggerire almeno tre spunti per incoraggiare la continuazione del dibattito. 
L’importanza della famiglia
Ai tempi del Medioevo, come nella maggior parte dei tempi e dei luoghi attraverso la storia dell’umanità, l’unità basilare della società era la famiglia, intendendo con questa la “famiglia estesa” (in forma estrema la tribù o il clan). Il semplice motivo di questo è che ci riproduciamo a coppie. Inoltre la maniera migliore perché i figli vengano educati e preparati alla vita sociale è che ciò avvenga all’interno di relazioni famigliari amorevoli. 
In anni recenti l’ideale tradizionale di famiglia e i legami che la tengono unita sono stati sistematicamente attaccati e indeboliti, ma la distruzione della famiglia è un componente tutt’altro che essenziale nella nostra idea di progresso. È più probabile che la demolizione di questa tradizione sia la causa di una diffusa degradazione sociale e devastazione culturale. Senza dubbio ci sono modi per migliorare la famiglia, e modi in cui i suoi membri possono essere più adeguatamente protetti dagli abusi, ma la famiglia in sé è il vivaio e il crogiolo della società civile e la miglior salvaguardia della dignità umana.
Il tentativo di sradicare e astrarre le persone dalle loro famiglie (ironicamente descritto come ideale nella Repubblica di Platone) quasi certamente può sfociare in una guerra impari fra la volontà dell’individuo e quella dello Stato, una guerra che l’individuo non può vincere. Sono la famiglia e la società civile – e solo loro – che “avvolgono” l’individuo proteggendolo dai dittatori e dai tiranni. La rete di responsabilità e di diritti che spettano a una persona inserita in rapporti famigliari e civili solo in virtù di quella appartenenza non sarà ben protetta da un Bill of Rights [dichiarazione sui diritti dell’individuo] quando i tempi diventeranno duri ed entreranno in gioco potenti interessi. 
Qualcosa di simile vale nel campo economico. Nel nostro mondo non dovrebbe essere ammissibile che un figlio o figlia intraprenda necessariamente un mestiere o una professione determinata dai suoi genitori, ma il passaggio di conoscenze tra la generazione precedente e quella successiva dentro una famiglia può essere un arricchimento invece di un impoverimento. Se un’azienda è posseduta e gestita da una famiglia è molto più probabile che verrà amministrata con un occhio al futuro a lungo termine (“sostenibilità”). Se la famiglia è centrale, una “economia di dono e alleanza” – nient’altro che un altro modo per descrivere la famiglia stessa – avrà la precedenza sull’economia di mercato e sul calcolo economico. Il mercato ha il suo spazio, ma non dovrebbe impadronirsi dell’intero villaggio, men che meno dell’intera civiltà.

La condanna dell’usura


Pensate per un attimo all’attuale crisi economica. A innescarla è stato il crollo del mercato immobiliare americano, che ha mandato all’aria il castello di carte globale costruito sui mutui subprime – una vasta struttura di derivati messi in circolazione senza pensare alle eventuali conseguenze e senza trasparenza. La colpa della crisi è dell’avidità dei banchieri e dell’opportunismo a breve termine dei politici, ma quel che ha reso possibile questa crescita di crediti uno strato sull’altro è stata in parte la perdita di una giusta limitazione per legge sull’interesse addebitato col prestito di denaro – un peccato condannato dalla cristianità medievale, dal giudaismo e dall’Islam con il nome di usura.
Certamente l’addebito di interesse fu infine giustificato da teologi medievali come Tommaso d’Aquino come compenso per il rischio. La conseguente espansione degli istituti di credito europei rese possibile l’enorme sviluppo nel commercio, nella manifattura e nella ricchezza dopo la Riforma. Ma all’inizio l’addebito dell’interesse era stato visto come modo per vendere ciò che non dovrebbe essere mai considerato una merce: il tempo stesso. 
Alla radice di questa intuizione resta qualcosa di valido che possiamo applicare alla situazione attuale. I prodotti che venivano commerciati e addebitati per il mercato dei derivati non erano reali nel modo in cui sono reali il vero lavoro o le proprietà tangibili. I debiti, ad esempio i mutui, non sono dei veri asset (risorse), e questo diventa evidente quando chi ha preso in prestito va in default (viene a mancare) e non c’è nessuno – tranne forse lo Stato – che paghi al prestatore ciò che, poco saggiamente, si aspettava di ricevere.

Leggi suntuarie


A lungo si è ritenuto che la crescita economica, misurata in termini di PIL o in termini di acquisti in corso, potesse e dovesse crescere indefinitamente col migliorare della nostra capacità di sfruttare le risorse naturali del pianeta (o, in mancanza di queste, del sistema solare). Ci potrebbe essere un fondo di verità, ma sembra esserci qualcosa di malsano – qualcosa che ricorda un cancro biologico – nell’idea della crescita continua e virtualmente fine a se stessa. L’impressione si rafforza quando ci ricordiamo che la crescita della produzione è spinta dalla crescita dei consumi. 
Il consumo non è un male, ma una necessità della vita. Il nostro sistema si basa sui bisogni umani fondamentali e richiede approvvigionamento per tali bisogni, per la creazione di nuovi beni atti a rendere la vita più ricca e più piacevole, e per lo sviluppo di nuovi mercati. Il pericolo è che questo potrebbe portare alla sistematica coltivazione del desiderio di cose nuove attraverso pubblicità manipolatrici e invecchiamento programmato. 
L’incoraggiamento a prendere a prestito al di sopra delle nostre possibilità, la crescita del debito e l’avidità che abbiamo visto nel secolo passato sono legati a un atteggiamento che chiamiamo “consumismo”. Cerchiamo sempre di più di definire la nostra identità, o almeno il nostro tenore di vita, attraverso quel che acquistiamo e consumiamo. Non c’è nulla di sbagliato nel volere merce di buona qualità o uno stile di vita comodo. Ma c’è molto di sbagliato nello stancarsi di qualunque cosa che abbia più di un anno e nel vivere in un modo che danneggia gli altri o il pianeta intero. In un certo senso il “peccato” di vivere in quel modo non è quasi mai del singolo, poiché la responsabilità di questo è così largamente diffusa. È l’economia a fare pressione sulla gente per spingerla a vivere al di sopra dei suoi mezzi offrendo un credito incauto che qui è il principale colpevole. Per cui la risposta è di incoraggiare la gente a vivere con più semplicità, a limitare le loro assunzioni di prestito, o a mettere fine al loro eccesso spronandoli, nel contempo, a trovare la pace in altri modi. 
In epoca medievale le leggi “suntuarie” che cercavano di regolare le abitudini di consumo attraverso restrizioni sul vestiario, sul cibo e sulle spese di lusso restavano per lo più prive di effetto, ed erano spesso usate per la discriminazione sociale. Ciononostante, qualcosa di simile a una legge suntuaria potrebbe essere necessario per mettere degli argini al consumismo attuale. Così come ci sarebbero buone ragioni per ridimensionare l’ammontare di denaro che separa il salario di un banchiere o di un manager da quello di un impiegato della stessa organizzazione – senza danneggiare l’ambizione a “salire di grado” che dà energia all’impresa – cosicché si possa limitare la parte dello stipendio di ognuno che viene spesa in beni di lusso o (se quel suggerimento sembra minacciare la nostra sacra libertà di sbagliare da soli) almeno regolamentando con più attenzione e riguardo la qualità e la longevità dei beni offerti sul mercato, come anche il loro costo reale (incluso l’impatto sull’ambiente).   

Conclusione

Il neodistributismo non c’entra con un “ritorno al Medioevo”, e neanche con “tre acri e una mucca”, sebbene ci siano buoni motivi per l’autosufficienza dove possibile, e per il ritorno a comunità rurali e all’agricoltura in economie con un terziario sovrasviluppato o che sono diventate dipendenti dall’aiuto estero. Quello su cui concordano coloro che sono nella tradizione di Chesterton e Schumacher è che abbiamo bisogno di più trasparenza e giustizia nell’economia, sia a livello locale che globale. Abbiamo bisogno di radicare la nostra vita economica – come tutta la natura umana dev’essere radicata – nelle realtà della natura, sia che con questo si intendano l’ambiente naturale e le risorse del nostro pianeta, o la natura dell’essere umano come creatura capace di realizzazione attraverso il servizio amorevole e la collaborazione con altri. E infine dobbiamo essere capaci di imparare dai nostri errori e cambiare rotta.
Spesso Chesterton metteva in luce l’errore che facciamo con le nostre nozioni di progresso. L’umanità non sta su due binari, dove le uniche possibilità di scelta sono di andare avanti o indietro, più veloce o più lento. Siamo più liberi di quanto pensiamo. Non stiamo correndo sui binari, ma stiamo esplorando un nuovo continente, un paesaggio a tre dimensioni. Se troviamo la strada sbarrata in una direzione possiamo prenderne un’altra.


Stratford Caldecott

traduzione di Gianmaria Spagnoletti

Dal prof. Carlo Bellieni - La sindrome di Turner e il "pensierino" dell'aborto

martedì 10 gennaio 2012
È appena uscito uno studio inglese (gennaio 2012) sul destino dei feti cui è diagnosticata la sindrome di Turner. Morale: il 65% è stato abortito. Ma, pur con la certezza che nessuna malattia di un feto ne giustifica la soppressione, qui si tratta di bambine (sono femminucce) che come tratto distintivo avranno quello di essere abbastanza basse di statura e in certi casi di non poter aver figli. Che i genitori che le hanno abortite siano stati atterriti dallo “spaventoso dramma” di non poter diventare nonni?
E non è un problema solo inglese: i dati italiani sono simili: la regione Emilia Romagna virtuosamente è tra le poche che mettono on line il loro registro delle anomalie genetiche, e nel suo registro IMER (www.registroimer.it) vediamo che dal 2006 al 2008 su 22  feti con sindrome Turner, ne sono stati abortiti 14, cioè il 63,6%. Come chiamate voi questo clima che elimina oltre la metà di feti perché saranno piccoli e (forse) sterili? Questo ci riporta al dibattito (ormai sopito, censurato e nascosto) se la diagnosi prenatale genetica sia uno strumento eticamente neutro. Già, si potrà dire che nessuno obbliga nessun genitore ad abortire, che si ha diritto di conoscere, ecc. Ma, se uno non vuole abortire, non si capisce perché voglia sapere “in tempo utile per l’aborto” se il figlio ha un’anomalia genetica (e in questo caso, che anomalia!). E si potrà anche dire che chi fa la diagnosi non è spesso il medico che fa l’aborto. Certo, ma se l’esito è quello sopra descritto, un po’ di preoccupazione a qualcuno dovrebbe venire.
Oltretutto è chiaro che basta sentire parlare di “anomalia” che scatta subito non tanto l’allarme (che ovviamente è giustificato), ma anche il pensierino all’aborto, dato che la percentuale di bimbe Turner abortite è pari a quella dei bambini Down abortiti: dunque l’eliminazione non fa differenze sottili tra malattie; più che altro rispecchia la precedente predisposizione della coppia ad accettare la malattia del figlio, qualunque malattia sia; cioè ad accettare che il figlio non sia “perfetto!” Cosa che però -  ripeto -  se accettavano a priori, non si vede perché dovessero andarlo a controllare con un esame oltretutto pericoloso per la salute del feto stesso, dato che ne può provocare la morte. Insomma: la diagnosi prenatale genetica (fatta con amniocentesi o solo con delle ecografie mirate che oggi fanno tutte le donne come screening) è davvero neutra?
La possiamo paragonare al coltello che una persona usa per tagliare il pane e un’altra per scopi meno buoni, ma sempre coltello - dunque né cattivo, né buono - resta? Oppure sarebbe meglio paragonarla a una torta enorme che mettiamo in tavola invece del pranzo normale a una banda di bambini di due anni? Certo, nessuno li obbliga a mangiare troppo; e magari a molti la mamma avrà detto di stare attento e non esagerare; ma a quanti viene poi il mal di pancia?
Già, perché è vero che gli “strumenti” sono neutri, ma se vengono usati in un momento di fragilità non lo sono più. E quanto è fragile il periodo della gravidanza… e quanto è fragile l’uomo della società post-moderna, tutto infervorato nel culto della perfezione fisica e nella fobia delle malattie. E si noti che ho volutamente usato un esempio “soft”, per non irritare nessuno, ma le conseguenze finali che abbiamo illustrato all’inizio dell’articolo sono ben diverse da un mal di pancia.
Non pensate che, soprattutto chi dà consigli morali e si occupa di etica, magari preoccupato per il numero di aborti, ma purtroppo poco dal clima culturale che precede e circonda gli aborti stessi (dunque in deficit di capacità educativa), dovrebbe riflettere?

lunedì 9 gennaio 2012

Risposta all'articolo del professor Alberto Melloni apparso sul Corriere della Sera del 27 Dicembre 2011

Il nostro presidente Marco Sermarini, dopo aver letto l'articolo del professor Alberto Melloni apparso sul Corriere della Sera del 27 Dicembre 2011 dal titolo "Che superstizione il divorzio, la provocazione anti-laica di Chesterton", ha scritto la lettera che segue al professor Melloni indirizzandola alla redazione del quotidiano:

In merito al Suo articolo del 27 Dicembre 2011 apparso su Il Corriere della Sera
Egregio professor Alberto Melloni,
prendo in mano carta e penna per amore di Verità, in quanto ritengo che il Suo articolo apparso su Il Corriere della Sera lo scorso 27 Dicembre 2011 e riguardante il volume La Superstizione del Divorzio di Gilbert Keith Chesterton, ma più ampiamente il pensiero e l'opera di questo grande scrittore, contenga degli errori e soprattutto l'intento chiaro di screditarlo agli occhi dei lettori.
Sono il presidente della Società Chestertoniana Italiana e ritengo mio dovere difendere il pensiero e la memoria di colui che riteniamo uno dei massimi pensatori del XX secolo, checché Lei ne dica (mi spiace me l'abbia messo a fianco di Romano Guardini, del quale penso la stessa cosa) e soprattutto sventare, per quel che mi è possibile, un'operazione di discredito. Su quest'ultima mi profonderò più avanti. Ora debbo farLe notare alcune cose:
  1. Lei prende le mosse da una raccolta di saggi recentemente uscita per i tipi della San Paolo e ben tradotta da Pietro Federico e Tommaso Maria Minardi: anzitutto non condivido quanto lei dice a proposito dell'edizione: "senza una riga che spieghi il contesto politico-ideologico concreto, con un'introduzione che parafrasa il testo e una postfazione che non data nulla". Se lo scopo è screditare, ho capito che è bene screditare anche l'edizione, a scanso di equivoci. Le sue preoccupazioni di carattere storico avrebbero un fondamento se il testo di per sé non fosse così chiaro ed interessante da brillare anche adesso per attualità e validità dottrinale. Se l'estensore di prefazione e postfazione si profonde in citazioni, vedo d'altro canto che Lei non lo fa minimamente, il che mi lascia pensoso. E nonostante ciò, trova modo di dare a Chesterton del fascista e di considerare il testo un'accozzaglia di idee antimoderne, il che, nella temperie attuale, fa molto discredito. Il che continua a farmi pensare.
  2. E' nella migliore delle ipotesi un'imprecisione dire che si tratta di articoli raccolti dopo essere apparsi sul The New Witness: basta leggere la Nota Introduttiva al testo redatta da Chesterton stesso e leggibile a pagina 9 per comprendere che si tratta solo per la prima parte di articoli apparsi sul settimanale del fratello Cecil e di Hilaire Belloc ma che comprende altri scritti occasionati dalla riunione in volume degli scritti sulla polemica sul divorzio (una delle tante in cui si impegnò GKC e per cui divenne famosissimo e molto amato anche all'estero, anche in quell'America sempre criticata nei suoi scritti). Doveva essere un pamphlet ma divenne una sorta di piccolo classico.
  3. E' storicamente falso che The New Witness e gli altri periodici su cui scrisse Chesterton fossero "ammaliati dalla destra europea e mussoliana". Anzitutto The New Witness smise di essere pubblicato quando Mussolini era all'inizio della sua parabola politica. Chesterton ha parole di interesse per Mussolini in un unico testo, La resurrezione di Roma, in cui descrive il suo incontro personale con il duce come pure con Papa Pio XI (ovviamente con toni molto differenti, di curiosa iniziale stima per Mussolini, cosa all'epoca riferibile a molti, di deciso entusiasmo e commozione circa l'incontro con il Papa, che si professò suo lettore: a proposito, la invito a leggere questo testo molto bello e per nulla fascista senza paura di contaminarsi); parliamo della Roma a cavallo del Novembre 1929 e le prime settimane del 1930.
  4. Chesterton scrisse su tantissimi periodici, dei quali nessuno può essere ricondotto nemmeno per errore alla destra europea e a quella mussoliniana. Consideri che The Speaker, il Daily News (giornale di tendenze laburiste radicali), l'Illustrated London News (collaborazione quest'ultima durata dal 1905 sino alla morte) non possono assolutamente essere annoverati così come lei vorrebbe, neanche con la migliore volontà.
  5. Che Chesterton eviti di toccare la Chiesa d'Inghilterra è ovvio, perché non era il suo obiettivo polemico; la sua polemica non tocca minimamente il cosiddetto piano religioso o confessionale bensì quello puramente razionale: Chesterton vuole dimostrare che la posizione favorevole al divorzio ha basi solo nella superstizione, ossia nel contrario del corretto uso della ragione. Altrove e per altri motivi GKC non lesina critiche alla Chiesa d'Inghilterra (provi a leggere La Chiesa Cattolica - Dove tutte le verità si danno appuntamento, edito dalla Lindau con una mia breve prefazione), quella chiesa nella quale nacque, che abbandonò seguendo i genitori nella cosiddetta Chiesa Unitariana, cui si unì nuovamente grazie a sua moglie Frances e all'amicizia di alcuni ecclesiastici anglicani quali Conrad Noel (detto "The Red Vicar" per le sue idee apertamente socialiste, antiimperialiste e filoirlandesi: che strano "fascista", questo Chesterton, no, professore?), Percy Dearmer (altro socialista, liturgista anglicano: sempre più inusuali, per lei, queste amicizie fraterne che durarono per tutta la vita; eppure Chesterton per lei sarebbe fascista. Come facevano questi due socialisti, il primo dei quali fondatore del British Socialist Party, ad andarci a pranzo senza contaminarsi?).
  6. La polemica sul divorzio fu nel 1918 e i saggi furono raccolti solo nel 1920. Chesterton non era ancora cattolico, quindi ogni possibile polemica con la Chiesa anglicana non aveva ragion d'essere.
  7. Chesterton non fu mai antisemita. Aveva tra i suoi migliori amici numerosi ebrei, uno dei quali, Lawrence Solomon, decise di trasferirsi con la famiglia a Beaconsfield assieme all'antisemita Chesterton. Un bell'esempio di sindrome di Stoccolma, no, professore? Maurice Baring, convertitosi prima di lui al cattolicesimo grazie anche ai suoi scritti, non lo abbandonò mai per tutta la vita. Sin dalla più tenera età si circondò di amici ebrei, che difese anche fisicamente da attacchi di antisemitismo. La leggenda del suo antisemitismo è un altro mezzuccio messo in giro dopo la sua morte per "farlo fuori" in Inghilterra dove era troppo amato e popolare. Se non crede sufficiente ciò che le ho elencato, Le consiglio la lettura di Maisie Ward, Gilbert Keith Chesterton, Sheed and Ward, Londra 1944, pagine 191 e seguenti, oppure se ha modo anche William Oddie, Chesterton and the romance of orthodoxy, Oxford Press, 2009, pagine 79 e 80, che contiene testimonianze di prima mano oltre che le risultanze dei diari e dei taccuini di GKC presenti presso la British Library, e il volumetto collettaneo curato dallo stesso Oddie (che è il mio omologo inglese ed è editorialista di punta del Catholic Herald, oltre che suo precedente direttore) The "Holiness" of G. K. Chesterton che contiene un intero capitolo sull'argomento, documentatissimo. Gli ultimi a sostenere l'antisemitismo di Chesterton siete A. N. Wilson e lei, privi di evidenze. Tenete duro come ultimi samurai.
  8. Shaw non ridicolizzò mai Chesterton, con il quale ebbe un'amicizia lunga una vita pur pensandola in maniera diametralmente opposta. Polemizzarono e concionarono in pubblici dibattiti per partecipare ai quali la gente pagava il biglietto ed al termine dei quali veniva proclamato il vincitore, che quasi sempre era il popolarissimo Chesterton. Il fabiano Shaw non credeva nella filosofia politica di Chesterton e Belloc, il distributismo, che -questa sì- ridicolizzava capitalismo e socialismo e per la quale Chesterton creò il suo ultimo settimanale, il G. K.'s Weekly, nel 1926. Il distributismo trova la sua radice nella Rerum Novarum, sta ritornando -in questo momento di crisi del capitalismo- sulle bocche dei più lucidi ed avveduti. Alcuni tratti si ritrovano anche nei discorsi di Papa Benedetto XVI. GBS amò con sincera amicizia GKC, questa è la verità storica.
  9. Mi perdoni la pedanteria, sono certo che si tratti di un refuso, ma Shaw parlava, a proposito di GKC e Hilaire Belloc, del Chesterbelloc e non dei Chesterbelloc. Voleva sottolineare l'unità di idee e di intenti dei due scrittori, e Chesterton ci rise talmente che ne fece anche occasione per un'autocaricatura. Togliatti lo lasci riposare in pace, è meglio per tutti.
  10. Che Chesterton abbia polemizzato con Dickens mi risulta inesistente oltre che impossibile. Il mondo e le idee di Chesterton erano un po' anche il mondo e le idee di Dickens. Chesterton sin dalle prime esperienze di scrittore si dovette cimentare come critico con le opere di Dickens, tanto che il frutto di questo cimento finì in due volumi. Egli criticò Dickens amandolo profondamente. Poi polemizzare con un morto...
  11. Se Chesterton era un gigante, Guardini cos'è? Un gigante anche lui, ma il paragone secondo me non c'entra nulla. Che Chesterton fosse un gigante del pensiero lo considerano tutti quelli che non sono ammorbati dall'ideologia o dalla necessità di dimostrare una tesi (il che è praticamente la stessa cosa). Fra tutti basti citare lo studioso di San Tommaso d'Aquino Etienne Gilson: "Chesterton fu uno dei più profondi pensatori che sia mai esistito. Fu profondo perché aveva ragione". Gilson definì la biografia del Bue Muto di Chesterton la migliore mai scritta e la definì degna di un genio. Ecco servita la "modestissima profondità dottrinale" di Chesterton, professore... Detto da un Gilson, poi, mi perdoni, ma non so a chi credere.
  12. Comprendo che Chesterton in questo libro e nella sua lunga carriera abbia sempre attaccato i suoi idoli, professore, senza i quali Lei si sente forse smarrito, abituato com'è a distinguerci tra progressisti e conservatori, o meglio fascisti, mentre forse non si capacita che esista un Chesterton così, vero uomo vivo, cattolico a tutto tondo. Ma tant'è. Lei lo considera un antimoderno con un certo astio, mentre il moderno Chesterton ha la sola colpa di non essere modernista.
  13. Secondo me non si è avveduto che di Chesterton lei critica proprio la modernità, ossia il criticare il divorzio non per motivi religiosi bensì per motivi puramente razionali. Con ciò lei viola il principio di non contraddizione, e forse non gliene importerà nulla. Per me conta.
  14. Che la San Paolo pubblichi un testo clericofascista mi risulta impossibile... Una risatina tipo quella evocata da Luca Negri su L'Occidentale forse ci starebbe bene.
  15. Comunque diceva saggiamente un mio giovane amico chestertoniano: il suo pare un prevedibile attacco tipico da Fase 2: GKC ha osato tornare alla luce, occorre quindi metterlo in cattiva luce. Il destrofilo, l'antisemita. Bella penna dall'anima nera. Man mano che il Nostro tornerà sulle labbra e nel cuore dei lettori (cosa che già è), fioriranno critiche simili pur d'impedirne la lettura. D'altronde sono quelli come lei che l'affossarono pian piano nel secondo dopoguerra in Italia: non essendo di destra o di sinistra, non essendo soprattutto organi o al cosiddetto cattolicesimo democratico che ha egemonizzato per decenni il panorama del pensiero cattolico, fu archiviato silenziosamente. Si figuri che i primi due testi di carattere distributista (Il profilo ella ragionevolezza e Cosa c'è di sbagliato nel mondo), pur essendo centrali nel suo pensiero, hanno visto la luce in Italia solo nel 2011.
Non la pensano come lei uomini del calibro di Emilio Cecchi, Italo Calvino (che disse di aver voluto essere il Chesterton comunista), Antonio Gramsci, Jorge Luis Borges, Clive Staples Lewis, John Ronald Reuel Tolkien (o gira ancora anche per lui la storia che fosse fascista?), Bruno Bettelheim, Marshall McLuhan (che gli deve come molti altri la conversione al cattolicesimo), Sergei Averincev, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Leonardo Sciascia, sir Alec Guinness (anche lui grato per la conversione), Hanna Arendt, Neil Gaiman, Natal'ja Trauberg (che lo definì "il contravveleno" contro il nichilismo comunista), Gilberto De Mello Freyre, Orson Welles, Ernst Hemingway, Papa Luciani, Papa Montini, Papa Ratti, Papa Ratinger (ce ne sarà almeno uno che le va a genio?), Franz Kafka, Mircea Eliade e Roberto Benigni.
Basterebbe dire ciò che di lui disse una vicina di casa, una donnina del popolo che non frequentava facoltà teologiche: "era una specie di santo, no? - solo a guardarlo quando gli stendevi il cappello ti faceva sentire grandioso". Hilaire Belloc invece disse: «Non solo capiva le qualità dei suoi oppositori, ma anche le ammirava. Per questo è stato universalmente amato».
Le auguro di amare nello stesso modo il nostro caro Chesterton. E di leggerlo.

avv. Marco Sermarini
presidente della Società Chestertoniana Italiana

Un invito dagli Stati Uniti!

Segnalazione di Gianmaria Spagnoletti su Tolkien - 'Prosa di seconda categoria' Così l'Accademia Svedese negò il Nobel a Tolkien

Da Tracce - Intervista a Edoardo Rialti sulla Chesterton Review

Su segnalazione di Maria Grazia Gotti mettiamo a vostra disposizione l'intervista ad Edoardo Rialti sulla Chesterton Review in edizione italiana uscita sul mensile Tracce, che esce nelle librerie in questi giorni ma che è a disposizione dei nostri soci già dallo scorso mese di Agosto.

La rivista vede pure la collaborazione determinante della nostra Società, e nel board della rivista italiana sono presenti anche il nostro presidente Marco Sermarini, il vicepresidente Paolo Gulisano, Fabio Trevisan e vede tra i traduttori la nostra Annalisa Teggi.

Rialti approfitta giustamente anche per rimettere qualche pezzettino a posto delle cose dette gratuitamente dal professor Alberto Melloni lo scorso 27 Dicembre. In questo versante ci faremo sentire molto presto...

LA RIVISTA
Chesterton, un dono del Novecento
di Luca Fiore
09/01/2012 - La pubblicazione dedicata al grande autore inglese arriva anche in Italia. Motivo? «Le sue provocazioni sono valide ancora oggi», spiega Edoardo Rialti, uno dei collaboratori: «E, soprattutto, era un vero laico...»
  • Gilbert Keith Chesterton.
«In Italia l’attenzione per G.K. Chesterton è stata come un fiume carsico. È passata da periodi di entusiasmo a momenti di quasi indifferenza. Ma nell’ultimo decennio, con una valanga di pubblicazioni, l’interesse è tornato a essere grande». Così Edoardo Rialti, docente di Letteratura inglese e americana alla Facoltà teologica di Firenze, spiega l’approdo nel nostro Paese di The Chesterton Review, la rivista espressione del G.K. Chesterton Institute for Faith and Culture diretto da padre Ian Boyd. Realizzata in collaborazione tra un gruppo di realtà che vanno dalla Civiltà Cattolica all’editore Lindau, la versione italiana debutta con un numero dedicato al duplice centenario caduto nel 2011: la nascita del personaggio di padre Brown e la pubblicazione della Ballata del cavallo bianco. Oltre allo stralcio di un altro importante testo chestertoniano, La Resurrezione di Roma, il volume presenta contributi di Antonio Spadaro, Dermot Quinn, Paolo Pegoraro, Saverio Simonelli e dello stesso Edoardo Rialti. 

Come si è arrivati alla nascita della rivista italiana?
È stata decisiva l’iniziativa di Andrea Monda, collaboratore di Avvenire e dell’Osservatore Romano, e padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica, che hanno organizzato, nel maggio scorso, una giornata di studi dedicata a Chesterton. Per la prima volta, coinvolgendo anche padre Boyd, si è riusciti a radunare la maggior parte degli studiosi italiani dello scrittore inglese. I contributi di quella giornata hanno dato vita a questo numero della Chesterton Review.

Tenore divulgativo o pubblicazione per addetti ai lavori?
Quando si scrive di autori come Chesterton, che sono allo stesso tempo profondi, godibili e popolari, si spera di essere sulla stessa frequenza d’onda del maestro...

È ancora attuale la sua vis polemica?
Chesterton resta anche oggi un autore scomodo. Le faccio un esempio: qualche giorno fa Alberto Melloni, sul Corriere della Sera, ha recensito - stroncandola - una raccolta di saggi intitolata La superstizione del divorzio. Gli argomenti sono raccattati tra le leggende che sono in circolo da sempre: Chesterton avrebbe avuto simpatie fasciste e tendenze antisemite... Tutte balle. La verità è che qualcuno vorrebbe che la sua opera restasse confinata alle parrocchie, ma Chesterton non riesce a stare confinato da nessuna parte. 

In che senso?
Durante la sua vita ha dialogato tutti, anche con i più grandi atei del Novecento: George Bernard Shaw, A.H.Wells... La maggioranza dei suoi libri, cosa che anche molti cattolici fanno un po’ fatica a digerire, sono stati scritti prima della conversione del 1922: Ortodossia è del 1908, La sfera e la croce del 1911, Padre Brown del 1912. E la maggior parte dei saggi sulla politica e sulla società, sul matrimonio, sulla sessualità, sulla salute, sono stati scritti senza quasi alcun riferimento diretto alla Chiesa cattolica.

Perché?
Perché si appella alla ragione. Per questo è stato capace di dialogare con persone che la pensavano in modo molto diverso. Anzi, il mio personale giudizio è che strumenti come i saggi, le traduzioni e anche la Chesterton Review, devono servire a ribadire il suo sacrosanto diritto a stare nel mondo laico. Chesterton è un grande dono del Novecento, ed è per tutti. Non è un caso che a scrivere alcuni dei più bei testi su di lui siano state persone non credenti. Giulio Giorello, ad esempio, ha scritto una meravigliosa postfazione a Eretici. Chesterton deve restare in circolo, perché fa bene all’organismo...

Alcune riflessioni sulle recenti parole di Papa Benedetto XVI su ragione ed educazione


Neil Gaiman estimatore di GKC, ci torniamo su.

Un articolo su Neil Gaiman dal Corriere della Sera di più di un anno fa.

Parla anche di GKC, di C. S. Lewis, J.R.R. Tolkien...

L'ultimo articolo di Gianfranco Amato sull'Avvenire, Niente down in Danimarca

domenica 8 gennaio 2012

L'omelia del Santo Padre per il Battesimo del Signore 2012, testo integrale

OMELIA DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle!

E' sempre una gioia celebrare questa Santa Messa con i Battesimi dei bambini, nella Festa del Battesimo del Signore. Vi saluto tutti con affetto, cari genitori, padrini e madrine, e tutti voi familiari e amici! Siete venuti – l'avete detto ad alta voce – perché i vostri neonati ricevano il dono della grazia di Dio, il seme della vita eterna. Voi genitori avete voluto questo. Avete pensato al Battesimo prima ancora che il vostro bambino o la vostra bambina venisse alla luce. La vostra responsabilità di genitori cristiani vi ha fatto pensare subito al Sacramento che segna l'ingresso nella vita divina, nella comunità della Chiesa. Possiamo dire che questa è stata la vostra prima scelta educativa come testimoni della fede verso i vostri figli: la scelta è fondamentale!

Il compito dei genitori, aiutati dal padrino e dalla madrina, è quello di educare il figlio o la figlia. Educare è molto impegnativo, a volte è arduo per le nostre capacità umane, sempre limitate. Ma educare diventa una meravigliosa missione se la si compie in collaborazione con Dio, che è il primo e vero educatore di ogni uomo.

Nella prima Lettura che abbiamo ascoltato, tratta dal Libro del profeta Isaia, Dio si rivolge al suo popolo proprio come un educatore. Mette in guardia gli Israeliti dal pericolo di cercare di dissetarsi e di sfamarsi alle fonti sbagliate: "Perché - dice - spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia?" (Is 55,2). Dio vuole darci cose buone da bere e da mangiare, cose che ci fanno bene; mentre a volte noi usiamo male le nostre risorse, le usiamo per cose che non servono, anzi, che sono addirittura nocive. Dio vuole darci soprattutto Se stesso e la sua Parola: sa che allontanandoci da Lui ci troveremmo ben presto in difficoltà, come il figlio prodigo della parabola, e soprattutto perderemmo la nostra dignità umana. E per questo ci assicura che Lui è misericordia infinita, che i suoi pensieri e le sue vie non sono come i nostri – per nostra fortuna! – e che possiamo sempre ritornare a Lui, alla casa del Padre. Ci assicura poi che se accoglieremo la sua Parola, essa porterà frutti buoni nella nostra vita, come la pioggia che irriga la terra (cfr Is 55,10-11).

A questa parola che il Signore ci ha rivolto mediante il profeta Isaia, noi abbiamo risposto con il ritornello del Salmo: "Attingeremo con gioia alle sorgenti della salvezza". Come persone adulte, ci siamo impegnati ad attingere alle fonti buone, per il bene nostro e di coloro che sono affidati alla nostra responsabilità, in particolare voi, cari genitori, padrini e madrine, per il bene di questi bambini. E quali sono "le sorgenti della salvezza"? Sono la Parola di Dio e i Sacramenti. Gli adulti sono i primi a doversi alimentare a queste fonti, per poter guidare i più giovani nella loro crescita. I genitori devono dare tanto, ma per poter dare hanno bisogno a loro volta di ricevere, altrimenti si svuotano, si prosciugano. I genitori non sono la fonte, come anche noi sacerdoti non siamo la fonte: siamo piuttosto come dei canali, attraverso cui deve passare la linfa vitale dell'amore di Dio. Se ci stacchiamo dalla sorgente, noi stessi per primi ne risentiamo negativamente e non siamo più in grado di educare altri. Per questo ci siamo impegnati dicendo: "Attingeremo con gioia alle sorgenti della salvezza".

E veniamo ora alla seconda Lettura e al Vangelo. Essi ci dicono che la prima e principale educazione avviene attraverso la testimonianza. Il Vangelo ci parla di Giovanni il Battista. Giovanni è stato un grande educatore dei suoi discepoli, perché li ha condotti all'incontro con Gesù, al quale ha reso testimonianza. Non ha esaltato se stesso, non ha voluto tenere i discepoli legati a sé. Eppure Giovanni era un grande profeta, la sua fama era molto grande. Quando è arrivato Gesù, si è tirato indietro e ha indicato Lui: "Viene dopo di me colui che è più forte di me… Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo" (Mc 1,7-8). Il vero educatore non lega le persone a sé, non è possessivo. Vuole che il figlio, o il discepolo, impari a conoscere la verità, e stabilisca con essa un rapporto personale. L'educatore compie il suo dovere fino in fondo, non fa mancare la sua presenza attenta e fedele; ma il suo obiettivo è che l'educando ascolti la voce della verità parlare al suo cuore e la segua in un cammino personale.

Ritorniamo ancora alla testimonianza. Nella seconda Lettura, l'apostolo Giovanni scrive: "E' lo Spirito che dà testimonianza" (1 Gv 5,6). Si riferisce allo Spirito Santo, lo Spirito di Dio, che rende testimonianza a Gesù, attestando che è il Cristo, il Figlio di Dio. Lo si vede anche nella scena del battesimo nel fiume Giordano: lo Spirito Santo scende su Gesù come una colomba per rivelare che Lui è il Figlio Unigenito dell'eterno Padre (cfr Mc 1,10). Anche nel suo Vangelo Giovanni sottolinea questo aspetto, là dove Gesù dice ai discepoli: "Quando verrà il Paraclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio" (Gv15,26-27). Questo ci è di grande conforto nell'impegno di educare alla fede, perché sappiamo che non siamo soli e che la nostra testimonianza è sostenuta dallo Spirito Santo.

E' molto importante per voi genitori, e anche per i padrini e le madrine, credere fortemente nella presenza e nell'azione dello Spirito Santo, invocarlo e accoglierlo in voi, mediante la preghiera e i Sacramenti. E' Lui infatti che illumina la mente, riscalda il cuore dell'educatore perché sappia trasmettere la conoscenza e l'amore di Gesù. La preghiera è la prima condizione per educare, perché pregando ci mettiamo nella disposizione di lasciare a Dio l'iniziativa, di affidare i figli a Lui, che li conosce prima e meglio di noi, e sa perfettamente qual è il loro vero bene. E, al tempo stesso, quando preghiamo ci mettiamo in ascolto delle ispirazioni di Dio per fare bene la nostra parte, che comunque ci spetta e dobbiamo realizzare. I Sacramenti, specialmente l'Eucaristia e la Penitenza, ci permettono di compiere l'azione educativa in unione con Cristo, in comunione con Lui e continuamente rinnovati dal suo perdono. La preghiera e i Sacramenti ci ottengono quella luce di verità grazie alla quale possiamo essere al tempo stesso teneri e forti, usare dolcezza e fermezza, tacere e parlare al momento giusto, rimproverare e correggere nella giusta maniera.

Cari amici, invochiamo dunque tutti insieme lo Spirito Santo, perché scenda in abbondanza su questi bambini, li consacri ad immagine di Gesù Cristo, e li accompagni sempre nel cammino della loro vita. Li affidiamo alla guida materna di Maria Santissima, perché crescano in età, sapienza e grazia e diventino veri cristiani, testimoni fedeli e gioiosi dell'amore di Dio. Amen.

[00028-01.01][Testo originale: Italiano]

[B0014-XX.02]


Il Papa nell'omelia di oggi 8 gennaio 2012, Battesimo del Signore:educare diventa una meravigliosa missione se la si compie in collaborazione con Dio

http://press.catholica.va/news_services/bulletin/news/28639.php?index=28639&lang=it

sabato 7 gennaio 2012

Chesterton su Avvenire di oggi 7 Gennaio 2012


Caro amici della SCI,
vi informo che oggi (7 gennaio) su Avvenire a pagina 26 c'è un articolo di Claudio Toscani ("Chesterton e l'<<amico di una vita>>: Dickens") in cui viene recensito "Una gioia antica e nuova" di GKC.
Buona domenica,
Andrea Carbonari


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Grazie, Andrea, e grazie a chi ci recupera il collegamento o il testo!

L'Uomo Vivo



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Società Chestertoniana Italiana
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C.F.: 91022790447  ccp 56901515

"Quando vale la pena di fare una cosa, vale la pena di farla male".

(G.K. Chesterton)

venerdì 6 gennaio 2012

Chesterton in altre parole - Padre Brown secondo mons. Ronald Knox

"Il piccolo prete riusciva a vedere non come uno psicologo ma come un moralista nelle zone oscure del cuore umano, riusciva ad immaginare, quindi, a che punto l'invidia, o la paura, o il risentimento avrebbero superato i limiti del normale, e le corde delle convenzioni si sarebbero spezzate tanto da spingere al crimine ".

Ronald Knox, Introduzione ad un'edizione delle Storie di Padre Brown

giovedì 5 gennaio 2012

Il concerto di Natale della Scuola Libera "Gilbert Keith Chesterton" di San Benedetto del Tronto

Un aforisma al giorno

"Se arriveremo mai a comprendere il mondo per quello che è, ci ritroveremo in una terra di miracoli: scopriremo un nuovo pianeta nel momento in cui scopriremo il nostro".


Gilbert Keith Chesterton, L'Imputato


Un aforisma al giorno

"Dalla mera arte non è mai nato nulla di supremamente artistico, proprio come la ragione pura non ha mai prodotto nulla di essenzialmente ragionevole".


Gilbert Keith Chesterton, L'Imputato

Un aforisma al giorno

"Questo è il valore più profondo, antico, sano e religioso della Natura: il valore che deriva dal suo immenso infantilismo. Essa è instabile, grottesca, solenne e felice come un bambino".

Gilbert Keith Chesterton, L'Imputato

Un aforisma al giorno

"Mantenersi in uno stato di rivolta richiede buon umore".

Gilbert Keith Chesterton, L'Imputato

Un aforisma al giorno - Le cose valgono la pena di essere migliorate.

La causa che oggi blocca ogni progresso è il sottile scetticismo con cui si sussurra a un milione di orecchie che le cose non sono abbastanza buone da meritare di essere migliorate.


Gilbert Keith Chesterton, L'Imputato.