giovedì 17 gennaio 2008

Harry Potter e l'Osservatore Romano anche sul Washington Post



Il nostro vicepresidente Paolo Gulisano ha avuto la ventura di essere citato anche dal famoso quotidiano americano Washington Post insieme ad un giovane e valente studioso, Edoardo Rialti. Il quotidiano ha ripreso il dibattito cui si riferiva l'articolo di Paolo su Harry Potter che abbiamo pubblicato nei giorni scorsi sul nostro blog (e che nella fretta non abbiamo collocato nel suo giusto contesto).

Di fatto, l'articolo di Paolo Gulisano faceva parte di un confronto tra due posizioni opposte sul maghetto ideato dalla Rowlings. La posizione di Paolo Gulisano, che è sostanzialmente "favorevole ad Harry Potter" (per semplificare...) e quella di Edoardo Rialti (giovane studioso di letteratura anglofona) che non vede di buon occhio il personaggio.

La cosa è stata ripresa dal Washington Post su internet, nella rubrica Off/beat di Emil Steiner, che titola "The Vatican revives the Harry Potter Debate" (Il Vaticano riaccende il dibattito su Harry Potter). Dice il Washington Post: "The essays juxtapose the views of University of Florence literature critic Edoardo Rialti, who does not like the series, and Catholic essayist and doctor Paolo Gulisano, who does" (I saggi giustappongono le vedute del critico della letteratura dell'Università di Firenze Edoardo Rialti, che non apprezza la serie, e il saggista e medico cattolico Paolo Gulisano, che l'apprezza).

L'articolo americano lo trovate cliccando il titolo.

Enjoy, o meglio, gedetevi la faccenda, cari amici.

mercoledì 16 gennaio 2008

Il testo del discorso che il Papa avrebbe voluto pronunciare all'Università La Sapienza


Cliccando il titolo trovate il link all pagina del sito del Vaticano con il discorso che il Santo Padre non pronuncerà domani all'Università La Sapienza di Roma.

Qui un breve stralcio:

"Ma ora ci si deve chiedere: E che cosa è l’università? Qual è il suo compito? È una domanda gigantesca alla quale, ancora una volta, posso cercare di rispondere soltanto in stile quasi telegrafico con qualche osservazione. Penso si possa dire che la vera, intima origine dell’università stia nella brama di conoscenza che è propria dell’uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità. In questo senso si può vedere l’interrogarsi di Socrate come l’impulso dal quale è nata l’università occidentale".

Noi Chestertoniani d'Italia ci stringiamo con sincero affetto al Santo Padre manifestandoGli la nostra solidarietà, amicizia, stima e affetto.

Invitiamo tutti i soci, amici e simpatizzanti ad essere presenti domenica a Roma all'Angelus in Piazza San Pietro, rispondendo all'appello del Vicario di Roma cardinal Camillo Ruini.

Domenica tutti dal Papa a San Pietro.


Il Vicario del Papa per la città di Roma, il cardinale Camillo Ruini, ha chiamato i romani domenica in Piazza San Pietro ad una manifestazione di affetto verso il Papa: "Per consentire a tutti di manifestare questi sentimenti - ha annunciato - invito i fedeli, ma anche tutti i romani, ad essere presenti in piazza San Pietro per la recita dell'Angelus di domenica prossima 20 gennaio. Sarà un gesto di affetto e di serenità, sarà espressione della gioia che proviamo nell'avere Benedetto XVI come nostro Vescovo e come nostro Papa". Ha detto poi il cardinal Ruini al TG2: «È una vicenda triste e banale, non c’era nessun motivo per ostacolare la visita del Papa. Gli studenti mi hanno fatto veramente tristezza e sono fermi ad almeno 40 anni fa, come se vivessimo la stagione del ’68».

A nostro avviso, il Corriere insieme a Repubblica si è distinto per aver dato la stura alle affermazioni dei contestatori del Papa.

Papa: universitari lo accolgono al grido di “libertà libertà”


All’udienza generale un gruppo di studenti testimonia così la solidarietà a Benedetto XVI che ha rinunciato a partecipare alla inaugurazione dell’anno accademico dell’università La Sapienza di Roma, per la contestazione di un piccolo gruppo di docenti e studenti. Ai presenti il Papa ha illustrato ancora la figura di Sant’Agostino.


Città del Vaticano (AsiaNews) – “Libertà libertà”: il grido lanciato da un gruppo di studenti universitari di Comunione e liberazione in apertura dell’udienza generale di oggi ha suscitato il caldo applauso delle 6mila persone presenti nell’aula Paolo VI ed è stato l’eco della decisione presa ieri da Benedetto XVI di non andare all’università La Sapienza di Roma. Decisione presa a causa della contestazione di un piccolo gruppo di docenti e studenti contro l’invito che gli era stato rivolto di partecipare all’inaugurazione dell’anno accademico. “Così – commentava oggi uno dei giovani presenti all’udienza – ci sono tre posti dove il Papa non può andare: Mosca, Pechino e l’università di Roma”. Ma “Se Benedetto non va alla Sapienza, la Sapienza va da Benedetto”, si leggeva su uno striscione che hanno sollevato.

Del fatto il Papa non ha parlato, nemmeno nel saluto che ha rivolto agli studenti. Per la seconda settimana Benedetto XVI ha dedicato a Sant’Agostino il discorso per l’udienza generale, soffermandosi in particolare sugli ultimi anni della vita del vescovo di Ippona, morto durante l’assedio dei Vandali alla sua città, nel 430, sottolineandone in particolare un invito ai pastori a restare vicino ai fedeli nei momenti di difficoltà, come nella storia hanno tante volte fatto i sacerdoti.

Di quel periodo, Benedetto XVI ha ricordato gli interventi contro il conflitto che avrebbe portato alla invasione dei barbari, citandone tra l’altro l’affermazione che “il titolo più grande è quello di uccidere la guerra con la parola, anziché uccidere gli uomini con la spada” e “difendere la pace con la pace”. Le tragiche vicende di devastazioni e uccisioni che colpivano la regione spinsero qualche sacerdote a chiedere al vescovo se era giusto fuggire per salvare la vita. “Quando tutti sono nel pericolo – rispose Agostino, nelle parole dette oggi dal Papa - coloro che hanno bisogno non siano abbandonati da coloro che hanno il dovere di assisterli. Si salvino insieme o insieme sopportino le calamità. Questa è la prova suprema della carità". "Il mondo – ha commentato Benedetto XVI - riconosce in queste parole l’eroico messaggio che tanti sacerdoti nel corso dei secoli hanno accolto e fatto proprio”.

Nel terzo mese di quell’assedio, ha proseguito il Papa, Agostino si pose a letto per l’ultima sua malattia. Affermava che nessuno, vescovo, sacerdote o laico può affrontare la morte senza fare penitenza. Mori il 4 agosto del 430. Il suo corpo fu trasferito in Sardegna e di qui a Pavia dove ancora oggi riposa.

Ma, “quando leggo gli scritti di Sant'Agostino – ha commentato - non ho l'impressione che sia un uomo morto più o meno 1.600 anni fa, ma che sia un uomo di oggi, un amico, un contemporaneo, che parla a me, parla con noi, con la sua fede, fresca, attuale anche oggi”.

Salutando infine gli italiani presenti, Benedetto XVI ha parlato della Settimana per l’unità dei cristiani che comincia venerdì e che è alla sua centesima edizione: “Il tema - ha spiegato - è l'invito di San Paolo ai Tessalonicesi: ‘pregate continuamente’, invito che ben volentieri faccio mio e rivolgo a tutta la Chiesa. Sì, è necessario pregare senza sosta, chiedendo a Dio il grande dono dell'unità tra tutti i discepoli del Signore”. (FP)

Quando Ratzinger difese Galileo alla Sapienza


L'Osservatore Romano, quotidiano della Santa Sede, ha commentato l'accaduto di questi giorni nell'edizione di oggi con un articolo di Giorgio Israel, Professore ordinario di Matematiche complementari all'Università di Roma La Sapienza. Per la cronaca Israel non è cattolico, ed ha partecipato come promotore al Family Day 2007.

È sorprendente che quanti hanno scelto come motto la celebre frase attribuita a Voltaire - "mi batterò fino alla morte perché tu possa dire il contrario di quel che penso" - si oppongano a che il Papa tenga un discorso all'università di Roma La Sapienza. È tanto più sorprendente in quanto le università italiane sono ormai un luogo aperto ad ogni tipo di intervento ed è inspiegabile che al Papa soltanto sia riservato un divieto d'ingresso. Che cosa di tanto grave ha spinto a mettere da parte la tolleranza volterriana? Lo ha spiegato Marcello Cini nella lettera dello scorso novembre in cui ha condannato l'invito fatto dal rettore Renato Guarini a Benedetto XVI. Quel che gli appare "pericoloso" è che il Papa tenti di aprire un discorso tra fede e ragione, di ristabilire una relazione fra le tradizioni giudaico-cristiana ed ellenistica, di non volere che scienza e fede siano separate da un'impenetrabile parete stagna. Per Cini questo programma è intollerabile perché sarebbe in realtà dettato dall'intento perverso, che Benedetto XVI coltiverebbe fin da quando era "capo del Sant'Uffizio", di "mettere in riga la scienza" e ricondurla entro "la pseudo-razionalità dei dogmi della religione". Inoltre, secondo Cini, egli avrebbe anche prodotto l'effetto nefasto di suscitare veementi reazioni nel mondo islamico. Dubitiamo però che Cini chiederebbe a un rappresentante religioso musulmano di pronunziare un mea culpa per la persecuzione di Averroè prima di mettere piede alla Sapienza. Siamo anzi certi che lo accoglierebbe a braccia aperte in nome dei principi del dialogo e della tolleranza. L'opposizione alla visita del Papa non è quindi motivata da un principio astratto e tradizionale di laicità. L'opposizione è di carattere ideologico e ha come bersaglio specifico Benedetto XVI in quanto si permette di parlare di scienza e dei rapporti tra scienza e fede, anziché limitarsi a parlare di fede. Anche la lettera contro la visita firmata da un gruppo di fisici è ispirata da un sentimento di fastidio per la persona stessa del Papa, presentato come un ostinato nemico di Galileo. Essi gli rimproverano di aver ripreso - in una conferenza tenuta proprio alla Sapienza il 15 febbraio 1990 (cfr J. Ratzinger, Wendezeit für Europa? Diagnosen und Prognosen zur Lage von Kirche und Welt, Einsiedeln-Freiburg, Johannes Verlag, 1991, pp. 59 e 71) - una frase del filosofo della scienza Paul Feyerabend: "All'epoca di Galileo la Chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo. Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto". Non si sono preoccupati però di leggere per intero e attentamente quel discorso. Esso aveva come tema la crisi di fiducia nella scienza in sé stessa e ne dava come esempio il mutare di atteggiamento sul caso Galileo. Se nel Settecento Galileo è l'emblema dell'oscurantismo medioevale della Chiesa, nel Novecento l'atteggiamento cambia e si sottolinea come Galileo non avesse fornito prove convincenti del sistema eliocentrico, fino all'affermazione di Feyerabend - definito dall'allora cardinale Ratzinger come un "filosofo agnostico-scettico" - e a quella di Carl Friedrich von Weizsäcker che addirittura stabilisce una linea diretta tra Galileo e la bomba atomica. Queste citazioni non venivano usate dal cardinale Ratzinger per cercare rivalse e imbastire giustificazioni: "Sarebbe assurdo costruire sulla base di queste affermazioni una frettolosa apologetica. La fede non cresce a partire dal risentimento e dal rifiuto della razionalità". Esse piuttosto venivano addotte come prova di quanto "il dubbio della modernità su se stessa abbia attinto oggi la scienza e la tecnica". In altri termini, il discorso del 1990 può ben essere considerato, per chi lo legga con un minimo di attenzione, come una difesa della razionalità galileiana contro lo scetticismo e il relativismo della cultura postmoderna. Del resto chi conosca un minimo i recenti interventi del Papa sull'argomento sa bene come egli consideri con "ammirazione" la celebre affermazione di Galileo che il libro della natura è scritto in linguaggio matematico. Come è potuto accadere che dei docenti universitari siano incorsi in un simile infortunio? Un docente dovrebbe considerare come una sconfitta professionale l'aver trasmesso un simile modello di lettura disattenta, superficiale e omissiva che conduce a un vero e proprio travisamento. Ma temo che qui il rigore intellettuale interessi poco e che l'intenzione sia quella di menar fendenti ad ogni costo. Né c'entra la laicità, categoria estranea ai comportamenti di alcuni dei firmatari, che non hanno mai speso una sola parola contro l'integralismo islamico o contro la negazione della Shoah. Come ha detto bene Giuseppe Caldarola, emerge qui "una parte di cultura laica che non ha argomenti e demonizza, non discute come la vera cultura laica, ma crea mostri". Pertanto, ripetiamo con lui che "la minaccia contro il Papa è un evento drammatico, culturalmente e civilmente".

Prime reazioni ai fatti de La Sapienza

Il giudizio del movimento cattolico di Comunione e Liberazione sui fatti de La Sapienza.
Condivisibile e lucidissimo.
La Società Chestertoniana Italiana manifesterà al Santo Padre la sua solidarietà con una missiva che renderemo quanto prima pubblica.


"I Papi hanno potuto parlare ovunque nel mondo (Cuba, Nicaragua, Turchia, ecc.) L'unico posto dove il Papa non può parlare è La Sapienza, un'università fondata, tra l'altro, proprio da un pontefice. Questo mette in evidenza due fatti gravissimi:

1) L'incapacità del governo italiano a garantire la possibilità di espressione sul territorio italiano di un Capo di Stato estero, nonché Vescovo di Roma e guida spirituale di un miliardo di persone. Piccoli gruppi trovano, di fatto, protezioni anche autoreveli nell'impedire ciò che la stragrande maggioranza della gente attende e desidera;

2) la fatiscenza culturale dell'università italiana, per cui un ateneo come La Sapienza rischia di trasformarsi in una "discarica" ideologica.

Come cittadini e come cattolici siamo indignati per quanto avvenuto e siamo addolorati per Benedetto XVI, a cui ci sentiamo ancora più legati, riconoscendo in lui il difensore - in forza della sua fede - della ragione e della libertà".

Comunione e Liberazione, 15 gennaio 2008

martedì 15 gennaio 2008

Paolo Gulisano e Harry Potter sull'Osservatore Romano


Sull'Osservatore Romano di oggi, 15/1/08, un bellissimo articolo del nostro Paolo Gulisano su Harry Potter nel quale il "Dottor Fantasia" esordisce citando Chasterton!

Non il potere del successo, ma l'umiltà del dono di sé di Paolo Gulisano La saga di Harry Potter è giunta alla sua conclusione: anche in Italia è stato pubblicata la traduzione di quello che è stato annunciato come l'ultimo della serie di sette volumi che narrano le avventure ma anche la crescita evolutiva (dagli 11 ai 18 anni) del personaggio principale Harry, durante il periodo scolastico nella Scuola di magia e stregoneria di Hogwarts, dove ogni volume narra un anno scolastico. Questa saga di genere fantasy, destinato a bambini e adolescenti, ad una generazione che legge poco più che gli Sms, ha ottenuto un successo straordinario e ha coinvolto anche milioni di lettori adulti. "C'è più verità e più saggezza nel mondo delle fiabe che nel mondo del preteso razionalismo", scriveva Gilbert Keith Chesterton, il grande connazionale dell'autrice inglese di Potter Joanne Kathleen Rowling, e nella fiaba del giovane mago di Hogwarts di saggezza non ne manca. Dietro le avventure mirabolanti dei vari personaggi si può intravedere una visione antropologica dell'autrice, che descrive il contesto del mondo attuale postmoderno portando il lettore da una visione di uomo individualista verso una visione di uomo guidato da valori morali, quali la scelta del bene, il dono, il sacrificio, l'amicizia, l'amore. L'autrice scrive un testo per bambini, cercando di comunicare al piccolo lettore le verità di bene in cui lei crede, senza però usare discorsi moralistici, ma cercando di portare il lettore a comprendere che "compiere il bene" è la cosa più giusta da fare. È così messo in risalto come il successo ottenuto senza fatica, la ricchezza, una vita eterna su questa terra, non sono niente, sono solo illusioni e come ciò che veramente conta sono l'impegno, l'amicizia, l'amore. La storia è ambientata nell'Inghilterra contemporanea, e l'eroe della storia è un ragazzino orfano dall'età di un anno di entrambi i genitori, uccisi dal malvagio Voldemort, un potente mago la cui ambizione superomistica è quella di dominare il mondo, ma che trova proprio nella famiglia Potter il decisivo ostacolo ai suoi progetti, in particolare nell'amoredella madre per Harry, che aveva donato la sua vita per lui. L'autrice pone in risalto nella sua saga il fatto che l'uomo postmoderno, che cerca sicurezza nelle cose materiali, che usa gli altri come oggetti a propria disposizione, che ostenta superiorità cercando di affermare se stesso, perché in fin dei conti ha paura di tutto ciò che esula dal suo piccolo orticello. Ha paura, perché il mito della ragione dei secoli precedenti lo ha deluso: dalle grandi ideologie precedenti ne sono usciti i campi di concentramento nazisti e i gulag russi, per arrivare a un tempo in cui basta che un presidente di uno stato potente prema un bottone per portare a una guerra mondiale nucleare e alla fine della vita sul pianeta Terra. È l'uomo che ha perso Dio e quindi non conosce più nemmeno stesso. Crede di possedersi e invece è posseduto dalle stesse cose che possiede. È l'uomo che non sa più sperare, perché non ha più un cielo cui guardare. È l'uomo che non sa più di essere creatura di un Creatore, perché Lo ha rinnegato. È l'uomo che fa dell'indifferenza il suo metro di misura, cioè non si misura, non si pone domande sulla sua origine, sul suo futuro, vive l'oggi costruendosi bisogni nuovi, perché il consumismo lo ha ridotto ad essere considerato solo consumatore di beni. Voldemort è il simbolo dell'uomo che si pone al centro dell'universo e da creatura di Dio cerca di farsi egli stesso creatore di sé, illudendosi che tutto gli è possibile, almeno in potenza. Voldemort ha però un punto debole, che si manifesterà lungo la narrazione anche degli altri volumi: ha una gran paura della morte, perché, dopo quest'ultima, vede solo il nulla. Anche questo è tipico dell'uomo che ha perso un orizzonte che lo trascende. Da qui scaturisce l'angosciosa ricerca del mito del piacere, di una lunga vita su questa terra e il terrore della morte. Il desiderio di una vita immortale, cui anela Voldemort, è lo stesso di molti scienziati, ricercatori moderni: pensiamo ad esempio alle promesse utopiche di risoluzione di problemi da parte della biologia, delle biotecnologie, della scienza dei computer, della robotica. La Rowling parte da questa tragica evidenza della post-modernità per discostarsene e cercare di illustrare la sua visione di uomo e di vita, usando uno stile particolarmente adatto e comprensibile per il pubblico di bambini cui il libro è rivolto. Harry, il protagonista principale del libro, dopo aver vissuto un'infanzia senza vere relazioni significative, sempre soggetto a soprusi, non è a conoscenza della sua vera identità e finché non succede qualcosa di particolare (l'arrivo della lettera che lo invita ad Hogwarts) che dà inizio ad un vero e proprio percorso di formazione. Fondamentale per lo sviluppo di Harry è l'opportunità di relazioni che la nuova vita gli presenta: da quelle con le persone che lo amano, gli amici, il guardiacaccia Hagrid, il preside Silente, a quelle con le persone che lo disprezzano, il professor Piton, la famiglia Malfoy. Harry impara da questi rapporti a conoscersi, ad apprezzarsi, anche a lottare per difendere se stesso e gli altri. Scopre una parte di sé che non conosceva, un mondo di sentimenti che lo arricchiscono nel cammino e lo aiutano a crescere nella consapevolezza di chi egli è di fronte a se stesso e agli altri. In questo cammino di perfezionamento della sua natura, questi valori hanno un ruolo assolutamente più decisivo di quello della magia, che rappresenta l'elemento più appariscente delle storie (e che ha destato preoccupazioni in molti educatori), che svolge una funzione spettacolare e incantatrice agli occhi dei piccoli lettori, ma che non è tutto. Harry, entrando nel mondo dei maghi, scopre che la magia non è un giochetto da ragazzi, non basta avere una bacchetta magica per risolvere i problemi, ma c'è molto da studiare e faticare per imparare l'arte della magia. La stessa autrice lo mette bene in evidenza fin dal primo romanzo, Harry Potter e la pietra filosofale, dove Hagrid spiega a Harry che esiste un Ministero della Magia ed Harry domanda: "Ma che cosa fa il ministero della Magia?" "Be', il compito più importante è non far sapere ai Babbani che in giro per il paese ci sono ancora streghe e maghi". "E perché?" "Perché? Ma dai, Harry, perché tutti allora vogliono risolvere i loro problemi con la magia" (pp. 65-66). Oppure più oltre, quando viene detto: "Come Harry scoprì ben presto, la magia era tutt'altra cosa dall'agitare semplicemente la bacchetta magica pronunciando parole incomprensibili (pp. 127-130). Come scriveva il grande scrittore irlandese Clive Staples Lewis, autore delle Cronache di Narnia, esiste "una magia più grande" di quella di stregoni e negromanti. In un mondo come quello contemporaneo, dove sembra non esistere una verità oggettiva cui tendere ed aderire, ma solo verità soggettive che ognuno si crea, anche la Rowling presenta il suo concetto di verità. La verità è presentata come una cosa meravigliosa e terribile da trattare con cautela, come una cosa preziosa che non può essere manipolata a proprio piacimento, secondo i propri interessi. C'è un altro aspetto che l'autrice vuol comunicare: non sono le grandi gesta eroiche quelle che contano, che valgono, ma che piccoli gesti fatti per altruismo anche dalle persone "meno dotate" sono molto più preziosi. L'accento è posto non sul potere del successo, ma sull'umiltà del dono di sé; a vincere è la debolezza, non la forza dei muscoli. Evidente è il richiamo ad un altro grande autore cristiano dell'Inghilterra del Novecento, John Ronald Reuel Tolkien, i cui eroi sono i piccoli, umili Hobbit, l'esatto contrario dei superbi supereroi, che hanno la pretesa di farsi totalmente da sé, e di dominare il mondo. E come in Tolkien, anche nella Rowling è presente con forza il tema della morte. Questo tema a prima vista sorprende in un libro per bambini, anche perché nel contesto odierno la morte viene spesso nascosta dai grandi ai bambini. In questa storia essa invece ha un posto ben definito e "centrale". Si parla della realtà della morte, dell'immortalità, e si cerca di fare intuire che può esistere un al di là. Con l'espressione "centralità del tema morte" si intende che l'episodio portante e che fa da sfondo alla storia è il dono della propria vita da parte della madre per salvare il figlio Harry. Più volte quest'episodio è ripreso per rilevare la forza dell'amore di un tale gesto. Nel mito di Harry Potter dunque si può riscontrare una lettura intelligente dell'epoca che stiamo vivendo. Sottoforma di simboli, metafore, riferimenti diretti e indiretti, utilizzando anche la mitologia, ne esce una lettura sapienziale del tempo odierno. Non è il potere, non è il successo, non è la vita facile che porta alle gioie più vere e più profonde, ma lo sono l'amicizia, il dono di sé, il sacrificio, l'adesione a una verità non costruita a immagine dell'uomo stesso. L'uomo ha desideri grandi (vedi lo specchio delle brame), ma non può trasformarli in bisogni da soddisfare subito: se cerca di farlo perde la sua stessa identità di uomo; egli è invece chiamato ad aderire ad un progetto che lo supera. Da chi viene questo progetto? La Rowling non lo esplicita chiaramente, ma lascia in sospeso una domanda, quella che nasce ogni qualvolta l'uomo cerca di capire il senso della sua esistenza.

lunedì 14 gennaio 2008

Chesterton in altre parole - 5

(...) Inutile parlare della magia e dello splendore di Chesterton. Voglio celebrare altre virtù del famoso scrittore: la sua ammirevole modestia e la sua cortesia. I letterati che nel nostro solenne paese accondiscendono al genere autobiografico ci parlano di se stessi con un tono remoto e reverente, come se parlassero di un parente illustre incontrato talvolta a veglie funebri; Chesterton, invece, è in gioviale intimità con Chesterton e perfino ne ride. Di questa virile modestia si trovano esempi in ogni pagina (dell'Autobiografia, n.d.r.). Trascrivo questo, dal capitolo intitolato "I sobborghi fantastici" (...). Yeats dichiara in un verso, olimpicamente: "Non c'è un solo imbecille che possa trattarmi da amico". Chesterton ci riflette e aggiunge: "Quanto a me, suppongo che ci siano molti imbecilli che possono trattarmi da amico e anche" - riflessione più edificante - "molti amici che possono trattarmi da imbecille".

Jorge Luis Borges, Testi prigionieri, Adelphi, Milano 1998, pagina 163.

Un aforisma al giorno - 10

Una frase amata e spesso citata dallo scrittore argentino Jorge Luis Borges, grande estimatore di Chesterton:

Tutto passerà, resterà solo lo stupore e soprattutto lo stupore per le cose quotidiane.

Anche Famiglia Cristiana parla di Chesterton ritrovato

Sono soddisfazioni quando, dopo anni di vacche magrissime, di silenzi colposi o dolosi (il gergo avvocatesco nel nostro caso va a pennello), di reinvio al mittente di diritti sulle pubblicazioni di Chesterton, il mondo si risveglia dal torpore e ti riscopre il nostro Gilbert!

Siamo contentissimi di vedere che anche il popolarissimo settimanale Famiglia Cristiana gli dedica una pagina, a firma del grande Paolo Pegoraro!

L'articolo è sul n° 2, uscito il 13 Gennaio.

Ringraziamo Paolo per aver messo la sua faccia (come si dice tra uomini) nel riproporre Chesterton in un giornale molto diffuso, il che sarà cosa buona anzi ottima per quello che noi chestertoniani perseguiamo con maggior forza: la maggiore conoscenza possibile di Chesterton, delle sue opere, del suo rapporto con la fede, con la ragione e con il mondo (perché questo significa far conoscere la Chiesa Cattolica, la sana ragionevolezza cattolica, il senso comune e tante tante altre belle cose...).

Il Papa e la Sapienza (?)


La Sapienza, i prof censurano il Papa senza averlo letto. E' l'articolo di Andrea Tornielli su Il Giornale di oggi, che tratta di questa vicenda oltremodo ridicola, tanto più che per un paradosso quasi chestertoniano, la faccenda vede come teatro l'Università La Sapienza.
A Roma direbbero: ma dde che?

I neretti sono i nostri.

Il testo dell'allocuzione cui si riferirebbero, senza averla letta, i "professori", la trovate in un link qui a fianco.

Alla Sapienza di Roma 67 docenti non vogliono la sua lezione. Lo accusano di oscurantismo per una frase trovata su internet e non cercano neanche di verificare.

Roma - I collettivi studenteschi hanno deciso di accoglierlo con una «frocessione» (processione inneggiante all’omosessualità) e da oggi fino a giovedì vogliono «preparare» l’ateneo con manifestazioni anticlericali per far avvertire quanto sia «sgradito» l’arrivo dell’illustre ospite. Ma l’aspetto più inquietante delle proteste per la visita di Benedetto XVI all’Università di Roma La Sapienza non sta nelle annunciate e come sempre rischiose contestazioni studentesche, quanto nei loro ideologici ispiratori, vale a dire un consistente numero di docenti. Questi ultimi, a più riprese, nei giorni scorsi hanno affidato alle colonne del quotidiano la Repubblica il loro altolà a Papa Ratzinger, «colpevole», da cardinale, il 15 marzo 1990, di aver rilanciato durante una conferenza le parole del filosofo Feyerabend, sostenendo che «il processo a Galileo fu ragionevole e giusto». Parole, scrivono 63 docenti di Fisica dell’ateneo romano auspicando la cancellazione dell’incontro, che «ci offendono e ci umiliano».
Si potrebbe supporre (purtroppo sbagliando) che i 67 firmatari siano in grado di leggere un discorso, di ricercare il testo originale, di controllare l’esattezza e il senso delle citazioni. Invece i fisici antiratzingeriani, ancora offesi e umiliati a diciassette anni di distanza, sembrano essersi fidati dell’enciclopedia on line Wikipedia e hanno acriticamente preso la citazione credendo che proprio quello fosse il pensiero espresso dall’«oscurantista» futuro Papa. Il quale, invece, aveva espresso un’altra posizione, prendendo proprio le distanze da quei ripensamenti e non facendoli assolutamente propri. Un nuovo caso Ratisbona, insomma, anche se questa volta a scoppio lievemente ritardato.
I lettori del Giornale possono giudicare da soli, leggendo lo stralcio del testo della conferenza tenuta dall’allora cardinale Ratzinger a Parma. E soffermarsi soprattutto sulle parole con le quali il porporato – che è stato professore universitario e non è certo nuovo a dialoghi e confronti con filosofi e scienziati – concludeva la rassegna di citazioni: «Sarebbe assurdo costruire sulla base di queste affermazioni una frettolosa apologetica. La fede non cresce a partire dal risentimento e dal rifiuto della razionalità, ma dalla sua fondamentale affermazione e dalla sua inscrizione in una ragionevolezza più grande». Le parole delle persone citate in quel brano non sono dunque fatte proprie da Ratzinger, che ritiene «assurdo» appropriarsene per sostenere che la Chiesa con Galileo avrebbe avuto ragione e ribadisce che la fede non cresce «dal rifiuto della razionalità». Proprio il rapporto fede-ragione e la ragionevolezza della fede cristiana sarebbe poi diventato uno dei pilastri del suo pontificato. Il testo ratzingeriano del 1990 non è rimasto inedito o sunteggiato a memoria dai giornalisti, ma è stato dato alle stampe, e in italiano, due anni dopo, in un libro di scritti dedicati all’Europa. Senza contare che la Chiesa ha riabilitato Galileo. La lettera dei 67 fisici è dunque destinata a rimanere quale esempio poco edificante di metodo scientifico. La protesta, però, un risultato l’ha ottenuto: il Papa giovedì non farà la Lectio magistralis (che sarà tenuta dal professor Mario Caravale), ma soltanto un «intervento».

Anche il direttore dell'Osservatore Romano per la moratoria dell'aborto.


Da Il Giornale del 12 Gennaio 2008, un'interessantissima intervista di Andrea Tornielli a Gian Maria Vian, il nuovo direttore de L'Osservatore Romano, il quotidiano della Santa Sede.
Tocca il tema della moratoria dell'aborto proposta da Giuliano Ferrara ed anche molto altro.
Leggetela, è molto molto interessante.

"La proposta di Ferrara? «Positiva, una scossa salutare. Non c’è bisogno di una morale religiosa per considerare l’aborto un fenomeno negativo». Il dialogo e la collaborazione tra laici e cattolici? «Imprescindibile. Ci sono obiettivi condivisibili da ogni donna e ogni uomo, al di là delle differenze ideologiche o religiose». Il nuovo Osservatore Romano? «Il Papa ha voluto che vi fossero più firme femminili...» . Gian Maria Vian, classe 1952, professore ordinario di Filologia patristica nell’Università di Roma «La Sapienza», già collaboratore di Avvenire e Il Foglio, dallo scorso ottobre dirige il giornale del Papa. Quotidiano autorevole per storia e tradizione, diventato ora punta di diamante per la diffusione del pensiero ratzingeriano ma anche per il confronto con il mondo laico che intende dialogare con la Chiesa.
Direttore, qual è la sua opinione sulla moratoria proposta da Ferrara?
«È positiva, una scossa salutare. Com’è stato rilevato da più parti, in primis dal cardinale Renato Raffaele Martino sulle colonne del quotidiano che dirigo, dopo il risultato della moratoria sulla pena capitale è utile che si allarghi il campo anche a fenomeni come l’aborto, con cui purtroppo la storia umana coesiste da sempre. Il fatto che nelle società occidentali l’aborto sia legalizzato ha prodotto una sorta di assuefazione culturale e la legalizzazione tende inevitabilmente a far considerare legittimo ciò che legittimo non è. Rendere possibile per legge qualcosa significa legalizzare, non legittimare. ..».
L’aborto è un omicidio?
«Non c’è bisogno di una morale religiosa per considerare l’aborto un fenomeno negativo. L’aborto è la soppressione di una vita umana. Chi abortisce spegne una vita».
La legge 194 va abolita, cambiata o applicata meglio?
«Applicata meglio perché non sono messi in atto tutti gli aiuti alla maternità che la legge prevede. Questa è la linea della Conferenza episcopale italiana, linea molto chiara e ragionevole, espressa molto bene da Avvenire. È importante che almeno si rifletta sul fenomeno dell’aborto, è importante che almeno si approfondiscano tutti gli aspetti in materia di tutela della maternità, come peraltro precisa il titolo stesso della legge 194. Sul tema, dalle colonne del quotidiano cattolico intervengono sempre donne: una scelta molto opportuna e significativa» .
Perché Ferrara è riuscito là dove la stampa cattolica aveva fallito?
«Perché esiste una separatezza che non ha ragion d’essere: spesso la stampa cattolica è ignorata. Credo invece che laici e cattolici possano condividere moltissime preoccupazioni: per esempio, quella della distribuzione più equa delle ricchezze o dello sfruttamento più equilibrato delle risorse naturali. E non sono condivisibili soltanto i temi della difesa della vita e della famiglia, pur essendo questi ultimi vere emergenze che vanno ben al di là dei confini delle religioni».
Il Papa insiste molto sulla morale naturale. Esiste dunque una morale laica, oppure ha ragione Messori, il quale su queste pagine, citando Bobbio, ha sostenuto che la morale laica in fondo non è ragionevole?
«Ci sono temi condivisi e condivisibili al di là delle differenze di religione o di ideologia. Benedetto XVI mostra di avere una grande fiducia nella ragione umana. Il rapporto tra fede e ragione è un tema tradizionalmente cattolico: il Concilio Vaticano I scelse una linea media tra gli opposti del fideismo e del razionalismo, ma pensiamo anche alla geniale rivisitazione aristotelica fatta da san Tommaso o alle riflessioni patristiche e, prima ancora del cristianesimo, all’incontro tra giudaismo ellenistico e pensiero greco. C’è ottimismo nel Papa sulla possibilità di individuare sempre una base comune per la discussione. Questo era il vero tema della lezione di Ratisbona. Io credo che una morale laica esista e che esista una base comune molto più larga di quanto si pensi, come del resto si è visto nel caso della moratoria sulla pena capitale. Certo, si tratta spesso di obiettivi non facilmente raggiungibili in breve tempo, ma discuterne tra laici e cattolici è sempre positivo. Anzi, imprescindibile» .
La Chiesa è stata spiazzata dalla proposta di Ferrara?
«Non direi. I vescovi, sempre in prima linea nella difesa della vita, l’hanno accolta. E il Papa ha detto, nel discorso al Corpo diplomatico, che è importante allargare il dibattito sulla sacralità della vita dopo il risultato della moratoria sulla pena di morte. Questo va al di là di ogni confine che possa dividere gli esseri umani tra loro».
A lei dunque piacciono gli «atei devoti»...
«Non mi piace quella definizione, che trovo piuttosto sprezzante e non rispettosa delle persone che si cerca in questo modo di demonizzare. Il fenomeno di per sé è positivo perché discutere e trovare punti di incontro su temi erroneamente ritenuti esclusiva delle fedi religiose può portare a un’azione comune. È un’alleanza benefica. Del resto, questi temi rappresentano punti d’incontro anche tra le varie confessioni cristiane e più in generale tra le diverse religioni. Inoltre, il dialogo e il confronto su alcuni terreni comuni con chi non crede è anche un’occasione per testimoniare la fede».
Direttore, sta cercando di trasformare l’Osservatore Romano nel Foglio del Vaticano?
«Sono stato collaboratore del quotidiano di Ferrara, che ha dato un contributo indubbio nel migliorare il livello culturale dell’informazione italiana. Ma forse è Il Foglio che ha guardato anche ai 146 anni di storia dell’Osservatore Romano, una delle testate più autorevoli al mondo, le cui prese di posizione hanno sempre fatto discutere. Non credo che l’Osservatore debba ispirarsi ad altri modelli, ha una storia centenaria alle spalle. Montini voleva che fosse “un giornale di idee”. Dobbiamo coniugare questa vocazione con la necessità di documentare in modo completo l’attività del Papa e con il compito di tener conto di tutte le notizie provenienti dal mondo. Stiamo usando molto più di prima le interviste».
Sono comparse molte firme femminili...
«Sì, per esempio la storica ebrea Anna Foa, la saggista Eugenia Roccella, la storica del diritto Giulia Galeotti, la scienziata Assuntina Morresi, la storica Lucetta Scaraffia, per citarne alcune. Per un’esplicita richiesta del Papa e del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone»".

«È figlio mio». E svanì l’incubo di una malformazione

Sempre dall'Avvenire di ieri, sempre Marina Corradi, sempre su Paola Bonzi.

"Dall’ecografia la dolorosa diagnosi: sarà cerebroleso. La paura, i dubbi. E la scelta Ma risultò poi perfettamente sano Quelle che sei mesi prima hanno cambiato idea vengono giù dal Reparto maternità in vestaglia, il bambino fra le braccia. Sono contente. Al figlio di tre giorni addormentato dicono: «Sorridi a questa signora, è grazie a lei se sei nato ». Paola Bonzi non vede i bambini né le madri, nell’oscurità in cui è caduta da 40 anni. Ma le donne, le riconosce dalla voce. Que sta è la filippina che voleva abortire per poter mandare i soldi agli altri figli, a Manila. Questa è la laureata in matematica che non voleva un bambino, e tuttavia, forse senza capire perché, ha continuato per un mese a cercare Paola, e a parlare, parlare di tutte le buone ragioni di quel no. Poi, sul letto della sala operatoria, l’ha chiamata ancora, e ha deciso che suo figlio sarebbe nato.
In molte, e non solo delle extracomunitarie, raccontano nelle stanze del Cav di uno stipendio che non basta, di uno sfratto imminente. Ma se anche garantisci aiuti economici, e aiuto per trovare una casa, continuano a dire di no. Qualcuna sbotta: «Ma non lo capisce che questo figlio non lo voglio proprio?». Tuttavia, qualcuna dopo essersi sfogate con quella donna che non le giudica, torna. Oppure le si rivede sei o sette mesi dopo, con il bambino.
Le giovanissime spesso vogliono, nonostante tutto, quel figlio arrivato troppo presto; è più facile che sia la loro madre a opporsi a una gravidanza a sedici anni. Poi, c’è l’angoscia di quelle che arrivano con la diagnosi di una malformazione. Come la ragazza che venne col marito, era un figlio molto desiderato, ma il responso dell’ecografia era terribile: sarebbe nato con una gravissima malformazione al cervello, se fosse sopravvissuto, era il verdetto, «avrebbe vissuto come un vegetale».
Paola Bonzi ricorda quel lungo colloquio doloroso, la donna che parlava, lei che ascoltava zitta, infine quella che domanda, disperata: «Ma, se fosse figlio suo, lei, signora, cosa farebbe?». E la Bonzi di risposta: «Non lo so. Ma si ricordi che se avrà bisogno di aiuto io ci sarò sempre». I due se ne vanno, non se ne sa più niente, pare ovvio pensare che abbiano scelto l’aborto. «Un mattino sono arrivata come sempre in ritardo, affannata – ricorda Paola – c’è una signora che ti aspetta, mi dicono, io rispondo che proprio non ho tempo, non ce la faccio. Guarda che è in vestaglia, insiste la mia collaboratrice. Allora vuol dire che è una ricoverata. La faccio entrare. 'Signora – mi dice – io sono quella…'. La riconosco subito dalla voce. È la donna che aspettava un bambino cerebroleso. Come sta? Domando con il cuore in gola. 'Sono venuta a portarle mio figlio. Sta benissimo. La malattia segnalata dall’ecografia non c’era'». La Bonzi ascolta con un tuffo al cuore. A volte gli esami sba­gliano. Ma quella donna che stava per abortire ha deciso di tenere il figlio senza sapere affatto che era sano, anzi, credendo lo molto malato.
«Cosa è stato? – domanda allora – che cosa l’ha fatta decidere?». «Io so solo – risponde la donna – che quando sono uscita da qui, dentro di me mi sono detta: qualunque cosa abbia, è figlio mio. E ho deciso che l’avrei tenuto. Da allora non ho nemmeno più pensato alla malattia. Ho avuto una gravidanza serena. Solo quando è nato, ho saputo che era perfetto». «È figlio mio». Nei vecchi corridoi della Mangiagalli, una porta aperta, e novemila storie sconosciute di amicizia e femminile coraggio".

«Per la vita ascolto e aiuto: così ho salvato 9mila bimbi»: Il Cav della Mangiagalli: potremmo evitare metà degli aborti

Un bel servizio di Marina Corradi sul Centro di Aiuto alla Vita della Clinica Mangiagalli di Milano.
Dall'Avvenire di ieri.

"Nel soggiorno della sua casa milanese la stanza è quasi buia, ma Paola non se ne accorge: è cieca da quando aspettava il suo secondo figlio. Il Centro di aiuto alla vita della Mangiagalli lo ha voluto e fondato lei. Paola Bonzi, 64 anni, ex insegnante, consulente familiare, dal 1984 dirige il Cav all’interno della più grande maternità di Milano. «È stata quella malattia piombatami addosso durante la gravidanza che mi ha spinto a occuparmi di maternità. Mio padre u na mattina mi prese da parte: 'Ricordati, a questo bambino io voglio già bene'. Io non ho mai pensato di abortire, ma mi sentivo così fragi le: come lo avrei cresciuto quel figlio?».
Per questo ha scelto di 'lavorare gomito a gomito' con le donne. In questi 24 anni sono 9000 i bambini messi al mondo da madri aiutate da Paola Bonzi, fra mille difficoltà: fino a poco tempo fa il Cav era una sorta di ospite dimenticato nell’ospedale. Poi il recentemente scomparso primario Giorgio Pardi, che pure era abortista, si accorse che il 53% degli aborti riguardava extracomunitarie. E si adoperò perché le donne che arrivano per una Ivg venissero a conoscenza del centro. Nel 2006 i nati grazie al Cav sono stati ben 833, un aumento dell’83%. Perciò, mentre si discute di moratoria, abbiamo voluto chiedere a Paola Bonzi che cosa concretamente aiuta una donna a tenersi un bambino; visto che tante volte lei ci è riuscita.
Molte delle donne che abortiscono sono straniere e povere, e spesso basta un sostegno umano e economico perché cambino idea. Ma parliamo invece di quell’altra metà, che abortisce perché un figlio non lo vuole. Lei a queste donne che cosa dice?
Io non 'dico' proprio niente. È questo l’errore di fondo, pensare che si debba predicare, quando occorre prima di tutto ascoltare. Se io dicessi alle donne cosa 'devono' fare, abortirebbero il giorno dopo. Invece, occorre lasciarle parlare, anche per ore, del loro 'no': di tutte le ragioni per cui di quel figlio non ne vogliono sapere. Con assoluta libertà. Perché – parlando di quante non hanno problemi economici o concreti – ci sono due obiezioni fondamentali alla maternità. La prima è una 'inadeguatezza' che la donna avverte di fronte all’idea di un figlio, la sensazione di 'non essere capace'. La seconda è una sorta di ambivalenza: un desiderare il bambino e nello stesso tempo negarlo, ma a un livello nemmeno cosciente. Ho conosciuto donne che hanno abortito figli lungamente desiderati. Esempio straordinario di questa ambivalenza è la Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci: che con suo figlio nel ventre parlava, e già lo amava, e però diceva: vedi, io ho tante cose da fare, non posso solo stare qui e pensare a te. E alla fine la Fallaci, cui i medici avevano ordinato il riposo, accetta un’inchiesta impegnativa all’estero, e finisce con il perdere il bambino. Ricordo una signora in visone che venne da me, incinta di due gemelli. Per averli si era sottoposta a una stimolazione ovarica. Mi disse: «Voglio abortire». A che mese è, chiesi. «Alla 22esima settimana », rispose. Sa che potrebbero nascere vivi, domandai? «Non importa, non li voglio». Il marito accanto disse con dolcezza che lui, invece, li voleva tantissimo. La signora prese a parlare. Quei figli li aveva cercati perché sua madre ci tene va tanto, a essere nonna. Ma ecco, la madre era morta pochi giorni prima. E ora la figlia di quei bambini non se ne faceva più niente. Li aveva fatti solo per compiacere la mamma. Parlò per due ore, io la ascoltai quasi senza una parola, se non per dire al la fine: «Se ha bisogno di aiuto, io qui ci sono sempre». I due se ne andarono, non ne seppi più niente per qualche mese. I due gemelli nacquero. La madre mi telefonò anni dopo, nel giorno del loro settimo compleanno, per dire: «Grazie, siamo felici».
Ambivalenza, un sì e un no insieme alla maternità. Perché?
Spesso dietro c’è una cattiva relazione con la madre – l’ombra della madre è presente dietro a moltissimi aborti. Ma direi che questa ambivalenza è in realtà insita nella stessa femminilità. Alla straordinaria capacità di dare vita della donna, che può volgersi in distruttività, se la sua ansia non viene contenuta. In questo senso, io dico che cerco di essere un 'utero' accogliente per queste madri, perché lo diventino anche loro. Perché, mi creda, si aiuta solo dentro una relazione. Da bambina quando andavo a scuola a Milano, in piazza Baracca, passavano due tram. Uno andava dritto e uno doveva girare, e il tramviere scendeva con una leva a azionare lo scambio a mano. È un’immagine che ho sempre in mente, quel 'clac' dello scambio che faceva andare il tram in un’altra direzione. Un pezzo di binario di pochi centimetri cambiava tutto. È quell’istante, che cerco ogni volta con una donna. E che può accadere quando capisce se stessa e illumina le sue risorse, che spesso non conosce.
Succede che una donna rinunci all’aborto all’ultimo momento?
Succede. Mi è capitato di essere chiamata alle sei e trenta del mattino, l’ora in cui le pazienti in reparto vengono avviate in sala operatoria. Mi trovai davanti una ragazza che piangeva, piangeva e non riusciva a parlare: diceva solo «Non posso» e riprendeva a piangere. Le altre già erano andate, e lei no. Alla fine una infermiera le disse su, andiamo, e lei andò. È una scena che non dimenticherò mai. È molto frequente che le donne in attesa dell’intervento piangano. Ed è un pianto che non trova ascolto, e questo è terribile. È terribile che non ci sia nessuno a ascoltarle, a dire: aspetta, pensaci ancora.
Che cosa cambierebbe della 194?
Premesso che ritengo l’aborto un male che produce nella donna un male devastante – negli Usa questi danni (depressione, autolesionismo, rottura col partner) sono studiati e documentati –, io devo dire che ho letto esegeticamente il testo della legge, e trovo che il legislatore avesse l’intenzione di scoraggiare l’aborto aiutando la donna a rimuoverne le cause, e di consentirlo solo per gravi problemi fisici o psichici della madre. La 194 però non è mai stata applicata nella sua interezza, in quelle parti che potrebbero aiutare la donna e diminuire gli aborti. Mai applicata: nei consultori spesso il lavoro preventivo non si fa, e quindi non si rimuovono le cause della scelta. Trovo inoltre molto grave che si voglia introdurre la Ru486, che da un lato banalizzerebbe l’aborto, e dall’altro lo riporterebbe in un ambito privato e nascosto.
Secondo lei, che cosa si può fare concretamente oggi in Italia contro l’aborto?
Io credo che se i consultori lavorassero davvero, se i colloqui con le donne fossero fatti da operatori preparati, se alle donne indigenti venissero dati aiuti come facciamo noi al Cav, metà dei 130mila aborti annui non ci sarebbero. Si salverebbero 60mila bambini. Il problema vero è il pregiudizio che accompagna un lavoro come il nostro, il fanatismo ideologico che da vent’anni ci osteggia accusandoci di terrorismo psicologico. Nel dicembre 2006 ci fu un presidio dei Radicali contro di noi in Mangiagalli, e tra i manifestanti ce n’era uno che alzava un cartello: «Grazie Paola, per Omar». Era l’amico di una donna che aveva partorito con il nostro aiuto. Però, quel ragazzo era ancora lì a manifestare contro di noi. L’ideologia, il credere di sapere già tutto delle ragioni degli altri, è la bestia più grama che ci sia. Ma, oltre alla attività nei consultori, io credo nel l’educazione. Mostrare ai ragazzi le immagini di un embrione che si sviluppa, e come già a poche settimane ha la forma di un uomo. Educare a riconoscere la realtà, contro la cecità della ideologia»".

domenica 13 gennaio 2008

Bentornato don Camillo, l'ultima fatica di Fabio Trevisan


Nuova fatica letteraria per l'amico chestertoniano Fabio Trevisan. Per i tipi di Fede & Cultura ha dato alle stampe Bentornato don Camillo, opera teatrale tratta dalla saga di Mondo Piccolo, il mondo più vero del vero uscito dalla fantasia dell'inarrivabile Giovannino Guareschi.
Non è il primo sforzo produttivo di Fabio Trevisan sul piano teatrale: ha già dato alle stampe, sempre per Fede & Cultura, due altre fatiche teatrali, stavolta tratte dall'opera di Chesterton. La prima è stata Uomo Vivo con due gambe, riduzione del romanzo Manalive (Le Avventure di un Uomo Vivo) e Il pazzo e il re (riduzione de Il Napoleone di Notting Hill), che sono state utilissime in questi anni di vacche magrissime quanto a pubblicazioni chestertoniane (e sono ancora utili, essendo opportunità di godere Chesterton da un punto di vista non legato solamente alla lettura).
L'opera su Guareschi è arricchita dalla prefazione di Alessandro Gnocchi, guareschiano chestertoniano (si può dire?), che merita anch'essa di essere letta perché pone una questione, tra le righe: "ci sarà mai la prova di un legame tra Giovannino Guareschi e Gilbert Keith Chesterton? Una prova che non sia solo la presenza dei libri del prolifico e poligrafo autore inglese nella libreria dell'altrettanto prolifico e poligrafo autore italiano. Una prova che non sia una semplice citazione. Una prova, insomma, che sia qualche cosa di vivo" (pag. 5).
Il resto, cari amici, lo trovate nel libro, lo comprate e ve lo leggete, cosa solo  12,00, è bello e fa bene.
L'editore è Fede & Cultura, di cui qui a lato trovate il link (www.fedecultura.com). Stampa cose molto interessanti. Andate a vedere.

sabato 12 gennaio 2008

Sondaggio!

Allora, visto che vanno tanto di moda i sondaggi, adesso, proprio adesso, ne abbiamo organizzato uno:

Siete d'accordo con l'iniziativa di Giuliano Ferrara per la moratoria dell'aborto?

Lo trovate qui a fianco, a destra, proprio sotto il titolo del blog.

Buon divertimento!

venerdì 11 gennaio 2008

É morto Edmund Hillary, eroe dell’Everest e amico dei nepalesi


11/01/2008 11:29
NEPAL

Il protagonista dell’avventura più grande del XX secolo era una personalità modesta, umile e generosa. La sua associazione ha aiutato per quasi 60 anni a costruire scuole, ospedali, strade in Nepal.

Dalla grande Asianews.


Auckland (AsiaNews/Agenzie) – È stato il primo uomo al mondo a scalare gli 8.850 metri dell’Everest; è morto stamane nell’ospedale di Aukland all’età di 88 anni. L’eroe neozelandese, guardato da tutti come l’uomo che ha vissuto la più grande avventura del XX secolo, sarà ricordato anche per il suo impegno a favore della popolazione del Nepal. L’associazione da lui fondata, l’Himalayan Trust, ha aiutato in questi anni a costruire ospedali, dispensari, scuole, ponti e piste di atterraggio in Nepal. Per questo suo generoso lavoro, nel 2003 Sir Edmund è stato insignito della cittadinanza onoraria in Nepal. Nato ad Auckland il 19 luglio 1919, dopo essersi esercitato sulle montagne del suo Paese, egli ha tentato nel ’53 la scalata all’Everest con un gruppo guidato dall’inglese John Hunt. Prima di loro altri 7 gruppi avevano fallito. Durante l’ascesa, tutti i partecipanti sono rimasti bloccati per mancanza di ossigeno, stanchezza, cattivo tempo. Solo sir Edmund e lo sherpa Tenzing Norgay sono riusciti a giungere sulla vetta, conquistata il 29 maggio 1953. Fino alla morte di Tenzing, nel’86, Hillary , un tipo brusco e modesto, non aveva mai ammesso di essere stato il primo a salire sulla vetta, affermando sempre che la scalata era stata fatta dalla coppia. In un suo libro, scritto nel ’99, egli racconta gli ultimi passi della conquista: “A un certo punto arrivo su un’area pianeggiante, esposta alla neve, null’altro che spazio in ogni direzione…. Tenzing veloce mi raggiunge e insieme guardiamo meravigliati. Con immensa soddisfazione ci accorgiamo che abbiamo raggiunto il tetto del mondo”. Sir Edward – che per la sua avventura divenne cavaliere ricevendo dalla regina Elisabetta II l’Ordine della Giarrettiera – non ha mai dimenticato il Nepal. Grazie all’associazione da lui fondata nel ’62, ha potuto aiutare e finanziare progetti educativi, sanitari, ecologici per circa 250 mila dollari all’anno. Bhoomi Lama, del Nepal Mountaneering Association, il gruppo che raccoglie gli Sherpa, lo ricorda così: “È stato un eroe e un leader per tutti noi. Ha fatto così tanto per la gente della regione dell’Everest e rimarrà sempre presente nei nostri cuori”. Sir Edmund ha anche partecipato a delle spedizioni nell’Antartico. Per comprendere la sua personalità, vale la pena ricordare la sua polemica nel 2006 alla notizia che uno scalatore dell’Everest, David Sharp era stato abbandonato a morire sulla montagna, mentre i suoi compagni continuavano la spedizione. “La vita umana – è il suo commento – è molto più importante che giungere su una vetta”. Il governo della Nuova Zelanda sta preparando per lui i funerali di stato. In Nepal gli Sherpa gli vogliono dedicare un museo e una statua.

Anche mons. Elio Sgreccia aderisce alla moratoria dell'aborto


In una riflessione inviata alla redazione dell'agenzia di stampa Zenit, monsignor Elio Sgreccia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, sostiene la proposta di moratoria sull’aborto e auspica che essa possa suscitare un nuovo atteggiamento nei Paesi dove è praticata l’interruzione di gravidanza.

La riflessione si trova al link cliccando il nostro titolo, con i ringraziamenti a Zenit.

Giancarlo Cesana aderisce alla moratoria dell'aborto.


Il leader di Comunione e Liberazione Giancarlo Cesana aderisce alla moratoria dell'aborto.
Non è una questione che riguarda la morale ma l'ontologia, dice Cesana, le ragioni che muovono questa campagna non sono ecclesiastiche ma umane.

Leggete l'articolo de Il Foglio del 09.01.2008 contenente l'intervista a Cesana cliccando il nostro titolo.

mercoledì 9 gennaio 2008

E ora c'è anche quella di mons. Ronald Knox

Cliccando il titolo andate alla voce italiana di Wikipedia su mons. Ronald Knox, convertito al cattolicesimo dall'anglicanesimo, scrittore, teologo, grande amico di Chesterton, Belloc e McNabb.

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